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	<title>Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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	<title>Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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		<title>CREMONA invasa da Rinnovabili industriali, Impianti accumulo e Data center</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 11:04:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Analizziamo una trasformazione silenziosa ma gigantesca che sta interessando da vicino il territorio della provincia di Cremona Guardando i dati ufficiali di Terna, l’ente che gestisce la rete elettrica nazionale, emerge una fotografia impressionante: non solo Milano, ma anche Cremona (così come altre province lombarde) si trova al centro di un’esplosione di richieste di connessione&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Analizziamo una trasformazione silenziosa ma gigantesca che sta interessando da vicino il territorio della provincia di Cremona</h2>
<p>Guardando i dati ufficiali di Terna, l’ente che gestisce la rete elettrica nazionale, emerge una fotografia impressionante: non solo Milano, ma anche Cremona (così come altre province lombarde) si trova al centro di un’esplosione di richieste di connessione elettrica che ne cambierà radicalmente il volto nei prossimi anni.</p>
<p>Per capire la portata di ciò che sta accadendo, dobbiamo mettere a confronto tre numeri fondamentali: <strong>la produzione di energia green, i consumi industriali previsti e i sistemi di stoccaggio energetico.</strong></p>
<p><strong>Partiamo dalla produzione</strong>. Nella provincia di Cremona ci sono richieste per nuovi impianti di energia rinnovabile per una potenza totale di 0,32 Gigawatt, ovvero <strong>320 Megawatt</strong>. La quasi totalità di questa energia &#8211; oltre il 95% &#8211; verrà dal solare fotovoltaico. Per darvi un’idea dell&#8217;impatto visivo, installare tutti questi pannelli a terra richiederebbe <strong>tra i 300 e i 350 ettari di terreno agricolo</strong>, l’equivalente di oltre <strong>400 campi da calcio</strong> messi uno accanto all’altro. <strong>Il comune più sollecitato sul fronte del fotovoltaico è Sesto ed Uniti</strong>, da solo al centro di oltre il <strong>40% delle richieste provinciali</strong>. L’unica eccezione al monopolio del sole si trova a <strong>Solarolo Rainerio</strong>, dove è concentrato l’unico progetto provinciale per una <strong>centrale a biomasse da 20 Megawatt</strong>. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma se 0,32 Gigawatt di nuova produzione solare vi sembrano una cifra importante, <strong>il dato sui consumi</strong> è davvero enorme. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Sul fronte della domanda elettrica, le richieste di allacciamento per nuovi grandi impianti superano<strong> i 2,35 Gigawatt</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Stiamo parlando di una quantità di energia richiesta che è oltre sette volte superiore a tutta la nuova energia rinnovabile che si vorrebbe produrre sul territorio</strong></span>. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>A cosa serve tutta questa corrente? La risposta si chiama <strong>Data Center</strong>. Ben l’80% di questi enormi consumi &#8211; quasi 1,9 Gigawatt &#8211; è destinato ai giganteschi &#8220;Centri dati&#8221;  <strong>per far funzionare l’Intelligenza Artificiale</strong> e i servizi cloud. I data center, a differenza dei pannelli solari, non dormono mai: <strong>lavorano e consumano a pieno ritmo 24 ore su 24.</strong> Il solo assorbimento elettrico di questi server richiesti nel Cremonese equivale al consumo energetico annuale di oltre <strong>5,5 milioni di famiglie medie italiane</strong>. Una richiesta energetica colossale che vede <strong>in prima fila i comuni di Castelverde, Cremona capoluogo e Pozzaglio ed Uniti</strong>. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>A questo punto sorge una domanda spontanea: <strong>come fa la rete elettrica a reggere questo scontro tra una produzione solare discontinua e consumi industriali così voraci e costanti?</strong></p>
<p>Qui entra in gioco il terzo elemento: <strong>i sistemi di accumulo, cioè le megabatterie industriali</strong>. Terna ha registrato in provincia richieste per ben <strong>2,10 Gigawatt di potenza in sistemi di stoccaggio</strong>, quasi interamente del tipo <strong>&#8220;stand-alone&#8221;, cioè grandi parchi batterie autonomi collegati direttamente alla rete ad alta tensione</strong>. La presenza di questi accumulatori non è casuale: <span style="color: #ff0000;"><strong>si concentrano quasi per intero nei comuni di Sesto ed Uniti e di Castelverde, esattamente nei nodi strategici della rete dove si sommano la grande produzione solare e i massicci consumi dei data center</strong></span>. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Riassumendo questo quadro complessivo: <strong>la provincia di Cremona viene candidata a diventare un vero e proprio hub energetico e digitale d&#8217;avanguardia</strong>. Da un lato abbiamo oltre 300 ettari di campi destinati al fotovoltaico; dall’altro, una concentrazione eccezionale di data center con consumi paragonabili a quelli di una metropoli; e infine, un’infrastruttura di gigantesche batterie da oltre 2 Gigawatt per fare da cuscinetto e garantire stabilità all&#8217;intero sistema. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>I dati ci dicono che la maggior parte delle pratiche burocratiche e tecniche per questi allacciamenti è già in fase avanzata.</p>
<h3>Boom di consumi energetici nel Cremonese: richieste di connessione per 2,35 GW trainate dai Data Center</h3>
<p><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180.jpeg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-19549 alignleft" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180-300x247.jpeg" alt="" width="300" height="247" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180-300x247.jpeg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180-1024x843.jpeg 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180-768x633.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180-1536x1265.jpeg 1536w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180-640x527.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0180.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><span style="font-size: 16px;">Mentre la produzione da fonti rinnovabili pianificata in provincia di Cremona ammonta a 0,32 GW, la domanda di energia elettrica sul fronte dei consumi viaggia su numeri del tutto sproporzionati. I dati pubblicati da Terna aggiornati al 30 settembre 2026 mostrano istanze di allacciamento alla rete ad alta e altissima tensione per una potenza complessiva richiesta di ben 2,35 Gigawatt (GW).</span></p>
<p>A spingere questo enorme assorbimento elettrico è l&#8217;espansione dei data center &#8211; le infrastrutture che ospitano i server destinati al calcolo ad alte prestazioni, al cloud e all&#8217;intelligenza artificiale &#8211; , che da soli assorbono 1,86 GW, pari al 79,21% dell&#8217;intero pacchetto delle richieste provinciali. La quota restante, pari a 0,49 GW (20,79%), è ascrivibile alla categoria altri utenti di consumo (grandi insediamenti industriali o infrastrutture ad alto assorbimento).</p>
<p>Un termine chiave: cos&#8217;è la potenza di consumo e come si misura?</p>
<p>In questo caso, i valori in Gigawatt non indicano l&#8217;energia prodotta da pannelli o turbine, ma la capacità  elettrica che le nuove strutture chiederanno di prelevare in modo continuo dalla rete elettrica nazionale.</p>
<ul>
<li>Data Center: Strutture energivore che operano a ciclo continuo (24 ore su 24, 7 giorni su 7) per garantire il funzionamento dei server e dei sistemi di raffreddamento.</li>
</ul>
<p>Quanta energia assorbirebbero questi insediamenti?</p>
<p>I 2,35 GW richiesti equivalgono a 2.350 Megawatt (MW) di potenza prelevabile dalla rete. Trattandosi prevalentemente di data center, caratterizzati da un fattore di carico costante durante tutto l&#8217;anno, l&#8217;impatto sul sistema elettrico è profondo.</p>
<ul>
<li>La stima del consumo annuo: A differenza del fotovoltaico, che produce solo nelle ore di sole, un data center assorbe potenza in modo continuativo. Un carico continuo di 1,86 GW destinato ai soli data center genererebbe un consumo annuo stimabile in oltre 15 miliardi di chilowattora (kWh).</li>
<li>Un paragone con i consumi domestici: Per rendere la cifra comprensibile, il solo assorbimento dei data center richiesti nel Cremonese (1,86 GW) equivale al consumo elettrico annuo di oltre 5,5 milioni di famiglie medie italiane, ovvero una quantità  di energia superiore a quella necessaria per alimentare l&#8217;intero fabbisogno domestico di una regione come la Lombardia.</li>
<li>Il confronto tra produzione locale e consumo richiesto: Se si confronta la potenza delle rinnovabili in fase di richiesta nella stessa provincia (0,32 GW) con la potenza di consumo richiesta (2,35 GW), emerge un rapporto di oltre 1 a 7: la domanda di prelievo dalla rete supera di oltre sette volte l&#8217;intera nuova capacità  di generazione “pulita” prevista nel territorio.</li>
</ul>
<p>La mappa dei consumi: Castelverde e Cremona in prima fila</p>
<p>Le richieste di connessione per grandi consumi si concentrano in poli ben precisi del territorio provinciale:</p>
<ol>
<li>Castelverde: Guida la classifica provinciale con oltre 0,70 GW richiesti, interamente dedicati a impianti data center (blu scuro).</li>
<li>Cremona (Capoluogo): Presenta richieste per circa 0,65 GW complessivi, suddivisi tra data center (circa 0,50 GW) e la quota più consistente della provincia per altri utenti di consumo (circa 0,15 GW, in verde).</li>
<li>Pozzaglio ed Uniti: Terzo polo per assorbimento con circa 0,50 GW richiesti, totalmente riferiti a data center.</li>
<li>Spinadesco: Registra un assorbimento richiesto di circa 0,32 GW, costituito interamente dalla categoria &#8220;altri utenti di consumo&#8221;.</li>
<li>Crema: Riscontra una richiesta di circa 0,10 GW (esclusivamente data center).</li>
<li>Casale Cremasco-Vidolasco: Circa 0,05 GW richiesti per data center.</li>
<li>Sesto ed Uniti: Presenta circa 0,02 GW per data center.</li>
<li>Robecco d&#8217;Oglio: Un&#8217;istanza di entità  minore riservata ad altri utenti di consumo.</li>
</ol>
<p>Lo stato delle pratiche di allacciamento</p>
<p>Il quadro dello stato procedurale delle soluzioni tecniche di connessione (STMG) mostra che la stragrande maggioranza della potenza richiesta ha giÃ  superato le prime fasi d&#8217;analisi:</p>
<ul>
<li>STMG accettate (circa 1,55 GW): Rappresentano la quota maggiore delle richieste. Si tratta di progetti i cui preventivi e soluzioni tecniche di allacciamento predisposti da Terna sono giÃ  stati ufficialmente accettati dai soggetti proponenti. Questa voce include sia la gran parte dei data center (blu) sia una quota significativa di altri utenti di consumo (verde).</li>
<li>STMG da accettare (circa 0,70 GW): Progetti le cui soluzioni di rete sono state elaborate e consegnate da Terna, in attesa dell&#8217;accettazione formale da parte dei richiedenti. Comprende sia data center sia altri utenti industriali.</li>
</ul>
<h3>Boom di megabatterie nel Cremonese: richieste di connessione per 2,10 GW di sistemi di accumulo energetico</h3>
<p><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179.jpeg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-19548" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179-300x234.jpeg" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179-300x234.jpeg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179-1024x799.jpeg 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179-768x599.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179-1536x1198.jpeg 1536w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179-640x499.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0179.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>La terza tessera del mosaico energetico della provincia di Cremona riguarda i sistemi di stoccaggio dell&#8217;energia elettrica. I dati Terna aggiornati al 30 settembre 2026 evidenziano richieste di allacciamento alla rete ad alta e altissima tensione per una potenza complessiva di 2,10 Gigawatt (GW) di sistemi di accumulo.</p>
<p>Questa enorme capacità è dominata quasi per intero dagli impianti di Accumulo Stand-Alone (grandi parchi batterie indipendenti collegate alla rete), che ammontano a 2,10 GW e coprono il 99,73% del totale provinciale. La restante quota, del tutto marginale, è rappresentata dall&#8217;Accumulo Integrato a Solare (batterie installate direttamente a servizio di impianti fotovoltaici), con appena 0,01 GW (0,27%). Risultano invece completamente assenti le richieste per pompaggi idroelettrici (puro o misto) e per accumuli integrati all&#8217;eolico (0,0 GW / 0,00%).</p>
<p>Termini tecnici e acronimi</p>
<ul>
<li>Sistemi di Accumulo (BESS &#8211; Battery Energy Storage System): Si tratta di enormi container pieni di batterie industriali (solitamente agli ioni di litio) progettati per immagazzinare energia elettrica nei momenti di supero di produzione o basso costo, per poi ri-immetterla in rete quando la richiesta sale o la produzione da rinnovabili cala.</li>
<li>Accumulo Stand-Alone: Una mega-batteria autonoma, direttamente collegata alla rete ad alta tensione, che opera sul mercato elettrico slegata da uno specifico impianto di generazione locale (come un parco solare o eolico).</li>
<li>Accumulo Integrato a Solare: Batterie collegate direttamente a un impianto fotovoltaico per accumulare la sola energia prodotta dai pannelli durante il giorno.</li>
<li>Pompaggio Puro / Misto: Impianti idroelettrici che usano l&#8217;energia in eccesso per pompare acqua da un bacino inferiore a uno superiore, per poi farla scendere attraverso turbine nei momenti di bisogno. Nella provincia di Cremona sono a quota 0,0 GW.</li>
</ul>
<p>Quanta potenza ed energia rappresentano 2,10 GW di batterie?</p>
<p>I 2,10 GW (ovvero 2.100 Megawatt) esprimono la potenza massima istantanea che questi sistemi possono erogare o assorbire dalla rete elettrica.</p>
<ul>
<li>Esempio pratico sulla potenza di scarica: Una potenza di erogazione pari a 2,10 GW equivale alla capacità  di scarica simultanea necessaria per coprire istantaneamente il consumo massimo di oltre 700.000 abitazioni o per erogare una quantità  di potenza pari a quella generata da due grandi centrali termoelettriche di taglia industriale.</li>
<li>Capacità di accumulo stimata (MWh): I sistemi BESS industriali hanno in media un&#8217;autonomia di carica/scarica che varia da 2 a 4 ore a piena potenza. Un parco batterie da 2,10 GW con un&#8217;autonomia di 4 ore corrisponde a una capacità  di stoccaggio energetico di circa 8.400 Megawattora (8,4 GWh): un volume d&#8217;energia sufficiente ad alimentare una città  di medie dimensioni per interi giorni in caso di blackout o picco di domanda.</li>
<li>Confronto tra i tre settori analizzati nel Cremonese:
<ul>
<li>Potenza di produzione solare/biomasse richiesta: 0,32 GW</li>
<li>Potenza di consumo (data center/industrie) richiesta: 2,35 GW</li>
<li>Potenza di accumulo (batterie) richiesta: 2,10 GW</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>I dati mostrano un equilibrio sistemico in cui la capacità  di accumulo richiesta (2,10 GW) è dimensionalmente allineata con l&#8217;imponente assorbimento continuo richiesto dai data center (1,86 GW), creando l&#8217;infrastruttura di supporto per garantire la continuità  operativa dei server ed evitare sbalzi sulla rete locale.</p>
<p>La mappa del territorio: concentrazione estrema su due soli poli</p>
<p>A differenza degli impianti fotovoltaici diffusi su più comuni, i sistemi di accumulo si concentrano quasi esclusivamente in due specifici nodi della rete elettrica provinciale:</p>
<ol>
<li>Sesto ed Uniti: è il comune che registra il volume più impressionante, assorbendo da solo circa 1,38 GW di batterie stand-alone (grigio) (oltre il 65% dell&#8217;intera potenza di accumulo richiesta nella provincia). Si noti come Sesto ed Uniti sia anche il comune leader per le richieste di allacciamento solare (0,13 GW).</li>
<li>Castelverde: Secondo polo di accumulo provinciale con circa 0,70 GW di potenza richiesta per batterie stand-alone. Castelverde è esattamente il comune che guida la classifica delle richieste per data center (0,70 GW), evidenziando una perfetta corrispondenza tra i megawatt di consumo previsti e la potenza delle batterie richieste nel medesimo punto della rete.</li>
<li>Rivarolo del Re ed Uniti: Accoglie la quota marginale rappresentata dagli accumuli integrati al solare (arancione), pari a 0,01 GW (10 MW).</li>
</ol>
<p>A che punto sono le pratiche burocratiche?</p>
<p>L&#8217;analisi dello stato di avanzamento delle pratiche (STMG) mostra che le istanze per le batterie sono in gran parte già  inoltrate o in fase preliminare, ma nessuna ha ancora ottenuto il nulla osta definitivo:</p>
<ul>
<li>STMG da accettare (circa 0,77 GW): Quota di progetti con proposta tecnica di allacciamento inviata da Terna e in attesa dell&#8217;accettazione finale dei proponenti (esclusivamente stand-alone).</li>
<li>Progetti in valutazione (circa 0,75 GW): Progetti per i quali Terna sta ancora eseguendo gli studi preliminari di impatto e fattibilità  di rete (esclusivamente stand-alone).</li>
<li>Progetti con nulla osta (0,40 GW): Progetti che hanno completato le fasi autorizzative iniziali (esclusivamente stand-alone).</li>
<li>STMG accettate (circa 0,18 GW): Quota di soluzioni tecniche già  accettate dai soggetti proponenti. È l&#8217;unico segmento che include, oltre a una fetta di stand-alone, l&#8217;intero pacchetto degli accumuli integrati al solare (arancione).</li>
</ul>
<h3>Rinnovabili, la corsa al fotovoltaico travolge la provincia di Cremona: richieste per 0,32 GW e oltre 300 ettari di territorio coinvolti</h3>
<p><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176.jpeg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-19545" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176-300x218.jpeg" alt="" width="300" height="218" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176-300x218.jpeg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176-1024x745.jpeg 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176-768x559.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176-1536x1118.jpeg 1536w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176-640x466.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0176.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>La transizione energetica in territorio cremonese si muove a trazione quasi esclusiva dal sole. I dati aggiornati al 30 settembre 2026 pubblicati da Terna &#8211; il gestore della rete elettrica ad alta e altissima tensione &#8211; rivelano una mole imponente di nuove richieste di connessione per impianti di produzione da fonti rinnovabili, per una potenza complessiva di 0,32 Gigawatt (GW).</p>
<p>A farla da padrone è il settore solare, che da solo rappresenta ben il 95,09% del totale, equivalente a 0,31 GW. Tutte le altre fonti energetiche &#8211; come l&#8217;eolico (sia on-shore che off-shore), l&#8217;idroelettrico e il geotermico &#8211; registrano zero richieste. L&#8217;unica eccezione è rappresentata dal comparto delle biomasse, che assorbe la restante quota con una potenza di produzione pari a 0,02 GW (ovvero 20 Megawatt, circa il 4,91% del totale).</p>
<p>Un&#8217;impronta sul territorio: quanti ettari servirebbero?</p>
<p>Per comprendere l&#8217;impatto visivo e territoriale di una potenza installata da 0,31 GW (pari a 310 Megawatt) di solo solare, occorre considerare i parametri tecnici medi dei campi fotovoltaici a terra.</p>
<p>Tenendo conto sia dell&#8217;ingombro dei moduli che degli spazi necessari per le distanze di sicurezza, le cabine elettriche e le vie di servizio, un impianto fotovoltaico moderno necessita mediamente di circa 1 ettaro di terreno per ogni Megawatt (MW) installato.</p>
<ul>
<li>La stima della superficie occupata: Per installare tutti i 0,31 GW di impianti solari richiesti, sarebbe necessaria una superficie totale compresa indicativamente tra 300 e 350 ettari di terreno (pari a oltre 3 milioni di metri quadrati).</li>
<li>Un confronto pratico: Un&#8217;estensione di 300 ettari equivale alla superficie di circa 420 campi da calcio regolamentari messi uno accanto all&#8217;altro.</li>
</ul>
<p>Quanta energia produrrebbero questi impianti?</p>
<p>I 0,32 GW totali richiesti rappresentano la &#8220;potenza nominale di picco&#8221;, cioè¨ la capacità  massima di erogazione di energia degli impianti in condizioni ottimali.</p>
<ul>
<li>Esempio di produzione annuale: Applicando le ore medie annue di irraggiamento solare della pianura padana (pari a circa 1.200 &#8211; 1.250 chilowattora per ogni kW installato), un complesso di impianti solari da 0,31 GW genererebbe circa 385 milioni di chilowattora (kWh) all&#8217;anno.</li>
<li>Fabbisogno delle famiglie: Una famiglia tipo consuma in media circa 2.700 kWh all&#8217;anno. Di conseguenza, la sola produzione del fotovoltaico richiesto in provincia di Cremona sarebbe teoricamente in grado di coprire il consumo elettrico domestico di circa 140.000 famiglie, ovvero una popolazione pari quasi all&#8217;intero bacino della provincia.</li>
<li>Il contributo delle biomasse: L&#8217;impianto a biomasse da 0,02 GW (20 MW), a differenza del solare, ha il vantaggio di poter funzionare a ciclo continuo giorno e notte. Con un regime medio di circa 7.000 ore annue di funzionamento, questo singolo impianto produrrebbe da solo circa 140 milioni di kWh all&#8217;anno, una quantità  di energia idonea a soddisfare le esigenze di ulteriori 50.000 famiglie.</li>
</ul>
<p>La mappa del fotovoltaico: Sesto ed Uniti in testa</p>
<p>La distribuzione geografica delle domande mostra una forte concentrazione in pochi comuni chiave della provincia:</p>
<ol>
<li>Sesto ed Uniti: Guida nettamente la classifica provinciale con oltre 0,13 GW (130 MW) di potenza solare richiesta, una quota da sola pari a oltre il 40% del totale provinciale.</li>
<li>Rivarolo del Re ed Uniti: Secondo comune con circa 0,055 GW richiesti (tutti solari).</li>
<li>San Giovanni in Croce: Terzo centro con oltre 0,04 GW di solare.</li>
<li>Paderno Ponchielli: Registra richieste per circa 0,04 GW (solare).</li>
<li>Tornata: Presenta istanze per circa 0,025 GW (solare).</li>
<li>Solarolo Rainerio: Rappresenta un caso unico, poiché concentra su di sé l&#8217;intero pacchetto delle biomasse registrato nella provincia, per l&#8217;appunto 0,02 GW.</li>
</ol>
<p>A che punto sono le pratiche burocratiche?</p>
<p>L&#8217;iter tecnico per l&#8217;allacciamento alla rete elettrica nazionale (gestito tramite la cosiddetta STMG, o Soluzione Tecnica Minima Generale) evidenzia che una quota consistente dei progetti si trova già  in fase avanzata:</p>
<ul>
<li>Progetti con proposta accettata (STMG accettate): Rappresentano la fetta maggiore, pari a circa 0,117 GW. È l&#8217;unico gruppo che include sia impianti solari sia la quota a biomasse.</li>
<li>Progetti con proposta da accettare (STMG da accettare): Circa 0,096 GW di solare in attesa della firma finale da parte delle aziende proponitrici.</li>
<li>Progetti in corso di valutazione: Circa 0,089 GW di solare per i quali Terna sta studiando la fattibilità  tecnica delle connessioni.</li>
<li>Progetti con nulla osta: Una quota minore, pari a circa 0,02 GW, che ha già  superato le prime autorizzazioni formali.</li>
</ul>
<h3>Focus su Solarolo Rainerio: l&#8217;unico polo per la produzione da biomasse nella provincia di Cremona</h3>
<p><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177.jpeg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-19546" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177-300x212.jpeg" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177-300x212.jpeg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177-1024x725.jpeg 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177-768x544.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177-1536x1088.jpeg 1536w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177-640x453.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/11/IMG_0177.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Mentre nel resto della provincia di Cremona le richieste di produzione rinnovabile sono dominate dal fotovoltaico, la schermata di dettaglio del dashboard Terna al 30 settembre 2026 isola il caso specifico del comune di Solarolo Rainerio. Questo territorio rappresenta l&#8217;unico punto della provincia in cui è concentrata la totalità  dei progetti di produzione energetica da biomasse registrati nell&#8217;intero bacino cremonese.</p>
<p>La potenza complessiva richiesta nel comune ammonta a 0,02 Gigawatt (GW), pari a 20 Megawatt (MW). Risultano invece completamente azzerate tutte le altre fonti rinnovabili nel territorio comunale (solare, eolico, idroelettrico e geotermico a 0,0 GW / 0,00%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Termini tecnici e acronimi in parole semplici</p>
<ul>
<li>Biomasse: Energia prodotta attraverso la combustione o la fermentazione anaerobica di materia organica (come scarti agricoli, reflui zootecnici, sottoprodotti della lavorazione del legno o colture dedicate). A differenza del fotovoltaico, che produce solo durante le ore diurne, le centrali a biomasse offrono una produzione programmabile e continua (24 ore su 24).</li>
<li>STMG accettate (Soluzione Tecnica Minima Generale): La proposta formale elaborata da Terna per definire le modalitÃ  tecniche ed economiche di allacciamento dell&#8217;impianto alla rete elettrica ad alta tensione è già  stata approvata e accettata dal soggetto proponente.</li>
</ul>
<p>Quanta energia produrrebbe l&#8217;impianto e quali sono gli ingombri?</p>
<p>L&#8217;impianto a biomasse previsto a Solarolo Rainerio ha una potenza nominale di 0,02 GW (20 MW).</p>
<ul>
<li>Produzione elettrica stimata: Un impianto a biomasse a regime industriale lavora mediamente per circa 7.000 &#8211; 7.500 ore all&#8217;anno. Una potenza di 20 MW operativa per questo monte ore genera una produzione annua stimabile in circa 140 &#8211; 150 milioni di chilowattora (kWh).</li>
<li>Fabbisogno delle famiglie: Considerando un consumo domestico medio italiano di 2.700 kWh all&#8217;anno per famiglia, la produzione di questo singolo impianto sarebbe teoricamente in grado di soddisfare il fabbisogno elettrico continuo di oltre 50.000 famiglie.</li>
<li>Superficie e impatto territoriale: A differenza di un campo fotovoltaico da 20 MW &#8211; che richiederebbe circa 20 ettari di pannelli a terra -, una centrale a biomasse da 20 MW è una struttura industriale concentrata. L&#8217;ingombro fisico dell&#8217;impianto (comprensivo di digestori/caldaie, stoccaggio delle materie prime, vasche per il digestato e sottostazione elettrica) occupa solitamente un&#8217;area compresa tra 3 e 5 ettari (circa 5 campi da calcio). La principale impronta sul territorio riguarda la logistica di approvvigionamento quotidiano delle biomasse necessarie ad alimentare il processo.</li>
</ul>
<p>Mappa del comune e stato procedurale della richiesta</p>
<p>I grafici e la mappa di dettaglio offrono un quadro chiaro ed esaustivo sulla situazione del progetto:</p>
<ul>
<li>Distribuzione territoriale: Il 100% della potenza da biomasse richiesta nell&#8217;intera provincia di Cremona si concentra nel comune di Solarolo Rainerio.</li>
<li>Stato della pratica (STMG): Il progetto figura integralmente sotto la voce STMG accettate. L&#8217;iter burocratico-tecnico relativo al preventivo di connessione alla rete ad alta e altissima tensione si trova dunque in uno stato avanzato, con la soluzione tecnica stabilita da Terna già  ufficialmente accettata dalla società proponente.</li>
</ul>
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		<title>LA BOLLA DEI DATA CENTER. Anatomia di un business miliardario tra debito e speculazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 16:58:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Data Center e finanza globale. Grandi fondi e finanza del debito. Le rendite private. Chi costruisce il business e chi ne sopporta i rischi? Per capire come nasce e come viene realizzato un Data Center (DC), conviene seguirne il percorso fin dall’inizio, partendo dalla società che presenta le richieste di autorizzazione e acquista il terreno&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Data Center e finanza globale. Grandi fondi e finanza del debito. Le rendite private. Chi costruisce il business e chi ne sopporta i rischi?</h2>
<p>Per capire come nasce e come viene realizzato un Data Center (DC), conviene seguirne il percorso fin dall’inizio, partendo dalla società che presenta le richieste di autorizzazione e acquista il terreno sul quale dovrebbe sorgere l’impianto. È questa la società che compare formalmente nelle pratiche amministrative e nel Registro delle Imprese. Ma non è detto che sia anche il vero soggetto economico che sta dietro al progetto.</p>
<p>Molto spesso, infatti, per realizzare un singolo Data Center viene costituita una società apposita, chiamata società veicolo o SPV (Special Purpose Vehicle). È una società creata con uno scopo preciso: detenere il terreno, ottenere le autorizzazioni, realizzare e, eventualmente, gestire quello specifico progetto. In questo modo il progetto viene separato dalle altre attività del gruppo che lo promuove e i suoi rapporti economici e finanziari possono essere gestiti autonomamente.</p>
<p>Ma chi possiede la società veicolo? Anche qui può esserci un altro livello: la SPV può essere controllata da un’altra società, che a sua volta può appartenere a un fondo di investimento, a una multinazionale o a un gruppo societario con sede all’estero. Per capire, dunque, chi c’è realmente dietro un Data Center, non basta fermarsi al nome della società che ha presentato la domanda o comprato il terreno. Bisogna seguire la catena delle partecipazioni societarie, passando dalla società veicolo alla società che la controlla e poi ai suoi proprietari, fino ad arrivare al soggetto, o ai soggetti, che esercitano in ultima istanza il controllo economico. In pratica, bisogna risalire la catena proprietaria fino ai proprietari finali. In termini semplici (si fa per dire), il percorso è questo: il terreno e le autorizzazioni risultano intestati alla società A; la società A è controllata dalla società B; la società B appartiene a un fondo C; e il fondo C è gestito da una grande società finanziaria. Per sapere chi sta realmente dietro al progetto bisogna quindi percorrere tutti questi passaggi, senza fermarsi al primo nome che compare nei documenti.</p>
<p>Ottenere i permessi significa ricevere le autorizzazioni necessarie per costruire il Data Center, rispettare le norme ambientali e collegarlo alla rete elettrica. A richiederle è normalmente la società veicolo che ha acquistato il terreno e che figura come titolare del progetto.<br />
Questa struttura permette anche di vendere il progetto senza trasferire separatamente il terreno, i contratti e le autorizzazioni: basta vendere le quote (vedi Nota 1) della società che li detiene. In pratica, se un fondo acquista tutte le quote di quella società, il nome riportato nei documenti può restare lo stesso, ma cambia chi la possiede e ne controlla le decisioni. Per questo, il fatto che nei documenti autorizzativi compaia sempre la stessa società non significa necessariamente che il proprietario del progetto sia rimasto lo stesso. È quindi utile controllare periodicamente il Registro delle Imprese, per verificare eventuali cambiamenti nella proprietà e nel controllo della società (vedi nota 1).</p>
<p><strong>Come nasce, chi finanzia e chi guadagna da un Data Center</strong></p>
<p>Immaginiamo che un fondo di investimento voglia realizzare un grande Data Center nell’area di Milano. Per preparare il progetto entra in gioco uno sviluppatore: un’impresa che cerca il terreno adatto, verifica la disponibilità di energia elettrica e di connessioni in fibra ottica e avvia le procedure per ottenere le autorizzazioni necessarie. Per portare avanti l’iniziativa viene costituita una società apposita, chiamata società veicolo, che può acquistare il terreno, stipulare i primi contratti e presentare le richieste di autorizzazione.</p>
<p>All’inizio questa società può avere un capitale relativamente modesto, perché deve soprattutto preparare il progetto, avviare le pratiche e ottenere le autorizzazioni. Ma attenzione: non è detto che il progetto arrivi alla costruzione. Le autorizzazioni possono richiedere tempo, il collegamento alla rete elettrica può incontrare ostacoli e la disponibilità di energia nella quantità necessaria non è scontata. Nel frattempo, lo sviluppatore sostiene dei costi e corre il rischio che il progetto non si realizzi.</p>
<p>Una volta ottenute le autorizzazioni e verificata la possibilità di alimentare il Data Center, il progetto può attirare investitori più grandi. Un passaggio decisivo può essere la firma di un contratto con un <strong>cliente disposto ad affittare</strong>, per molti anni, una parte consistente della capacità della struttura. Può trattarsi di una grande azienda tecnologica che offre servizi di cloud computing o di intelligenza artificiale.</p>
<p>Un contratto di lungo periodo con un cliente finanziariamente solido rende il progetto più interessante per le banche, perché offre una prospettiva di entrate future con cui ripagare il finanziamento. Non costituisce però una garanzia assoluta: le banche valutano anche i rischi della costruzione, i costi, le garanzie disponibili e le condizioni del contratto.</p>
<p>A questo punto possono entrare nuovi investitori, come i fondi specializzati in infrastrutture, che acquistano la società veicolo o ne rilevano una parte. In questo modo possono riconoscere allo sviluppatore il valore del lavoro già svolto &#8211; il terreno, le autorizzazioni, i contratti e la preparazione del progetto &#8211; e assumere il controllo della fase successiva. Il progetto passa così dalla fase di preparazione a quella in cui servono capitali molto più consistenti.</p>
<p><strong>Da dove arrivano i miliardi necessari</strong></p>
<p>Costruire un Data Center di grandi dimensioni richiede investimenti enormi. Per avere un ordine di grandezza concreto, il rapporto <em>Data Centre Construction Cost Index 2026–27 di Turner &amp; Townsend</em> stima per Milano un costo di costruzione di circa 12,3 milioni di dollari per megawatt. Una seconda analisi internazionale, pubblicata da <em>Gleeds</em> nel 2025, colloca Milano in una fascia di circa 9,6–12,2 milioni di dollari per megawatt.</p>
<p>Queste cifre vanno interpretate con attenzione: non rappresentano necessariamente il costo totale di qualsiasi progetto. Il perimetro della stima comprende determinate opere edili e impiantistiche, ma può escludere voci importanti, come il terreno, alcune opere di collegamento alle reti, i costi professionali e soprattutto i server e le altre apparecchiature informatiche. Anche le caratteristiche tecniche del Data Center, la potenza richiesta e le condizioni del sito possono modificare sensibilmente il costo finale.</p>
<p>Per Milano parlare di oltre 10 milioni di dollari per megawatt è plausibile come ordine di grandezza per la costruzione di un Data Center, ma non autorizza a considerare automaticamente 10 milioni di euro per megawatt come costo complessivo definitivo. Per conoscere l’investimento totale occorre sapere quali opere siano comprese nel preventivo e quali siano contabilizzate separatamente.</p>
<p>Ipotizziamo, per semplicità, un progetto da 250 megawatt con un investimento complessivo di 2,5 miliardi di euro. È un esempio puramente illustrativo, non il preventivo di un impianto reale né una cifra direttamente ricavata dalle stime per Milano. Un progetto di queste dimensioni può richiedere diversi miliardi, e il totale effettivo dipende da ciò che viene incluso nel budget.</p>
<p>Supponiamo che gli investitori mettano 750 milioni di euro di capitale proprio, cioè denaro che rischiano direttamente, e che le banche prestino i restanti 1,75 miliardi. In questo esempio, il 30% dell’investimento è finanziato dagli investitori e il 70% dalle banche. È una ripartizione possibile, ma non una regola valida per tutti i Data Center.</p>
<p>Che cosa significa, in concreto? <strong>Gli investitori mettono una parte dei soldi e diventano proprietari della società che detiene il progetto</strong>. Le banche forniscono il resto sotto forma di prestito, che dovrà essere restituito nel tempo insieme agli interessi. A garanzia del finanziamento possono essere utilizzati il terreno, l’edificio, alcuni contratti, i ricavi futuri e le quote della società. Le banche possono chiedere anche garanzie aggiuntive alla società che controlla il progetto o agli investitori, soprattutto durante la costruzione, quando ancora non ci sono canoni da incassare.</p>
<p>La costruzione viene affidata a un’impresa specializzata, che può coinvolgere altre aziende per gli impianti elettrici, il raffreddamento, la sicurezza e le altre lavorazioni. La società proprietaria paga i lavori secondo quanto previsto dal contratto. Nei progetti più grandi, i pagamenti possono essere suddivisi in diverse fasi e subordinati alla verifica dell’avanzamento dei lavori.</p>
<p>Il Data Center può essere realizzato in più blocchi, per esempio cinque da 50 megawatt, così da rendere possibile l’attivazione graduale della struttura. Ma terminare un blocco non significa che la proprietà passi automaticamente al cliente: di norma, il cliente installa o fa installare i propri server e paga per l’utilizzo degli spazi e della capacità concordata.</p>
<p><strong>Chi possiede il Data Center e chi lo utilizza</strong></p>
<p>A questo punto bisogna distinguere tre figure che spesso vengono confuse. La prima è <strong>il proprietario</strong>, cioè chi possiede la società che detiene l’edificio e il progetto. La seconda è <strong>il gestore</strong>, che si occupa del funzionamento della struttura, della manutenzione e dei servizi necessari a mantenerla operativa. La terza è <strong>il cliente</strong>, che affitta gli spazi e la capacità elettrica per collocarvi i propri server e far funzionare i suoi servizi digitali.</p>
<p>Queste tre funzioni possono appartenere a soggetti diversi, anche se in alcuni casi una grande azienda tecnologica costruisce, possiede e gestisce direttamente il proprio Data Center.</p>
<p>La distinzione è importante anche per capire dove finiscono i soldi. <span style="color: #ff0000;"><strong>Il proprietario incassa i canoni previsti dal contratto; il gestore sostiene i costi necessari a mantenere efficiente e sicura la struttura; il cliente utilizza i server per offrire servizi cloud, applicazioni e strumenti di intelligenza artificiale alle imprese e agli utenti.</strong></span></p>
<p>L’elettricità può essere acquistata direttamente dal cliente oppure essere fornita attraverso accordi con il proprietario o il gestore: dipende dal contratto. Questa distinzione è economicamente importante, perché il costo dell’energia può incidere in misura molto rilevante sul funzionamento di un grande Data Center. Perciò, quando si confrontano i ricavi di strutture diverse, bisogna verificare se il canone comprende soltanto gli spazi e gli impianti oppure anche l’energia e altri servizi.</p>
<p><strong>Un esempio numerico. Quanto può rendere</strong></p>
<p>Proviamo a fare qualche conto, tenendo ben presente che si tratta di un esempio ipotetico e non dei dati economici di uno specifico impianto.</p>
<p>Immaginiamo che il Data Center abbia una capacità di 250 megawatt e che il proprietario incassi un canone medio di 100 euro al mese per ogni kilowatt di capacità affittata. È un valore utilizzato esclusivamente per l’esempio: le tariffe effettive dipendono dal mercato, dalle dimensioni e dalle caratteristiche dell’impianto, dalla durata del contratto e dai servizi compresi. I dati pubblici disponibili non consentono di considerarlo un prezzo medio verificato per i grandi contratti di affitto di Data Center nell’area di Milano.</p>
<p>Poiché un megawatt equivale a mille kilowatt, 250 megawatt corrispondono a 250.000 kilowatt. Se tutta questa capacità fosse effettivamente affittata e fatturata al prezzo ipotizzato, il calcolo sarebbe:</p>
<p>250.000 kW × 100 euro al mese = 25 milioni di euro al mese, cioè 300 milioni di euro all’anno.</p>
<p>Si tratta di ricavi lordi ipotetici, non di un utile netto e tanto meno di una somma che finirebbe automaticamente nelle tasche degli investitori. Da questi ricavi bisogna sottrarre i costi di gestione e manutenzione, le assicurazioni, le imposte, gli interessi sui prestiti e gli altri oneri previsti dall’organizzazione finanziaria del progetto.</p>
<p>Immaginiamo, per esempio, che in un anno i costi operativi e gli altri oneri considerati ammontino complessivamente a 40 milioni di euro e che il servizio del debito &#8211; interessi e restituzione del capitale &#8211; richieda altri 170 milioni. Resterebbero 90 milioni di euro prima di considerare eventuali voci ulteriori non comprese nell’esempio. Ma anche questa somma non può essere definita automaticamente un utile netto distribuibile ai fondi: per determinarlo occorre considerare tutte le spese, gli investimenti aggiuntivi, le imposte effettive e le condizioni del finanziamento.</p>
<p>È importante, inoltre, non confondere due grandezze diverse: gli interessi sono un costo finanziario, mentre la restituzione del capitale preso in prestito riduce il debito, ma non costituisce di per sé un costo di esercizio. Entrambi, tuttavia, assorbono liquidità che non può essere distribuita agli investitori.</p>
<p>C’è poi un’altra distinzione essenziale: il canone pagato al proprietario non coincide necessariamente con il costo totale sostenuto dal cliente. Quest’ultimo deve procurarsi i server e le apparecchiature informatiche e sostenere i costi dell’elettricità e del loro funzionamento, secondo gli accordi contrattuali. Sarà poi il cliente a cercare di recuperare questi costi vendendo i propri servizi digitali. Se i ricavi ottenuti dagli utenti e dalle imprese non saranno sufficienti, anche un Data Center ben costruito e affittato potrà essere coinvolto nelle difficoltà economiche del cliente.</p>
<p><strong>Chi sopporta i rischi e quando si realizza il guadagno</strong></p>
<p>La società veicolo è giuridicamente distinta da chi la possiede. In linea generale, quindi, se il progetto fallisce, i creditori possono rivalersi sul patrimonio della società, mentre gli investitori rischiano il capitale che hanno investito. È uno dei motivi per cui si costituiscono società separate per i singoli progetti: si isolano, almeno in parte, le attività e i rischi di ciascuna iniziativa.</p>
<p>La protezione, tuttavia, non è assoluta. Le banche possono chiedere garanzie alla società madre o agli investitori; le imprese che eseguono i lavori possono pretendere anticipi o garanzie di pagamento; i Comuni possono richiedere fideiussioni per determinate opere. Se queste garanzie sono state prestate, chi le ha rilasciate può essere chiamato a rispondere nei limiti previsti. Inoltre, in presenza di illeciti o di specifiche violazioni degli obblighi di legge, possono emergere responsabilità personali degli amministratori e, in determinate circostanze, di altri soggetti.</p>
<p>Per capire quanto sia solida un’operazione, dunque, non basta conoscere il capitale iniziale della società veicolo. Bisogna sapere chi la finanzia, quali debiti contrae, quali garanzie sono state concesse e quali ricavi sono realmente assicurati dai contratti.</p>
<p>Una volta che il Data Center è costruito, operativo e genera entrate, gli investitori possono decidere di vendere la società a un altro fondo, per esempio un fondo pensione o un fondo specializzato in infrastrutture. Se il compratore è disposto a pagare un prezzo che, tenuto conto dei debiti e degli altri impegni, consente agli attuali proprietari di recuperare quanto investito e ottenere una differenza positiva, questi ultimi possono realizzare un guadagno.</p>
<p>La vendita delle quote permette di trasferire il controllo della società senza dover vendere separatamente ogni bene e trasferire uno per uno tutti i rapporti contrattuali. Il terreno, gli impianti e i contratti possono quindi rimanere intestati alla stessa società, mentre cambia chi la possiede e ne controlla le decisioni. Per questo è importante seguire nel tempo la proprietà della società che detiene il progetto, e non limitarsi a leggere il nome riportato nei documenti iniziali.</p>
<p>Ma resta una domanda decisiva: <strong>che cosa accade quando scade il contratto con il grande cliente?</strong> Se il cliente rinnova, la struttura può continuare a produrre entrate. Se invece se ne va, il proprietario deve trovare un altro utilizzatore disposto a impegnarsi per una capacità enorme, con caratteristiche tecniche e consumi energetici specifici. Il valore del Data Center dipenderà allora dalla possibilità di trovare nuovi clienti, dalla competitività degli impianti e dai costi necessari per adattarli alle loro esigenze.</p>
<p>È qui che si misura una parte importante del rischio dell’investimento: non soltanto nella capacità di costruire il Data Center, ma anche in quella di mantenerlo economicamente utile per molti anni. E proprio perché la proprietà può passare da un fondo a un altro attraverso la vendita della società, capire chi controlla davvero il progetto, chi ne incassa i ricavi e chi sopporta i rischi richiede di guardare oltre il nome che compare nei documenti autorizzativi.</p>
<h3><strong>Rischi</strong></h3>
<p><strong>I rischi dell’investimento. Chi paga quando qualcosa va storto?</strong></p>
<p>Un Data Center può sembrare un investimento sicuro: un edificio destinato a un settore in crescita, un grande cliente tecnologico e un contratto di affitto pluriennale. Ma dietro questa apparente solidità si nascondono rischi importanti, che riguardano sia gli investitori sia le banche che finanziano il progetto.</p>
<p><strong>Il primo rischio è il cliente</strong>. Se il Data Center è stato costruito contando soprattutto sugli affitti di una sola grande azienda tecnologica, una parte essenziale dell’investimento dipende dalla solidità e dalle decisioni di quel cliente. Se la domanda di servizi di intelligenza artificiale rallenta, il cliente incontra difficoltà economiche o cambia strategia, potrebbe cercare di rinegoziare il contratto, ridurre la capacità utilizzata oppure, alla scadenza, non rinnovarlo. Naturalmente, un contratto di lungo periodo può obbligarlo a pagare anche se utilizza meno capacità di quella prenotata: tutto dipende dalle clausole sottoscritte. Ma quando il contratto termina, il proprietario deve trovare un altro cliente disposto ad affittare una capacità spesso enorme e con caratteristiche tecniche specifiche.</p>
<p><strong>Il secondo rischio riguarda i ritardi</strong>. Ottenere le autorizzazioni, assicurarsi la disponibilità di energia e realizzare il collegamento alla rete elettrica può richiedere anni. Nel frattempo, possono accumularsi interessi sui finanziamenti e aumentare le spese, mentre il Data Center non produce ancora ricavi. Un progetto può quindi diventare meno redditizio anche senza essere formalmente fallito: basta che entri in funzione molto più tardi del previsto.</p>
<p><strong>Il terzo rischio è quello dei costi di costruzione</strong>. Trasformatori, generatori, sistemi di raffreddamento e altre apparecchiature specialistiche possono avere tempi di consegna lunghi e prezzi soggetti a variazioni. Se i costi superano il budget iniziale, qualcuno deve mettere il denaro aggiuntivo necessario per completare l’opera. Se gli investitori non vogliono o non possono farlo, le banche possono trovarsi davanti a una scelta difficile: finanziare ulteriormente il progetto oppure rischiare che il cantiere si fermi, lasciando incompiuta una struttura che non genera entrate sufficienti a ripagare il debito.</p>
<p><strong>Il quarto rischio è l’obsolescenza</strong>. Le tecnologie informatiche cambiano rapidamente, soprattutto nel settore dell’intelligenza artificiale. I server appartengono spesso al cliente, che può sostituirli nel corso degli anni; ma anche gli impianti del Data Center possono perdere competitività. Sistemi elettrici, raffreddamento, capacità di gestire apparecchiature sempre più energivore ed efficienza complessiva possono richiedere aggiornamenti costosi. Un edificio progettato oggi potrebbe quindi aver bisogno di investimenti rilevanti per continuare a soddisfare le esigenze dei clienti fra dieci anni. Il rischio è particolarmente importante quando si avvicina la scadenza del contratto originario, perché il proprietario potrebbe dover spendere altro denaro proprio mentre deve trovare un nuovo affittuario.</p>
<p><strong>Il quinto rischio è quello del rifinanziamento</strong>. Alcuni finanziamenti prevedono che una parte consistente del capitale venga restituita alla scadenza, anziché essere interamente rimborsata attraverso rate distribuite nel tempo. Se, in quel momento, i tassi d’interesse sono più alti, il valore del Data Center è diminuito o il mercato è meno favorevole, ottenere un nuovo prestito può diventare più difficile e costoso. Il proprietario potrebbe allora essere costretto a versare nuovo capitale, vendere l’impianto o accettare condizioni finanziarie peggiori. Non tutti i prestiti prevedono una grande rata finale, ma quando è presente questa struttura il rischio può essere considerevole.</p>
<p><strong>Perché anche le banche possono perdere denaro</strong></p>
<p>Consideriamo il nostro esempio ipotetico: un investimento da 2,5 miliardi di euro, finanziato con 750 milioni di capitale proprio degli investitori e 1,75 miliardi di prestiti bancari. Per la banca il problema centrale è capire se il progetto produrrà abbastanza denaro per restituire il debito e se, in caso contrario, le garanzie consentiranno di recuperare quanto prestato.</p>
<p>Se la principale fonte di rimborso è il canone pagato da un unico grande cliente, la banca dipende in misura significativa dalla continuità di quel rapporto contrattuale. Se le entrate diminuiscono o vengono meno, i rimborsi possono diventare difficili. Nell’esempio precedente abbiamo ipotizzato ricavi lordi di 300 milioni di euro all’anno, ma questa cifra non è garantita: presuppone che tutta la capacità considerata sia affittata al canone ipotizzato. Inoltre, non tutto ciò che entra in cassa può essere destinato alle rate del debito, perché bisogna pagare anche la gestione, la manutenzione e gli altri oneri.</p>
<p>La banca, tuttavia, non è necessariamente priva di altre forme di tutela. Può ottenere garanzie sul terreno e sugli impianti, sui crediti derivanti dai contratti di affitto e sulle quote della società veicolo. Può inoltre chiedere garanzie aggiuntive alla società che controlla il progetto o agli investitori. Ma il valore di queste protezioni dipende dalle condizioni effettive del finanziamento e da ciò che rimane recuperabile in caso di crisi.</p>
<p>Qui emerge un problema particolare: un Data Center è una struttura altamente specializzata. Se il cliente principale se ne va, non è detto che si trovi rapidamente un altro utilizzatore disposto ad affittarla alle stesse condizioni. E se gli impianti sono diventati meno competitivi, il prezzo ottenibile dalla vendita potrebbe essere inferiore alle aspettative. La banca potrebbe quindi recuperare soltanto una parte del credito, anche dopo aver escusso le garanzie.</p>
<p>Il cantiere rappresenta un ulteriore punto critico. Le banche possono erogare il finanziamento per fasi, dopo aver verificato l’avanzamento dei lavori. Questo riduce il rischio di versare tutto il denaro prima che l’opera sia realizzata, ma non lo elimina: se il progetto si blocca, il valore di una struttura incompleta potrebbe non essere sufficiente a coprire le somme già prestate.</p>
<p><strong>C’è infine il rischio di concentrazione</strong>. Un singolo progetto può valere miliardi, dipendere da un solo cliente e appartenere a un settore esposto alle stesse dinamiche tecnologiche e finanziarie di molti altri progetti. Se numerosi Data Center sono finanziati confidando nella crescita continua dell’intelligenza artificiale, un rallentamento del settore potrebbe mettere sotto pressione più investimenti contemporaneamente. Le banche che hanno finanziato molti progetti simili potrebbero trovarsi così esposte a difficoltà che si manifestano nello stesso momento.</p>
<p><strong>Come le banche cercano di proteggersi</strong></p>
<p>Per ridurre questi rischi, le banche possono chiedere agli investitori di finanziare una parte significativa del progetto con capitale proprio. Nel nostro esempio, i 750 milioni rappresentano il 30% dell’investimento iniziale, mentre il restante 70% è finanziato a debito. Il capitale degli investitori costituisce una prima riserva contro eventuali perdite: se il progetto vale meno del previsto, il valore della partecipazione degli azionisti può ridursi prima che si producano perdite per i creditori. Ma non significa che la banca sia protetta automaticamente da qualsiasi perdita fino a un terzo del valore iniziale: tutto dipende dal debito ancora da rimborsare, dal valore effettivo delle garanzie e dai costi necessari per recuperare il denaro.</p>
<p>Le banche possono inoltre erogare i fondi a tappe, subordinando i pagamenti a controlli tecnici indipendenti; imporre limiti alla distribuzione dei dividendi quando la situazione finanziaria peggiora; richiedere riserve di liquidità e garanzie aggiuntive; stabilire condizioni che consentano di intervenire se il progetto non rispetta determinati obiettivi finanziari.</p>
<p>Un altro strumento consiste nel <strong>suddividere il finanziamento fra più istituti</strong>. Una banca può partecipare soltanto a una parte del prestito, condividendone il rischio con altri finanziatori. In alcuni casi, le esposizioni possono essere successivamente cedute, in tutto o in parte, ad altri investitori istituzionali, fra cui fondi e assicurazioni. Queste operazioni consentono alle banche di ridurre la propria esposizione diretta, ma non cancellano il rischio economico del progetto: lo trasferiscono, almeno in parte, ad altri soggetti.</p>
<p><strong>Quando gli stessi grandi investitori sono presenti lungo tutta la filiera</strong></p>
<p>C’è però un altro elemento che bisogna considerare quando si ricostruisce la filiera finanziaria dei Data Center. Banche, fondi, società tecnologiche, produttori di chip e operatori delle infrastrutture non sono necessariamente mondi separati. Una parte consistente del capitale delle grandi società quotate è infatti detenuta, direttamente o attraverso diversi fondi e mandati di gestione, dai grandi intermediari finanziari internazionali.</p>
<p>BlackRock, Vanguard e State Street, per esempio, compaiono con grande frequenza tra i principali azionisti delle maggiori società quotate. Questo non significa che «BlackRock possieda le Big Tech» o che questi gestori decidano direttamente la strategia delle società nelle quali investono. Gran parte delle azioni è infatti detenuta e gestita per conto di milioni di risparmiatori, fondi pensione, compagnie assicurative e altri investitori istituzionali.</p>
<p>Ma la proprietà non è l’unica fonte di influenza. Una partecipazione azionaria comporta, in determinate condizioni, diritti di voto; i grandi gestori possono inoltre dialogare direttamente con i consigli di amministrazione e con i vertici delle società nelle quali investono. E, accanto all’investimento azionario, esiste il potere finanziario esercitato attraverso il credito: banche, fondi di private credit e altri finanziatori possono condizionare un’impresa attraverso i contratti di finanziamento, le garanzie, i covenant (u<span class="s1">n covenant è un vincolo: una condizione che l’azienda deve mantenere per poter tenere il finanziamento, così la banca può controllare il rischio) </span>e le altre condizioni alle quali il capitale viene messo a disposizione.</p>
<p>Il punto diventa ancora più interessante quando si considera che gli stessi grandi intermediari possono essere presenti, attraverso strumenti e mandati differenti, in diversi anelli della stessa catena economica: nel produttore di semiconduttori, nella Big Tech che acquista i chip, nella società che costruisce o gestisce il Data Center, nelle infrastrutture energetiche che lo alimentano, nelle banche che ne finanziano la costruzione e nei fondi che forniscono capitale o credito.</p>
<p>Non è quindi necessario immaginare un’unica cabina di regia che impartisca ordini a tutte queste aziende. Il fenomeno è più semplice e, proprio per questo, più importante: una parte relativamente ristretta della grande industria finanziaria può avere partecipazioni, diritti di voto, rapporti con il management, esposizioni creditizie e interessi economici distribuiti lungo una porzione molto ampia della stessa filiera.</p>
<p>Questo cambia anche il modo in cui bisogna leggere il rischio. La finanza nasce, almeno in parte, per distribuire il rischio tra soggetti diversi. Ma quando gli stessi grandi intermediari sono esposti contemporaneamente a più anelli della catena, quella distribuzione può trasformarsi, in determinate circostanze, anche in un meccanismo di trasmissione del rischio. Una forte correzione del valore delle Big Tech, per esempio, potrebbe ripercuotersi sui produttori di chip, sui Data Center che dipendono dalla crescita della domanda, sui finanziatori delle infrastrutture e sui fondi che detengono questi asset. Non perché tutti appartengano allo stesso proprietario, ma perché sono collegati attraverso una rete di partecipazioni, finanziamenti ed esposizioni finanziarie.</p>
<p>Ed è qui che la questione della proprietà finanziaria assume il suo significato più ampio. Non basta più chiedersi chi possiede il singolo Data Center. Bisogna chiedersi chi possiede quote delle società che lo compongono, chi può votare, chi lo finanzia, chi può ritirare o ridurre il capitale e, soprattutto, quali sono gli stessi soggetti finanziari presenti nei diversi anelli della filiera.</p>
<p>È proprio qui che si apre una questione più ampia. Quando il finanziamento di infrastrutture essenziali viene distribuito fra banche, fondi, assicurazioni e altri investitori, diventa più difficile ricostruire chi sopporta effettivamente le perdite se le cose vanno male. Non è necessariamente un sistema opaco per definizione: la condivisione del rischio può avere una funzione legittima. Ma se le catene societarie e finanziarie sono complesse, e se le informazioni sulle garanzie e sui rapporti contrattuali non sono facilmente accessibili, per cittadini e istituzioni diventa più difficile capire chi controlla l’infrastruttura, chi ne trae beneficio e chi potrebbe rimanere esposto in caso di crisi.</p>
<p>In definitiva, la solidità di un Data Center non dipende soltanto dall’edificio, dalla potenza elettrica disponibile o dalla presenza di una grande azienda tecnologica. Dipende anche dalla durata e dalle condizioni dei contratti, dalla capacità di generare liquidità, dall’ammontare del debito, dalle garanzie effettivamente disponibili e dalla possibilità di mantenere la struttura competitiva nel tempo. È questa combinazione di fattori a determinare chi guadagna quando l’investimento funziona e chi rischia di pagare quando le previsioni non si avverano.</p>
<h3><strong>Le speculazioni intorno ai Data Center</strong></h3>
<p>La prima forma di speculazione riguarda <strong>il commercio dei progetti</strong>. Un soggetto individua un terreno, avvia le pratiche, cerca di ottenere le autorizzazioni e prenota una connessione alla rete elettrica; successivamente può vendere il progetto a un investitore più grande, senza aver costruito nulla. Il guadagno deriva dalla rivalutazione del progetto e dalla vendita delle sue potenzialità, non dalla produzione di un servizio. È un’attività che può svolgere una funzione legittima, perché sviluppare un progetto richiede lavoro e comporta rischi. Diventa però problematica quando il valore attribuito all’iniziativa dipende soprattutto da aspettative gonfiate o dalla possibilità di accaparrarsi risorse scarse.<br />
Il fenomeno assume particolare rilievo quando si guarda alle richieste di connessione elettrica. Secondo i dati di Terna riportati nel settembre e nell’ottobre 2026, le richieste per nuovi Data Center avevano superato i 100 GW, mentre la capacità che si prevedeva realisticamente di realizzare entro il 2030 era stimata nell’ordine di 1,5–2 GW. La sproporzione è enorme, ma non significa che ogni richiesta eccedente sia fittizia: alcune riguardano progetti preliminari, altre iniziative che potrebbero essere abbandonate o non superare le fasi successive. Mostra tuttavia quanto sia importante distinguere le domande presentate dai progetti concretamente realizzabili. Quando la connessione elettrica diventa una risorsa scarsa, ottenere una posizione favorevole può acquisire un valore economico anche prima che il Data Center esista.</p>
<p>Una seconda forma di speculazione consiste nella <strong>rivalutazione delle aspettative</strong>. Se gli investitori sono convinti che la domanda di intelligenza artificiale crescerà indefinitamente, possono essere disposti a pagare prezzi sempre più elevati per terreni, società veicolo e infrastrutture ancora da realizzare. Il progetto viene così comprato e rivenduto sulla base dei ricavi che si immagina possa generare in futuro. Se le aspettative sono eccessive, il prezzo può allontanarsi dalla capacità effettiva dell’investimento di produrre denaro. Quando il mercato cambia orientamento, l’ultimo compratore può ritrovarsi con un bene che vale molto meno di quanto ha pagato.</p>
<p>Una terza forma riguarda <strong>la rendita derivante dal controllo di terreni e capacità elettrica</strong>. Un sito dotato di una prospettiva concreta di connessione alla rete può diventare molto più prezioso di un terreno industriale ordinario. In questo caso, una parte del guadagno non deriva dalla costruzione del Data Center o dall’innovazione tecnologica, ma dalla possibilità di rivendere a un prezzo maggiore una risorsa divenuta scarsa. Si tratta di un fenomeno osservato anche nel Regno Unito, dove l’espansione dei Data Center ha accresciuto l’interesse per i terreni dotati di accesso alla potenza elettrica, mentre le autorità hanno segnalato il problema dei progetti speculativi che occupano spazio nelle code di connessione.</p>
<p>Una quarta forma, più complessa, è <strong>la circolarità finanziaria</strong>. Produttori di chip, grandi aziende tecnologiche, società che sviluppano modelli di intelligenza artificiale, gestori di Data Center e investitori possono finanziare gli uni gli altri, stipulando contemporaneamente accordi commerciali di lungo periodo. Un’impresa investe in un’altra, che a sua volta si impegna ad acquistare chip, potenza di calcolo o servizi dalla prima o da società collegate. Questi rapporti possono essere economicamente sensati, ma possono anche alimentare una domanda sostenuta in parte dai finanziamenti degli stessi soggetti che beneficiano delle vendite. Il rischio è che gli investimenti e i ricavi attesi si rafforzino reciprocamente, dando un’impressione di solidità superiore a quella che emergerebbe considerando soltanto la domanda finale indipendente. La Banca dei regolamenti internazionali e il Fondo monetario internazionale hanno richiamato l’attenzione sui rischi di queste strutture finanziarie e sulle possibili ripercussioni in caso di correzione del mercato dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>Una quinta forma è <strong>la trasformazione del rischio in un problema per altri soggetti</strong>. La costruzione può essere finanziata attraverso società veicolo, debito bancario, fondi di credito privato e strumenti finanziari che distribuiscono l’esposizione fra diversi investitori. Quando tutto funziona, i proprietari possono incassare i ricavi e vendere le proprie partecipazioni. Se invece il progetto perde valore, le perdite possono coinvolgere banche, fondi e altri creditori. La complessità delle strutture societarie e finanziarie può rendere difficile ricostruire chi sopporta davvero il rischio finale. Il debito non scompare: cambia il soggetto che lo detiene e, talvolta, diventa meno visibile nei bilanci delle grandi imprese che utilizzano le infrastrutture.</p>
<p>Una sesta possibilità riguarda <strong>la distanza fra la durata dei finanziamenti e la vita economica delle tecnologie</strong>. Gli edifici e gli impianti vengono finanziati con debiti che possono durare molti anni, mentre chip, server e sistemi di raffreddamento possono perdere competitività molto più rapidamente. Se il Data Center necessita di costosi aggiornamenti prima che il debito sia stato rimborsato, il proprietario deve reperire nuovi capitali. Se non ci riesce, il valore delle garanzie può diminuire proprio quando i creditori ne avrebbero bisogno. Il problema è particolarmente delicato se il progetto è stato valutato sulla base di una crescita futura della domanda che non si realizza nella misura prevista.</p>
<p>Infine, c’è <strong>la questione della distribuzione dei costi fra investitori e collettività</strong>. Un Data Center può generare ricavi privati, ma richiedere anche potenziamenti della rete elettrica, infrastrutture idriche, viabilità e altri interventi sul territorio. Chi paga queste opere? Quali costi vengono addebitati direttamente all’operatore e quali possono ricadere, anche indirettamente, sugli utenti dei servizi pubblici o sulle bollette? Le risposte dipendono dalle norme e dagli accordi applicabili a ciascun progetto. Diventa plausibile sospettare che i benefici economici siano privati mentre una parte dei costi e degli impatti venga sostenuta dalla collettività.</p>
<p>In definitiva, la speculazione può svilupparsi in diversi momenti: quando si prenotano terreni e connessioni, quando si rivendono progetti ancora incompleti, quando le valutazioni si gonfiano sulla base di aspettative eccessive, quando i finanziamenti alimentano gli stessi ricavi che dovrebbero giustificarli e quando i rischi vengono trasferiti lungo catene societarie e finanziarie difficili da ricostruire. A tutto questo si aggiunge il problema dei costi territoriali e infrastrutturali.</p>
<p>Non ogni investimento, rivendita o finanziamento costituisce una speculazione. La domanda decisiva è un’altra: il guadagno deriva dalla realizzazione di un’infrastruttura utile e dalla produzione di ricavi sostenibili, oppure soprattutto dalla rivalutazione di un progetto, dal controllo di una risorsa scarsa e dalla possibilità di trasferire ad altri una parte dei costi e dei rischi? È seguendo il denaro, i contratti e le garanzie che si può cominciare a distinguere le due situazioni.</p>
<h3>Bisogna anche chiedersi chi incassa le plusvalenze e chi paga la rete</h3>
<p><strong>Chi guadagna dalla vendita del progetto?</strong> Quando viene venduta la società veicolo che detiene un Data Center, l’eventuale plusvalenza va a chi possiede le quote cedute. Se uno sviluppatore ha preparato il progetto e lo vende a un fondo a un prezzo superiore ai costi sostenuti, può realizzare un guadagno anche senza aver costruito nulla. Se in seguito il fondo rivende la società a un prezzo ancora più alto, può incassare un’ulteriore plusvalenza. Questi guadagni sono legittimi se riflettono il valore effettivo del progetto e i rischi affrontati; il problema nasce quando il prezzo cresce soprattutto grazie ad aspettative speculative, mentre i costi e i rischi della realizzazione restano a carico di altri. Per capire chi guadagna davvero, bisogna quindi ricostruire i passaggi di proprietà, i prezzi delle cessioni e gli eventuali debiti della società.</p>
<p><strong>Chi paga i potenziamenti della rete elettrica?</strong> Un grande Data Center può richiedere nuove linee, cabine e altri interventi per ricevere la potenza necessaria. Non è detto che tutti questi costi siano sostenuti direttamente dall’operatore: la ripartizione dipende dal tipo di opera, dalle regole applicabili e dagli accordi con il gestore della rete. Alcuni interventi possono essere finanziati dal richiedente, altri rientrare nelle infrastrutture di rete i cui costi vengono recuperati attraverso le tariffe. In quest’ultimo caso, una parte dell’onere può ricadere sugli utenti del sistema elettrico. La domanda da porre, dunque, non è soltanto quanto costa collegare un Data Center, ma quale quota paga l’impresa e quale, eventualmente, viene distribuita sulla collettività. Se i ricavi sono privati, ma una parte dei costi infrastrutturali viene condivisa con gli utenti, occorre verificare che questa ripartizione sia trasparente e giustificata dall’interesse pubblico. (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/10/10/la-domanda-di-energia-dei-data-center-fara-aumentare-la-bolletta-di-tutti/">LA DOMANDA DI ENERGIA DEI DATA CENTER FARÀ AUMENTARE LA BOLLETTA DI TUTTI</a>)</p>
<p><strong>Il ruolo dello Stato e delle sue amministrazioni</strong></p>
<p>Lo Stato semplifica e accelera, le Regioni e i Comuni decidono dove e come. Il <strong><span style="color: #ff0000;"><em>Decreto Bollette</em></span></strong>, convertito in legge ad aprile 2026, ha creato un&#8217;<strong>autorizzazione unica</strong> per sviluppare e ampliare i data center e le relative connessioni alla rete, con un <strong>procedimento che deve chiudersi entro dieci mesi, prorogabili di tre</strong>. Una <span style="color: #ff0000;"><em><strong>legge delega</strong></em></span>, approvata dalla Camera a febbraio ma ancora all&#8217;esame del Senato, li riconosce come <strong>opere di pubblica utilità</strong> urgenti e prevede un <strong>codice ATECO dedicato</strong>, incentivi al riuso di aree dismesse e al recupero del calore. Per i progetti di più grandi dimensioni, il governo può anche dichiarare l&#8217;<strong>interesse strategico nazionale</strong>, e lo scorso 4 agosto, il Consiglio dei ministri ha dichiarato strategici due programmi per circa 6,8 miliardi di euro in totale. Il primo è quello di <em>K2 Strategic Infrastructure Italy</em>, controllata da K2 Strategic: un campus hyperscale fino a circa 400 MW nei comuni di Zibido San Giacomo e Lacchiarella, nell&#8217;area metropolitana di Milano. È l&#8217;investimento più grande dei due, circa 5,3 miliardi. Il secondo investimento, in Sardegna, vale circa 1,49 miliardi e comprende un data center fino a 30 MW, con circa 400 posti di lavoro, stimati tra diretti e indotto. Si chiama <em>Digital Vault Sulcis</em>, è promosso da <em>Energy Vault Sulcis</em> ed ovviamente punta a unire data center, intelligenza artificiale ed energie rinnovabili.<br />
Con questi due, i programmi strategici diventano <strong>sette, per oltre 25 miliardi</strong>. Gli altri cinque sono stati dichiarati in precedenza, fra cui <em>Equinix </em>a <em>Settimo Milanese</em> e<em> Cusago, </em>e<em> il Cavour Hyperscale Campus in Piemonte</em>, ratificati il 24 luglio. Per ciascun programma verrà nominato un <span style="color: #ff0000;"><strong>commissario straordinario</strong></span>, che coordina le pratiche e accelera il rilascio dell&#8217;autorizzazione unica.</p>
<p>Poi c&#8217;è la rete. Terna ha in coda oltre 100 GW di richieste, ma prevede che solo 1,5-2 GW diventino realtà entro il 2030. La causa è una regola di ARERA: <strong>Terna non può respingere le richieste, e basta una cauzione di poche migliaia di euro per prenotare anche 100-200 MW, aumentando il valore del terreno</strong>. Infatti <strong>il 60% delle domande arriva da immobiliari, logistica e privati senza un progetto industriale dichiarato.</strong></p>
<p>Tra le Regioni, la Lombardia è stata la prima a dotarsi di una legge propria, la <strong>LR 11/2026</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Quando serve l&#8217;autorizzazione ambientale integrata, la Regione diventa l&#8217;autorità unica</strong></span>, tramite uno sportello dedicato, e la competenza passa dalle Province e dalla Città metropolitana alla Regione. <span class="s1">La legge lombarda favorisce l’insediamento dei data center in aree dismesse e prevede che, se si consuma nuovo suolo agricolo, il contributo di costruzione da versare al comune può aumentare fino al 200% nei casi previsti dalla legge (</span><span class="s1">una maggiorazione percentualmente elevata non va confusa con un aumento equivalente del costo complessivo dell’opera. Per un investimento da 2 miliardi di euro, anche un incremento di 20 milioni del contributo edilizio rappresenterebbe appena l’1% del capitale investito. Una somma tutt’altro che trascurabile in assoluto, ma che potrebbe non essere sufficiente a scoraggiare un grande operatore finanziario qualora i vantaggi economici e strategici della localizzazione prescelta fossero superiori al costo aggiuntivo</span><span class="s1">). </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La Lombardia, prima regione italiana ad aver approvato nel 2026 una legge specifica per i data center, sta già lavorando a modifiche che toccano acqua, energia e il ruolo dei Comuni, con particolare attenzione alla pianificazione urbanistica. Il Piemonte, invece, ha avviato una consultazione per definire una propria disciplina, segnale che il tema resta aperto e in evoluzione. La Puglia, dal canto suo, aveva già impostato nel 2025 delle linee guida che privilegiano il riuso delle aree, la tutela del suolo agricolo e soluzioni di raffreddamento meno impattanti sull’acqua potabile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Piemonte e Puglia rappresentano altri due modi di affrontare lo stesso problema: una consultazione per costruire la norma e l’uso di linee guida, in attesa di eventuali leggi. <strong>Quello che merita davvero attenzione è capire se queste regole sapranno davvero garantire sostenibilità o se resteranno soprattutto strumenti per rendere più veloci le autorizzazioni e poco altro</strong>.</span></p>
<p>I Comuni restano responsabili dei titoli edilizi e dell&#8217;urbanistica, e in Lombardia devono mappare le aree dismesse idonee. I più esposti sono i sindaci dei piccoli comuni che oltretutto faticano a gestire le proposte per mancanza di linee guida chiare, e il rapporto tra autorizzazione unica e permesso edilizio è ancora un punto aperto e inoltre pesano, sempre di più e comprensibilmente, le resistenze locali.</p>
<p>Un&#8217;analisi di settore osserva che nel breve non si può contare molto sulle risorse pubbliche, e che il governo sembra favorire i capitali stranieri. <strong>L&#8217;associazione dei data center chiede ancora una defiscalizzazione automatica e l&#8217;accesso alle agevolazioni per le imprese energivore.</strong></p>
<p>Lo Stato intende assicurare tempi più rapidi e allacci alla rete. Secondo ARERA, il 50% del costo di un nuovo allaccio in alta tensione è a carico del data center. L&#8217;altra metà viene caricata nei costi del sistema elettrico, ovvero nelle bollette (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/10/10/la-domanda-di-energia-dei-data-center-fara-aumentare-la-bolletta-di-tutti/">LA DOMANDA DI ENERGIA DEI DATA CENTER FARÀ AUMENTARE LA BOLLETTA DI TUTTI</a>).</p>
<p><strong>Precarietà degli investimenti</strong></p>
<p>I data center più fragili sono gli operatori molto indebitati che affittano chip: CoreWeave ha perso in Borsa più del 15% lo scorso 14 ottobre. Il problema economico è evidente: un data center per l’IA può essere costoso da riconvertire e, se la domanda cala, il suo valore di realizzo può risultare molto inferiore alle aspettative. Inoltre, i chip e le altre apparecchiature informatiche possono perdere competitività prima che i prestiti utilizzati per finanziarli siano stati interamente rimborsati.</p>
<p>Gartner, una delle principali società statunitensi di ricerca e consulenza nel settore della tecnologia e dell’informatica, stima che oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale potrebbero essere esposti al rischio di svalutazione entro la fine del 2030, qualora proseguisse l’attuale traiettoria di sviluppo del settore. Non si tratta di una perdita già accertata, né di una stima del debito complessivo, ma di un allarme sulla possibilità che una parte consistente delle infrastrutture realizzate non riesca a generare rendimenti adeguati rispetto alle risorse investite.</p>
<p>G<span class="s1">randi aziende stanno, investendo cifre enormi per costruire data center, acquistare processori e sviluppare infrastrutture di calcolo. Ma gli incassi generati dai servizi di intelligenza artificiale potrebbero non essere sufficienti a remunerare tutto il capitale investito. La stessa </span><span class="s1">Gartner stima che, entro il 2030, i proprietari dei data center destinati all’IA dovrebbero generare ricavi cumulativi per circa 8.500 miliardi di dollari per coprire gli investimenti previsti, i costi finanziari e ottenere un rendimento del capitale del 12%. I ricavi attribuibili a queste infrastrutture, secondo le sue previsioni, non supererebbero invece i 3.600 miliardi. Ovviamente</span><span class="s1"> i 3.500 miliardi non rappresentano una perdita certa né necessariamente denaro che scomparirà. Indicano il valore degli investimenti che potrebbe essere svalutato se le infrastrutture non producessero i rendimenti attesi.<br />
</span><strong>Una quota crescente del finanziamento è debito, perché i flussi di cassa delle big tech non bastano più</strong>. Questo s<span class="s1">ignifica che le grandi aziende tecnologiche <span style="color: #ff0000;"><strong>stanno finanziando sempre di più i propri investimenti ricorrendo al debito</strong></span>, cioè prendendo soldi in prestito, per coprire investimenti che altrimenti i flussi di cassa, ovvero le risorse proprie delle aziende, non riescono a coprire, quindi, per esempio, per costruire data center, emettono obbligazioni che vengono comprate da banche e fondi. In parole semplici, si indebitano per portare avanti la corsa all’AI. Il rischio nasce se i ricavi dall’AI non crescono a sufficienza, così ci si ritrova con investimenti enormi, debiti alti e flussi di cassa che non bastano a remunerare il capitale investito.<br />
</span><strong>I risparmiatori europei sono esposti, spesso senza saperlo</strong>. Essi<span class="s1"> possono essere esposti, per esempio, acquistando quote di fondi che investono in azioni o obbligazioni delle big tech. Oppure tramite società che possiedono e gestiscono data center, o ancora infrastrutture digitali collegate. La BCE segnala proprio i fondi come il canale principale attraverso cui gli investitori dell’area euro finiscono esposti a questo tipo di investimenti. Ovviamente avere un’azione big tech non vuol dire finanziare direttamente uno specifico data center. Vuol dire partecipare al rischio economico dell’azienda nel suo insieme. Quindi la catena è: risparmio dentro un fondo, dentro un prodotto finanziario, che a sua volta compra titoli legati a chi costruisce o finanzia i data center.</span></p>
<p><strong>I risparmi</strong>. Le sette grandi aziende tecnologiche pesano circa un terzo dell&#8217;indice S&amp;P 500, quindi chi ha ETF o fondi globali ci è dentro. Un articolo che cita l&#8217;analisi della BCE parla di circa 440 miliardi di euro di risparmi delle famiglie europee esposti, perlopiù tramite fondi ed ETF. <strong>S</strong><span class="s1"><strong>econdo Bloomberg, i finanziamenti a debito destinati ai data center superano i 500 miliardi di dollari</strong>. Circa 200 miliardi riguardano operazioni sui mercati privati, dove operano anche <strong>i fondi di private credit</strong>: soggetti che raccolgono capitali da investitori istituzionali, come fondi pensione e assicurazioni (vedi nota 2), per prestarli direttamente alle imprese, senza passare dalle banche. <span style="color: #ff0000;"><strong>Questo meccanismo può esporre indirettamente anche i risparmi legati alle pensioni e alle assicurazioni ai rischi della corsa all’intelligenza artificiale</strong></span>. Se i data center non generassero i ricavi attesi, le imprese indebitate potrebbero avere difficoltà a restituire i prestiti, con possibili perdite per i fondi. I rischi per i risparmiatori sono reali ma indiretti. </span><span class="s1">Se la bolla dovesse iniziare a sgonfiarsi, questi fondi governati da algoritmi sarebbero costretti a vendere le azioni in massa per limitare i danni. Una vendita così grande e improvvisa farebbe crollare verticalmente la borsa, bruciando in un attimo i risparmi e le pensioni di milioni di persone che non sanno nemmeno di avere i propri soldi legati a queste scommesse. Ciascuno, può immaginare le conseguenze ad esempio sui consumi e su tutto il resto nel momento in cui un tale scenario si verificasse.</span></p>
<p><strong>La bolla finanziaria. Cosa accadrebbe se scoppiasse</strong></p>
<p>Sui mercati azionari, questa corsa all’intelligenza artificiale ha spinto il valore di alcune aziende tecnologiche a livelli enormi, sostenuti anche dalle aspettative di crescita futura. Nvidia è l’esempio più impressionante: nell’autunno del 2023 valeva poco più di 1.000 miliardi di dollari; oggi la sua capitalizzazione ha superato i 5.200 miliardi. Microsoft, nello stesso periodo, è passata da circa 2.800 a quasi 4.000 miliardi. Se si considerano le prime cinque società tecnologiche per capitalizzazione &#8211; Nvidia, Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon &#8211; il loro valore complessivo supera oggi i 21.000 miliardi di dollari.</p>
<p>Le prime quattro aziende &#8211; Nvidia, Apple, Alphabet e Microsoft &#8211; hanno oggi una capitalizzazione di borsa complessiva di circa 18.000 miliardi di dollari e impiegano insieme poco più di 620.000 persone. Un semplice rapporto tra questi due numeri porta a circa 29 milioni di dollari di capitalizzazione per dipendente. Naturalmente non significa che ogni dipendente “valga” 29 milioni: è il risultato della distanza enorme tra il valore attribuito dal mercato a queste società e il numero relativamente contenuto dei loro addetti. Anche il rapporto tra capitalizzazione e utili è molto elevato: considerando le quattro società nel loro insieme, il mercato le valuta circa 26 volte gli utili annuali. Un multiplo che incorpora aspettative molto importanti sulla crescita futura e sulla capacità di trasformare gli enormi investimenti nell’intelligenza artificiale in profitti effettivi.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa fragile impalcatura rischia ora di crollare a causa dell&#8217;aumento del costo del denaro. Negli Stati Uniti, come confermano i dati economici, l&#8217;inflazione è tornata a farsi sentire, sfiorando la soglia del 4%. Per frenarla, la banca centrale è costretta a mantenere alti i tassi di interesse. Per le aziende dell&#8217;intelligenza artificiale, che vivono di prestiti continui, dover pagare interessi sempre più alti rende difficilissimo mantenere i conti in ordine.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Molti analisti affermano che è a causa di questa paura che le aziende non ancora quotate in borsa tardano il loro ingresso sui mercati: sanno che in questo momento chiedere altri soldi agli investitori sarebbe troppo rischioso. Potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso e far esplodere la bolla. Anche i finti allarmismi di alcuni dirigenti sui pericoli dell&#8217;intelligenza artificiale per l&#8217;umanità sarebbero in realtà solo una comoda scusa per prendere tempo e rallentare gli investimenti senza ammettere i propri affanni finanziari.</span></p>
<p><strong>Quando il capitale finanziario alimenta la propria aspettativa</strong></p>
<p>C’è però un aspetto ancora più profondo. Quando una parte molto consistente del capitale finanziario mondiale è concentrata nelle stesse grandi società tecnologiche e infrastrutturali, la crescita delle loro quotazioni non dipende soltanto dalla capacità attuale di produrre utili. Dipende anche dalla quantità di capitale che continua ad affluire verso quei titoli e dalle aspettative che quel capitale incorpora.</p>
<p>I grandi gestori patrimoniali, i fondi indicizzati, gli ETF, i fondi pensione e gli altri investitori istituzionali amministrano masse enormi. Quando una società entra a far parte degli indici più importanti, cresce rapidamente o diventa uno dei titoli considerati strategici per una determinata fase del mercato, può diventare destinataria di flussi finanziari molto consistenti. Questi flussi possono contribuire a sostenere ulteriormente la sua capitalizzazione anche quando gli utili correnti non sembrano ancora sufficienti a giustificare una valutazione così elevata.</p>
<p>Si può così creare un meccanismo autoreferenziale: l’aspettativa di una forte crescita attira capitale; il nuovo capitale sostiene la quotazione; una quotazione più elevata rafforza la percezione del successo dell’impresa; questa percezione alimenta nuove aspettative di crescita e rende più facilmente finanziabili ulteriori investimenti.</p>
<p>Il fenomeno diventa particolarmente delicato quando la distanza fra capitalizzazione di Borsa e utili effettivamente prodotti dall’impresa diventa molto ampia. In quel caso il prezzo dell’azione incorpora non soltanto gli utili presenti, ma una quantità crescente di utili futuri attesi. Più lontano nel futuro vengono spostati questi utili, maggiore diventa la componente puramente aspettativa contenuta nel prezzo.</p>
<p>Questo non significa che i grandi gestori possano semplicemente decidere di «pompare» a piacimento il titolo di una società. Né significa che ogni aumento delle quotazioni sia artificiale. Significa però che la concentrazione dei flussi finanziari può amplificare una tendenza già presente sul mercato, facendo affluire sempre più capitale verso le società considerate vincenti e contribuendo così a separarne la valutazione finanziaria dalla capacità reddituale effettivamente dimostrata.</p>
<p>Ed è qui che il rapporto fra finanza e Data Center diventa particolarmente interessante. Se il valore di una società dipende in misura crescente dalla promessa di una futura espansione dell’intelligenza artificiale, dei Data Center e della domanda di potenza di calcolo, allora una parte degli investimenti realizzati oggi può essere sostenuta non dagli utili già prodotti, ma dalla capitalizzazione finanziaria generata dall’aspettativa di utili futuri.</p>
<p>A quel punto il confine fra investimento produttivo e speculazione diventa molto più sottile. E se le aspettative dovessero ridimensionarsi, il processo può funzionare anche nella direzione opposta: la riduzione delle quotazioni può provocare deflussi di capitale, peggiorare le condizioni di finanziamento, ridurre la capacità di investimento e rendere più difficile sostenere proprio quelle infrastrutture la cui crescita aveva contribuito a giustificare le valutazioni iniziali.<br />
Diventa allora importante domandarsi: quando il prezzo di un’impresa cresce molto più rapidamente della sua capacità di produrre utili, quanto di quel valore rappresenta ricchezza realmente prodotta e quanto, invece, è il risultato finanziario delle aspettative che il sistema stesso continua ad alimentare?</p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel verbale del 25 settembre, pubblicato il 30 settembre 2026, il Comitato per la politica finanziaria della <strong>banca d’Inghilterra</strong> afferma esplicitamente che una revisione al ribasso delle aspettative sulla produttività generata dall’IA potrebbe influenzare non soltanto il valore degli investimenti tecnologici, ma anche i mercati del debito sovrano. </span><span class="s1">La Banca segnala inoltre che il crescente ricorso al debito per finanziare gli investimenti nell’IA amplia l’esposizione dei mercati finanziari alle sorti del settore. Gli fa eco il </span><span class="s2"><strong>Fondo monetario internazionale</strong> che nell’ottobre 2026, n</span><span class="s1">el suo aggiornamento sulla stabilità finanziaria globale del 13 ottobre, individua tre rischi principali: una correzione dei mercati legati all’IA, un ulteriore aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e gravi attacchi informatici. </span><span class="s1">Il Fondo sottolinea che questi rischi potrebbero amplificarsi reciprocamente a causa delle vulnerabilità già presenti nel sistema finanziario, tra cui l’indebitamento eccessivo e le interconnessioni tra intermediari finanziari. </span><span class="s1">In pratica, la Banca d’Inghilterra e il FMI segnalano che lo scoppio di una bolla legata all’IA potrebbe estendere la crisi all’intera economia. Se le perdite degli investitori, la minore crescita e le difficoltà dei conti pubblici spingessero al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato, gli Stati sarebbero costretti a pagare interessi più alti per finanziarsi e sostenere il proprio debito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se scoppiasse la bolla, resterebbero esposti i progetti speculativi, nel senso che rallentando la domanda di calcolo, molti progetti potrebbero non partire o essere rimandati. I grandi gruppi tipo le big tech hanno più resilienza perché hanno più prodotti, più flussi di ricavi e possono rallentare gli investimenti invece che fermarsi di colpo. In Italia ci sono tantissime richieste di connessione, circa 105 gigawatt, ma la capacità effettivamente realizzabile è molto più bassa. Se scoppiasse la bolla, probabilmente molti progetti che non hanno un contratto già solido avrebbero un valido motivo in più per non arrivare mai alla realizzazione. Quelli già operativi o vicini all’operatività sarebbero infrastrutture ritenute irrinunciabili, più difficili da svalutare. Però il rischio principale sarebbe per i progetti molto indebitati, perché con ricavi insufficienti faticherebbero a ripagare i prestiti. Potremmo assistere anche ad acquisizioni, con i grandi gruppi che comprano asset a prezzi scontati, e in questo caso paradossalmente la crisi rafforzerebbe ulteriormente gli operatori più grandi. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Italia forse non vedremmo un crollo immediato dei data center esistenti, ma una sorta di selezione naturale della grande pipeline di progetti, con tanti che potrebbero non vedere mai la luce se il mercato non giustifica più quegli investimenti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Si sicuro, le conseguenze più gravi di questa potenziale crisi si abbatterebbero sui nostri territori. Questi enormi capannoni pieni di computer, che richiedono un consumo devastante di suolo, acqua ed energia, sono l&#8217;emblema di questa corsa cieca all&#8217;indebitamento. Attualmente si fa a gara per costruirli ovunque, promettendo occupazione e sviluppo senza sia minimamente valutata la reale stabilità finanziaria di chi li propone. Se il delicato meccanismo del debito americano dovesse incepparsi, i soldi per far funzionare questi centri svanirebbero all&#8217;improvviso. A quel punto, molti di questi immensi edifici verrebbero semplicemente chiusi e abbandonati, trasformandosi in inutili ecomostri e lasciando ai cittadini solo un territorio devastato. </span></p>
<h5><em>nota 1</em><br />
Le quote della società veicolo sono, in parole semplici, le parti in cui è suddivisa la proprietà di una società. Chi possiede le quote è proprietario, in tutto o in parte, della società stessa. Facciamo un esempio concreto.<br />
Immaginiamo che venga costituita Alfa Srl per realizzare un Data Center. Il fondo Beta, possedendo il 100% delle quote, controlla Alfa Srl e può esercitare i diritti spettanti al suo proprietario, nel rispetto della legge e degli eventuali accordi applicabili. Ora supponiamo che un altro fondo, Gamma, acquisti tutte le quote di Alfa Srl. Che cosa succede? Il terreno rimane intestato ad Alfa Srl. Le autorizzazioni restano, in linea generale, intestate ad Alfa Srl. La società continua a chiamarsi Alfa Srl. Cambia il proprietario della società: non è più Beta, ma Gamma. È come se Gamma acquistasse la società che detiene il progetto, anziché comprare direttamente il terreno e trasferire separatamente tutti i rapporti collegati. Questo è importante perché se si consultano i documenti relativi alle autorizzazioni, si potrebbe ancora trovare sempre il nome di Alfa Srl e non accorgersi che, nel frattempo, il controllo è passato da un fondo a un altro. Per ricostruire la proprietà effettiva, quindi, bisogna verificare chi possiede le quote della società e se queste sono state successivamente cedute.<br />
Nel caso di una Srl si parla propriamente di quote; per una società per azioni (Spa), invece, si parla di azioni. Il principio generale è simile, ma la forma giuridica e le modalità di trasferimento possono essere diverse.</h5>
<h5><em>nota 2<br />
</em>Secondo Bloomberg, i finanziamenti a debito destinati ai data center superano i 500 miliardi di dollari. Una parte consistente passa attraverso i mercati privati, compreso quello del private credit: fondi che raccolgono capitali da investitori istituzionali, come fondi pensione e compagnie assicurative, per concedere prestiti direttamente alle imprese. A gestire e indirizzare una parte dei grandi patrimoni finanziari mondiali sono gruppi come BlackRock, che opera anche nel private credit, mentre Vanguard e State Street amministrano enormi portafogli d’investimento. Attraverso questi diversi canali, anche i risparmi dei cittadini possono essere esposti, spesso senza che ne siano consapevoli, ai rischi della corsa all’intelligenza artificiale. Se i ricavi dei data center non fossero sufficienti a ripagare gli investimenti, le perdite potrebbero ricadere sulle imprese indebitate e sugli investitori che le finanziano.</h5>
<p>FONTI</p>
<p>Turner &amp; Townsend: costi di costruzione dei Data Center.</p>
<p>Gleeds: confronto dei costi per Milano.</p>
<p>Agenzia internazionale dell&#8217;energia: domanda elettrica e impatti energetici.</p>
<p>BIS: finanziamento a debito e relazioni circolari fra imprese AI.</p>
<p>BIS: strutture di finanziamento e propagazione del rischio.</p>
<p>FMI: rischi per la stabilità finanziaria globale, ottobre 2026.</p>
<p>Banca d&#8217;Inghilterra: verbale del 25 settembre 2026.</p>
<p>Gartner: rischio di svalutazione degli investimenti AI.</p>
<p>BCE: esposizione delle famiglie europee alle società tecnologiche statunitensi.</p>
<p>Bloomberg Law: debito delle infrastrutture AI.</p>
<p>MIMIT: programmi strategici italiani.</p>
<p>Senato, Regione Lombardia, Regione Piemonte e Regione Puglia: normativa e procedure regionali.</p>
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		<title>Il risveglio del Sud Globale. La vittoria di Lula in Brasile ridisegna gli equilibri mondiali e parla all&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 12:05:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Come la vittoria di Lula in Brasile ridisegna gli equilibri mondiali e parla all&#8217;Europa</h2>
<p>C’è un respiro di sollievo che attraversa l’intero Sud Globale, e parte proprio dal cuore dell&#8217;America Latina. La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile non è stata semplicemente una vittoria elettorale nazionale, ma un evento geopolitico di portata storica che <strong>ha blindato il futuro del mondo multipolare e il progetto dei BRICS</strong>. Se le urne avessero premiato la dinastia Bolsonaro, l’intero subcontinente sudamericano avrebbe rischiato di trasformarsi nuovamente nel &#8220;cortile di casa&#8221; di Washington, suggellando il trionfo di una Nuova Dottrina Monroe. Invece, la &#8220;B&#8221; dei BRICS è rimasta saldamente al suo posto. Questo successo irradia un importante &#8220;potere dell&#8217;esempio&#8221;: <strong>dimostra ai Paesi in via di sviluppo che è possibile vincere mantenendo la propria autonomia, rifiutando le logiche sanzionatorie dell&#8217;Occidente</strong> e ritagliandosi uno spazio indipendente in un mondo in rapida trasformazione.</p>
<p>Questo argine eretto da Brasilia è tanto più vitale se si osserva la tempesta politica che sta investendo il resto del subcontinente. <strong>L&#8217;America Latina è oggi il teatro di una complessa controffensiva guidata da forze conservatrici, profondamente allineate agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e di Israele, che puntano a smantellare i governi progressisti per restaurare un&#8217;egemonia incontrastata</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>In questo scacchiere, la mancata saldatura tra l&#8217;estrema destra brasiliana e quella dei Paesi vicini ha salvato il sogno multipolare da un accerchiamento che sarebbe stato fatale</strong></span>.</p>
<p>Il caso più emblematico di questa ondata reazionaria è la vicina <strong>Argentina</strong>, finita nelle mani di Javier Milei. Oltre a sventolare lo spauracchio della dollarizzazione &#8211; una rinuncia alla sovranità monetaria che storicamente ha spianato la strada alle brutali politiche di austerità del Fondo Monetario Internazionale e alle svendite del patrimonio pubblico ai fondi di private equity stranieri con conseguenti tagli ai diritti dei lavoratori e svendite del patrimonio pubblico ai fondi di private equity stranieri. Milei ha, infatti, imposto al Paese una terapia d&#8217;urto neoliberista senza precedenti, tagliando drasticamente la spesa pubblica e riallineando in maniera totale Buenos Aires ai dettami nordamericani. La vittoria di Bolsonaro avrebbe creato un asse letale tra Brasile e Argentina, un&#8217;anomalia storica che avrebbe schiacciato l&#8217;intero continente sotto il peso degli interessi finanziari esteri.</p>
<p>Invece, Lula ha scelto la via del pragmatismo economico. Si sta muovendo su un filo sottilissimo con l&#8217;astuzia del grande negoziatore: da una parte ha evitato una guerra frontale con i colossi della finanza speculativa nordamericana per proteggere il debito pubblico brasiliano, dall&#8217;altra <strong>ha silenziosamente ancorato l&#8217;economia reale del Paese alla Cina</strong>. Gli investimenti di Pechino non si limitano più all&#8217;acquisto di materie prime, ma puntano alla manifattura avanzata, permettendo al Brasile di modernizzarsi e salire nella catena del valore. Parallelamente, appoggiandosi alla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS guidata da Dilma Rousseff, <strong>Lula sta promuovendo scambi commerciali in valute locali</strong>, aggirando di fatto l&#8217;egemonia del biglietto verde.</p>
<p>Tuttavia, per difendere questa fragile indipendenza, il fronte progressista deve affrontare una guerra ibrida che non si combatte con i carri armati, ma con gli algoritmi e la disinformazione. La campagna elettorale brasiliana ha svelato il lato oscuro delle &#8220;Big Tech&#8221;: colossi come Meta sono stati accusati di aver soppresso le notizie favorevoli a Lula, lavorando in sinergia con reti di influenza occulte. Questo scandalo si intreccia drammaticamente con il clamoroso &#8220;<strong>Honduras Gate</strong>&#8220;. Dalle intercettazioni legate all&#8217;ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández &#8211; figura controversa, condannato per narcotraffico ma incredibilmente graziato da Donald Trump e rivelatosi funzionale a determinati interessi &#8211; è emersa l&#8217;esistenza di una vera e propria cabina di regia internazionale. Una rete occulta, finanziata da correnti della destra globale con il presumibile appoggio di reti israeliane, dedita a creare fabbriche di troll e fake news per destabilizzare le democrazie latinoamericane.</p>
<p><strong>L&#8217;Honduras</strong> stesso, guidato oggi dalla progressista Xiomara Castro e da sempre terra vulnerabile a colpi di stato e ingerenze esterne, è un bersaglio primario di queste operazioni di sabotaggio. E gli effetti di questa intossicazione mediatica si fanno sentire pesantemente anche in Colombia, storico bastione statunitense che stava provando a cambiare pelle. Lì, le forze conservatrici stanno conducendo una spietata campagna per ostacolare e invertire la rotta del primo storico governo progressista, attaccando duramente le posizioni del Paese a favore della Palestina e tentando di restaurare lo status quo del passato.</p>
<p>In questo panorama di nazioni sotto assedio, spicca una grande e tenace eccezione: <strong>il Messico</strong>. Nonostante la gigantesca frontiera che lo unisce agli Stati Uniti, il Messico si conferma la vera &#8220;spina nel fianco&#8221; dell&#8217;imperialismo. Forte della continuità politica garantita dal recente passaggio di testimone verso Claudia Sheinbaum, prima donna presidente e fiera erede delle politiche sociali e di sovranità nazionale di López Obrador, il Paese nordamericano resiste saldamente alle pressioni esterne. Messico a nord e Brasile a sud formano così una tenaglia geopolitica che protegge l&#8217;autonomia della regione.</p>
<p>Mentre nazioni come il Brasile e il Messico fungono da saldi bastioni di questa nuova ondata di sovranità, l&#8217;America Latina resta tuttavia attraversata da ferite aperte che mostrano il volto più aspro e spregiudicato dello scontro geopolitico, in particolare a <strong>Cuba</strong> e nel tragico epilogo del Venezuela. Entrambi i Paesi incarnano il prezzo altissimo della resistenza a un ordine globale che non tollera insubordinazioni nel proprio presunto &#8220;cortile di casa&#8221;. Cuba, da decenni, è vittima di un anacronistico e brutale blocco economico imposto dagli Stati Uniti. Un embargo che l&#8217;amministrazione Trump non si è limitata a inasprire, ma ha trasformato in un&#8217;arma letale per recidere il vitale cordone ombelicale che univa L&#8217;Avana a Caracas. Con un cinismo chirurgico, Washington ha infatti perseguitato e impedito lo storico rapporto di cooperazione e scambio tra le due nazioni: un patto di mutuo soccorso, un asse di solidarietà sud-sud, che vedeva Cuba inviare in Venezuela decine di migliaia di medici, insegnanti e personale sanitario per sostenere lo stato sociale, ricevendo in cambio forniture essenziali di petrolio venezuelano a prezzi agevolati. Sanzionando le compagnie di navigazione e bloccando fisicamente le rotte delle petroliere, gli Stati Uniti di Trump hanno strangolato l&#8217;isola caraibica dal punto di vista energetico, condannandola a privazioni indicibili e lanciando un monito inclemente a chiunque osi praticare l&#8217;integrazione tra popoli sfuggendo al controllo imperiale.</p>
<p>Ma è proprio nel vicino <strong>Venezuela</strong> che questa dottrina ha svelato la sua natura più cruda e predatrice. Sotto l&#8217;egida della stessa amministrazione Trump, la nazione bolivariana non è stata solo strangolata da sanzioni paralizzanti, ma è stata vittima di un vero e proprio atto di pirateria internazionale. Il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro ha rappresentato il culmine di un&#8217;operazione terroristica volta non a instaurare una pretesa democrazia, ma a consumare un saccheggio su scala industriale. Con un atto di forza inaudita, Washington si è di fatto appropriata e ha ceduto alle proprie multinazionali il controllo diretto delle più vaste riserve di petrolio del pianeta, spogliando il popolo venezuelano della propria ricchezza sovrana e riducendo il Paese a uno Stato sotto tutela, espropriato del suo stesso futuro.</p>
<p>Per il blocco multipolare nascente, e per il Brasile di Lula in particolare, la tragedia di Caracas e l&#8217;assedio all&#8217;Avana sono un monito bruciante: la via verso la reale indipendenza è costellata di minacce letali, e la vera cartina al tornasole di un nuovo equilibrio mondiale sarà la capacità di impedire che il saccheggio delle risorse e il blocco della solidarietà internazionale continuino a mascherarsi dietro la retorica della libertà.</p>
<p>Per arrivare a proiettare questa forza, Lula ha dovuto superare una corsa a ostacoli in una nazione spaccata a metà, afflitta da un sabotaggio fisico nel giorno del voto &#8211; con blocchi strategici dei trasporti pubblici nelle roccaforti progressiste &#8211; e da avversari pronti a minare la sua legittimità democratica con ogni pretesto. La risposta è stata una mobilitazione commovente: giovani e anziani si sono organizzati in un porta a porta capillare. I giovani, in particolare, hanno votato in massa per salvare l&#8217;Amazzonia, smascherando il falso mito di un progresso economico basato sulla distruzione ambientale, e confermando che il rinnovamento politico si misura sulle idee e non sulla mera giovinezza anagrafica di un candidato.</p>
<p>Oggi, al governo, Lula si trova a un bivio cruciale. Dovrà fare i conti con il Parlamento più a destra della storia repubblicana e con una legittimità che i suoi avversari cercano costantemente di minare (aggrappandosi persino a pretesti legali, come la contestazione delle due ore di proroga per il voto concesse dalla Corte Suprema). La sua indole di ex sindacalista lo porterà sicuramente a cercare la diplomazia e il compromesso, evitando scontri diretti anche con un&#8217;eventuale e ostile amministrazione Trump negli Stati Uniti, ma <strong>la sua vera sfida interna sarà decidere se continuare a scendere a patti con l&#8217;agrobusiness e le élite neoliberali o se imprimere una svolta radicale per sanare le disuguaglianze di un popolo che lo ha salvato dall&#8217;abisso dell&#8217;autoritarismo</strong>.</p>
<p>Tutto questo fermento, questa vitalità democratica del Brasile e dell&#8217;America Latina, restituisce un&#8217;immagine impietosa dell&#8217;Europa e, in particolare, dell&#8217;Italia. <strong>Mentre il Sud Globale cerca la propria indipendenza, il Vecchio Continente appare rinchiuso in &#8220;Stati bunker&#8221;, ridotto a un vassallo obbediente, un mero &#8220;bottino&#8221; di Washington</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;Europa ha rinunciato a fare da ponte costruttivo con i BRICS, accodandosi a logiche di riarmo e austerità</strong></span>. Le rigide regole dell&#8217;Eurozona, simili nella loro inflessibilità alla trappola della dollarizzazione sudamericana, privano gli Stati della capacità di investire in sanità e istruzione, generando un calo della qualità della vita e proteste sociali represse con crescente durezza.</p>
<p>In Italia, la longevità dell&#8217;attuale governo è solo il sintomo della totale paralisi di un&#8217;opposizione frammentata e litigiosa. La grande lezione che arriva dalle strade del Brasile è che le battaglie si vincono con l&#8217;unità, l&#8217;organizzazione popolare e una visione chiara dei bisogni reali delle persone. Invece di alimentare anacronistiche guerre tra poveri c&#8217;è bisogno di costruire una grande coalizione sociale. L&#8217;America Latina ci ricorda che l&#8217;indignazione da sola non basta: serve tradurla in un progetto politico solido e unitario, per dimostrare che un altro mondo è, ancora necessario e possibile.</p>
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		<title>DATA CENTER, GUERRA MULTIDOMINIO E HYPERWAR. ECCO COME L’UNIONE EUROPEA HA DECISO DI PRESERVARE LA PACE</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 21:54:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il trucco del &#8220;doppio uso&#8221; che militarizza le infrastrutture civili, azzera le autonomie locali ed espone i nostri territori annullando la distinzione tra fronte e retrovia. É la violenza organizzata, nella forma della guerra moderna su scala industriale, che esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l&#8217;intelligenza&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il trucco del &#8220;doppio uso&#8221; che militarizza le infrastrutture civili, azzera le autonomie locali ed espone i nostri territori annullando la distinzione tra fronte e retrovia. É la violenza organizzata, nella forma della guerra moderna su scala industriale, che esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l&#8217;intelligenza artificiale arruolati nella Hyperwar</h2>
<p>Sotto la veste rassicurante del titolo <strong>&#8220;Preservare la pace&#8221;</strong>, la <em>Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27 della Commissione Europea</em> e dell&#8217;Alto Rappresentante, pubblicata il 16 ottobre 2025, ha rappresentato l&#8217;atto di consacrazione della transizione dell&#8217;Unione Europea verso un&#8217;economia di guerra permanente. La cosiddetta <strong>&#8220;Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030&#8221;</strong> non costituisce un piano di tutela della cittadinanza, bensì una colossale operazione di dirottamento di risorse pubbliche a vantaggio dei complessi militari-industriali e della finanza speculativa.</p>
<p>La narrazione ufficiale ha costruito il proprio impianto sulla minaccia rappresentata dalla Russia, che nel 2025 ha destinato al comparto militare oltre il 7% del proprio PIL (Prodotto Interno Lordo) che corrispondono a circa 140 miliardi di euro. L&#8217;Unione europea ha attivato una pericolosa corsa al riarmo che ha sistematicamente e strumentalmente abbandonato ogni canale diplomatico. I dati quantitativi illustrano un&#8217;impennata della spesa militare collettiva <strong>dagli iniziale 218 miliardi di euro del 2021 fino ai 343 miliardi di euro del 2024, con una proiezione di 392 miliardi di euro per il 2025</strong>. Solamente nel 2024 gli investimenti per il settore bellico sono cresciuti del 42%, con 106 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo di nuove armi e 88 miliardi di euro destinati agli appalti di equipaggiamenti.</p>
<p>Questa vertiginosa espansione finanziaria trova la sua massima espressione nel piano <em>ReArm Europe</em>, strutturato per mobilitare fino a 800 miliardi di euro, e nei nuovi parametri stabiliti dalla NATO (Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord) <strong>per il 2035</strong>, che imponendo una spesa minima del<strong> 3,5% del PIL</strong> richiederanno agli Stati membri un <strong>esborso supplementare di almeno 288 miliardi di euro ogni anno</strong>. Queste risorse vengono sottratte direttamente ai servizi pubblici fondamentali, alimentando politiche di austerità sociale e privando di finanziamenti la transizione ecologica, la sanità, la scuola e la ricerca civile per trasferirli nei bilanci dei produttori di armamenti.</p>
<p>L&#8217;architettura della tabella di marcia delinea una forte <strong>saldatura tra enti pubblici, finanza e mercati privati</strong>. Per incentivare gli investimenti nel settore, il documento stabilisce la <strong>creazione entro l&#8217;inizio del 2026 di un Fondo di fondi azionario fino a 1 miliardo di euro</strong> insieme alla <strong>BEI</strong> (Banca Europea per gli Investimenti) e al <strong>FEI</strong> (Fondo Europeo per gli Investimenti). Tale misura, unita alla forte pressione per <strong>smantellare le clausole ESG</strong> (Ambientale, Sociale e Governance &#8211; Environmental, Social, and Governance) che finora <strong>limitavano il finanziamento di armi</strong> da parte degli istituti <strong>bancari civili</strong>, apre le porte al <strong>private equity</strong> nella produzione bellica. A ciò si aggiungono i <strong>131 miliardi</strong> di euro proposti nel futuro <strong>MFF</strong> (Quadro Finanziario Pluriennale &#8211; Multiannual Financial Framework) per il <strong>Fondo per la Competitività della Difesa</strong> e i <strong>prestiti dello strumento SAFE</strong> (Azione di Sicurezza per l&#8217;Europa &#8211; Security Action for Europe), con una dotazione di <strong>150 miliardi</strong>, garantiti dal bilancio europeo, la cui erogazione dovrà raggiungere almeno il 50% entro il terzo trimestre del 2028.</p>
<p>Il piano estende la logica militare all&#8217;intera società  e all&#8217;infrastruttura continentale. Entro il 2026 si prevede la <strong>riconversione e riqualificazione di 200.000 lavoratori verso le catene di montaggio della difesa</strong>, mentre <strong>entro la fine del 2027 le principali vie di comunicazione dell&#8217;Unione verranno convertite in corridoi per la mobilità militare</strong> interconnessi con le esigenze operative della NATO. L&#8217;integrazione delle 9 aree di capacità prioritarie e delle <strong>4 Iniziative Faro</strong> &#8211; <strong>relative a droni, scudi aerei, difesa spaziale e monitoraggio dei confini orientali</strong> &#8211; impone di portare la quota di acquisti di armi realizzati all&#8217;interno della <strong>EDTIB</strong> (Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea &#8211; European Defence Technological and Industrial Base) ad almeno il 55%, spingendo gli appalti congiunti dal valore attuale inferiore al 20% fino al 40% stabilito dalla <strong>EDIS</strong> (Strategia Industriale della Difesa Europea &#8211; European Defence Industry Strategy).</p>
<p>La tutela delle popolazioni non viene più misurata attraverso la qualità della sanità pubblica, la coesione sociale, la sostenibilità ecologica o la capacità diplomatica di prevenire le crisi, ma viene identificata unicamente con la potenza materiale e tecnologica dell&#8217;apparato produttivo bellico. In questa prospettiva, una società viene definita «sicura» non perché sia al riparo dai conflitti, dalle disuguaglianze o dal degrado ambientale, ma perché la sua economia è stata strutturata per sostenere guerre di logoramento ad alta intensità, producendo sistemi d&#8217;arma in serie, alimentando algoritmi di puntamento ed azzerando le infrastrutture avversarie con una velocità ed un volume superiori a quelli del nemico. La sicurezza collettiva cessa così di essere un valore sociale condiviso per trasformarsi nell&#8217;indice contabile della capacità di un sistema industriale di infliggere e sopportare la distruzione.</p>
<p>L&#8217;integrazione permanente dell&#8217;industria bellica ucraina nella filiera europea e la subordinazione delle politiche pubbliche alle esigenze belliche alimentano un circolo vizioso di instabilità globale, precludendo la possibilità di costruire una sicurezza umana fondata sul benessere sociale, sui diritti e sulla cooperazione internazionale.</p>
<p>Se il documento congiunto JOIN (Documento di Comunicazione Congiunta &#8211; Joint Communication) del 2025 intitolato &#8220;Preservare la pace &#8211; Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2020&#8221; aveva fissato l&#8217;impalcatura teorica della nuova economia di guerra continentale, <strong>i provvedimenti attuativi e le rilevazioni contabili pubblicati nei mesi successivi tra il 2025 e il 2026 </strong>chiariscono la reale portata della metamorfosi in atto nell&#8217;Unione Europea. La rassicurante retorica della prevenzione lascia definitivamente il passo all&#8217;organizzazione di un impianto bellico permanente, reindirizzato verso i paradigmi concettuali della <strong>hyperwar</strong> (<span style="color: #ff0000;"><strong>la guerra iper-rapida automatizzata da sistemi di calcolo</strong></span>) e delle <strong>MDO</strong> (<span style="color: #ff0000;"><strong>Operazioni Multi-Dominio &#8211; Multi-Domain Operations</strong></span>). <span style="color: #800080;"><strong>L&#8217;aggiornamento dei documenti comunitari dimostra che il riarmo europeo non si limita più alla produzione convenzionale di munizioni o blindati, ma esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l&#8217;intelligenza artificiale, in veri e propri asset di combattimento e, di conseguenza, in bersagli primari.</strong></span></p>
<p>Mentre ai cittadini si racconta che le risorse finanziarie scarseggiano per la sanità  pubblica o la scuola, la contabilità aggiornata fornita dall&#8217;<strong>EDA</strong> (Agenzia Europea per la Difesa &#8211; European Defence Agency) delinea una realtà completamente diversa. Come abbiamo visto, la spesa militare complessiva dei ventisette Paesi membri è passata dai 218 miliardi di euro del 2021 ai 343 miliardi di euro del 2024, per poi sfondare il tetto dei 418 miliardi di euro nel 2025 (pari al 2,2% del PIL, ovvero Prodotto Interno Lordo) e proiettarsi verso la cifra di <strong>454 miliardi di euro stimata per il 2026 (2,4% del PIL)</strong>. I beneficiari di questa gigantesca redistribuzione di denaro pubblico al contrario sono <strong>i colossi dell&#8217;armamento e il capitale finanziario privato.</strong></p>
<p>La vera novità strategica emersa dagli indirizzi più recenti, tra cui la <strong>European Defence Industry Transformation Roadmap</strong> e <strong>i piani applicativi dello EUMS</strong> (Stato Maggiore dell&#8217;Unione Europea &#8211; European Union Military Staff), <span style="color: #ff0000;"><strong>riguarda la formalizzazione della guerra multi-dominio e della hyperwar</strong></span>. La guerra moderna non si combatte più soltanto nei domini fisici tradizionali di terra, mare e cielo, ma si estende simultaneamente allo spazio, al dominio cibernetico, all&#8217;etere elettromagnetico e alla sfera dell&#8217;informazione. In questa visione, l&#8217;IA (Intelligenza Artificiale &#8211; Artificial Intelligence) e la capacità di elaborazione algoritmica diventano le armi decisive: la velocità di analisi dei dati deve superare i tempi umani di reazione, delegando a modelli di calcolo predittivo la selezione dei bersagli, la gestione della logistica e la guida di sciami di vettori autonomi.</p>
<p>É proprio in questa convergenza tra digitale e militare che la formula burocratica del dual-use (tecnologia a doppio uso, civile e militare) rivela le sue implicazioni più inquietanti per le comunità locali. <span style="color: #ff0000;"><strong>I data center, i server farm, le infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni e le dorsali in fibra ottica dislocate nei contesti regionali europei non vengono più considerati semplici servizi per la pubblica</strong> <strong>amministrazione o per l&#8217;economia civile</strong></span>. <span style="color: #800080;"><strong>Nell&#8217;architettura delle MDO (Operazioni Multi-Dominio &#8211; Multi-Domain Operations), i data center diventano i nodi centrali del comando e controllo militare, il cervello tecnologico in cui confluiscono le informazioni provenienti dallo Scudo Spaziale Europeo, i flussi della Sorveglianza del Fianco Orientale e i dati dei droni intercettori</strong></span>. <strong>La conseguenza immediata di questa sovrapposizione è che trasformare le infrastrutture di calcolo territoriali in asset bellici significa convertire gli stessi data center e le reti energetiche che li alimentano in legittimi bersagli militari per ritorsioni belliche, attacchi cibernetici ad altissimo impatto o operazioni di sabotaggio nell&#8217;ambito della cosiddetta guerra grigia </strong>con cui si intende l&#8217;insieme di azioni aggressive e destabilizzanti condotte da uno Stato o da un attore ostile che si collocano intenzionalmente al di sotto della soglia di un conflitto armato aperto e formale, ma al di sopra della normale competizione diplomatica ed economica miranti all&#8217;indebolimento progressivo, la paralisi e la destabilizzazione dell&#8217;avversario dall&#8217;interno, sfruttandone le vulnerabilità economiche, sociali e tecnologiche</p>
<p>Per facilitare e velocizzare questa militarizzazione dell&#8217;innovazione tecnologica, i regolamenti comunitarie emessi di recente, come il <strong>Defence Readiness Omnibus</strong>, provvedono a smantellare i lacci e lacciuoli normativi che finora garantivano un minimo di controllo pubblico. L&#8217;innalzamento della soglia per gli affidamenti diretti senza gara pubblica fino a 10 milioni di euro e la possibilità di estendere gli accordi quadro delle forniture militari fino a 10 anni sottraggono gli appalti alla trasparenza ordinaria. Parallelamente, mediante le <strong>Tech Alliances</strong> istituite nel quadro dello <strong>EUDIS</strong> (Sistema dell&#8217;Unione Europea per l&#8217;Innovazione della Difesa &#8211; EU Defence Innovation Scheme), <span style="color: #ff0000;"><strong>la Commissione spinge startup, università e aziende informatiche a riconvertire le proprie ricerche sull&#8217;IA (Intelligenza Artificiale &#8211; Artificial Intelligence) e sul calcolo in cloud verso requisiti strettamente bellici</strong></span>. L&#8217;obiettivo politico di destinare almeno il 55% degli investimenti alla EDTIB (Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea &#8211; European Defence Technological and Industrial Base) e di innalzare gli acquisti congiunti dal misero 20% attuale al 40% stabilito dalla EDIS (Strategia Industriale della Difesa Europea &#8211; European Defence Industry Strategy) <strong>trasforma anche la promessa riqualificazione di 200.000 lavoratori entro il 2026 nella cooptazione forzata di ingegneri e informatici al servizio della macchina bellica</strong>.</p>
<p>L&#8217;aggiornamento di questa tabella di marcia verso il 2030 evidenzia la trasformazione dell&#8217;Unione Europea da progetto di cooperazione civile e sociale ad hub finanziario e logistico per la pianificazione della guerra ad alta intensità. <strong>Presentare la militarizzazione dei data center civili, la delega delle decisioni tattiche all&#8217;IA (Intelligenza Artificiale &#8211; Artificial Intelligence) e la conversione dei corridoi di trasporto europei in arterie per la mobilità della NATO (Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord) entro il 2027 come un piano per la &#8220;sicurezza&#8221; costituisce una macroscopica mistificazione</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Nel contesto di una guerra multi-dominio dominata dalla velocità della hyperwar, la capillare penetrazione delle infrastrutture militari nella vita civile e digitale non previene i conflitti: rende l&#8217;intera società vulnerabile e costantemente esposta, assicurando profitti garantiti alle multinazionali della tecnologia e della difesa e lasciando alle collettività i costi finanziari e i rischi materiali di un&#8217;insicurezza permanente.</strong></span></p>
<p>Il concetto di dual-use (doppio uso, civile e militare), tradizionalmente associato a singoli beni o componenti tecnologici come prodotti chimici o microchip, ha subito una profonda mutazione concettuale. Nelle recenti dottrine di pianificazione strategica della NATO e dell&#8217;UE, il doppio uso non riguarda più soltanto i singoli dispositivi, ma viene applicato all&#8217;intera infrastruttura fisica, digitale ed energetica del territorio. <span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;integrazione del concetto di MDO (Operazioni Multi-Dominio &#8211; Multi-Domain Operations) trasforma la rete civile dei data center regionali e le dorsali elettriche che li alimentano nei nodi portanti della guerra contemporanea, con conseguenze decisive sulla sicurezza e sulla vulnerabilitò delle popolazioni locali</strong></span>.</p>
<p>Per comprendere la logica che guida le MDO (Operazioni Multi-Dominio &#8211; Multi-Domain Operations), occorre evidenziare come <strong>la dottrina militare moderna presupponga la fusione istantanea dei dati provenienti da tutti i domini operativi tradizionali ed emergenti: terra, mare, cielo, spazio, cyberspazio e spettro elettromagnetico</strong>. In questo contesto, il vantaggio tattico non è determinato unicamente dalla potenza di fuoco di un veicolo o di un missile, ma dalla velocità  della catena di comando e decisione, sintetizzata dalla sigla C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione &#8211; Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance and Reconnaissance). <span style="color: #800080;"><strong>Per analizzare miliardi di dati al secondo, elaborare modelli predittivi tramite IA (Intelligenza Artificiale &#8211; Artificial Intelligence) e dirigere sciami di droni o sistemi d&#8217;arma autonomi, le forze armate non possono fare affidamento unicamente su centri di calcolo dedicati o su bunker sotterranei proprietari. Tali strutture militari dedicate risulterebbero troppo costose, lente nell&#8217;aggiornamento e geograficamente concentrate. </strong></span><span style="color: #800080;"><strong>La soluzione individuata dai comandi strategici risiede nell&#8217;estensione del modello cloud (architettura di calcolo distribuito in rete) e dell&#8217;applicazione del dual-use alle infrastrutture civili territoriali.</strong></span> <strong>I data center regionali, i campus iperscalabili e le strutture di colocation commerciali dislocate nelle periferie metropolitane o nei poli industriali vengono progressivamente integrati nelle reti di difesa attraverso contratti di servizio e clausole di sovranità  digitale. La ragione tecnica di questa scelta risiede nei vincoli fisici della latenza: per consentire ad algoritmi di IA (Intelligenza Artificiale &#8211; Artificial Intelligence) di guidare intercettazioni aeree o contromisure cibernetiche entro tempi di risposta inferiori ai 10 millisecondi, la capacità di calcolo non può risiedere in un unico centro remoto, ma deve essere distribuita capillarmente sul territorio</strong>.</p>
<p>Questa apparente efficienza operativa nasconde una profonda contraddizione sotto il profilo del DIU (Diritto Internazionale Umanitario &#8211; International Humanitarian Law). Nel momento in cui un data center civile ospita istanze di calcolo o flussi informativi ad uso militare per il supporto alle MDO (Operazioni Multi-Dominio &#8211; Multi-Domain Operations), la struttura perde la sua immunità  giuridica e la sua protezione di bene civile. Agli occhi di un potenziale avversario, il campus digitale territoriale diventa a tutti gli effetti un bersaglio militare primario. <span style="color: #ff0000;"><strong>Un attacco cibernetico ad alto impatto, un bombardamento cinetico con missili iper-sonici o un&#8217;azione di disturbo mediante armi ad impulso elettromagnetico non colpiranno più una remota base militare, bensì infrastrutture civili integrate nei tessuti urbani, provocando il blocco simultaneo dei servizi digitali della pubblica amministrazione, della sanità e dei sistemi bancari locali.</strong></span></p>
<p>L&#8217;anello di congiunzione di questa architettura di calcolo è rappresentato dall&#8217;infrastruttura energetica. I data center dedicati all&#8217;elaborazione intensiva per l&#8217;IA (Intelligenza Artificiale &#8211; Artificial Intelligence) presentano densità energetiche senza precedenti: se un rack (armadio per server) convenzionale richiede tra i 5 e i 10 chilowatt di potenza, un armadio ad alta densità ottimizzato per l&#8217;addestramento e l&#8217;inferenza di modelli algoritmici assorbe tra i 30 e i 100 chilowatt. Un singolo campus regionale di data center arrivando a richiedere una potenza impegnata compresa tra i 50 e i 200 megawatt, equivale al fabbisogno elettrico continuo di una città di medie dimensioni.</p>
<p>Per garantire la continuità operativa prescritta dagli standard di sicurezza militare, definiti dalla disponibilità del 99,999% del tempo, i data center duali richiedono un allacciamento diretto alle stazioni elettriche ad alta tensione gestite dai TSO (Operatori del Sistema di Trasmissione &#8211; Transmission System Operators) come Terna, unito ad accordi di fornitura PPA (Accordi di Acquisto di Energia &#8211; Power Purchase Agreements) collegati a impianti rinnovabili e sistemi BESS (Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria &#8211; Battery Energy Storage Systems). <span style="color: #ff0000;"><strong>Si determina così una saldatura strategica: le grandi installazioni fotovoltaiche, agrivoltaiche ed eoliche territoriali, spesso incentivate con fondi pubblici e giustificate con gli obiettivi di decarbonizzazione del PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l&#8217;Energia e il Clima), finiscono per alimentare direttamente la spina dorsale energetica della guerra computazionale</strong></span>.</p>
<p>Il risultato di questo processo è la trasformazione dell&#8217;intera filiera energetica regionale in una componente passiva del sistema di difesa multi-dominio. Nel quadro delle dottrine della NATO (Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord), la disattivazione o il sabotaggio di una sottostazione elettrica ad alta tensione o di un parco di batterie BESS (Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria &#8211; Battery Energy Storage Systems) adiacente a un nodo di calcolo equivale a neutralizzare la capacità  C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione &#8211; Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) dell&#8217;avversario. <strong>Di conseguenza, l&#8217;infrastruttura elettrica civile viene esposta alle medesime minacce di ritorsione e sabotaggio nell&#8217;ambito della cosiddetta guerra grigia o ad alta intensità</strong>.</p>
<p>La sottile ironia di questa configurazione risiede nel fatto che le collettività  locali sostengono i costi economici e ambientali di queste opere &#8211; attraverso il consumo di suolo per parchi energetici, il prelievo idrico per il raffreddamento a liquido dei server e gli oneri di sistema nelle bollette elettriche &#8211; per realizzare l&#8217;infrastruttura che converte il proprio territorio in un nodo strategico militarizzato. <span style="color: #ff0000;"><strong>La penetrazione del concetto di dual-use nelle MDO (Operazioni Multi-Dominio &#8211; Multi-Domain Operations) di NATO ed Unione Europea annulla la distinzione tra fronte e retrovia, integrando la società  civile, la rete elettrica e le infrastrutture informatiche in un unico teatro di scontro permanente</strong></span>.</p>
<p>L&#8217;architettura costituzionale italiana, fondata sulla carta sul principio del decentramento amministrativo e sulla tutela delle autonomie locali sancita dall&#8217;Articolo 5, subisce una progressiva e sistematica dequotazione ogni volta che un&#8217;infrastruttura civile viene marchiata con l&#8217;etichetta del dual-use (doppio uso, civile e militare). Il rapporto tra il potere centrale dello Stato e le Regioni in materia di insediamento di data center ad alta densità  e delle relative infrastrutture energetiche rivela un netto cortocircuito tra le competenze concorrenti previste dal Titolo V della Costituzione e le prerogative esclusive della difesa nazionale.</p>
<p>Sulla carta, l&#8217;Articolo 117, terzo comma, della Costituzione assegna alle Regioni la competenza legislativa concorrente in materia di governo del territorio, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell&#8217;energia e tutela della salute. In condizioni ordinarie, la decisione su dove collocare un imponente campus di calcolo o una stazione elettrica ad alta tensione spetterebbe alla pianificazione regionale e alla pianificazione urbanistica dei Comuni tramite il PRGC (Piano Regolatore Generale Comunale &#8211; General Municipal Urban Plan) o il PGT (Piano di Governo del Territorio &#8211; Territorial Governance Plan). <span style="color: #ff0000;"><strong>Tuttavia, questa sovranità territoriale svanisce di fronte al secondo comma, lettera d, dello stesso Articolo 117, che attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di difesa e forze armate, sicurezza dello Stato e armi, munizioni ed esplosivi.</strong></span></p>
<p>La composizione di questo conflitto costituzionale avviene storicamente a favore del potere centrale attraverso il meccanismo della chiamata in sussidiarietà (attrazione delle competenze dal livello locale a quello centrale), consacrato dalla celebre sentenza numero 303 del 2003 della Corte Costituzionale (Corte Costituzionale &#8211; Constitutional Court). <span style="color: #ff0000;"><strong>Quando un&#8217;opera o un&#8217;infrastruttura viene dichiarata di preminente interesse strategico nazionale per la difesa o per la sicurezza energetica del Paese, lo Stato riconduce sotto la propria regia diretta le funzioni amministrative e legislative, scavalcando la pianificazione locale</strong></span>. Il principio della leale collaborazione, che dovrebbe garantire un accordo paritario con la Regione interessata mediante l&#8217;istituto dell&#8217;Intesa in Conferenza Stato-Regioni, viene frequentemente ridotto dalla giurisprudenza amministrativa a un mero passaggio procedurale: se la Regione nega l&#8217;intesa, la Presidenza del Consiglio dei Ministri può superare il diniego regionale con una delibera unilaterale del Consiglio dei Ministri per ragioni di interesse nazionale della difesa.</p>
<p>Lo strumento normativo che concretizza questo asservimento per le infrastrutture digitali è la disciplina del Golden Power (Istituito con D.L. 21/2012 e successive modificazioni &#8211; Decreto Legge sui poteri speciali sugli asset strategici) abbinata al PSNC (Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica), regolato dal D.L. 105/2019. Quando un data center commerciale viene classificato dall&#8217;ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) come nodo critico per la resilienza digitale e il supporto alle attività  strategiche della difesa, la sua natura giuridica si trasforma. L&#8217;impianto non è più una semplice struttura industriale soggetta ai vincoli edilizi del Comune, ma diventa un bene di rilevanza strategica nazionale sotto la vigilanza diretta della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy).</p>
<p>Per garantire la tempestiva realizzazione degli impianti energetici indispensabili ad alimentare la fame elettrica dei server &#8211; come parchi fotovoltaici, sistemi BESS (Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria &#8211; Battery Energy Storage Systems) e stazioni di trasformazione -, lo Stato ricorre ad accelerazioni procedurali che depotenziano i poteri locali. La disciplina contenuta nel D.Lgs. 199/2021 sull&#8217;individuazione delle aree idonee e sulle procedure autorizzative come la PAS (Procedura Abilitativa Semplificata) e la AU (Autorizzazione Unica) gestita dal MASE (Ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza Energetica) limita drasticamente la capacità dei Comuni e delle Regioni di opporre dinieghi urbanistici o vincoli paesaggistici.</p>
<p>La giurisprudenza amministrativa dei TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e del Consiglio di Stato (Consiglio di Stato &#8211; Council of State) ha costantemente confermato questa gerarchia. Le sentenze più recenti in materia di infrastrutture energetiche e strategiche stabiliscono che le delibere comunali di moratoria o i regolamenti locali che vietano l&#8217;insediamento di impianti industriali di energia o di calcolo in determinate porzioni di territorio sono illegittimi se contrastano con gli obiettivi nazionali di sviluppo infrastrutturale. Quando all&#8217;opera viene associata la finalità di supporto alla difesa o al dual-use, il sindacato dei giudici amministrativi si arresta di fronte all&#8217;ampia discrezionalità politica del Governo in materia di sicurezza dello Stato, rendendo quasi impossibile per gli enti locali bloccare i cantieri.</p>
<p>Si aggiunge a questo quadro l&#8217;applicazione del D.Lgs. 66/2010, noto come COM (Codice dell&#8217;Ordinamento Militare), che consente al Ministero della Difesa di imporre servitù militari (vincoli e limitazioni alla proprietà  privata e pubblica) sulle aree limitrofe ai nodi ritenuti strategici. L&#8217;imposizione di una servitù militare comporta restrizioni all&#8217;edificabilità, limitazioni alla circolazione e facoltà  di esproprio per motivi di sicurezza attorno ai data center duali o alle relative sottostazioni elettriche. Inoltre, nei casi in cui l&#8217;infrastruttura sia coperta da classificazioni di segretezza o collegata al segreto di Stato, le procedure ordinarie di partecipazione pubblica come la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) possono subire deroghe o forme di consultazione semplificate che escludono la popolazione residente dal processo decisionale.</p>
<p>In conclusione, la tutela del territorio e l&#8217;autonomia regionale garantite dalla Costituzione italiana subiscono una sostanziale sospensione procedurale di fronte all&#8217;avanzare delle esigenze belliche e tecnologiche centralizzate. La facciata formale del coinvolgimento degli enti locali viene mantenuta attraverso le conferenze di servizi, ma la struttura dei poteri speciali, delle procedure abilitative semplificate e della supremazia statale in materia di difesa assicura che gli interessi del complesso industriale e militare prevalgano in modo sistematico sulle scelte di pianificazione delle comunità locali.</p>
<p>FONTI</p>
<div id="model-response-message-contentr_eeca405d4343fa06" class="markdown markdown-main-panel md-content enable-luminous-fast-follows enable-updated-hr-color stronger" dir="ltr" aria-busy="false" aria-live="off">
<div><b data-path-to-node="1" data-index-in-node="0">Documenti e Direttive dell&#8217;Unione Europea</b> Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27:<span class=""> Pubblicata il 16 ottobre 2025 dalla Commissione Europea e dall&#8217;Alto Rappresentante,</span> costituisce la fondamentale &#8220;Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030&#8221;.<span class=""> Defence Readiness Omnibus (PE-CONS 46/2026):</span> Pacchetto legislativo europeo per la deregolamentazione degli appalti militari,<span class=""> con innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti ed estensione decennale dei contratti.</span><span class=""> European Defence Industry Transformation Roadmap:</span><span class=""> Documento programmatico emanato nell&#8217;agosto 2026 dalla DG DEFIS (Direzione Generale per l&#8217;Industria della Difesa e lo Spazio) incentrato sull&#8217;integrazione e il dual-use tra ecosistema tecnologico civile e militare.</span> Rapporti EDA ed EUMS: Dati contabili ufficiali dell&#8217;Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e valutazioni dello Stato Maggiore dell&#8217;Unione Europea (EUMS) sugli investimenti militari aggregati, il piano SAFE e il fondo ReArm Europe.</div>
<div><b data-path-to-node="2" data-index-in-node="0">Legislazione Nazionale e Costituzione Italiana</b> Articolo 117, che disciplina il riparto di competenze tra Stato e Regioni, sancendo la prevalenza della sicurezza nazionale e della difesa (secondo comma) sul governo locale del territorio (terzo comma). Normativa Golden Power e Cybersicurezza: Decreto Legge 21/2012 sui poteri speciali sugli asset strategici e Decreto Legge 105/2019 istitutivo del Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica, gestito dall&#8217;Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Codice dell&#8217;Ordinamento Militare (COM): Decreto Legislativo 66/2010, che disciplina l&#8217;imposizione di servitù militari, vincoli espropriativi e limitazioni di sicurezza attorno a infrastrutture sensibili e duali. Normativa Ambientale ed Energetica: Decreto Legislativo 152/2006 (Codice dell&#8217;Ambiente) per le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale, e Decreto Legislativo 199/2021 per l&#8217;accelerazione dei permessi (PAS e Autorizzazione Unica) su impianti fotovoltaici e BESS, in deroga ai vincoli comunali.</div>
<div><b data-path-to-node="3" data-index-in-node="0">Giurisprudenza Costituzionale e Amministrativa</b> Sentenze della Corte Costituzionale: La pronuncia capostipite numero 303 del 2003 sulla &#8220;chiamata in sussidiarietà&#8221; a favore dello Stato, seguita dalle sentenze numero 106 del 2020, 177 del 2021, 221 del 2022 e 27 del 2023 che smantellano sistematicamente le leggi regionali di moratoria ambientale ed energetica. Consiglio di Stato:<span class=""> Sentenza fondamentale della Sezione Quarta numero 4220 del 2016 sul caso MUOS di Niscemi (che sancisce la totale supremazia della difesa nazionale sulla salute pubblica) e pronuncia numero 9170 del 2022 sulla prevalenza dell&#8217;interesse energetico statale.</span> Tribunali Amministrativi Regionali (TAR): Le serie di pronunce del TAR Puglia (1230 del 2021, 415 del 2023) e del TAR Campania (4235 del 2022, 1547 del 2023) che invalidano puntualmente ogni divieto urbanistico o moratoria votata dai Consigli Comunali per tentare di bloccare stazioni elettriche o parchi energetici.</div>
<div><b data-path-to-node="4" data-index-in-node="0">Dati Macro-Economici e Contabili</b> Ministero delle Finanze Russo e Duma di Stato:<span class=""> Documentazione contabile sul bilancio federale 2025,</span><span class=""> che certifica le voci di spesa per la &#8220;Difesa Nazionale&#8221; e la più ampia &#8220;Sicurezza Nazionale&#8221;.</span><span class=""> </span></div>
</div>
<p><a href="https://defence-industry-space.ec.europa.eu/document/download/9db42c04-15c2-42e1-8364-60afb0073e68_en?filename=Joint-Communication%20_Defence-Readiness-Roadmap-2030.pdf">https://defence-industry-space.ec.europa.eu/document/download/9db42c04-15c2-42e1-8364-60afb0073e68_en?filename=Joint-Communication%20_Defence-Readiness-Roadmap-2030.pdf</a></p>
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		<title>DATA CENTER E AFFARI SPAZIALI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 17:20:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tra data center, intelligenza artificiale e mega-costellazioni satellitari, l&#8217;industria aerospaziale sfrutta i fondi europei per il riarmo garantendo rendimenti stellari a chi investe sulla finanza che specula sulla preparazione alla guerra. Dalla gigafactory di Settimo Torinese alla proliferazione dei centri di calcolo. Così il dominio spaziale diventa il nodo cruciale e il bersaglio della guerra&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="p1"><span class="s1">Tra data center, intelligenza artificiale e mega-costellazioni satellitari, l&#8217;industria aerospaziale sfrutta i fondi europei per il riarmo garantendo rendimenti stellari a chi investe sulla finanza che specula sulla preparazione alla guerra. </span>Dalla gigafactory di Settimo Torinese alla proliferazione dei centri di calcolo. Così il dominio spaziale diventa il nodo cruciale e il bersaglio della guerra moderna</h2>
<h3>Lo spazio e l&#8217;intelligenza artificiale non sono più semplici frontiere dell&#8217;innovazione, ma il nuovo e più redditizio campo di battaglia della geopolitica globale. Mentre l&#8217;asse del Nord Italia si trasforma nel cuore nevralgico europeo per la produzione di hardware satellitare e l&#8217;elaborazione dati, i mercati finanziari registrano profitti record. Dietro la retorica della sicurezza nazionale e le paure indotte di un conflitto imminente, si nasconde la più imponente e lucrosa corsa speculativa del nostro tempo, alimentata da centinaia di miliardi di fondi pubblici</h3>
<p>Per decenni lo spazio è stato descritto come un bene comune, tutelato dall’<strong>Outer Space Treaty</strong> dell&#8217;ONU (1967), concepito durante la Guerra Fredda per vietare il dispiegamento in orbita di armi nucleari e di distruzione di massa. Tuttavia, tacendo sugli armamenti convenzionali, sulle tecnologie digitali e sulle armi a energia diretta, il Trattato ha lasciato una profonda lacuna normativa. Sfruttando questo vuoto, le grandi potenze hanno potuto militarizzare l&#8217;orbita terrestre senza violare formalmente l&#8217;accordo, trasformando di fatto lo spazio nel quinto dominio operativo dei conflitti moderni, accanto a terra, mare, aria e cyberspazio.</p>
<p>Le tecnologie aerospaziali rappresentano oggi un&#8217;infrastruttura strategica fondamentale in cui il confine tra applicazione civile e militare è praticamente inesistente. Questa dimensione si integra in modo indissolubile con le nuove tecnologie dell&#8217;intelligenza artificiale e con l&#8217;espansione dei data center sul territorio, creando una <strong>filiera tecnologica</strong>, economica e geopolitica tra le più complesse e critiche della modernità. In questo ecosistema strettamente interconnesso, i satelliti sono gli occhi dallo spazio con cui si raccoglie un&#8217;immensa mole di dati, i data center terrestri forniscono il cervello analitico, la potenza di calcolo e l&#8217;infrastruttura fisica necessaria per riceverli, immagazzinarli, mentre l&#8217;intelligenza artificiale ne costituisce il vero e proprio motore di elaborazione e analisi; il tutto nel contesto della moderna strategia militare della guerra multi dominio che integra e sincronizza simultaneamente le operazioni attraverso tutti i cinque ambienti di conflitto: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio con l&#8217;obiettivo di creare un vantaggio tattico e strategico, ritenuto decisivo, combinando le capacità di ciascun dominio in un&#8217;unica rete interconnessa, in modo che un&#8217;azione in un settore (ad esempio, un attacco informatico o l&#8217;uso di dati satellitari) supporti e potenzi direttamente le operazioni negli altri (come le manovre terrestri, navali o aeree).</p>
<p data-path-to-node="0">Nella guerra multidominio, l&#8217;intelligenza artificiale e i data center costituiscono il sistema nervoso centrale necessario per fondere e processare le informazioni provenienti simultaneamente da terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. I centri di calcolo terrestri rappresentano l&#8217;ossatura fisica e computazionale, fungendo da hub di approdo per l&#8217;immensa mole di dati grezzi raccolti da reti satellitari, droni e truppe sul campo, mentre l&#8217;intelligenza artificiale agisce come vero e proprio motore decisionale. Attraverso algoritmi complessi, l&#8217;AI analizza i flussi in tempo reale per identificare pattern, selezionare bersagli e automatizzare la risposta tattica a velocità inaccessibili alla mente umana, abilitando le dinamiche ad altissima frequenza della hyperwar.</p>
<p data-path-to-node="1">Questa funzione vitale di sincronizzazione trasforma inevitabilmente le infrastrutture digitali in nodi militari critici e, inevitabilmente, in bersagli strategici primari. Di conseguenza, la concentrazione di enormi capacità computazionali in poli regionali, come sta avvenendo con la massiccia richiesta di potenza per i nuovi impianti lungo l&#8217;asse lombardo piemontese, espone il territorio a gravissimi rischi di sicurezza.<br />
Ospitare queste strutture dalla natura dual-use, civile e militare, significa trasformare il tessuto urbano e industriale locale in un potenziale fronte di scontro, rendendo le aree civili direttamente vulnerabili a ritorsioni belliche, attacchi cibernetici o sabotaggi fisici volti a paralizzare le capacità di osservazione e risposta avversarie.</p>
<p>Tutto ha inizio con l&#8217;osservazione della Terra, che funge da occhio strategico del sistema. I satelliti di nuova generazione generano flussi continui di dati senza precedenti tramite sensori iperspettrali, radar ad apertura sintetica e sistemi ottici avanzati, come i telescopi e le lenti progettate per difesa e aerospazio da <em>Officina Stellare &#8211; </em><span class="s1">un&#8217;azienda italiana quotata in Borsa che progetta e produce telescopi, lenti e sistemi ottici avanzati destinati principalmente ai settori dell&#8217;aerospazio.</span></p>
<p>Sebbene questi strumenti vengano regolarmente impiegati per scopi civili, come il monitoraggio meteorologico, agricolo o dei cambiamenti climatici, le medesime tecnologie ad altissima risoluzione consentono di svolgere <strong>attività di vera e propria intelligence militare</strong>. Permettono infatti di <span style="color: #ff0000;"><strong>sorvegliare infrastrutture nemiche, tracciare spostamenti di truppe, guidare operazioni tattiche sul campo, portare sull’obiettivo droni e missili</strong></span>. Un esempio concreto della volontà di presidiare questo settore è il programma <em>&#8220;Space Guardian&#8221;</em> di Leonardo, <strong>per il quale è previsto lo sviluppo di una flotta proprietaria di 18 satelliti di nuova generazione</strong> per l&#8217;osservazione terrestre.</p>
<p class="p1"><span class="s1">I satelliti garantiscono comunicazioni sicure, criptate e ininterrotte. Nei conflitti contemporanei, spesso caratterizzati da dinamiche di &#8220;hyperwar&#8221; dove l&#8217;intelligenza artificiale e l&#8217;elaborazione dei dati avvengono a velocità estreme, diventa vitale possedere una propria infrastruttura spaziale. Senza la connessione satellitare, i centri di calcolo a terra, i droni e i sistemi di difesa avanzati rimarrebbero disconnessi e inoperativi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel capoluogo torinese, <strong>la Cittadella dell’Aerospazio di Corso Marche</strong> rappresenta l’esempio più stringente di integrazione tra urbanistica, “difesa” e gestione dati: nel perimetro riqualificato ex Alenia, la variante urbanistica si intreccia con i progetti del gruppo Leonardo e dei centri di ricerca per l’installazione di un supercomputer e data center dedicato all’elaborazione dei dati della ricerca aerospaziale, dei sistemi di navigazione satellitare e militare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> Il passaggio da una dimensione artigianale della produzione satellitare a una vera e propria dimensione industriale trova il suo esempio più nitido nella realizzazione dello stabilimento di <strong>Space Industries a Settimo Torinese. </strong></span><span class="s1">Questo impianto nasce come una gigafactory (</span><span class="s2">un impianto industriale strutturato per la produzione automatizzata in grande serie</span><span class="s1">) <strong>in grado di assemblare e testare fino a 140 satelliti all’anno</strong>. La creazione di sciami e mega-costellazioni satellitari richiede infatti una frequenza di rimpiazzo e un volume di produzione mai visti prima. Inserendosi nel cuore del Piemonte, questo polo produttivo trasforma la storica vocazione automobilistica e meccanica del territorio in una filiera aerospaziale ad altissima tecnologia, fornendo l’hardware necessario sia per la connettività civile sia per la “sicurezza nazionale” e della NATO.</span></p>
<p>Scaricare a terra questi enormi volumi di informazioni grezze rappresenta una sfida ingegneristica imponente, un vero e proprio collo di bottiglia. Il trasferimento dei dati richiede una capillare rete di stazioni di terra collegate tramite fibra ottica ad altissima velocità verso i <strong>data center regionali, che fungono da essenziali hub di approdo</strong>. Senza la presenza di questi centri di calcolo fisicamente vicini o connessi in modo ottimale alle stazioni di ricezione, le informazioni spaziali rimarrebbero inerti e inutilizzabili. È proprio all&#8217;interno di queste architetture terrestri che entra in gioco l&#8217;intelligenza artificiale. Poiché i dati grezzi non hanno alcuna utilità se non vengono interpretati con estrema rapidità, <strong>algoritmi complessi di machine learning e computer vision li analizzano per identificare automaticamente pattern critici, spaziando dal rilevamento di anomalie civili fino all&#8217;individuazione di specifici bersagli militari</strong>. L&#8217;evoluzione tecnologica sta inoltre spingendo verso l&#8217;integrazione di chip dedicati all&#8217;intelligenza artificiale direttamente a bordo dei satelliti; questo processo di &#8220;Edge Computing&#8221; spaziale permette di elaborare le immagini direttamente in orbita, inviando ai data center terrestri solamente i dati sintetici o gli allarmi mirati, snellendo così il carico sulle reti.</p>
<p>Questa infrastruttura integrata costituisce il vero nervo delle comunicazioni e della difesa odierna. I satelliti garantiscono flussi di dati sicuri, criptati e ininterrotti, che sono vitali nei conflitti contemporanei. Tali scenari si configurano sempre più secondo le dinamiche della &#8220;hyperwar&#8221;, una forma di guerra iper-tecnologica dove l&#8217;elaborazione dei dati e le decisioni guidate dall&#8217;intelligenza artificiale avvengono a velocità insostenibili per la sola mente umana. Senza una connessione satellitare robusta, l&#8217;intero apparato operativo, dai droni armati ai sistemi di difesa, fino ai centri di calcolo, rimarrebbe isolato e vulnerabile. A questo ecosistema si aggiunge l&#8217;importanza critica dei sistemi di lancio; la tecnologia propulsiva necessaria per inviare in orbita vettori civili, come i razzi Vega dell&#8217;italiana Avio, è infatti strettamente imparentata con l&#8217;ingegneria dei missili balistici, rendendo l&#8217;accesso autonomo allo spazio una competenza industriale imprescindibile per la deterrenza nazionale. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>La questione energetica</strong></p>
<p>Per inciso, si afferma che i Data Center, estremamente energivori, saranno alimentati prevalentemente con energia da fonte rinnovabile. A tale proposito, i dati aggiornati di Terna evidenziano una profonda e paradossale spaccatura territoriale. Da un lato, il Nord Ovest italiano agirebbe come un colossale polo energivoro per alimentare la nuova infrastruttura aerospaziale, civile e militare legata all&#8217;intelligenza artificiale: sul territorio lombardo si concentrano ben 296 istanze di prenotazione di potenza per Data Center, per oltre 47 gigawatt complessivi (con l&#8217;area di Milano ad assorbirne circa 30), che si sommano alle 64 pratiche del Piemonte per oltre 13 gigawatt, di cui ben 8 gigawatt richiesti da 43 pratiche nella sola provincia di Torino.<br />
Dall&#8217;altro lato, il peso fisico della produzione energetica necessaria viene scaricato in gran parte sulle regioni del Sud e sulle Isole, chiamate a sacrificare il proprio suolo agricolo e paesaggistico. A fronte di richieste nazionali per quasi 140 gigawatt di nuovi impianti fotovoltaici e 253,6 gigawatt per sistemi di accumulo a batterie (BESS), le autorizzazioni si concentrano nel Mezzogiorno: regioni come la Puglia, la Sicilia e la Sardegna hanno già ottenuto il nulla osta rispettivamente per oltre 18 gigawatt, quasi 15 gigawatt e oltre 13 gigawatt. A questa drastica asimmetria geografica si aggiunge il grave limite infrastrutturale della rete di trasmissione nazionale, strutturalmente in affanno e soggetta a colli di bottiglia nel tentativo di trasportare enormi flussi di energia intermittente prodotta a Sud verso i futuri insaziabili centri di calcolo del Nord. Si delinea così un assetto in cui i profitti speculativi dell&#8217;alta tecnologia e della &#8220;hyperwar&#8221; si concentrano a settentrione, mentre i costi ambientali, l&#8217;occupazione militare del suolo e le inefficienze di rete vengono esternalizzati al resto del Paese.</p>
<h3 class="p1"><span class="s1">L’asse industriale Torino-Milano-Genova e l’infrastruttura dei Data Center</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">La fabbrica di Settimo Torinese rappresenta tuttavia solo un vertice di un triangolo strategico molto più ampio che collega Torino, Milano e Genova. I satelliti lanciati in orbita producono infatti una mole ininterrotta di flussi informativi che devono essere veicolati e processati in tempo reale sulla Terra. Se Torino è la capitale dell’hardware spaziale e Genova costituisce il punto d’approdo dei cavi sottomarini ad alta capacità per la fibra ottica, la Lombardia e il Piemonte rappresentano la spina dorsale della potenza computazionale.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">L’espansione dei Data Center lungo l’asse Milano-Torino evidenzia il legame profondo tra spazio e terra. L’incremento dei dati satellitari e delle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale ha spinto i grandi hyperscaler (</span><span class="s3">i colossi tecnologici multinazionali proprietari di enormi infrastrutture cloud</span><span class="s2">) ad ampliare le proprie strutture da Milano verso il Piemonte. </span></p>
<p>Lo spazio non è più un dominio separato, ma un&#8217;estensione diretta della scacchiera geopolitica terrestre. In questo panorama, <span style="color: #ff0000;"><strong>i data center che elaborano i dati aerospaziali e gestiscono le reti neurali diventano essi stessi dei nodi infrastrutturali critici e dei bersagli strategici di primaria importanza in caso di conflitti o guerre ibride</strong></span>. Mentre i satelliti fungono da occhi nel cosmo e l&#8217;intelligenza artificiale agisce da cervello analitico, i data center a terra ne rappresentano i muscoli e l&#8217;ossatura fisica; per questo motivo, la protezione territoriale di queste strutture informatiche, sia dalle minacce cibernetiche che dagli attacchi fisici, risulta oggi una priorità assoluta, pari alla difesa dei satelliti stessi.</p>
<h3>Affari spaziali. Le vere ragioni sono un pò più terra terra</h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il settore dell&#8217;aerospazio, elegantemente ammantato sotto le voci &#8220;ricerca&#8221; e &#8220;innovazione tecnologica&#8221;, è diventato un vero e proprio affare spaziale per chi pensa a moltiplicare le proprie risorse finanziarie, investendo, senza molti scrupoli etici, in tecnologie che soddisfano gli appetiti del sistema di guerra e del controllo globale. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I consulenti finanziari invitano con entusiasmo a investire nelle aziende aerospaziali che oggi garantiscono ritorni stellari, con previsioni di crescita che partono da un solido 33% per arrivare a superare agilmente il 110%! </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In pratica, se puntate cento euro oggi, domani potreste ritrovarvene in tasca fino a duecentodieci, speculando serenamente su un mondo sempre più armato, militarizzato e pericoloso. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">D&#8217;altronde, l&#8217;attuale clima di emergenza bellica, montato ad arte dalla propaganda che grida continuamente al pericolo russo, è il pretesto perfetto per giustificare l&#8217;apertura dei rubinetti. La vera spinta dietro questo boom arriva infatti dai giganteschi fondi dell&#8217;Unione Europea, pronta a riversare ben 800 miliardi di investimenti nel piano originariamente noto come &#8220;Rearm Europe&#8221; e poi sapientemente ribattezzato nel più rassicurante &#8220;Readiness 2030&#8221;, al fine di comunicare al pubblico una supposta prontezza e capacità di risposta. Il tutto, ovviamente, con lo scopo di gonfiare a dismisura un&#8217;enorme bolla finanziaria nel settore bellico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I colossi del settore non stanno certo a guardare e si organizzano in super-alleanze per spartirsi questa torta immensa e lucrosa. L&#8217;italiana Leonardo, ad esempio, sta unendo le forze con i giganti francesi Airbus e Thales in una nuova creatura chiamata &#8220;Bromo&#8221;, pensata per gestire le tecnologie spaziali con spietata efficienza. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel frattempo, sempre Leonardo tira fuori dal cilindro mezzo miliardo di euro per lanciare &#8220;Space Guardian&#8221;, una flotta di ben diciotto satelliti modernissimi pronti a scrutare e controllare la Terra dall&#8217;alto. E i mercati, fiutando il profumo dei contratti governativi, festeggiano: gli esperti prevedono un balzo del 47,5% per le azioni di Leonardo, del 38,3% per Thales e del 33,5% per Airbus. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma i veri fuochi d&#8217;artificio li promettono l&#8217;italiana Avio, vista in crescita del 56%, e soprattutto la tedesca OHB, per la quale si stima un raddoppio del valore con un clamoroso +111%, tanto da aver già registrato un balzo reale del 13% in una sola giornata di contrattazioni. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Trasformare la fobia globale in dividendi sonanti è ormai diventato un gioco da ragazzi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Officina Stellare, una società italiana che costruisce telescopi e lenti speciali per guardare nello spazio, sta vedendo i propri affari andare a gonfie vele con una lista di clienti che include nomi del calibro di Boeing e della stessa Leonardo ha aumentato il valore della produzione del 31% e ha visto esplodere i propri margini di guadagno (EBITDA) del 56% in un solo anno, a dimostrazione di come sappiano far fruttare benissimo i capitali attratti dalla nuova corsa agli armamenti. Forti di questi numeri, hanno tranquillamente ottenuto 75 milioni di euro in prestito dalle banche per espandersi ulteriormente, pronti a inglobare altre aziende e a ingrandire le fabbriche tra Vicenza, Milano, Monza, Viterbo, piazzando persino un nuovo centro di calcolo in Valle d&#8217;Aosta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La vera ciliegina sulla torta di questa cuccagna cosmica, è, però, la straordinaria performance in Borsa. Il titolo di Officina Stellare è già cresciuto del 28% da inizio anno, ma è guardando al lungo periodo che si capisce la portata del miracolo speculativo: dal giorno della sua quotazione, il valore dell&#8217;azienda è letteralmente esploso del 760%. Chi ha avuto il cinico intuito di scommettere cento euro su queste tecnologie fin dal primo giorno, oggi se ne ritrova in tasca ottocentosessanta. Insomma, l&#8217;articolo lancia un messaggio fin troppo chiaro: mentre il mondo si preoccupa delle tensioni, nei salotti della finanza si brinda, perché la militarizzazione dello spazio, alimentata dai miliardi europei e giustificata da un&#8217;emergenza abilmente costruita a tavolino, è a tutti gli effetti la bolla speculativa più redditizia in circolazione.</span></p>
<p>FONTI</p>
<ul>
<li>Dati Energetici, Rete Elettrica e Rinnovabili<br />
Terna S.p.A. (portale Econnextion e Piano di Sviluppo della Rete), MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) per gli obiettivi del PNIEC 2030, ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente).</li>
<li>Diritto Spaziale e Trattati Internazionali<br />
UNOOSA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico), Risoluzioni ufficiali dell&#8217;Assemblea Generale dell&#8217;ONU.<br />
L&#8217;UNOOSA custodisce il testo originale dell’Outer Space Treaty (1967) e i verbali dei comitati</li>
<li>Dati Finanziari, Speculazione e Andamenti di Borsa<br />
Consob, Borsa Italiana (Euronext), Relazioni Finanziarie Annuali e Semestrali (documenti ufficiali depositati e certificati).<br />
Comunicati &#8220;price sensitive&#8221; e i bilanci consolidati pubblicati nelle sezioni &#8220;Investor Relations&#8221; delle aziende stesse. Milano Finanza</li>
<li>Programmi Militari, Spazio e Industria della Difesa<br />
Ministero della Difesa italiano (Documento Programmatico Pluriennale &#8211; DPP), ASI (Agenzia Spaziale Italiana), ESA (Agenzia Spaziale Europea). Il DPP del Ministero della Difesa è il documento cardine che certifica anno per anno gli stanziamenti di fondi pubblici per progetti dual-use e militari come &#8220;Space Guardian&#8221;, confermando l&#8217;entità del coinvolgimento governativo nel settore.</li>
<li>Urbanistica, Consumo di Suolo e Sviluppo Territoriale (Nord-Ovest)<br />
Comune di Torino (Delibere di Giunta e Varianti al Piano Regolatore Generale &#8211; PRG), Regione Piemonte e Regione Lombardia (Bollettini Ufficiali per le valutazioni di impatto ambientale VIA/VAS).<br />
Le decisioni sulla riqualificazione dell&#8217;area ex Alenia (Cittadella dell&#8217;Aerospazio) o le autorizzazioni per la gigafactory di Settimo Torinese trovano riscontro formale negli atti amministrativi e nelle delibere urbanistiche degli enti locali.</li>
<li>Politiche Europee di Riarmo e Strategia Economica<br />
Commissione Europea (Direzione Generale DEFIS &#8211; Industria della difesa e spazio), EDA (Agenzia Europea per la Difesa), pubblicazioni strategiche come il Rapporto Draghi sulla competitività europea.<br />
I report istituzionali dell&#8217;UE e le raccomandazioni economiche di alto livello documentano formalmente la svolta verso l&#8217;economia di guerra e quantificano i colossali fabbisogni d&#8217;investimento.</li>
<li>Dottrine Strategiche e Guerra Tecnologica (Multi-Domain/Hyperwar)<br />
NATO (Allied Command Transformation &#8211; ACT), DoD (Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti &#8211; Joint Publications), think tank di emanazione governativa o accademica accreditati (RAND Corporation, IISS).<br />
Il concetto di &#8220;Multi-Domain Operations&#8221; e il ruolo dell&#8217;intelligenza artificiale nel processo decisionale (Hyperwar) sono codificati nei manuali dottrinali ufficiali della NATO e del Pentagono quale attuale standard operativo delle forze armate.</li>
</ul>
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		<title>DATA CENTER E SOVRANITÀ DIGITALE</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 13:38:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come l&#8217;Italia sta svendendo i propri dati, le infrastrutture e l&#8217;energia ai monopoli stranieri, finanziando la propria sottomissione. Aver ceduto il controllo di ospedali, banche e difesa ad algoritmi esteri è il più grande cavallo di Troia del nostro tempo Immaginiamo il mattino di un giorno qualsiasi in cui un governo straniero, o il consiglio&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Come l&#8217;Italia sta svendendo i propri dati, le infrastrutture e l&#8217;energia ai monopoli stranieri, finanziando la propria sottomissione. Aver ceduto il controllo di ospedali, banche e difesa ad algoritmi esteri è il più grande cavallo di Troia del nostro tempo</h2>
<p class="p3">Immaginiamo il mattino di un giorno qualsiasi in cui un governo straniero, o il consiglio di amministrazione di tre multinazionali del tech, decide che l&#8217;Italia non è più un partner allineato o semplicemente che è giunto il momento di massimizzare un profitto estorsivo. Non ci sono truppe ai confini, né bombardamenti. C&#8217;è solo un interruttore logico che viene spento a diecimila chilometri di distanza. È questo il grado zero della sovranità digitale: la trasformazione di una nazione in un ostaggio senza alcuna possibilità di negoziare.</p>
<p class="p3"><img loading="lazy" class="sFlh5c FyHeAf uT7N3d alignleft" src="https://deltalogix.blog/wp-content/uploads/2023/01/172_DX_IT.png" alt="Sovranità Digitale: dati e tecnologie digitali come infrastrutture strategiche" width="444" height="254" />Nella <b>Pubblica Amministrazione e nella sanità</b>, il collasso potrebbe essere immediato e letale. Ai server cloud che ospitano il Fascicolo Sanitario Elettronico, l&#8217;anagrafe nazionale e i database dell&#8217;INPS, <span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s1">che per una parte crescente dei servizi dipendono da infrastrutture e software di fornitori extraeuropei</span></strong></span>, potrebbe essere ordinato, da remoto, di smettere di rispondere. Negli ospedali, i medici non potrebbero più accedere alle cartelle cliniche, i macchinari diagnostici salvavita andrebbero offline perché non riescono a dialogare con i server centrali, e le sale operatorie si fermerebbero. I cittadini perderebbero la loro identità civile: non si possono emettere documenti, pagare le pensioni, erogare sussidi o registrare nascite e decessi. Lo Stato italiano, per riavere accesso ai dati dei propri cittadini, sarebbe costretto a piegarsi a ricatti geopolitici o a pagare enormi pedaggi economici, senza avere alcuna competenza tecnica per aggirare il blocco. I nostri dati più intimi diventerebbero letteralmente un&#8217;arma puntata contro di noi.</p>
<p class="p3">Nel <b>settore bancario e finanziario</b>, lo scenario si traduce nell&#8217;espropriazione istantanea della ricchezza nazionale. L&#8217;intero sistema dei pagamenti digitali, i bancomat, i trasferimenti interbancari e il clearing delle transazioni <span style="color: #ff0000;"><strong>poggiano su reti informatiche e cloud stranieri</strong></span>. Nel momento in cui la spina viene staccata, i conti correnti diventano fantasmi inaccessibili. <strong>L&#8217;economia reale si congela nel giro di poche ore: i supermercati non possono incassare, le aziende non possono pagare i fornitori, i risparmi di una vita evaporano dietro una schermata di errore</strong>. Se l&#8217;Italia decidesse, in un mondo sempre più multipolare, di avviare accordi commerciali sganciati dal circuito del dollaro o di esplorare sistemi di compensazione alternativi proposti da nuove alleanze internazionali, con ogni probabilità, non potrebbe fisicamente farlo. <strong>I gatekeeper tecnologici</strong> bloccherebbero le transazioni alla radice. Saremmo intrappolati in un recinto finanziario da cui risulterebbe impossibile uscire, privati di qualsiasi leva per difendere i nostri interessi commerciali.</p>
<p class="p3">Nel campo della <b>difesa e della sicurezza nazionale</b>, la subalternità si manifesta come una cecità assoluta. <span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;esercito, l&#8217;intelligence e le forze dell&#8217;ordine italiane operano con radar, droni, sistemi di comunicazione e software logistici progettati, brevettati e aggiornati da potenze estere</strong></span>. In caso di crisi diplomatica o di conflitto, i nostri stessi sistemi d&#8217;arma potrebbero essere disattivati da remoto (il cosiddetto &#8220;<strong>kill switch</strong>&#8220;), geo-bloccati per non operare in determinate aree, o peggio, trasformati in cavalli di Troia. I nostri confini diventerebbero trasparenti per le agenzie di spionaggio straniere, che avrebbero accesso in tempo reale ai flussi di comunicazione dei nostri ministeri e alle indagini della magistratura. Lo Stato italiano perderebbe il monopolio della forza e della sicurezza, trasformando le proprie forze armate in una milizia delegata, tollerata solo finché obbedisce agli ordini di chi detiene il codice sorgente.</p>
<p class="p3">Sulle <b>infrastrutture critiche, l&#8217;energia e il territorio</b>, l&#8217;incubo assume contorni predatori fisici. <span style="color: #ff0000;"><strong>Le reti intelligenti che distribuiscono l&#8217;energia elettrica, l&#8217;acqua e il gas, così come la logistica dei trasporti e dei porti, sono governate da cervelli digitali esterni</strong></span>. Un embargo tecnologico mirato scatenerebbe blackout selettivi, bloccando i treni, le navi, il trasporto aereo e l&#8217;erogazione di acqua potabile. Ma l&#8217;aspetto più brutale riguarda il suolo. Avendo ceduto il controllo tecnologico, l&#8217;Italia verrebbe ridotta a una gigantesca servitù di passaggio, <strong>una provincia estrattiva riempita di immensi data center stranieri e gigafactory divoratrici di risorse</strong>. Consumeremmo il nostro suolo agricolo, <strong>prosciugheremmo le nostre riserve idriche e sprecheremmo enormi quote della nostra energia prodotta per raffreddare i server di corporazioni straniere che addestrano algoritmi per il loro profitto</strong>, mentre le nostre aziende locali pagherebbero l&#8217;energia a peso d&#8217;oro affrontando i razionamenti.</p>
<p class="p3"><strong>Il</strong> <b>collasso del tessuto democratico e cognitivo<br />
</b>Senza infrastrutture digitali sovrane, le piazze virtuali, l&#8217;informazione e il dibattito politico avvengono esclusivamente su piattaforme estere. In uno scenario di crisi, queste piattaforme applicherebbero filtri e censure decise dai loro algoritmi o dai loro governi di riferimento. Le notizie scomode verrebbero oscurate, i canali di dissenso cancellati, la percezione stessa della realtà verrebbe manipolata su scala industriale. L&#8217;Italia non esisterebbe più come repubblica democratica autonoma, ma come un mercato di sudditi in cui le decisioni politiche, economiche e sociali vengono teleguidate da algoritmi opachi, incontestabili e del tutto estranei alla nostra Costituzione.</p>
<p class="p3">La mancanza di sovranità digitale non porta a un generico malfunzionamento informatico; porta all&#8217;estinzione dell&#8217;autodeterminazione di un popolo.</p>
<p class="p3">L&#8217;obiezione più comune allo scenario che stiamo descrivendo è che sembra tratto della trama di un film distopico di fantascienza o che malgrado si viva in un mondo globalizzato, in cui le multinazionali vogliono solo fare affari, in fondo, siamo protetti dal nostro governo, dalle leggi europee e dalle nostre alleanze internazionali. Tuttavia, basti guardare esattamente cosa sta facendo l&#8217;Italia in questo preciso momento, perché la gabbia in cui ci stiamo chiudendo è già stata costruita e stiamo pure pagando l&#8217;affitto per starci dentro.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Guardiamo al fiore all&#8217;occhiello della nostra presunta indipendenza: il Polo Strategico Nazionale (PSN). Nato nell&#8217;ambito del PNRR, con una dotazione di 900 milioni di euro, è gestito da una società partecipata da TIM, Leonardo, CDP Equity e Sogei, titolare di una concessione di 13 anni. Sulla carta la difesa regge: l&#8217;infrastruttura è ospitata in quattro data center sul territorio italiano e, nel servizio Secure Public Cloud, pensato per i dati critici, le chiavi di cifratura sono gestite in via esclusiva dal PSN. Il punto debole sta un livello più in basso. Una parte dell&#8217;offerta non gira su macchine del Polo: il PSN ha accordi con Google, Microsoft, Oracle e, da ultimo, Amazon Web Services, e li usa per i propri servizi di public cloud. Il rischio, quindi, non è solo lo spionaggio, che la cifratura riduce, ma l&#8217;operatività: licenze, aggiornamenti di sicurezza, evoluzione dei servizi ed eventuali divieti di esportazione tecnologica restano nelle mani di fornitori extra-UE. E non parliamo di cifre marginali: secondo l&#8217;amministratore delegato del PSN, i contratti acquisiti sfiorano i 2,8 miliardi di euro, contro un valore previsto per l&#8217;intera convenzione, fino al 2035, di 3 miliardi. Abbiamo imparato a chiudere a chiave la cassaforte, ma una parte della stanza in cui si trova resta di proprietà altrui. Per alcuni servizi possediamo i dati e le chiavi, ma la tecnologia la stiamo ancora noleggiando. E chi noleggia non è pienamente sovrano.</span></p>
<p class="p3">A chi si conforta pensando che &#8220;nessuno spegnerebbe mai l&#8217;interruttore perché non gli conviene&#8221;, dobbiamo ricordare che la sovranità non si misura in tempo di pace, ma nei momenti di crisi. E i precedenti ci sono tutti. <strong>Basterebbe guardare a come, dall&#8217;oggi al domani, interi Paesi sottoposti a sanzioni geopolitiche si sono visti <span style="color: #ff0000;">disattivare i circuiti di pagamento, revocare i certificati di sicurezza dei siti web governativi e bloccare gli account cloud aziendali</span></strong>. Ma anche senza arrivare a scenari di guerra, la resa è già scritta nei contratti. Gli Stati Uniti hanno in vigore una legge, il <em>Cloud Act</em>, che obbliga le aziende americane a consegnare i dati in loro possesso alle agenzie federali statunitensi in caso di indagine, a prescindere da dove si trovino i server. Quindi, mentre noi ci illudiamo che il garante della privacy europeo o italiano ci protegga, la realtà nuda e cruda è che <span style="color: #ff0000;"><strong>i dati dei cittadini e delle imprese italiane, gestiti da quelle società, sono legalmente e tecnicamente esposti a una giurisdizione straniera</strong></span>.</p>
<p class="p3">A chi crede che questa dipendenza porti almeno ricchezza e posti di lavoro, bisogna sbattere in faccia la realtà materiale dei nostri territori, da Nord a Sud. L&#8217;Italia sta stendendo tappeti rossi per accogliere giganteschi data center, svendendo suolo agricolo ed ex aree industriali per ospitare le infrastrutture fisiche di questi colossi stranieri. La narrazione edulcorata parla di poli tecnologici e innovazione, ma la realtà concreta è che stiamo barattando le nostre risorse vitali in cambio del nulla. Questi enormi capannoni non creano occupazione significativa, richiedono giusto qualche decina di manutentori e guardie giurate. In compenso, divorano quantità oscene di energia elettrica e milioni di litri di acqua per raffreddare i server, mettendo sotto stress la nostra rete elettrica e le nostre risorse idriche. <strong>Noi ci prendiamo il consumo di suolo, l&#8217;inquinamento termico e il carico energetico, mentre il valore aggiunto, la capacità di addestrare le intelligenze artificiali e i brevetti volano dritti oltreoceano</strong>. Siamo diventati la miniera da cui si estrae la materia prima del ventunesimo secolo, e come tutte le colonie estrattive, stiamo finanziando il nostro stesso impoverimento.</p>
<p class="p3">Infine, c&#8217;è la trappola mortale del cosiddetto <em>&#8220;vendor lock-in&#8221; </em>[1], una catena invisibile che l&#8217;interlocutore scettico fatica a vedere. Quando un ministero, un ospedale o una grande azienda italiana riscrive tutti i propri processi interni per farli funzionare sui sistemi proprietari di un&#8217;azienda straniera, non può più tornare indietro. <strong>Riscrivere i software, migrare i dati e riaddestrare il personale verso un&#8217;alternativa indipendente costerebbe cifre incalcolabili e anni di paralisi operativa</strong>. Questo significa che <strong>il fornitore straniero ha in mano una pistola carica: può alzare i prezzi dei canoni del 30, del 50 o del 100 percento da un anno all&#8217;altro</strong>, e l&#8217;Italia non avrà altra scelta che pagare, tagliando servizi essenziali per trovare i fondi, perché non esiste un piano B.</p>
<p class="p3">La narrazione dominante che ci viene propinata dai governi e dai media mainstream sostiene che attrarre sul suolo italiano i nuovi, giganteschi data center e le giga-factory dell&#8217;intelligenza artificiale sia un trionfo per la nostra economia e un passo avanti verso la sovranità digitale. La cruda, amara realtà è l&#8217;esatto opposto: si tratta del più colossale cavallo di Troia del nostro tempo, un&#8217;operazione di colonialismo estrattivo che non solo non ci rende sovrani, ma ci trasforma definitivamente in una periferia sottomessa, fragile e strutturalmente dipendente.</p>
<p class="p3">Per comprendere questo inganno, bisogna guardare a cosa sono realmente queste giga-factory dell&#8217;intelligenza artificiale. Non stiamo parlando di semplici archivi digitali, ma di altiforni del ventunesimo secolo, macchine voraci progettate per macinare miliardi di dati e addestrare modelli linguistici e predittivi.<span style="color: #ff0000;"><strong> Il primo tragico errore è confondere l&#8217;ospitare i server fisici con il possedere la tecnologia</strong></span>. Quando una multinazionale americana o asiatica costruisce un mega data center in Italia, l&#8217;hardware avanzatissimo che c&#8217;è dentro, come le costosissime GPU necessarie per l&#8217;AI, i software di gestione e, soprattutto, i modelli algoritmici che ne scaturiscono, non sono italiani. La proprietà intellettuale, il brevetto, il codice e i profitti rimangono saldamente all&#8217;estero. I costi ambientali, territoriali ed energetici vengono scaricati sulla collettività italiana, mentre l&#8217;estrazione di valore vola nei paradisi fiscali o a Wall Street. Noi forniamo letteralmente solo il pavimento, i muri e le prese di corrente. <strong>Credere che questo aumenti la nostra sovranità è come credere che l&#8217;India fosse sovrana perché ospitava i magazzini della Compagnia delle Indie Orientali</strong>.</p>
<p class="p3">Dal punto di vista economico e sociale, la promessa dell&#8217;occupazione è una menzogna sfacciata. Questi gigacampus dell&#8217;intelligenza artificiale sono cattedrali nel deserto, strutture iper-automatizzate che, a fronte di investimenti miliardari e concessioni di suolo pubblico immensi, generano un numero di posti di lavoro ridicolo. Qualche decina di tecnici per la manutenzione e personale della vigilanza privata per sorvegliare i perimetri. Non c&#8217;è indotto, non c&#8217;è trasferimento tecnologico verso le nostre università o le nostre piccole e medie imprese. <strong>Al contrario, lo Stato e le Regioni spesso si prostrano offrendo a questi colossi sconti fiscali, iter autorizzativi accelerati e perfino tariffe energetiche agevolate. Stiamo letteralmente usando i soldi e le risorse dei cittadini italiani per sussidiare l&#8217;espansione dei monopoli globali che domani ci rivenderanno i loro servizi AI a peso d&#8217;oro</strong>.</p>
<p class="p3">C&#8217;è infine il nodo cruciale della sicurezza nazionale e della natura &#8220;dual use&#8221; dell&#8217;intelligenza artificiale. L&#8217;AI non serve solo a scrivere e-mail o generare immagini; è la tecnologia che deciderà le sorti della<span style="color: #ff0000;"><strong> cyber-guerra, della logistica militare, dell&#8217;analisi predittiva per l&#8217;intelligence e della sorveglianza di massa</strong></span>. <strong>Ospitare i nodi fisici di queste reti significa trasformare il nostro territorio in un avamposto strategico di potenze straniere, inserendoci in dinamiche geopolitiche su cui non abbiamo alcun potere decisionale</strong>. Diventiamo bersagli senza avere il dito sul grilletto. Inoltre, abituando l&#8217;intera nostra pubblica amministrazione e il nostro tessuto industriale a dipendere dai servizi di intelligenza artificiale addestrati in queste giga-factory straniere, ci leghiamo un cappio al collo. <span style="color: #ff0000;"><strong>Se chi controlla l&#8217;algoritmo decide di tagliare l&#8217;accesso, di alzare i prezzi in modo estorsivo o di manipolare i risultati per fini geopolitici, noi non abbiamo un piano B, perché abbiamo rinunciato a costruire una nostra via indipendente all&#8217;intelligenza artificiale per limitarci a fare i guardiani dei server altrui</strong></span>.</p>
<p class="p3">La corsa disperata ad accogliere i data center e le giga-factory straniere è la certificazione del nostro fallimento strategico. Significa aver rinunciato a sviluppare il &#8220;cervello&#8221; della rivoluzione digitale, accontentandosi di affittare il &#8220;cranio&#8221; a chi è più forte di noi, pagandogli pure le bollette della luce e dell&#8217;acqua. Questo non è sviluppo: è la codifica strutturale della nostra definitiva subalternità.</p>
<p>Per cogliere il legame reale, profondo e a tratti inquietante tra un colosso come Palantir e l&#8217;ondata di nuovi data center e giga-factory dell&#8217;intelligenza artificiale in Italia, bisogna spazzare via l&#8217;illusione che l&#8217;infrastruttura fisica e il software siano due mondi separati. Palantir non posa cavi, non getta cemento e non costruisce fisicamente i capannoni divoratori di energia in Piemonte o in Lombardia. A quello ci pensano i grandi hyperscaler, come Microsoft, Amazon o Google, e i fondi immobiliari speculativi. Eppure, il rapporto tra le macchine fisiche che stiamo accogliendo sul nostro territorio e le piattaforme di Palantir è organico e simbiotico: i data center sono il corpo, l&#8217;hardware, la forza bruta; Palantir è il cervello, il sistema nervoso, la logica estrattiva e predittiva. L&#8217;uno non ha senso, né potere, senza l&#8217;altro.</p>
<p>Il primo nodo di questa convergenza si chiama potenza di calcolo e prossimità. Palantir sviluppa piattaforme, come <strong>Gotham, Foundry o la più recente Artificial Intelligence Platform</strong>, che non sono semplici programmi, ma gigantesche idrovore di dati progettate per incrociare informazioni sanitarie, militari, finanziarie e logistiche, trovando pattern invisibili all&#8217;occhio umano. Per far girare in tempo reale queste intelligenze artificiali su moli di dati nazionali critici non basta il cloud remoto negli Stati Uniti: serve una potenza di calcolo mostruosa allocata direttamente sul territorio. Le giga-factory dell&#8217;AI servono esattamente a questo. Forniscono i cluster di GPU e l&#8217;energia smisurata necessari per far girare i modelli algoritmici di Palantir e dei suoi simili a latenza zero. Senza queste cattedrali di server impiantate in Italia, i software di spionaggio e analisi predittiva più avanzati sarebbero azzoppati dalla distanza e dalla lentezza della rete.</p>
<p class="p3">Il secondo aspetto riguarda il capolavoro politico e giuridico del<em> &#8220;<strong>sovereignty washing</strong>&#8220;</em>, ovvero <strong>il lavaggio della sovranità</strong>. Palantir, essendo un&#8217;azienda nata con i capitali della CIA e profondamente integrata nel complesso militare-industriale e dell&#8217;intelligence degli Stati Uniti, solleva ovvie preoccupazioni quando le viene affidata la gestione dei dati sensibili di un Paese europeo.<strong> La soluzione trovata dal blocco tecno-capitalista è geniale nella sua perversione: si costruiscono enormi data center fisicamente in Italia e li si definisce &#8220;cloud nazionali&#8221; o &#8220;regionali&#8221;. In questo modo, i politici e i burocrati italiani possono rassicurare l&#8217;opinione pubblica dicendo che &#8220;i dati restano in Italia, nei nuovi data center&#8221;. Nel frattempo, su quei server fisicamente italiani, vengono fatti girare i software di Palantir, che elaborano i segreti industriali, le informazioni sanitarie o i flussi logistici del nostro Paese</strong>. <strong><span style="color: #ff0000;">La localizzazione fisica del dato diventa così il cavallo di Troia per sdoganare l&#8217;uso di algoritmi stranieri e opachi su informazioni strategiche. Siamo legalmente a posto, ma strategicamente colonizzati.</span></strong></p>
<p class="p3">Questa dinamica ci porta al cuore del problema: la natura intrinsecamente &#8220;dual use&#8221;, civile e militare, dell&#8217;intelligenza artificiale e delle sue infrastrutture. Palantir non fa mistero di essere un&#8217;azienda che progetta armi digitali, sistemi per il targeting militare e piattaforme per la sicurezza nazionale, e che applica le stesse logiche al mercato civile e sanitario. Costruire giga-factory dell&#8217;AI in Italia significa predisporre il terreno logistico per operazioni di intelligence e di difesa delegate a soggetti esterni. Quando i ministeri italiani, le grandi aziende a partecipazione statale della difesa come Leonardo, o il sistema sanitario iniziano a usare i software di Palantir ospitati nei data center locali degli hyperscaler americani, la distinzione tra settore pubblico italiano e intelligence statunitense collassa. <strong>L&#8217;Italia fornisce l&#8217;energia, l&#8217;acqua e il suolo per mantenere accesi i server; gli hyperscaler incassano gli affitti per l&#8217;infrastruttura; Palantir usa quella potenza per leggere, decodificare e prevedere le mosse del nostro tessuto sociale, economico e militare</strong>.</p>
<p class="p3">Il rapporto è quindi di totale complementarità in un disegno di egemonia tecno-politica. L&#8217;ondata di data center in Italia non è un fatto di mera edilizia tecnologica: è l&#8217;installazione delle teste di ponte necessarie per permettere ai cervelli algoritmici dell&#8217;impero statunitense, di cui Palantir è la punta di diamante, di operare capillarmente in Europa rispettando formalmente le leggi locali. <span style="color: #ff0000;"><strong>Accettando questo scambio, noi consumiamo il nostro territorio per alimentare le stesse macchine che ci rendono trasparenti, profilabili e controllabili, cedendo non solo i nostri dati, ma la capacità stessa di decidere e interpretare la realtà a un appaltatore della difesa di una superpotenza estera</strong></span>.</p>
<p class="p3">Quindi, non c&#8217;è bisogno di immaginare un futuro apocalittico per capire la gravità della situazione. Il catastrofismo è solo l&#8217;esito matematico delle decisioni di oggi. Aver rinunciato a sviluppare un&#8217;industria nazionale del software, aver abdicato alla costruzione di una microelettronica europea autonoma e aver appaltato le fondamenta dello Stato ai monopoli esteri significa aver già consegnato le chiavi di casa. Chi sorride di fronte a questi rischi non è un ottimista, è semplicemente una persona che non ha ancora capito di essere stata sfrattata.</p>
<p class="p3"><strong>N</strong><b>on c&#8217;è sovranità nell&#8217;essere semplicemente i &#8220;padroni di casa compiacenti&#8221; di server altrui</b>. Senza lo sviluppo concomitante di un&#8217;alternativa industriale nazionale ed europea (nel software, nel cloud federato, nella microelettronica e nella gestione pubblica delle reti energetiche), l&#8217;accoglienza acritica dei gigacampus digitali rischia di consolidare una forma di <b>neo-feudalesimo tecnologico</b>.</p>
<p class="p3">Per un Paese come l&#8217;Italia aver svenduto il proprio sistema nervoso digitale a potenze straniere e monopoli transnazionali, la perdita di sovranità digitale non è una questione accademica o un tecnicismo burocratico: è una forma di colonizzazione silenziosa che smantella progressivamente l&#8217;indipendenza nazionale, l&#8217;economia reale e la democrazia.</p>
<p class="p3">Il primo e più immediato rischio è la totale sottomissione geopolitica e il ricatto strategico. Quando un intero Stato, dalla difesa alla sanità, dalla pubblica amministrazione alle infrastrutture energetiche, poggia le proprie fondamenta su piattaforme, cloud e sistemi operativi di proprietà di multinazionali americane o asiatiche, l&#8217;Italia cessa di essere uno Stato sovrano e diventa un vassallo tecnologico. Se le dinamiche geopolitiche dovessero precipitare, un semplice ordine esecutivo emesso a Washington, o una decisione unilaterale presa nei consigli di amministrazione di tre o quattro giganti del tech, potrebbe spegnere, bloccare o limitare i servizi critici del nostro Paese senza che Roma abbia alcuna voce in capitolo o capacità tecnica di intervento. Non serve un&#8217;invasione militare per paralizzare una nazione: basta un blocco degli aggiornamenti, una revoca delle licenze o la chiusura dei rubinetti del cloud e dei chip avanzati per buttare nel caos istituzioni intere, ospedali e banche.</p>
<p class="p3">C&#8217;è poi un aspetto sociale e democratico che viene colpevolmente taciuto: <strong>la perdita di sovranità cognitiva e informativa</strong>. Quando il dibattito pubblico, la formazione, l&#8217;informazione e persino i processi decisionali di un&#8217;intera società vengono mediati da algoritmi opachi, proprietari e addestrati altrove, a decidere cosa è vero, cosa è visibile e come pensano i cittadini non sono le istituzioni democratiche italiane, ma le logiche di profitto di corporazioni transnazionali prive di qualsiasi responsabilità sociale o democratica. Interi settori della pubblica amministrazione e della scuola dipendono da software stranieri che decidono quali standard adottare, impedendo al Paese di formare competenze tecniche proprie e condannando le giovani generazioni a essere meri utenti e consumatori di tecnologia altrui anziché produttori.</p>
<p class="p3">Accettare tutto questo significa condannare l&#8217;Italia a essere una periferia sottomessa, un territorio di conquista privo di autonomia strategica, dove la classe politica abdica al proprio dovere primario: garantire la sicurezza, l&#8217;indipendenza e la libertà del proprio popolo. La sovranità non è uno slogan nostalgico, è la condizione sine qua non per esistere come nazione libera nel Ventunesimo secolo, e l&#8217;Italia l&#8217;ha già quasi interamente svenduta sull&#8217;altare di una modernizzazione subalterna e miope ma è possibile invertire la rotta. Basterebbe volerlo [1].</p>
<p>[1] Per invertire la rotta della dipendenza tecnologica è necessario agire su cinque ambiti fondamentali.<br />
<b data-path-to-node="1" data-index-in-node="0">Proteggere i dati con cassaforti di cui possediamo le chiavi<br />
</b>Il <i data-path-to-node="1" data-index-in-node="64">cloud</i>, ovvero la &#8220;nuvola&#8221;, non è un&#8217;entità astratta ma un insieme di enormi computer situati altrove in cui vengono conservati i nostri dati personali, dalle cartelle cliniche alle informazioni fiscali. Oggi questi computer appartengono quasi tutti a multinazionali estere. Il primo passo per difenderci consiste nel rendere questi dati completamente illeggibili a chiunque non sia autorizzato, attraverso un processo chiamato <i data-path-to-node="1" data-index-in-node="491">cifratura</i>. Se immaginiamo le informazioni sensibili come documenti chiusi dentro una cassaforte, la cifratura è la serratura, mentre le &#8220;chiavi di cifratura&#8221; sono la combinazione per aprirla. Anche se i computer su cui si trovano le casseforti appartengono a società americane o asiatiche, la legge deve imporre che la combinazione fisica risieda esclusivamente nelle mani dello Stato italiano. In questo modo, anche se un governo straniero ordinasse all&#8217;azienda proprietaria del computer di consegnare i nostri dati, l&#8217;azienda non potrebbe farlo perché senza la combinazione italiana la cassaforte mostrerebbe solo un ammasso di caratteri incomprensibili.<br />
<b data-path-to-node="2" data-index-in-node="0">Eliminare la trappola del fornitore unico con il software libero<br />
</b>Un grande problema delle istituzioni pubbliche è quella che i tecnici chiamano <i data-path-to-node="2" data-index-in-node="144">vendor lock-in</i>, ossia la trappola del fornitore unico. Accade quando un ospedale o un ministero inizia a usare un programma informatico proprietario e vi organizza dentro tutto il proprio lavoro. Col passare degli anni, cambiare azienda diventa quasi impossibile perché spostare i dati costerebbe una fortuna e richiederebbe mesi di blocco delle attività. Il fornitore lo sa e può alzare i prezzi a piacimento. Il rimedio consiste nell&#8217;imporre l&#8217;uso del software a codice aperto, detto <i data-path-to-node="2" data-index-in-node="630">open source</i>. Si tratta di programmi le cui istruzioni di funzionamento sono pubbliche e trasparenti, un po&#8217; come una ricetta di cucina condivisa da tutti anziché la formula segreta di un&#8217;azienda. L&#8217;uso di sistemi aperti permette di cambiare liberamente l&#8217;azienda che gestisce la manutenzione senza dover buttare via tutto l&#8217;archivio o subire ricatti economici.<br />
<b data-path-to-node="3" data-index-in-node="0">Costruire i motori e i cervelli dell&#8217;Intelligenza Artificiale in Europa<br />
</b>L&#8217;Intelligenza Artificiale non è magica: si tratta di complessi calcoli matematici, chiamati algoritmi, capaci di analizzare una quantità immensa di informazioni per riconoscere immagini, tradurre testi o prevedere eventi. Se per analizzare la salute dei cittadini o la sicurezza delle infrastrutture usiamo unicamente algoritmi progettati all&#8217;estero, accettiamo che i criteri di valutazione vengano decisi da altri. La soluzione è sviluppare modelli di Intelligenza Artificiale pubblici, creati dalle nostre università e dai nostri centri di ricerca. Per fare questo serve anche l&#8217;hardware, cioè i componenti fisici (microchip). Finanziando la ricerca e la produzione di questi componenti in Europa ci assicuriamo che i computer di domani possano funzionare anche senza dipendere dalle catene di montaggio oltreoceano.<br />
<b data-path-to-node="4" data-index-in-node="0">Imporre regole severe ed ecologiche ai centri di calcolo<br />
</b>I <i data-path-to-node="4" data-index-in-node="59">data center</i> e le cosiddette giga-factory dell&#8217;Intelligenza Artificiale sono imponenti capannoni industriali pieni zeppi di computer che lavorano giorno e notte. Queste macchine consumano enormi quantità di energia elettrica che diventa calore di scarto. Per evitare che l&#8217;Italia venga usata come semplice terreno da sfruttare lasciando a noi solo le bollette e il consumo del suolo, lo Stato deve applicare regole stringenti.<br />
<b data-path-to-node="5" data-index-in-node="0">Riportare i professionisti del digitale dentro lo Stato<br />
</b>L&#8217;ultimo tassello riguarda le persone e la formazione. Negli ultimi decenni la Pubblica Amministrazione ha smesso di sviluppare competenze interne, finendo per esternalizzare, ovvero delegare a società di consulenza private e colossi esteri, qualsiasi decisione informatica. Lo Stato deve tornare ad assumere direttamente ingegneri, programmatori ed esperti di sicurezza informatica, creando una squadra di professionisti pubblici in grado di capire, progettare e difendere le proprie reti. Questo principio parte dalle scuole: insegnare ai ragazzi a usare esclusivamente piattaforme straniere li trasforma in consumatori passivi di tecnologia altrui. Utilizzare software indipendenti nelle aule significa insegnare alle nuove generazioni a capire come funzionano gli strumenti digitali, garantendo che i loro dati personali non vengano usati per profilazioni commerciali o condizionamenti politici.</p>
<p>FONTI</p>
<p><span class="s1">Lentepubblica, PNRR M1C1 Investimento 1.1: dotazione di 900 milioni, gara PPP da 723 milioni. <a href="https://www.lentepubblica.it/pa-digitale/polo-strategico-nazionale-digitalizzazione/"><span class="s3">https://www.lentepubblica.it/pa-digitale/polo-strategico-nazionale-digitalizzazione/</span></a></span></p>
<p><span class="s1">Corriere Comunicazioni, 27 settembre 2022: firma della Convenzione, concessione di 13 anni. <a href="https://www.corrierecomunicazioni.it/?p=230761"><span class="s3">https://www.corrierecomunicazioni.it/?p=230761</span></a></span></p>
<p><span class="s1">PSN, comunicato Ministero della Difesa, 5 giugno 2024: compagine societaria. <a href="https://polostrategiconazionale.it/app/uploads/2024/06/CS-Ministero-Difesa_PSN.pdf"><span class="s3">https://polostrategiconazionale.it/app/uploads/2024/06/CS-Ministero-Difesa_PSN.pdf</span></a></span></p>
<p><span class="s1">PSN, Guida alla Convenzione (listino luglio 2024): quattro data center in Italia, tipologie di servizio. <a href="https://www.polostrategiconazionale.it/app/uploads/2025/08/PSN_Guida-alla-Convenzione_.pdf"><span class="s3">https://www.polostrategiconazionale.it/app/uploads/2025/08/PSN_Guida-alla-Convenzione_.pdf</span></a></span></p>
<p><span class="s1">Startmag, &#8220;Più cloud per tutti: Aws entra nel Polo Strategico Nazionale&#8221;: Secure Public Cloud, chiavi in gestione esclusiva del PSN, dichiarazioni dell&#8217;AD sui contratti. <a href="https://www.startmag.it/?p=309205"><span class="s3">https://www.startmag.it/?p=309205</span></a></span></p>
<p><span class="s1">Presentazione PSN (Campania Digital Summit): servizi Public Cloud PSN Managed, Hybrid Cloud, Secure Public Cloud. <a href="https://www.theinnovationgroup.it/wp-content/uploads/2023/03/Ivana-Borrelli.pdf"><span class="s3">https://www.theinnovationgroup.it/wp-content/uploads/2023/03/Ivana-Borrelli.pdf</span></a></span></p>
<p><span class="s1">CJEU, sentenza 16 luglio 2020, causa C-311/18 (Schrems II): invalida il Privacy Shield per l&#8217;art. 702 FISA e l&#8217;EO 12333. Non citare il CLOUD Act come oggetto della sentenza.</span></p>
<p><span class="s1">Decisione di esecuzione (UE) 2023/1795 (luglio 2023), Data Privacy Framework; Tribunale UE, T-553/23 Latombe c. Commissione, 3 settembre 2025 (DPF confermato); impugnazione alla CGUE del 31 ottobre 2025, pendente. <a href="https://www.wilmerhale.com/en/insights/blogs/wilmerhale-privacy-and-cybersecurity-law/20251201-european-court-of-justice-to-review-challenge-to-eu-us-data-privacy-framework"><span class="s3">https://www.wilmerhale.com/en/insights/blogs/wilmerhale-privacy-and-cybersecurity-law/20251201-european-court-of-justice-to-review-challenge-to-eu-us-data-privacy-framework</span></a></span></p>
<p><span class="s1">CLOUD Act: Pub. L. 115-141, Div. V (2018), 18 U.S.C. § 2713. È il riferimento standard, ma controlla il testo.</span></p>
<p><span class="s1">Corte dei conti europea, relazione speciale 17/2022: rischi di eccessiva dipendenza dai consulenti esterni, ma riferita alla Commissione UE, non agli Stati. <a href="https://www.eca.europa.eu/Lists/ECADocuments/INSR22_17/INSR_External_consultants_IT.pdf"><span class="s3">https://www.eca.europa.eu/Lists/ECADocuments/INSR22_17/INSR_External_consultants_IT.pdf</span></a></span></p>
<p><span class="s1">Corte dei conti italiana, Referto in materia di informatica pubblica (26 novembre 2019): frammentazione e scarso coordinamento. <a href="https://www.startmag.it/innovazione/digitale-corte-conti/"><span class="s3">https://www.startmag.it/innovazione/digitale-corte-conti/</span></a></span></p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Corte di Giustizia dell&#8217;Unione Europea (CGUE) – Sentenza Schrems II (2020): Ha stabilito che la legislazione di sorveglianza degli Stati Uniti (incluso il CLOUD Act e la Sezione 702 del FISA) non garantisce un livello di protezione adeguato ai dati dei cittadini europei rispetto al GDPR, per via dell&#8217;accesso extraterritoriale delle agenzie d&#8217;intelligence americane.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB) e EDPS (2021-2024): Diversi pareri e audit ufficiali sull&#8217;uso dei servizi cloud commerciali nella Pubblica Amministrazione e nelle istituzioni UE hanno evidenziato rischi legati al trasferimento illecito di dati e all&#8217;ingerenza di giurisdizioni straniere.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) – Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026: Riconosce la dipendenza tecnologica da attori extra-UE come una vulnerabilità strategica e definisce la sovranità digitale e la qualificazione delle infrastrutture cloud come priorità di sicurezza nazionale.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Commissione Europea – European Digital Sovereignty Study e Digital Markets Act (DMA): Documentano i rischi del vendor lock-in e la concentrazione del mercato cloud nelle mani di pochissimi hyperscaler transnazionali, definendoli un ostacolo alla competitività e all&#8217;autonomia strategica dell&#8217;Unione.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia (IEA) – Energy and Data Centres Reports: Conferma con dati quantitativi l&#8217;impatto critico di data center e infrastrutture d&#8217;intelligenza artificiale su consumi idrici, carico delle reti elettriche e fabbisogno energetico globale.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP Italia): Diversi provvedimenti monocratici e sanzionatori (tra cui quelli relativi a Google Analytics e all&#8217;uso di software cloud esteri nelle scuole e nella PA) hanno ribadito l&#8217;illegittimità del caricamento di dati di cittadini italiani su server soggetti a giurisdizioni prive di garanzie equivalenti a quelle europee.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"> </span>Corte dei Conti Europea – Relazione speciale sulla digitalizzazione della PA: Ha sottolineato a più riprese la carenza di competenze tecniche interne negli Stati membri e la dipendenza cronica dalle grandi società di consulenza e dai fornitori esteri di software.</p>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:37:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[TNP]]></category>
		<category><![CDATA[trattati di disarmo]]></category>
		<category><![CDATA[Trattato INF]]></category>
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					<description><![CDATA[Esercitazioni NATO nei nostri cieli e l&#8217;erosione della sicurezza globale: con l&#8217;Orologio dell&#8217;Apocalisse agli sgoccioli, fermare la corsa agli armamenti è un&#8217;urgenza non più rinviabile La prova di guerra sopra i nostri cieli e l&#8217;epicentro italiano In questi stessi giorni, diciassette Paesi dell&#8217;Alleanza Atlantica stanno trasformando la penisola italiana e il bacino del Mar Tirreno&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Esercitazioni NATO nei nostri cieli e l&#8217;erosione della sicurezza globale: con l&#8217;Orologio dell&#8217;Apocalisse agli sgoccioli, fermare la corsa agli armamenti è un&#8217;urgenza non più rinviabile</h2>
<h3><strong><br />
La prova di guerra sopra i nostri cieli e l&#8217;epicentro italiano</strong></h3>
<p>In questi stessi giorni, diciassette Paesi dell&#8217;Alleanza Atlantica stanno trasformando la penisola italiana e il bacino del Mar Tirreno centrale nel teatro principale della grande <strong>esercitazione nucleare</strong> annuale denominata <em>Steadfast Noon</em>. Le operazioni vedono la convergenza coordinata di aerei d&#8217;attacco e supporto da basi aeree strategiche situate lungo tutto il territorio nazionale, tra cui Ghedi in Lombardia, Aviano in Friuli-Venezia Giulia, Amendola e Gioia del Colle in Puglia, Trapani in Sicilia e Pratica di Mare nel Lazio, oltre all&#8217;impiego operativo del poligono militare di Salto di Quirra in Sardegna. Attraverso l&#8217;impiego di circa sessanta velivoli &#8211; tra cui caccia statunitensi F-16, aerei italiani Tornado e F-35A ad elevata tecnologia stealth, unitamente a velivoli pilotati da remoto -, le forze alleate si addestrano sistematicamente a voli a bassissima quota guidati da sistemi di navigazione satellitare, studiati per seguire la conformazione del terreno a pochissime centinaia di metri d&#8217;altezza e penetrare lo spazio aereo nemico eludendo la rilevazione dei radar di difesa.</p>
<p>Mentre i vertici della NATO e la messaggistica ufficiale presentano queste manovre come meri atti di routine difensiva totalmente slegati dai drammatici contesti di crisi internazionali in corso, la comunità scientifica internazionale lancia allarmi di gravità inaudita: l&#8217;Orologio dell&#8217;Apocalisse curato dagli scienziati atomici è stato spostato ad appena ottantacinque secondi dalla mezzanotte nucleare, il punto di massimo rischio di catastrofe globale mai raggiunto nella storia umana. L&#8217;intera esercitazione, condotta sotto la direzione strategica del Gruppo di pianificazione nucleare presieduto dagli Stati Uniti, serve in realtà ad addestrare concretamente le forze aeree europee all&#8217;impiego operativo delle nuove bombe nucleari statunitensi B61-12 e della loro recentissima e più potente variante B61-13.</p>
<p>Dislocate in molte basi europee tra cui Aviano e Ghedi, le B61-12 rappresentano ordigni di nuova concezione dotati di quattro opzioni di potenza selezionabili fino a cinquanta kilotoni &#8211; una potenza pari a oltre il triplo della bomba sganciata su Hiroshima -, guidati con precisione satellitare verso il bersaglio invece di essere lasciati cadere a caduta libera. Ancora più inquietante appare l&#8217;addestramento all&#8217;uso della variante B61-13, progettata per raggiungere una potenza distruttiva fino a 360 kilotoni e dotata di spiccate capacità di penetrazione nel sottosuolo. Tali caratteristiche tecniche non rispondono a una logica di contenimento, ma sono esplicitamente concepite per eseguire attacchi di sorpresa a scopo di distruggere in profondità i bunker sotterranei dei centri di comando e controllo avversari attraverso un primo colpo atomico destinato a eliminare i vertici prima di ogni possibile reazione.</p>
<h3><strong>L&#8217;erosione dei trattati e l&#8217;illusione dell&#8217;arma usabile</strong></h3>
<p>L&#8217;addestramento dei piloti italiani e di altri Paesi europei all&#8217;impiego di ordigni atomici statunitensi custoditi sul territorio nazionale si realizza attraverso la formula NATO della cosiddetta <em>condivisione nucleare</em>. Questa pratica aggira direttamente l&#8217;Articolo 2 del Trattato di Non Proliferazione (TNP) &#8211; ratificato dall&#8217;Italia e considerato il cardine del regime globale di disarmo -, il quale vieta tassativamente agli Stati militarmente non nucleari di ricevere, controllare o addestrarsi all&#8217;impiego di armi atomiche o congegni esplosivi. Tale elusione si inserisce in un più ampio cambio di paradigma: il progressivo e deliberato abbandono del principio fondante stabilito durante la Guerra Fredda, <strong>secondo cui una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta</strong>. Oggi le armi di distruzione di massa vengono sottratte al loro storico ruolo di tabù e deterrente assoluto, <strong>venendo riconsiderate come opzioni tattiche contemplabili nei piani strategici</strong>.</p>
<p>A spingere le burocrazie militari verso questa deriva contribuisce una profonda vulnerabilità logistica e industriale: la rapida riduzione delle scorte di munizioni convenzionali di precisione e la lentezza nei rimpiazzi stanno spingendo i pianificatori occidentali ad abbassare la soglia dell&#8217;intervento atomico per compensare i limiti delle forze di terra. In questo contesto ha preso forma <strong>la pericolosa dottrina dell&#8217;<em>&#8220;escalation per de-escalation&#8221;</em></strong>, basata sull&#8217;idea d&#8217;impiegare ordigni cosiddetti &#8220;tattici&#8221; o a basso potenziale già nelle prime fasi di una crisi per terrorizzare l&#8217;avversario e piegarlo alla resa. Si tratta tuttavia di un fatale inganno linguistico e strategico, poiché anche le bombe a potenza selezionabile come le B61-12 possiedono capacità distruttive fino a tre volte superiori a quella di Hiroshima, e <strong>tutte le simulazioni belliche confermano che l&#8217;uso di una singola testata tattica innesca una rincorsa incontrollabile verso lo scontro atomico generale</strong>.</p>
<p>Questa dottrina azzardata trova un immediato terreno d&#8217;applicazione sul fronte orientale europeo, dove la progressiva militarizzazione e le modifiche legislative nei Paesi nordici e baltici stanno smantellando i vincoli storici contro la presenza atomica. <strong>In Finlandia</strong>, una recente riforma ha rimosso i divieti al transito e allo stoccaggio di armi atomiche, mentre <strong>in Lituania</strong> è stato proposto l&#8217;abrogazione della norma costituzionale che vietava le basi straniere, suscitando le dure reazioni di Mosca che denuncia come tali Paesi si stiano trasformando in testate d&#8217;attacco orientate contro la Russia. In una parallela escalation retorica e diplomatica, da un lato esponenti europei come il ministro degli Esteri polacco invitano a rifiutare il dialogo e ad accettare maggiori rischi nucleari a breve termine per esercitare pressione su Mosca, dall&#8217;altro la diplomazia russa avverte che ogni tentativo di isolare l&#8217;exclave di Kaliningrad o le manovre a ridosso dei propri confini rischiano di provocare un <strong>conflitto nucleare diretto sul continente.</strong></p>
<p>A coronare questo sgretolamento dell&#8217;architettura di sicurezza vi è il rischio imminente che crolli definitivamente il divieto di effettuare esperimenti atomici, un tabù che ha protetto il pianeta per trent&#8217;anni grazie alla moratoria legata al Trattato per la messa al bando totale dei test (CTBT). La conduzione da parte degli Stati Uniti di test subcritici nel deserto del Nevada e le accuse reciproche sulle preparazioni sperimentali hanno spinto il Cremlino a disporre l&#8217;immediata riattivazione del poligono artico di Novaja Zemlja. Questa rincorsa speculare minaccia di cancellare i decennali risultati diplomatici sul contenimento della radioattività, riportando l&#8217;umanità nell&#8217;incubo dei test e confermando come l&#8217;abbandono della diplomazia stia spingendo il mondo verso l&#8217;orlo di una catastrofe irreversibile.</p>
<p data-path-to-node="0">La storia della limitazione delle armi nucleari è costellata di accordi storici che, per cambiamenti politici, scadenze naturali o tensioni internazionali, sono stati disattivati, superati o abbandonati.</p>
<p data-path-to-node="1">Il primo grande tentativo di frenare la corsa agli armamenti portò agli accordi SALT I (Negoziati per la Limitazione delle Armi Strategiche, dall&#8217;inglese Strategic Arms Limitation Talks), firmati nel 1972 tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Questi accordi avevano una durata limitata a cinque anni e sono naturalmente scaduti per lasciare spazio a nuove intese. All&#8217;interno di quel clima nacque anche il trattato ABM (Trattato sui Missili Antibalistici, dall&#8217;inglese Anti-Ballistic Missile), che limitava i sistemi di difesa contro i missili a lungo raggio per garantire che la minaccia di distruzione reciproca rimanesse un deterrente valido. Questo accordo è rimasto in vigore per decenni, finché gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente nel 2002 per poter sviluppare nuovi scudi spaziali e sistemi di difesa nazionale.</p>
<p data-path-to-node="2">Il successore del primo accordo strategico, il SALT II (Secondo ciclo di Negoziati per la Limitazione delle Armi Strategiche), fu firmato nel 1979. Tuttavia, questo trattato non è mai entrato formalmente in vigore. Il Senato degli Stati Uniti si rifiutò di ratificarlo, rendendolo di fatto inattivo fin dall&#8217;inizio, sebbene entrambe le superpotenze ne abbiano rispettato ufficiosamente i limiti per diversi anni.</p>
<p data-path-to-node="3">Un altro pilastro fondamentale della sicurezza, in particolare per l&#8217;Europa, è stato il trattato INF (Trattato sulle Forze Nucleari a Raggio Intermedio, dall&#8217;inglese Intermediate-Range Nuclear Forces), firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. Questo accordo eliminò un&#8217;intera categoria di missili nucleari terrestri, i cosiddetti euromissili. Lo schieramento dei sistemi antimissile (scudo spaziale) di difesa ma anche di attacco da parte statunitense hanno causato reciproche accuse di violazione, causando il ritiro dal trattato nel 2019 che ne ha decretato la fine.</p>
<p data-path-to-node="4">Con la fine della Guerra Fredda si passò alla riduzione effettiva degli arsenali attraverso il trattato START I (Trattato di Riduzione delle Armi Strategiche, dall&#8217;inglese Strategic Arms Reduction Treaty). Firmato nel 1991, è stato un enorme successo che ha portato allo smantellamento di migliaia di testate nucleari. La sua inattivazione non è dovuta a un fallimento, ma semplicemente alla sua scadenza naturale, avvenuta nel 2009. Il suo successore, lo START II (Secondo Trattato di Riduzione delle Armi Strategiche), ha avuto invece un destino ben diverso. Firmato nel 1993 con l&#8217;obiettivo di vietare i missili intercontinentali con testate multiple, fu ratificato a fatica ma non entrò mai in vigore. La Russia si ritirò definitivamente dall&#8217;accordo nel 2002, proprio in risposta all&#8217;uscita americana dal trattato ABM.</p>
<p data-path-to-node="5">Successivamente, le due potenze firmarono il trattato SORT (Trattato sulle Riduzioni delle Offese Strategiche, dall&#8217;inglese Strategic Offensive Reductions Treaty), noto anche come Trattato di Mosca, nel 2002. Questo patto, molto flessibile, è stato disattivato nel 2011 perché è stato formalmente sostituito dal New START, <span class="citation-7 citation-end-7">In vista della scadenza naturale del 5 febbraio 2026, la Russia aveva avanzato la proposta di un&#8217;estensione volontaria di un anno dei limiti numerici imposti dal New START (Nuovo Trattato di Riduzione delle Armi Strategiche).</span> <span class="citation-6 citation-end-6">Tuttavia, gli Stati Uniti, lo scorso febbraio, hanno formalmente rifiutato questa offerta.</span> L&#8217;amministrazione statunitense ha motivato il suo rifiuto ritenendo che l&#8217;accordo fosse ormai svantaggioso e mal negoziato in origine, preferendo lasciarlo decadere con l&#8217;obiettivo dichiarato di puntare a un&#8217;intesa futura completamente nuova, che idealmente possa coinvolgere anche la Cina.</p>
<p data-path-to-node="5"><span dir="auto">Sul piano della non proliferazione, il pilastro fondamentale resta il TNP (Trattato di Non Proliferazione nucleare), entrato in vigore nel 1970 e rinnovato a tempo indefinito nel 1995. Il TNP vieta agli Stati non nucleari di ricevere o controllare armi atomiche, ma la sua operatività appare oggi, come abbiamo visto, fortemente erosa e svuotata dalla pratica della condivisione nucleare della NATO e dal ricorso costante alla minaccia atomica nelle crisi geopolitiche. Parallelamente, per promuovere un disarmo totale, nel 2017 è stato negoziato ed è poi entrato in vigore nel 2021 il TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, ovvero Trattato sulla proibizione delle armi nucleari). Sebbene sostenuto e ratificato da circa cento nazioni soprattutto del Sud globale per dichiarare illegittimo l&#8217;uso dell&#8217;atomo, il TPNW risulta inattivato e inefficace sul piano pratico a causa del rifiuto globale di aderirvi da parte dei nove Stati in possesso di arsenali nucleari.</span></p>
<div dir="auto">
<p>L&#8217;<strong>OST</strong> (<em>Outer Space Treaty</em>, ossia il <strong>Trattato sullo spazio extra-atmosferico</strong>), siglato nel 1967, stabilisce il principio cardine secondo cui lo spazio appartiene all&#8217;intera umanità e vieta tassativamente agli Stati firmatari di collocare in orbita attorno alla Terra oggetti portatori di armi nucleari o di qualsiasi altra arma di distruzione di massa, di installare tali armamenti sulla Luna o su altri corpi celesti, e di stazionare armi nello spazio siderale. A questo fondamentale pilastro si affiancava il <strong>PTBT</strong> (<em>Partial Test Ban Treaty</em>, ovvero <strong>Trattato sul bando parziale dei test nucleari</strong>) del 1963, che proibiva espressamente le detonazioni atomiche di prova nello spazio extra-atmosferico, oltre che nell&#8217;atmosfera e nelle acque ma oggi, l&#8217;efficacia e la tenuta dell&#8217;OST risultano gravemente inattivate e svuotate nei fatti a causa dell&#8217;avvio di una nuova e incontrollata corsa alla militarizzazione dello spazio. Lo sviluppo di vettori ipersonici capaci di traiettorie suborbitali o orbitali, il proliferare di armi anti-satellite e i recenti allarmi dell&#8217;intelligence sul possibile posizionamento di dispositivi nucleari in orbita, concepiti per generare impulsi elettromagnetici in grado di accecare o distruggere la rete satellitare nemica, stanno trasformando lo spazio attorno alla Terra in un potenziale teatro di scontro diretto.</p>
</div>
<h3><strong>Il fattore di instabilità dell&#8217;Intelligenza Artificiale e l&#8217;automatizzazione</strong></h3>
<p>A rendere la congiuntura strategica contemporanea ancora più fragile e imprevedibile rispetto all&#8217;epoca della Guerra Fredda contribuisce <strong>l&#8217;ingresso pervasivo dell&#8217;Intelligenza Artificiale e dei modelli algoritmici avanzati nei sistemi militari di simulazione, gestione delle crisi, comando e controllo</strong>. Se da un lato le burocrazie militari cercano nell&#8217;elaborazione automatizzata un rimedio ai tempi di reazione sempre più compressi, dall&#8217;altro le analisi scientifiche evidenziano vulnerabilità e rischi sistemici senza precedenti. Studi recenti e <em>wargame</em> condotti con i principali modelli di Intelligenza Artificiale &#8211; tra cui quelli analizzati in ambito accademico dal King&#8217;s College &#8211; mostrano infatti che, posti di fronte a scenari di crisi simulati, <strong>tali algoritmi tendono a soffrire di allucinazioni decisionali e a privilegiare in modo travolgente le opzioni belliche più aggressive</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Nel novantacinque per cento dei casi esaminati, i modelli hanno scelto di ricorrere all&#8217;impiego di armi nucleari tattiche, mentre nel settantasei per cento delle situazioni hanno optato per segnalazioni strategiche ad alta intensità che, invece di placare le tensioni, hanno innescato un&#8217;immediata escalation</strong></span>.</p>
<p>Questa tendenza algoritmica alla militarizzazione si innesta in un quadro operativo segnato dall&#8217;<strong>estrema contrazione dei tempi decisionali</strong>. Nel caso dei missili balistici intercontinentali, le finestre temporali a disposizione delle leadership per verificare la veridicità di un allarme e decidere la risposta si sono ridotte ad appena pochissimi minuti, <span style="color: #ff0000;"><strong>imponendo la logica spietata del &#8220;<span style="color: #000000;">lancio su allarme</span>&#8221; o dell&#8217;impiego immediato del proprio arsenale prima che venga distrutto nei silos</strong></span>. In un contesto dominato da questa urgenza drammatica, il rischio che un attacco informatico, un errore nei dati di rete o un&#8217;allucinazione dell&#8217;Intelligenza Artificiale inneschino una reazione nucleare involontaria cresce in modo esponenziale, superando le capacità umane di verifica.</p>
<p>A questa moderna vulnerabilità digitale si affianca la persistenza di apparati di ritorsione automatizzata concepiti nell&#8217;era sovietica e tuttora operativi, come il celebre sistema di difesa &#8220;<strong>Perimeter</strong>&#8220;, noto in Occidente con il nome di &#8220;Mano Morta&#8221;. Lontano dall&#8217;essere una semplice narrazione di fantasia, il Perimeter rappresenta una complessa e rigorosa architettura di sicurezza sviluppata per garantire la ritorsione atomica automatica qualora un primo colpo di sorpresa statunitense decapiti l&#8217;intero vertice politico e militare a Mosca. Il sistema fa perno su una fitta rete nevralgica di sensori sotterranei e atmosferici sparsi sull&#8217;immenso territorio russo, calibrati per rilevare in tempo reale i parametri inequivocabili di un&#8217;esplosione nucleare, quali picchi di radiazione, variazioni brusche di pressione atmosferica, lampi di luce e onde sismiche.</p>
<p>Dormiente in tempi di pace, il Perimeter può essere pre-attivato dalle autorità durante fasi di gravissima crisi internazionale. Se il sistema pre-armato registra la detonazione di ordigni atomici sul suolo nazionale e al contempo rileva la totale e irreversibile interruzione dei canali di comunicazione con lo Stato Maggiore, l&#8217;autorità di risposta passa automaticamente a un gruppo di ufficiali subalterni protetti in bunker ultra-fortificati, come il complesso scavato nella roccia dei Monti Urali. Qualora questi sopravvissuti confermino la catastrofe, scatta l&#8217;ultima fase del protocollo: da silos corazzati vengono lanciati speciali &#8220;missili di comando&#8221; che, alzandosi nello spazio sovrastante il Paese, trasmettono un segnale radio ininterrotto e crittografato contenente i codici di autorizzazione. Captato dai ricevitori, il segnale attiva direttamente l&#8217;hardware dei vettori intercontinentali nei silos, delle rampe mobili nelle foreste siberiane e dei sottomarini in immersione, avviando i lanci verso i bersagli pre-programmati senza alcuna ulteriore necessità di intervento umano. La combinazione tra i moderni deliri dell&#8217;Intelligenza Artificiale e l&#8217;inesorabilità dei meccanismi di ritorsione automatica disegna così un sistema globale intrinsecamente instabile, dove un singolo errore tecnico o algoritmico può chiudere definitivamente la storia dell&#8217;umanità.</p>
<h3><strong>La realtà scientifica della catastrofe e l&#8217;inverno nucleare</strong></h3>
<p>Di fronte alle narrazioni strategiche e mediatiche che tendono a minimizzare il pericolo definendo le nuove armi atomiche come ordigni &#8220;tattici&#8221; o a basso potenziale, la fisica, la medicina e la modellistica climatica smentiscono categoricamente qualsiasi illusione di un conflitto nucleare controllato. Ogni simulazione bellica condotta nel corso dei decenni conferma infatti che l&#8217;impiego anche di un singolo ordigno cosiddetto minore non conduce mai a una stabilizzazione negoziale, ma innesca una rincorsa di escalation che culmina inevitabilmente nello scambio atomico generale. Se questa spirale dovesse spezzarsi, la catastrofe globale si articolerebbe in tre fasi sequenziali di inaudita violenza e devastazione planetaria.</p>
<p><strong>La prima fase</strong>, destinata a verificarsi nell&#8217;arco di pochissimi minuti dalle prime detonazioni, vedrebbe l&#8217;innesco di esplosioni atomiche ad altissima quota concepite per generare un imponente Impulso Elettromagnetico. Questo fenomeno fisico neutralizzerebbe all&#8217;istante le reti elettriche, i sistemi di comunicazione e l&#8217;intera infrastruttura elettronica di interi continenti, piombando la civiltà digitale in un buio tecnologico totale prima ancora che le testate raggiungano il suolo. <strong>La seconda fase</strong> si manifesterebbe entro mezz&#8217;ora, con l&#8217;impatto dei missili balistici sui centri nevralgici, sui nodi di comando e sulle principali aree metropolitane. Le palle di fuoco generate dalle esplosioni, caratterizzate da temperature analoghe a quelle del nucleo solare, vaporizzerebbero istantaneamente ogni struttura nelle immediate vicinanze, mentre l&#8217;onda d&#8217;urto e l&#8217;irraggiamento termico trasformerebbero le metropoli in imponenti tempeste di fuoco e inferni a cielo aperto.</p>
<p>Tuttavia, la distruzione immediata e il fallout radiologico rappresentano soltanto l&#8217;inizio di un&#8217;apocalisse ben più estesa e duratura. <strong>La terza fase</strong>, la più letale su scala planetaria, coincide con il fenomeno dell&#8217;<strong>inverno nucleare</strong>. Gli incendi colossali sprigionati dalle città in fiamme immetterebbero oltre <strong>centocinquanta milioni di tonnellate di fuliggine</strong> e <strong>fumo nero</strong> direttamente <strong>nella stratosfera</strong>. Riscaldato dalla luce solare, questo strato di fumo si solleverebbe al di sopra delle nubi piovane e si disperderebbe su tutto l&#8217;emisfero settentrionale, rimanendo intrappolato per oltre un decennio e bloccando la radiazione solare in arrivo. Il conseguente crollo delle temperature globali, con cali fino a venti gradi nei terreni agricoli anche in piena estate, azzererebbe i raccolti e la produzione alimentare mondiale. A perdere la vita non sarebbero soltanto le popolazioni colpite direttamente dalle esplosioni, ma oltre cinque miliardi di persone, sterminate da una lenta e atroce carestia globale destinata a distruggere la biosfera e l&#8217;organizzazione sociale della specie umana.</p>
<h3><strong>L&#8217;anestesia delle coscienze e la necessità inderogabile della mobilitazione popolare</strong></h3>
<p>Nonostante la gravità senza precedenti del rischio di estinzione che incombe sulla civiltà umana, l&#8217;opinione pubblica contemporanea appare drammaticamente disinformata e anestetizzata. In netto contrasto con l&#8217;attenzione e il sano timore riservati a queste tematiche durante gli anni della Guerra Fredda, le minacce atomiche vengono oggi liquidate con superficialità dai vertici politici e dal sistema mediatico, il quale agisce come uno strumento di distrazione di massa capace di rimuovere il pericolo dalla percezione collettiva. Persino all&#8217;interno di molti movimenti per la pace si assiste a una deleteria rimozione del problema, alimentata dalla falsa illusione che la deterrenza possa funzionare all&#8217;infinito o che nessun leader possa spingersi fino all&#8217;impiego effettivo delle armi di distruzione di massa.</p>
<p data-path-to-node="1">Questa apatia generale contrasta profondamente con la straordinaria stagione di mobilitazione popolare che caratterizzò gli anni Ottanta. In quel decennio, la diffusa consapevolezza scientifica sui rischi dell&#8217;apocalisse atomica diede vita a imponenti manifestazioni di massa, come la storica marcia del <strong>12 giugno 1982, quando oltre un milione di persone invase Central Park a New York</strong> in concomitanza con una sessione speciale dell&#8217;ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) per chiedere la fine della corsa agli armamenti.</p>
<p data-path-to-node="2">Anche l&#8217;Italia fu protagonista assoluta di questa ondata pacifista, unendo il rifiuto della guerra alla difesa materiale del territorio. <strong>Il 4 aprile del 1982</strong>, in Sicilia, circa centomila persone invasero le piazze di <strong>Comiso</strong> per opporsi alla trasformazione dell&#8217;ex aeroporto militare in una gigantesca base destinata a ospitare 112 missili nucleari da crociera americani. Alla testa di quella mobilitazione c&#8217;era <strong>Pio La Torre</strong>, politico che per primo denunciò pubblicamente il duplice pericolo di quel progetto: da un lato trasformare l&#8217;isola in un bersaglio primario nel cuore del Mediterraneo, dall&#8217;altro innescare un giro di speculazioni e infiltrazioni mafiose attraverso i colossali appalti per la costruzione delle infrastrutture militari. Una denuncia coraggiosa che gli costò la vita, venendo assassinato da Cosa Nostra appena ventisei giorni dopo.</p>
<p data-path-to-node="3">La sua battaglia, sostenuta instancabilmente dai presidi internazionali per la pace e dalle azioni di disobbedienza civile del collettivo di donne &#8220;La Ragnatela&#8221; e dalla &#8220;Verde Vigna&#8221; ai cancelli della base siciliana, non andò perduta. Sfociò infatti, <strong>il 22 ottobre del 1983</strong>, in una gigantesca <strong>manifestazione a Roma</strong>: quasi un milione di cittadini sfilò in un immenso corteo verso Piazza San Giovanni per opporsi definitivamente all&#8217;installazione di quegli armamenti. Fu una convergenza storica che unì sindacati, mondo cattolico, nascenti movimenti ecologisti per la tutela del suolo e reti per i diritti civili.</p>
<p data-path-to-node="4">Questa fortissima pressione culturale e sociale dal basso vide in prima linea il mondo della scienza e della medicina, che in quegli anni divulgava per la prima volta i devastanti scenari climatici legati al cosiddetto inverno nucleare. Un impegno culminato nel 1985 con l&#8217;assegnazione del Premio Nobel per la Pace all&#8217;organizzazione IPPNW (Medici Internazionali per la Prevenzione della Guerra Nucleare, dall&#8217;inglese International Physicians for the Prevention of Nuclear War). Diretto in Italia da figure di primissimo piano come il Premio Nobel per la Medicina Daniel Bovet e sostenuto da personalità scientifiche come Rita Levi Montalcini, questo movimento diffuse capillarmente dati attendibili nelle scuole e nelle piazze, dimostrando che in un conflitto nucleare non vi sarebbero stati vincitori, ma solo vinti e danni ecologici irreversibili. Quell&#8217;eccezionale e trasversale coinvolgimento dei cittadini riuscì a esercitare un&#8217;influenza decisiva sulle leadership politiche mondiali, ispirando leader come Michail Gorbaciov e Ronald Reagan a intraprendere la via del disarmo bilaterale. Questa formidabile mobilitazione di massa fu infatti la spinta determinante che portò, nel 1987, alla firma del trattato INF (Trattato sulle Forze Nucleari a Raggio Intermedio). L&#8217;accordo rappresentò un successo senza precedenti: per la prima volta non si limitava a congelare gli arsenali, ma sanciva l&#8217;eliminazione fisica di un&#8217;intera categoria di armamenti, decretando lo smantellamento degli euromissili, inclusi i Cruise di Comiso, e dimostrando come l&#8217;azione popolare avesse concretamente cambiato il corso della storia.</p>
<p>Oggi si impone la medesima e indilazionabile urgenza morale e politica. Di fronte all&#8217;erosione dei trattati internazionali e alla crescente automazione dei comandi bellici, non è più possibile delegare la sopravvivenza del pianeta alle sole diplomazie o alle burocracie militari. Diventa indispensabile rompere il muro del silenzio, superare la rassegnazione e promovere una nuova e vasta mobilitazione dal basso. Soltanto una presa di coscienza diffusa da parte dei cittadini può generare la pressione necessaria per fermare la folle rincorsa al riarmo, imporre il rispetto del Trattato di Non Proliferazione e ripristinare la diplomazia e la convivenza pacifica come unica strada per garantire la salvezza dell&#8217;umanità.</p>
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Quali soluzioni? Fuori l’Italia dalla guerra</a><br />
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		<title>PERCHÉ NON AVEVAMO BISOGNO DI QUESTI NUOVI DATA CENTER COLLEGATI ALLA INTELLIGENZA ARTIFICIALE</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 08:38:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dai consumi elettrici record alle applicazioni militari. Il controllo dei nuovi data center è diventato una questione cruciale di sicurezza nazionale. Non più semplici magazzini di dati, ma un unico enorme macchinario. GPU, reti ultra-veloci e raffreddamento a liquido abilitano la sorveglianza di massa e la nuova cybersicurezza: sorveglianza, simulazioni belliche e fabbriche intelligenti. La&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Dai consumi elettrici record alle applicazioni militari. Il controllo dei nuovi data center è diventato una questione cruciale di sicurezza nazionale. Non più semplici magazzini di dati, ma un unico enorme macchinario. GPU, reti ultra-veloci e raffreddamento a liquido abilitano la sorveglianza di massa e la nuova cybersicurezza: sorveglianza, simulazioni belliche e fabbriche intelligenti.<br />
La concentrazione di potenza di calcolo senza precedenti pone nuove sfide per le libertà individuali e gli equilibri globali</h2>
<p>Dal calcolo generico dei Data Center tradizionali alla &#8220;fabbrica di intelligenza&#8221; delle GigaFactory dell’ intelligenza artificiale, le nuove funzionalità vanno dalle applicazioni militari alla sorveglianza digitale alla gestione delle fabbriche intelligenti.</p>
<p>Un data center tradizionale è pensato per ospitare tante attività diverse e poco esigenti singolarmente: <strong>siti web, posta, database, gestionali</strong>. Viceversa, un data center per l&#8217;IA è progettato attorno a un compito enorme e unico, cioè <strong>addestrare e far funzionare modelli facendo lavorare migliaia di chip come se fossero un solo computer</strong>. Da questa differenza discende quasi tutto il resto.</p>
<p>Nei centri tradizionali dominano le <strong>CPU</strong>, processori generalisti che eseguono poche operazioni complesse una dopo l&#8217;altra. Nei centri per l&#8217;IA operano <strong>GPU</strong> e acceleratori dedicati come i <strong>TPU di Google</strong> o i chip<strong> Trainium di AWS</strong>, che eseguono migliaia di operazioni contemporaneamente. Un singolo rack d&#8217;addestramento <em>[Un rack è un armadio metallico standardizzato, alto circa due metri, in cui si impilano server, switch di rete e apparati di alimentazione, tutti fissati su guide e collegati tra loro]</em> ospita da 8 a 16 GPU collegate tra loro in modo da funzionare come un&#8217;unica grande unità di calcolo.</p>
<p>Se si valuta la potenza elettrica assorbita la differenza è molto evidente. Una struttura di Information Technology (IT) tradizionale assorbe di solito <strong>7-10 kW per rack</strong>, mentre un data center per l&#8217;IA può arrivare a <strong>30-100 kW</strong>. Nei sistemi più recenti si va oltre: <strong>il GB300 NVL72 di Nvidia richiede fino a 142 kW per rack</strong>, e la piattaforma <strong>Vera Rubin può arrivare a 246 kW</strong> (Per un confronto 3 kW è in genere l’assorbimento di un’abitazione civile). Le medie di settore sono più basse perché includono anche gli impianti convenzionali, e variano molto a seconda dell&#8217;indagine: l&#8217;Uptime Institute indica 11 kW come valore più frequente nel 2026, mentre AFCOM parla di una media di 16 kW, con l&#8217;IA che richiede 30-40 kW o più. C&#8217;è anche un problema di peso: un rack di un data center IA, grande come un frigorifero, può pesare più di un pick-up.<br />
Cambia anche il modo in cui il carico si comporta. La ridondanza elettrica classica era pensata per consumi prevedibili e continui, mentre i carichi IA, a raffiche, possono far oscillare la potenza di megawatt nel giro di un secondo.</p>
<p>Con questi numeri il raffreddamento ad aria non basta più. <strong>Il raffreddamento ad aria funziona fino a circa 15 kW per rack</strong>, <strong>quello a liquido regge fino a oltre 200 kW</strong>, e sopra i 20-30 kW il liquido diventa obbligatorio. La soluzione più diffusa è <strong>la piastra fredda posta direttamente sul chip, che gestisce 100-150 kW per rack</strong> e nel 2026 detiene il 55% del mercato del raffreddamento a liquido. Un vantaggio collaterale è l&#8217;efficienza: con il raffreddamento diretto sul chip il PUE, l&#8217;indicatore che misura quanta energia va oltre il calcolo, scende a circa 1,10-1,20. I server IA raffreddati a liquido passano dal 15% del 2024 al 76% previsto per il 2026.</p>
<h3>Una rete tradizionale collega computer, una rete IA permette a migliaia di GPU di comportarsi come un unico sistema</h3>
<p>Relativamente alla rete, nei centri tradizionali il traffico è fatto di molte conversazioni indipendenti, e infatti le reti tollerano una forte sovrascrizione (oversubscription), perché non tutti i dispositivi trasmettono al massimo contemporaneamente. Nell&#8217;addestramento IA, invece, ogni GPU parla con tutte le altre nello stesso momento. Una rete lenta o con ritardi lascia i chip, che costano moltissimo, inutilizzati. Per questo si usano collegamenti da 400-800 Gbps come InfiniBand, Ethernet o NVLink, con topologie piatte e senza colli di bottiglia.</p>
<p><strong>Energia e territorio</strong>. Il peso sulla rete elettrica è il vero cambio di scala. Secondo l&#8217;IEA (International Energy Agency), nel 2025 la domanda elettrica dei data center è cresciuta del 17% e quella dei centri focalizzati sull&#8217;IA del 50%, contro un +3% della domanda globale. Sempre <strong>l&#8217;IEA prevede che il consumo totale raddoppi entro il 2030, da 485 a 950 TWh (circa il 3% della domanda mondiale), con la quota IA che triplica fino a 465 TWh</strong>. Di conseguenza la disponibilità di potenza pesa oggi più della connettività nella scelta dei siti, con operatori che cercano località da 300 MW e oltre. Quando la rete non riesce a seguire, alcuni ricorrono alla generazione in loco, ma secondo l&#8217;IEA alimentare un carico così variabile col gas richiede di sovradimensionare la produzione del 30-70%.</p>
<p>Una precisazione importante. L&#8217;IA non è un mostro energetico per sua natura. Se tutte le ricerche web fossero sostituite da semplici richieste testuali a un&#8217;IA, si consumerebbero meno di 4 TWh l&#8217;anno, meno dell&#8217;1% dei consumi attuali dei data center. Il problema nasce dall&#8217;addestramento, dagli agenti e soprattutto dalla scala.</p>
<p><strong>Nuove funzionalità</strong><br />
Un data center IA di nuova generazione concentra una capacità di calcolo che rende praticabili, su larga scala, applicazioni che prima erano troppo lente o costose, e per questo molte sono &#8220;a duplice uso&#8221;, cioè civili e militari insieme. In ambito militare permette di addestrare modelli che analizzano in tempo quasi reale immagini satellitari, flussi di droni e segnali intercettati, di simulare scenari operativi complessi e di supportare la logistica e le decisioni dei comandi, mentre l&#8217;impiego sul campo richiede di norma modelli più leggeri, addestrati in questi centri e poi trasferiti sui dispositivi.<br />
<strong><em>Nella sorveglianza digitale</em> la stessa potenza consente di riconoscere volti, targhe e comportamenti in milioni di flussi video, di incrociare grandi archivi di dati e di trascrivere e analizzare comunicazioni in molte lingue: sono capacità efficaci proposte per la sicurezza pubblica, ma tra le più delicate per le libertà individuali, tanto che, almeno in questa fase, l&#8217;Unione europea con l&#8217;AI Act ha vietato l&#8217;identificazione biometrica in tempo reale negli spazi pubblici, salvo eccezioni circoscritte.</strong><br />
<em><strong>Nelle fabbriche intelligenti</strong></em> consentono “gemelli digitali” che simulano un intero stabilimento prima di costruirlo, visione artificiale che individua difetti in linea, manutenzione predittiva e robot guidati da modelli capaci di adattarsi a compiti nuovi.<br />
<em><strong>In cybersicurezza</strong></em> l&#8217;effetto è a doppio taglio: chi difende può usare l&#8217;IA per leggere in pochi istanti le miliardi di annotazioni automatiche che i computer registrano su ogni accesso e ogni operazione, accorgersi di comportamenti ritenuti sospetti e falle di sicurezza, e reagire subito senza attendere l&#8217;intervento di una persona mentre gli attaccanti possono usare strumenti analoghi per automatizzare il phishing, la ricerca di falle e la scrittura di codice ostile.<br />
Lo stesso schema vale per altri campi, come <em><strong>la scoperta di farmaci, la previsione meteorologica e la finanza</strong></em>: il data center è un moltiplicatore di capacità, e se l&#8217;effetto sia benefico o dannoso dipende da chi lo controlla, per quali scopi e con quali regole. Per questo la sovranità del calcolo, cioè chi possiede i chip e le infrastrutture, è diventata anche una questione geopolitica e di sicurezza nazionale assai delicata e critica.</p>
<p><em><strong>Usi militari.</strong></em> Queste cattedrali di calcolo dell&#8217;intelligenza artificiale si sono trasformate nei nuovi centri nevralgici del comando strategico globale, dove la potenza dei server definisce i confini della difesa nazionale. All&#8217;interno di queste strutture, l&#8217;addestramento continuo di modelli complessi permette di analizzare simultaneamente flussi infiniti di immagini satellitari e intercettazioni, anticipando gli scenari operativi ancor prima che si manifestino sul campo di battaglia. Questa immensa capacità di simulazione e decodifica in tempo reale ridisegna la logistica militare, trasformando l&#8217;infrastruttura tecnologica e i chip che la alimentano non solo in strumenti di supporto, ma nel teatro stesso di una silenziosa corsa agli armamenti digitali.</p>
<p>Detto in breve, il data center tradizionale è un edificio che ospita computer, mentre quello per l&#8217;IA, la &#8220;gigafactory&#8221; dell&#8217;intelligenza artificiale, è un unico macchinario in cui edificio, elettricità, acqua e rete fanno parte del calcolo. Proprio perché concentra una potenza prima impensabile, serve sia a usi benefici come nel caso dei data Center tradizionali, sia a usi molto critici come l&#8217;analisi militare, la sorveglianza di massa e gli attacchi informatici automatizzati. Chi controlla questi impianti, i chip e l&#8217;energia che li alimentano detiene quindi un vantaggio che è insieme economico, strategico e politico, e per questo la questione riguarda ormai anche la sicurezza nazionale, la tutela delle libertà individuali e il peso dei consumi sulle reti elettriche.</p>
<p>Fonti: Data Center World; Data Center Knowledge; DCD; Lombard Odier; CoreSite; USPE; DC&amp;T Global; IEA, Key questions on energy and AI; Enlit/IEA; Sardina Systems; arXiv; CTRLS; Network World; FS; NetForChoice; NetworkPhil</p>
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		<title>I DATA CENTER COME NUOVO FRONTE DELLA GUERRA. LA HYPERWAR</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 21:46:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dai raid russi in Ucraina agli attacchi iraniani nel Golfo Persico, I Data Center diventano obiettivi legittimi. L&#8217;integrazione degli hyperscaler nelle operazioni belliche li rivela nella loro funzione di sistema nervoso centrale dei conflitti moderni L&#8217;idea del cloud come un&#8217;architettura eterea e neutrale si è definitivamente infranta contro la cruda realtà della guerra contemporanea, lasciando&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Dai raid russi in Ucraina agli attacchi iraniani nel Golfo Persico, I Data Center diventano obiettivi legittimi. L&#8217;integrazione degli hyperscaler nelle operazioni belliche li rivela nella loro funzione di sistema nervoso centrale dei conflitti moderni</h2>
<p>L&#8217;idea del cloud come un&#8217;architettura eterea e neutrale si è definitivamente infranta contro la cruda realtà della guerra contemporanea, lasciando il posto al nuovo <strong>complesso militare-informativo</strong>. I centri di elaborazione dati e le <em>AI Gigafactory</em> sono diventati il vero e proprio <strong>cervello operativo</strong> e il sistema nervoso centrale di qualsiasi apparato bellico avanzato. All&#8217;interno di queste strutture, server ad altissima densità <strong>elaborano ininterrottamente terabyte di informazioni provenienti da satelliti spia, droni da ricognizione, intercettazioni di segnale e sensori di campo. Attraverso modelli di intelligenza artificiale e architetture ad agenti autonomi, questi centri filtrano il rumore di fondo, individuano i movimenti nemici e calcolano in tempo reale le coordinate di puntamento per l&#8217;artiglieria e per gli sciami di droni. Allo stesso tempo, i data center regolano la logistica militare automatizzata, gestendo il movimento, lo stoccaggio e la consegna di munizioni, carburante, ricambi e truppe direttamente verso la linea del fronte</strong>.</p>
<h4>Intelligenza artificiale, reti auto-rigeneranti e condivisione dei dati superano la percezione umana per guidare la logistica e il calcolo tattico</h4>
<p>Questa massiccia integrazione algoritmica spinge il conflitto verso la dimensione della cosiddetta <em><strong>hyperwar</strong></em>, ovvero una guerra condotta a velocità algoritmica che supera i tempi della percezione umana. <strong>L&#8217;analisi automatizzata fornisce raccomandazioni di bersaglio istantanee, riducendo l&#8217;intervento dei comandi militari a un semplice timbro formale e dissolvendo la responsabilità etica e legale dell&#8217;atto bellico</strong>. Per sostenere questo livello di calcolo, le forze armate occidentali e internazionali hanno abbandonato la dipendenza da reti esclusivamente proprietarie, integrando direttamente i colossi commerciali dell&#8217;<em>hyperscaling</em> &#8211; come Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google e Oracle &#8211; all&#8217;interno dei programmi di difesa nazionale. Questa sovrapposizione crea una natura intrinsecamente <em><strong>dual-use</strong></em> (a duplice uso), in cui i carichi di calcolo militari e i dati civili di banche e sanità condividono lo stesso tetto, i medesimi processori, la fibra ottica interrata e i sistemi di raffreddamento. Ai sensi dell&#8217;<strong>Articolo 52 del I Protocollo Aggiuntivo delle Convenzioni di Ginevra</strong> e delle valutazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa, quando un&#8217;infrastruttura commerciale offre un contributo effettivo e rilevante alle capacità belliche, perde la sua protezione civile e diventa a tutti gli effetti un <strong>obiettivo militare legittimo (<em>target</em> cinetico)</strong>. Inoltre, per ridurre i tempi di latenza e accedere alle reti ad alta tensione, queste cattedrali di silicio vengono comunemente edificate a ridosso dei centri urbani, <strong>trasformando le popolazioni civili in scudi umani</strong> ed esponendole al rischio diretto di bombardamenti.</p>
<p>L&#8217;evoluzione degli attacchi fisici contro le strutture informatiche &#8211; nota come <strong>convergenza cinetico-cibernetica</strong> &#8211; vanta una precisa continuità tattica. Durante l&#8217;operazione <em>Allied Force</em> della NATO in Jugoslavia nel 1999, i bombardamenti presero di mira i ripetitori televisivi, i nodi telefonici e i primordiali centri di smistamento dati di Belgrado. Una strategia analoga fu applicata nel 2003 durante l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq, dove potenti raid aerei distrussero gli hub di telecomunicazione e i server governativi di Baghdad. Un punto di svolta fondamentale si è verificato a Gaza nel maggio 2019, quando le Forze di Difesa Israeliane (IDF) rasero al suolo un edificio commerciale che ospitava un&#8217;unità di hacker di Hamas, segnando il primo caso dichiarato in cui un&#8217;offensiva informatica è stata presa di mira con un bombardamento cinetico immediato anziché con un contro-hackeraggio.</p>
<h4>Dai raid russi in Ucraina agli attacchi iraniani nel Golfo Persico, le infrastrutture commerciali a duplice uso diventano obiettivi legittimi</h4>
<p>Il conflitto russo-ucraino (2022-2026) rappresenta il teatro centrale di questa <strong>guerra alle infrastrutture digitali</strong>. Dopo l&#8217;attacco ibrido del febbraio 2022 contro i terminali satellitari Viasat KA-SAT e le torri di trasmissione, nel settembre 2026 le forze russe hanno sferrato una massiccia offensiva con missili e droni su Kiev, colpendo duramente i data center e le sedi degli operatori Kosmonova, MiroHost, Kyivstar, Vodafone Ukraine, UTELS e Datagroup. Il Ministero della Difesa russo ha ufficialmente rivendicato gli attacchi, sostenendo che tali centri fornissero un supporto logistico e operativo diretto e indispensabile alle forze armate ucraine (necessariamente con il supporto della NATO) per colpire la Russia in profondità. Sul fronte opposto, la risposta di Kiev si è concretizzata in attacchi coordinati con droni contro l&#8217;architettura cloud del colosso tecnologico russo Yandex. I bombardamenti hanno colpito e disabilitato i data center di Sasov nella regione di Ryazan, di Kaluga nel parco industriale Grabtsevo (con oltre 3.800 rack di server danneggiati) e di Vladimir nella zona di disponibilità <em>ru-central1-a</em>. Con tre centri su cinque fuori servizio, Yandex è stata costretta a dichiarare lo stato d&#8217;emergenza della piattaforma e ad avvertire i clienti dell&#8217;instabilità dei server, mentre la grave carenza globale di processori e memorie ad alta velocità rischia di far slittare il ripristino completo degli impianti fino al 2028.</p>
<p>Nel contesto mediorientale, il Golfo Persico si è trasformato in uno dei fronti più caldi della militarizzazione del cloud. L&#8217;Iran ha adottato una dottrina bellica esplicita che equipara le infrastrutture informatiche delle multinazionali occidentali a basi militari e raffinerie. Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell&#8217;Iran ha dichiarato testualmente che <strong>&#8220;in caso di un nuovo conflitto su vasta scala, una parte significativa dei cavi, dei data center, delle strutture di intelligenza artificiale e di altri siti sensibili nella regione verrebbe distrutta&#8221;</strong>. Tramite l&#8217;agenzia Tasnim, legata alle Guardie della Rivoluzione Islamica, Teheran ha diffuso una lista formale di bersagli statunitensi da colpire, citando Amazon, Microsoft, Google, Oracle, IBM, Nvidia e Palantir. Tra marzo e aprile 2026, sciami di droni iraniani e gruppi collegati come <em>Handala</em> hanno attaccato i complessi di data center di Amazon Web Services (AWS) e Oracle in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti. Le conseguenze operative sono state devastanti: il 15 settembre 2026 Amazon ha comunicato ufficialmente la <strong>cancellazione irreversibile dei dati</strong> di numerose aziende, provocata dai crolli strutturali e dal successivo allagamento dei server causato dall&#8217;attivazione degli impianti antincendio. Questo episodio ha dimostrato l&#8217;inadeguatezza delle ridondanze commerciali civili e l&#8217;estrema asimmetria del conflitto, in cui droni dal costo di poche migliaia di dollari possono neutralizzare cattedrali tecnologiche da miliardi di dollari capaci di condizionare il 30% del traffico internet globale.</p>
<p>La vulnerabilità fisica si estende anche al di sotto della superficie degli oceani, dove i cavi sottomarini in fibra ottica trasportano oltre il 95% del traffico dati e migliaia di miliardi in transazioni finanziarie giornaliere. Le nazioni e i loro <em>proxy</em> conducono azioni di <strong>guerra in zona grigia (<em>grey-zone warfare</em>)</strong>, operando al di sotto della soglia che innescherebbe una risposta militare aperta. La tattica prevalente consiste nell&#8217;impiegare mercantili o pescherecci che &#8220;accidentalmente&#8221; trascinano le ancore sui fondali per tranciare le dorsali strategiche, come registrato alle isole Matsu a Taiwan e nel Mar Baltico. Inoltre, il traffico viene forzato all&#8217;interno di colli di bottiglia geografici come lo Stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez, dove il sabotaggio prolungato isola interi continenti. Parallelamente, la catena di approvvigionamento viene militarizzata attraverso sondaggi sottomarini a doppio uso per mappare le rotte dei sottomarini e l&#8217;inserimento di <em>backdoor</em> o chip infetti all&#8217;interno dell&#8217;hardware di rete durante la produzione.</p>
<h4 data-path-to-node="0">La distruzione fisica delle infrastrutture di rete ha spinto verso reti fluide, decentralizzate e invisibili</h4>
<p data-path-to-node="1">Di fronte alla dimostrata fragilità dei grandi centri di calcolo monumentali e statici, le dottrine militari e la NATO stanno attuando una drastica riorganizzazione architetturale verso modelli decentralizzati e fluidi. Fino a poco tempo fa, il cuore pulsante delle operazioni militari e logistiche era rappresentato dai grandi data center. Possiamo immaginarli come immensi castelli tecnologici: giganteschi, potentissimi, ma allo stesso tempo statici, impossibili da nascondere e quindi facilissimi da colpire per un missile o un drone nemico. Se il castello crolla, l&#8217;intero esercito rimane cieco e paralizzato. La NATO ha compreso che questa fragilità non è più accettabile. Di conseguenza, la nuova Strategia Digitale della Difesa per gli anni dal 2026 al 2030 ha deciso di smantellare l&#8217;idea del &#8220;castello&#8221; per creare una rete fluida, invisibile e meno facilmente distruttibile.</p>
<p data-path-to-node="2">Il primo grande passo di questa trasformazione è il passaggio da un sistema &#8220;incentrato sulla rete&#8221; a uno &#8220;incentrato sui dati&#8221;. In passato, la logica era: creo una rete chiusa e sicura, e chiunque abbia le chiavi per entrarvi può vedere tutto ciò che vi transita. Oggi questo non basta più, perché le alleanze internazionali sono complesse e i segreti di Stato vanno tutelati. Nasce così il <em>&#8220;Digital Backbone&#8221;</em>, ovvero una sorta di spina dorsale digitale che unisce tutti i Paesi alleati. Il suo segreto si chiama &#8220;condivisione senza resa&#8221;: i Paesi della NATO possono collaborare sullo stesso sistema senza dover consegnare i propri segreti militari agli alleati. Come è possibile? Attraverso &#8220;lucchetti intelligenti&#8221; applicati non più alla porta d&#8217;ingresso della rete, ma al singolo dato. Ogni documento o informazione è protetto da un sistema che verifica all&#8217;istante chi lo sta richiedendo: controlla la nazionalità dell&#8217;utente, il suo grado, le sue autorizzazioni e le regole dettate da chi ha creato quel file. È come se, all&#8217;interno di una gigantesca biblioteca condivisa, i libri diventassero trasparenti o illeggibili a seconda di chi li prenda in mano in quel momento.</p>
<p data-path-to-node="3">Ma come si porta questa tecnologia sul campo di battaglia vero e proprio, in mezzo al fango e alle esplosioni? Qui entra in gioco <em>l&#8217;Edge Computing</em>, che letteralmente significa &#8220;calcolo all&#8217;estremità&#8221;. Invece di raccogliere le informazioni da un drone e mandarle a un computer lontano migliaia di chilometri per farle analizzare, si dota il drone stesso, o il carro armato, o il mezzo logistico, di un &#8220;cervello&#8221; elettronico capace di elaborare i dati sul posto. Le decisioni vengono prese in millesimi di secondo direttamente sulla linea del fronte.</p>
<p data-path-to-node="4">Tutto questo &#8220;ragionare sul campo&#8221; ha bisogno di una via di comunicazione istantanea per coordinarsi. <strong>Per questo si usano le reti 5G Tattiche, reti cellulari militari, invisibili ai radar civili</strong>, portate direttamente nei teatri operativi. Il Progetto Pilota 5, sperimentato dalla Spagna nella base di Lešť in Slovacchia, ha dimostrato proprio questo, utilizzando un concetto affascinante: l&#8217;architettura a maglia auto-rigenerante. Immaginate l&#8217;acqua che scorre lungo un pendio; se mettete un grosso masso in mezzo, l&#8217;acqua non si ferma, ma trova all&#8217;istante una via alternativa per aggirarlo e continuare a scendere. La rete auto-rigenerante fa esattamente la stessa cosa con i dati. Se un missile distrugge un&#8217;antenna, o se il nemico usa potenti disturbatori elettronici (jammer) per accecare un nodo della rete, il sistema se ne accorge in una frazione di secondo e reindirizza tutto il traffico dati verso altri nodi ancora funzionanti. La comunicazione non si interrompe mai&#8230;</p>
<p data-path-to-node="5">Naturalmente, per supportare questo enorme flusso di calcolo, serve comunque una potenza che i piccoli computer sui mezzi non possono garantire da soli. La soluzione sta nei <strong>Data Center Trasportabili</strong>, come quelli <strong>sviluppati dall&#8217;azienda italiana Italtel</strong>. Si tratta di veri e propri &#8220;cervelli in scatola&#8221;: container standardizzati, corazzati, che sembrano normali casse da carico ma contengono server potentissimi. Possono essere caricati su un aereo o un camion, scaricati in mezzo al deserto o in una foresta, accesi in poche ore e spostati il giorno dopo, rendendo impossibile per il nemico avere un bersaglio fisso da colpire.</p>
<p data-path-to-node="6">Infine, c&#8217;è il livello più alto e strategico, quello dei comandi generali. Per garantire che l&#8217;intera architettura della NATO continui a funzionare anche durante un&#8217;apocalisse cibernetica o un bombardamento su vasta scala, è stato firmato il maxi-contratto da duecento milioni di euro con Leonardo e Accenture. Il loro compito è costruire il <em>Protected Business Network</em>, ovvero <strong>una &#8220;nuvola&#8221; (multi-cloud) corazzata e distribuita a livello globale</strong>. I dati più critici e classificati dell&#8217;Alleanza non risiederanno più in un singolo luogo fisico, ma saranno frammentati, criptati e replicati su innumerevoli server sparsi per il mondo. Anche se un&#8217;intera nazione dovesse subire un attacco informatico devastante o la distruzione fisica delle proprie infrastrutture, il sistema generale continuerebbe a operare senza esitazioni, garantendo che i rifornimenti e gli ordini continuino ad arrivare esattamente dove e quando servono.</p>
<p data-path-to-node="6">FONTI</p>
<div id="model-response-message-contentr_a8f7e251ef3c4f81" class="markdown markdown-main-panel md-content enable-luminous-fast-follows enable-updated-hr-color stronger" dir="ltr" aria-busy="false" aria-live="polite">
<div><b data-path-to-node="0,0,0" data-index-in-node="0">NATO Communications and Information Agency (NCIA):</b> Fonte primaria per i comunicati ufficiali e i dettagli tecnici sui contratti di potenziamento cloud dell&#8217;Alleanza, inclusi gli accordi per il Protected Business Network (PBN) con partner industriali come Leonardo e Accenture.</div>
<div><b data-path-to-node="0,1,0" data-index-in-node="0">NATO Allied Command Transformation (ACT):</b> Ente di riferimento per i documenti strategici sulla transizione da un modello &#8220;net-centric&#8221; a uno &#8220;data-centric&#8221; (Digital Transformation vision al 2030) e per lo sviluppo del Digital Backbone alleato.</div>
<div><b data-path-to-node="0,2,0" data-index-in-node="0">Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR):</b> Autorità massima per l&#8217;interpretazione del Diritto Internazionale Umanitario. I suoi dossier e position paper sul cyber warfare chiariscono l&#8217;applicazione dell&#8217;Articolo 52 della Convenzione di Ginevra sulle infrastrutture civili &#8220;dual-use&#8221; e la perdita di protezione per gli hyperscaler commerciali.</div>
<div><b data-path-to-node="0,3,0" data-index-in-node="0">NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence (CCDCOE):</b> Il centro di eccellenza di Tallinn è la fonte istituzionale più autorevole per l&#8217;analisi giuridica e militare della &#8220;convergenza cinetico-cibernetica&#8221; (es. il Manuale di Tallinn applicato agli attacchi fisici su infrastrutture digitali).</div>
<div><b data-path-to-node="0,4,0" data-index-in-node="0">Ministero della Difesa (Spagna) e NATO Multinational Battlegroup Slovakia:</b> Fonti ufficiali per i report operativi, i test sul campo e le specifiche del Progetto Pilota 5 (PP5) relativo all&#8217;impiego del 5G tattico nella base di Lešť.</div>
<div><b data-path-to-node="0,5,0" data-index-in-node="0">Center for Strategic and International Studies (CSIS) / Royal United Services Institute (RUSI):</b> I think tank più influenti a livello globale per l&#8217;analisi tattica indipendente. Pubblicano report dettagliati sugli attacchi alle infrastrutture critiche in teatri specifici, come la guerra russo-ucraina e la militarizzazione del Golfo Persico da parte dell&#8217;Iran.</div>
<div><b data-path-to-node="0,6,0" data-index-in-node="0">Dipartimento della Difesa USA (DoD) e UK Ministry of Defence:</b> I rispettivi portali istituzionali (come la &#8220;Digital Strategy for Defence&#8221;) offrono i testi integrali delle dottrine di modernizzazione, dell&#8217;edge computing e dell&#8217;integrazione di sistemi IA commerciali (Project Maven, JWCC) nelle reti militari.</div>
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		<title>LA DOMANDA DI ENERGIA DEI DATA CENTER FARÀ AUMENTARE LA BOLLETTA DI TUTTI</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 10:17:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come si forma il prezzo dell’elettricità e perché i data center possono incrementarlo in modo brutale Il progetto di Data Center a Caselle Torinese di 250 MegaWatt di potenza comporterebbe un consumo di 2,19 Terawatt di energia elettrica, praticamente l&#8217;equivalente del fabbisogno di energia elettrica della città di Torino. Per capire che cosa può succedere&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 class="p1"><b>Come si forma il prezzo dell’elettricità e perché i data center possono incrementarlo in modo brutale </b></h2>
<p class="p1">Il progetto di Data Center a Caselle Torinese di 250 MegaWatt di potenza comporterebbe un consumo di 2,19 Terawatt di energia elettrica, praticamente l&#8217;equivalente del fabbisogno di energia elettrica della città di Torino.</p>
<p class="p1">Per capire che cosa può succedere quando decine di nuovi data center si collegano alla rete elettrica italiana bisogna prima capire una cosa apparentemente semplice, ma che spesso viene raccontata in modo troppo complicato: <b>come si forma il prezzo dell’energia elettrica che paghiamo in bolletta</b>.</p>
<p class="p1">L’elettricità non è ancora come un’automobile che può essere prodotta oggi, immagazzinata in un magazzino e venduta domani. Per la maggior parte del tempo deve essere prodotta esattamente nel momento in cui viene consumata. In ogni istante Terna deve quindi mantenere in equilibrio la quantità di energia immessa nella rete e quella prelevata da famiglie, imprese, treni, industrie e, sempre più, data center.</p>
<p class="p1">È questo equilibrio continuo fra domanda e offerta che sta alla base del funzionamento del mercato elettrico.</p>
<p class="p1">Ogni giorno, nel Mercato del Giorno Prima gestito dal Gestore dei Mercati Energetici, i produttori presentano le loro offerte per vendere elettricità nelle ore del giorno successivo. Le offerte vengono ordinate partendo, in linea generale, da quelle economicamente più convenienti. Il mercato accetta progressivamente le offerte fino a quando viene raggiunta la quantità di energia richiesta. L’ultima offerta necessaria per soddisfare la domanda determina il cosiddetto <b>prezzo marginale</b>: tutte le offerte accettate in quella zona e in quella determinata ora vengono valorizzate sulla base di quel prezzo. È il meccanismo del <i>market clearing price</i> descritto dal GME. (<a href="https://gme.mercatoelettrico.org/it-it/Home/Glossario/?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">GME Mercato Elettrico</span></a>)</p>
<p class="p1">È qui che si trova una delle chiavi per comprendere il rapporto fra data center e prezzo dell’elettricità.</p>
<p class="p1">Immaginiamo una determinata ora della giornata. Una parte dell’elettricità viene prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici, che hanno costi marginali molto bassi: una volta costruito l’impianto, il sole e il vento non devono essere acquistati. Possono poi entrare in gioco impianti idroelettrici, altri impianti rinnovabili e impianti termoelettrici. Fra questi ultimi il gas naturale ha ancora un ruolo molto importante nel sistema elettrico italiano.</p>
<p class="p1">Supponiamo che, in quella determinata ora, la domanda sia di 40 gigawatt. Il mercato utilizzerà prima l’energia disponibile a costi marginali più bassi. Se però la domanda cresce fino a 45 gigawatt, potrebbe essere necessario chiamare in funzione un impianto più costoso. Se per soddisfare quei cinque gigawatt supplementari occorre utilizzare una centrale a gas, il prezzo marginale dell’ora può essere determinato dall’offerta di quell’impianto.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel mercato all&#8217;ingrosso, il prezzo dell&#8217;elettricità può quindi essere determinato da una centrale a gas, anche quando una parte dell&#8217;energia acquistata proviene da impianti fotovoltaici con costi marginali molto bassi. Il ricavo effettivo dei produttori rinnovabili, tuttavia, dipende anche dagli eventuali contratti per differenza, dai contratti di acquisto a lungo termine e dagli altri meccanismi di incentivazione. Questi strumenti possono stabilizzare la remunerazione del produttore, ma non impediscono di per sé che un aumento della domanda faccia salire il prezzo all&#8217;ingrosso.(vedi scheda)</span></p>
<p class="p1">Il risultato può sembrare paradossale: <b>un impianto fotovoltaico che produce elettricità a costo marginale quasi nullo può essere remunerato, in quella stessa ora, a un prezzo determinato da una centrale a gas molto più costosa.</b></p>
<p class="p1">Questo è uno dei motivi per cui il prezzo dell’elettricità italiana rimane fortemente influenzato dal prezzo del gas, anche quando una parte dell’elettricità viene prodotta da fonti rinnovabili.</p>
<p class="p1">Ma c’è un’altra caratteristica fondamentale del mercato italiano. Il prezzo non è necessariamente identico in tutta Italia. Il sistema è diviso in zone e, quando la rete non riesce a trasferire tutta l’elettricità disponibile da una zona all’altra, <span style="color: #ff0000;"><strong>possono formarsi prezzi zonali differenti</strong></span>. Il GME spiega che il prezzo di equilibrio può quindi essere diverso nelle diverse zone quando esistono vincoli di trasmissione. (<a href="https://gme.mercatoelettrico.org/it-it/Home/Glossario/?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">GME Mercato Elettrico</span></a>)</p>
<p class="p1">Questo particolare diventa molto importante quando arrivano grandi consumatori come i Data Center, concentrati geograficamente.</p>
<p class="p1">Un data center non è infatti un normale consumatore elettrico. Un grande centro di elaborazione dati può richiedere decine, centinaia di megawatt e, nel caso dei progetti più grandi, una potenza ancora superiore. <strong>Inoltre deve funzionare in modo continuativo</strong>. I server non possono semplicemente spegnersi perché in una certa ora l’elettricità costa troppo.</p>
<p class="p1">Ed è proprio questa caratteristica a distinguere un data center da molti altri consumatori.</p>
<p class="p1">Se una nuova industria decide di consumare molta energia elettrica, la domanda nazionale aumenta. <span style="color: #ff0000;"><strong>Se invece molti grandi data center si concentrano nella stessa area geografica, può aumentare contemporaneamente la domanda locale e la pressione sulla rete di quella zona</strong></span>.</p>
<p class="p1">È una differenza decisiva.</p>
<p class="p1">La Banca d’Italia, in uno studio pubblicato nel giugno 2026, ha analizzato proprio questo fenomeno. La conclusione è molto prudente ma significativa: il consumo complessivo dei data center può essere ancora relativamente contenuto rispetto alla domanda elettrica totale, ma <b>in alcune aree la loro incidenza sulla domanda locale può diventare significativa, con potenziali effetti sui prezzi dell’elettricità e rischi di congestione delle reti</b>. (<a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2026-1014/index.html?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">Banca d’Italia</span></a>). La Banca d’Italia, analizzando l’espansione internazionale dei data center, osserva che il loro consumo complessivo seppure rimanesse relativamente contenuto rispetto alla domanda elettrica totale, ma che <b>la concentrazione geografica può produrre effetti significativi sui prezzi locali e sulla congestione della rete</b>.</p>
<p class="p1">Ed è esattamente ciò che sta cominciando ad emergere in Italia.</p>
<p class="p1">Al 21 agosto 2026 risultavano a Terna 531 richieste di connessione alla rete per nuovi data center, per una potenza complessiva di <b>95,38 gigawatt</b> (attualmente hanno superato i 100). È una cifra enorme: quasi il doppio del massimo assorbimento contemporaneo registrato dalla rete italiana nel 2026, che è stato di circa 58 gigawatt. Ma bisogna fare molta attenzione a non confondere le richieste di connessione con i data center che saranno realmente costruiti. ARERA sottolinea esplicitamente che una parte consistente delle richieste non arriverà alla realizzazione.</p>
<p class="p1">Il numero di 95,38 gigawatt, quindi, <b>non significa che l’Italia stia per consumare altri 95 gigawatt di elettricità</b>. <span class="s1">Delle centinaia di pratiche registrate, Terna prevede che la capacità effettivamente installata ed entrata in esercizio entro il 2030 sarà compresa solo tra </span><span class="s2">1,5 e 2 GW</span><span class="s1"> in totale su tutto il territorio nazionale.</span><span class="s3"> </span></p>
<p class="p1">Significa però qualcosa di altrettanto interessante: esiste una pressione potenziale sulla rete di dimensioni mai viste prima e una parte enorme di questa pressione è concentrata in alcune aree del Paese. Altreconomia aveva già segnalato nell’ottobre 2025 che le richieste di connessione per Data Center avevano superato i 55 gigawatt e che la concentrazione delle richieste poneva problemi di saturazione della rete, oltre ad alimentare fenomeni speculativi sui terreni. (<a href="https://altreconomia.it/il-mercato-italiano-dei-data-center-e-a-un-bivio-tra-bolla-speculativa-e-consumi-fuori-scala/?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">Altreconomia</span></a>)</p>
<p class="p1">A questo punto possiamo capire il primo possibile effetto dei Data Center sul prezzo dell’elettricità.</p>
<p class="p1"><b>Se la domanda cresce più rapidamente della capacità produttiva disponibile nelle ore e nelle zone interessate, per soddisfarla possono essere chiamati a contribuire alla richiesta supplementare impianti più costosi. Se l’impianto marginale necessario a soddisfare la domanda è una centrale a gas, il prezzo all’ingrosso può aumentare.</b></p>
<p class="p1">Non è una previsione secondo cui ogni nuovo data center farà automaticamente aumentare la bolletta degli italiani. È il funzionamento stesso del mercato elettrico che rende possibile questo effetto.</p>
<p class="p1">Ed è importante sottolineare una cosa: <b>non serve che il data center consumi direttamente elettricità prodotta dal gas perché possa avere questo effetto sul mercato</b>.</p>
<p class="p1">Supponiamo che un data center dichiari di acquistare energia rinnovabile attraverso un contratto di fornitura o un PPA. Questo può significare che, sul piano commerciale, il suo consumo è associato a una determinata quantità di energia rinnovabile. Ma fisicamente il data center continua a prelevare elettricità dalla rete e la rete deve garantire in ogni momento l’equilibrio fra domanda e offerta.</p>
<p class="p1">Se in una certa ora la produzione rinnovabile disponibile non è sufficiente a coprire tutta la domanda, occorre comunque trovare l’energia mancante.</p>
<p class="p1">Il problema, dunque, non è semplicemente <b>da quale impianto compra formalmente l’elettricità il data center</b>, ma quale sia l’effetto del suo prelievo sulla domanda complessiva e sul funzionamento del sistema!</p>
<p>Si consideri inoltre che poiché il fotovoltaico non produce di notte, per alimentare 250 MW continui, come nel caso di Caselle Torinese, servirebbero sistemi BESS di proporzioni gigantesche. Chi ne sosterrà il costo? D&#8217;altronde se non ci saranno abbastanza BESS, la rete sarà fisicamente costretta ad accendere il turbogas notturno, alzando il prezzo&#8230; marginale.</p>
<p class="p1">Esiste poi un secondo effetto, meno visibile nella bolletta ma altrettanto importante: <strong>quello sulla rete elettrica</strong>.</p>
<p class="p1">Un data center di grandi dimensioni non può essere collegato semplicemente a una linea esistente come una normale utenza. Occorrono infrastrutture adeguate, stazioni elettriche, trasformatori e, quando necessario, potenziamenti della rete di trasmissione.</p>
<p class="p1">ARERA chiarisce che la bolletta comprende, oltre al costo dell’energia, anche le componenti relative al trasporto, alla distribuzione, alla misura, al dispacciamento e agli oneri generali di sistema. (<a href="https://www.arera.it/bolletta/bolletta-dellelettricita/lo-scontrino-dellenergia?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">Arera</span></a>)</p>
<p class="p1">Qui emerge una questione che merita particolare attenzione.</p>
<p class="p1"><span style="color: #ff0000;"><strong>Quando viene realizzata una nuova infrastruttura elettrica destinata a rendere possibile una connessione, una parte dei costi può essere sostenuta direttamente dal soggetto che richiede la connessione. Ma una parte dei costi della rete di trasmissione e dei suoi potenziamenti viene recuperata attraverso il sistema tariffario e quindi, direttamente o indirettamente, ricade sull’insieme degli utenti della rete</strong></span> (vedi Nota 1)</p>
<p class="p1">Questo significa che il problema non può essere ridotto alla domanda: <b>«Il data center paga la propria bolletta?»</b></p>
<p class="p1">La domanda corretta è molto più ampia: <b>«Quanto costa al sistema elettrico rendere possibile quella nuova domanda e chi sostiene quel costo?»</b></p>
<p class="p1">La differenza è sostanziale.</p>
<p class="p1">Un data center può infatti pagare regolarmente l’elettricità che consuma e, nello stesso tempo, generare la necessità di nuove infrastrutture elettriche e di rete che devono essere finanziate e mantenute dal sistema.</p>
<p class="p1">E c’è un’altra conseguenza.</p>
<p class="p1">La rete elettrica non è infinita. La capacità di trasmissione disponibile in una determinata area è una risorsa fisica limitata. Se una grande quantità di nuova domanda viene concentrata in un territorio, quella capacità deve essere aumentata oppure bisogna trasferire l’energia da altre zone. Se la rete è congestionata, il sistema può essere costretto a utilizzare impianti più costosi o a ricorrere al ridispacciamento per mantenere l’equilibrio e la sicurezza della rete.</p>
<p class="p1">In altre parole, <span style="color: #ff0000;"><b>anche la rete ha un costo economico e il costo della rete finisce nella bolletta</b>!</span></p>
<p class="p1">ARERA distingue infatti chiaramente nella bolletta la spesa per l’acquisto dell’energia dalla spesa per i servizi di rete e dagli oneri generali. Il prezzo che vede il consumatore alla fine non è quindi semplicemente «il prezzo dell’elettricità». È la somma di componenti differenti. (<a href="https://www.arera.it/bolletta/bolletta-dellelettricita/come-e-fatta-la-bolletta?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">Arera</span></a>)</p>
<p class="p1">La componente relativa all’energia comprende a sua volta l’acquisto dell’elettricità, il dispacciamento e la commercializzazione. ARERA definisce il dispacciamento come il servizio necessario a garantire in ogni istante l’equilibrio fra domanda e offerta. (<a href="https://www.arera.it/bolletta/glossario-dei-termini/dettaglio/spesa-per-la-materia-energia?utm_source=chatgpt.com"><span class="s1">Arera</span></a>)</p>
<p class="p1">Il <b>dispacciamento è quindi il controllo e la regolazione della produzione e dei flussi di energia elettrica per mantenere stabile e sicura la rete</b>. Nella bolletta la voce <b>&#8220;oneri di dispacciamento&#8221;</b> o <b>&#8220;corrispettivo di dispacciamento&#8221;</b> indica i costi sostenuti per queste attività di gestione e sicurezza della rete elettrica. Non è il costo dell&#8217;energia consumata, ma del servizio necessario per far arrivare l&#8217;elettricità in modo affidabile e continuo.</p>
<p class="p1">Possiamo quindi immaginare la bolletta come il risultato di diversi livelli che si sommano.</p>
<p class="p1">C’è innanzitutto il costo dell’energia acquistata sul mercato. Poi ci sono i costi necessari per trasportarla e distribuirla attraverso la rete. Ci sono i costi dei servizi necessari a mantenere il sistema elettrico in equilibrio e sicuro. Ci sono gli oneri generali di sistema. Infine ci sono le imposte.</p>
<p class="p1">È importante ricordarlo perché un aumento dei consumi dei data center può agire su più di uno di questi livelli.</p>
<p class="p1"><span style="color: #ff0000;"><em>Può influire sul prezzo dell’energia all’ingrosso aumentando la domanda nelle ore in cui il sistema è più sotto pressione</em>. <em>Può rendere necessari investimenti di potenziamento e stabilizzazione della rete</em>. <em>Può aumentare la necessità di servizi di bilanciamento e di gestione del sistema. E può modificare gli equilibri territoriali fra produzione e consumo.</em></span></p>
<p class="p1">Non significa che tutti questi effetti si traducano automaticamente e <em>immediatamente</em> in una bolletta domestica più alta. Il sistema tariffario può distribuire i costi nel tempo e fra categorie diverse di consumatori. Inoltre la crescita della domanda potrà essere accompagnata dalla costruzione di nuovi impianti rinnovabili, da impianti BESS di accumulo, da nuove interconnessioni e da altre infrastrutture che aumenterebbero l’offerta e ridurrebbero alcuni degli effetti negativi.</p>
<p class="p1">Ma proprio per questo il problema deve essere osservato nella sua interezza.</p>
<p class="p1">C’è infatti un’ultima questione che potrebbe diventare decisiva nei prossimi anni: <b>quanto velocemente riusciremo ad aggiungere nuova domanda e quanto velocemente riusciremo ad aggiungere nuova produzione e nuova rete? E a quale prezzo?</b></p>
<p class="p1">Se i data center crescono rapidamente mentre la nuova capacità rinnovabile e le infrastrutture di rete crescono più lentamente, il sistema può trovarsi nella condizione di dover soddisfare una domanda aggiuntiva utilizzando più frequentemente le risorse già disponibili, comprese quelle termoelettriche.</p>
<p class="p1">Se invece la crescita dei data center viene accompagnata da nuova produzione rinnovabile (si ipotizza anche da fonte nucleare -SMR), sistemi di accumulo, potenziamento delle reti e soprattutto da una maggiore flessibilità dei consumi, l’effetto può essere diverso.</p>
<p class="p1"><b>I data center introducono nel sistema elettrico una domanda enorme, concentrata e in larga misura continua. Se questa domanda cresce più rapidamente della produzione e della rete necessarie a sostenerla, può esercitare una pressione verso l’alto sul prezzo dell’energia e generare nuovi costi infrastrutturali. Se invece viene accompagnata da nuova produzione, accumulo, rete e flessibilità, una parte di questa pressione può essere assorbita ma a costo di una ulteriore colonizzazione energetica con impianti industriali di rinnovabili.</b></p>
<p class="p1">Un data center non è soltanto un edificio pieno di computer.</p>
<p class="p1">È una nuova grande fabbrica di domanda elettrica.</p>
<p class="p1">E quando una nuova fabbrica di domanda elettrica delle dimensioni di una grande città industriale entra in un sistema nel quale la produzione, la rete e i consumi devono essere continuamente equilibrati, non cambia soltanto la quantità di elettricità consumata.</p>
<p class="p1"><b>Può cambiare anche il modo in cui il sistema produce, trasporta, distribuisce e valorizza l’elettricità.</b></p>
<p class="p1">Ed è proprio attraverso questi passaggi, spesso invisibili nella bolletta del cittadino, che una parte del costo della nuova economia dei data center può finire per essere sostenuta non soltanto da chi possiede i server, ma dall’intero sistema elettrico e quindi dai cittadini italiani.</p>
<p class="p1">Nota 1<br />
<b>Se l’opera di rete necessaria per collegare un data center costa 100 milioni di euro, il contributo previsto per la connessione è, in linea generale, 50 milioni a carico del richiedente e 50 milioni vengono recuperati attraverso il sistema tariffario della rete.</b></p>
<p class="p1">Ma quei 50 milioni non vengono necessariamente «addebitati domani nella bolletta» agli utenti. Entrano nella regolazione economica della rete e nei costi riconosciuti ai gestori, che vengono poi recuperati attraverso le tariffe di trasmissione, distribuzione ecc. ARERA conferma che la tariffa di trasmissione copre i costi del trasporto sulla rete nazionale ed è applicata ai clienti finali secondo la struttura tariffaria prevista.</p>
<p class="p1">Ma c’è una distinzione ancora più importante</p>
<p class="p1">Non tutto ciò che serve fisicamente per alimentare un data center rientra necessariamente in quel 50%.</p>
<p class="p1">Bisogna distinguere fra <b>impianti di utenza</b>, che servono specificamente il cliente, e <b>impianti di rete</b>, che possono entrare a far parte della rete utilizzabile dal sistema.</p>
<p class="p1">Se un’opera è specificamente destinata al data center e non è suscettibile di essere utilizzata da altri utenti, ARERA prevede che <b>i costi di realizzazione e gestione rimangano a carico del soggetto richiedente</b>.</p>
<p class="p1">Viceversa, quando si tratta di infrastrutture che entrano nella rete e vengono utilizzate dal sistema, il loro costo viene trattato secondo la regolazione tariffaria.</p>
<p class="p1"><b>Non possiamo quindi affermare semplicemente che i data center pagano metà della rete e l’altra metà la pagano gli italiani</b> ma che <b>per una connessione in alta tensione, la regolazione prevede in generale che il richiedente sostenga il 50% del costo degli impianti di rete per la connessione, mentre la restante quota entra nella regolazione tariffaria della rete. Questo significa che una parte del costo dell’infrastruttura necessaria alla nuova grande utenza può essere trasferita al sistema elettrico nel suo complesso, anziché essere interamente sostenuta dal soggetto che genera la nuova domanda.</b></p>
<p>I vecchi data center per l&#8217;hosting di siti web o cloud storage avevano consumi variabili ma assai contenuti. Le nuove infrastrutture per l&#8217;addestramento massivo dell&#8217;Intelligenza Artificiale spingono i server costantemente al 100% delle loro capacità termiche ed elettriche. L&#8217;uso potenziale di questa potenza di calcolo (inclusi i rischi legati alle tecnologie <i data-path-to-node="9" data-index-in-node="504">dual-use</i> civili/militari) rende ancora più urgente chiedersi se il sistema elettrico nazionale debba farsi carico, anche solo in parte, dei costi di queste &#8220;colonizzazioni energetiche e digitali&#8221;.</p>
<p class="p1">Nota 2<br />
Gli <b>oneri generali di sistema</b> sono importi stabiliti dall&#8217;<b>ARERA</b> che finanziano attività di interesse generale del sistema energetico nazionale. Dal 2018, nella bolletta elettrica sono raggruppati in due grandi componenti: <b>ASOS</b> e <b>ARIM</b>.</p>
<p class="p1"><b>1. ASOS</b></p>
<p class="p1">(<b>A</b> sostegno delle fonti rinnovabili e della cogenerazione)</p>
<p class="p1">Serve principalmente a finanziare:</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1">incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili;</li>
<li class="li1">incentivi alla cogenerazione ad alto rendimento;</li>
<li class="li1">alcune agevolazioni previste per le imprese ad alto consumo energetico.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>2. ARIM</b></p>
<p class="p1">(<b>A</b>ltri <b>R</b>imanenti <b>I</b>nterventi di <b>M</b>isura generale)</p>
<p class="p1">Include il finanziamento di diversi costi del sistema elettrico, tra cui:</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1">bonus sociali per le famiglie economicamente svantaggiate;</li>
<li class="li1">agevolazioni tariffarie per alcuni utenti del sistema;</li>
<li class="li1">copertura di costi derivanti da vecchi interventi normativi del settore elettrico;</li>
<li class="li1">integrazioni e compensazioni previste dalla regolazione energetica nazionale.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>Storicamente, cosa hanno finanziato gli oneri di sistema?</b></p>
<p class="p1">Negli anni gli oneri hanno coperto anche:</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1">incentivi alle energie rinnovabili;</li>
<li class="li1">smantellamento degli impianti nucleari dismessi;</li>
<li class="li1">ricerca di sistema nel settore elettrico;</li>
<li class="li1">bonus sociali;</li>
<li class="li1">agevolazioni alle imprese energivore</li>
</ul>
<p>SCHEDA<br />
<span class="s1">Bisogna distinguere il prezzo al quale l&#8217;elettricità viene scambiata sul mercato e il ricavo che il produttore ottiene effettivamente dopo aver applicato il proprio contratto.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Che cosa succede nei diversi casi?</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s3">Un impianto senza prezzo garantito.</span></em><span class="s1"> Un grande parco fotovoltaico che vende la propria produzione sul mercato spot riceve, in linea generale, il prezzo zonale dell&#8217;elettricità nelle ore in cui immette energia. Se in quelle ore il prezzo è influenzato da una centrale a gas, anche il ricavo del parco può essere elevato, salvo altri costi e accordi.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s3">Nel caso di un impianto con un contratto per differenza (CfD)</span></em><span class="s1"><em> il discorso cambia</em>. Il contratto stabilisce un prezzo di riferimento, detto anche </span><em><span class="s4">strike price</span></em><span class="s1">. Se il prezzo di mercato è inferiore a quello concordato, il produttore riceve normalmente una compensazione; se è superiore, restituisce la differenza, secondo le condizioni del contratto. Il meccanismo può quindi stabilizzare il ricavo del produttore, ma non modifica automaticamente il prezzo formato sul mercato all&#8217;ingrosso. Il sistema italiano FER X, per esempio, prevede specifici meccanismi di sostegno alle rinnovabili, con regole differenti secondo la taglia dell&#8217;impianto e la modalità di accesso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Un impianto con un PPA.</span><span class="s1"> Un contratto di acquisto a lungo termine fra produttore e acquirente può fissare un prezzo o stabilire una formula concordata. Anche in questo caso, però, il prezzo contrattuale fra le parti non coincide necessariamente con quello che si forma ogni ora sul mercato elettrico. </span><span class="s1">Un </span><span class="s2">PPA</span><span class="s1"> è infatti un </span><span class="s3">Power <em>Purchase Agreement</em></span><span class="s1">, cioè un </span><span class="s2">contratto di acquisto di energia elettrica stipulato direttamente tra un produttore e un acquirente, generalmente per un periodo medio-lungo</span><span class="s1">. </span><span class="s1">Nel nostro caso, per esempio, un produttore di energia solare può accordarsi con un’azienda &#8211; magari proprio un gestore di data center &#8211; per vendergli l’elettricità prodotta dal proprio impianto a un certo prezzo e secondo condizioni stabiliti nel contratto. </span><span class="s1">Il PPA può prevedere un prezzo fisso, un prezzo indicizzato al mercato oppure formule miste. La durata può essere di diversi anni.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">E allora i data center possono comunque far salire il prezzo?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sì, possono. Il punto è che il prezzo all&#8217;ingrosso si forma sulla base dell&#8217;equilibrio fra domanda e offerta, mentre i contratti per differenza e i PPA disciplinano la remunerazione di specifici quantitativi di energia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Facciamo un esempio semplice. Un parco fotovoltaico ha un CfD a 70 euro per MWh. In una certa ora il prezzo di mercato sale a 100 euro per MWh perché serve una centrale a gas per soddisfare tutta la domanda. Il parco fotovoltaico può dover restituire la differenza di 30 euro per MWh secondo le regole del proprio contratto, mantenendo così una remunerazione vicina al prezzo concordato. Ma il prezzo di mercato resta 100 euro per MWh: non diventa automaticamente 70.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>Se i data center aumentano la domanda e contribuiscono a far salire il prezzo marginale, il CfD può quindi proteggere il produttore dalle oscillazioni del mercato, ma non impedisce necessariamente che aumenti il costo dell&#8217;energia acquistata da altri operatori</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">C&#8217;è una precisazione ulteriore: non tutti i contratti per differenza funzionano allo stesso modo, e non tutti gli impianti rinnovabili italiani sono remunerati attraverso un CfD. Per questo sarebbe sbagliato generalizzare il prezzo effettivamente incassato da tutti i produttori.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un PPA può offrire al produttore una maggiore certezza sui ricavi e all’acquirente una maggiore stabilità dei costi. Ma attenzione: </span><span class="s2">non significa necessariamente che il data center riceva fisicamente, in ogni momento, l’elettricità proveniente da quell’impianto, né che sia immune dagli aumenti del prezzo dell’energia sul mercato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Immaginiamo, per esempio, che un data center sottoscriva un PPA con un produttore fotovoltaico a 60 euro per megawattora. Se il prezzo all’ingrosso sale a 100 euro, il contratto può tutelare le parti secondo le condizioni concordate. Ma l’effetto economico effettivo dipende dalla struttura del PPA e da come viene gestita l’energia acquistata o venduta sul mercato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">C’è poi una distinzione importante rispetto al </span><span class="s2">contratto per differenza (CfD)</span><span class="s1">: il PPA è normalmente un accordo commerciale tra produttore e acquirente; il CfD è un meccanismo di regolazione economica basato sul confronto tra un prezzo di riferimento e un prezzo di mercato, spesso previsto nell’ambito di un sistema di sostegno pubblico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In pratica, un data center può stipulare un PPA per procurarsi energia rinnovabile a condizioni concordate, ma questo </span><span class="s2">non elimina automaticamente il suo impatto sulla domanda elettrica complessiva e sul prezzo all’ingrosso</span><span class="s1">.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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