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	<title>Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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	<title>Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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		<title>Accelerazione, spianando ostacoli, verso enormi distese di silicio, gigantesche pale e praterie di blocchi container accumulatori al litio</title>
		<link>https://www.francescocappello.com/2026/07/10/accelerazione-spianando-ostacoli-verso-enormi-distese-di-silicio-gigantesche-pale-e-praterie-di-blocchi-container-accumulatori-al-litio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 17:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
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					<description><![CDATA[Le Zone di Accelerazione che cancellano i vincoli e riducono i paesaggi italiani a pixel per i grandi investitori, sacrificando la sovranità delle comunità locali sull&#8217;altare dell&#8217;emergenza energetica. Decreti di semplificazione e commissari straordinari azzerano la democrazia territoriale, trasformando l&#8217;ambiente da bene comune da proteggere a spazio industriale da occupare La pianificazione energetica della Regione&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le Zone di Accelerazione che cancellano i vincoli e riducono i paesaggi italiani a pixel per i grandi investitori, sacrificando la sovranità delle comunità locali sull&#8217;altare dell&#8217;emergenza energetica. Decreti di semplificazione e commissari straordinari azzerano la democrazia territoriale, trasformando l&#8217;ambiente da bene comune da proteggere a spazio industriale da occupare</h2>
<p class="p1">La pianificazione energetica della <b>Regione Autonoma della Sardegna</b> prevede il <i>&#8220;Piano Regionale di Individuazione delle <span style="color: #ff0000;"><strong>Zone di Accelerazione Terrestri per gli impianti a fonti rinnovabili</strong></span>&#8220;</i>.</p>
<p class="p1">Dietro l’espressione apparentemente virtuosa di &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>zona di accelerazione</strong></span>&#8221; si cela uno dei più raffinati capolavori dell’ingegneria burocratica contemporanea. <span class="s1">Una zona di accelerazione è un’area individuata dalla Regione all’interno di aree già ritenute idonee, dove i progetti per le energie rinnovabili possono seguire procedure autorizzative più rapide, perché le valutazioni principali sull’idoneità del territorio sono già state fatte a monte. Quindi, non è un’autorizzazione automatica, ma una semplificazione concentrata su controlli più specifici, come quelli tecnici e di sicurezza. La definizione concreta, però, dipende dalla specifica regione e dai piani approvati dopo la VAS, la valutazione ambientale strategica. Sono quindi dei corridoi autorizzativi più snelli.<br />
</span><span class="s1">La VAS, cioè la valutazione ambientale strategica, è il processo con cui si valuta l’impatto complessivo di un piano su ambiente, territorio e popolazione, prima di approvarlo in modo definitivo e prima che vengano poi approvati i singoli progetti. Quindi, per esempio, prima di individuare le zone di accelerazione, la regione fa una vas proprio sul piano, cioè valuta gli effetti complessivi su ambiente paesaggio biodiversità, popolazione, e anche in teoria eventualieffetti cumulativi. durante la vas c’è anche la consultazione pubblica, e solo dopo l’approvazione definitiva si individuano le zone di accelerazione. L’idea sarebbe quella di valutare prima gli fatti così dopo i progetti scorrono più spediti. Le zone di accelerazione sono infatti le aree interne a quel piano dove, una volta valutati gli effetti con la VAS, i progetti rinnovabili possono seguire procedure autorizzative più rapide, perché la compatibilità generale dell’area è già stata considerata. La VAS, quindi, valuta gli effetti preventivamente, le zone di accelerazione applicano poi regole più snelle dentro quelle aree, senza teoricamente annullare i controlli tecnici e prescrittivi. </span></p>
<p class="p1">Nel dizionario della <strong>transizione energetica calata dall’alto</strong>, <span style="color: #ff0000;"><strong>accelerare non significa semplicemente fare prima sveltendo iter burocratici ed autorizzativi, ma significa soprattutto fare a meno</strong></span>: fare a meno di una valutazione d’insieme, fare a meno del respiro dei tempi della terra e, non da ultimo, fare a meno del parere di chi quel territorio lo vive e lo custodisce grazie a <strong>procedure semplificate</strong>. Questa formula amministrativa ha il potere quasi magico di tradurre la complessità di un paesaggio millenario in una asettica sommatoria di particelle catastali pronte a ospitare distese di silicio e monumentali sistemi di accumulo BESS (***), presentandoci il conto di una fretta che non ha niente di ecologico e moltissimo di speculativo.</p>
<p><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-18995" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739-300x164.jpg" alt="" width="525" height="287" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739-300x164.jpg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739-1024x559.jpg 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739-768x419.jpg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739-640x349.jpg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/IMG_2739.jpg 1408w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></a></p>
<p class="p1">L’ironia di questo impianto normativo risiede nella sua stessa premessa, <span style="color: #800080;"><strong>la quale ci rassicura solennemente che ad essere sacrificate saranno soltanto le aree già compromesse, industriali o prive di pregio. Eppure, l&#8217;esperienza storica e l&#8217;osservazione delle cartografie tecniche ci insegnano con quanta fluidità i confini di queste zone tendano ad allargarsi, lambendo o inghiottendo terreni agricoli e contesti identitari</strong></span>. <strong>Con il pretesto della <span style="color: #800080;">semplificazione procedurale</span></strong>, <strong>si introduce una corsia preferenziale consistente nella eliminazione di vincoli e passaggi procedurali che rischiano di rallentare i tempi autorizzativi e di realizzazione. Una semplificazione che scavalca i presidi ordinari di tutela paesaggistica e ambientale</strong>. Il risultato è una parcellizzazione dell&#8217;analisi: ogni singolo impianto di specchi fotovoltaici o impianto di accumulo (***) viene esaminato indipendentemente dal contesto, come se fluttuasse nel vuoto, ignorando deliberatamente il micidiale effetto somma, ovvero <span style="color: #ff0000;"><strong>quella saldatura invisibile che trasforma tanti piccoli impianti isolati in una gigantesca ed ininterrotta superficie industriale</strong></span>.</p>
<p class="p1">In questo scenario, <strong>la tanto sbandierata partecipazione delle comunità locali</strong> si riduce a un malinconico quanto ipocrita esercizio di stile, una formalità burocratica da espletare quando il caffè è già freddo e i giochi sono ormai fatti. I sindaci (spesso complici) e i cittadini vengono invitati al tavolo della democrazia energetica solo per prendere atto di direttrici già tracciate altrove, trasformando il sacrosanto diritto alla pianificazione dei propri spazi in una reazione difensiva ex post, spesso liquidata dai promotori del progresso come sterile resistenza locale.</p>
<p class="p1">Si consuma così un paradosso geografico e politico: <strong>la Sardegna </strong>(e non solo)<strong> viene arruolata d’ufficio come la grande centrale elettrica d&#8217;oltremare</strong>, <span style="color: #ff0000;"><strong>una piattaforma industriale destinata a produrre e stoccare un surplus energetico che non serve alla sussistenza dell&#8217;isola</strong></span>, ma a soddisfare le esigenze di mercati lontani, lasciando sul territorio i soli costi ambientali, paesaggistici e idrogeologici.</p>
<p class="p1"><strong>Ridurre l’Isola a un distretto industriale</strong> <strong>per le rinnovabili</strong>, <span style="color: #ff0000;"><strong>legittimando lo scempio in nome di una redenzione climatica globale</strong></span>, non è transizione ecologica, ma una <span style="color: #ff0000;"><strong>riedizione in chiave verde delle vecchie logiche coloniali</strong></span>. Non si può pretendere di salvare il pianeta sacrificando la specificità dei luoghi, la loro vocazione agricola e la loro bellezza, elementi che costituiscono il vero capitale sovrano a fondamento della Cultura di una Comunità.</p>
<p class="p1"><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/45b9330f-0538-4557-b650-e5d8ab5654a3.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-18997" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/45b9330f-0538-4557-b650-e5d8ab5654a3-246x300.jpg" alt="" width="513" height="626" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/45b9330f-0538-4557-b650-e5d8ab5654a3-246x300.jpg 246w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/07/45b9330f-0538-4557-b650-e5d8ab5654a3.jpg 525w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" /></a>La determinazione nel denunciare e contrastare queste <strong>scorciatoie autorizzative</strong> non nasce dal rifiuto della modernità o delle fonti pulite, ma dalla ferma consapevolezza che una transizione degna di questo nome non si impone con i decreti d&#8217;urgenza e con la sospensione del giudizio critico, ma <strong>si costruisce sul rispetto della terra e della volontà dei popoli che la abitano</strong>.</p>
<p class="p1">La Sardegna non costituisce un caso isolato, né un’eccezione stravagante nel panorama nazionale; è semmai l&#8217;avamposto più esposto e conteso di un disegno geometrico che sta progressivamente avvolgendo l&#8217;intera penisola. Quello delle &#8220;zone di accelerazione&#8221; è un vero e proprio format amministrativo standardizzato, imposto dall&#8217;alto dalla direttiva europea RED III e declinato a livello nazionale attraverso il Decreto Aree Idonee e il recente Testo Unico Rinnovabili. Tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, sono state chiamate a sedersi al tavolo di questa grande spartizione cartografica, con l&#8217;obbligo di consegnare i propri piani di accelerazione terrestre.</p>
<p class="p1">Osservando la mappa dello stivale, si scopre che i motori di questa macchina burocratica sono accesi ovunque più o meno alla medesima velocità. Nello specifico se guardiamo allo stato di avanzamento, il quadro attuale è questo: Sardegna con piano adottato, Piemonte con piano adottato e VAS in corso, Liguria con schema di piano approvato e VAS avviata, Toscana con proposta di piano e consultazione avviate, Veneto con documento preliminare e avvio della VAS; Lombardia e Puglia con documentazione preliminare adottata e avvio della VAS. Per le altre regioni la situazione è in evoluzione e potrebbe cambiare con nuove approvazioni.</p>
<p class="p1"><strong>Il Piemonte</strong> ha impresso un’accelerazione geometrica al proprio iter d’adozione, attivando il dispositivo della <strong>Valutazione Ambientale Strategica attraverso una tempistica blindata</strong> che riduce la partecipazione pubblica a una disperata corsa contro il tempo. Questa deliberata asimmetria cronologica concede alle comunità locali, ai comitati e ai piccoli municipi una manciata di giorni per decodificare faldoni tecnici di enorme complessità, zeppi di cartografie del <b>Gestore dei Servizi Energetici (</b>GSE) (*) e algoritmi di saturazione. Si tratta di un espediente burocratico che pare studiato per consumare il passaggio formale delle osservazioni prima che il tessuto sociale acquisisca piena consapevolezza di quanti gigawatt di potenza verranno scaricati sui crinali e sulle pianure regionali, neutralizzando il dissenso attraverso l&#8217;asfissia dei tempi procedurali.</p>
<p class="p1"><strong>Poco più a sud</strong>, lo scenario si duplica lungo binari paralleli ma declinati con differenti sfumature di ipocrisia normativa. <strong>La Liguria e il Veneto</strong> hanno già licenziato i rispettivi documenti preliminari di VAS, svelando due filosofie di deregolamentazione speculari e ugualmente perniciose. <strong>La giunta ligure ha optato per la strategia del &#8220;macro-contenitore&#8221;, disegnando perimetri talmente ampi e tecnologicamente indifferenziati da ignorare la strutturale fragilità idrogeologica di un’orografia compressa tra roccia e mare, dove fotovoltaico fluttuante, eolico e accumulatori al litio vengono equiparati in un&#8217;unica sanatoria spaziale</strong>. All&#8217;interno di questi recinti disegnati sulle mappe si compie, infatti, una vera e propria magia burocratica: impianti industriali dai risvolti ambientali e costruttivi completamente opposti (pensiamo alle colossali torri d&#8217;acciaio delle pale eoliche che spezzano l&#8217;orizzonte, alle distese di specchi neri del fotovoltaico fluttuante che coprono e soffocano i bacini d&#8217;acqua (**), o ai veri e propri blocchi di container chimici degli accumulatori al litio, con tutti i loro rischi legati alla sicurezza e agli incendi) <strong>vengono infilati nello stesso identico sacco amministrativo, come se fossero la stessa cosa</strong>. Il legislatore decide così di chiudere gli occhi sulle loro profonde differenze materiali, applicando quello che possiamo definire un colpo di spugna preventivo ed esclusivamente geografico. <span style="color: #ff0000;"><strong>Nel momento esatto in cui un pezzo di terra viene marchiato come &#8220;zona di accelerazione&#8221;, tutti i vincoli storici, agricoli, urbanistici e paesaggistici faticosamente costruiti in decenni dalle comunità locali vengono improvvisamente congelati e messi tra parentesi</strong></span>. Si concede, di fatto, un&#8217;autorizzazione in bianco e anticipata, che mette al riparo i grandi investitori privati da qualsiasi tutela del territorio, legalizzando e &#8220;sanando&#8221; l&#8217;impatto di queste installazioni industriali prima ancora che i progetti vengano presentati o che la prima pietra sia posata a terra. Al contrario, <strong>il Veneto</strong> recita la parte del custode rigoroso, sbandierando una pianificazione apparentemente virtuosa e concentrata sul recupero delle sole aree già trasformate, come cave dismesse e siti industriali degradati. Si tratta però di un paravento retorico: <strong>le maglie del testo normativo veneto rimangono volutamente larghe, farcite di clausole estensive e deroghe che consentono di colonizzare le aree cuscinetto e le fasce di rispetto rurali, trasformando i margini agricoli storici in retrovie infrastrutturali al servizio dei fondi di investimento.</strong></p>
<p class="p1">Nella culla della grande pianura, <strong>la Lombardia</strong> ha formalizzato il recepimento dei decreti ministeriali sulle aree idonee trattando la transizione energetica alla stregua di un mero ampliamento delle proprie piattaforme logistiche e dei nodi di interscambio merci. <strong>Il modello lombardo aggancia meccanicamente le zone di accelerazione ai distretti manifatturieri esistenti, senza operare alcuna reale ponderazione del carico ecologico e termico cumulativo su un suolo già pesantemente soffocato</strong>. Questa architettura amministrativa ricalca fedelmente le orme dei grandi laboratori storici della semplificazione selvaggia, come <strong>la Toscana</strong> che ha progressivamente sacrificato i propri profili collinari e geotermici alla logica dell’urgenza autorizzativa e, soprattutto, <strong>la Puglia </strong>ché il caso pugliese non è più soltanto un precedente, ma il sinistro specchio del destino che attende la Sardegna: un intero ecosistema agrario e culturale che, sotto il vessillo dell&#8217;allentamento dei vincoli ordinari e della corsia iper-semplificata, è stato progressivamente convertito in una distesa trans-reale di specchi e turbine. Qui la totale subordinazione della pianificazione paesaggistica alla velocità del profitto autorizzato ha ampiamente dimostrato come la scorciatoia amministrativa si traduca invariabilmente nella cancellazione definitiva della memoria dei luoghi, ridotti a meri nodi di alimentazione della griglia elettrica nazionale.</p>
<p class="p1">A tessere la trama di questo mosaico interregionale interviene il <strong>Gestore dei Servizi Energetici</strong> attraverso la sua &#8220;<strong>Piattaforma Aree Idonee</strong>&#8220;, uno strumento digitale che riduce l&#8217;infinita varietà dei paesaggi italiani, dalle valli alpine alle pianure storiche, fino alle coste insulari, a pixel colorati su uno schermo. È su questa scacchiera virtuale che si consuma il definitivo distacco dalla realtà fisica dei luoghi. L&#8217;accelerazione è diventata un&#8217;epidemia burocratica che livella le diversità regionali: ovunque in Italia, dal nord industrializzato al sud rurale, il territorio viene trattato come un mero supporto geometrico per investimenti finanziari speculativi, dimostrando come la logica della scorciatoia autorizzativa sia ormai l&#8217;unico vero principio regolatore della pianificazione energetica nazionale.</p>
<h3 data-path-to-node="0">Le zone di accelerazione erano già successe a Piombino con l&#8217;istituzione del Commissario Unico istituito dal governo Draghi</h3>
<p data-path-to-node="0">C&#8217;è una profonda e inquietante continuità strutturale tra la gestione straordinaria del rigassificatore di Piombino e il meccanismo normativo delle cosiddette &#8220;zone di accelerazione&#8221;. <strong>In entrambi i casi, emerge la tendenza a scavalcare i normali processi democratici e autorizzativi in nome di una perenne emergenza energetica o di una presunta transizione ecologica calata dall&#8217;alto</strong>.</p>
<p data-path-to-node="1"><strong>Il primo elemento di forte analogia risiede nello svuotamento di significato dei pareri degli enti locali e di tutela del territorio</strong>. Se nel caso di Piombino la conferenza dei servizi, pur coinvolgendo trenta enti diversi, veniva declassata a mero passaggio formale poiché l&#8217;opera si sarebbe fatta indipendentemente dall&#8217;esito e dai potenziali pareri sfavorevoli, nelle zone di accelerazione si assiste a una dinamica identica.<span style="color: #ff0000;"><strong> Tali aree, progettate per accelerare l&#8217;installazione di impianti industriali di energia rinnovabile, prevedono per legge corsie preferenziali in cui le valutazioni di impatto ambientale, i vincoli paesaggistici e i dissensi delle comunità locali e delle soprintendenze vengono drasticamente ridotti o del tutto neutralizzati, riducendo la tutela del territorio a un intralcio burocratico da superare</strong></span>.</p>
<p data-path-to-node="2">Un modus operandi da <strong>prove generali di dittatura ambientale (<a href="https://www.francescocappello.com/2022/08/30/prove-generali-di-dittatura-ambientale-niente-e-nessuno-potra-opporsi-al-commissario-unico-di-draghi/">Prove generali di dittatura ambientale. Niente e nessuno potrà opporsi al Commissario unico di Draghi</a>)</strong>, dove la figura del <strong>Commissario Unico straordinario istituito dal governo Draghi</strong> incarna perfettamente il modello di governo centralizzato e verticistico. Questo potere speciale, che non ammette opposizione e che agisce per decreto superando le normative vigenti a protezione di ambiente e della sicurezza della popolazione, trova il suo esatto corrispettivo logico nella governance delle zone di accelerazione. Anche in queste aree, infatti, il potere decisionale viene sottratto alla concertazione territoriale e concentrato nelle mani di cabine di regia centrali o autorità straordinarie, istituendo una legislazione speciale che comprime i diritti civili e l&#8217;autodeterminazione delle comunità locali con il pretesto dell&#8217;urgenza.</p>
<p data-path-to-node="3">L&#8217;analogia finale e più profonda è quella del ribaltamento del concetto stesso di tutela ambientale. Le norme ordinarie nate per difendere la salute, la sicurezza delle popolazioni e l&#8217;integrità degli ecosistemi vengono paradossalmente sospese o aggirate attraverso decreti d&#8217;urgenza. Sia la militarizzazione del porto di Piombino per l&#8217;imposizione della nave gasiera a ridosso del centro abitato, sia la requisizione dei territori agricoli o naturali da destinare alle zone di accelerazione industriale, svelano un sistema in cui l&#8217;interesse speculativo dei grandi gruppi energetici viene blindato dal potere politico. La transizione si trasforma così in un processo autoritario in cui l&#8217;ambiente non è l&#8217;oggetto da proteggere, ma il terreno da occupare tramite un decisionismo d&#8217;eccezione che si autolegittima ignorando i rischi reali e la volontà dei cittadini (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2022/07/03/per-il-rigassificatore-si-sentira-il-parere-di-30-enti-e-se-fossero-sfavorevoli-si-fa-lo-stesso/">Per il rigassificatore si ascolteranno i pareri di 30 enti e se fossero sfavorevoli si fa lo stesso</a>).</p>
<p data-path-to-node="3">(*)<strong> GSE</strong>. Si tratta di una <span style="color: #ff0000;"><strong>società per azioni</strong></span> interamente partecipata dallo Stato attraverso il <b>Ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze (MEF)</b>, che opera sotto le direttive strategiche del <b>Ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE)</b>. È l&#8217;anima tecnica che più da vicino incrocia la nostra analisi. Il GSE è il custode degli algoritmi e dei dati strutturati sul territorio. È proprio questa società ad aver sviluppato la <b>Piattaforma Aree Idonee</b>, lo strumento digitale che sovrappone i dati sull&#8217;irraggiamento solare e sulla ventosità ai vincoli paesaggistici e ambientali d&#8217;Italia.<br />
<strong>In sintesi, quando le Regioni devono tracciare i confini delle zone di accelerazione, non fanno altro che attingere alle mappe digitali e ai parametri tecnici elaborati dal GSE</strong>. Se un grande fondo d&#8217;investimento internazionale o un privato decidono di scommettere sul business dell&#8217;energia pulita in Italia, il GSE è la controparte finanziaria che garantisce la redditività dei loro progetti attraverso i sussidi (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/07/04/come-siamo-arrivati-al-colonialismo-finanziario-energetico-e-alla-mutazione-della-terra-da-bene-comune-ad-asset-finanziario-liquido/">Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido</a>).<br />
Fa da ponte tra i produttori e la rete di trasmissione nazionale, gestendo i flussi commerciali di quella quota di elettricità da rinnovabili che deve essere integrata nel sistema. È l&#8217;istituzione che, detenendo contemporaneamente le chiavi della cassa e la mappa dei pixel geografici,<strong> ha il potere di trasformare un pezzo di terra fisica in una rendita energetica finanziarizzabile</strong>. Fa da ponte tra i produttori e la rete di trasmissione nazionale, gestendo i flussi commerciali di quella quota di elettricità che deve essere integrata nel sistema.</p>
<p class="p1">(**) <strong>Il solare galleggiante</strong> è rimasto fino ad ora una presenza marginale, quasi un&#8217;esotica curiosità ingegneristica nel mare magnum dei gigawatt nazionali. Dei circa 43 gigawatt di capacità fotovoltaica complessiva registrati in Italia, la stragrande maggioranza continua a poggiare saldamente sui tetti dei capannoni o sul terreno fertile delle nostre pianure. Per anni, questa tecnologia è stata trattata alla stregua di un prototipo da esibire nei convegni sulla sostenibilità del futuro: l&#8217;Italia ha fatto persino da pioniera solitaria più di quindici anni fa con<strong> i primi minuscoli esperimenti nei bacini artificiali dell&#8217;Emilia-Romagna</strong>, per poi arrivare in tempi recenti a inaugurazioni più strutturate, come<strong> l&#8217;impianto ibrido realizzato sul lago di servizio della centrale idroelettrica di Venaus</strong>. Fino a ieri, insomma, coprire l&#8217;acqua di specchi di silicio era un lusso tecnologico costoso, confinato a qualche invaso industriale o a cave dismesse e allagate.<br />
Tuttavia, se spostiamo lo sguardo dai registri delle attivazioni ai tavoli dove si disegnano i progetti futuri, <strong>lo scenario cambia radicalmente ed è qui che la frequenza di questa tecnologia si fa quasi ossessiva</strong>. Il fotovoltaico fluttuante è diventato improvvisamente il convitato di pietra di tutti i piani di sviluppo energetico. Questo cambio di passo non è dettato da un&#8217;improvvisa illuminazione ecologica, ma da una spietata necessità geografica: <strong>la terraferma comincia a scottare</strong>. La progressiva saturazione dei suoli e la crescente, legittima resistenza delle comunità agricole e dei comitati territoriali di fronte alla colonizzazione dei campi spinge i grandi fondi d&#8217;investimento e le multinazionali dell&#8217;energia a cercare nuove frontiere dove espandersi senza dover negoziare con il dissenso locale. L&#8217;acqua è apparsa così come la perfetta terra di nessuno.<br />
<strong>Le zone di accelerazione e i recenti decreti ministeriali servono esattamente a questo: a rendere frequente, legittimo e massiccio ciò che prima era solo un esperimento isolato</strong>. Non è un caso che i dipartimenti di ingegneria e i colossi dell&#8217;energia stiano sfornando studi geometrici sempre più ambiziosi, mappando capillarmente ogni diga, ogni invaso idroelettrico e persino spingendosi a calcolare il potenziale offshore delle nostre acque costiere, con progetti che sognano di coprire ampie fette del Mare Adriatico o dei golfi che circondano la Sicilia e la Sardegna. Quello che si profila all&#8217;orizzonte non è più il piccolo impianto fluttuante installato per efficientare una pompa idraulica di campagna, ma una vera e propria corsa all&#8217;oro liquido, dove i bacini idrici e le coste vengono visti come immense piattaforme industriali pronte per essere pavimentate di nero. La rarità del passato si sta trasformando, per via normativa, nell&#8217;invasione programmata del domani.</p>
<p>(***) L&#8217;acronimo <b data-path-to-node="0" data-index-in-node="11">BESS</b> sta per <b data-path-to-node="0" data-index-in-node="24">Battery Energy Storage Systems</b>, che in italiano possiamo tradurre letteralmente come <b data-path-to-node="0" data-index-in-node="109">Sistemi di Accumulo dell&#8217;Energia a Batteria</b>. Dietro questa sigla così asettica e dal sapore squisitamente tecnologico si nasconde, nella realtà fisica e materiale, <strong>un&#8217;infrastruttura industriale di enorme impatto territoriale</strong>. Non parliamo di semplici &#8220;pile&#8221;, ma di <strong>veri e propri insediamenti costituiti da file interminabili di giganteschi container metallici (del tutto simili a quelli dei cargo marittimi) stipati di moduli di batterie industriali,</strong> generalmente agli ioni di litio, e collegati a imponenti sistemi di condizionamento e stazioni di trasformazione elettrica. <img loading="lazy" class="alignleft" src="https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT2ezpAxmy9miLrGB5zfwkt4FC5qwZINyo5JYqBiGRung&amp;s" alt="BESS: sistemi di accumulo dell'energia a batteria | Enel Group" width="281" height="136" /><br />
Nel grande gioco della transizione energetica, i BESS svolgono una funzione cruciale ma controversa: servono a immagazzinare l&#8217;elettricità prodotta in eccesso dalle fonti rinnovabili non programmabili (come il sole a mezzogiorno o il vento forte di notte) <strong>per poi reimmetterla nella rete nazionale nei momenti di picco della domanda o quando le condizioni meteo azzerano la produzione</strong>.<br />
Tuttavia, la sigla BESS evoca scenari ben diversi dalla pura efficienza ingegneristica: evoca la trasformazione di fette di paesaggio rurale in distretti chimico-industriali, complessi problemi di sicurezza legati al rischio di incendi termici incontrollabili (il cosiddetto <i data-path-to-node="3" data-index-in-node="318">thermal runaway</i>) e la gestione futura di enormi quantità di rifiuti tecnologici speciali. Insomma, l&#8217;ennesimo acronimo elegante utilizzato per addolcire la pillola dell&#8217;industrializzazione strisciante dei territori.</p>
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		<title>CO2 molecola della vita o inquinante? (parte 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 15:42:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre il territorio frana, spendiamo cifre astronomiche contro la molecola della vita. Tra la rinascita verde del pianeta e il grande affare della transizione ecologica, i fatti biologici ed economici oltre la retorica dell&#8217;allarmismo. Un&#8217;analisi tra biologia e finanza Per comprendere l&#8217;impatto reale del biossido di carbonio sul pianeta, è necessario spogliare questa molecola dalle&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="model-response-message-contentr_e063f3c08f532f77" class="markdown markdown-main-panel enable-luminous-fast-follows enable-updated-hr-color stronger" dir="ltr" aria-busy="false" aria-live="polite">
<h2 data-path-to-node="1">Mentre il territorio frana, spendiamo cifre astronomiche contro la molecola della vita. Tra la rinascita verde del pianeta e il grande affare della transizione ecologica, i fatti biologici ed economici oltre la retorica dell&#8217;allarmismo. Un&#8217;analisi tra biologia e finanza</h2>
<p data-path-to-node="1">Per comprendere l&#8217;impatto reale del biossido di carbonio sul pianeta, è necessario spogliare questa molecola dalle definizioni puramente giuridiche o politiche e analizzarla sotto la lente della biologia e della storia della Terra. Da un punto di vista strettamente scientifico, definire la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="291">CO2</span> un inquinante è un paradosso biologico. Questo gas costituisce infatti l&#8217;alimento fondamentale per tutto il regno vegetale, il mattone primordiale che permette la fotosintesi clorofilliana. Attraverso questo affascinante processo, le piante catturano l&#8217;energia solare e, combinando l&#8217;acqua del suolo con il carbonio atmosferico, sintetizzano glucosio e cellulosa che costituiscono il corpo stesso delle piante necessario, liberando l&#8217;ossigeno che respiriamo (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/18/il-carbonio-di-cui-e-composto-il-corpo-delle-piante-degli-alberi-e-di-tutte-le-creature-viventi-origina-dalla-famigerata-anidride-carbonica/">Il carbonio di cui è composto il corpo delle piante, degli alberi e di tutte le creature viventi origina dalla “famigerata” anidride carbonica</a>)</p>
<p data-path-to-node="1">Secondo scienziati del clima come <em>William Happer</em> e altri, l&#8217;attuale atmosfera terrestre si trova in una condizione di relativa scarsità di questo nutrimento rispetto alla storia geologica. Secondo questa prospettiva, l&#8217;aumento recente delle concentrazioni di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="334">CO2</span> non sta avvelenando la Terra, ma sta agendo come una potente e provvidenziale fertilizzazione naturale, restituendo alla flora globale una vitalità che era rimasta sopita per millenni a causa di livelli di carbonio eccezionalmente bassi.</p>
<h3 data-path-to-node="3">Il sesto continente verde e l&#8217;ipotesi della terra resiliente</h3>
<p data-path-to-node="4">La prova tangibile di questo risveglio vegetale è scritta nei <strong>dati raccolti in oltre tre decenni di osservazioni satellitari</strong>, che hanno immortalato una progressiva e spettacolare espansione delle aree verdi del pianeta. Questo incremento della biomassa, stimato intorno al venti per cento, ha regalato alla Terra <strong>una superficie di nuove foglie talmente vasta da superare più di trenta volte l&#8217;estensione della Francia</strong>, un fenomeno così imponente da essere ribattezzato dagli esperti come <strong>un vero e proprio sesto continente verde</strong>.</p>
<p data-path-to-node="5">I climatologi che attribuiscono il cambiamento climatico a fattori prevalentemente naturali, tra cui <em>Richard Lindzen</em> e <em>Roy Spencer</em> e <em>François Gervais</em> solo per citarne alcuni, vedono in questo<strong> inverdimento globale</strong> una smentita dei modelli matematici catastrofisti. Secondo la loro visione, <span style="color: #339966;"><strong>l&#8217;espansione della biosfera è la dimostrazione empirica che la Terra possiede potenti meccanismi di autoregolazione, noti come feedback negativi</strong></span>. Invece di scivolare verso un riscaldamento fuori controllo, <strong>il sistema planetario reagisce all&#8217;aumento di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="498">CO2</span> potenziando la sua stessa vegetazione, la quale assorbe più carbonio, rilascia umidità e contribuisce a stabilizzare il microclima attraverso una maggiore copertura nuvolosa e vegetale</strong>, mostrando una resilienza intrinseca.</p>
<h3 data-path-to-node="6">L&#8217;efficienza idrica e la rinascita delle zone aride</h3>
<p data-path-to-node="7">Uno dei risvolti più straordinari della <span style="color: #339966;"><strong>fertilizzazione da carbonio</strong></span> si manifesta nelle regioni più vulnerabili e aride del mondo, come la delicata <em>fascia saheliana</em> in Africa. A livello microscopico, <strong>l&#8217;abbondanza di anidride carbonica permette alle piante di ottimizzare l&#8217;uso dell&#8217;acqua</strong>. <span style="color: #339966;"><strong>Avendo a disposizione più carbonio nell&#8217;aria, i vegetali possono parzialmente chiudere i loro stomi, i piccoli pori sulle foglie attraverso cui respirano. Questo accorgimento riduce drasticamente la quantità di vapore acqueo che la pianta disperde nell&#8217;atmosfera per traspirazione</strong></span>, aumentando quella che in fisiologia vegetale viene chiamata <strong>efficienza nell&#8217;uso dell&#8217;acqua</strong>.</p>
<p data-path-to-node="8">Gli studiosi della variabilità climatica naturale evidenziano che il progressivo rinverdimento di intere aree desertiche non è un&#8217;anomalia pericolosa, ma un beneficio concreto. Essi argomentano che i cambiamenti nelle precipitazioni in queste zone sono storicamente legati a grandi cicli oceanici naturali, come <strong>l&#8217;Oscillazione Multidecadale Atlantica</strong>. Quando l&#8217;azione di questi cicli si combina con la maggiore resistenza alla sete sviluppata dalle piante grazie alla <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="468">CO2</span>, la natura riesce a rigenerare pascoli e foreste laddove prima regnava sabbia priva di humus, offrendo risorse preziose per l&#8217;allevamento e contrastando l&#8217;erosione del suolo senza alcuna necessità di interventi umani.</p>
<h3 data-path-to-node="9">La sicurezza alimentare e il mito dei modelli matematici</h3>
<p data-path-to-node="10">In ambito agricolo, l&#8217;incremento di questo gas si traduce in un immenso vantaggio economico e sociale, calcolato in migliaia di miliardi di euro di cibo prodotto in più negli ultimi cinquant&#8217;anni. <span style="color: #339966;"><strong>Gli esperimenti condotti in ambienti controllati confermano che un&#8217;atmosfera più ricca di carbonio accelera la crescita e aumenta la resa di colture essenziali per l&#8217;umanità come il riso, il grano e gli ortaggi, con picchi straordinari soprattutto per i tuberi e le radici</strong></span>.</p>
<p data-path-to-node="11">I climatologi scettici riguardo all&#8217;origine antropica del riscaldamento, tra cui <em>John Christy</em>, fanno notare come i benefici storici della <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="138">CO2</span> sulle rese agricole siano dati reali, misurati e tangibili, mentre gli scenari di carestie globali legati al clima rimangano proiezioni ipotetiche basate su simulazioni al computer che tendono sistematicamente a sovrastimare il riscaldamento dell&#8217;atmosfera. Da questa prospettiva, l&#8217;aumento delle temperature e del carbonio atmosferico ricalca le condizioni favorevoli dei periodi caldi del passato, come <strong>il Periodo Caldo Medievale o quello Romano</strong>, epoche storiche in cui l&#8217;umanità ha vissuto fioriture culturali e agricole eccezionali, suggerendo che l&#8217;attuale trend possa in realtà contribuire ad allontanare lo spettro della denutrizione per una popolazione mondiale in costante crescita.</p>
<h3 data-path-to-node="12">Il respiro biologico degli oceani e l&#8217;alternanza delle stagioni</h3>
<p data-path-to-node="13">Il dinamismo del carbonio non risparmia il regno marino, dove la vita microscopica sembra rispondere con la stessa prontezza di quella terrestre. La proliferazione di particolari organismi planctonici come i coccolitofori dimostra che l&#8217;abbondanza di carbonio stimola la base della catena alimentare oceanica, fornendo energia preziosa a pesci e mammiferi marini. <span style="color: #3366ff;"><strong>Questo continuo scambio tra cielo e acqua trova un parallelo perfetto nel respiro stagionale del pianeta</strong></span>: ogni anno, durante la stagione vegetativa, la concentrazione di anidride carbonica nell&#8217;aria subisce un crollo verticale,<span style="color: #ff0000;"><strong> un battito cardiaco chimico il cui vigore è aumentato di oltre un terzo negli ultimi decenni proprio a causa della maggiore massa vegetale in espansione che consuma questo nutrimento</strong></span>.</p>
<p data-path-to-node="14">Gli scienziati che guardano alle cause naturali del clima ricordano che, in base alla legge dei gas nota come <strong>legge di Henry</strong>, la concentrazione di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="147">CO2</span> in atmosfera è fortemente influenzata dalla temperatura degli oceani, i quali rilasciano spontaneamente gas quando si scaldano e lo assorbono quando si raffreddano. <strong>Secondo questa interpretazione, una parte significativa del moderno aumento della <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="399">CO2</span> potrebbe essere la conseguenza, e non la causa principale, del naturale riscaldamento della Terra successivo alla Piccola Era Glaciale terminata nell&#8217;Ottocento</strong>, <span style="color: #339966;"><strong>mentre l&#8217;enorme incremento del consumo stagionale da parte delle piante dimostra che la biosfera possiede un&#8217;elasticità tale da mitigare autonomamente gli effetti di attività umane come la deforestazione</strong></span>.</p>
<h3 data-path-to-node="15">La lezione della storia geologica e i veri motori del clima</h3>
<p data-path-to-node="16">Per collocare correttamente l&#8217;attuale dibattito sul clima, è infine indispensabile allargare l&#8217;orizzonte temporale alla storia profonda del nostro pianeta. Se guardiamo alle ere geologiche passate, scopriamo che <strong><span style="color: #339966;">la Terra ha ospitato concentrazioni di anidride carbonica anche dieci o venti volte superiori a quelle odierne, coincise con l&#8217;esplosione della biodiversità nel Cambriano o con l&#8217;era dei dinosauri nel Giurassico</span></strong>. In quelle epoche la vita non è andata incontro a un&#8217;estinzione per calore, ma ha prosperato in modo rigoglioso entro immensi parchi naturali planetari.</p>
<p data-path-to-node="17">Climatologi e geologi estranei al consenso antropico evidenziano come, su scale temporali di milioni di anni, non esista una correlazione rigida e lineare tra i livelli di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="172">CO2</span> e la temperatura globale. <strong>I veri motori del clima terrestre vanno ricercati in forze cosmiche e geologiche di portata ben superiore alle attività umane</strong>: <span style="color: #ff9900;"><strong>i cicli dell&#8217;attività solare</strong></span>,<strong><span style="color: #0000ff;"> le variazioni dell&#8217;orbita terrestre</span></strong> e <span style="color: #666699;"><strong>il flusso dei raggi cosmici</strong></span> che influenzano la formazione delle nuvole, come teorizzato dal fisico <em>Henrik Svensmark</em>. L&#8217;anidride carbonica resta così una molecola insostituibile e benefica nel grande ciclo della vita, la cui crescita attuale sta regalando al pianeta un patrimonio di verde aggiuntivo senza alcun costo economico per l&#8217;umanità se non quello dovuto alla cantonata che insiste a voler ridurre la concentrazione di CO2 in atmosfera. Il climatologo francese F. <span class="ng-star-inserted" data-start-index="229">Gervais cita una stima della </span><b class="ng-star-inserted" data-start-index="259">Banca Mondiale</b><span class="ng-star-inserted" data-start-index="273"> secondo cui la lotta al riscaldamento globale richiederebbe </span><b class="ng-star-inserted" data-start-index="334">89.000 miliardi di dollari entro il 2030. </b><span class="ng-star-inserted" data-start-index="374">Questa cifra equivarrebbe a una spesa di circa </span><b class="ng-star-inserted" data-start-index="423">19 miliardi di dollari al giorno </b>una<span class="ng-star-inserted" data-start-index="482"> somma dell&#8217;ordine di grandezza del PIL mondiale che porterà ad un raddoppio del debito sovrano globale e alla creazione della <b class="ng-star-inserted" data-start-index="1360">&#8220;bolla finanziaria green&#8221;</b>, alimentata da fondi pubblici e obbligazioni verdi come nelle grandi operazioni di speculazione finanziaria travestite da transizione ecologica. In questo contesto vengono fatte varie proposte ingegneristiche semplicemente assurde come quella di interrare la CO2 o di schermare la radiazione solare come nel caso dell&#8217;azienda</span><span class="s1"> israelo-americana Stardust Solutions, che ha già raccolto 60 milioni di dollari di capitali, promettendo di sviluppare particelle riflettenti da disperdere in stratosfera entro la fine del decennio&#8230; (ne parleremo).<br />
</span><span class="ng-star-inserted" data-start-index="482">Nel contempo i necessari ed adeguati, soprattutto urgenti, interventi sul dissesto idrogeologico del territorio vengono rimandati perché mancherebbero le risorse finanziarie necessarie salvo poi dare la colpa nei casi di prevedibilissime alluvioni e frane al capro espiatorio per eccellenza, il biossido di carbonio, la molecola della vita.  </span></p>
<p data-path-to-node="17">FONTI</p>
<p data-path-to-node="4"><b data-path-to-node="4" data-index-in-node="0">Lo studio sull&#8217;inverdimento di Zhu (2016)</b></p>
<p data-path-to-node="4">Questo gruppo di ricercatori ha analizzato le immagini scattate dai satelliti in trent&#8217;anni. Hanno dimostrato che la Terra è diventata più verde e che la causa principale (per il 70%) è proprio l&#8217;anidride carbonica che fa da fertilizzante.</p>
<p data-path-to-node="5"><b data-path-to-node="5" data-index-in-node="0">Lo studio sui nutrienti di Myers (2014)</b></p>
<p data-path-to-node="5">È una ricerca fondamentale che ha scoperto un effetto collaterale del cibo &#8220;gonfiato&#8221; con troppa <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="137">CO2</span>. Gli scienziati hanno coltivato piante come grano e riso in ambienti con molto carbonio, scoprendo che i raccolti finali contengono meno ferro, meno zinco e meno proteine.</p>
<p data-path-to-node="11"><b data-path-to-node="11" data-index-in-node="0">William Happer</b></p>
<p data-path-to-node="11">Fisico dell&#8217;Università di Princeton, è uno dei più convinti sostenitori della <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="93">CO2 molecola della vita</span>. Spiega che se guardiamo alla storia della Terra, oggi siamo in un periodo di &#8220;carestia&#8221; di carbonio e che l&#8217;aumento attuale sta solo restituendo vigore alle piante.</p>
<p data-path-to-node="12"><b data-path-to-node="12" data-index-in-node="0">Richard Lindzen e Roy Spencer</b></p>
<p data-path-to-node="12">Il primo è un famoso fisico dell&#8217;atmosfera del MIT di Boston, il secondo ha lavorato per la NASA. Entrambi sostengono che i modelli al computer usati per calcolare il riscaldamento futuro siano sbagliati perché esagerano la sensibilità del clima. Secondo loro, la Terra ha dei sistemi naturali di &#8220;autolavaggio&#8221; e autoregolazione (come le nuvole) che frenano il riscaldamento.</p>
<p data-path-to-node="13"><b data-path-to-node="13" data-index-in-node="0">John Christy</b></p>
<p data-path-to-node="13">È il climatologo che gestisce i dati delle temperature globali prese dai satelliti. Christy mostra che, storicamente, la Terra ha già vissuto periodi caldi come questo (ad esempio nel Medioevo) e che l&#8217;agricoltura e l&#8217;umanità hanno sempre prosperato quando il pianeta era più caldo.</p>
<p data-path-to-node="14"><b data-path-to-node="14" data-index-in-node="0">Henrik Svensmark</b></p>
<p data-path-to-node="14">Un fisico danese che ha proposto la teoria secondo cui il vero motore del clima non è la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="109">CO2</span>, ma il Sole. Quando il Sole è molto attivo, fa da scudo ai raggi cosmici che arrivano dallo spazio profondo; quando arrivano meno raggi cosmici, si formano meno nuvole, e il pianeta si scalda in modo del tutto naturale.</p>
<p data-path-to-node="0"><strong>François Gervais</strong><br />
una delle voci critiche più note in Europa, specialmente nel mondo francofono. È un fisico francese, professore emerito di fisica e scienze dei materiali all&#8217;Università di Tours, ed è autore di libri dai titoli molto espliciti come <i data-path-to-node="0" data-index-in-node="312">L&#8217;innocenza del carbonio</i> o <i data-path-to-node="0" data-index-in-node="339">L&#8217;urgenza climatica è un&#8217;illusione</i>.<br />
La figura di Gervais è particolarmente interessante nel dibattito perché la sua specializzazione accademica riguarda la fisica termica e la spettroscopia a infrarossi, che è proprio la branca della fisica che studia come i gas assorbono il calore e danno origine all&#8217;effetto serra.<br />
Il suo argomento scientifico cardine si basa sul concetto di <b data-path-to-node="2" data-index-in-node="61">saturazione dell&#8217;effetto serra</b>. Gervais sostiene che la quantità di anidride carbonica già presente nell&#8217;atmosfera sia più che sufficiente ad assorbire la quasi totalità dei raggi infrarossi che è in grado di trattenere. Secondo i suoi calcoli, l&#8217;aggiunta di ulteriore <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="330">CO2</span> di origine umana ha un effetto termico logaritmico, cioè matematicamente decrescente: ogni tonnellata in più riscalda molto meno della precedente, rendendo l&#8217;impatto futuro sulla temperatura globale praticamente trascurabile.<br />
Per spiegare questo concetto in modo semplificato, viene spesso usata l&#8217;analogia della vernice sui vetri: se passi una mano di vernice nera su una finestra, blocchi la maggior parte della luce; se passi una seconda o una terza mano di vernice, la stanza non diventerà molto più buia, perché la prima mano aveva già fatto quasi tutto il lavoro. Per Gervais, la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="359">CO2</span> in atmosfera ha già fatto &#8220;quasi tutto il lavoro&#8221; e quella aggiunta dall&#8217;uomo cambia pochissimo le carte in tavola.<br />
Inoltre, nei suoi lavori Gervais analizza i dati storici delle temperature individuando un ciclo naturale di riscaldamento e raffreddamento della durata di circa sessant&#8217;anni, che secondo lui coincide con i movimenti ciclici degli oceani e del Sole. Di conseguenza, egli attribuisce il riscaldamento osservato alla fine del Novecento a questo ciclo naturale, prevedendo una fase di stabilizzazione o di lieve raffreddamento nei decenni successivi, e difendendo la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="464">CO2</span> come una molecola esclusivamente benefica per la vegetazione e per la vita.</p>
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		<title>Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido</title>
		<link>https://www.francescocappello.com/2026/07/04/come-siamo-arrivati-al-colonialismo-finanziario-energetico-e-alla-mutazione-della-terra-da-bene-comune-ad-asset-finanziario-liquido/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 11:08:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell&#8217;arco di un&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa <strong>smaterializzazione del territorio</strong> non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell&#8217;arco di un ventennio, ha progressivamente <span style="color: #ff0000;">smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all&#8217;interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali</span></h3>
<p>La pietra angolare di questa transizione normativa viene posta nel <strong>2003</strong> con il <strong>Decreto Legislativo numero 387</strong>, emanato in attuazione della <strong>direttiva europea 2001/77/CE</strong>. È in questo preciso testo normativo che si consuma il primo decisivo strappo giuridico: <span style="color: #ff0000;"><strong>la qualificazione degli impianti di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti</strong></span>. Questa formula, mutuata storicamente dalle grandi opere pubbliche statali come autostrade o ferrovie, viene concessa ex lege a soggetti privati speculatori. L&#8217;impatto sul diritto proprietario è devastante. Equiparando un campo di pannelli fotovoltaici privati a una linea ferroviaria, lo Stato conferisce alle multinazionali dell’energia il potere di attivare <strong>le procedure di <span style="color: #ff0000;">esproprio per pubblica utilità</span> non solo per le infrastrutture di rete e i cavidotti, ma per gli stessi siti di installazione</strong>, superando la resistenza degli agricoltori e frammentando la continuità territoriale. <strong>Lo stesso decreto introduce <span style="color: #ff0000;">l’Autorizzazione Unica</span></strong>, un procedimento centralizzato che concentra in un&#8217;unica sede regionale il potere decisionale, <strong>esautorando di fatto i Comuni dalla pianificazione urbanistica</strong> e <strong>riducendo i piani regolatori a simulacri privi di reale efficacia di fronte all&#8217;avanzata delle centrali elettriche a terra</strong>.<br />
Parallelamente all&#8217;accentramento autorizzativo, lo Stato ha edificato un sistema di sostegno finanziario senza eguali nel panorama industriale, <span style="color: #ff0000;"><strong>trasformando il rischio d&#8217;impresa in una rendita garantita dai consumatori</strong></span>.</p>
<h3>Il grande paracadute dei profitti privati: la tassa occulta in bolletta</h3>
<p>Il motore immobile di questo assalto al territorio non è una genuina spinta ecologica, ma un meccanismo di <span style="color: #ff0000;"><strong>aiuti di Stato senza eguali nella storia industriale del Paese</strong></span>. <strong>Uno schema che ha progressivamente azzerato il rischio d&#8217;impresa per i grandi speculatori</strong>, trasferendone i costi direttamente sulle spalle dei cittadini. La stagione dei decreti interministeriali noti come <strong>Conto Energia</strong>, inaugurata a metà degli anni Duemila, <strong>ha introdotto tariffe di acquisto dell&#8217;energia talmente fuori mercato da surriscaldare l&#8217;intero settore</strong>. Lo Stato non ha premiato l&#8217;autosufficienza delle comunità o l&#8217;efficienza tecnologica, ma la mera scala quantitativa dell&#8217;occupazione del suolo. <span style="color: #ff0000;"><strong>Più ettari di terra venivano coperti di silicio, più la rendita aumentava</strong></span>.</p>
<h3>Il braccio armato della finanziarizzazione: il Conto Energia</h3>
<p>Se si vuole individuare il momento esatto in cui la terra ha smesso di essere un fattore di produzione agricola per trasformarsi in un collaterale finanziario, bisogna analizzare il ruolo del Conto Energia. Introdotto a metà degli anni Duemila per dare attuazione alle direttive europee, <strong>questo meccanismo è stato il vero braccio armato della finanziarizzazione del territorio</strong>. Non si è trattato di un semplice piano di investimenti pubblici, ma di una mutazione genetica del mercato dell&#8217;energia che ha ridefinito i rapporti di forza tra il capitale transnazionale e le comunità locali.<br />
Il funzionamento del Conto Energia si basava su un principio contabile elementare ma dirompente: lo Stato non finanziava la costruzione dell&#8217;impianto, ma garantiva una tariffa d&#8217;incentivo fissa e stratosferica per ogni chilowattora prodotto, pagata costantemente per vent&#8217;anni. Nelle prime edizioni del decreto, i prezzi riconosciuti erano talmente superiori al reale valore di mercato dell&#8217;elettricità da azzerare qualsiasi logica di rischio commerciale. Questa distorsione normativa ha generato un incentivo perverso. Il sistema non premiava l&#8217;autosufficienza energetica delle famiglie o l&#8217;efficienza dei distretti industriali, ma la mera estensione dei siti di installazione. Più ettari venivano cementificati e coperti di pannelli solari a terra, più il flusso di cassa diventava mastodontico, sicuro e prevedibile.<br />
Il Conto Energia ha svolto il ruolo di <span style="color: #ff0000;"><strong>formidabile attrattore per i fondi di private equity</strong></span> e per le grandi società di speculazione. <strong>Presentando alle banche internazionali un contratto statale blindato che garantiva ricavi certi per due decenni, le società veicolo potevano ottenere finanziamenti agevolati coprendo fino all&#8217;80% dei costi di costruzione con il denaro preso a prestito</strong>. La terra agricola, specialmente nelle aree del Mezzogiorno come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia dove l&#8217;irraggiamento è massimo e il valore dei suoli era considerato depresso dalla crisi del comparto agroalimentare, è diventata improvvisamente la preda più ambita. Il Conto Energia ha così legalizzato la corsa all&#8217;accaparramento dei terreni (il cosiddetto <strong>land grabbing</strong>), surriscaldando il mercato e fornendo alle grandi società private i capitali pubblici necessari per recintare le campagne e sottrarle alle produzioni alimentari storiche del Paese.</p>
<p>Per blindare questa gigantesca fabbrica di liquidità dal rischio di crisi economiche o fluttuazioni di mercato, l&#8217;architettura normativa ha edificato un sistema di garanzie assolute. <strong>Attraverso i <span style="color: #ff0000;">Certificati Verdi</span> e le successive <span style="color: #ff0000;">aste gestite dal GSE</span></strong> (Gestore dei Servizi Energetici), ai grandi fondi speculativi <strong>sono stati assicurati contratti a lungo termine basati sui cosiddetti <span style="color: #ff0000;">contratti per differenza</span></strong>.</p>
<p>Inizialmente lo Stato ha utilizzato i Certificati Verdi, <strong>veri e propri titoli finanziari scambiabili sul mercato</strong>: l&#8217;obbligo di legge di acquistare questi titoli da chi produceva energia pulita, ricadeva su qualunque operatore, inclusi i grandi gruppi industriali nazionali, gli importatori di elettricità e le ex aziende municipalizzate dello Stato, che producesse o immettesse sul mercato italiano energia da fonti fossili oltre una certa soglia [1].</p>
<p>L’Ue ha poi introdotto il mercato degli ETS [2], acronimo di Emissions Trading System (in Italia noto come Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell&#8217;Unione Europea, o semplicemente mercato dei crediti di carbonio). Si tratta dell&#8217;architettura finanziaria europea che impone alle industrie inquinanti di comprare quote per ogni tonnellata di CO2 emessa, spingendo indirettamente i grandi fondi di investimento a caccia di asset fisici, come i terreni agricoli da convertire in rinnovabili, per speculare sui crediti generati e rivenderli a chi ha bisogno di ripulire i propri bilanci ambientali.</p>
<p>La legge ha così costretto l&#8217;intero sistema industriale energetico tradizionale a versare una quota di denaro a chi possedeva impianti rinnovabili. Questo fiume di denaro, nato per costringere chi inquinava a finanziare la transizione, si è trasformato in un incentivo così colossale e sicuro da attirare i fondi speculativi. I grandi investitori hanno capito che potevano fare cassa due volte: <strong>incassando i soldi dalla vendita dell&#8217;energia e, contemporaneamente, rivendendo questi Certificati Verdi a tutto il parco produttori e importatori d&#8217;Italia</strong>.</p>
<p>Questo ha creato un mercato parallelo dove la carta si convertiva in denaro fresco per i grandi costruttori di impianti. Successivamente, quando questo meccanismo è diventato troppo instabile, lo Stato ha introdotto una novità radicale: <strong>le aste al ribasso gestite dal GSE</strong>.<br />
In teoria, le aste dovevano servire a far risparmiare la collettività, spingendo le aziende a farsi concorrenza sui prezzi. <strong>Nei fatti, hanno sbarrato la strada ai piccoli produttori locali e ai cittadini</strong>, che non avevano i capitali per partecipare a gare così complesse. Ad aggiudicarsi la torta degli incentivi sono rimasti solo i colossi della finanza, ai quali il GSE ha garantito i cosiddetti <strong>contratti per differenza</strong>. Il funzionamento è un capolavoro di ingegneria contabile: <strong>lo Stato fissa a monte un prezzo dell&#8217;energia che resta bloccato e garantito per vent&#8217;anni</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Se il prezzo sul mercato crolla, l&#8217;ente pubblico interviene e copre la differenza</strong></span> versando il denaro mancante nelle casse della società privata. L&#8217;investitore internazionale ha così ottenuto ciò che nessun mercato normale potrebbe mai offrire: <strong><span style="color: #ff0000;">la certezza matematica del profitto, blindata per due decenni, prima ancora di posare il primo bullone sul terreno agricolo</span></strong>.</p>
<p>Il punto di rottura democratico di questo modello risiede nella fonte di finanziamento di tali sussidi. I miliardi di euro erogati ogni anno alle multinazionali non provengono dalla fiscalità generale, ma vengono prelevati mensilmente dalle tasche di famiglie e imprese. È la voce &#8220;<strong><span style="color: #ff0000;">oneri di sistema</span></strong>&#8221; che leggiamo all&#8217;interno delle nostre bollette elettriche: <strong>una vera e propria tassa occulta destinata a rimpinguare il fondo per gli incentivi </strong>(un salasso di più di 200 mld di euro) [3].  Il paradosso della transizione energetica italiana si compie così in questo circuito chiuso: i consumatori finanziano con le proprie bollette i profitti blindati di fondi d&#8217;investimento esteri, i quali utilizzano quegli stessi capitali pubblici per acquisire ed espropriare altri terreni agricoli, trasformando il paesaggio e la terra coltivabile in pura rendita finanziaria transnazionale. Questa immane risorsa finanziaria, prelevata in modo regressivo dai conti correnti di cittadini e imprese, rappresenta l&#8217;esatta misura del trasferimento di ricchezza pubblica verso i veicoli societari privati. È il bilancio contabile di un modello economico in cui la transizione ecologica viene pagata dalla base sociale del Paese per essere convertita in dividendi liquidi, mentre l&#8217;eredità fisica sul territorio resta confinata nei campi recintati e sottratti alla produzione agricola.</p>
<p>Questa architettura ha creato un mercato asimmetrico: <strong>i fondi di private equity hanno la certezza matematica di un flusso di cassa costante e blindato per vent&#8217;anni, indicizzato e protetto dalle fluttuazioni di mercato</strong>, mentre le perdite ecosistemiche, il mancato ripristino dei luoghi a fine ciclo e la svalutazione dei terreni limitrofi restano interamente a carico delle comunità ospitanti.</p>
<p>L’assalto ai terreni a vocazione agricola ha trovato il suo definitivo semaforo verde nella progressiva deregolamentazione delle tutele agronomiche e paesaggistiche. <strong>Sebbene le Linee Guida Nazionali del 2010 avessero tentato di tracciare un perimetro delegando alle Regioni l&#8217;individuazione delle <span style="color: #ff0000;">aree non idonee</span>, ogni tentativo degli enti locali di porre un argine alla proliferazione selvaggia è stato sistematicamente impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale</strong>. La giurisprudenza della Consulta ha sancito la supremazia degli obiettivi nazionali ed europei di decarbonizzazione su qualsiasi norma regionale di tutela del suolo agricolo, declassando di fatto il valore della produzione alimentare e della sovranità alimentare a fronte dell&#8217;urgenza burocratica della transizione transazionale.</p>
<h3>La ghigliottina burocratica: lo svuotamento dei vincoli paesaggistici</h3>
<p>Se la stagione degli incentivi ha fornito il carburante finanziario per l&#8217;assalto alla terra, è stato, infatti, attraverso l&#8217;arma giuridica della &#8220;semplificazione&#8221; che sono state abbattute le ultime difese dei territori. La vera svolta strategica per i fondi di investimento si consuma con <strong>la decretazione d&#8217;urgenza varata a ridosso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in particolare con il Decreto Legge 77 del 2021 e i successivi provvedimenti di accelerazione</strong>. Sotto il vessillo della transizione ecologica e della rimozione dei lacci burocratici, il legislatore ha operato una sistematica demolizione dei poteri di controllo e dei vincoli di tutela paesaggistica, agronomica e culturale.<br />
Il grimaldello normativo più efficace è stato <strong>l&#8217;allargamento a dismisura delle cosiddette &#8220;aree idonee&#8221; per legge</strong>. Attraverso riscritture mirate del testo unico dell&#8217;energia, lo Stato ha stabilito che vaste porzioni di territorio agricolo fossero considerate adatte all&#8217;installazione di grandi impianti industriali di fatto <em>ope legis</em>, ossia per imposizione diretta della legge nazionale. <span style="color: #ff0000;"><strong>Questa mossa ha disarmato le Regioni e le Soprintendenze</strong></span>: qualunque vincolo paesaggistico o piano territoriale locale che provasse a limitare la proliferazione selvaggia di specchi e pale è stato ridotto a un ostacolo procedurale facilmente superabile. La giurisprudenza della Corte Costituzionale ha blindato questa impostazione, sancendo la supremazia degli obiettivi quantitativi di decarbonizzazione su qualunque pretesa di salvaguardia della bellezza dei luoghi e delle specificità rurali.<br />
L&#8217;ultimo e definitivo varco nell&#8217;agricoltura produttiva è stato aperto con la legalizzazione dell&#8217;<span style="color: #ff0000;"><strong>agrivoltaico</strong></span>. Presentata inizialmente come una simbiosi virtuosa tra tecnologia e coltivazione, la norma ha consentito di aggirare i divieti di installazione sui suoli agricoli di pregio. <strong>Sfruttando le maglie larghe delle nuove procedure semplificate e delle diciture di facciata, i veicoli societari hanno ottenuto il via libera per progetti mastodontici a terra semplicemente promettendo il mantenimento di attività agricole marginali al di sotto delle strutture</strong>.<br />
Allo stesso tempo, <strong>le Valutazioni di Impatto Ambientale sono state centralizzate e affidate a commissioni speciali con tempi di decisione contingentati e ridotti al minimo</strong>. Se le amministrazioni locali o gli organi di tutela non rispondono entro scadenze rigidissime, <strong>scatta il meccanismo del silenzio-assenso</strong>. La semplificazione ha così di fatto estromesso le comunità locali dal processo decisionale, trasformando la tutela del paesaggio da principio, protetto dall&#8217;articolo 9 della nostra Costituzione, in un costo burocratico da azzerare per fluidificare il transito dei capitali finanziari. Questo quadro normativo ha permesso il consolidamento del modello in cui agenzie di sviluppo locali ottengono i permessi sfruttando le maglie larghe delle leggi di semplificazione per poi rivendere il pacchetto autorizzativo, racchiuso nella scatola giuridica della società veicolo, ai giganti della finanza globale. La legge ha così legalizzato la transizione della terra da fattore di produzione agricola a mero collaterale finanziario, strutturando un sistema in cui il sole e il vento dei territori non generano ricchezza locale, ma dividendi per i mercati esteri (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/13/il-sole-della-sicilia-brilla-a-wall-street/">Il sole della Sicilia brilla a Wall Street</a>)</p>
<h3>L&#8217;acceleratore geomorfologico dell&#8217;assalto al Sud. Le Zone Economiche Speciali</h3>
<p>Nel disegno di smantellamento delle tutele territoriali, le <strong>ZES</strong>, ossia le Zone Economiche Speciali, hanno assunto un ruolo macroscopico. Nate originariamente come perimetri circoscritti attorno ad aree portuali e retroportuali per attrarre investimenti manifatturieri attraverso forti sgravi fiscali e semplificazioni burocratiche, queste strutture hanno subito una radicale metamorfosi politica e amministrativa. Con la nascita della <span style="color: #ff0000;"><strong>ZES Unica del Mezzogiorno</strong></span>, che ha unificato sotto un&#8217;unica cabina di regia centralizzata a Palazzo Chigi l&#8217;intero territorio di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, <strong>il modello della deroga permanente</strong> è diventato la norma per oltre un terzo del Paese.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Questa evoluzione ha trasformato le ZES nel definitivo catalizzatore per l&#8217;insediamento dei grandi impianti fotovoltaici ed eolici a terra</strong></span>. Il motivo risiede nella combinazione di due fattori normativi straordinariamente favorevoli per il capitale finanziario speculativo: un <strong>massiccio credito d&#8217;imposta</strong> (sconto fiscale) <strong>per gli investimenti</strong> e lo strumento dell&#8217;<strong>Autorizzazione Unica ZES</strong>. <strong>Quest&#8217;ultima costituisce un&#8217;ulteriore ghigliottina burocratica che centralizza tutti i procedimenti autorizzativi in un unico ufficio governativo a Roma. Qualunque parere ambientale, vincolo urbanistico locale o piano regolatore comunale può essere aggirato o assorbito da una singola determinazione statale, privando i sindaci e le cittadinanze dell&#8217;ultimo diritto di veto sulla gestione del proprio suolo.</strong><br />
<strong>Il riflesso finanziario sui terreni agricoli è stato immediato e distorsivo</strong>. Il credito d&#8217;imposta offerto all&#8217;interno della ZES Unica, cumulabile con altri incentivi statali come i piani di transizione industriale, <span style="color: #ff0000;"><strong>copre fino al 60% dell&#8217;investimento</strong></span> in beni strumentali per le piccole imprese e <span style="color: #ff0000;"><strong>quote altissime per i grandi conglomerati, includendo esplicitamente le spese per l&#8217;acquisto di terreni</strong></span>. Questa massiccia iniezione di agevolazioni pubbliche ha ovviamente surriscaldato il valore di mercato dei suoli del Mezzogiorno. I fondi di private equity e le società di sviluppo, forti di un paracadute fiscale che abbatte i costi di costruzione e di una corsia burocratica preferenziale che scavalca i vincoli paesaggistici regionali, hanno trovato nella ZES Unica l&#8217;ambiente perfetto per moltiplicare i progetti a terra.<br />
La terra coltivabile del Sud Italia, storicamente depressa da crisi di redditività sistemica, è stata così spinta all&#8217;interno di una competizione asimmetrica: per i proprietari terrieri è diventato infinitamente più redditizio cedere i campi alle S.r.l. dell&#8217;energia piuttosto che continuare la produzione alimentare. <strong>La ZES, concepita sulla carta come uno strumento di rilancio manifatturiero e infrastrutturale per il Mezzogiorno, è diventata nei fatti la cornice giuridica e l&#8217;acceleratore economico che legittima la conversione di intere regioni in hub energetici a servizio dei mercati finanziari del Nord Europa e di Wall Street, lasciando sui territori solo la perdita di sovranità alimentare e la desertificazione produttiva</strong>.<br />
Questo video offre una spiegazione dettagliata sul funzionamento del credito d&#8217;imposta per la ZES Unica in agricoltura, illustrando i meccanismi fiscali, le percentuali di aiuto pubblico e i requisiti minimi di spesa che alimentano il circuito degli investimenti strutturali nel Mezzogiorno.</p>
<p>Il testo del <strong>Decreto-Legge numero 124 del 2023 </strong>è l&#8217;atto normativo che ha istituito la ZES Unica. Il legame con la speculazione energetica si articola su due binari paralleli che giocano a favore delle S.r.l. di scopo dell&#8217;energia.</p>
<p><strong>Il primo binario,</strong> come accennato, è la totale centralizzazione dei poteri autorizzativi. Prima della ZES Unica, una società che voleva costruire un mega-impianto a terra o in agrivoltaico doveva comunque interfacciarsi con gli uffici regionali, le conferenze dei servizi locali e i vincoli urbanistici dei Comuni. <strong>L&#8217;articolo 15 del decreto ZES ha istituito lo Sportello Unico Digitale (S.U.D. ZES) e la Struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio</strong>. Questo significa che i progetti per gli impianti rinnovabili situati nei territori del Mezzogiorno godono di una corsia preferenziale centralizzata a Roma. Il procedimento unico ZES assorbe e sostituisce ogni altra autorizzazione, nulla osta o parere di competenza delle amministrazioni locali. I sindaci e gli uffici tecnici comunali si vedono letteralmente scavalcare da un provvedimento calato dall&#8217;alto, accelerando i tempi di approvazione a favore dei fondi speculativi che vogliono cantierizzare il suolo prima che i territori possano organizzare una opposizione legale.</p>
<p><strong>Il secondo binario</strong> riguarda la distorsione del credito d&#8217;imposta per la transizione digitale e green. Sebbene i grandi impianti fotovoltaici puri a terra siano stati progressivamente esclusi da alcune agevolazioni dirette sui terreni agricoli per evitare il totale azzeramento delle colture, le multinazionali <strong>aggirano l&#8217;ostacolo proprio attraverso la dicitura dell&#8217;agrivoltaico avanzato</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Presentandosi come progetti integrati di modernizzazione agricola ed energetica, queste installazioni possono rientrare nei grandi piani di investimento industriale sostenuti dai fondi del PNRR e dalle agevolazioni fiscali ZES</strong></span>.</p>
<p>La ZES Unica ha creato una gigantesca asimmetria regolatoria: <span style="color: #ff0000;"><strong>ha trasformato l&#8217;intero Sud Italia in una macro-area a burocrazia zero e a tassazione agevolata per i grandi agglomerati industriali, inclusi quelli energetici</strong></span>. La terra agricola meridionale non viene difesa in quanto risorsa alimentare, ma viene trattata dalla norma come una tabula rasa, una superficie geometrica a basso costo ideale per essere colonizzata dalle infrastrutture della transizione transnazionale grazie alla cancellazione del potere di pianificazione degli enti locali.</p>
<h2>I nodi invisibili del cappio normativo: i dispositivi di retroguardia</h2>
<p>Nella mappatura del saccheggio territoriale manca ancora l’analisi di tre dispositivi giuridici vere e proprie armi silenziose in mano alle S.r.l. di scopo. Si tratta di norme di carattere squisitamente tecnico che operano a livello microscopico per disarmare la resistenza proprietaria, sterilizzare i bilanci degli enti locali e blindare la rendita finanziaria ben oltre la fine del ciclo vitale degli impianti.</p>
<h3>La servitù coattiva di elettrodotto: il superamento della proprietà privata</h3>
<p>Il primo strumento di penetrazione capillare nel tessuto rurale è la disciplina delle opere connesse, nello specifico <span style="color: #ff0000;"><strong>il potere di imporre la servitù coattiva di passaggio e di elettrodotto</strong></span>. Quando una società veicolo ottiene l&#8217;Autorizzazione Unica per una centrale fotovoltaica a terra, <strong>quel permesso include automaticamente la dichiarazione di pubblica utilità per tutte le infrastrutture necessarie a trasportare l&#8217;elettricità fino alla stazione di trasmissione nazionale della rete elettrica</strong>.<br />
Questo meccanismo distrugge il concetto stesso di proprietà privata ben oltre il perimetro recintato dei pannelli. <span style="color: #800080;"><strong>Se un agricoltore decide di non vendere e di resistere all&#8217;insediamento, la società privata ha il potere legale di far passare chilometri di cavidotti interrati, tralicci e strade di cantiere attraverso i fondi dei vicini dissenzienti</strong></span>. La legge impone il passaggio coattivo in cambio di indennità risibili calcolate sul valore agricolo medio, <strong>svalutando permanentemente i terreni confinanti</strong>, frantumando i canali di irrigazione e impedendo le normali lavorazioni meccanizzate del suolo. La proprietà rurale viene così svuotata dall&#8217;interno, trasformata in una servitù perpetua al servizio dell&#8217;infrastruttura finanziaria.</p>
<h3>Le royaltes di compensazione. La monetizzazione del dissenso</h3>
<p>Il secondo dispositivo cruciale è rappresentato dall&#8217;evoluzione normativa delle <strong>misure di compensazione ambientale</strong>, storicamente note come <strong><em>royalties</em></strong>. Regolate originariamente dalle Linee Guida Nazionali del 2010, queste norme stabilivano che i costruttori di impianti potessero versare ai <strong>Comuni ospitanti una percentuale massima del 3% dei proventi della vendita di energia</strong> per finanziare interventi di riefficientamento energetico o patti verdi locali.<br />
La giurisprudenza amministrativa e i successivi interventi di semplificazione hanno operato una sistematica stretta su queste misure, <span style="color: #ff0000;"><strong>dichiarando illegittima qualunque richiesta di compensazione finanziaria diretta da parte dei sindaci che non sia strettamente legata a un danno ambientale specifico e documentato</strong></span>. Studiosi del diritto pubblico rilevano come questa apparente moralizzazione del sistema abbia ottenuto un effetto perverso: <strong>ha privato i piccoli Comuni dell&#8217;entroterra,</strong> spesso con i bilanci in dissesto, <strong>dell&#8217;unica leva negoziale rimasta</strong>. <strong>Le multinazionali si presentano nei municipi non più come controparti contrattuali tenute a ridistribuire ricchezza sul territorio, ma come entità sovrane che concedono unilateralmente piccole opere di arredo urbano o compensazioni di facciata per “azzerare il dissenso politico locale”, lasciando l&#8217;ente locale con i costi della manutenzione stradale legata ai cantieri e zero entrate fiscali strutturali</strong>.</p>
<h3>Il fantasma del decommissioning. La bomba ecologica del fine ciclo</h3>
<p>Vediamo infine le norme che regolano il <strong>decommissioning</strong>, ossia lo smantellamento degli impianti e il ripristino dello stato dei luoghi al termine dei vent&#8217;anni di incentivi. Per ottenere l&#8217;autorizzazione, le società sono obbligate per legge a presentare una fideiussione bancaria o assicurativa a garanzia dei costi di rimozione delle migliaia di tonnellate di moduli, strutture in ferro e cabine in cemento armato che avranno occupato i campi.<br />
C’è una fragilità giuridica di queste garanzie nel modello societario dominante. <strong>Le fideiussioni vengono stipulate dalle S.r.l. veicolo, scatole giuridiche con capitali sociali minimi che non dispongono di altri asset se non l&#8217;impianto stesso</strong>. Le associazioni di categoria agricole denunciano il rischio concreto che, tra vent&#8217;anni, all&#8217;esaurirsi del flusso di cassa garantito dai vecchi Conti Energia, queste società vengano deliberatamente fatte fallire, liquidate o cedute a catena a soggetti giuridici fantasma localizzati in paradisi fiscali. <strong><span style="color: #ff0000;">Se l&#8217;assicurazione che ha emesso la polizza dovesse rivelarsi insolvente o se le maglie dei controlli burocratici dovessero cedere, l&#8217;enorme costo di smaltimento dei rifiuti speciali accumulati sui terreni ricadrà interamente sui proprietari originari dei fondi o, in ultima istanza, sui bilanci dei Comuni</span></strong>. La legge ha permesso di scaricare in avanti nel tempo una bomba ecologica e finanziaria, blindando i profitti immediati dei fondi speculativi e lasciando alle generazioni future il costo materiale della decontaminazione del suolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A molti sarà venuto in mente il documento del Gruppo dei Trenta (G30) &#8220;<a href="https://group30.org/publications/detail/4820">Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Crisis: Designing Public Policy Responses&#8221;</a><br />
curato dal gruppo di lavoro co-presieduto da Mario Draghi alla fine del 2020, perché esso rappresenta una sorta di <strong>manifesto ideologico della finanza neoliberista</strong>. Nel contesto della nostra inchiesta sull&#8217;assalto finanziario al territorio, questo testo è diventa un documento d&#8217;accusa che svela una clamorosa e sistemica contraddizione logica e politica.<br />
La contraddizione nucleare risiede nel concetto di &#8220;<strong>distruzione creativa</strong>&#8221; applicato ai mercati, teorizzato da Draghi <strong>per giustificare il taglio degli aiuti pubblici al tessuto produttivo locale</strong>, mentre contemporaneamente l&#8217;architettura normativa edificava un paracadute di aiuti di Stato senza precedenti per blindare i profitti dei grandi fondi speculativi.<br />
Nel rapporto del G30, la tesi centrale di Draghi è perentoria: gli Stati, usciti dalla fase acuta della crisi pandemica, devono smettere di erogare aiuti a pioggia al settore privato. Mantenere in vita le imprese attraverso sussidi governativi, moratorie sui debiti o prestiti garantiti viene descritto come un errore macroscopico che rischia di creare un esercito di &#8220;imprese zombie&#8221;. <strong>La raccomandazione ufficiale è di attuare una dura selezione di mercato</strong>: <strong>lo Stato deve ritirarsi, favorire il fallimento o la ristrutturazione delle piccole e medie imprese non più competitive e indirizzare le risorse pubbliche esclusivamente verso la transizione digitale e green</strong>.<br />
Questa logica ha difatti inferto un colpo mortale proprio al comparto agricolo tradizionale. Tagliare i sostegni e irrigidire i criteri di accesso al credito bancario per le piccole aziende agricole ha accelerato la loro crisi di redditività sistemica. La terra, privata delle tutele pubbliche e schiacciata dall&#8217;aumento dei costi produttivi, è diventata improvvisamente vulnerabile, <strong>preparando il terreno ideale per l&#8217;accaparramento da parte dei grandi investitori</strong>.<br />
Mentre il manifesto di Draghi condanna i sussidi statali per l&#8217;economia reale dei territori, bollandoli come distorsioni del libero mercato, le leggi dello Stato strutturavano per i colossi dell&#8217;energia rinnovabile (controllati dagli stessi fondi di private equity che siedono nei consessi internazionali) un sistema di incentivi e tutele pubbliche totalmente immune dal rischio commerciale.<br />
Come abbiamo ricostruito, i meccanismi del Conto Energia, le aste del GSE, i contratti per differenza e il mercato delle quote ETS non sono altro che massicci aiuti di Stato legalizzati e blindati per vent&#8217;anni. Per le multinazionali del silicio e i fondi speculativi che colonizzano le campagne siciliane o pugliesi non esiste alcuna &#8220;distruzione creativa&#8221; o rischio di diventare &#8220;aziende zombie&#8221;: i loro profitti sono sottratti ex lege alle fluttuazioni del mercato e pagati direttamente dai cittadini attraverso i prelievi forzosi degli oneri di sistema in bolletta.<br />
Il documento del G30 diventa così un tassello fondamentale: dimostra che la retorica del &#8220;libero mercato&#8221; e dell&#8217;austerità burocratica viene applicata solo alla base sociale del Paese, ai piccoli proprietari e agli agricoltori, per costringerli a cedere il controllo delle proprie risorse. <strong>Al contrario, per l&#8217;alta finanza transnazionale che gestisce la transizione energetica, lo Stato cessa di essere un arbitro neutrale e si trasforma nel garante definitivo della rendita, azzerando il rischio d&#8217;impresa con il denaro pubblico e offrendo le corsie preferenziali delle ZES e delle semplificazioni per espropriare e recintare il territorio rurale</strong>.</p>
<p>[1] La soglia era stata inizialmente fissata dal Decreto Bersani del 1999 sopra i 100 gigawattora. Questo significava che nella rete dell&#8217;obbligo normativo erano impigliati diversi attori del sistema energetico: i grandi ex monopolisti di Stato e le ex aziende municipalizzate dei trasporti o dell&#8217;energia delle grandi città italiane, che gestivano le centrali termoelettriche locali. I grandi gruppi industriali nazionali e i proprietari di medie e grandi centrali elettriche sparse sul territorio che alimentavano i distretti produttivi. I soggetti che importavano energia elettrica dall&#8217;estero (spesso prodotta con il nucleare o con il carbone) per rivenderla sul mercato italiano.</p>
<p>[2] Il mercato dell&#8217;ETS (Emissions Trading System) è l&#8217;evoluzione globale, strutturata e transnazionale di quel medesimo principio economico che in Italia ha debuttato con i Certificati Verdi. Il filo conduttore che lega questi dispositivi è identico: privatizzare il diritto di emettere gas serra e costringere l&#8217;industria tradizionale a comprare questo &#8220;diritto a inquinare&#8221; sotto forma di titoli finanziari da chi possiede impianti puliti.<br />
Mentre i Certificati Verdi operavano su scala nazionale e gravavano specificamente sul settore elettrico, il mercato europeo dell&#8217;ETS ha allargato questo perimetro a tutto il comparto industriale pesante, dalle cementerie alle acciaierie, fino al trasporto aereo e marittimo. Le multinazionali e i grandi gruppi industriali fossili non pagano più solo una quota fissa nazionale, ma sono costretti a negoziare quotidianamente sui mercati finanziari il prezzo delle quote di CO2.<br />
Questo spiega la fame insaziabile di terra da parte dei fondi speculativi occidentali. <strong>Un grande fondo di private equity o un gestore patrimoniale globale non guadagna solo vendendo l&#8217;energia prodotta dal fotovoltaico in Sicilia o in Puglia, e non incassa solo gli oneri di sistema pagati dai cittadini in bolletta. Quel fondo, possedendo la centrale rinnovabile a terra, genera un &#8220;credito&#8221; ambientale, un diritto di emissione a impatto zero che può essere impacchettato, cartolarizzato e rivenduto sui mercati finanziari internazionali proprio a quelle industrie tradizionali che, per legge, devono comprare quote ETS per non essere sanzionate</strong>.<br />
Il mercato dell&#8217;ETS ha così internazionalizzato il fiume di denaro descritto nel testo, trasformando la transizione ecologica in un circuito finanziario ad altissimo rendimento. La terra agricola del Mezzogiorno non serve più a produrre cibo, ma viene recintata e trasformata nel supporto fisico necessario a generare questi asset immateriali. Le quote di carbonio vengono scambiate sulle piattaforme telematiche di Londra o New York per ripulire i bilanci delle multinazionali estere, mentre l&#8217;impatto ambientale, la perdita di sovranità alimentare e la svalutazione territoriale restano interamente confinati all&#8217;interno dei confini locali.</p>
<p>[3] La voce &#8220;oneri generali di sistema&#8221; non è un rivolo di denaro, ma un fiume in piena che scorre ininterrottamente da oltre vent&#8217;anni. Dalla loro introduzione strutturale, le stime basate sui dati ufficiali dell&#8217;ARERA e del GSE indicano che la collettività italiana ha versato, attraverso le bollette di luce e gas, una cifra complessiva che supera ampiamente i <strong>200 miliardi di euro</strong>.<br />
Per dare una dimensione concreta a questa montagna di denaro, basti pensare che la quota destinata ogni anno specificamente al supporto delle fonti rinnovabili ha viaggiato per molto tempo a una media compresa tra i 10 e i 14 miliardi di euro all&#8217;anno, con picchi che hanno sfiorato i 15 miliardi nei momenti di massima espansione dei vecchi Conti Energia. Anche nelle rilevazioni più recenti, nonostante i tentativi governativi di sterilizzazione temporanea e le variazioni dei prezzi dell&#8217;energia, la spesa per gli incentivi si attesta stabilmente attorno ai 9 miliardi di euro all&#8217;anno e le proiezioni istituzionali prevedono che manterrà questo andamento fino almeno al 2031. <strong>Questa immane risorsa finanziaria, prelevata in modo regressivo dai conti correnti di cittadini e imprese, rappresenta l&#8217;esatta misura del trasferimento di ricchezza pubblica verso i veicoli societari privati</strong>. È il bilancio contabile di un modello economico in cui la transizione ecologica viene pagata dalla base sociale del Paese per essere convertita in dividendi liquidi, mentre l&#8217;eredità fisica sul territorio resta confinata nei campi recintati e sottratti alla produzione agricola.</p>
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		<title>Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:21:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell&#8217;Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l&#8217;intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="p3"><span class="s2">Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell&#8217;Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l&#8217;intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo</span></h2>
<p class="p1"><span class="s1">il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant&#8217;anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di <strong>162 yen per dollaro</strong>. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d&#8217;allarme che riguarda la salute dell&#8217;intera economia globale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di salvare la propria moneta, la Banca del Giappone ha infatti interrotto l&#8217;era dei tassi d&#8217;interesse negativi e ha alzato il tasso di riferimento fino all&#8217;1%, un livello massimo che non si vedeva dal 1995. Inoltre, <strong>le autorità di Tokyo hanno speso la cifra record</strong> di 11.730 miliardi di yen (circa <strong>72,5 miliardi di dollari</strong>) in interventi diretti sul mercato dei cambi, <strong>vendendo cioè riserve in dollari per ricomprare massicciamente yen e sostenerne artificialmente il prezzo</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Secondo i manuali di economia tradizionali, queste mosse avrebbero dovuto far risalire immediatamente il valore dello yen. Nella realtà, <strong>la valuta ha continuato a perdere valore</strong>. In pratica vediamo che le forze di mercato sottostanti sono molto più potenti delle decisioni dei banchieri centrali e che gli strumenti tradizionali della politica monetaria non stanno funzionando.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il mistero del sistema dell&#8217;Eurodollaro</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il crollo dello yen è la manifestazione visibile di un problema invisibile: <span style="color: #ff0000;"><strong>una forte contrazione della liquidità globale di dollari, regolata dal cosiddetto sistema dell&#8217;Eurodollaro</strong></span>.</span></p>
<p>Con questo termine non si intende la moneta europea, ma l&#8217;enorme <strong>mercato di dollari che vengono depositati, prestati e scambiati interamente al di fuori degli Stati Uniti (ad esempio tra banche europee o asiatiche). Questo mercato internazionale è il vero motore invisibile che finanzia il commercio e il credito mondiale</strong>.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando il sistema dell&#8217;Eurodollaro si irrigidisce a causa della diffidenza o della paura, si crea una vera e propria carenza di dollari a livello globale. Le banche e le grandi istituzioni finanziarie di tutto il mondo iniziano a competere per accaparrarsi quanti più dollari possibili per mettere in sicurezza i propri bilanci. <span style="color: #ff0000;"><strong>Questa caccia globale alla moneta americana fa salire il valore del dollaro e schiaccia inevitabilmente le altre valute, a partire da quelle asiatiche come lo yen, a prescindere da quanto i governi locali provino ad alzare i propri tassi di interesse interni.</strong></span></span></p>
<p class="p3"><span class="s2">Il legame nascosto con la Cina</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mentre lo yen mostra la pressione del sistema all&#8217;esterno attraverso il crollo del suo tasso di cambio, il mercato finanziario cinese mostra la stessa identica pressione all&#8217;interno della propria economia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>Nello stesso momento in cui lo yen affonda, in Cina i rendimenti dei titoli di Stato stanno scendendo a nuovi minimi storici, con un fenomeno tecnico che segnala una forte ricerca di protezione</strong>.<br />
In parole semplici, i grandi gestori di fondi cinesi hanno<span style="color: #ff0000;"><strong> paura di un&#8217;ondata di declassamenti (ossia una riduzione del giudizio di affidabilità) </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">sui debiti delle aziende e delle banche locali</span></strong></span><span class="s1">. <strong>Per questo motivo, stanno togliendo i soldi dagli investimenti produttivi e rischiosi per rifugiarsi in massa nei titoli di Stato sicuri</strong>. Quando tutti vogliono comprare questi titoli, il loro rendimento scende. Questo comportamento non è il segnale di un&#8217;economia che corre o di una banca centrale che stimola la crescita, ma rivela un sistema finanziario che si sta ritirando spaventato, riducendo il credito interno a causa della debolezza economica.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">L&#8217;illusione del petrolio e i segnali deflazionistici</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il Giappone importa quasi tutta la sua energia e la paga in dollari; di conseguenza, quando il prezzo del petrolio sale, il paese deve vendere più yen per comprare dollari, indebolendo la propria valuta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tuttavia, recentemente i prezzi del petrolio hanno iniziato a scendere, ma lo yen ha continuato a perdere valore comunque. Se la causa fosse stata solo il costo dell&#8217;energia, il calo del greggio avrebbe dovuto dare immediato sollievo al Giappone. Il fatto che lo yen continui a scendere suggerisce uno scenario più cupo: <span style="color: #ff0000;"><strong>il petrolio non sta diminuendo perché c&#8217;è più offerta, </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">ma per una distruzione della domanda</span></strong></span><span class="s1">. Significa che l&#8217;economia mondiale sta rallentando a tal punto da consumare meno energia. Questo è un <strong><span style="color: #ff0000;">forte </span><span style="color: #ff0000;">segnale deflazionistico</span>, cioè di contrazione dell&#8217;attività economica e dei consumi mondiali</strong> e di conseguenza un sistema finanziario globale in forte difficoltà.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per quale motivo le grandi banche europee si stanno muovendo in direzione esattamente opposta rispetto alle dichiarazioni e alle intenzioni dei banchieri centrali?</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il paradosso dei titoli di Stato</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Nei primi cinque mesi del 2026, <strong>le banche commerciali europee hanno fatto il pieno di titoli di Stato</strong> (i bond emessi dai governi), acquistandone per un valore enorme che supera i <strong>220 miliardi di euro</strong> (di cui ben 46,5 miliardi solo nel mese di maggio).</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A prima vista, <strong>questo comportamento sembra del tutto irrazionale</strong>. La Banca Centrale Europea (BCE), guidata da Christine Lagarde, ha recentemente alzato i tassi d&#8217;interesse e continua a minacciare nuovi aumenti per combattere il rischio che lo shock sui prezzi dell&#8217;energia si trasformi in un&#8217;inflazione permanente. </span><span class="s4">Chiunque abbia una minima base di economia sa che <strong>quando i tassi d&#8217;interesse salgono, i prezzi dei vecchi titoli di Stato scendono, provocando perdite a chi li possiede</strong></span><span class="s1">. Di conseguenza, se le banche credessero davvero ai continui aumenti dei tassi promessi dalla BCE, <span style="color: #ff0000;"><strong>dovrebbero stare alla larga dai bond statali. Il fatto che li stiano comprando in massa dimostra che i banchieri commerciali non credono affatto alla narrazione ufficiale della banca centrale</strong></span>.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s2">Le banche si preparano alla recessione</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Le banche europee sembrano piuttosto prepararsi ad una massiccia strategia difensiva perché prevedono una forte debolezza economica e un aumento del rischio di credito nei prossimi mesi, rifiutando di fatto il modello sull&#8217;inflazione della BCE.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Invece di concentrarsi sul pericolo che i prezzi continuino a salire, le banche guardano all&#8217;economia reale e vedono famiglie e imprese in forte difficoltà. Un aumento del costo dell&#8217;energia agisce come una tassa sul potere d&#8217;acquisto delle persone: se i cittadini spendono di più per benzina e bollette, avranno meno soldi per tutto il resto, a partire dai servizi e dai consumi non essenziali. Le aziende, di fronte a una domanda debole e a costi di produzione più alti, vedono crollare i propri profitti. <span style="color: #ff0000;"><strong>In uno scenario così fragile, prestare denaro a un&#8217;impresa o a una famiglia diventa estremamente rischioso per una banca, perché aumenta la probabilità che quel prestito non venga ripagato</strong></span>. Ecco risolto il paradosso: <span style="color: #ff0000;"><strong>le banche preferiscono comprare titoli di Stato, che pur rischiando piccole svalutazioni restano scommesse più sicure dal punto di vista del rimborso, piuttosto che rischiare di perdere capitali facendo prestiti all&#8217;economia privata</strong></span>. I titoli di Stato servono alle banche come scudo di sicurezza, liquidità immediata e garanzia di alta qualità.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il &#8220;broncio&#8221; del mercato dei derivati</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Se si considera l&#8217;andamento del mercato dei derivati finanziari, nello specifico i contratti futuri legati al tasso Euribor (il tasso di riferimento a cui le banche europee si prestano denaro a vicenda) e si analizza la forma di questa curva finanziaria nel tempo, si nota<span class="Apple-converted-space">  </span>una curva a forma di broncio o di arco triste. Questa forma particolare indica che gli investitori istituzionali si aspettano sì la possibilità di un ultimissimo e ravvicinato aumento dei tassi da parte della BCE (la parte iniziale della curva), ma prevedono che subito dopo la curva si piegherà verso il basso. Se il mercato si aspettasse un&#8217;inflazione forte e duratura, la curva continuerebbe a salire costantemente verso l&#8217;alto. Il fatto che si pieghi verso il basso dimostra che <strong>il mercato finanziario sta scommettendo su un imminente &#8220;errore di politica monetaria&#8221;: la BCE alzerà troppo i tassi in un&#8217;economia già debole, costringendola a fare marcia indietro e a tagliare i tassi molto presto per correre ai ripari contro la recessione</strong>.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">I dati macroeconomici reali e il fattore lavoro</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;inflazione in Germania (l&#8217;economia più grande dell&#8217;eurozona) è inaspettatamente scesa <strong>al 2,4% a giugno</strong>, frenata dal calo del prezzo del petrolio, e l&#8217;inflazione di fondo si è stabilizzata. Non c&#8217;è quindi traccia di quel temuto effetto a catena sui salari o sui prezzi di cibo e servizi che tanto spaventa la BCE.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;elemento più decisivo è però il mercato del lavoro</strong></span>. I sondaggi della Commissione Europea mostrano che la fiducia economica è debole e, soprattutto, che le intenzioni di assunzione delle imprese sono ferme su livelli molto bassi. <strong>Le aziende non stanno assumendo</strong>; al contrario, <strong>molte piccole e medie imprese, schiacciate dai costi energetici passati e dal calo delle vendite, stanno rimandando gli investimenti e iniziano a valutare il taglio delle ore di lavoro o del personale</strong>. L&#8217;occupazione è il termometro che distingue una vera fiammata inflazionistica da una crisi economica: se le aziende riducono i posti di lavoro e i consumatori hanno paura di spendere, non può esistere alcuna spirale di prezzi fuori controllo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La BCE ha già commesso lo stesso identico errore nel 2008 e nel 2011, quando alzò i tassi d&#8217;interesse spaventata da un temporaneo aumento del prezzo del petrolio, senza accorgersi della fragilità strutturale dell&#8217;economia, finendo per aggravare la successiva crisi finanziaria. <strong>Il forte acquisto di bond da parte delle banche e la forma del mercato dei derivati indicano che la storia rischia di ripetersi</strong>: mentre la banca centrale combatte con gli strumenti di oggi un problema di ieri (il vecchio picco del petrolio), le banche commerciali si stanno già portando avanti e si stanno mettendo al sicuro per proteggersi dalla debolezza economica di domani.</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">(*) Già nel 1982 ci sono state diverse dichiarazioni storiche dell&#8217;ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, che dimostrano un fatto clamoroso: da oltre cinquant&#8217;anni le banche centrali hanno ammesso di non saper più definire né misurare la reale quantità di moneta in circolazione nel mondo (i vecchi indicatori come M1, M2 ed M3 sono ormai obsoleti).</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">L&#8217;evoluzione dei mercati ha creato canali di finanziamento paralleli e internazionali (come il mercato dei pronti contro termine, detti &#8220;repo&#8221;, e i depositi offshore), che sfuggono al controllo delle autorità. Non sapendo come misurare la moneta, la Federal Reserve e le altre banche centrali hanno smesso di guardare il sistema monetario e si sono concentrate solo sulla fine del processo, cioè sui dati macroeconomici come l&#8217;inflazione (indice CPI) o la disoccupazione. Il sistema monetario secondo alcuni, analisti somiglia sempre più a un &#8220;buco nero&#8221;: non lo si può vedere direttamente, ma si possono capire i suoi movimenti osservando come la sua gravità influenza tutto ciò che lo circonda. Le banche centrali usano modelli matematici teorici astratti che ignorano il funzionamento reale del credito, finendo regolarmente per provocare disastri o leggere i segnali al contrario.</span></p>
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		<title>La Sicilia portaerei nel Mediterraneo. Da ponte di Pace a choke point strategico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 22:02:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come la trasformazione del Canale di Sicilia in un imbuto militare globale, tra il MUOS, Sigonella e il tradimento dell&#8217;eredità di Mattei, sta trasformando l&#8217;isola nella prima linea di un potenziale conflitto La contemplazione del mare che circonda la nostra isola, la percezione della bellezza millenaria si scontra ogni giorno con un&#8217;inquietudine profonda e tangibile.&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Come la trasformazione del Canale di Sicilia in un imbuto militare globale, tra il MUOS, Sigonella e il tradimento dell&#8217;eredità di Mattei, sta trasformando l&#8217;isola nella prima linea di un potenziale conflitto</h2>
<p>La contemplazione del mare che circonda la nostra isola, la percezione della bellezza millenaria si scontra ogni giorno con un&#8217;inquietudine profonda e tangibile. Chi vive in Sicilia e osserva le dinamiche geopolitiche non può più limitarsi a vedere l&#8217;isola come una meta turistica o una terra di frontiera culturale. Sotto i nostri occhi, la Sicilia è stata ridefinita e trasformata nel nucleo operativo di una strategia bellica globale, un avamposto pesantemente militarizzato che ci espone direttamente sulla linea del fuoco dei conflitti contemporanei</p>
<h3>La metamorfosi del Canale. Un imbuto globale sempre più stretto</h3>
<p>La terminologia stessa racconta un cambiamento di postura. Quello che un tempo chiamavamo pigramente <strong>Canale di Sicilia</strong> è stato ufficialmente ribattezzato <strong>Stretto</strong>, un termine che in geopolitica descrive un imbuto, un corridoio obbligato, un <strong><em>choke point</em></strong> dove si concentra il transito di una grossa frazione del potere globale. Sotto la superficie azzurra di questa striscia di mare si nasconde la giugulare di quello che oggi viene definito <strong>Medioceano</strong>, ovvero il punto di connessione cruciale tra l&#8217;Oceano Atlantico e i mari asiatici.<br />
Per comprendere l&#8217;enorme valore e la pericolosità di questo imbuto, basta guardare ai numeri imponenti di ciò che vi transita costantemente. Sopra le onde viaggia oltre il <strong>quindici per cento del commercio marittimo mondiale. </strong>Le rotte di grande cabotaggio e i corridoi transoceanici registrano nello Stretto di Sicilia il passaggio di circa <strong>60.000 navi all&#8217;anno. </strong>L&#8217;imbuto tra la Sicilia e la costa nordafricana viene attraversato in media da<strong> circa 160-200 grandi navi commerciali al giorno </strong>a cui si aggiunge il rumore di fondo del traffico locale e regionale, come i traghetti di linea, il naviglio costiero e le flotte pescherecce, che aumentano la congestione visiva ma hanno un peso geopolitico differente rispetto ai giganti del trasporto merci e dell&#8217;energia. Il tutto all&#8217;interno di un bacino mediterraneo che ospita stabilmente circa <strong>millecinquecento imbarcazioni in contemporanea.</strong> Tra queste merci spicca <strong>il 40% dell&#8217;intero interscambio tra l&#8217;Europa e l&#8217;estremo Oriente</strong>.<br />
Subito sotto, adagiate sui fondali, corrono le <span style="color: #ff0000;"><strong>dorsali di cavi in fibra ottica che costituiscono la spina dorsale di internet, capaci di trasferire terabit di dati al secondo e di gestire la quasi totalità dei flussi digitali e delle transazioni finanziarie tra Europa e Asia</strong></span>. Accanto a essi, <strong>i gasdotti strategici come il Transmed</strong> immettono annualmente decine di miliardi di metri cubi di gas algerino direttamente verso le industrie del Nord Italia, alimentando la sopravvivenza energetica e produttiva del Paese. Chi detiene il controllo di questo imbuto ha in mano la capacità di spegnere o accendere l&#8217;economia dell&#8217;intero continente europeo.</p>
<h3>La terraferma occupata: MUOS, F-35 e servitù militari</h3>
<p>Per assicurare il controllo di questo imbuto marittimo, sull&#8217;Africa settentrionale e su tutto il cosiddetto Mediterraneo Allargato, a favore di strategie decise oltreoceano, la Sicilia è stata trasformata in una vera e propria portaerei di terra. Sul nostro territorio sorgono installazioni di importanza strategica assoluta, spesso sottratte al dibattito pubblico locale. A Niscemi, <strong>le antenne del MUOS</strong> coordinano le comunicazioni satellitari globali delle forze armate statunitensi, collegando i centri di comando americani ai droni e ai sottomarini nucleari che operano in ogni angolo del pianeta, trasformando la nostra macchia mediterranea nell&#8217;epicentro di guerre lontane.<br />
L&#8217;aeroporto di <strong>Trapani Birgi</strong> si sta strutturando per diventare un <strong>centro nevralgico avanzato per l&#8217;addestramento dei piloti destinati ai caccia di quinta generazione F-35</strong>, velivoli progettati <strong>per la penetrazione profonda e la capacità nucleare</strong>. Se a questo si aggiungono le vaste aree dell&#8217;isola permanentemente vincolate da servitù militari e utilizzate come poligoni di tiro [1], emerge il quadro di un territorio che non appartiene più interamente a chi lo abita, ma è asservito alle necessità logistiche della macchina bellica  USA/NATO.</p>
<h3>Sigonella al centro della tempesta mediorientale</h3>
<p>La pericolosità di queste installazioni militari, nella drammatica attualità internazionale, è emersa recentemente. Le dichiarazioni del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, hanno squarciato il velo di riservatezza, confermando l&#8217;intensificarsi dei voli strategici (500 voli) e delle operazioni di supporto partite direttamente dalla base di Sigonella e proiettate verso il delicatissimo scacchiere mediorientale e il teatro iraniano.<br />
Questo coinvolgimento diretto posiziona <strong>la Sicilia non più come una retroguardia sicura per il rifornimento</strong>, ma come la <span style="color: #ff0000;"><strong>prima linea d&#8217;attacco in un potenziale conflitto a lungo raggio contro l&#8217;Iran</strong></span>. Per la popolazione siciliana, questa centralità operativa si traduce in un rischio immediato e formidabile, poiché <span style="color: #ff0000;"><strong>trasforma l&#8217;isola nel bersaglio prioritario di eventuali ritorsioni o azioni di guerra ibrida da parte delle potenze avversarie</strong></span>.</p>
<p>Oltretutto, a Sigonella è operativa l&#8217;unità medica militare che è stata trasferita in Sicilia da Il Cairo nel 2019, ora nota come NAMRU EURAFCENT.<br />
Ufficialmente impegnata nello studio delle malattie infettive, questa struttura è al centro di interrogativi e denunce da parte di osservatori indipendenti. Si teme la natura duale delle ricerche e l&#8217;assenza di trasparenza, con il rischio che vengano condotti esperimenti su patogeni pericolosi, a scopo militare, senza adeguati controlli e garanzie per la sicurezza della popolazione locale.</p>
<h3>La normalizzazione della guerra. L&#8217;unica proposta per una gioventù in esodo</h3>
<p>Un processo di militarizzazione così profondo dell&#8217;area marittima e terrestre non può prescindere dalla <strong>costruzione del consenso sociale</strong>, soprattutto laddove il tessuto economico locale è stato scientemente desertificato. È in questo contesto di ridefinizione globale che si inserisce la progressiva introduzione della cosiddetta <strong>cultura della difesa</strong> all&#8217;interno delle scuole dell&#8217;isola. La crescente penetrazione di retorica militare tra i banchi, mascherata da percorsi didattici sulla sicurezza e incontri con le forze armate, risponde al bisogno strategico di abituare le nuove generazioni a considerare la presenza di ordigni, radar e basi sul proprio territorio come un fatto del tutto normale (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/09/gli-studenti-di-comiso-a-scuola-di-guerra/">Gli studenti di Comiso a scuola di guerra</a>).</p>
<p><iframe class='youtube-player' width='1170' height='659' src='https://www.youtube.com/embed/-nHkAgyjidg?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;autohide=2&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;start=23&#038;wmode=transparent' allowfullscreen='true' style='border:0;'></iframe></p>
<p>Questa operazione culturale si fa spazio facendo leva sulla disperazione di una terra che offre sempre meno prospettive. Secondo l&#8217;ISTAT tra il 2019 e il 2026 hanno lasciato l&#8217;isola 96328 giovani tra i 18 e i 35 anni. Negli ultimi venti anni secondo SVIMEZ tutto il mezzogiorno ha perso mezzo milioni di giovani e la Sicilia è all&#8217;apice di questo esodo. Con un&#8217;economia interna asfittica e la totale assenza di investimenti strutturali civili, i nostri giovani scelgono di lasciare l&#8217;isola in una massa critica sempre più allarmante, privando la Sicilia delle sue intelligenze migliori. In questo vuoto sociale, la carriera militare e la militarizzazione scolastica vengono subdolamente presentate come l&#8217;unica vera &#8220;proposta di avvenire&#8221; concreta sul territorio, un&#8217;alternativa forzata alla disoccupazione o all&#8217;emigrazione. Questa strategia mira a silenziare il dissenso e a trasformare i cittadini di domani in passivi ingranaggi della macchina bellica, estendendo i confini della base militare direttamente dentro le aule scolastiche.<br />
Recentemente la promozione della &#8220;normalità della guerra&#8221; e della sua oscena spettacolarizzazione ha visto l&#8217;impiego nei cieli della Sicilia Orientale delle <a href="https://www.youtube.com/shorts/Rsyx2SoxtmU">frecce tricolori</a> (vedi <a href="https://www.youtube.com/shorts/Rsyx2SoxtmU?feature=share">qui</a>) che vengono utilizzate quali strumento di promozione delle forze dell&#8217;aeronautica militare e addestramento acrobatico al pilotaggio dei caccia. Appare sempre più chiara l&#8217;ulteriore volontà di escalation verso la riduzione dell&#8217;isola a portaerei del Mediterraneo insieme alla progressiva militarizzazione dell&#8217;aeroporto di Comiso.<br />
A proposito di mancato sviluppo e di mancata valorizzazione della Val di Noto (basti pensare ai mancati investimenti nella rete ferroviaria) su cui si esibisce la tronfia esibizione muscolare di marketing militarista dell&#8217;aeronanautica alla ricerca oltretutto di un consenso sociale, noi ci limitiamo a confrontare la potenza brutale di un caccia militare con i consumi di un&#8217;automobile moderna. Un jet da combattimento che viaggia al massimo della spinta a bassa quota, consuma circa 64.000 libbre di carburante all&#8217;ora, che equivalgono a quasi 36.000 litri di cherosene. Ora, supponiamo di dare la stessa quantità di benzina ad un&#8217;auto che percorre venti chilometri con un litro di benzina. Ebbene essa potrebbe coprire la bellezza di settecentosedicimila chilometri, cioè il giro del mondo per ben diciotto volte. E i costi? Un&#8217;ora di volo acrobatico costerà solo in termini di consumo di combustibile una cifra che supera i 70 mila euro.</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/shorts/Rsyx2SoxtmU?feature=share">https://www.youtube.com/shorts/Rsyx2SoxtmU?feature=share</a></p>
<h3>Lo Stretto violato. Il fronte libico e lo spettro dell&#8217;Arctic Metagaz</h3>
<p>La pericolosità di questa rete di installazioni non è un&#8217;ipotesi teorica, ma si manifesta in eventi reali che lambiscono drammaticamente le nostre coste e che dimostrano come la Sicilia sia già l&#8217;epicentro di una guerra. Nel perimetro instabile della Libia occidentale, nella zona di Tripoli, è stata accertata la presenza attiva di milizie ucraine che si addestrano all&#8217;interno di basi militari locali. Questo asse sotterraneo ha già prodotto conseguenze dirette e inquietanti nelle nostre acque territoriali, dove la guerra ha ufficialmente rotto gli argini geografici.<br />
Da quel fronte nordafricano è stato infatti pianificato e condotto un micidiale attacco terroristico per mezzo di un drone marino ai danni della Arctic Metagaz, una nave gasiera russa che si trovava in transito proprio all&#8217;interno dello Stretto di Sicilia, diretta verso l&#8217;Egitto (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/03/17/la-disputa-tra-malta-ue-e-russia-intorno-alla-nave-russa-piena-di-gas-liquefatto-attaccata-dagli-ucraini-nel-canale-di-sicilia/">Dopo il sabotaggio del Nord Stream gli amici ucraini prendono di mira le navi gasiere russe nel mare Nostrum. Malta (leggi Ue) impedisce alla società russa di occuparsi del recupero in sicurezza del pericolosissimo relitto</a>). Oggi, quella gigantesca imbarcazione colpita e carica di materiale infiammabile si trova ancora pericolosamente alla deriva nel cuore dello Stretto, a pochissima distanza dalle nostre coste. La presenza di questo relitto alla deriva rappresenta non soltanto una minaccia ecologica e sicuritaria senza precedenti per la Sicilia, ma è il simbolo plastico di come i conflitti globali si stiano consumando direttamente nel mare di casa nostra, nell&#8217;inerzia e nel silenzio delle autorità nazionali.</p>
<h3>La grande faglia mediterranea: dal Levante alle coste dell&#8217;Albania</h3>
<p>La drammaticità della situazione siciliana risiede nel fatto che lo Stretto non è una crisi isolata, ma il punto di convergenza di tensioni che stanno ridisegnando l&#8217;intero bacino marittimo. Nel Mediterraneo orientale la contesa per i confini marittimi e i giacimenti di gas vede contrapposti Israele, l&#8217;Egitto, la Grecia e una Turchia sempre più aggressiva, la quale ha ormai esteso la propria Patria Blu fino a stabilire un protettorato di fatto in Tripolitania, proprio di fronte alle nostre coste. Contemporaneamente, la Russia consolida la sua presenza navale in Cirenaica e nel Mar Nero, mentre le linee di attrito geopolitico si stanno spostando rapidamente verso il Mar Ionio e il Canale d&#8217;Otranto (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali</a>).<br />
Questo allargamento del fronte tocca da vicino le coste della Puglia e si riverbera prepotentemente sull&#8217;Albania, paese divenuto un partner logistico e militare sempre più integrato nelle strategie occidentali. Negli ultimi tempi, la costa albanese è stata oggetto di un massiccio e sospetto posizionamento geopolitico da parte di interessi statunitensi e israeliani. Attraverso l&#8217;acquisizione di ampi territori costieri di grandissimo pregio, come la strategica <strong>isola di Sazan</strong> e altre aree formalmente protette, si sta consumando un&#8217;operazione che va ben oltre l&#8217;investimento immobiliare privato o turistico. Si tratta a tutti gli effetti di un avamposto geostrategico speculare a quello siciliano, volto a blindare l&#8217;accesso all&#8217;Adriatico e allo Ionio per controbilanciare l&#8217;attivismo imperiale turco e blindare i transiti marittimi.</p>
<p>A questa soffocante spirale di riarmo si somma oggi uno spettro che credevamo definitivamente sepolto tra i ricordi della Guerra Fredda: <strong>il pericolo del ritorno degli euromissili</strong>. La recente decisione di schierare nuovi vettori statunitensi a lungo raggio in Europa, sta di fatto innescando una reazione a catena che minaccia di travolgere il nostro territorio. In un Mediterraneo già saturo di tensioni e trasformato in un teatro di guerre per procura, il timore concreto è che l&#8217;ex base NATO di Comiso possa essere sottratta al suo presente civile e nuovamente riattivata per ospitare i sistemi missilistici in questa nuova rincorsa nucleare globale. Riportare le testate nel ragusano significherebbe non solo tradire decenni di mobilitazioni e l&#8217;eredità delle storiche lotte pacifiste dell&#8217;isola, ma sancire la definitiva trasformazione della Sicilia nel bersaglio prioritario e cosciente di un potenziale scontro termonucleare.<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=1XucrzeOAUs&amp;t=1269s">Qui il ricordo della stagione pacifista</a>, che documenta le grandi mobilitazioni popolari degli anni Ottanta contro l&#8217;installazione dei missili Cruise a Comiso, offrendo una chiave di lettura fondamentale per l&#8217;attuale contesto di riarmo.</p>
<p>Come cittadini che vivono su questa terra, abbiamo il dovere di denunciare questa deriva con fermezza e lucidità. Trasformare un&#8217;isola che storicamente è stata un ponte di incontro tra civiltà in una piattaforma di lancio per la distruzione e in un teatro di guerre ibride non aumenta la nostra sicurezza, ma ci rende ostaggi di decisioni prese altrove. Questa sottomissione strategica si riflette dolorosamente anche sul piano ideale, dove assistiamo al tentativo sistematico di prendere in ostaggio persino la memoria storica e politica dei nostri esempi migliori. L&#8217;uso strumentale del nome di Enrico Mattei da parte delle istituzioni nazionali ne è la prova più lampante, un&#8217;operazione di facciata che ha recentemente spinto gli stessi eredi del fondatore dell&#8217;Eni a diffidare formalmente Palazzo Chigi dal contrabbandare l&#8217;attuale corso politico sotto il vessillo di quel grande italiano (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/23/leredita-in-ostaggio-perche-i-mattei-hanno-diffidato-palazzo-chigi/">L’eredità in ostaggio: Perché i Mattei hanno diffidato Palazzo Chigi </a>).<br />
La visione originaria di Mattei era radicalmente opposta a quella che oggi si vuole imporre: <strong>era un modello fondato sulla cooperazione paritaria, sul rispetto profondo della sovranità dei popoli del Mediterraneo e dell&#8217;Africa, sulla formazione dei giovani locali e sullo sviluppo condiviso e non predatorio</strong>. L&#8217;esatto contrario, insomma, della logica neo-coloniale di mero sfruttamento estrattivo e di cieco allineamento militare che sta trasformando il nostro mare in un&#8217;arena di frizione geopolitica. Ridurre l&#8217;eredità di Mattei a un marchio di copertura per giustificare la militarizzazione dei territori e la subordinazione energetica a logiche di guerra significa capovolgerne lo spirito pacificatore, che egli aveva saputo tessere anche grazie a profondi legami culturali e sociali.</p>
<p>Tradire questa impostazione significa condannare la Sicilia a essere una piattaforma passiva e sacrificabile, schiacciata tra la servitù militare delle basi d&#8217;attacco e la servitù energetica dei corridoi di transito. È tempo di sollevarci e pretendere che l&#8217;isola rivendichi la propria centralità marittima non come avamposto bellico, ma come luogo di dialogo, di diplomazia e di pace, recuperando quella vocazione mediterranea di interazione autentica e di mutuo progresso che un tempo sembrava possibile. Dobbiamo farlo con urgenza, prima che il fronte del caos che lambisce le nostre coste diventi definitivamente ingovernabile.</p>
<h5>[1] La Sicilia deve essere piuttosto liberata dalla pervasiva militarizzazione del suo territorio.<br />
Ecco la lunghissima <strong>lista delle installazioni militari che infestano l’isola</strong> secondo il movimento NO MUOS:<br />
complessivamente <strong>quattro tipi</strong> di basi militari:<br />
<strong>Basi e infrastrutture concesse in uso agli USA</strong>, in base agli accordi segreti del 29 giugno 1951 e del 20 ottobre 1954. In base a tali accordi, e solo in teoria, le installazioni sono poste sotto comando italiano e i comandi USA detengono il controllo militare su equipaggiamento e operazioni.<br />
<strong>Basi NATO, in base agli accordi dell’Alleanza Atlantica</strong>.<br />
<strong>Basi italiane “precettate” per l’assegnazione alla NATO</strong>, cioè messe a disposizione del blocco militare d’Oltre Oceano, in base agli accordi dell’Alleanza Atlantica.<br />
<strong>Basi promiscue (USA, NATO e Italia)</strong>, in base agli accordi segreti di cui sopra e in base agli accordi dell’Alleanza Atlantica.<br />
<strong>Acireale (CT)</strong> – US Navy Air Station (residenza di militari USA) – Department Of the Navy – Housing Department – Via Barbagallo – Ctr. Pennisi – Santa Maria La Stella. Di recente la sede residenziale è stata chiusa.<br />
<strong>Augusta (SR)</strong> – Porto-base utilizzato dalla Marina USA (VI Flotta) – Deposito di munizioni – Installazione concessa in uso agli Stati Uniti. Pontile per l’attracco di sommergibili nucleari, con missili Polaris. Probabili gallerie sottomarine per sommergibili con penetrazione nell’entroterra costiero.<br />
<strong>Birgi (TP)</strong> – Aeroporto utilizzato da velivoli USAF con copertura NATO – Aerei Awacs – Base aerea per missioni dirette nel Kosovo e in Serbia. Installazione concessa in uso agli Stati Uniti. Dopo l’espulsione dalla Libia delle unità militari USA (e britanniche), l’aeroporto civile di Birgi fu trasformato con piste per i B-52.<br />
<strong>Caltagirone (CT)</strong> – Stazione di telecomunicazioni USA-NATO.<br />
<strong>Catania</strong> – Installazione concessa in uso agli Stati Uniti – Infrastruttura della NATO. Comando Operativo Aeronavale NATO e Base della Military Police USA. US Naval Air Facility Customs – Via Cardinale Dusmet, 131.<br />
<strong>Cava Sorciaro (SR) – (Comune di Augusta)</strong> – Deposito di armamenti per le forze navali della NATO e della VI Flotta USA del Mediterraneo.<br />
<strong>Centuripe (EN)</strong> – Stazione di telecomunicazioni USA- NATO.<br />
<strong>Falconara Sicula (CL)</strong> – <strong>(Comune di Butera)</strong> – Installazioni che mantengono il ponte radio fra le basi spagnole della VI Flotta USA e le unità in navigazione nel Mediterraneo.<br />
<strong>Favignana (TP)</strong> – Centro di telecomunicazioni.<br />
<strong>Isola delle Femmine (PA)</strong> – Deposito di munizioni USA-NATO.<br />
<strong>Lampedusa isola – (AG) – (116 miglia da Porto Empedocle)</strong> – Base aerea di attacco USA per il Mediterraneo. Installazione per la navigazione Loran. Base della Guardia costiera USA; Centro d’ascolto e di comunicazioni NSA.<br />
<strong>Lercara Friddi (PA)</strong> – Deposito di testate nucleari.<br />
<strong>Marina di Marza (RG)</strong> – Stazione di telecomunicazioni USA- NATO, inserita nel sistema di Niscemi.<br />
<strong>Marsala (TP)</strong> – Stazione controllo e comunicazione (difesa aerea) della NATO.<br />
<strong>Marzameni (SR)</strong> – Base di avvistamento radar capace di intercettare bombardieri e missili in avvicinamento a 2500 chilometri.<br />
<strong>Messina (ME)</strong> – Infrastruttura della NATO.<br />
<strong>Monte Lauro (SR)</strong> – Stazione di telecomunicazioni USA-NATO.<br />
<strong>Motta Sant’Anastasia (CT)</strong> – Stazione di telecomunicazioni USA-NATO. US Naval Air Station – Ctr. Fontanazza.<br />
<strong>Niscemi (CL)</strong> – Base del NavComTelSta (stazione di comunicazione US-Navy), coordina le attività dell’esistente stazione di telecomunicazione navale del presidio ed è indispensabile per le comunicazioni interne alla marina USA.<br />
<strong>Palombara (SR)</strong> – Centrale operativa di combattimento aeronavale dipendente dal Comanda Navale della NATO.<br />
<strong>Palermo (PA)</strong> – Installazione concessa in uso agli Stati Uniti. Il personale militare americano è stato ridotto.<br />
<strong>Pantelleria isola (TP)</strong> – (77 miglia da Trapani) – Base aerea e radar NATO, centro di telecomunicazioni dell’US Navy (Comando flotta USA).<br />
<strong>Paternò (CT)</strong> – U.S. Naval Air Station – (residenza di militari USA) – Department Of The Navy Housing Department – Via Vittorio Emanuele, 424 – tel. 095-854854 (Fax).<br />
<strong>Priolo Gargallo (SR) – (Comune di Priolo)</strong> – Strutture di supporto.<br />
<strong>Punta Raisi (PA) (km 5 da Cinisi)</strong> – Aeroporto (base saltuaria) utilizzato dall’USAF.<br />
<strong>Rafforosso (PA)</strong> – Deposito di testate nucleari.<br />
<strong>Sigonella (CT)</strong> – Importante stazione aeronavale con appoggio a Catania; reparti operativi e di supporto USA, dotata di aerei antisommergibili. È la principale base terrestre dell’US Navy nel Mediterraneo centrale, utilizzata come supporto logistico della VI Flotta (circa 3.400 militari e civili americani). Oltre ad unità della US-Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’US-Air-Force: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, nonché alcuni gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una; caccia F-18. Fino al 2006 erano di stanza qui anche gli elicotteri navalizzati CH-53E Super Stallion, che però la difesa statunitense ha deciso di richiamare nella base di Norkfolk in Virginia.<br />
<strong>Siracusa (SR)</strong> – Infrastruttura della NATO.<br />
<strong>Trapani (TP)</strong> – Infrastruttura della NATO.<br />
<strong>Vizzini (CT)</strong> – Deposito vari di munizioni dell’USAF.</h5>
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		<title>Prosciugamento della liquidità globale e rallentamento dell&#8217;economia reale trascinano giù bitcoin e azioni</title>
		<link>https://www.francescocappello.com/2026/06/29/prosciugamento-della-liquidita-globale-e-rallentamento-delleconomia-reale-trascinano-giu-bitcoin-e-azioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 22:15:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[PREMESSA. Le banche tradizionali gestiscono il rischio di credito (il debitore sarà in grado di ripagare?). Il sistema dello shadow banking [1] (basato sull&#8217;eurodollaro) è ossessionato dal rischio di liquidità (sarò in grado di trovare i contanti domani per rifinanziare il debito?). Poiché il sistema dell&#8217;eurodollaro non ha una banca centrale che faccia da &#8220;prestatore&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1" style="text-align: left;"><span class="s1">PREMESSA. Le </span>banche tradizionali<span class="s1"> gestiscono il </span><strong><span class="s2">rischio di credito</span></strong><span class="s1"> (il debitore sarà in grado di ripagare?). </span><span class="s1">Il sistema dello </span><span class="s3">shadow banking</span><span class="s1"> [1] (basato sull&#8217;eurodollaro) è ossessionato dal </span><strong><span class="s2">rischio di liquidità</span></strong><span class="s1"> (sarò in grado di trovare i contanti domani per rifinanziare il debito?). </span><span class="s1">Poiché <span style="color: #ff0000;"><strong>il sistema dell&#8217;eurodollaro non ha una banca centrale che faccia da &#8220;prestatore di ultima istanza&#8221; </strong></span><strong>(cioè che stampi denaro in caso di panico)</strong><strong>,</strong><span style="color: #ff0000;"><strong> il sistema è costantemente sul filo del rasoio</strong></span>. Lo </span><span class="s3">shadow banking</span><span class="s1"> ha ereditato esattamente questa fragilità.<br />
La finanza ha smesso di servire l&#8217;economia reale; di conseguenza, un sistema intero (</span><span class="s3">shadow</span><span class="s1">) ritrovandosi in assenza di un ancoraggio reale, esiste solo per mantenere in vita il rifinanziamento costante di sé stesso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><span style="color: #ff0000;"><strong>Se l&#8217;Eurodollaro non circola, il commercio internazionale si congela</strong></span> perché viene a mancare il carburante monetario globale. <strong>Questo provoca la cosiddetta </strong></span><span class="s2"><strong>distruzione della domanda</strong>. </span><span class="s1"><span style="color: #ff0000;"><strong>Le multinazionali americane</strong></span> (dalle aziende tecnologiche ai colossi manifatturieri) <strong>scoprono che i loro clienti esteri non possono più permettersi di comprare i loro prodotti, <span style="color: #ff0000;">sia perché non trovano i dollari sul mercato offshore, sia perché il dollaro è diventato troppo costoso rispetto alle monete locali svalutate</span></strong>. Il risultato è un <strong>calo drastico degli utili delle aziende americane</strong> e una pesante <strong>correzione dei mercati azionari di Wall Street</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le banche e le imprese globali, <strong>non riuscendo più a ottenere prestiti in Eurodollari dalle banche private</strong>, sono costrette a liquidare i propri asset e a vendere le proprie valute locali (Euro, Yen, Yuan) pur di accaparrarsi i pochi <strong>dollari commerciali</strong> disponibili per pagare i debiti in scadenza. <span style="color: #ff0000;"><strong>Questo crea un &#8220;dollaro forte&#8221; che schiaccia il resto del mondo, agendo come un vero e proprio cappio al collo dell&#8217;economia globale</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per farlo, aprono le loro casseforti e </span><span class="s2"><strong>vendono massicciamente i Titoli di Stato americani</strong> (Treasuries)</span><span class="s1"> che tenevano da parte come riserva, trasformandoli in dollari liquidi da iniettare d&#8217;urgenza nel mercato.</span></p>
<p>Di recente il Bitcoin è sceso sotto la soglia dei 60.000 dollari. Spesso la finanza tradizionale liquida questi crolli come problemi interni al mondo delle criptovalute (leggi: speculazione o panico tra i piccoli investitori). Tuttavia, <strong>l&#8217;andamento del Bitcoin negli ultimi 9 mesi ricalca in modo quasi identico quello delle azioni di BlackRock</strong>, il più grande gestore di investimenti al mondo. Poiché Bitcoin e BlackRock non hanno legami diretti è giustificato pensare che essi stiano reagendo allo stesso problema invisibile: <strong>una grave contrazione della liquidità globale e un rallentamento dell&#8217;economia reale</strong>.</p>
<p><strong>Il segnale del Bitcoin</strong>. Con l&#8217;inflazione che morde e i tassi di risparmio ai minimi storici, molte famiglie si trovano in difficoltà a pagare i normali consumi, le bollette o il mutuo. Vendere piccole quantità di oro o di Bitcoin diventa così il modo più rapido per ottenere denaro contante immediato.<br />
Nel contempo, nei portafogli dei grandi fondi, il Bitcoin viene trattato <strong>come l&#8217;asset rischioso e volatile per eccellenza</strong>. Quando i grandi investitori fiutano l&#8217;arrivo di una crisi, tendono a fare &#8220;<strong>avversione al rischio</strong>&#8220;, ovvero vendono le cose più rischiose per tenersi i contanti. <strong>Bitcoin è quindi il primo ad essere venduto</strong> perché il suo mercato è sempre aperto e, soprattutto, nessuno può impedire a chi ne è in possesso di venderlo (al contrario di quanto sta accadendo, come vedremo, in altri mercati).</p>
<h3>Il problema di BlackRock e il crollo del credito privato</h3>
<p>Per capire perché le azioni di BlackRock stanno calando sono importanti il concetto di <em>private credit</em> (credito privato) e di <em>shadow banking</em> (sistema bancario ombra).<br />
Il sistema bancario ombra è l&#8217;insieme di quelle istituzioni finanziarie (come i grandi fondi di investimento) che prestano denaro alle aziende proprio come farebbero le banche, <strong>ma senza essere sottoposte alle stesse rigide regole e controlli dello Stato</strong> (merito creditizio, requisiti patrimoniali, limiti alla concentrazione del rischio, trasparenza, ecc.) .</p>
<p><strong>Il credito privato è costituito dell’insieme dei prestiti che questi fondi concedono direttamente alle aziende</strong>. Vengono venduti agli investitori come prodotti fantastici ad alto rendimento e bassissima volatilità (cioè il loro prezzo non oscilla bruscamente sui mercati pubblici).<br />
Nel mercato sta però avvenendo una specie di <strong>corsa agli sportelli silenziosa</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Grandi istituzioni finanziarie estere</strong></span> (offshore, ovvero fuori dagli Stati Uniti, come fondi pensione o assicurazioni asiatiche ed europee) <span style="color: #ff0000;"><strong>stanno chiedendo in massa il riscatto (la restituzione) dei soldi investiti in questi fondi di credito privato</strong></span> gestiti da colossi come BlackRock, Apollo o Blackstone.</p>
<h3>La carenza di dollari nel mondo (Dollar Shortage)</h3>
<p>I grandi investitori stranieri vogliono indietro i loro soldi a causa dell’aumento dei costi dell&#8217;energia [3] e del rallentamento del commercio globale. Il commercio mondiale si fa in dollari americani. Se il commercio (specialmente quello del petrolio) rallenta, nel resto del mondo iniziano a circolare meno dollari. Si crea così una scarsità di dollari [2]. Le istituzioni straniere che hanno urgente bisogno di valuta americana vanno a prelevarla dove pensano di averla accumulata in sicurezza ovvero nei fondi di credito privato di Wall Street. Inoltre, cercano di ritirarli prima possibile perché i fondi offrono ancora il rimborso al valore nominale pieno, ma gli investitori sanno che in futuro, con la crisi alle porte, quei prestiti varranno molto meno.</p>
<h3>Il meccanismo del &#8220;Gating&#8221; e l&#8217;effetto domino</h3>
<p>Quando troppi investitori chiedono contemporaneamente indietro i propri soldi, i fondi di credito privato si trovano in difficoltà perché i prestiti fatti alle aziende non possono essere liquidati da un giorno all&#8217;altro. Per salvarsi, <strong>alcuni fondi</strong> (il colosso Apollo) <strong>hanno attivato il <span style="color: #ff0000;">gating</span> (blocco dei prelievi)</strong>: hanno chiuso le porte e detto agli investitori &#8220;No, non potete riavere i vostri soldi in questo trimestre&#8221;. Questo meccanismo crea un effetto domino. L&#8217;investitore istituzionale che si vede bloccati i fondi da BlackRock o Apollo, ma ha comunque un disperato bisogno di denaro contante, è costretto a vendere l&#8217;unica cosa rimasta libera sul mercato: <strong>il Bitcoin</strong>. Ecco spiegato il legame finanziario tra i due asset.</p>
<h3>Il Déjà-vu del 2008 e la leva finanziaria nascosta</h3>
<p>C&#8217;è un parallelismo preoccupante con la crisi dei mutui del 2008. Anche allora si diceva che i titoli legati ai mutui immobiliari fossero sicuri, a bassa volatilità e che nessuno avrebbe mai fatto insolvenza, finché l&#8217;intero sistema non è crollato.<br />
Oggi i gestori del credito privato<strong> dichiarano pubblicamente di non utilizzare la leva finanziaria</strong> (ovvero il denaro preso in prestito per moltiplicare i guadagni). Tecnicamente è vero sui loro bilanci principali, ma si tratta di una verità di facciata: la leva finanziaria c&#8217;è, ma è nascosta all&#8217;estero, dentro filiali e società sussidiarie di assicurazioni o attraverso contratti finanziari complessi che non appaiono nei controlli ordinari. Gli investitori istituzionali lo sanno perfettamente (perché sono loro stessi a gestire queste strutture esterne) e per questo stanno scappando.</p>
<h3>La conferma dall&#8217;Asia. L&#8217;indice Hang Seng di Hong Kong</h3>
<p>A dimostrazione che non si tratta di un problema solo americano, l&#8217;indice Hang Seng di Hong Kong (il mercato azionario locale). Hong Kong è la porta d&#8217;accesso del denaro (i cosiddetti Eurodollari, i dollari che circolano fuori dagli USA) verso la Cina e il resto dell&#8217;Asia.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Quando l&#8217;economia globale va bene, i dollari in eccesso si riversano a Hong Kong e fanno salire la borsa. Quando il sistema finanziario globale si contrae e ha paura, i dollari fuggono da Hong Kong e la borsa crolla. Il fatto che <strong>l&#8217;indice Hang Seng stia scendendo costantemente da circa 9 mesi</strong>, esattamente nello stesso periodo di Bitcoin e BlackRock, conferma che<span style="color: #ff0000;"><strong> la gravità del sistema economico globale si sta spostando dalla crescita (riflazione) verso la recessione</strong></span>.</p>
<h3>L&#8217;impatto finale sull&#8217;economia reale</h3>
<p><strong>Quando il credito privato si blocca</strong> e i fondi chiudono i rubinetti, <strong>a soffrire sono le piccole e medie imprese</strong>, che non hanno riserve infinite di contanti e dipendono da questi prestiti per pagare i fornitori e far girare le merci nella catena di montaggio. <span style="color: #ff0000;"><strong>Se un&#8217;azienda non ha più accesso al credito e i consumatori smettono di comprare</strong> </span>(perché hanno finito i risparmi), <span style="color: #ff0000;"><strong>la merce nei magazzini resta invenduta e perde valore</strong></span>. A quel punto, <strong>l&#8217;unica opzione rimasta all&#8217;imprenditore per non fallire è licenziare il personale</strong>.<br />
Il crollo di Bitcoin e delle azioni di BlackRock, quindi, non è una bizzarria della borsa, ma il termometro di una profonda carenza di denaro che rischia di trasformarsi, nei mesi successivi, in una recessione economica vecchio stile con un aumento della disoccupazione.</p>
<p>[1] Il cosiddetto <strong>sistema bancario ombra</strong> (in inglese, shadow banking, oggi spesso definito intermediazione finanziaria non bancaria) è soggetto a controlli molto diversi e, in molti casi, meno stringenti rispetto alle banche tradizionali. Per sistema bancario ombra si intende l’insieme di soggetti che svolgono attività simili a quelle delle banche – <strong>concedono credito, acquistano crediti, finanziano imprese, trasformano scadenze</strong> – senza essere banche. Ne fanno parte, ad esempio, alcuni <strong>fondi di investimento, fondi di credito, società veicolo per la cartolarizzazione, hedge fund e altri intermediari finanziari</strong>. Le banche raccolgono depositi dal pubblico, che sono protetti e costituiscono una componente essenziale del sistema dei pagamenti. Per questo sono sottoposte a una vigilanza prudenziale molto severa. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, molti economisti e regolatori hanno puntato il dito contro lo shadow banking. Una parte rilevante dei mutui subprime statunitensi era stata infatti trasformata in titoli e fatta circolare proprio attraverso questo sistema parallelo, dove il rischio era meno trasparente e la leva finanziaria poteva diventare molto elevata. <strong>Negli ultimi decenni una parte crescente della creazione di credito si è spostata dalle banche tradizionali verso intermediari meno regolamentati, e molti analisti ritengono che questo abbia ridotto l’efficacia dei controlli pubblici e aumentato alcune vulnerabilità del sistema finanziario globale</strong>.<br />
<span class="s1">L&#8217;eurodollaro non è una causa isolata, ma è l&#8217;evento fondativo dello </span><span class="s2">shadow banking</span><span class="s3">. </span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">Il mercato dell&#8217;eurodollaro ha insegnato alla finanza globale che si </span></strong></span><span class="s3"><span style="color: #ff0000;"><strong>possono creare profitti immensi operando fuori dalle regole statali</strong> <span style="color: #800080;"><strong>e che l</strong></span></span></span><span class="s3"><span style="color: #800080;"><strong>a liquidità può essere generata tramite promesse incrociate (debito) piuttosto che tramite produzione di valore reale</strong></span>.<br />
</span><span class="s3">La fragilità sistemica è un prezzo che il mercato è disposto a pagare pur di mantenere questo sistema di auto-finanziamento perpetuo.<br />
</span><span class="s3">Lo </span><span class="s4">shadow banking</span><span class="s3"> è, in sostanza, la maturazione estrema della logica che è nata con l&#8217;eurodollaro nel 1958: la finanza che crea un mondo parallelo che ignora i confini degli stati-nazione e le regole di prudenza bancaria. </span><span class="s3"><strong>I mercati finanziari, che nella logica del capitalismo, avrebbero dovuto servire l’economia reale fornendo il capitale necessario per espandere le fabbriche e sviluppare nuove tecnologie, si sono trasformati in un ecosistema separato, un vero e proprio casinò che estrae valore invece di aggiungerne</strong>. Questa deriva si fonda sulla deliberata <span style="color: #ff0000;"><strong>rimozione del rischio dal processo economico</strong></span>, una patologia strutturale che cerca <strong><span style="color: #000000;">rendimenti gratuiti e continuativi</span></strong> senza la possibilità di incorrere in perdite, ribaltando il principio cardine del mercato: il rischio è il prezzo da pagare per il profitto.</span></p>
<p>[2] <span class="s1">Il Paradosso della Moneta: <span style="color: #ff0000;"><strong>come funziona davvero il dollaro</strong></span>. I</span><span class="s3">l valore del dollaro non sale perché l&#8217;economia americana è forte, né scende perché Washington &#8220;stampa troppa moneta&#8221;. In realtà, accade l&#8217;esatto contrario. <strong>Un </strong></span><strong><span class="s4">dollaro che guadagna valore sui mercati finanziari, non è un segnale di salute economica, ma un </span><span class="s5">campanello d&#8217;allarme di una crisi di liquidità globale</span></strong><span class="s4">. Al contrario, <strong>quando il valore del dollaro scende, non significa necessariamente che la valuta stia morendo, ma che la pressione sul sistema finanziario mondiale si sta allentando, permettendo all&#8217;economia globale di &#8220;respirare&#8221;</strong>.</span><span class="s2"> Il motore di tutto questo non è la Federal Reserve (la banca centrale USA), ma un meccanismo puramente bancario e invisibile: il </span><span class="s3">sistema dell&#8217;Eurodollaro ovvero</span><span class="s2"> tutti i dollari depositati, prestati o scambiati </span><span class="s3">al di fuori degli Stati Uniti</span><span class="s2"> (quindi </span><span class="s6">offshore</span><span class="s2">, cioè fuori dai confini americani). </span><span class="s2">La caratteristica fondamentale dell&#8217;</span><span class="s5">Eurodollaro è che <span style="color: #ff0000;"><strong>si tratta di moneta bancaria, non di moneta di banca centrale</strong></span></span><span class="s2">. Non sono banconote di carta stampate dal governo USA, né riserve create dalla Federal Reserve. </span><strong><span class="s4">Sono pure scritture contabili nei bilanci delle grandi banche internazionali (a Tokyo, Londra, Singapore o Francoforte) sotto forma di prestiti, derivati, contratti di </span><span class="s7">swap</span><span class="s4"> e mercati </span><span class="s7">repo</span></strong><span class="s4">. </span><span class="s2">Dato che il commercio mondiale (comprare petrolio in India, materie prime in Cina, o emettere obbligazioni in Europa) si fa in dollari, le banche di tutto il mondo hanno un disperato e costante bisogno di accedere a questi &#8220;dollari offshore&#8221; per far funzionare le proprie economie.<br />
</span><span class="s1"><strong>Il ribaltamento dei concetti: dollaro forte vs dollaro debole</strong><br />
</span><span class="s1">Quando il dollaro sale <span class="s2"> (misurato spesso dall&#8217;indice </span><span class="s3">DXY &#8211; Dollar Index</span><span class="s2">, che ne calcola il valore rispetto a un paniere di altre valute) c</span>&#8216;è una carenza (Shortage) di dollari. </span><span class="s2">Quando sui mercati mondiali si verifica uno shock (una guerra, un picco del petrolio, o tensioni geopolitiche), i grandi intermediari finanziari (i </span><span class="s6">dealers</span><span class="s2">) si spaventano. Diventano avversi al rischio e </span><span class="s3">restringono la capacità dei propri bilanci</span><span class="s2">, ovvero smettono di prestare dollari all&#8217;estero. </span><span class="s2">A quel punto, una banca giapponese, un&#8217;impresa coreana o un governo emergente che hanno debiti in dollari si trovano improvvisamente senza liquidità. Inizia una caccia disperata al dollaro per non fallire. </span><span class="s4"><strong>Più persone cercano dollari, più il prezzo del dollaro sale.<span style="color: #ff0000;"> Un dollaro forte è il sintomo che il mondo è a corto di ossigeno finanziario</span></strong>.<br />
</span><span class="s1">Quando il Dollaro scende il sistema economico globale respira<br />
</span><span class="s2">Al contrario, quando la paura svanisce e i mercati si calmano, le grandi banche ricominciano a prestare denaro con facilità. La domanda frenetica di dollari cessa e il valore della valuta scende. </span><span class="s4">Un dollaro debole indica che la liquidità scorre liberamente nel mondo, il commercio riparte e gli investitori tornano a comprare asset finanziari più rischiosi (azioni, mercati emergenti)</span><span class="s2">.</span></p>
<p>[3] <span class="s1">L&#8217;Illusione del Petrolio Basso: Perché la vera crisi energetica inizia adesso. </span><span class="s2">L</span><span class="s3">a firma della pace tra Stati Uniti e Iran non risolverà la crisi energetica nell&#8217;immediato, ma darà il via a un &#8220;aftershock&#8221; (una scossa di assestamento) potenzialmente peggiore della guerra stessa. I</span><span class="s2">l mercato del petrolio non funziona come un semplice rubinetto dell&#8217;acqua che si può chiudere e riaprire a piacimento. <strong>I cento giorni di blocco nello Stretto di Hormuz hanno svuotato le riserve mondiali a livelli storici</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>La fretta di governi e industrie nel voler riempire nuovamente i propri magazzini creerà un&#8217;impennata della domanda che impedirà ai prezzi di scendere rapidamente</strong></span>. Di conseguenza, il petrolio tornerà a livelli molto bassi (intorno ai 50 dollari) solo attraverso una strada dolorosa: </span><span class="s3">una dura recessione globale che distruggerà i consumi. e la domanda.<br />
</span><span class="s2">Mentre le borse festeggiano l&#8217;accordo di pace, l&#8217;economia reale mostra segnali di estrema sofferenza dovuti alla reale mancanza fisica di carburante.</span><span class="s2"> Per la prima volta nella sua storia recente, l&#8217;India ha introdotto il razionamento del gasolio, imponendo un tetto massimo di vendita di soli 200 litri al giorno per cliente. Le pompe di benzina stanno letteralmente rimanendo a secco. Trattandosi di un paese vicinissimo al Medio Oriente e totalmente dipendente da quel petrolio, l&#8217;India impiegherà mesi solo per far arrivare il greggio, raffinarlo e rimetterlo in circolazione nelle sue reti logistiche.<br />
</span><span class="s2">Durante i tre mesi di guerra, la Cina ha ridotto drasticamente le sue importazioni fisiche di petrolio (crollate del 3% a marzo, del 20% ad aprile e del 29% a maggio). Il governo ha permesso alle industrie di attingere alle proprie riserve strategiche segrete. Ora che la guerra è finita, Pechino dovrà ricominciare a comprare massicciamente sul mercato per ricostruire le sue scorte, <strong>creando una gigantesca ondata di nuova domanda</strong>.<br />
</span><span class="s1">La corsa a rifare le scorte<br />
</span><span class="s2">I consumatori si aspettano che, finita la guerra, i prezzi alla pompa crollino immediatamente. Tuttavia,</span><span class="s2"> le aziende di raffinazione e i governi con le loro </span><span class="s3"><em>Strategic Petroleum Reserves</em> (SPR)</span><span class="s2"> (le riserve strategiche militari) non vorranno farsi trovare impreparati nel caso in cui l&#8217;accordo di pace con l&#8217;Iran dovesse saltare all&#8217;ultimo minuto o se dovesse subentrare un altro fattore di rischio (come l&#8217;inizio della stagione degli uragani nel Golfo del Messico, che minaccia le piattaforme americane). Questa fretta collettiva manterrà i prezzi alti per mesi.<br />
</span><span class="s4">Un contratto &#8220;Future&#8221; è</span><span class="s2"> un accordo per comprare o vendere petrolio a un prezzo fissato oggi, ma con consegna in una data futura (ad esempio, tra un mese, sei mesi o un anno). </span><span class="s2">Durante la guerra, la curva si trovava in uno stato di </span><span class="s3">backwardation record</span><span class="s2"><strong> ovvero che il petrolio da consegnare </strong></span><strong><span class="s5">immediatamente</span><span class="s2"> costava molto più del petrolio da consegnare </span><span class="s5">tra sei mesi</span><span class="s2">. </span><span class="s6" style="color: #ff0000;">Questo accade quando c&#8217;è panico. <span style="color: #000000;">G</span></span></strong><span class="s2"><strong>li acquirenti hanno un disperato bisogno di barili fisici subito e sono disposti a pagarli a peso d&#8217;oro</strong>.<br />
</span><span class="s2">Nelle ultime settimane, con l&#8217;avvicinarsi della pace, il prezzo immediato è sceso (la curva si sta &#8220;appiattendo&#8221;), </span><span class="s6">ma i prezzi per le consegne future (a fine 2026 o 2027) restano alti e non vogliono calare. Questo dimostra che gli operatori finanziari sanno benissimo che la carenza di petrolio durerà a lungo.<br />
</span><span class="s4">Come ne usciremo? Restaurazione dell&#8217;offerta o distruzione della domanda<br />
</span><span class="s2">Il petrolio tornerà a prezzi normali e accessibili (tra 50 e 60 dollari al barile) solo grazie alla <strong>r</strong></span><span class="s3"><strong>estaurazione</strong> dell&#8217;offerta. </span><span class="s2">I pozzi danneggiati nel Golfo Persico vengono riparati velocemente e il mercato verrà inondato di nuovo petrolio ma si tratta di uno scenario improbabile nel breve termine visti i reali danni strutturali segnalati dai produttori del Golfo. Se i </span><span class="s2">prezzi energetici rimangono così alti, così a lungo, da prosciugare il potere d&#8217;acquisto dei consumatori (già provati da mesi di inflazione) le persone smetteranno di viaggiare e le fabbriche ridurranno la produzione perché nessuno comprerà più i loro prodotti, e le aziende iniziano a licenziare.<br />
</span><span class="s3">Q</span><span class="s7">uattro delle ultime cinque grandi recessioni mondiali sono state causate proprio da shock petroliferi.</span> <span class="s6">Contrariamente a quanto si pensa, nel lungo periodo gli shock energetici <strong>non provocano un&#8217;inflazione infinita</strong>, <span style="color: #ff0000;"><strong>ma portano alla </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s8">deflazione da recessione. </span><span class="s8" style="color: #ff0000;">D</span></strong></span><span class="s6"><span style="color: #ff0000;"><strong>istruggono i consumi a un livello tale da far crollare la domanda, facendo terminare la crisi non con prezzi alti, ma con la disoccupazione</strong></span>.<br />
</span><span class="s2">I dati macroeconomici sembrano già confermare questa seconda strada: in Cina i consumi interni di carburante sono già in calo (le vendite di benzina della compagnia statale Sinopec sono scese dell&#8217;8% e quelle di diesel del 6%), e anche negli Stati Uniti la domanda di benzina sta iniziando a mostrare evidenti segni di cedimento.</span></p>
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		<title>Sicurezza o controllo sociale? Conferme di incostituzionalità da parte del Massimario della Cassazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 12:21:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Decreto Sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Legge 24 aprile 2026 54]]></category>
		<category><![CDATA[Massimario della Cassazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Man mano che il sistema economico, sociale e politico involve, annodandosi nella matassa indistricabile della propria incapacità, vittima dei servilismi a poteri ed interessi estranei al benessere sociale, la coesione sociale si disgrega e si presenta la necessità per la sopravvivenza del sistema politico di imbrigliare la prevedibile reazione sociale arginandola preventivamente al fine di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Man mano che il sistema economico, sociale e politico involve, annodandosi nella matassa indistricabile della propria incapacità, vittima dei servilismi a poteri ed interessi estranei al benessere sociale, la coesione sociale si disgrega e si presenta la necessità per la sopravvivenza del sistema politico di imbrigliare la prevedibile reazione sociale arginandola preventivamente al fine di tentare di sopravvivere alla propria insufficienza e patologia sistemica.<br />
A farne le spese sono tutti quei dispositivi costituzionali atti a concedere i diritti che permettono ai cittadini di esprimersi come popolo preoccupato dell&#8217;insostenibilità della via che si sta percorrendo, che sente urgenza di cambiamento, essendo peraltro in grado di indicare soluzioni altre rispetto al vicolo cieco in cui la politica sta costringendo presente e futuro del Paese</h2>
<p>Il Disegno di Legge sulla sicurezza del 2026 è ora legge e su di esso si è espresso l&#8217;Ufficio del Massimario della Cassazione confermando tutti i timori di incostituzionalità (vedi nota [1]). Ricordiamone i principali punti critici perché palesemente incostituzionali.<br />
Molti giuristi e ora la stessa Cassazione denunciano che, per rispondere al desiderio di un controllo più rigido, si è finito per calpestare i pilastri che tengono in piedi la nostra democrazia.<br />
Il primo aspetto critico riguarda la nostra libertà di movimento e di espressione. <strong>La legge ha introdotto la possibilità di trattenere una persona per dodici ore durante le manifestazioni senza l&#8217;intervento immediato di un magistrato</strong>. Questo punto entra in rotta di collisione diretta con l&#8217; &#8220;articolo 13 della Costituzione&#8221;, il quale stabilisce solennemente che &#8220;<strong>la libertà personale è inviolabile</strong>&#8221; e che ogni restrizione deve essere convalidata dall&#8217;autorità giudiziaria nei tempi più rapidi possibili. Quando lo Stato può decidere autonomamente, per dodici ore, di limitare la libertà di un cittadino senza che un giudice verifichi la fondatezza di tale atto, viene meno quella garanzia fondamentale che impedisce al potere esecutivo di trasformarsi, di fatto, in un arbitro senza controlli. <span style="color: #ff0000;"><strong>Non si tratta solo di una questione tecnica, ma del rischio che una piazza, luogo simbolo della democrazia, diventi un posto dove la paura di subire un fermo senza garanzie finisca per spaventare chiunque voglia esercitare il proprio diritto di manifestare</strong></span>.</p>
<p>L&#8217;articolo 7 sulla gestione delle manifestazioni è infatti il punto che suscita maggiori preoccupazioni. Questo articolo interviene sulla storica Legge Reale (Legge 152/1975), ampliando i poteri di perquisizione &#8220;sul posto&#8221; da parte delle forze dell&#8217;ordine in occasione di manifestazioni. La legge permetterà di trattenere persone in condizioni che, secondo il Massimario, rischiano di eludere il necessario controllo preventivo e immediato dell&#8217;Autorità Giudiziaria, sollevando dubbi sulla compatibilità con l&#8217;inviolabilità della libertà personale sancita dall&#8217;articolo 13 della Costituzione.</p>
<p>L&#8217;articolo 10 (Limitazioni alla partecipazione pubblica), <strong>introduce il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti in luogo pubblico, disposto dal giudice come pena accessoria in caso di condanna per determinati reati</strong>. Prevista un&#8217;estensione automatica di tali divieti, che potrebbero arrivare a limitare drasticamente la libertà di riunione garantita dall&#8217;articolo 17 della Costituzione, trasformando una sanzione penale in una sorta di &#8220;Daspo&#8221; a vita o di durata tale da erodere il diritto di manifestare il proprio pensiero collettivamente.</p>
<p>Un altro tema assai delicato riguarda il modo in cui il legislatore vorrebbe affrontare i reati dei minori. <strong>Si è ratificata l&#8217;idea di sanzionare i genitori per le condotte dei figli</strong>, introducendo forme di responsabilità che tradiscono palesemente il principio cardine dell&#8217;articolo 27 della Costituzione, il quale recita che &#8220;<strong>la responsabilità penale è personale</strong>&#8220;. Nel diritto italiano, siamo responsabili per ciò che facciamo noi, non per le azioni degli altri. Se introduciamo una responsabilità indiretta, rischiamo di trasformare il sistema penale in uno strumento che punisce un intero nucleo familiare, ignorando le complessità sociali e le corresponsabilità educative che stanno dietro a un disagio giovanile. La legge colpisce i genitori non per un loro reato diretto, ma per la loro posizione familiare, creando un meccanismo di colpa oggettiva che è estraneo alla cultura giuridica democratica e costituzionale e che rischia di non risolvere affatto il problema alla radice.</p>
<p>Articoli 4-ter e 4-quater (La responsabilità sui minori). Queste norme introducono sanzioni amministrative e restrizioni legate al possesso di armi o strumenti atti ad offendere da parte dei minori di diciotto anni. Qui la critica non riguarda solo il merito, ma l&#8217;impostazione: si prevede una responsabilità (anche amministrativa/pecuniaria) che coinvolge in modo indiretto i genitori o chi esercita la potestà, creando un sistema di responsabilità che si somma a quella civile. Il rischio paventato è di colpire il nucleo familiare per fatti del figlio, allontanandosi dal principio di responsabilità personale previsto dall&#8217;articolo 27 della Costituzione.</p>
<p>Infine, dobbiamo guardare al ruolo fondamentale che il giudice deve mantenere all&#8217;interno del processo. <strong>Il decreto propone automatismi che spingono verso una giustizia quasi &#8220;algoritmica&#8221;, in cui la pena viene applicata in modo rigido e praticamente automatico, privando il magistrato della sua capacità di valutare il caso specifico, la storia della persona e il contesto del reato</strong>. Questo approccio è in aperta contraddizione con gli &#8220;articoli 101 e 104 della Costituzione&#8221;, che sanciscono l&#8217;indipendenza della magistratura e la soggezione del giudice soltanto alla legge, intesa come sistema complesso e non come mera somma di divieti. Se la legge diventa un automatismo che toglie al giudice il potere-dovere di &#8220;interpretare&#8221; i fatti, stiamo di fatto svuotando il processo penale della sua funzione umana. Il rischio è che, nel tentativo di apparire severi e rapidi nel comminare le pene si sia scelta una scorciatoia che finisce per condannare individui con pene sproporzionate, equiparando situazioni radicalmente diverse tra loro, trasformando l&#8217;aula di tribunale in un luogo in cui si applicano procedure standardizzate invece di amministrare la giustizia.</p>
<p>L&#8217;articolo 5 (Automatismi nello spaccio) interviene sull&#8217;articolo 73 del Testo Unico Stupefacenti mirando a inasprire le pene e a introdurre la confisca obbligatoria di veicoli e beni. Il Massimario evidenzia come l&#8217;introduzione di automatismi che etichettano quasi per &#8220;default&#8221; certi fatti come gravi, <strong>sottragga al giudice la possibilità di valutare la specificità del caso</strong> (ad esempio, distinguendo tra il caso occasionale e quello abituale), rischiando di applicare pene sproporzionate rispetto alla reale pericolosità del fatto.</p>
<p>Articolo 11 (Aggravamento delle pene per lesioni). Estendendo l&#8217;applicazione dell&#8217;articolo 583-quater del codice penale (originariamente pensato per le lesioni a pubblici ufficiali) anche a casi che coinvolgono il personale scolastico, il decreto inasprisce notevolmente le pene. La critica qui non è sulla protezione del personale scolastico in sé, ma sulla tendenza legislativa di rispondere a ogni crisi sociale (in questo caso il disagio nelle scuole) esclusivamente alzando il livello della sanzione penale, creando un sistema di &#8220;sicurezza&#8221; basato solo su pene severissime che, a lungo termine, rischiano di saturare il sistema carcerario senza intervenire sulle cause profonde del disagio.</p>
<p>Il cuore della preoccupazione come emerge chiaramente dalla Relazione del Massimario sta nel fatto che il legislatore abbia scelto la strada dell&#8217;<strong>automatismo sanzionatorio</strong> e dell&#8217;<strong>ampliamento dei poteri di polizia</strong> senza garanzie giudiziarie scavalcando a piè pari i presidi costituzionali.<br />
Quando un articolo di legge, come il 7 o il 10, trasforma un diritto fondamentale (come quello di manifestare o di non essere privati della libertà senza un giudice) in un’eccezione che può essere sospesa per &#8220;ragioni di sicurezza&#8221;, la rete di protezione della Costituzione inizia a sfilacciarsi. La Cassazione, in sostanza, avverte seppure fuori tempo massimo che, se questa impostazione diventa la norma, il cittadino si ritroverà progressivamente meno protetto davanti al potere dello Stato, proprio in quei momenti in cui la protezione sarebbe più necessaria.</p>
<p>La Costituzione è stata scritta proprio per proteggerci dai momenti di panico e dalle spinte emotive che penserebbero di risolvere sacrificando i diritti fondamentali in cambio di una rassicurante, ma illusoria, promessa di ordine totale abituando il Paese a un&#8217;idea di Stato minimo in cui la &#8220;sicurezza&#8221; vale molto più della libertà, cambiando, un articolo alla volta, il volto della nostra convivenza civile e i connotati dello Stato costituzionale.</p>
<p>Il dibattito sollevato dalla Relazione n. 39/2026 dell&#8217;Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione non è un’opinione isolata, ma un&#8217;analisi tecnica che punta il dito contro alcune disposizioni del Decreto-Legge 24 febbraio 2026, n. 23 (convertito in Legge 54/2026).</p>
<p>Il pronunciamento della Cassazione, o meglio la Relazione n. 39/2026, non è arrivato in seguito a una causa o a una richiesta esterna specifica di un cittadino o di un gruppo politico. È bene chiarire subito la natura di questo documento per capire perché è così autorevole.<br />
Non è infatti una sentenza, ma un&#8217;analisi tecnica. La Relazione non è una sentenza di un processo, ma un documento di analisi tecnica redatto dall&#8217;Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione (Servizio Penale).<br />
L&#8217;Ufficio del Massimario è una struttura interna alla Corte Suprema che ha il compito istituzionale di studiare le nuove leggi appena approvate (o in fase di conversione). Il suo ruolo è quello di:<br />
<strong>Monitorare le novità normative</strong>: analizzare come le nuove leggi si inseriscono nel sistema giuridico.<br />
<strong>Supportare la &#8220;nomofilachia&#8221;</strong>: ovvero garantire che l&#8217;interpretazione della legge sia uniforme in tutto il Paese, fornendo ai magistrati e agli operatori del diritto una base di studio chiara e tecnica.<br />
<strong>Segnalare le criticità</strong>: quando arriva una legge &#8220;complessa&#8221; o che incide pesantemente su diritti costituzionali, il Massimario redige queste relazioni per mettere in guardia su potenziali conflitti tra la nuova norma e i principi di ordine superiore (come la Costituzione o le convenzioni internazionali).</p>
<p>È bene specificare come l&#8217;attività di analisi del Massimario sia fisiologica e automatica di fronte a provvedimenti di grande impatto, come lo è stato il cosiddetto &#8220;Decreto Sicurezza&#8221; del 2026.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Il Massimario interviene d&#8217;ufficio per garantire che la magistratura sia preparata ad affrontare le nuove norme. È un&#8217;attività di prevenzione giuridica: i magistrati del Massimario scrivono queste relazioni per dire: &#8220;Attenzione, questa nuova legge cambierà il modo di fare processo, ecco dove sono le trappole e dove rischiamo di andare a sbattere contro la Costituzione&#8221;.</strong></span><br />
Il fatto che questo documento esista non è un fatto politico, ma tecnico-giuridico. Quando la Cassazione &#8211; l&#8217;organo supremo che garantisce la corretta applicazione della legge &#8211; solleva dubbi di costituzionalità su un decreto, sta avvertendo il Parlamento e il Governo che, se continueranno a scrivere norme in quel modo, i tribunali di tutta Italia potrebbero trovarsi come minimo in difficoltà. <strong>Come si vede l&#8217;ufficio di studio del Massimario svolge il suo ruolo di &#8220;custode&#8221; del sistema, analizzando il decreto per capire come applicarlo correttamente e avvertendo il Paese delle possibili distorsioni che ne derivano</strong>.</p>
<p><strong>Per comprendere come mai la Relazione del Massimario arrivi soltanto a giochi fatti, dobbiamo guardare alla separazione dei poteri. L&#8217;Ufficio del Massimario della Cassazione non fa parte del Parlamento, ma è il faro tecnico della magistratura</strong>. Il suo compito istituzionale è quello di analizzare le leggi &#8220;a bocce ferme&#8221;, ovvero solo quando il testo è definitivo e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Se intervenisse durante il dibattito parlamentare, rischierebbe di analizzare una bozza che il giorno dopo potrebbe essere stravolta da un emendamento.</p>
<p>Tuttavia la sensazione di trovarsi di fronte a un cortocircuito istituzionale è netta ed ampiamente condivisa dai più attenti osservatori del diritto.<br />
<strong>Il filtro preventivo, quello che dovrebbe bloccare le leggi palesemente incostituzionali prima che vengano approvate, spetta teoricamente ad altri organi</strong>: <span style="color: #ff0000;"><strong>le Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato e, in ultima istanza, il Presidente della Repubblica prima della promulgazione</strong></span>. La vera anomalia, spesso denunciata dai costituzionalisti, è che <span style="color: #ff0000;"><strong>le maggioranze parlamentari, pressate dall&#8217;esigenza di mostrare pugno duro e incassare consenso immediato, blindano i decreti ponendo la questione di fiducia. Questo azzera il dibattito tecnico in aula, bypassando di fatto i controlli preventivi interni al Parlamento stesso</strong></span>.<br />
A questo punto <span style="color: #0000ff;"><strong>la relazione della Cassazione serve solo come &#8220;manuale d&#8217;uso&#8221; per applicare una legge incostituzionale</strong></span>.<strong> Questa relazione non è inutile ma fornisce ai magistrati l&#8217;arsenale giuridico per fermare la norma</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Nel nostro ordinamento, se un giudice si trova a dover applicare una legge che ritiene in palese contrasto con la Costituzione, non può semplicemente ignorarla, ma non è nemmeno obbligato ad applicarla ciecamente</strong></span>. Grazie anche ai rilievi messi nero su bianco dal Massimario, il giudice ha il dovere di sospendere il processo e sollevare una &#8220;questione di legittimità costituzionale&#8221;, rimettendo gli atti alla Corte Costituzionale, così come previsto dall&#8217; &#8220;articolo 134 della Costituzione&#8221;. <span style="color: #ff0000;"><strong>In pratica, la relazione del Massimario è il lasciapassare tecnico che permetterà a molti giudici di portare questo decreto davanti alla Consulta per chiederne la cancellazione.</strong></span><br />
Tutto questo scenario, tuttavia, rivela una contraddizione di sistema che molti giuristi, l&#8217;Associazione Nazionale Magistrati e diversi osservatori politici denunciano da tempo. Assitiamo a quello che viene definito un vero e proprio &#8220;<strong>scaricabarile istituzionale</strong>&#8220;. Chi governa approva leggi &#8220;manifesto&#8221;, scritte per rassicurare la pancia del Paese in tempo di emergenza, sapendo perfettamente che quelle norme forzano i confini del diritto costituzionale. Il calcolo politico è cinico ma efficace: <strong>il governo incassa il dividendo elettorale di aver varato la &#8220;legge dura&#8221;, delegando ai magistrati il lavoro sporco di bloccarla nelle aule di tribunale. E quando, inevitabilmente, i giudici solleveranno l&#8217;incostituzionalità o la Corte Costituzionale boccerà gli articoli incriminati, la politica avrà persino l&#8217;opportunità di gridare al complotto, accusando la magistratura di intralciare la volontà popolare</strong>.<br />
È una dinamica che trasforma il diritto penale in un palcoscenico per campagne elettorali permanenti, logorando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.</p>
<p>[1] La Legge 24 aprile 2026, n. 54, ha convertito il decreto.<br />
La Relazione n. 39/2026 dell&#8217;Ufficio del <strong>Massimario della Corte di Cassazione</strong> (il documento tecnico che solleva i dubbi di costituzionalità) è disponibile pubblicamente e può essere reperita attraverso i portali ufficiali della giustizia o siti di informazione giuridica: Relazione n. 39/2026 &#8211; Ufficio del Massimario (Sintesi e Documento).<br />
Ricordiamo che il governo ha inizialmente presentato il provvedimento come Decreto-Legge (DL). Questa è una norma d&#8217;urgenza che entra in vigore immediatamente, ma che ha una validità temporanea di 60 giorni. Entro quei 60 giorni, il Parlamento ha discusso, votato ed effettivamente convertito il decreto in legge.<br />
<strong>Lo stato attuale</strong>: con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (la Legge 24 aprile 2026, n. 54), il testo è diventato legge dello Stato ed è pienamente in vigore.<br />
I rilievi tecnici del Massimario della Cassazione sono arrivati dopo l&#8217;entrata in vigore per aiutare i magistrati ad applicarla mettendone in evidenza gli aspetti critici di incostituzionalità.</p>
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		<title>Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 13:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[crisieconomica]]></category>
		<category><![CDATA[Dollaro]]></category>
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					<description><![CDATA[L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti ad un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti ad un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo sistema degli eurodollari</h2>
<p>Questo sistema ovvero il cosiddetto <strong>Shadow Banking</strong>, o sistema bancario ombra, è un universo parallelo di crediti e prestiti che opera lontano dal controllo delle istituzioni ufficiali [1]. È qui, in questo <strong>vasto oceano di denaro privato creato dalle banche commerciali internazionali</strong>, che nasce la vera liquidità che fa funzionare le navi, le fabbriche e le rotte commerciali. <span style="color: #ff0000;"><strong>Non si tratta di banconote stampate dalle banche centrali</strong></span>; la linfa vitale del mondo moderno nasce da una stretta di mano tra banchieri. Ricordiamo che le banche hanno bisogno di prestarsi soldi a vicenda principalmente perché, ogni giorno, i flussi di denaro in entrata e in uscita non sono mai perfettamente bilanciati. A fine giornata, una banca potrebbe trovarsi con un surplus di liquidità, mentre un&#8217;altra ha un temporaneo bisogno di contanti per far fronte ai prelievi dei clienti o per rispettare le soglie di riserva imposte dalle autorità di vigilanza. Invece di vendere asset o bloccare operazioni, le banche preferiscono prestarsi denaro tra loro per poche ore o giorni: è il modo più rapido ed efficiente per mantenere i conti in ordine e garantire che il sistema finanziario resti fluido e operativo senza intoppi.</p>
<p>Tuttavia, questo fiume invisibile non scorre sulla fiducia astratta, ma su garanzie concrete: <strong>il collaterale</strong>. Immaginate il mercato Repo [2], che è il vero &#8220;banco dei pegni&#8221; del sistema finanziario globale. <strong>Ogni giorno, le banche si scambiano migliaia di miliardi di dollari dandosi in pegno dei titoli, i collaterali</strong>, come garanzia per la notte&#8230; Se la Banca A presta denaro alla Banca B, vuole in cambio un titolo di Stato di qualità eccelsa. <strong>Finché il mercato si fida della qualità di quel titolo, l&#8217;ingranaggio gira</strong>.</p>
<p>Qui nasce la patologia. Quando il sistema entra in crisi, accade una reazione a catena definita &#8220;<strong>scarsità di collaterale</strong>&#8220;. Succede che i titoli considerati &#8220;sicuri&#8221; iniziano a perdere di valore o diventano difficili da scambiare. Improvvisamente, la Banca A guarda al collaterale offerto dalla Banca B e dice: &#8220;Non mi fido più di questo titolo, temo che domani valga meno&#8221;. A quel punto la Banca A rifiuta il prestito. La Banca B, non ricevendo il credito, non può finanziare i propri clienti. Il &#8220;fiume&#8221; degli eurodollari si interrompe. Non è una scelta politica o un piano deliberato: è un blocco meccanico. Il denaro sparisce non per cattiva volontà delle banche ma perché il loro &#8220;collante&#8221;, la fiducia nella garanzia, è evaporato. Un segnale molto preoccupante verificatosi nella settimana del 18 marzo era stata <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/04/verso-una-recessione-globale/">l’impennata dei “Repo Fails”</a> (mancate consegne nel mercato dei pronti contro termine), che avevano raggiunto i 379 miliardi di dollari, un blocco nel flusso del collaterale che aveva provocato una forte e sintomatica tensione monetaria ora solo parzialmente rientrata.</p>
<p>È qui che l’errore delle banche centrali diventa fatale. La Federal Reserve e i suoi pari continuano a pensare di poter governare la situazione alzando o abbassando i tassi di interesse, convinti di combattere l’inflazione. Ma stanno combattendo la guerra sbagliata basandosi su una mappa vecchia di cinquant&#8217;anni. <span style="color: #ff0000;"><strong>Credono che il problema sia il &#8220;costo&#8221; del denaro, quando in realtà il problema è la &#8220;disponibilità&#8221; del credito garantito</strong></span>. È come cercare di curare un malato di idropisia, ovvero un accumulo di liquidi nel corpo, cercando di pompare sangue fresco in un sistema dove le arterie ossia le banche, sono indurite e ostruite dal dubbio. I<strong>nutile abbassare i tassi se il meccanismo dei Repo è intasato perché nessuno si fida più dei collaterali</strong>.</p>
<p>I segnali di questo disastro incombente sono già evidenti, ma vengono ignorati. Basti <span style="color: #ff0000;"><strong>guardare a cosa succede al mercato obbligazionario svizzero</strong></span>: i rendimenti dei titoli a breve termine sono tornati a scendere verso lo zero, e in alcuni casi minacciano di tornare <strong>negativi</strong>. Perché succede? Non perché la Svizzera sia diventata il motore del mondo, ma perché <strong>gli investitori, spaventati, stanno fuggendo verso l&#8217;unico porto che considerano ancora sicuro, svendendo tutto il resto</strong>. Questa è <span style="color: #ff0000;"><strong>una &#8220;fuga verso la qualità&#8221; che dice quanto sia fragile il resto del sistema</strong></span>.</p>
<p>Siamo di fronte a una divergenza pericolosa: da un lato, i mercati azionari continuano a sognare un futuro radioso, comportandosi come un maratoneta che corre un&#8217;ultima gara ignorando di avere un infarto in corso. Dall&#8217;altro, il mercato obbligazionario e le tensioni nel credito privato ci avvertono che la tempesta è in corso.<strong> Il sistema bancario privato, stretto tra la scarsità di collaterale e il timore di un crollo, sta operando una contrazione involontaria</strong>: sta chiudendo i rubinetti del credito globale nonostante le rassicurazioni delle autorità.</p>
<p>Il castello di carte continua a crescere in altezza e fragilità. Quando la realtà del blocco del credito dovesse scontrarsi con la percezione di ricchezza delle borse il castello di carte potrebbe essere spazzato via. Chi oggi ignora questi segnali, convinto che la banca centrale possa stampare la soluzione, si troverà a navigare in mezzo alla tempesta con una cartina stradale che non descrive più il territorio. La vera domanda, non è cosa farà il politico di turno, ma <strong>quanta fiducia è rimasta nei circuiti bancari privati</strong>. Perché se quella fiducia dovesse evaporare definitivamente, il castello di carte non avrà alcuna speranza di restare in piedi.</p>
<p>Il nuovo mondo dei BRICS non è ancora del tutto immune rispetto al mercato dei Repo statunitense e, più in generale, al sistema basato sul dollaro. Sebbene sia in corso un rapido processo di de-dollarizzazione, la realtà operativa descrive piuttosto un percorso di diversificazione, non di isolamento.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Il mercato dei Repo è il sistema nervoso centrale della liquidità globale e, finché il dollaro rimane la valuta di riserva dominante e il collaterale preferito per le transazioni internazionali, è pressoché impossibile per qualsiasi economia globalizzata dirsi totalmente immune dai suoi sussulti</strong></span>. Quando si verificano tensioni nel mercato dei Repo americano, come l&#8217;aumento delle mancate consegne o la contrazione della liquidità, l&#8217;effetto non si ferma ai confini degli Stati Uniti. Si propaga attraverso i tassi di cambio, i flussi di capitale e il costo del credito globale. Anche le istituzioni finanziarie dei paesi BRICS, pur potenziando le loro infrastrutture alternative come i circuiti di pagamento basati su valute nazionali o l&#8217;esplorazione di ponti tra le rispettive valute digitali delle banche centrali (CBDC), continuano a operare all&#8217;interno di un ecosistema dove il dollaro funge ancora da &#8220;asset di ultima istanza&#8221;.<br />
Ciò che stiamo osservando in questo momento è la costruzione di &#8220;binari paralleli&#8221;. I paesi del blocco stanno sperimentando sistemi di regolamento che bypassano i circuiti tradizionali come lo SWIFT, cercando di ridurre la dipendenza dal <em>greenback</em> (dollaro statunitense) per proteggersi dal rischio di sanzioni o da shock esogeni legati alla politica monetaria americana. Tuttavia, questi sforzi sono ancora nella fase di sperimentazione controllata e/o di integrazione regionale. Le banche centrali dei paesi BRICS mantengono ancora enormi riserve in titoli del Tesoro USA, rendendo la loro stabilità finanziaria intrinsecamente legata alla salute e alla profondità del mercato dei Treasury.<br />
Quindi, non siamo di fronte a una separazione, ma a una sorta di &#8220;copertura assicurativa&#8221;. <span style="color: #ff0000;"><strong>I paesi BRICS non cercano di ignorare il mercato dei Repo, ma cercano di creare dei compartimenti stagni che permettano loro di continuare a operare anche qualora il sistema principale dovesse subire gravi inefficienze o venire utilizzato come leva di pressione geopolitica</strong></span>. Il paradosso è che, nel tentativo di rendersi immuni, queste nazioni continuano a monitorare il mercato dei Repo con la stessa ansia di un operatore di Wall Street: perché se il mercato del collaterale americano dovesse bloccarsi, l&#8217;onda d&#8217;urto finanziaria colpirebbe inevitabilmente anche le loro economie, indipendentemente dai nuovi circuiti digitali che stanno cercando di implementare. La vera protezione che stanno cercando di costruire non è contro il mercato in sé, ma contro la vulnerabilità che deriva dall&#8217;avere un&#8217;unica, incontestata porta d&#8217;uscita per la propria liquidità internazionale.<br />
L&#8217;unica vera via di uscita sarebbe l&#8217;implementazione della <a href="https://www.francescocappello.com/2023/05/11/un-mondo-nuovo-e-in-costruzione-una-seconda-occasione-che-il-mondo-non-deve-mancare/">moneta internazionale</a> come proposta da J.L.M. Keynes a Bretton Woods nel 1944.</p>
<p>[1] Il rapporto tra il sistema degli eurodollari e lo Shadow Banking, ovvero il sistema bancario ombra, è così profondo da rendere i due elementi inseparabili: se immaginiamo l&#8217;economia globale come una macchina finanziaria, l&#8217;eurodollaro rappresenta il carburante necessario per il movimento, mentre lo Shadow Banking è il motore invisibile che brucia questo carburante per far avanzare l&#8217;intero sistema. Non sono due entità distinte che interagiscono, ma due lati della stessa medaglia finanziaria.<br />
Per comprendere questa unione bisogna prima sfatare il mito che il denaro sia creato solo dalle banche centrali. Le banche commerciali tradizionali, quelle che conosciamo e che offrono tutela ai nostri depositi, rappresentano solo la facciata illuminata del sistema finanziario. <strong>Lo Shadow Banking, al contrario, è costituito da una vasta rete di istituzioni come hedge fund, società finanziarie specializzate e filiali estere di grandi gruppi che svolgono funzioni bancarie (prestano denaro e creano liquidità) pur non essendo banche nel senso stretto del termine</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>All&#8217;interno di questo universo parallelo, il &#8220;prodotto&#8221; che viene costantemente generato e scambiato è proprio l&#8217;eurodollaro</strong></span>. Ogni volta che un intermediario finanziario al di fuori degli Stati Uniti crea un prestito o un contratto in dollari, sta dando vita a un eurodollaro. È un atto di creazione di credito privato che avviene interamente lontano dagli occhi dei regolatori.<br />
Il termine &#8220;ombra&#8221; non indica necessariamente qualcosa di illegale, ma descrive la natura di <strong>questo sistema </strong>che<strong> opera fuori dal raggio d&#8217;azione delle banche centrali</strong>. Mentre <strong>la Federal Reserve supervisiona le banche nazionali, non ha un controllo diretto su questa enorme rete di scambi internazionali</strong>. Possiamo immaginare la Federal Reserve come un vigile urbano che controlla il traffico sulla strada principale, ignaro però del fatto che il vero movimento di merci e capitali mondiali avviene su un&#8217;autostrada sotterranea privata, gestita da attori che rispondono solo alle leggi della domanda, dell&#8217;offerta e della fiducia reciproca.<br />
È proprio in questa autostrada sotterranea che la relazione diventa critica, attraverso il cosiddetto <strong>mercato Repo [2]</strong>. In questo meccanismo, le banche e gli istituti dello Shadow Banking<span style="color: #ff0000;"><strong> si scambiano continuamente contanti, ovvero eurodollari, usando titoli di Stato come garanzia, chiamata tecnicamente collaterale</strong></span>. Questo è il punto di giuntura fondamentale: finché il sistema ha piena fiducia nella qualità dei titoli offerti come garanzia, l&#8217;ingranaggio gira fluidamente. Gli eurodollari circolano e l&#8217;economia cresce. La patologia sorge quando questa fiducia viene meno. Se il sistema dello Shadow Banking inizia a dubitare della validità di quel collaterale &#8211; temendo che il titolo dato in pegno possa perdere valore o non essere più scambiabile &#8211; il meccanismo si blocca rapidamente.<br />
Siamo quindi di fronte a un paradosso strutturale. <strong>L&#8217;intera economia globale dipende da questo sistema di credito privato</strong>, che però è intrinsecamente instabile poiché non può contare sul supporto ufficiale di una banca centrale in caso di emergenza. Quando leggiamo sui giornali che le banche centrali alzano o abbassano i tassi di interesse, stiamo osservando manovre che influenzano solo la superficie del sistema bancario tradizionale. Il vero terremoto finanziario, quello che minaccia la stabilità globale, avviene invece nel buio dei circuiti dello Shadow Banking, dove gli eurodollari si prosciugano non per scarsità di moneta stampata, ma per una crisi di fiducia nelle garanzie che sostengono il sistema. Stiamo cercando di pilotare un&#8217;astronave con i comandi di una vecchia automobile: finché il sistema dello Shadow Banking è lubrificato dalla fiducia e dal buon collaterale, tutto sembra funzionare, ma nel momento in cui il dubbio blocca le &#8220;tubature&#8221; di questo credito privato, la banca centrale si ritrova incapace di intervenire, perché non possiede gli strumenti per riparare un motore che opera interamente fuori dalla sua portata.</p>
<p>[2] Il <strong>mercato Repo</strong> &#8211; abbreviazione di <strong>Repurchase Agreement</strong>, ovvero accordo di riacquisto, può essere descritto, senza troppi giri di parole, come il banco dei pegni del sistema finanziario globale. <span style="color: #ff0000;"><strong>È il luogo invisibile, ma fondamentale, dove banche, fondi speculativi e grandi istituzioni finanziarie si scambiano ogni giorno migliaia di miliardi di dollari per gestire le proprie necessità di liquidità a brevissimo termine, spesso da un giorno all&#8217;altro</strong></span>.</p>
<p>Funziona in modo estremamente lineare, almeno in teoria. Un partecipante ha bisogno di contanti immediati e offre in garanzia un titolo, solitamente un titolo di Stato di alta qualità, come una sorta di pegno. L&#8217;altro partecipante accetta di prestare il denaro in cambio di quel titolo, ma con un impegno scritto: chi ha ricevuto il denaro promette di ricomprare lo stesso titolo il giorno successivo o dopo un breve periodo concordato <strong>a un prezzo leggermente superiore</strong>. Questa piccola differenza di prezzo rappresenta l&#8217;interesse che viene pagato per il prestito. In questo gioco, il titolo consegnato è quello che chiamiamo collaterale, e rappresenta la chiave di volta di tutta l&#8217;operazione.</p>
<p>Il motivo per cui il mercato Repo è considerato<strong> il tubo principale dell&#8217;economia mondiale</strong> è che <span style="color: #3366ff;"><strong>esso permette a chi ha troppa liquidità di farla fruttare e a chi ne ha bisogno di ottenerla in totale sicurezza</strong></span>. Se un grande istituto finanziario si sveglia la mattina e scopre di avere un buco di cassa dovuto alle operazioni quotidiane, non chiede un prestito a lungo termine, ma va sul mercato Repo e impegna i propri titoli di Stato per ottenere i dollari necessari. Senza questo meccanismo, le banche non potrebbero gestire le proprie posizioni giornaliere e il flusso di credito necessario per sostenere il commercio globale si paralizzerebbe istantaneamente.</p>
<p>Il problema sorge quando questo ingranaggio, che dovrebbe essere un perfetto meccanismo di oliatura, inizia a incepparsi.<strong> Poiché il mercato Repo <span style="color: #ff0000;">si basa interamente sulla qualità del collaterale</span>, basta un soffio di incertezza per trasformare quello che era un sistema fluido in un campo minato</strong>. Se i prestatori iniziano a dubitare che il titolo ricevuto in pegno manterrà il suo valore, o se semplicemente temono che il mercato sia troppo instabile, iniziano a chiedere garanzie più forti o, peggio ancora, si rifiutano di prestare denaro a prescindere dal titolo offerto. È proprio questa la cosiddetta &#8220;scarsità di collaterale&#8221; che stiamo osservando in questa fase economica: quando la fiducia vacilla, il banco dei pegni chiude le porte. E quando il mercato Repo si blocca, la crisi di liquidità si propaga in pochi minuti a tutto il resto del sistema economico, dimostrando come un meccanismo nato per dare sicurezza possa diventare, nel momento della crisi, il punto in cui tutto l&#8217;edificio finanziario rischia di implodere per mancanza di lubrificante.</p>
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		<title>Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati. Chi soccorrerà i Pronto Soccorso al collasso?</title>
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					<comments>https://www.francescocappello.com/2026/06/23/continua-lo-smantellamento-del-ssn-a-vantaggio-dei-grandi-privati-chi-soccorrera-i-pronto-soccorso-al-collasso/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 11:51:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore Dover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore</h2>
<p>Dover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri <strong>catalizzatori di errori clinici</strong>. Quando un medico è costretto a gestire una mole di pazienti insostenibile, la qualità della sorveglianza crolla vertiginosamente. Assistiamo così a scenari drammatici dove un dolore toracico, che avrebbe richiesto un immediato elettrocardiogramma, viene ignorato per ore, o dove i primi segnali di una sepsi o di un deficit neurologico sfuggono a un <em>triage</em> frenetico e approssimativo. Ogni ritardo, ogni svista dettata dalla pressione organizzativa si traduce in un rischio concreto di esiti fatali o di invalidità permanenti, trasformando il luogo che dovrebbe essere sinonimo di salvezza in un teatro di pericolosa incertezza.</p>
<p>Il disastro si consuma anche attraverso la frammentazione dei percorsi di cura. Per tentare di liberare posti letto e tamponare le falle del sistema, i pazienti vengono spesso dimessi troppo presto o trasferiti senza una reale continuità assistenziale, innescando un circolo vizioso di <strong>riaccessi</strong> che appesantisce ulteriormente le strutture. A questo si aggiunge l&#8217;ombra lunga del <em><strong>burnout</strong></em>, che non è solo un problema di benessere lavorativo per i medici e gli infermieri, ma una variabile clinica che riduce drasticamente l&#8217;attenzione, aumentando il margine di errore terapeutico e farmacologico. Il medico, logorato da ritmi disumani e responsabilità schiaccianti, perde quella lucidità che l&#8217;emergenza richiede, diventando lui stesso vittima di un sistema che ha smarrito la propria bussola.</p>
<p>Di fronte a questo panorama, sorge spontanea una domanda che scava nelle fondamenta dell&#8217;economia sanitaria: perché le cliniche private, solitamente così pronte a inserirsi nelle maglie della sanità pubblica, evitano accuratamente di gestire pronto soccorso? La risposta è cinica e inequivocabile: <strong>l&#8217;emergenza non rende</strong>. Gestire un pronto soccorso significa confrontarsi con l&#8217;imprevedibilità e con un&#8217;altissima intensità di risorse, due fattori che sono l&#8217;esatto opposto di un modello di profitto standardizzato. Un reparto di emergenza richiede macchinari costosi, personale iperspecializzato disponibile ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro e una capacità di risposta immediata che mal si concilia con l&#8217;ottimizzazione dei margini. <strong>Per una clinica privata, il pronto soccorso è una macchina che produce solo perdite</strong>, poiché i rimborsi pubblici per le singole prestazioni non riescono minimamente a coprire gli elevatissimi costi fissi di una struttura pronta a tutto.</p>
<p>Le cliniche private praticano una selezione implacabile, preferendo di gran lunga concentrarsi su attività programmate come la chirurgia elettiva o le visite ambulatoriali. In quei settori, il rischio clinico è confinato entro parametri gestibili, la durata dei ricoveri è ampiamente prevedibile e, soprattutto, il rapporto tra costi e ricavi è costantemente in attivo. Al contrario, l&#8217;emergenza-urgenza espone il privato a una complessità umana e clinica, spesso legata a pazienti anziani o affetti da multiple patologie, che è costosa, lunga e incerta. A questo si somma il timore paralizzante di incorrere in contenziosi legali per malasanità, un rischio che, nel marasma dell&#8217;emergenza, è una costante che nessun bilancio aziendale vuole accollarsi.</p>
<p>Siamo dunque di fronte a un paradosso crudele: mentre il sistema pubblico è obbligato dalla sua missione originaria a farsi carico di ogni dolore e di ogni complicazione, senza guardare al costo, il settore privato si arroga il diritto di scegliere solo le operazioni più remunerative e meno rischiose. Questo svuotamento strategico lascia l&#8217;intero peso sociale e finanziario del pronto soccorso sulle spalle di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più fragile, costretto a operare in trincea mentre una parte consistente della “<strong>sanità di mercato</strong>” si arricchisce proprio grazie alle falle di questo stesso sistema. L&#8217;emergenza sanitaria è stata trasformata in una discarica di inefficienze, dove il profitto privato si nutre della progressiva erosione del diritto pubblico alla salute. A provocare e catalizzare queste derive del SSN ha contribuito grandemente il <strong>processo di aziendalizzazione della sanità pubblica</strong> [*] iniziato in Italia con le riforme dei primi anni Novanta e giunto oggi a compimento. L&#8217;imposizione di logiche di mercato, di contabilità e di management privato a un servizio pubblico universale ha snaturato la missione stessa della cura, trasformando il paziente da titolare di un diritto a &#8220;utente&#8221; o, peggio, a &#8220;prodotto&#8221;.</p>
<h3>La Sanità appaltata: cronaca di un sistema al punto di rottura</h3>
<p>L’attuale emergenza che paralizza i pronto soccorso italiani non è figlia di una fatalità improvvisa, né di un’imprevedibile calamità naturale. È, al contrario, il risultato manifesto di una strategia politica e gestionale che, nel corso di oltre un decennio, ha progressivamente abdicato al suo ruolo primario: la garanzia del diritto alla salute attraverso un servizio pubblico solido, autonomo e pianificato. Oggi, le cronache che arrivano da ogni angolo del Paese, dalla Sardegna alla Lombardia fino alla Sicilia, ci raccontano di <strong>un sistema sanitario che non è più il centro nevralgico della cura, ma si è trasformato in un cliente di lusso, in balia di intermediari privati</strong>.<br />
Il cuore di questa mutazione genetica risiede nella scelta sistematica di non investire nelle assunzioni dirette e nella formazione professionale, preferendo invece la via più breve e costosa <strong>dell&#8217;esternalizzazione</strong>. Quando, dopo anni di <strong>blocchi del turnover</strong>, di <strong>tagli lineari</strong> e di una programmazione miope, le corsie degli ospedali hanno iniziato a svuotarsi, le Regioni non hanno reagito potenziando il sistema pubblico, ma hanno spalancato le porte ai cosiddetti &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>medici a gettone</strong></span>&#8220;. Si è così innescato un mercato del lavoro parallelo, dove la competenza clinica è diventata una merce da acquistare all&#8217;asta. Questo cambio di paradigma ha creato una frattura insanabile dentro le mura ospedaliere: da una parte, i medici strutturati, schiacciati da turni massacranti, responsabilità enormi e stipendi che non tengono il passo con l&#8217;inflazione; dall&#8217;altra, figure precarie, pagate a peso d&#8217;oro per coprire i vuoti, in una dinamica che ha disintegrato il senso di appartenenza a una missione comune.<br />
Le tensioni che stiamo osservando in questi giorni, come <span style="color: #ff0000;"><strong>la vicenda della diffida inviata da una società privata alla Regione Sardegna</strong></span> [1], segnano l’ingresso in una fase nuova e ancora più pericolosa: il conflitto frontale tra il decisore pubblico e il fornitore privato. Non siamo più di fronte a un semplice rapporto fornitore-cliente, ma a un vero e proprio scontro di potere. Le società private che gestiscono il personale medico, forti di posizioni di rendita ormai consolidate, utilizzano le armi del contenzioso amministrativo per difendere il proprio business. Quando una Regione prova, tardivamente, a riappropriarsi della gestione del proprio personale, assumendo direttamente i medici, la risposta è immediata e brutale: ricorsi al TAR, minacce di azioni risarcitorie milionarie e il richiamo a contratti capestro, come le clausole di non concorrenza, che di fatto tengono in ostaggio i professionisti e l&#8217;intera programmazione sanitaria.<br />
Il fenomeno, seppur con sfumature diverse, è drammaticamente uniforme su tutto il territorio nazionale. <strong>Al Nord</strong> [2], la resistenza privata si manifesta spesso attraverso battaglie legali che bloccano le delibere regionali volte a limitare l&#8217;uso dei gettonisti, trasformando le aule dei tribunali nei veri luoghi dove si decide la sorte della sanità. <strong>Nel Mezzogiorno</strong>, e in particolare <strong>in Sicilia </strong>[3], la situazione assume i contorni di una desertificazione strutturale ancora più profonda, dove la fuga dal pubblico alimenta non solo il mercato dei gettonisti, ma anche il florido settore della sanità privata convenzionata, in un circolo vizioso dove le cliniche private attirano i professionisti che il sistema pubblico non è più in grado di trattenere. Il denominatore comune resta <strong>un sistema di &#8220;privatizzazione di fatto&#8221;</strong>, dove i profitti rimangono saldamente nelle mani dei privati, mentre le inefficienze e i costi insostenibili vengono scaricati interamente sulle casse pubbliche e sulla pelle dei pazienti.<br />
Siamo arrivati al punto di non ritorno. Quando un’azienda privata può permettersi di intimare a un ente pubblico di non assumere medici, significa che il Servizio Sanitario Nazionale ha perduto la sua sovranità [1]. Il fallimento è politico, ma porta nomi e cognomi precisi: è il fallimento di una classe dirigente che ha preferito rincorrere l&#8217;emergenza quotidiana piuttosto che difendere il bene comune. Finché la sanità pubblica continuerà a operare sotto il ricatto delle clausole contrattuali e della logica del profitto, i pronto soccorso rimarranno trincee fragili, destinate a chiudere di fronte alla prima tempesta. La vera sfida non è solo quella di reperire medici, ma di riscattare la dignità della professione medica all&#8217;interno di un sistema che deve tornare a essere, in ogni sua parte, il garante ultimo del diritto alla vita e alla cura. In Sicilia [3], la dinamica non si discosta dal quadro nazionale che abbiamo delineato, ma si innesta su una fragilità strutturale ancora più profonda. Se in regioni come la Lombardia il conflitto è più spesso di natura &#8220;giuridico-amministrativa&#8221; (scontri al TAR per bloccare delibere), in Sicilia il fenomeno si manifesta come una vera e propria emorragia di personale verso il settore privato, che lascia il sistema pubblico svuotato e dipendente da soluzioni di fortuna.<br />
Dinamiche analoghe si registrano in tutte le regioni d’Italia.</p>
<p>[1] La vicenda che vede contrapposte <strong>la società MST Group e la Regione Sardegna</strong> rappresenta l&#8217;apice di una crisi profonda e costituisce un precedente inquietante per la tenuta del sistema sanitario pubblico nell&#8217;isola. La MST Group Srl, definita come società benefit con sede a Vicenza, opera nel settore della fornitura di personale medico, agendo come una sorta di <strong>agenzia di intermediazione che recluta professionisti per coprire i turni vacanti all&#8217;interno dei reparti di emergenza-urgenza degli ospedali sardi</strong>. Il loro modello di business si inserisce in una falla strutturale del SSN, quella carenza cronica di medici che ha spinto le Aziende Sanitarie Locali a delegare all&#8217;esterno la propria funzione di erogazione del servizio di guardia nei pronto soccorso, trasformando di fatto un&#8217;attività di pubblico interesse in una prestazione commerciale esternalizzata. Il cuore della disputa è esploso quando la Regione Sardegna, nel tentativo tardivo di arginare il ricorso ai gettonisti e di riportare sotto controllo pubblico la gestione dei reparti, ha iniziato a muoversi per assumere direttamente i medici, tentando di sottrarli al vincolo di intermediazione della società veneta. La risposta della MST Group non si è fatta attendere, concretandosi in una formale diffida che ha sollevato un polverone politico e legale. La società accusa la Regione di operare una concorrenza sleale e minaccia ripercussioni giudiziarie pesanti, prospettando richieste di risarcimento milionarie e blocchi amministrativi. In sostanza, il fornitore privato contesta al committente pubblico il diritto di assumere personale che fino a quel momento aveva operato sotto il proprio cappello contrattuale, facendo leva su presunte clausole di non concorrenza che, nel disegno della società, dovrebbero impedire ai medici di passare direttamente alle dipendenze delle ASL. Questa dinamica assume contorni surreali se si considera che <span style="color: #ff0000;"><strong>un privato sta tentando di inibire un ente pubblico nell&#8217;esercizio del suo dovere primario: garantire la continuità dei servizi di emergenza</strong></span>. La natura dello scontro non è meramente contrattuale, ma rivela una dipendenza patologica: la sanità sarda è diventata ostaggio di una logica di mercato in cui la continuità delle cure dipende dalla sopravvivenza economica di un&#8217;azienda privata. La minaccia di azioni giudiziarie da parte di MST Group agisce come una leva di pressione che rischia di paralizzare l&#8217;amministrazione, la quale, di fronte allo spettro di cause legali dai costi esorbitanti e dai tempi lunghi, potrebbe decidere di desistere dal piano di assunzioni dirette. Il rischio concreto e immediato di questa contrapposizione è <strong>la chiusura materiale dei pronto soccorso in tutta l&#8217;isola</strong>. Poiché questi reparti sono attualmente tenuti in piedi da un gran numero di medici gettonisti forniti proprio da agenzie come la MST, una rottura drastica del rapporto, unita all&#8217;incertezza legale generata dalla diffida, potrebbe portare all&#8217;abbandono dei turni da parte del personale. Senza la presenza di questi medici e in assenza di un piano di assunzioni che sia stato effettivamente attuato, i presidi ospedalieri si troverebbero privi della forza lavoro minima necessaria per restare aperti. Il fallimento politico di questa gestione si palesa dunque in modo drammatico: la Regione si trova oggi a dover scegliere tra subire il ricatto di un fornitore che pretende di controllare le risorse umane, o rischiare il collasso dell&#8217;emergenza-urgenza sarda, lasciando i cittadini senza il presidio fondamentale della salute.</p>
<p>[2] <strong>Nelle regioni del Nord Italia</strong>, il fenomeno dei medici gettonisti si manifesta con dinamiche che, pur condividendo la stessa radice di carenza di organico, si distinguono per un’intensità e una pervasività che hanno ridefinito l&#8217;assetto organizzativo degli ospedali. In Lombardia, Veneto e Piemonte,<strong> il sistema è diventato progressivamente dipendente da questo modello di fornitura esterna</strong>, tanto che in molti presidi di pronto soccorso la continuità assistenziale non è più garantita dal personale di ruolo, ma è affidata a rotazioni di professionisti provenienti da cooperative o agenzie private. Qui, il conflitto si è polarizzato su un piano prettamente giuridico e amministrativo, dove la volontà delle istituzioni regionali di porre un freno a questa deriva ha trovato un muro pressoché invalicabile nelle aule dei tribunali amministrativi.</p>
<p>In Lombardia, la gestione dell&#8217;emergenza ha raggiunto picchi di tensione estrema. La Regione ha cercato, attraverso atti deliberativi, di imporre una linea di demarcazione netta, tentando di limitare il ricorso ai servizi esterni per favorire il rientro nei ranghi del personale dipendente. Tuttavia, la reazione del comparto privato è stata immediata e capillare: le società di fornitura hanno prontamente fatto ricorso al TAR, ottenendo spesso sospensive che hanno paralizzato l’efficacia dei provvedimenti regionali. Questo ha creato una situazione di stallo in cui la pubblica amministrazione si trova imbrigliata in un contenzioso perenne, incapace di imporre la propria programmazione di fronte a una controparte che difende le proprie rendite di posizione con ogni strumento legale disponibile.</p>
<p>In Piemonte, il nodo centrale attorno al quale ruota il conflitto riguarda la trasparenza e la legittimità delle procedure di affidamento dei servizi. L&#8217;attenzione degli organi di controllo, come l&#8217;Autorità Nazionale Anticorruzione, ha messo in luce una prassi consolidata dove le gare d&#8217;appalto, spesso costruite su misura o caratterizzate da procedure negoziate poco trasparenti, hanno finito per blindare il mercato a favore di pochi operatori dominanti. Questa concentrazione del potere di fornitura ha reso le singole aziende sanitarie locali profondamente vulnerabili, poiché la rescissione di tali contratti, anche quando ritenuti iniqui o inefficienti, comporterebbe il rischio concreto di bloccare l&#8217;operatività dei reparti di emergenza, lasciando i cittadini privi di assistenza.</p>
<p>Infine, il denominatore comune in tutto il Nord è l&#8217;effetto di disgregazione che questo fenomeno produce all&#8217;interno dei reparti. La presenza affiancata di medici strutturati e medici &#8220;in affitto&#8221;, con trattamenti economici e carichi contrattuali abissali, ha logorato il clima lavorativo, innescando una fuga ulteriore dal servizio pubblico. Il medico strutturato, logorato da una burocrazia asfissiante e da responsabilità che non trovano riscontro in una retribuzione adeguata, finisce per guardare al mercato del gettonismo come a una via di fuga, alimentando così l&#8217;incendio che lo stesso sistema cerca, a parole, di spegnere.<strong> Si assiste dunque a un circolo vizioso in cui il settore privato, finanziato dal pubblico, drena costantemente le risorse umane dell&#8217;ospedale, rendendo l&#8217;esternalizzazione non più una scelta emergenziale, ma una condizione strutturale e irrinunciabile che condiziona il diritto alla salute di milioni di cittadini</strong>.</p>
<p>[3]In <strong>Sicilia</strong>, il punto focale non è solo la presenza di gettonisti, ma la desertificazione dei reparti conseguente ad una vera e propria emorragia determinata dalla “fuga dal pubblico”. Come emerso nei casi di Agrigento, Licata, Sciacca e altrove, <strong>il personale medico (in particolare in ortopedia e medicina d&#8217;urgenza) abbandona in massa gli ospedali pubblici non solo per &#8220;lavorare a gettone&#8221;, ma per trasferirsi stabilmente in cliniche private convenzionate</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Il conflitto è tra Pubblico e Privato Convenzionato</strong></span>. Le cliniche private non sono solo &#8220;fornitori di gettonisti&#8221;, ma diventano l&#8217;approdo sicuro per i medici che fuggono dai turni massacranti del pubblico. Questo crea un corto circuito: le cliniche private convenzionate (che vivono di fondi pubblici) &#8220;aspirano&#8221; il personale dagli ospedali pubblici, che poi, per non chiudere, sono costretti ad appaltare i turni a società esterne o a cooperative che spesso sono collegate allo stesso mondo. Le organizzazioni sindacali, come <strong>l&#8217;UGL Sanità Sicilia</strong>, hanno denunciato da tempo quella che definiscono &#8220;<strong>esternalizzazione selvaggia</strong>&#8220;. Il conflitto qui si gioca sulla tenuta degli organici. In Sicilia, si segnala spesso il mancato rispetto delle normative (Elusione della Legge) che impongono una percentuale massima di personale esterno (es. il 20% della legge regionale 39/1988). Quando le ASL provano a fare bandi, si scontrano con il fatto che il mercato è ormai saturo di attori privati che hanno il monopolio dei professionisti. Ogni volta che una struttura privata ottiene una convenzione o una gestione appaltata, la struttura pubblica vicina perde pezzi. Questo genera un clima di &#8220;guerra commerciale&#8221; dove le cliniche private competono con gli ospedali pubblici usando la leva dei salari e della qualità della vita lavorativa, finanziate però, paradossalmente, dallo stesso sistema sanitario regionale. Mentre altrove la battaglia è nelle aule amministrative (TAR), in Sicilia il tema è spesso al centro di inchieste sulla gestione degli appalti e delle convenzioni. Il conflitto non è solo &#8220;legale-amministrativo&#8221;, ma riguarda la tenuta democratica della salute: la popolazione percepisce che il pubblico è stato svuotato a favore di un sistema privato che spesso non garantisce le stesse prestazioni di emergenza.</p>
<p>[*] Il cuore del problema risiede nel cosiddetto &#8220;<strong>New Public Management</strong>&#8221; applicato alla salute. Questo modello ha imposto alle ASL e agli ospedali di comportarsi come <strong>aziende orientate al pareggio di bilancio</strong>. Il risultato? L&#8217;efficienza non viene più misurata in termini di salute guadagnata, di prevenzione o di equità nell&#8217;accesso, ma in termini di produttività contabile. Il pronto soccorso, in questa ottica, diventa un &#8220;costo&#8221; difficile da comprimere, un reparto dove non è possibile pianificare in anticipo il volume delle prestazioni e dove, quindi, il bilancio è costantemente sotto pressione. Per assecondare questa logica, si è proceduto a una parcellizzazione del servizio: si è smesso di pensare all&#8217;ospedale come a un organismo integrato e si è passati alla &#8220;tariffazione per prestazione&#8221;, un meccanismo che premia gli interventi remunerativi e penalizza tutto ciò che è complesso, cronico o puramente emergenziale. Il ruolo dei gettonisti, la fuga dei medici, ecc. rappresentano la fase terminale di un processo di &#8220;de-pubblicizzazione&#8221;. <strong>L&#8217;esternalizzazione non è un&#8217;anomalia, ma la conseguenza logica dell&#8217;aziendalizzazione</strong>. Quando il dogma è il contenimento della spesa e il rispetto dei tetti, l&#8217;amministrazione pubblica, svuotata di personale proprio per risparmiare, si trova costretta a &#8220;comprare&#8221; il servizio sul mercato. In questo modo, l&#8217;ente pubblico non solo perde il controllo diretto sulle prestazioni, ma diventa esso stesso il principale finanziatore della crescita del settore privato. La diffida della società privata alla Regione sarda è il segnale che il controllore ha perso ogni potere sul controllato: il mercato ha preso il comando, e la politica si è ridotta a un ruolo ancillare, intenta solo a gestire i contratti di appalto invece di programmare la salute dei cittadini. La fine del Servizio Sanitario Nazionale non è dovuta a una carenza di fondi in senso assoluto, ma ad una deliberata scelta politica di definanziare il pubblico per rendere necessario il ricorso al privato. La retorica del &#8220;risparmio&#8221; e dell&#8217; &#8220;efficienza&#8221; è servita a coprire lo smantellamento di una struttura che era nata per escludere il profitto dalla malattia. Finché l&#8217;ospedale sarà misurato con i parametri di un&#8217;azienda profit, il pronto soccorso sarà sempre il ventre molle della sanità, il luogo dove le inefficienze del sistema si trasformano in pericolo per la vita umana. In definitiva, l&#8217;aziendalizzazione ha raggiunto il suo obiettivo autodistruttivo rendendo il pubblico non più capace di garantire il diritto alla salute, obbligando così la società civile ad accettare, come male necessario, l&#8217;invasione di attori privati i cui interessi sono diametralmente opposti a quelli della collettività. Quelle che abbiamo analizzato non sono vicende isolate o dovute a banali errori di gestione, ma vanno riconosciute come le conseguenze dirette di un modello che, avendo trasformato la cura in una merce, ha inevitabilmente condannato il servizio pubblico all&#8217;irrilevanza e alla subordinazione. Il degrado progressivo della qualità dell&#8217;offerta nella sanità pubblica non è un effetto collaterale indesiderato ma il motore primario di un preciso disegno di mercato: lo spostamento di massa del cittadino verso il settore delle assicurazioni private. La dinamica è semplice quanto devastante. Quando il sistema pubblico, svuotato da anni di tagli e logiche aziendali, non riesce più a garantire tempi di attesa accettabili o prestazioni diagnostiche tempestive, il cittadino si trova di fronte a una scelta obbligata. Il deterioramento dell&#8217;esperienza all&#8217;interno degli ospedali, caratterizzato da file interminabili, Pronto Soccorso intasati e una percezione crescente di abbandono che genera immancabilmente un senso di insicurezza tale da spingere intere fasce della popolazione (le più benestanti) a <strong><span style="color: #ff0000;">cercare rifugio nel mercato delle polizze sanitarie integrative</span></strong>.</p>
<p>Questa migrazione forzata è il vero Eldorado per i <strong>grandi fondi di investimento internazionali</strong>, che hanno compreso perfettamente come la salute possa diventare una rendita finanziaria straordinariamente stabile. Quando il cittadino, esasperato, stipula una polizza per accedere più rapidamente alle cure o per coprire le lacune di un Servizio Sanitario Nazionale in affanno, non sta solo acquistando un servizio, ma <strong>sta alimentando un circuito finanziario globale</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>I premi versati dai cittadini finiscono infatti nelle casse di colossi assicurativi che sono, a loro volta, partecipati o interamente posseduti da enormi fondi di investimento, spesso gli stessi che gestiscono le cliniche private convenzionate o le società di fornitura di servizi medici. Si chiude così un cerchio perfetto di estrazione di valore: il pubblico viene deliberatamente indebolito per incentivare il ricorso al privato, e il capitale finanziario si appropria dei risparmi delle famiglie per garantire loro ciò che un tempo era un diritto universale e gratuito</strong></span>.</p>
<p>Questo processo sta trasformando <strong>la sanità in un asset finanziario</strong> a tutti gli effetti, dove la malattia non è più un evento da curare, ma un rischio da quotare e speculare. I grandi fondi, agendo su scala globale, non hanno alcun interesse al rafforzamento della prevenzione o all&#8217;equità sociale, poiché il loro modello di business richiede un mercato in cui la domanda di salute sia costante e non soddisfatta dal pubblico. In questo scenario, <strong>la polizza sanitaria diventa l&#8217;unico passaporto per una cura &#8220;decente&#8221;</strong>, ma al costo di una progressiva privatizzazione del rischio. Mentre il Servizio Sanitario Nazionale viene relegato al ruolo di &#8220;ammortizzatore sociale&#8221; per le patologie più gravi e costose, tutto il segmento della diagnostica e delle prestazioni elettive (quello più profittevole e meno rischioso) viene drenato verso il mercato assicurativo.</p>
<p>Siamo spettatori di una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dal basso verso l&#8217;alto. La retorica della &#8220;libera scelta&#8221; e dell'&#8221;integrazione pubblico-privato&#8221; funge da paravento ideologico per nascondere il fatto che il cittadino viene indotto a pagare due volte per la stessa prestazione: una prima volta attraverso la tassazione generale, che serve a finanziare un pubblico sempre più agonizzante, e una seconda volta attraverso il premio assicurativo, che finisce per ingrassare i dividendi dei grandi capitali. Il degrado della sanità pubblica diventa quindi l&#8217;arma più efficace per espandere il mercato delle polizze, in un sistema dove la sofferenza umana e la paura di non ricevere cure tempestive sono diventate le materie prime più preziose per garantire ritorni economici a chi, lontano dalle corsie degli ospedali, osserva il collasso del welfare come una straordinaria opportunità di profitto.</p>
<p>Il fenomeno dei medici gettonisti ha trasformato radicalmente il funzionamento dell&#8217;emergenza-urgenza, piegando il diritto alla salute a logiche di mercato e profitto. Dal punto di vista economico, il Servizio Sanitario Nazionale ha dovuto sostenere una spesa superiore a<br />
1 miliardo e 64 milioni di euro nel solo biennio 2024-2025 per l&#8217;esternalizzazione del personale sanitario.<br />
In contesti locali come quello sardo, le dinamiche negoziali evidenziano come la Regione debba affrontare costi esorbitanti per la fornitura di servizi, con compensi che possono raggiungere i 18.000 euro mensili per singolo professionista, arrivando a pesare sulle casse pubbliche per circa 290.000 euro annui per sole due figure.<br />
In Sicilia, la situazione è altrettanto critica, ma si caratterizza per una profonda desertificazione strutturale derivante da una vera e propria emorragia di personale verso il settore privato convenzionato. Le cliniche private siciliane non agiscono solo come fornitori di gettonisti, ma attraggono stabilmente i medici che fuggono dai turni massacranti del pubblico, creando un corto circuito in cui le cliniche, pur finanziate da fondi pubblici, sottraggono professionisti essenziali agli ospedali, costringendo poi questi ultimi ad appaltare i turni a società esterne spesso legate allo stesso mondo privato. Mentre altrove il conflitto è prevalentemente di natura amministrativa, in Sicilia la carenza di organico è aggravata dal mancato rispetto delle norme regionali, come la legge 39/1988 che limita il personale esterno, con le aziende pubbliche che, nel tentativo di indire bandi, si scontrano con un mercato saturo di attori privati che detengono il monopolio della forza lavoro.<br />
Questa situazione ha generato un divario retributivo incolmabile tra il medico strutturato, la cui retribuzione mensile è spesso limitata a circa 3.500 euro, e il medico gettonista, che può percepire tra gli 80 e i 100 euro l&#8217;ora, traducendo un singolo turno di dodici ore in un compenso di 1.200 euro! Le conseguenze di tale disparità sono devastanti per la tenuta del sistema pubblico: si è disintegrato il senso di appartenenza a una missione comune, incentivando una massiccia fuga dei professionisti dal pubblico verso il settore privato. In questo scenario, le società private, forti di contratti che includono clausole di non concorrenza, riescono a impedire alle Regioni l&#8217;assunzione diretta dei medici, rendendo di fatto la sanità pubblica ostaggio di logiche di profitto e determinando una privatizzazione di fatto che scarica inefficienze e costi insostenibili sull&#8217;intera collettività.</p>
<p>Il ricorso alle esternalizzazioni riguarda oltre la metà dei pronto soccorso italiani. Vedi <a href="https://youtu.be/vJpqNHIXkK0?is=i-tksiVEsGzPQMsU">qui</a></p>
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		<title>Lavoro e dintorni. Dal lavoro bene comune al lavoro merce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 11:23:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Verso il lavoro merce Il lavoro capovolto: Dal modello costituzionale alla precarietà strutturale Il cammino che separa il modello ideale delineato dall’Assemblea Costituente nel 1948 dalla realtà del mercato del lavoro odierno descrive una parabola di progressiva destrutturazione dei diritti e delle tutele collettive. Padri e madri costituenti avevano concepito il lavoro come il cardine&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="p1">Verso il lavoro merce</h2>
<h3 class="p1"><span class="s1">Il lavoro capovolto: Dal modello costituzionale alla precarietà strutturale</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il cammino che separa il modello ideale delineato dall’Assemblea Costituente nel 1948 dalla realtà del mercato del lavoro odierno descrive una parabola di progressiva destrutturazione dei diritti e delle tutele collettive. Padri e madri costituenti avevano concepito il lavoro come il cardine stesso della Repubblica, <strong>lo strumento principe per l’emancipazione della persona e per la rimozione delle disuguaglianze sostanziali</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa visione fondativa si esprime con forza sin dall&#8217;<strong>Articolo 1</strong>, che solennemente dichiara l&#8217;Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, <strong>elevando quest&#8217;ultimo a principio cardine della sovranità e della cittadinanza</strong>. Il lavoro, dunque, non è un mero dovere o un fattore produttivo, ma <strong>un diritto che la Repubblica si impegna a promuovere</strong>, come stabilito dall&#8217;<strong>Articolo 4</strong>, riconoscendo a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuovendo le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Il legame tra l&#8217;attività lavorativa e lo sviluppo della persona viene poi blindato dall&#8217;<strong>Articolo 3</strong>, il quale, dopo aver sancito l&#8217;uguaglianza formale, <strong>affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese</strong>. Secondo il dettato costituzionale, e in particolare l’<strong>Articolo 36</strong>, <strong>la retribuzione non può essere una mera variabile dipendente dal mercato</strong>, poiché il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa, ponendo limiti precisi anche alla durata massima della giornata lavorativa e garantendo il diritto al riposo settimanale e alle ferie. <strong>Questa architettura subordina l&#8217;economia al benessere sociale</strong>, principio ribadito dall&#8217;<strong>Articolo 41</strong>, secondo cui l&#8217;iniziativa economica privata è libera, ma <span style="color: #ff0000;"><strong>non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, alla dimensione ambientale, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana</strong></span>. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa straordinaria visione trovò la sua massima espressione concreta<strong> nel 1970 con la Legge 300</strong>, lo Statuto dei Lavoratori, un testo che portò la Costituzione nei luoghi di produzione, dentro le fabbriche e gli uffici, limitando il potere unilaterale delle aziende e legando la stabilità dell’impiego ad un solido sistema di contrattazione collettiva e alla tutela del posto di lavoro, simboleggiata dallo storico <strong>Articolo 18</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tuttavia, <strong>a partire dalla fine del Novecento</strong>, l&#8217;indirizzo politico ed economico ha subito un&#8217;inversione di rotta radicale che, nel tentativo di recuperare la competitività perduta a causa dell’ingresso a tappe forzate (come vedremo successivamente) nell’Unione Europea e nella zona euro, ha progressivamente scardinato la gerarchia dei valori costituzionali attraverso una precisa successione di riforme legislative, inaugurando <strong>la cosiddetta stagione della flessibilità</strong>. Il primo strappo normativo si consuma <strong>nel 1997 con il Pacchetto Treu</strong>, che introduce per la prima volta nel nostro ordinamento <strong>il lavoro interinale</strong> (la fornitura di manodopera tramite agenzie private) e avvia il <strong>superamento del monopolio pubblico nel collocamento</strong>. La flessibilità, inizialmente presentata come uno strumento eccezionale per favorire l&#8217;inserimento dei giovani, viene istituzionalizzata e ampliata pochi anni dopo, <strong>nel 2003, con la Legge Biagi</strong>. Questo provvedimento <strong>moltiplica e frammenta le tipologie contrattuali</strong>, introducendo formule come <strong>il lavoro a chiamata</strong> (job on call), <strong>il lavoro ripartito e le collaborazioni a progetto</strong> (co.co.pro.). Nei fatti, questo passaggio <strong>codifica la precarietà strutturale</strong>: il <strong>rischio economico</strong> viene progressivamente <strong>scaricato dalle aziende sui singoli lavoratori, frammentandone le carriere, indebolendone il potere contrattuale</strong> e allontanando il mercato dalle garanzie di stabilità e di &#8220;esistenza libera e dignitosa&#8221; immaginate dall&#8217;Articolo 36.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il percorso di erosione delle tutele compie un ulteriore salto qualitativo <strong>nel 2012 con la Legge Fornero</strong>, che interviene direttamente<strong> sui meccanismi di uscita dal mercato del lavoro</strong>. Oltre a ridefinire i <strong>requisiti pensionistici</strong>, la riforma modifica per la prima volta <strong>l&#8217;Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori</strong>, riducendo l&#8217;area di applicazione della tutela reale ovvero l&#8217;obbligo di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento per motivi economici dichiarato illegittimo, e sostituendola, in molti casi, con un mero indennizzo monetario. Questa traiettoria giunge al suo definitivo compimento <strong>nel 2015 con il Jobs Act</strong>, che scardina l&#8217;architettura originaria del 1970 <strong>introducendo il contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti</strong>. Con questa riforma, il diritto al reintegro viene quasi interamente cancellato per i licenziamenti economici e per buona parte di quelli disciplinari, <strong>trasformando il licenziamento illegittimo in un costo d&#8217;impresa prevedibile e monetizzabile</strong>. Il lavoro cessa così di essere un diritto stabile e un fondamento di cittadinanza protetto dall&#8217;Articolo 4, <span style="color: #ff0000;"><strong>tornando a essere una merce facilmente scambiabile e licenziabile a seconda delle fluttuazioni della produzione</strong></span>. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo cambio di paradigma ha parallelamente investito lo Stato sociale, avviando una <strong>sistematica aziendalizzazione dei servizi pubblici essenziali</strong>, in particolare nei settori della <strong>scuola</strong> e della <strong>sanità</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ispirata alle logiche del New Public Management, questa mutazione ha ridefinito i diritti universali in termini di prestazioni misurabili, trasformando gli ospedali e gli istituti scolastici in <span style="color: #ff0000;"><strong>&#8220;aziende&#8221; governate da logiche di budget, efficienza privatistica e pareggio di bilancio</strong></span>. Le conseguenze di tale trasformazione si sono rivelate devastanti sia per gli utenti sia per i lavoratori: <strong>l&#8217;esternalizzazione dei servizi e il ricorso massiccio ad appalti al ribasso hanno destrutturato il lavoro pubblico, determinando una compressione salariale senza precedenti e la proliferazione di contratti precari</strong>. All&#8217;interno di queste strutture, <strong>l&#8217;introduzione di sistemi premiali e competitivi</strong>, come il <strong>bonus merito per i docenti</strong> o la <strong>competizione tra reparti sanitari per l&#8217;attrazione di risorse</strong>, ha <span style="color: #ff0000;"><strong>frantumato la solidarietà interna tra lavoratori</strong></span> e la cooperazione professionale, minando l&#8217;equità e l&#8217;universalità delle tutele e svuotando di senso il principio di uguaglianza sostanziale sancito dall&#8217;Articolo 3.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo specifico solco si inserisce anche la <strong>trasformazione della scuola</strong>, dove l&#8217;introduzione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro, poi divenuti PCTO e <strong>rimodulati in formazione scuola-lavoro</strong>, ha risposto precisamente all&#8217;esigenza aziendalistica di piegare i programmi didattici e i tempi dell&#8217;apprendimento alle richieste immediate del sistema produttivo. La valutazione delle<strong> competenze trasversali e lo svolgimento di attività non retribuite</strong> rischiano così di abituare le nuove generazioni, fin dall&#8217;ambiente scolastico, alla <strong>cultura della prestazione gratuita e alla precarietà come condizioni normali d&#8217;accesso alla vita adulta</strong>, ribaltando la promessa costituzionale di un&#8217;istruzione volta all&#8217;emancipazione critica del cittadino.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nello scenario contemporaneo, questa evoluzione ha generato una profonda polarizzazione del mercato, in cui l&#8217;iniziativa economica privata, svincolata dai limiti di utilità sociale posti dall&#8217;Articolo 41, viaggia verso una totale <strong>deregolamentazione</strong>, <strong>dove l&#8217;innovazione tecnologica convive con forme di sfruttamento arcaiche</strong>. Nei settori della logistica avanzata e del trasporto merci, l&#8217;organizzazione del lavoro è governata da algoritmi che parcellizzano e cronometrano la prestazione, reintroducendo una <strong>moderna forma di cottimo</strong> in cui i ritmi sono esasperati e i tempi di vita subordinati a quelli della produzione. Al contempo, in settori come <strong>l&#8217;agricoltura e l&#8217;edilizia</strong>, si assiste alla <strong>cronicizzazione del caporalato</strong>. Questo fenomeno non è una sacca isolata di illegalità, ma l&#8217;anello finale delle grandi catene globali del valore: la grande distribuzione organizzata impone prezzi d&#8217;acquisto strozzati ai produttori originari per mantenere competitivi i prezzi sui banchi dei mercati, spingendo la base della filiera ad abbattere i costi salariali attraverso l&#8217;intermediazione illecita e lo sfruttamento di manodopera vulnerabile. A coronamento di questo quadro si colloca la <strong>tendenza a presentare il lavoro gratuito sotto le spoglie del volontariato</strong> a sostituzione di quei servizi pubblici di cura della persona e del territorio smantellati dalla necessità di corrispondere alle <strong>politiche di austerity imposti dall’Unione Europea, o dell&#8217;utilità sociale obbligatoria per l&#8217;accesso a sussidi o graduatorie</strong>, eludendo il principio dell&#8217;Articolo 36 sulla giusta retribuzione e ridefinendo i confini stessi tra solidarietà e prestazione d&#8217;opera a esclusivo vantaggio del profitto.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Il lavoro tradito: dalla democrazia costituzionale al vincolo esterno neoliberista (ordoliberista)</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il principio lavoristico e la ricchezza reale</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>La vera ricchezza di una comunità nazionale</strong> non risiede nelle stanze della finanza speculativa né nell&#8217;accumulo di titoli tossici o moneta fittizia, ma nella forza viva, competente e organizzata del lavoro reale, inteso come l&#8217;applicazione delle facoltà umane alla produzione di beni e alla cura delle persone e del territorio. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La nostra Carta Costituzionale del 1948 nasceva dalla profonda consapevolezza storica che l&#8217;intero ordinamento democratico e la sicurezza sostanziale del cittadino dovessero poggiare stabilmente sul <strong>principio lavoristico</strong>. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il Titolo III della Costituzione assegna alla Repubblica il compito di <strong>controllare e coordinare il credito e il mercato</strong>, disponendo esplicitamente che l&#8217;iniziativa economica privata sia libera solo laddove non si svolga in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. In questa visione spiccatamente <strong>keynesiana, espansiva e redistributiva</strong>, lo Stato ha il dovere e il potere di intervenire direttamente nei processi economici, utilizzando la spesa in disavanzo per <span style="color: #ff0000;"><strong>alimentare la domanda interna e garantire l&#8217;obiettivo supremo della piena occupazione</strong></span>. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">All&#8217;interno di questo quadro costituzionale originario,<strong> l&#8217;innovazione e il progresso tecnologico</strong> non erano concepiti come strumenti di emarginazione o di espulsione della forza lavoro, bensì come<span style="color: #ff0000;"><strong> vettori di progressiva liberazione dal bisogno</strong></span>. Gli aumenti di produttività derivanti dall&#8217;introduzione di macchinari e fonti energetiche più efficienti avrebbero dovuto tradursi in una <strong>riduzione fisiologica dell&#8217;orario collettivo di lavoro a parità di salario</strong>, allargando il benessere e liberando il tempo dei cittadini per lo sviluppo culturale, la cura delle relazioni umane e la manutenzione attiva degli ecosistemi locali.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">La restaurazione liberista </span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">A partire dalla fine degli anni &#8217;70 e per tutti gli anni &#8217;80, il sistema economico del Paese è stato investito da una profonda e sistematica restaurazione culturale e politica, mirata a erodere l&#8217;egemonia della <strong>democrazia partecipativa incentrata sullo Stato Sociale e il welfare universale per ripristinare il dominio del capitalismo finanziarizzato e liberoscambista</strong>. Attraverso una massiccia campagna mediatica internazionale, sponsorizzata da <strong>circoli oligarchici sovranazionali</strong> e inaugurata simbolicamente da documenti d&#8217;indirizzo neoliberisti come il<strong> Memorandum Powell</strong>, è stata imposta un&#8217;offensiva culturale tesa a demonizzare l&#8217;intervento pubblico, elevando la corruzione a categoria propagandistica per decretare l&#8217;inefficienza intrinseca dello Stato facilitatore. Il dramma storico di questa transizione risiede nella mutazione genetica radicale subita dalle storiche forze progressiste e dai sindacati italiani. <strong>Sotto il ricatto della lotta all&#8217;inflazione</strong> e nell&#8217;inseguimento di una sempre rinviata legittimazione come forza di governo, la sinistra politica ha progressivamente <strong>interiorizzato le parole d&#8217;ordine dell&#8217;austerità e del rigore</strong>, accettando una strisciante e non dichiarata politica dei redditi. Questo <span style="color: #ff0000;"><strong>disarmo ideologico</strong></span> ha trovato un&#8217;esplicita legittimazione teorica nella svolta dei vertici sindacali di fine anni &#8217;70, quando <strong>si scelse di far passare in secondo piano il miglioramento delle condizioni degli operai occupati e la difesa del salario in nome di una presunta flessibilità e mobilità della manodopera</strong>, spianando così la strada all&#8217;<strong>abbattimento del sistema del lavoro protetto e assistito</strong>.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">Il divorzio finanziario e l&#8217;artificio del debito</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;atto tecnico e istituzionale che ha disarticolato la sovranità economica nazionale, avviando la transizione materiale verso lo Stato minimo liberista, è stato il &#8220;<strong>divorzio</strong>&#8221; del 1981 tra la Banca d&#8217;Italia e il Ministero del Tesoro. Sottraendo la banca centrale alle dipendenze dirette del governo e sollevandola dall&#8217;obbligo di fare da prestatore di ultima istanza nelle aste pubbliche dei titoli di Stato, l&#8217;Italia ha volontariamente rinunciato al controllo politico della propria moneta. Da quel momento, lo Stato è stato ridotto alla stregua di un qualsiasi <strong>operatore privato</strong>, costretto a negoziare il finanziamento della propria spesa sui mercati finanziari globali e a subire il ricatto delle a<strong>genzie di rating</strong>. La conseguenza macroeconomica immediata è stata un&#8217;impennata spaventosa e artificiale dei tassi d&#8217;interesse reali, che ha fatto lievitare il debito pubblico in meno di dieci anni da <strong>114 a 847 miliardi di euro</strong>. I dati storici dimostrano come questa traiettoria patologica sia stata interamente generata dal cappio degli interessi passivi corrisposti ai mercati. Sommando i dati annuali disponibili nelle serie storiche della finanza pubblica, si arriva a un ordine di grandezza di circa <strong>3.500-4.000 miliardi di euro di interessi pagati dal 1981 al 2025,</strong> espressi in euro correnti. Il debito pubblico passò da circa il 58% del PIL nel 1980 a oltre il 100% all’inizio degli anni Novanta. Come è noto, l<strong>’avanzo primario</strong> è la differenza tra tutte le entrate dello Stato (imposte, contributi, altre entrate) e tutte le spese pubbliche <strong>esclusi gli interessi sul debito</strong>. Dal 1992 in avanti l’Italia ha registrato un avanzo primario nella grande maggioranza degli anni, risultando tra i Paesi avanzati con la più lunga sequenza di avanzi primari. In pratica accumulando un avanzo primario di quasi mille miliardi a partire dal 92. <strong>Tutt’altro quindi che una condotta spendacciona dello Stato nei servizi sociali o nelle grandi opere</strong>. Questo significa che, per molti anni, lo Stato italiano ha incassato dai contribuenti più di quanto abbia speso per sanità, scuola e università, pensioni, stipendi pubblici, infrastrutture, servizi pubblici e investimenti. </span><span class="s1">In altre parole, al netto degli interessi, i conti dello Stato sono sempre stati in attivo. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Parallelamente, la deregolamentazione doganale e borsistica avviata sul finire degli anni &#8217;80 ha rimosso ogni barriera protettiva alla <strong>libera circolazione dei capitali finanziari</strong>, consentendo ai <strong>grandi investitori di muoversi senza vincoli territoriali</strong>. Questo ha esposto il paese all’indebitamento con l’estero e le piccole e medie imprese industriali al ricatto competitivo delle delocalizzazioni. <span style="color: #ff0000;"><strong>Ha inoltre provocato una riconversione strutturale dell&#8217;economia dall&#8217;investimento produttivo alla rendita speculativa dei grandi azionisti e intermediari finanziari</strong></span>.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">I dispositivi estrattivi: dalla fine della scala mobile all&#8217;euro</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Il disarmo normativo e salariale della classe lavoratrice è culminato <strong>nel 1992</strong> con la totale abolizione dell&#8217;indennità di contingenza, <strong>la scala mobile</strong>, che fino ad allora aveva rappresentato lo <strong>scudo automatico a salvaguardia del potere d&#8217;acquisto dei salari reali</strong> rispetto all&#8217;aumento del costo della vita. Smantellato questo baluardo costituzionale, <strong>l&#8217;introduzione dei meccanismi di concertazione</strong>, fortemente <strong>caldeggiati</strong> da organizzazioni tecnocratiche come la <strong>Commissione Trilaterale e il Fondo Monetario Internazionale</strong>, ha progressivamente <span style="color: #ff0000;"><strong>neutralizzato il ruolo conflittuale dei sindacati, vincolandoli all&#8217;accettazione di retribuzioni contenute e orari flessibili</strong></span>. Il tassello definitivo che ha <strong>sigillato</strong> questo processo estrattivo è stato<strong> l&#8217;ingresso nella moneta unica europea, una valuta priva di Stato</strong> che agisce all&#8217;interno dell&#8217;Eurozona esattamente come il vecchio gold standard ottocentesco, determinando una <strong>scarsità artificiosa di circolante nell&#8217;economia reale</strong>. Rinunciando alla propria <strong>moneta nazionale</strong> e cedendo quindi irrevocabilmente la propria <strong>sovranità monetaria</strong> e accettando al contempo <strong>la fissità del cambio</strong>, l&#8217;Italia si è <strong>privata</strong> dello strumento di riallineamento del tasso valutario esterno, storicamente <strong><span style="color: #ff0000;">utilizzato per difendere la competitività delle proprie merci senza intaccare le condizioni di vita dei lavoratori</span></strong>. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In assenza della leva valutaria, il recupero di competitività all&#8217;interno del mercato unico europeo può essere perseguito unicamente attraverso la <strong>svalutazione interna</strong>. Questo processo si traduce matematicamente nella<strong> deflazione salariale cronica</strong>, nella <strong>deregolamentazione delle norme a protezione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro</strong> e nell&#8217;<strong>istituzionalizzazione del precariato per legge</strong>, come drammaticamente ratificato dalle successive riforme precarizzanti dal pacchetto Treu al Jobs Act.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">Il cappio di Maastricht e l&#8217;inganno dell&#8217;avanzo primario</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Imbrigliata nella struttura robotizzata dei regolamenti e dei trattati europei consolidati nel <strong>Fiscal Compact</strong>, l&#8217;Italia è stata condannata a una condizione di <span style="color: #ff0000;"><strong>recessione indotta</strong></span> e <strong><span style="color: #ff0000;">deflazione permanente</span></strong>. Lo Stato, privato della capacità di emettere moneta sovrana garantita dal lavoro della propria comunità, si è trasformato in un mero debitore insolvibile, costretto a subire l&#8217;oscillazione dello spread indotta dalle speculazioni sui mercati obbligazionari esteri. <strong>Per rassicurare i grandi creditori e rispettare i rigidi parametri deficit-PIL imposti da Maastricht</strong>, il Paese è stato obbligato a registrare un saldo primario costantemente positivo per oltre trent&#8217;anni, tassando cittadini e ceti produttivi in misura di gran lunga superiore ai servizi e agli investimenti pubblici restituiti alla collettività. <strong>Questo drenaggio forzato di liquidità ha strangolato la domanda interna</strong>, <strong>provocando una sovracapacità produttiva</strong>, la <strong>chiusura dei battenti di migliaia di piccole imprese e la svendita di asset strategici e partecipazioni statali</strong>. L&#8217;inserimento del <strong><span style="color: #ff0000;">pareggio di bilancio direttamente all&#8217;interno dell&#8217;Articolo 81 della Costituzione nel 2012</span></strong> ha definitivamente <strong>disarmato la spesa pubblica anticiclica</strong>, <strong>distruggendo il welfare universale e lo stato sociale</strong>. L&#8217;austerità e i tagli lineari imposti da questa logica estrattiva si sono abbattuti con violenza sul sistema sanitario nazionale, con la riduzione di decine di migliaia di posti letto e il<strong> blocco del turn-over</strong> di medici e infermieri e dell’impiego pubblico in generale nonché sulla <strong>manutenzione del territorio e la tutela del patrimonio storico artistico e monumentale del Paese</strong>, con il preciso fine ultimo, denunciato dalle agenzie di rating e dalle grandi banche d&#8217;affari transnazionali, di costringere il Paese a intaccare il grande patrimonio italiano ed il risparmio privato cumulato dai suoi cittadini nei decenni passati.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Lavoro e dintorni. Parte terza </span></h3>
<h3 class="p1"><span class="s1">Come il capitalismo occidentale e la pianificazione cinese stanno usando l&#8217;automazione guidata dall’IA, ridisegnando in modi diametralmente opposti il valore del lavoro umano</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">La divergenza strutturale tra il blocco occidentale e la Repubblica Popolare Cinese nell’integrazione dell’automazione e dell’Intelligenza Artificiale rappresenta uno dei capitoli più affascinanti della geoeconomia contemporanea. Mentre l’Occidente si muove lungo i binari di un capitalismo finanziario che rischia di incorporare il lavoro nelle macchine liberando il tempo nella forma della disoccupazione al fine di massimizzare i profitti privati e comprimere i salari, <strong>la Cina risponde con un modello a pianificazione centralizzata in cui la tecnologia viene piegata a imperativi di stabilità sociale, sovranità industriale e trasformazione demografica</strong>. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa profonda asimmetria sistemica viene analizzata da una rete di economisti, sociologi e filosofi della tecnologia, i quali mettono in luce come due sistemi economici radicalmente diversi stiano producendo esiti opposti sul destino del lavoratore, sulla natura della sorveglianza <strong>e sulla gestione del tempo sociale</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’economista e politologo <strong>Evgeny Morozov</strong>, insieme a <strong>Dan Wang</strong>, evidenzia come la differenza fondamentale risieda nella natura stessa della classe dirigente. <span style="color: #ff0000;"><strong>L’Occidente è guidato da una logica finanziaria e legale orientata ai risultati trimestrali di borsa, il che spinge le Big Tech della Silicon Valley a sviluppare modelli di intelligenza artificiale astratti e generativi, pensati per sostituire rapidamente i colletti bianchi e abbattere il costo del lavoro</strong>.</span> </span></p>
<p class="p1"><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s1">Al contrario, la Cina è governata da una pianificazione concertata che concepisce l’innovazione non come un prodotto finanziario, ma come un’utilità pubblica e un’infrastruttura fisica. </span></strong></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Attraverso la strategia nazionale denominata AI Plus, lanciata per integrare l’intelligenza artificiale nei gangli vitali del Paese, <strong>Pechino applica l’automazione alla logistica pesante, ai trasporti, alla gestione delle reti elettriche e alle fabbriche</strong>. I dati macroeconomici globali confermano l’immensità di questa scala produttiva, evidenziando che la Cina installa da sola oltre il cinquantaquattro per cento dei robot industriali di tutto il mondo, superando la somma di tutte le installazioni del resto del pianeta, con uno stock che ha ampiamente superato due milioni di unità operative nei poli manifatturieri.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo approccio affonda le sue radici in una profonda diversità filosofica che <strong>il pensatore Yuk Hui definisce Cosmotecnica</strong>. Se la <span style="color: #ff0000;"><strong>tecnologia occidentale è figlia dell’Illuminismo e del dualismo cartesiano, intesa come uno strumento per dominare la natura ed emancipare l’individuo attraverso l’antropomorfismo di una macchina che sostituisce l’uomo, il pensiero tecnologico cinese è storicamente integrato con il confucianesimo e il taoismo, dove l’ordine, la natura e la comunità formano un tutto organico</strong></span>. <strong>L’algoritmo non è quindi progettato per essere un sostituto isolato dell’individuo o un fattore di disgregazione del lavoro, bensì un tessuto connettivo per la collettività, orientato all’armonia sistemica in cui lo Stato, i cittadini e le macchine cooperano per il mantenimento dell’equilibrio sociale</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa visione olistica si traduce direttamente nelle dinamiche occupazionali e nella <strong>ridistribuzione della ricchezza</strong>. Come spiega l’economista <strong>Keyu Jin della London School</strong> <strong>of Economics</strong>, il Partito Comunista Cinese <strong><span style="color: #ff0000;">considera la disoccupazione tecnologica e la polarizzazione sociale come le minacce più gravi alla stabilità della nazione</span></strong>. Le direttive del Consiglio di Stato impongono alle aziende di <span style="color: #ff0000;"><strong>accelerare la transizione digitale ma con il vincolo tassativo di evitare licenziamenti di massa</strong></span>. La ricchezza generata dall’<strong>impennata della produttività</strong>, che ha registrato incrementi di efficienza superiori al ventidue per cento grazie alla <strong>manutenzione predittiva</strong> e alle simulazioni con gemelli digitali, viene così intercettata dallo Stato e <strong>ridistribuita attraverso il finanziamento pubblico di imponenti programmi di riqualificazione professionale</strong> su scala regionale, sostenendo le imprese nel ricollocare i lavoratori un tempo addetti a mansioni ripetitive in vari settori tra cui, in prevalenza, i servizi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il fine ultimo di questo monitoraggio algoritmico si distacca nettamente dal <strong>Capitalismo della Sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff per la Silicon Valley</strong>. Laddove i monopoli privati occidentali <strong>estraggono dati comportamentali sensibili per il controllo e la costruzione dell’opinione pubblica oltre che per manipolare e predire le scelte di acquisto dei consumatori,</strong> esasperando il conflitto psicologico e la precarietà del mercato, il modello di Pechino utilizza l’IA per superare il limite storico di tutti i sistemi socialisti, ovvero l’impossibilità di calcolare i bisogni di una popolazione immensa. Attraverso supercomputer e l’analisi dei flussi commerciali in tempo reale, l’algoritmo cinese serve a calcolare in anticipo la domanda aggregata di cibo, energia, trasporti e servizi sanitari, realizzando <strong>il passaggio storico da una pianificazione economica quinquennale a una pianificazione algoritmica, riducendo drasticamente gli sprechi e coordinando il fabbisogno di manodopera</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il fulcro di questa pianificazione si esprime nella <span style="color: #ff0000;"><strong>transizione guidata verso l’economia dei servizi e nella progressiva liberazione dal lavoro fisico</strong></span>, una traiettoria accelerata da una complessa dinamica demografica. La Cina sta affrontando una<strong> contrazione della popolazione</strong> in età attiva che ridurrà la forza lavoro di oltre <strong>cento milioni di unità entro i prossimi due decenni</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Se in Occidente l’automazione crea un’eccedenza di esseri umani e un conseguente abbassamento dei salari, nel contesto cinese essa diventa una necessità vitale per mantenere alta la produzione colmando il vuoto demografico e liberando contemporaneamente le nuove generazioni dalla fatica industriale</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I documenti programmatici legati al quindicesimo Piano Quinquennale, che copre l’orizzonte strategico tra il 2026 e il 2030, delineano con chiarezza questo reindirizzamento dei cittadini verso i servizi ad alto valore aggiunto, <strong>la cura della persona, l’assistenza agli anziani, l’educazione, la cura del territorio e l’economia verde</strong>. Il tempo lavorativo complessivo della popolazione è al centro di una riduzione sistematica. Dopo la decisione della Corte Suprema di dichiarare illegale il sistema estremo delle dodici ore lavorative giornaliere per sei giorni alla settimana, denominato nove-nove-sei e diffuso nelle vecchie aziende tecnologiche, <strong>Pechino sta pianificando una redistribuzione del tempo sociale</strong>. L’<span style="color: #ff0000;"><strong>automazione totale delle infrastrutture</strong></span>, come dimostrano<strong> i diciotto terminal portuali cinesi interamente orchestrati dall’intelligenza artificiale</strong>, permette di far funzionare i motori logistici del Paese senza sosta, <strong>riducendo i turni umani e aumentando i giorni di riposo.</strong> <span style="color: #ff0000;"><strong>Entro il 2030, la prospettiva tracciata prevede che il lavoro umano si sposti definitivamente verso compiti di supervisione tecnologica, progettazione e cura sociale, riducendo drasticamente le ore annue passate in fabbrica o in ufficio da ogni singolo cittadino</strong>.</span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Come rileva il teorico politico Benjamin Bratton analizzando l’architettura dei sistemi complessi, L&#8217;Occidente e la Cina stanno costruendo due infrastrutture stratificate (architetture a strati) sovrane, incompatibili e separate, che ridefiniscono i confini della realtà digitale. <span style="color: #ff0000;"><strong>L’Occidente basa la propria infrastruttura sul cloud privato e sulla proprietà intellettuale protetta da tutele legali; la Cina la fonda su hardware di Stato, reti proprietarie e satelliti dedicati</strong></span>. L’IA non viaggia più in uno spazio neutrale ma entro confini geopolitici rigidi, per cui un cittadino occidentale e uno cinese interagiranno con intelligenze artificiali dotate di una comprensione della logica, della storia e dei valori umani totalmente asimmetrica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il modello cinese non è esente da gravi attriti latenti, come il rischio di una persistente <strong>disuguaglianza tra le aree urbane e quelle rurali</strong> a cui si aggiunge il complesso <strong>fenomeno dell&#8217;involuzione aziendale</strong>, noto in Cina come <strong>Neijuan</strong>. Si tratta di una trappola economica in cui le imprese, spinte dai massicci finanziamenti statali, si dotano di robot e intelligenze artificiali sempre più sofisticati, finendo per produrre una quantità immensa di merci identiche. Questa sovraproduzione scatena una guerra spietata e fratricida basata solo sul ribasso dei prezzi: pur di vendere ed eliminare i concorrenti, le aziende riducono i listini al minimo, azzerando i propri guadagni netti e i margini di profitto. Il paradosso è clamoroso: pur possedendo le tecnologie più avanzate del pianeta, queste industrie non creano nuova ricchezza ma consumano se stesse in una corsa frenetica che rischia di frenare la capacità dello Stato di finanziare i servizi pubblici.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nonostante queste forti pressioni interne, la differenza di fondo rimane netta. <strong>Mentre il cittadino occidentale affronta l’avvento dell’intelligenza artificiale come uno shock distruttivo e una minaccia per il proprio reddito</strong>, <span style="color: #ff0000;"><strong>nel contesto cinese l’automazione viene programmata come un’infrastruttura di Stato destinata a ridurre il tempo della fatica e a garantire la continuità dello sviluppo nazionale</strong></span>. Si delinea così un profondo paradosso geopolitico in cui l’Occidente rischia <strong>il caos sociale lasciando l’IA in mano a monopoli privati che precarizzano la classe media</strong>, mentre <strong>la pianificazione cinese tenta di assorbire i costi sociali del cambiamento per ereditare stabilità e legittimità politica nel lungo periodo.</strong></span></p>
<p>art. 1 L&#8217;Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.<br />
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</p>
<p>art.3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.<br />
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.</p>
<p>art.4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.<br />
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un&#8217;attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.</p>
<p>art. 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un&#8217;esistenza libera e dignitosa.<br />
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.<br />
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.</p>
<p>art. 41 L&#8217;iniziativa economica privata è libera.<br />
Non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.<br />
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l&#8217;attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali</p>
<p class="p1">
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