Non si può bombardare l’incertezza finanziaria

Aprile 16, 2026 0 Di Francesco Cappello

Siamo al cospetto di un cambiamento d’epoca, dove le vecchie certezze della forza militare e della globalizzazione dei consumi si stanno scontrando con una realtà tecnologica e finanziaria molto più complessa che stanno completamente scompigliando le carte in tavola.
Lo stretto di Hormuz chiuso selettivamente dagli iraniani a causa dell’attacco degli Stati Uniti e di Israele non può ora essere riaperto, come pretenderebbe Trump, utilizzando missili visibili o grandi navi da guerra che devono oggi vedersela con i piccoli droni sottomarini iraniani, economici, silenziosi e autonomi.

Questi strumenti, che costano quanto una berlina di lusso, possono infatti immobilizzare carichi da centinaia di milioni di dollari, introducendo il concetto di deterrenza asimmetrica. Non serve infatti che un drone affondi davvero una petroliera; è sufficiente che la sua semplice esistenza renda impossibile per i sonar individuare il pericolo che rappresentano con certezza, rendendo il rischio dovuto alla loro presenza non più misurabile. Quando il rischio non è più misurabile, il meccanismo si inceppa a un livello molto più profondo di quello militare.

In altre parole, un drone da 200.000 dollari può rendere insicura una rotta che muove miliardi. Anche se la Marina americana scortasse ogni singola petroliera, non potrebbe garantire al 100% che il fondale sia libero da “mine intelligenti” o droni silenti. Agli occhi di un assicuratore di Londra, il rischio rimane non quantificabile, e finché è così, i premi restano proibitivi o la copertura viene negata. Detto in breve: non si può “bombardare” l’incertezza finanziaria.

Trump può ordinare alla flotta di presidiare lo stretto, ma non può ordinare ai Lloyd’s di Londra di firmare una polizza. Se le navi non hanno l’assicurazione, gli armatori preferiranno comunque circumnavigare l’Africa (il Capo di Buona Speranza), anche se questo aggiunge 15 giorni di viaggio. La presenza militare massiccia, ironicamente, può persino aumentare la percezione di instabilità e far salire ulteriormente i costi assicurativi per il rischio di incidenti o “fuoco amico” in una zona così congestionata.

Il vero campo di battaglia, paradossalmente, si è spostato dai ponti di comando delle portaerei agli uffici dei Lloyd’s di Londra. Nel mondo del commercio globale, una nave non si muove se non è assicurata, e gli assicuratori sono diventati i veri arbitri della crisi. Anche se la marina statunitense di Donald Trump decidesse di scortare ogni singola petroliera con una flotta imponente, non potrebbe comunque cancellare l’incertezza finanziaria. Gli assicuratori, non potendo quantificare il pericolo rappresentato dai droni invisibili, hanno risposto alzando i premi del 400% o inserendo clausole di cancellazione della polizza con sole 24 ore di preavviso!
In questo scenario, la forza bruta militare diventa uno strumento del secolo scorso applicato a un problema moderno: puoi anche minacciare di colpire, ma non puoi “bombardare” la paura di un investitore o l’analisi del rischio di una compagnia assicurativa. Se un armatore sa che domani potrebbe trovarsi senza copertura nel mezzo dello stretto, preferirà comunque la rotta più lunga intorno all’Africa, rendendo di fatto inutile il presidio militare dello stretto…
A complicare ulteriormente questa matassa c’è una trappola legale legata al diritto internazionale del mare. L’Iran sta usando come arma diplomatica il fatto che gli Stati Uniti, pur agendo come poliziotti dei mari, non hanno mai ratificato ufficialmente il trattato UNCLOS del 1982. Teheran sostiene quindi che le navi americane non abbiano un diritto automatico di transito nelle acque dello stretto, che rivendica come proprie. Questa mossa trasforma un’operazione di sicurezza in una violazione di sovranità, isolando diplomaticamente gli Stati Uniti e rendendo ogni loro mossa militare più rischiosa e non legittima agli occhi del mondo. La superiorità bellica da sola non è più sufficiente a garantire l’ordine mondiale se mancano le fondamenta giuridiche condivise.
Le conseguenze di questo stallo arrivano dritte nelle case di tutti noi sotto forma di inflazione e rincari energetici. Abbiamo vissuto per trent’anni in un sistema “Just-in-Time”, dove tutto doveva arrivare nel momento esatto in cui serviva per minimizzare i costi. Ma questo sistema ha eliminato ogni scorta e ogni rotta alternativa per pura efficienza economica. Oggi scopriamo che quella mancanza di “cuscinetti” si è tradotta in vulnerabilità fatale. Se le navi devono circumnavigare l’Africa per evitare Hormuz, aggiungendo quindici giorni di viaggio, l’intero castello dell’efficienza globale crolla. Il petrolio che sale a 150 dollari al barile e la benzina che potrà di conseguenza arrivare a 3 euro al litro non sono solo numeri su un tabellone, ma il segnale che il vecchio modello di globalizzazione è finito.
Le banche centrali si ritrovano impotenti. Alzare i tassi di interesse serve a poco se l’inflazione è un’inflazione da offerta, perché la merce fisicamente non arriva o perché assicurarla costa troppo.
In ultima analisi, la strategia del blocco militare e della prova di forza si sta rivelando un tentativo di riparare un software sofisticato usando una mazza.
La sicurezza economica non è più un bene che si può garantire solo con i cannoni, ma è il risultato di un delicatissimo intreccio di fiducia tra assicuratori, diplomatici e produttori.
In questo stato di cose sarà necessario accettare costi strutturalmente più alti in cambio di maggiore sicurezza. Le nazioni che sapranno adattarsi meglio non saranno necessariamente quelle con le armi più potenti, ma quelle capaci di creare catene di approvvigionamento regionali, scorte fisiche e infrastrutture terrestri alternative, riducendo la dipendenza da singoli colli di bottiglia marittimi. Stiamo passando da un’era di efficienza estrema a un’era di sopravvivenza strategica, dove la fiducia collettiva nel sistema conta molto più della potenza di fuoco.

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