Il Target da centrare

Settembre 29, 2019 0 Di Francesco Cappello

Il Target da centrare

prima che sia troppo tardi

pubblicato su Scenari Economici

pubblicato su Sovranità Popolare

pubblicato da Iskrae.eu

pubblicato su Marx 21

pubblicato su sinistra in rete

È noto come l’export tedesco sia pari alla metà del Pil della Germania. Aver puntato tutto sulle esportazioni rende oggi l’economia tedesca fragile, a causa, ad esempio, della rapidissima diffusione dei dazi che hanno fatto crollare le esportazioni. Si pensi, in particolare, al mercato delle auto verso la Cina. Lo scorso giugno, le esportazioni tedesche sono scese dell’8% rispetto all’anno precedente con tendenza al peggioramento.


La Ue, complessivamente, è in surplus rispetto al resto del mondo. È il mercantilismo a connotare la politica economica dei paesi dell’eurozona. Il suo strumento principale essendo l’ordoliberismo.
Nell’area euro, pur di risultare in surplus rispetto al mondo (esportiamo più di quanto non si importi), non si è esitato a operare svalutazioni interne, che mantenendo bassi salari e stipendi, distruggendo lo stato sociale, limitando il più possibile gli investimenti pubblici, accettando un equilibrio di sottoccupazione, hanno penalizzato i mercati interni dei singoli paesi europei; tutto al fine di vincere la competizione, producendo merci capaci di imporsi sui mercati grazie all’alto rapporto qualità prezzo raggiunto.


Il mercato interno europeo si sta ridimensionando pericolosamente a causa della deflazione imposta dall’euro. Anche la crescita dell’export italiano è stata realizzata al ribasso, nel tentativo di ovviare alla fissità del cambio imposta dalla moneta unica, che ha impedito le fisiologiche svalutazioni e rivalutazioni, consentendo accumuli patologici di attivi e passivi delle bilance commerciali europee (i saldi che i paesi in surplus hanno accumulato registrati dal sistema dei pagamenti europeo, Target 2, ammontano a circa mille miliardi di euro, di cui 800 tedeschi!). I conseguenti spostamenti criminali di capitali, dai paesi in surplus a quelli in deficit, atti a profittare della situazione, fino a ridurre in povertà estrema questi ultimi (esemplare il caso della Grecia), costretti a ridurre a zero il loro stato sociale, svendere i loro patrimoni pubblici, asset, i fattori stessi della produzione ecc.. Alla Grecia si chiese, infatti, improvvisamente di risarcire il debito contratto, mentre le si negava ogni ulteriore finanziamento del disavanzo.

I surplus hanno permesso ai paesi detentori di finanziare i deficit dei paesi della periferia dell’eurozona mascherando così una bilancia commerciale completamente squilibrata a favore dei paesi in attivo e a sfavore dei paesi della periferia. In passato, i grandi surplus commerciali realizzati dai paesi più forti dell’euro zona, in un sistema di monete nazionali regolate da cambi flessibili, sarebbero stati impossibili da realizzare. Oggi va finalmente riconosciuto il rischio, insito negli spostamenti dei capitali accumulati nei grandi surplus europei, verso i paesi poveri dell’eurozona nel tentativo interessato di coprire debito con nuovo debito senza per questo renderlo pagabile e agire di introducendo i correttivi necessari come vedremo nel seguito.

Le politiche monetarie di Qe attuate da Draghi hanno incoraggiato e rafforzato la scelta mercantilista configurandosi rispetto al resto del mondo quali aggressive svalutazioni competitive (ricordiamo che, per ovvi motivi, una svalutazione è competitiva se effettuata da un paese in surplus e non da uno in deficit!). La scelta di privilegiare ad ogni costo le esportazioni è ingorda, miope e guerrafondaia; essa rivela in modo sempre più evidente tutta la sua fragile pericolosità. Se i paesi che normalmente assorbono le esportazioni sono colpiti da crisi economica questa si ripercuoterà immediatamente sul paese esportatore. La attuale, ridotta capacità di esportazione della Germania verso la Cina, che subisce i dazi americani, ha immediate conseguenze negative sulle economie con cui è in interscambio (se la Germania esporta meno auto le aziende italiane che producono componentistica per le case automobilistiche tedesche subiranno un calo conseguente). Tutta l’area euro, già a rischio deflazione, è ora prossima alla recessione. L’indisciplina commerciale a cui si è lasciata andare l’Europa dell’euro si ripercuote negativamente oggi anche sulla Germania. Il piano di salvataggio del sistema finanziario oggi costretto a tassi sottozero non riesce più a salvare le banche, piuttosto le danneggia, né riesce a raggiungere l’economia reale.


Nella attuale vicenda europea, ma anche nel funzionamento del mercato globale, è proprio il mercato del denaro e del capitale il grande imputato da mettere finalmente sotto accusa. A partire dagli anni ’80 la liberalizzazione del commercio di capitali su scala globale senza alcuna regolazione e controllo (dall’85 in Europa su proposta di J. Delors) ha operato la principale falla nella diga che impediva al mondo di essere nuovamente preda del credo liberista e dalla pratica mercantilista di stampo coloniale.
Il sistema attuale condanna i paesi dell’eurozona ad una competizione strutturale tra loro e con il resto del mondo.

Le politiche economiche europee hanno carattere mercantilistico. Il grafico mostra come il sostanziale equilibrio tra export ed import salti a partire dal 2007. La CdC, T2, in sostanziale pareggio è «esplosa» dopo la crisi. Gli squilibri sono stati criminosamente finanziati senza essere riassorbiti peggiorando le economie dei paesi in deficit.

È per questi motivi che oggi, il sistema Target 2 (T2) ha maggiori opportunità di essere trasformato in una vera camera di compensazione (come proposto da M. Amato ed altri), con l’euro ridotto a semplice unità di conto, in grado di sanzionare, finalmente, i surplus oltre che i deficit. Ai primi andrebbe applicato un tasso negativo in modo da “invitare” chi li detiene a spenderli facendoli finalmente circolare, non solo importando di più, ma anche in investimenti al loro interno. Una camera di compensazione, in estrema sintesi, permette ai paesi che la adottano di scambiarsi merci e servizi pagando gli import dai paesi aderenti con i propri export. Si tratta di scambi multilaterali in compensazione. Il debito nei confronti del paese da cui ho acquistato posso risarcirlo vendendo (esportando) verso qualsiasi altro paese aderente al circuito. L’optimum sarebbe la reintroduzione delle monete nazionali e con esse la possibilità di regolazione del cambio tra monete nazionali ed euro, quale moneta comune (non più unica!), in modo tale da poter aggiustare il cambio rispetto alla moneta comune secondo necessità: rivalutando la moneta del paese che eccedesse in surplus e svalutando quella del paese in eccessivo deficit in modo tale da facilitare le importazioni dei primi e scoraggiarne nel contempo le ulteriori esportazioni e viceversa con i secondi ai fini del raggiungimento dell’equilibrio tra export ed import. In attesa di recuperare il margine di manovra in più che sarebbe consentito dalla reintroduzione delle monete nazionali sarebbero comunque utilizzabili le statonote proposte dal nostro Comitato Nazionale Statonote, ossia moneta di stato non a debito, a circolazione nazionale, che potrebbe supplire quale strumento monetario non a debito a supporto delle necessarie politiche espansive all’interno. Sarebbe un primo passo verso il ritorno alle monete nazionali. Le statonote (già sperimentate in Italia da Aldo Moro) sarebbero utilizzabili per tornare ad assumere nella pubblica amministrazione, dove il blocco delle assunzioni ha dimezzato le risorse umane necessarie, per affrontare seriamente il dissesto idrogeologico del nostro territorio, valorizzare l’enorme patrimonio storico artistico di cui disponiamo che versa ormai in stato di abbandono, svenduto per far cassa, per il rinnovo delle infrastrutture e la cura di quelle ormai al collasso, ecc.. Questa scelta comporterebbe una completa valorizzazione e riassorbimento della forza lavoro oggi disponibile, mobilitando alla produzione di ricchezza comune tutto quel potenziale inespresso e sprecato nella forma della sotto occupazione, della inoccupazione e disoccupazione.


Quel che si propone è un Target 2 rivisto e corretto in un Target 3 più simile alla International Clearing Union, di Keynesiana memoria, su scala europea, che impedisse strutturalmente il formarsi di avanzi e disavanzi delle bilance commerciali (se ho un surplus ti condanno al deficit, se ho un deficit ti condanno al surplus) e sanzionasse quelli esistenti applicando, ai primi, tassi negativi in modo da indurre i loro detentori a mobilitarli, spendendoli, ossia facendoli circolare in ambito europeo in forma di investimenti sociali e per l’ambiente, gestiti dalla Unione Europea degli Investimenti UEI per grandi opere infrastrutturali su scala europea ecc. Non si tratta di «aiutare» i paesi in deficit a «sostenere» i loro debiti con trasferimenti dai ricchi ai poveri ma di mettere in opera una organizzazione in cui ciascun aderente sia strutturalmente “costretto“ alla collaborazione attiva con vantaggio reciproco di tutti. I paesi in surplus sarebbero indotti a spendere acquistando di più all’estero (in tal modo consentendo ai paesi in deficit di rientrare dai loro passivi) ma anche e contemporaneamente al proprio interno, alzando salari e stipendi, tornando a fare investimenti pubblici non più rinviabili, tornando, in altre parole, ad incentivare finalmente la domanda interna, ponendo termine alla tragica stagione imposta dall’ordoliberismo all’Europa e al mondo intero.


Il pericolosissimo mercato dei capitali derivanti dagli eccessi di surplus sarebbe così del tutto ridimensionato. Non si tratta di un sistema nuovo. Si tratta della Unione Europea dei Pagamenti UEP, che dal ’50 al ’58 risollevò l’Europa dalle macerie della guerra. Diretta da Guido Carli, era stata costruita ad imitazione del sistema proposto a Bretton Woods da Keynes nel ’44, quale sistema monetario atto a regolare gli scambi internazionali. Fu respinto, come è noto, a vantaggio del dollaro quale moneta internazionale convertibile in oro, almeno sino al ’71 anno del crollo del regime di BW.

La UEP è un sistema finanziario che rende non necessari i movimenti di capitale. Fa a meno dei mercati finanziari! I movimenti di capitale di portafoglio (non gli investimenti diretti) sono disincentivati; il fatto che dei soldi in Germania (dovuti a surplus della bilancia pagamenti) finiscano per acquistare delle obbligazioni di banche italiane è dovuto al fatto che, da una parte la Germania questi soldi ce l’ha perché ha un surplus, e che l’Italia, la Grecia o la Spagna di questi soldi hanno bisogno perché hanno un deficit… Nella misura in cui si riducesse strutturalmente la possibilità di generare surplus e deficit diminuirebbe proporzionalmente la necessità di questi finanziamenti mediati dal mercato finanziario. La condizione ideale essendo quella per cui non ho bisogno di chiederti soldi in prestito e tu non avresti comunque soldi da prestarmi. Si ridurrebbe così, strutturalmente, la necessità della esistenza di un mercato del denaro! Se tutti siamo a zero non ho bisogno di avere soldi in prestito e tu non li hai per finanziarmi ma ci siamo egualmente finanziati a vicenda facendoci reciprocamente credito all’interno di quel circuito di credito commerciale, reso possibile dalla Clearing Union, in cui la fiducia sarebbe organizzata in modo strutturale, così da incoraggiare e “obbligare“ a rapporti collaborativi tra paesi verificandone ad ogni passo i vantaggi reciproci, ossia, di sistema.


La re-immissione dei surplus in circolazione è utile, oltre che giusta. È importante reperire grandi investimenti per finanziare l’economia circolare e la transizione energetica. I combustibili fossili residui sono una risorsa non rinnovabile da utilizzare limitatamente quale materia prima nelle trasformazioni industriali, non più nella conversione energetica. Sono necessari grandi piani energetici nazionali che operino una rivoluzione decentralizzando la produzione e la distribuzione dell’energia. Ogni edificio, pubblico o privato, dovrà diventare unità di produzione oltre che di consumo dell’energia che ci scambierà in una grande rete peer to peer dell’energia; una internet dell’energia, come proposta da J. Rifkin, che trasformi gli ex consumatori in prosumers, produttori e consumatori insieme. Anche l’agricoltura deve conoscere la sua rivoluzione abbandonando il modello estrattivo intensivo, meccanicizzato e basato sull’uso indiscriminato della chimica che inquina le acque, sterilizza e desertifica i suoli, e sostituirlo con una agricoltura ecosistemica secondo natura che riforesti (food forest) riducendo, nella sua pratica, praticamente a zero, l’uso dei combustibili fossili. La Banca Europea degli Investimenti BEI, andrebbe rifinanziata in modo da concretare la ripresa degli investimenti, su scala europea, secondo criteri condivisi. Ad oggi, il bilancio europeo è ridicolo, ammontando ad uno striminzito 1% del PIL.


Che l’Europa abbia bisogno di ripartire con politiche fiscali “aggressive” lo ha ribadito persino Olivier Blanchard, ex capo economista del fondo monetario Internazionale che in passato aveva incoraggiato le politiche economiche ordoliberiste e mercantiliste. Egli appare oggi redento e dichiara quanto siano ormai decisive, necessarie, e non più rimandabili, politiche economiche espansive nell’area euro.


A livello locale possiamo sin da subito attivare reti di mutuo credito RMC, utilizzanti il sistema della camera di compensazione, in cui la moneta è utilizzata solo come unità di misura (di conto) del valore di merci e servizi scambiati. Le RMC ottimizzano gli scambi tra imprese coinvolgendo professionisti, dipendenti, cittadini e di recente anche le amministrazioni locali (modello Sardex/WIR) mentre diffondono la cultura e la consapevolezza della non neutralità della moneta. Le RMC scoraggiano strutturalmente, così come le statonote, non spendibili all’estero, gli acquisti su piattaforme, quali Amazon, Zalando e simili (attori globali e grandi evasori locali) contribuendo a incentivare la domanda interna a vantaggio della nostra realtà economica fatta soprattuto di micro imprese (95%) e piccole imprese.


Anche su scala internazionale è necessario e urgente riproporre con rinnovata forza e consapevolezza il progetto keynesiano, consistente in una camera di compensazione, la International Clearing Union, che fu respinto a Bretton Woods, oggi più che mai necessario e urgente per uscire dal vicolo cieco evolutivo in cui l’umanità si sta ficcando. Esso prevede l’uso di una moneta comune, il Bancor, e monete nazionali per regolare in maniera ottimale il commercio mondiale abbandonando la finanza fondata sulla liquidità foriera di guerra. Ne parleremo più diffusamente in altre occasioni.


Al tradizionale conflitto tra lavoratori e capitalisti si sono aggiunti oggi quello tra debitori e creditori (tra i debitori, non solo famiglie e imprese ma anche interi popoli con i loro Stati), tra micro e macro (microimprese e multinazionali, piccole banche e grandi banche d’affari). Enormi bolle di falso denaro perché non mobile in forma di debiti e crediti, cartolarizzazioni e derivati a discapito dell’economia reale minacciano la pace. Il verbo pagare contiene la radice pace ebbene oggi non è possibile alcuna quietanza perché è diventato praticamente impossibile la pacificazione risultante dalla estinzione dei debiti nei confronti dei creditori. Debiti inestinguibili, usati troppo a lungo quale strumento di dominio della aristocrazia finanziaria di marxiana memoria sui popoli e le loro organizzazioni.
Indebitarsi, nel contesto attuale della moneta privata a debito, equivale a mettersi in posizione di svantaggio permanente così come concedere prestiti consente di esercitare un potere sul debitore. Tra i due si genera una relazione conflittuale che rischia di degenerare in violenza esercitata o subita, anche fisica (guerra tra paesi).
La condizione ideale è quella mediata dalle camere di compensazione: non ho bisogno di chiederti soldi in prestito e tu non avresti comunque soldi da prestarmi. La moneta usata solo come unità di misura del valore e non più come riserva di valore, se non in condizioni strettamente controllate, non è più cumulabile.
Se tutti siamo a zero io non ho bisogno di avere soldi in prestito e tu non li hai per finanziarmi ma ci siamo egualmente finanziati a vicenda facendoci reciprocamente credito (credendo l’uno all’altro). Se tutti convergono verso l’equilibrio (situazione di sostanziale parità tra importazioni ed esportazioni ) non ci sono deficit da finanziare e non ci sono surplus in grado di finanziarli perché i soldi li ho spesi comprando e ho comprato perché ho venduto. Le moneta come unità di conto (scritturale) una volta svolto il suo ruolo di mediazione degli scambi sparisce (non può essere accumulata). In questo contesto non è più utilizzabile quale riserva di valore.
La fiducia è organizzata in modo strutturale in modo da facilitare ed incoraggiare la crescita di rapporti virtuosi nella impresa comune verificandone ad ogni passo i vantaggi reciproci ossia di sistema. Centrare il target (bersaglio) significa in definitiva attivare un Target 3 che riduca drasticamente la necessità di un mercato dei capitali mentre ottimizza quello delle merci e dei servizi scambiati in una logica di vantaggi comparati.
Bisogna far presto e bene perché si muore diceva un caro amico a cui devo molto. Le più grandi economie del mondo ossia quelle di SU, Cina e Ue sono in piena guerra commerciale tra loro in un momento in cui anche la supremazia del dollaro e il relativo ordine mondiale da esso sotteso risulta pericolosamente in discussione. L’Europa ha nascosto i sintomi delle proprie patologie per rafforzarsi nei confronti del resto del mondo; ha, però, aumentato la sua dipendenza dalla congiuntura internazionale, ha, inoltre, influito negativamente sulla ripresa mondiale e sta soffiando sulle tensioni geopolitiche. La crisi che attraversa non a caso è una crisi di fiducia reciproca tra i suoi membri. Non solo non ci si fida più l’uno dell’altro ma spesso ci si offende e insulta reciprocamente e sistematicamente, fino ad evocare nuovamente quei demoni nazionalistici che si volevano fugare. È comunque necessario un recupero del margine di azione nazionale da distinguere decisamente dal discorso nazionalistico.


Le condizioni per cui il conflitto da commerciale possa degenerare in militare ci sono tutte. È nel cercare di arricchirsi alle spalle degli altri (accumulando surplus a spese dei deficit altrui), come è nella logica della scelta mercantilista, il suo tratto profondamente guerrafondaio che conduce inesorabilmente dalle guerre commerciali alle guerre combattute con gli eserciti.
Tutto sembra purtroppo muoversi in questa tragica direzione: i cinesi hanno preso ad armarsi a ritmo crescente (già oggi spendono un quarto del budget militare americano);
la aggressiva estensione della Nato verso Est;
la rottura del trattato INF;
la adozione di dottrine militari quali il First Strike Atomico a sostituzione del più rassicurante (si fa per dire…) equilibrio del terrore dei tempi della prima guerra fredda;
la declassificazione di armi nucleari depotenziate, da strategiche a tattiche, ossia usabili nei teatri di guerra convenzionale (vedi il documento Nuclear Operations);
la preparazione alla guerra che procede spedita, come riportato nel documento Providing for the Common Defence, da cui si evince come gli statunitensi, pur consapevoli che stavolta non sarà una passeggiata e che il popolo americano dovrà essere pronto a subire enormi perdite di beni e vite umane, finanche sul proprio territorio nazionale, la guerra sia ormai da considerarsi necessaria non trattandosi ormai di decidere se, ma solo quando…


Non è a caso che i nostri costituenti, con alle spalle le grandi crisi economiche provocate da quegli stessi sistemi economici liberisti/mercantilisti, che oggi hanno ripreso il sopravvento, e che allora portarono ai totalitarismi e alle grandi guerre globali ne fossero pienamente consapevoli, e la nostra Costituzione dichiararono di scriverla in modo tale che non accadesse mai più.

Dai verbali della Costituente:

«Se si lascia libero sfogo alla legge della libera concorrenza e alla libera iniziativa animata solo dal fine del profitto personale, si arriva pur sempre al super capitalismo e così a quelle conseguenze fra le quali primeggia la guerra tremenda che fu la rovina di tanti popoli» Gustavo Ghidini, 1947

«è effettivamente insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione dell’ordinamento più completo dell’economia mondiale, anche e soprattutto per raggiungere il maggiore benessere possibile. Quando si dice controllo della economia, non si intende però che lo Stato debba essere gestore di tutte le attività economiche, ma ci si riferisce allo Stato nella complessità dei suoi poteri e quindi in gran parte allo Stato che non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta» Aldo Moro, 1947

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