L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è una crisi: è un piano
L’uscita dall’OPEC non è un incidente ma il tassello di una strategia: Washington ridisegna il mercato globale del petrolio trasformandolo da bene universale a leva di potere politico
Il prezzo del greggio stava scivolando verso i 60 dollari con una tendenza ad ulteriore discesa prima dell’aggressione all’Iran, segnalando una debolezza della domanda globale che avrebbe dovuto, in teoria, spingere gli Stati Uniti a cercare stabilità. Invece, l’amministrazione Trump ha scelto la via della rottura definitiva.
L’obiettivo primario di questa manovra non era il prezzo del barile in sé, ma la sua disponibilità selettiva
Creando un collo di bottiglia nello Stretto di Hormuz, Washington ha di fatto instaurato un regime di razionamento energetico che colpisce al cuore la Cina e le “tigri” asiatiche. Queste nazioni dipendono dai flussi costanti del Golfo per alimentare le loro industrie manifatturiere. Interrompere quel flusso significa costringere Pechino ad attingere alle proprie riserve strategiche o a negoziare termini politici durissimi con gli Stati Uniti per ottenere forniture alternative. È una forma di guerra economica che utilizza l’energia come arma di distruzione della competitività altrui.
Un petrodollaro caraibico
Questa strategia sembrava inizialmente un suicidio per il sistema del petrodollaro, ovvero quel patto storico per cui il mondo acquista petrolio solo in dollari, garantendo agli USA una domanda infinita della propria valuta. Ma qui entra in gioco la variabile venezuelana. L’aggressione politica e il successivo controllo delle risorse del Venezuela non sono stati eventi isolati, ma la preparazione del Piano B. Assicurandosi il controllo del bacino dell’Orinoco ( le riserve più grandi del mondo) e riabilitando il Venezuela nel circuito commerciale attraverso accordi come quello recentissimo con giganti come l’italiana Eni, Washington sta creando un polo energetico alternativo interamente sotto la propria sfera d’influenza. In questo scenario, il petrolio venezuelano funge da polmone di riserva per l’Occidente, sostituendo quello mediorientale che ora viene deliberatamente reso “difficile” e costoso per l’Asia. L’accordo Eni-Venezuela è il segnale che l’Europa è stata “invitata” a rifornirsi nel cortile di casa americano, abbandonando le rotte orientali. Questo sposta l’asse gravitazionale del mercato dal Medio Oriente all’asse Atlantico (dottrina Monroe).
Trump sta accettando di indebolire il vecchio petrodollaro legato all’OPEC per sostituirlo con un dollaro energetico americano, dove il petrolio non è più una merce globale neutra, ma un club esclusivo a cui si accede solo se si è alleati politici di Washington.
Siamo quindi di fronte a un paradosso: gli Stati Uniti stanno smantellando l’ordine energetico che hanno creato nel 1945 per costruirne uno nuovo, più piccolo, più rigido, ma totalmente controllabile. In un mercato saturo, dove la domanda globale stava già calando, Trump ha capito che l’industria dello shale americano stava per trovarsi in una crisi di sovrapproduzione [1]. Mantenere lo status quo avrebbe significato vedere i prezzi crollare comunque, ma lasciando il controllo dell’offerta nelle mani dell’OPEC+. Il danno subito dall’industria dello shale oil americano per i prezzi bassi è stato perciò considerato un costo di guerra accettabile, poiché il premio finale doveva essere la neutralizzazione della capacità industriale cinese e il ritorno dell’Europa sotto una dipendenza energetica totale dagli Stati Uniti e dai loro satelliti sudamericani a cui nel corso del tempo si dovranno aggiungere con le buone o con le cattive Groenlandia, Artico e forse Canada. È un ritorno alla geopolitica dei blocchi, dove chi controlla il rubinetto decide chi può produrre ricchezza e chi deve sprofondare nella recessione.
Innescando la crisi con l’Iran, Washington ha cambiato la natura del problema: ha trasformato un eccesso di offerta in una scarsità artificiale e selettiva. Il prezzo “basso” di 60 dollari era un problema per i profitti dei petrolieri texani, ma il vero obiettivo di Trump è stato quello di accettare un prezzo depresso pur di eliminare la concorrenza straniera e centralizzare il comando delle risorse.
In questo quadro, il petrolio venezuelano diventa la “polizza assicurativa” perfetta. Poiché l’estrazione in Venezuela (le più grandi riserve al mondo), una volta ripristinate le infrastrutture grazie a Eni e altre major, ha costi operativi potenzialmente molto bassi rispetto allo shale, Washington può permettersi di veder soffrire i propri produttori nazionali sapendo di avere sotto controllo il rubinetto dell’Orinoco. Questo permette agli Stati Uniti di inondare il mercato o razionarlo a piacimento, tenendo i prezzi bassi per controllare i rivali (Russia e Iran) e distruggere la competitività asiatica, senza però restare mai a secco di greggio economico per i propri alleati atlantici.
In definitiva, Trump sta usando il basso prezzo del petrolio e la vulnerabilità dello shale non come una debolezza, ma come un’arma di logoramento. Accetta perdite nel proprio settore energetico nazionale per infliggere colpi mortali alle economie dei nemici che non hanno la flessibilità finanziaria degli Stati Uniti. Il controllo del Venezuela è il pezzo finale che chiude il cerchio, garantendo che, qualunque sia il destino dello shale oil texano, il comando americano sull’energia mondiale rimanga assoluto e svincolato dai capricci di un’OPEC (vedi nota) resa ormai moribonda.
Nota: L’OPEC è il “cuore” storico (Arabia Saudita, UAE, Iran, ecc.). L’OPEC+ è l’alleanza allargata nata nel 2016 che include la Russia e altri produttori minori (Kazakistan, Messico, Oman). L’OPEC+ era nata per contrastare lo strapotere degli USA. Tuttavia, l’uscita degli Emirati (UAE) rompe il fronte unito. Lasciando sia l’OPEC che l’OPEC+, gli Emirati dicono: “Non mi interessano più i patti con la Russia o con i Sauditi”. Senza gli Emirati, l’OPEC+ perde il suo terzo produttore più importante. Trump non sta cercando di convincere l’OPEC+ con la gentilezza, ma sta usando la tattica del “dividi et impera”. Offrendo protezione militare e finanziaria (le famose linee di swap) agli Emirati, ha “comprato” la loro uscita dal cartello. Senza l’unione tra Arabia Saudita, Russia ed Emirati, l’OPEC+ diventa un “cane senza denti”; può abbaiare (minacciare tagli), ma non può più mordere (controllare i prezzi) perché c’è sempre qualcuno (gli UAE o gli USA) pronto a inondare il mercato di petrolio per abbassarne il prezzo.
[1] In altri termini, poiché la sopravvivenza per i produttori statunitensi di shale gas e shale oil con costi di estrazione tramite fratturazione idraulica che spesso superano i 50-55 dollari non è garanita per prezzi che scivolano sotto questa soglia che suonerebbero come una condanna a morte teorica per molte aziende del Texas, la strategia americana sembra aver previsto una sorta di “sacrificio d’altare”. tuttavia Trump scommette sulla capacità di resilienza del sistema finanziario americano per sostenere le aziende di shale nazionali tramite sussidi, sgravi fiscali massicci e deregolamentazione selvaggia, permettendo loro di restare a galla anche a prezzi minimi. L’obiettivo è resistere un minuto più a lungo della Russia o dell’Arabia Saudita, i cui bilanci statali crollano più facilmente se il petrolio non sta sopra gli 80 dollari.
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