Quali scenari dietro le quinte del conflitto con la Persia (Iran)? quanto è probabile lo scoppio di una terza guerra mondiale?

Luglio 13, 2019 2 Di Francesco Cappello

Ripassiamo
Mohammed Mossadeq, l’ex primo ministro iraniano, ha avuto la colpa di nazionalizzare le risorse petrolifere del suo paese (1951) restituendole al popolo. La cosa non piacque molto e il potere angloamericano (gli inglesi, dopo l’occupazione condotta in tandem da Stalin e Churchill nel ’41, avevano “beneficiato“ del petrolio persiano – in seguito British Petroleum BP -) organizzò, per mano della CIA e dell’M16 inglese (1), un colpo di stato (operazione Ajax, agosto ‘53) che rovesciò il governo di Mossadeq e impose il ritorno di Reza Pahlavi estinguendo così il primo esperimento democratico del paese. Il regime di Pahlavi si mostrò conciliante con Israele e molto duro con la opposizione interna a cui riservò 26 anni di sevizie per mano della sua polizia segreta, la Savak, sino all’avvento della rivoluzione Khomeinista del ’79 che allineò il paese alla Sharīʿa islamica sciita e dichiarò fuorilegge monarchici e comunisti. Il regime di Khomeini chiese alla Chase Manhattan Bank (in seguito JP Morgan) di poter disporre dei depositi dello Scià per pagare i suoi obbligazionisti ma ricevette un netto rifiuto; oltre al danno la beffa: i tribunali statunitensi dichiararono l’Iran inadempiente e ne congelarono i beni.
Anche i contratti di concessione che il fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, stipulò con lo Scià di Persia non furono graditi agli inglesi. La “formula Mattei” in Medio Oriente, così come in Africa, inaugurò un nuovo modo di rapportarsi con i paesi usciti dalla colonizzazione offrendo loro di entrare in joint venture con Eni-Agip, garantendogli il 75% dei proventi nella ripartizione delle royalties, riservando il 25% all’Italia contro la regola vigente del fifty-fifty. Mattei operò così una rottura con le regole di sfruttamento delle risorse petrolifere a livello internazionale che non gli/ci fu perdonata. Il nostro Enrico fu assassinato nel 1962.
La successiva risposta angloamericana costò all’Iran 8 anni di guerra, dal 1980 all’88, scatenata per tramite dell’Iraq di Saddam Hussein, amico stretto di Reagan, allevato dai servizi segreti americani. La guerra fece centinaia di migliaia di vittime ma l’Iran non si piegò malgrado Saddam non si fosse fatto scrupolo di usare persino armi chimiche. Oggi, l’Iran dell’Ayatollah Ali Khamenei, è accusato di sostenere il terrorismo di Hezbollah e Hamas, sorto in risposta alle occupazioni di Libano e Palestina, e di aver agito contro lo Stato Islamico e al Qaeda ma soprattutto di coltivare un programma di riarmo nucleare che “ha costretto“ gli USA a circondare di sue basi militari l’Iran per “proteggere“ il mondo dalla presunta minaccia iraniana. L’accordo sulle limitazioni al programma nucleare iraniano raggiunto da Obama nel 2015, patrocinato dalla Ue, è stato fatto saltare da Trump che, senza alcuna prova, ha accusato l’Iran di presunte violazioni malgrado l’Atomic Energy Organization ne certificasse il rispetto. Nel frattempo nessuno sembra accorgersi delle circa 100 testate nucleari israeliane forse perché quel paese non ha mai accettato di aderire all’AIEA e tanto basta… eppure i sionisti, con il loro violento espansionismo, non hanno mai dato segni di rinuncia al loro “sogno“ di Grande Israele: una Terra Promessa che si estendesse dal Nilo all’Eufrate sino a comprendere parte della Turchia e della Penisola Arabica.

Di recente si è registrato un ulteriore avvicinamento tra Nato ed Israele che ha rafforzato la collaborazione attraverso un piano militare (piano Gideon) per complessivi 79 mld; un piano in grado di rafforzare la capacità di intervento simultaneo lungo il confine con il Libano e la Siria così come in altre aree calde quali Cisgiordania, Gaza e Iran.

Un forte elemento di accusa nei confronti dell’Iran, spesso taciuto, consiste nel rifiuto, da più di dieci anni a questa parte, del dollaro, escluso dalla borsa petrolifera iraniana che ammette solo valute come euro, yuan, yen, rupia. All’Iran sono state inflitte e rinnovate, sanzioni ONU e sanzioni unilaterali USA; tali sanzioni danneggiano i rapporti economici della Ue con l’Iran e in particolare con il nostro paese anche se in molti compensano le perdite vendendo armi a Ryadh, impegnata a bombardare i civili dello Yemen.
La Russia è sempre stata vista e vissuta come un mercato naturale per l’Europa, in grado peraltro di fornire gas naturale e altre materie prime. La Nato si è posta tra Europa e Federazione Russa a impedimento strutturale di questa relazione. L’Europa sa anche che il proprio commercio monetario internazionale e l’utilizzo dell’euro quale valuta di riserva internazionale in grado di mettere in discussione il ruolo del dollaro suscitano l’ira degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non considerano più l’UE un’entità in regola.

L’accordo sul nucleare iraniano prevedeva che l’Iran rispettando i suoi impegni potesse ottenere la cessazione delle sanzioni economiche imposte da SU, Ue e Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (emanate con la risoluzione 1747). Oggi però l’Iran è stata messa in grave difficoltà.. La produzione del suo greggio è sotto il 50% (700mila barili al giorno) della soglia minima per far girare la sua economia (1milione e 200mila barili al giorno). Poiché l’Iran non ha mai violato l’accordo sul nucleare gli ultraconservatori vicini all’Ayatollah Ali Khamenei rischiano di avere la meglio sui moderati, guidati dal presidente Hassan Rouhani, che sono stati i principali sostenitori degli accordi seppure l’Ayatollah abbia già chiarito attraverso una “fatwa” che bandisce le armi nucleari. Nei fatti, le frange più reattive di parte iraniana rischiano di essere catalizzate dai falchi più estremisti dell’amministrazione Usa, alla perenne ricerca dello scontro frontale, mentre l’Ue sta a guardare.

Le esenzioni prima previste per Italia, Cina, India, Corea del Sud, Turchia, Grecia, Giappone e Taiwan non sono state rinnovate. Le divisioni interne alla Ue, che dovrebbero ricomporsi anche in ottemperanza alla comune aderenza Nato sotto comando Usa in realtà si esprimono con un’unica voce solo nel caso di Germania e Francia nel rispetto dell’accordo che hanno stretto ad Aquisgrana. I politici europei si lasciano manovrare senza scrupoli da Washington. L’unica speranza di mediazione sembra risiedere nella leadership mondiale espressa dai governi russo e cinese.

Il nostro vice-premier Matteo Salvini convocato recentemente a Washington ha conferito con il segretario di Stato Mike Pompeo e il vice presidente Mike Pence entrambi artefici del recente tentativo di colpo di Stato in Venezuela e fautori della strategia di guerra nei confronti dell’Iran; a richiesta esplicita, li ha rassicurati intorno alla posizione dell’Italia nei confronti del Venezuela, della nuova via della seta, e alla continuità di offerta di supporto logistico dell’Italia alle operazioni militari in Medio Oriente, presenti e future. Il “sovranista“ Salvini dichiarando tra l’altro che: «Abbiamo visioni comuni sull’Iran, la Libia, il Venezuela, il Medio Oriente, sul diritto all’esistenza di Israele, sulla preoccupazione riguardo alla prepotenza cinese riguardo all’Europa e al continente africano (…)»  tiene ad affermare che  «l’Italia vuole tornare a essere nel continente europeo il primo partner della più grande democrazia occidentale». Queste dichiarazioni da parte del leader emergente, che testimoniano una virata netta rispetto a sue precedenti prese di posizione sugli stessi temi, consentono all’Italia di avere maggiore forza contrattuale rispetto alla sua forza contrattuale nella Ue; un primo effetto potrebbe essere stato un contributo non trascurabile rispetto alla mancata procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Oltretutto ribadendo l’impegno per contrastare lo sviluppo di una difesa europea sostitutiva della Nato, Salvini prova ad affiancarsi a Berlino scalzando Macron che ad essa sembra mirare. Berlino, infatti, malgrado gli accordi di Aquisgrana, su questo piano, continua a mostrarsi reticente. La recente visita ufficiale a Roma di Putin, l’ultima risaliva a quattro anni fa, ha consentito all’Italia di riequilibrare il suo sbilanciamento atlantico. È stata definita un’intesa tra CdP e il fondo russo RF che si impegna ad investire almeno 300 milioni per sviluppare le imprese italiane che intendono operare in Russia. Negoziati con Barilla, Pirelli e Generali. Putin ha auspicato che l’Italia recuperi l’interscambio con la federazione russa dimezzatosi a causa delle sanzioni imposte dagli Usa rispetto ai 54 mld di dollari del 2013.

 Il recente attacco del 13 giugno alle petroliere nel golfo dell’Oman nello stretto di Hormuz che ogni anno vede il transito di 24000 navi cisterne (un terzo del transito mondiale) è stato attribuito dagli USA all’Iran. In verità non è facile capire perché un paese militarmente circondato dovesse abbandonarsi a simili provocazioni. Una delle due petroliere batteva bandiera giapponese. Durante l’evento l’Iran stava ospitando il primo ministro giapponese Shinzo Abe, che si trovava lì per una mediazione; strano che l’Iran potesse scegliere proprio quell’occasione per attaccare una petroliera giapponese. Impossibile non fare l’associazione di idee con un altro golfo, quello del Tonchino (agosto 64) e l’inizio dell’aggressione statunitense a danno del Vietnam o con la più recente esibizione pretestuosa della provetta di antrace di Colin Powell all’ONU che riaprì il conflitto con l’Iraq; vengono anche in mente gli stupri di cui furono accusati i soldati di Gheddafi o l’uso di armi chimiche da parte di Assad a danno del suo stesso popolo, ecc..
Il successivo sconfinamento del drone Usa RQ4 nello stretto di Hormuz, abbattuto dalla contraerea iraniana rafforza l’ipotesi che si tratti di una messinscena che ha rischiato, però, di portare i due paesi ad un passo dalla guerra e che forse mirava a guastare preliminarmente l’incontro tra Putin e Trump al G20 previsto per il 28 e il 29 giugno ad Osaka.

Prima dell’attacco di giugno erano già stati inviati nel Golfo Persico la portaerei Abraham Lincoln, l’incrociatore USS Leyte Gulf e quattro destroyers e bombardieri B-52.

A metà maggio il Segretario della Difesa Usa Patrick Shanahan Aveva presentato preventivamente un piano di invio di 120000 militari nel Medio Oriente, da predisporre nel caso di attacchi a danno delle forze americane o nel caso di accelerazione dello sviluppo del programma nucleare iraniano;

Ricordiamo che nel 2008 Bush, nel corso di una riunione, si chiedeva come provocare e legittimare la guerra contro l’Iran; il giornalista Seymour Hersh, Premio Pulitzer, scrisse: “Furono avanzate decine di proposte su come scatenare la guerra”. Del resto il falco Bolton nel 2015 dalle pagine del NYT urlava il suo «To stop Iran’s bomb, bomb Iran» (2).

Trump, come colto di sorpresa dagli eventi è apparso restio a rispondere militarmente; ha dichiarato di essere stato lui stesso a fermare all’ultimo momento i caccia ordinando l’arresto di una rappresaglia militare già in atto contro l’Iran «Trovo difficile credere che sia stato intenzionale» forse anche perché i suoi prossimi impegni elettorali lo sconsigliano fortemente ad imbarcarsi in una tale avventura.
Da entrambi le parti sembrerebbe aver prevalso la ragionevolezza tesa ad evitare perdite umane: 150 quelle iraniane che sarebbero state causate dalla risposta delle forze USA, 35 quelle americane, nel mirino iraniano, militari statunitensi a bordo dell’aereo da pattugliamento P8 Poseidon che affiancava il drone.
Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, a spingere per l’attacco sono stati il segretario di stato Mike Pompeo (ex capo CIA), il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton e il direttore della Cia Gian Haspel. A frenare sono invece stati i funzionari del Pentagono. 


In ogni caso, il risultato dell’uscita unilaterale dall’accordo da parte degli Usa ha avuto come esito l’annuncio di Zarif del 2 luglio scorso – confermato dalla AIEA – della ripresa del processo di arricchimento dell’uranio – le riserve di uranio arricchito hanno ora superato il limite di 300 kg stabilito nell’accordo del 2015. Teheran riapre così la strada allo sviluppo di armi nucleari in coerenza con quanto contemplato dallo stesso accordo in caso di suo scioglimento. L’Ue, cofirmataria e garante si astiene, tuttavia, da qualsiasi presa di posizione credibile accodandosi in ultima analisi al dictat USA/NATO. Anche il cosiddetto INSTEX [INSTEX funziona come uno scambio in euro che opera al di fuori del sistema di pagamenti internazionali SWIFT dominato dal dollaro americano] messo a punto dagli europei per far fronte alla campagna di sanzioni dell’amministrazione Trump contro Teheran, che dovrebbe consentire agli iraniani di aggirare le restrizioni degli Stati Uniti e facilitare gli scambi europei con Teheran, si rivela insufficiente ad «aiutare l’Iran al rispetto dell’accordo (nucleare)» contrariamente agli auspici della F. Mogherini. Nel frattempo Russia e Cina si stanno organizzando per creare un proprio sistema di trasferimento bancario nel caso in cui gli Stati Uniti le staccassero da SWIFT.

Il recente sequestro da parte delle autorità di Gibilterra di una nave petroliera iraniana (affittata da una società russa), un vero e proprio atto di pirateria, con partecipazione inglese e mandato Usa, la dice lunga sulla volontà di provocazione di una escalation finalizzata allo scatenamento della guerra contro l’Iran. Siamo già molto oltre a quanto il Segretario di stato Mike Pompeo aveva annunciato: nuove sanzioni contro ogni Paese che importi petrolio iraniano; è iniziato nella maniera più clamorosa possibile il controllo dei corridoi energetici via mare. Naturalmente la risposta iraniana potrebbe essere il simmetrico sequestro di una petroliera britannica… 

Il ministro degli esteri iraniano, M. Javad Zarif, in un’intervista trasmessa sullo show televisivo via cavo, Fox News Sunday, ha dichiarato che la “squadra B”, composta dal consigliere della sicurezza nazionale statunitense John Bolton, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Bin Salman e degli Emirati Arabi Uniti Bin Zayed nonché “Bibi”, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – sta spingendo il presidente Trump, ad avviare una folle guerra, che lui non vuole, contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
Nel B-team, in pratica, i quattro peggiori nemici dell’Iran.

Washington mira a danneggiare la Russia imponendo all’Europa il suo gas in sostituzione di quello russo senza peraltro essere in grado di fornire garanzie di stabilità dei prezzi (generalmente più alti), né sulla durata delle forniture Usa – idrocarburi estratti con la tecnica del fracking, ambientalmente disastrosa.

Va tenuto presente che Iran, Iraq, hanno riserve petrolifere 5 volte quelle degli USA il Venezuela è il paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Il gas iraniano è due volte e mezzo quello USA. Mike Pompeo annunciando che «gli Stati uniti difenderanno la libertà di navigazione» attraverso lo stretto di Hormuz, in piena continuità con la volontà di controllo militare dei corridoi energetici, afferma, in realtà, l’intenzione di mettere i suoi “semafori militari“ in una zona fondamentale per l’approvvigionamento energetico anche dell’Europa. Ricordiamo che era previsto (2011) che dall’Iran arrivasse in Europa anche gas naturale per mezzo di un gasdotto che avrebbe attraversato Iraq e Siria ma che il progetto fu fatto abortire dall’operazione Usa/Nato che ha mirato alla demolizione dello Stato siriano. Osserviamo che controllare il mercato del petrolio mondiale permette agli americani di controllarne il prezzo a discapito di Russia (forte esportatore) e Cina (forte importatrice). 

In questi giorni Putin è in Italia, incontrerà Conte. Ricordiamo con l’occasione che il gas che dalla Russia sarebbe dovuto arrivare attraverso il south stream (gasdotto in avanzata fase di costruzione, per uno smistamento verso l’Europa è stato bloccato da UE e SU per favorire al suo posto il raddoppio del north stream che dà alla Germania il controllo dello smistamento del gas russo in Europa. Coinvolte anche le esportazioni di gas naturale liquefatto ( -161°) provenienti dagli USA, con centro di smistamento la Polonia, come previsto dall’accordo di cooperazione strategica tra SU e Ue del luglio 2018.


ci chiediamo

Il trattamento riservato dagli Usa a Iraq e Siria sta per essere ripetuto all’Iran?
È in programma un qualche altro attacco, sotto falsa bandiera, meno controllabile, che costringerà Trump a salvare la faccia attaccando l’Iran?
È legittimo temere una qualche riedizione del progetto Northwoods, a suo tempo top secret, che fu sottoposto a Kennedy, finalizzato alla occupazione di Cuba?
Nel caso di attacco all’Iran, suo alleato storico, la Russia di Putin interverrà come ha fatto con la Siria? La Cina che ha stretto accordi non solo economici con la federazione russa si manterrà neutrale? L’India che ha già inviato sue navi da guerra nel golfo, ufficialmente a difesa delle sue navi cisterna che transitano nel golfo, continuerà a mantenersi neutrale?

Oltre ad aver disattivato l’accordo con l’Iran gli SU hanno annunciato il loro ritiro dal Trattato Inf il 2 agosto, preparandosi a schierare in Europa missili nucleari a gittata intermedia (da 500 a 5500 km) con base a terra. Con quali conseguenze?

A pensar male sarebbero gli israeliani ad apparire oggi fra i più adatti e motivati a fare il lavoro sporco abbattendo velivoli americani o altro, facendo in modo che ci scappi qualche vittima USA; il mainstream mediatico farebbe il resto accusando all’unisono l’Iran. In passato (1981) Israele non ha esitato a usare le maniere forti contro il centro nucleare di Osiraq bombardandolo (operazione Babilonia).

L’ex vicepresidente Dick Cheney aveva dichiarato l’Iran in cima alla lista dei “paesi canaglia“ nemici dell’America, e che Israele avrebbe, per così dire, «potuto fare il bombardamento per noi» senza il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti, senza che gli Usa fossero costretti ad esercitare alcuna pressione a tal fine. (Vedi Michel Chossudovsky, Planned US- Attacco israeliano a Iran, Global Research, 1 maggio 2005). 

Secondo Dick Cheney: 

«Una delle preoccupazioni che le persone hanno è che Israele potrebbe farlo senza che venga chiesto … Dato il fatto che l’Iran ha una politica dichiarata, che il loro obiettivo è la distruzione di Israele, gli israeliani potrebbero decidere di agire prima, e lasciare che il resto del mondo si preoccupi di ripulire il caos diplomatico che ne seguirebbe» (Dick Cheney, citato da un’intervista di MSNBC, gennaio 2005) 

Il problema è davvero l’Iran o il rifiuto da parte USA di accettare il nuovo ordine multipolare che si sta molto velocemente consolidando mettendo in discussione l’egemonia imperiale americana?

Sappiamo che
L’agenda militare USA-NATO non si è fatta scrupolo di unire a operazioni militari teatrali azioni coperte volte a destabilizzare gli Stati sovrani. Il progetto imperiale si è concretato nella destabilizzazione e distruzione di paesi attraverso atti di guerra, cambi di regime, finanziamento di organizzazioni terroristiche che hanno fatto largo uso di contractors così come della guerra economica.
In particolare, in Medio Oriente e in Nord Africa, si è agito dapprima attraverso insurrezioni sponsorizzate da NATO e USA contro Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, risultate preparative di guerre più o meno aperte nel segno della lotta al terrorismo su scala internazionale.
In America Latina e nell’Africa sub-sahariana hanno prevalso interventi orientati al cambio di regime e alla guerra economica contro un gran numero di paesi non allineati alle direttive imperiali: Venezuela, Brasile, Argentina, Ecuador, Bolivia, Cuba, Salvador, Honduras, Nicaragua.

Strumento di “politica estera“ degli Stati Uniti è stata l’imposizione manu militari della “democrazia“ per far sì che i paesi recalcitranti seguissero i dettami USA e aprissero la propria economia agli “investimenti“ degli Stati Uniti e accettassero processi di espropriazione privata e pubblica sponsorizzati da FMI e BM.
La destabilizzazione economica degli Stati si è ottenuta imponendo ricette neoliberiste: politiche monetarie eterodirette finalizzate allo sfruttamento di cose e persone: aree monetarie comuni, cambi fissi, piani di austerity, privatizzazione delle infrastrutture pubbliche, appropriazione indebita di beni comuni, inattivazione della regolamentazione pubblica, tutto secondo la direzione delle istituzioni globali sotto comando USA: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Nato. Guerre aperte da una parte e piani di aggiustamento strutturale dall’altra hanno portato più violenza, miseria, migrazioni di massa, tutt’altro che democrazia, provocando arresto della evoluzione civile ed economica e anche involuzione dei paesi che hanno subito tali processi al fine di meglio parassitarli e disporne a proprio uso e consumo. 

tuttavia

come spiega M. Chossudovsky dalle pagine di Global Research: «la politica di accerchiamento strategico contro l’Iran formulata sulla scia della guerra in Iraq (2003) non è più funzionale. L’Iran ha relazioni amichevoli con i paesi vicini, che in precedenza erano all’interno della sfera di influenza degli Stati Uniti. 

In queste condizioni, una grande guerra teatrale convenzionale da parte degli Stati Uniti che prevede lo schieramento di forze terrestri sarebbe un suicidio. 

Questo non significa, tuttavia, che la guerra non avrà luogo. Per alcuni aspetti, con i progressi delle tecnologie militari, una guerra in stile Iraq è obsoleta. 

Siamo comunque in un pericoloso crocevia. Altre forme diaboliche di intervento militare dirette contro l’Iran sono attualmente sul tavolo da disegno del Pentagono. Questi includono: 

varie forme di ‘guerra limitata’, vale a dire. 

Attacchi missilistici mirati, 
Supporto statunitense e alleato di gruppi paramilitari terroristici alle cosiddette “bloody nose operations” (compreso l’uso di armi nucleari tattiche), 

atti di destabilizzazione politica e rivoluzioni colorate, falsi attacchi di bandiera e minacce militari, sabotaggio , confisca di beni finanziari, estese sanzioni economiche, 

guerra elettromagnetica e climatica, tecniche di modifica ambientale (ENMOD) 

guerra cibernetica, guerra chimica e biologica.»

Quanto è probabile lo scoppio di una terza guerra mondiale?

La prima guerra fredda è ufficialmente terminata con il crollo del muro di Berlino nell’89 e con la successiva disgregazione dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia nel 91. Tali eventi hanno fatto venire meno le ragioni storiche a giustificazione dell’esistenza stessa della Nato. La Nato poteva essere sciolta. Viceversa essa si è profondamente rinnovata negli scopi e nelle dimensioni: «La grande NATO»; non più una alleanza solo difensiva. Il 7 novembre 1991 il consiglio nord Atlantico vara «il nuovo concetto strategico dell’alleanza»  «[…] contrariamente alla predominante minaccia del passato, i rischi che permangono per la sicurezza dell’alleanza sono di natura multiforme e multidimensionali, cosa che li rende difficili da prevedere e valutare». Perciò «il mantenimento di una adeguata capacità militare e una chiara preparazione ad agire collettivamente nella difesa comune rimangono centrali per gli obiettivi di sicurezza dell’Alleanza. […] La dimensione militare della nostra alleanza resta un fattore essenziale, ma il fatto nuovo è che sarà più che mai al servizio di un concetto ampio di sicurezza». In tal modo l’alleanza atlantica ridefinisce il suo ruolo, fondamentalmente lungo le linee tracciate dagli Usa. (6) 

Nelle sue nuovi vesti, l’organizzazione Usa-Nato, ha suscitato i primi conflitti post guerra fredda in Iraq e nella ex-Jugoslavia, primo atto di quell’allargamento ad Est che vede oggi l’espansione della Nato sino alle porte della Russia, con manovre militari, giochi di guerra, dispiegamento di hardware militare, che potrebbero provocare lo scontro con la Federazione Russa. Ultima aggiunta la Macedonia, quale trentesimo membro dell’alleanza atlantica sotto comando Usa.

I più recenti rapporti strategici USA, in continuità con il Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC – 1997):
«Providing for the common defence» prima parte;
«Sicurezza nazionale: minacce emergenti agli Stati Uniti» seconda parte;  (nov. 2018)
«Nuclear Operations» prodotto dalle Forze armate Usa (11 giugno 2019);
sono documenti coerenti con tutti i grandi cambiamenti intervenuti nella dottrina e nella strategia americana a partire dalla fine della guerra fredda nel ’91. Da più di dieci anni tutto sembra convergere verso un unico obiettivo: la preparazione da parte del Pentagono della guerra totale.
Nel primo ci dicono apertamente che il nemico degli inizi, l’URSS e la sua ideologia, sostituito successivamente con l’estremismo islamico, costruito ad hoc, ossia il terrorismo da combattere su scala globale, ha oggi piuttosto le sembianze di tutti quegli attori globali in grado di mettere in discussione gli interessi degli SU nel mondo. Indicano espressamente in Russia e Cina il nuovo nemico; entrambi colpevoli, in quanto artefici principali di un ordine multipolare che mette in discussione il dominio
egemonico-imperiale degli USA. La pianificazione della guerra nucleare contro Russia e Cina, in corso da più di un decennio, è oggi entrata nella sua fase operativa,

In un clima di tensione globale provocato dall’ormai rituale mancato rispetto del diritto internazionale e da aperta guerra economica, la provocazione del casus belli in grado da suscitare la risposta militare di Russia e Cina e legittimare l’intervento Usa-Nato è apertamente prevista nel primo rapporto, dove si specifica che saranno possibili scenari che preludono alla guerra totale entro il 2024 in date diverse, se non in Iran, in altre zone critiche del mondo e se ne elencano cinque: Taiwan (2024), Mare della Cina del Sud (2022), Bielorussia (2020), Corea del Nord (2019), Repubbliche Baltiche (2019). Si tratta di scenari che dovrebbero convincere il congresso ad incrementare le spese militari mettendo in evidenza i punti di maggiore vulnerabilità dell’apparato di guerra Usa-Nato.

Ecco qualche particolare relativo a uno degli scenari prospettati nel primo rapporto: «Nel 2019, in base a false notizie su atrocità contro le popolazioni russe in Lettonia, Lituania ed Estonia, la Russia invade questi paesi. Mentre le forze Usa e Nato si preparano a rispondere, la Russia dichiara che un attacco alle sue forze in questi paesi sarà considerato un attacco alla Russia stessa, prospettando una risposta nucleare. Sottomarini russi attaccano i cavi transatlantici in fibra ottica e hackers russi interrompono le reti elettriche negli Usa, mentre le forze militari russe distruggono i satelliti militari e commerciali Usa. Le maggiori città statunitensi vengono paralizzate, mettendo fuori uso Internet e cellulari».
La Commissione che ha prodotto il rapporto è bipartisan, composta da sei repubblicani e sei democratici. Lo scenario previsto in Asia nel 2024 prevede che la Cina (adeguatamente provocata), effettui un attacco a sorpresa contro Taiwan, occupandola, e che gli Stati uniti non siano in grado di intervenire ad un costo accettabile perché le capacità militari cinesi hanno continuato a crescere, mentre quelle statunitensi non si sarebbero adeguate a causa della insufficiente spesa militare. Tali scenari – chiarisce la Commissione – esemplificano il fatto che «la sicurezza e il benessere degli Stati uniti sono a rischio più di quanto lo siano stati negli scorsi decenni».

Propone quindi un ulteriore aumento della spesa militare statunitense del 3-5 per cento annuo per accrescere il dispiegamento di forze statunitensi (sottomarini, bombardieri strategici, missili a lungo raggio) nella Regione Indo-Pacifica dove «sono attivi quattro dei nostri cinque avversari (il quinto è l’Iran): Cina, Nord Corea, Russia e gruppi terroristi». per evitare, dicono, una tragedia di imprevedibile ma forse tremenda dimensione – se gli SU non troveranno la volontà di fare «scelte dure e necessari investimenti».

Recenti notizie di eventi hanno tutta l’aria di concretare e validare alcuni degli scenari previsti nel rapporto:
infatti
gli Usa intendono vendere 2 mld di dollari in armi a Taiwan, armi che quest’ultima ha chiesto di acquistare. L’annuncio ha prevedibilmente provocato la reazione estremamente irritata della Cina;

recentissima, inoltre, la tensione provocata nel mare cinese meridionale dopo che il Pentagono ha accusato la Cina del lancio di missili anti navi in transito nell’area con l’obiettivo, a detta di Washington, di intimidire gli Stati coinvolti nella disputa territoriale. Le accuse sono state respinte da Pechino che spiega come fossero in corso esercitazioni militari di routine che prevedevano il lancio di proiettili. Sul giornale cinese ‘Global Times’ appaiono condanne verso gli SU: «I piantagrane che arrivano su navi da guerra non sono i benvenuti nel mare cinese meridionale». Da diversi decenni la Cina rivendica l’appartenenza territoriale di un gruppo di isole in quel mare le Isole Paracelso, le Spratly e l’Isola Huangyan. La contestazione coinvolge, in diversa misura, Vietnam, Brunei, Malaysia e Filippine. Negli ultimi anni la zona è stata teatro di incidenti con cacciatorpedinieri americani nelle vicinanze delle isole rivendicate dalla Cina malgrado le proteste di Pechino.

Nel secondo rapporto si descrivono i ritardi nella capacità militare Usa rispetto ai principali rivali, Russia e Cina, in particolare, rispetto alle armi ipersoniche dotate di velocità, altitudine e manovrabilità tali da sconfiggere la maggior parte dei sistemi di difesa missilistica Usa, utilizzabili per migliorare le capacità convenzionali e di attacco nucleare a lungo raggio. La potenza militare americana – «spina dorsale della influenza globale e sicurezza nazionale Usa» – non ha saputo adeguarsi alle necessità a causa di «competitori autoritari – specialmente Cina e Russia – che stanno cercando l’egemonia regionale e i mezzi per proiettare potenza su scala globale».
L’ultimo numero del settimanale “Time” (3 giugno) titola: «E’ tempo che il popolo americano sia pienamente informato di una drammatica eventualità. Gli Stati Uniti (…) possono precipitare nella loro peggiore guerra nell’arco di una generazione».

Il terzo rapporto, se preso alla lettera, assicura che la guerra termonucleare è nella strategia americana.

Si tratta del rapporto strategico delle Forze armate Usa «Nuclear Operations» (11 giugno), redatto sotto la direzione del presidente dei Capi di Stato maggiori riuniti (CJCS) afferma che «le forze nucleari forniscono agli Usa la capacità di conseguire i propri obiettivi nazionali» e che a tale scopo esse devono essere «diversificate, flessibili e adattabili» a «una vasta gamma di avversari, minacce e contesti» convinti come sono che l’uso di armi nucleari  «può creare le condizioni per risultati decisivi: in specifico, l’uso di un’arma nucleare cambierà fondamentalmente il quadro di una battaglia creando le condizioni che permettono ai comandanti di prevalere nel conflitto»
senonché la Russia diffida dall’uso di armi nucleari che indipendentemente dalla potenza utilizzata innescherebbero reazioni dagli esiti difficilmente controllabili sino ad un conflitto nucleare su scala globale.
Tuttavia “Nuclear operations“ prevede che «Lo spettro della guerra nucleare può andare dall’applicazione tattica, all’uso regionale limitato, all’occupazione globale da parte di forze amiche e/o nemici. L’uso di un arma nucleare a sostegno di operazioni di natura tattica richiede una pianificazione dettagliata a tutti i livelli.» Anche perché «L’impiego di armi nucleari può modificare o accelerare radicalmente il corso di una campagna. Armi nucleari potrebbero essere introdotte a seguito del fallimento di una campagna convenzionale, di una potenziale perdita di controllo o per inasprire il conflitto al fine di chiedere la pace a condizioni più favorevoli.»
In pratica si sono convinti che il tabù esistente sull’uso delle armi nucleari non ha motivo di essere. Le armi nucleari se depotenziate possono e debbono essere usate, senza tante cerimonie sui teatri di guerra, alla stregua di armi convenzionali (declassificate perciò da strategiche a tattiche) affidando la decisione relativa al loro utilizzo ai militari. 

Secondo il recente rapporto ICAN e PAX (4) sono 28 le principali aziende private dedite alla costruzione e fornitura di armi nucleari che spingono per una loro utilizzazione «convenzionale». I governi, secondo tale rapporto, hanno già ultimato contratti con tali aziende per un valore complessivo di 116 miliardi di dollari a società private in Francia, India, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti per la produzione, lo sviluppo e lo stoccaggio di armi nucleari. I nuovi contratti, i nuovi tipi di armi nucleari, la nuova dotazione di risorse mostrano che è in atto una corsa agli armamenti nucleari in un contesto in cui al vecchio equilibrio del terrore si è sostituita l’idea che la guerra nucleare ha una sua praticabilità ordinaria nei teatri di guerra convenzionale e una straordinaria governata dalla dottrina del ‘first strike atomico’ ossia della praticabilità di un primo colpo atomico da infliggere al nemico a sorpresa, talmente intenso e paralizzante per chi lo subisce da minimizzare la sua capacità di risposta; la adozione di questa dottrina strategico-militare mostra un superamento, una emancipazione, da quel timore di Mutua Auto Distruzione – MAD – codificato nella prima guerra fredda, risultato della reciproca consapevolezza della impraticabilità di una guerra nucleare.
Per di più siamo ormai approdati nell’era post INF
Per oltre 30 anni, il Trattato sulle forze nucleari a gittata intermedia (INF) era stato uno dei fondamenti del sistema di sicurezza internazionale. Le azioni che stanno portando al suo affossamento sono state messe in atto sin dal 2014 dagli USA; la allora amministrazione Obama aveva posto sotto accusa, senza alcuna prova Mosca, rea di testare un missile da crociera vietato dal trattato. Mosca ha sempre negato di aver testato alcun missile piuttosto accusando Washington di aver installato in Polonia e Romania, finalizzate alla messa in opera dello «scudo spaziale», le rampe di lancio di missili intercettori a doppia valenza difensiva ed offensiva a testata convenzionale e/o nucleare aventi funzione nel contesto della logica perseguita del First Strike Atomico. Tali installazioni possono evidentemente tenere sotto tiro le capitali russe, viceversa Washington non può essere minacciata da missili a gittata intermedia russi perché al di fuori della loro gittata. Come afferma Manlio Dinucci, in un ipotetico scenario capovolto, sarebbe come se la Russia schierasse in Messico missili a gittata intermedia.
La Russia non avendo basi militari vicino al territorio degli Stati Uniti, dove poter schierare missili a raggio intermedio è impossibilitata a fornire una risposta simmetrica al ritiro degli Stati Uniti dal Trattato INF. 
Ultimo atto dell’affossamento dell’Inf, il 26 giugno, data in cui il consiglio della federazione russa ha approvato all’unanimità la sospensione della partecipazione russa. Stoltenberg il segretario della NATO ha ribadito l’ultimatum a Mosca, in scadenza il 2 Agosto, data entro la quale Mosca dovrebbe distruggere gli armamenti che a detta degli USA violano l’accordo. A partire da tale data minacciano la reinstallazione degli euromissili (i cruise che erano stati schierati in Italia a Comiso, i Pershing in Germania… SS 20 nell’ex Unione Sovietica) che erano stati disarmati dall’accordo del 1987 tra Reagan-Gorbaciov (3). Mosca avverte che nell’eventualità minacciata dagli americani procederà a riarmo compensativo degli equilibri militari nell’area europea. L’Unione europea (21 su 27 membri della Ue fanno parte della NATO) è complice del processo di affossamento. La Ue alla assemblea generale delle Nazioni Unite del 21 dicembre 2018 ha votato contro la risoluzione presentata dalla Russia che chiedeva preservazione (ossia che il trattato rimanesse in vigore) e osservanza (richiesta di attivazione di verifiche reciproche) del trattato. La mozione è stata respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni. La Ue e con essa l’Italia è quindi d’accordo alla reinstallazione sul proprio territorio di missili nucleari a gittata intermedia che si aggiungono alle altre armi nucleari già presenti sul nostro territorio nelle basi di Ghedi ed Aviano le quali ospitano le bombe B61 che a partire dalla prima metà del 2020 saranno sostituite dalle più potenti  B61 12 in violazione del trattato di non proliferazione ratificato nel 1975 dall’Italia. Oltretutto compartecipiamo all’addestramento del personale militare per abilitarlo all’uso di armi nucleari. È chiaro allora che nel caso di guerra il nostro territorio sarà oggetto di ritorsione nucleare trovandosi in prima linea contro Russia ed eventualmente Cina. L’Italia, infatti, ospita oltre alle armi nucleari (70 testate) anche installazioni strategiche come il MUOS (Niscemi) e il Jtags (Sigonella) elementi fondamentali dello «scudo spaziale» per la regia, controllo e comando dell’offensiva su scala globale delle forze armate americane. La rottura del trattato Inf e la proliferazione degli armamenti che ne sta seguendo stanno già portando a programmi di riarmo che vedranno le armi nucleari russo/cinesi puntate 24 ore su 24 su obiettivi militari sparsi sul nostro territorio ed in generale su quello europeo.
Si consideri infine che i missili nucleari a gittata intermedia possono impiegare pochissimi minuti per arrivare sull’obiettivo assegnato. Nella logica ora dominante del first strike nucleare chi è costretto a difendersi dalla eventualità di una simile aggressione necessita di affidare la risposta a sistemi automatizzati che fanno largo uso di intelligenza artificiale per sperare di riuscire ad organizzare una risposta adeguata nel più breve tempo possibile. Si consideri che gli euromissili arrivano a destinazione entro un intervallo di circa 5 minuti. I sistemi che scrutano cielo, terra e mare interrogandosi 24 ore su 24 si pongono un’unica domanda: è in corso o meno un attacco? Questi sistemi saranno sempre più interfacciati direttamente agli apparati offensivi e pilotati necessariamente da algoritmi che escludono qualsiasi intervento umano al fine di minimizzare gli strettissimi tempi di risposta. L’intervento umano è codificato nel sistema al momento della programmazione degli algoritmi che governeranno la risposta ad eventuali attacchi sulla base della lettura dei dati in ingresso. Come gestiranno questi sistemi i tanti possibili falsi allarme analoghi a quelli individuati e arrestati dall’intervento umano all’ultimo momento negli anni della prima guerra fredda? In un sistema in cui la reciproca tensione viene incamerata dai sistemi tecnologici che la gestiranno con sempre maggiore difficoltà, la guerra termonucleare potrebbe essere il risultato di errori accidentali gestiti dal sistema come reali. 

L’Unione europea – 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – ha bocciato alle Nazioni Unite la proposta russa di mantenere il Trattato Inf. Il ritiro dal trattato contribuirà alla nuova corsa agli armamenti analoga nella fattispecie a quella degli anni ’80. I paesi europei acquisteranno sistemi di offesa/difesa dagli Stati Uniti a favore del complesso militare-industriale statunitense. Le accuse mosse dagli SU contro Russia e Cina catalizzano la scelta di riarmo che risulta perciò indotta artificiosamente. Anche l’Italia si è sostanzialmente accodata alle decisioni Ue/Nato senza che alcuna forza governativa o semplicemente politica si sia levata in opposizione a tali decisioni suicide; in particolare il trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari è stato boicottato dalle forze politiche italiane di tutti gli schieramenti.

Il 4 dicembre del 2018 il Consiglio Nord Atlantico cui ha partecipato per l’Italia Elisabetta Trenta (M5S), ha dichiarato che «il Trattato Inf è in pericolo a causa delle azioni della Russia», accusata di schierare «un sistema missilistico destabilizzante, che costituisce un serio rischio per  la nostra sicurezza». 

Teoricamente russi e cinesi potrebbero essere indotti a stabilizzare la situazione annunciando una loro alleanza difensiva con l’Iran. Così come ha fatto la Nato nei paesi che vi aderiscono potrebbero installare proprie basi in Iran; Netanyahu sarebbe informato che nel caso in cui provocasse o prendesse parte ad una guerra a danno dell’Iran, Israele sarebbe la prima a subire ritorsioni sul proprio territorio.
Potrebbe essere questo, a lungo andare, l’esito delle azioni Usa entusiasticamente sponsorizzate da Israele? Intanto Nikolai P. Patrushev, ufficiale della sicurezza e dell’intelligence russa, nel corso di una conferenza stampa del 25 giugno scorso, ha dichiarato che:

“(…) Abbiamo enfatizzato l’importanza di diminuire le tensioni per il paese (la Siria) tra Israele e l’Iran, applicando passi di avvicinamento reciproci (…). La Russia, gli Stati Uniti e Israele dovrebbero unire i loro sforzi per agevolare il ritorno della pace in Siria.

Nel contesto delle dichiarazioni fatte dai nostri partner e dirette ad una grande potenza regionale, cioè l’Iran, vorrei aggiungere:l’Iran è sempre stato e sempre sarà nostro ALLEATO e partner, con il quale stiamo sviluppando relazioni sia su base bilaterale che in formati multilaterali.

Ecco perché crediamo sia inammissibile descrivere l’Iran come un grave pericolo per la sicurezza regionale o paragonarlo allo Stato Islamico o qualsiasi altra organizzazione terrorista. Specialmente da quando l’Iran contribuisce con sforzi notevoli a ristabilire la pace in Siria e stabilizzarne la situazione (…)”

Anche i ministri della Difesa dell’Iran e della Cina hanno già firmato un accordo (2016) atto a rafforzare la loro cooperazione a lungo termine finalizzata alla difesa.

Il 5 giugno, nel giorno del D-Day, mentre gli americani ribadivano l’impegno a difendere «pace, libertà e democrazia assicurate in Europa» alludendo alle presunte minacce russe, nello stesso giorno a Mosca si incontravano, per la trentesima volta in sei anni, i presidenti Putin e Xi Jinping. Le sanzioni alla Russia hanno avuto l’effetto di intensificare i rapporti tra i due paesi che ormai si scambiano merci, servizi e materie prime per 100 mld di dollari rigorosamente in rubli e yuan. De-dollarizzazione (5), infrastrutture che intensificano le relazioni tra i due paesi, costruzione della Unione economica euroasiatica promossa dai russi all’interno della quale si inscrive la nuova via della seta cinese, banca dello sviluppo che fa le veci della banca mondiale sono aspetti integranti del nuovo ordine mondiale multipolare che avanza.
Tanto importante quanto ignorata in Occidente la «Dichiarazione congiunta sul rafforzamento della stabilità strategica». Russia e Cina che hanno posizioni comuni su Iran, Siria, Venezuela e Corea del Nord denunciano le conseguenze negative per quei paesi che come l’Italia violano l’art. 2 del Trattato di non proliferazione nucleare

«Art. 2:

“Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente; si impegna inoltre a non produrre né altrimenti procurarsi armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, e a non chiedere né ricevere aiuto per la fabbricazione di armi nucleari o di altri congegni nucleari esplosivi.

pur aderendovi (in Italia 70 ordigni nucleari fanno del nostro un paese fuori legge, oggetto, in caso di conflitto, di ritorsione nucleare).
Coerentemente la decisione di non ratificare il recente «Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari» insieme a quella di avallare il ritiro dal trattato Inf. Atti questi che insieme contribuiscono a quella accelerazione della corsa agli armamenti nucleari che aumenta pericolosamente il rischio di conflitto nucleare.

Dai verbali della Costituente:

«è effettivamente insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione dell’ordinamento più completo dell’economia mondiale, anche e soprattutto per raggiungere il maggiore benessere possibile. Quando si dice controllo della economia, non si intende però che lo Stato debba essere gestore di tutte le attività economiche, ma ci si riferisce allo Stato nella complessità dei suoi poteri e quindi in gran parte allo Stato che non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta» Aldo Moro, 1947


«Se si lascia libero sfogo alla legge della libera concorrenza e alla libera iniziativa animata solo dal fine del profitto personale, si arriva pur sempre al super capitalismo e così a quelle conseguenze fra le quali primeggia la guerra tremenda che fu la rovina di tanti popoli» Gustavo Ghidini, 1947

In estrema sintesi, il modello economico ultraliberista, l’abbandono dell’equilibrio del terrore a favore del First Strike atomico, la declassificazione delle armi nucleari da strategiche a tattiche, l’abbandono del Trattato Inf, la non osservanza del Trattato di non proliferazione nucleare ci dicono che sono in tanti soprattutto negli Usa a pensare alla guerra come ad una forma di reset dell’ordine mondiale che potrà essere così riconfigurato, nelle loro speranze, a favore dei vincitori… ma una guerra totale combattuta senza esclusione di colpi con le armi del 21esimo secolo se dovesse concretarsi non avrà vincitori. È quanto mai urgente ridimensionare progressivamente gli eserciti e riconvertirne ruolo e funzione dal warfare al welfare, quale forza organizzata al servizio dell’umanità atta ad affrontare le grandi emergenze sociali e ambientali in esercizio di collaborazione permanente tra i popoli per il ripristino delle condizioni della vita ovunque siano in pericolo.
A livello internazionale è urgente una nuova Bretton Woods che contribuisca allo stabilirsi di un nuovo ordine internazionale condiviso attraverso una riforma del sistema monetario internazionale e l’abbandono del sistema neoliberista insieme al ristabilimento del diritto internazionale.

Noi italiani, coinvolgendo il più possibile gli altri paesi Nato, dobbiamo mirare, proprio per la importante posizione geostrategica che occupiamo nel mediterraneo, a liberarci dalla occupazione Usa-Nato del nostro territorio che dura ormai da 70 anni, dichiarandoci  finalmente neutrali e perseguire una nostra autonoma politica estera, nel rispetto della nostra Costituzione, prima che sia troppo tardi.

I tempi sono maturi perché il mondo scelga di dare continuità alla legge della vita sul pianeta.

(1) i documenti relativi sono stati desecretati nel 2013
     https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB435/


(2) https://www.nytimes.com/2015/03/26/opinion/to-stop-irans-bomb-bomb-iran.html

(3) Gorbaciov, il 15 Gennaio 1986, aveva proposto di attuare un programma complessivo, in tre fasi, per la messa al bando delle armi nucleari entro il 2000. Gli Usa non dettero alcun seguito a tale proposta di disarmo nucleare congiunto. 

(4) https://www.dontbankonthebomb.com/wp-content/uploads/2019/05/2019_Producers-Report-FINAL.pdf 

(5) su de-dollarizzazione vedi il mio «Umanità al bivio» 

(6) riporto da M. Dinucci Guerra Nucleare. Il giorno prima p.120 – ZAMBON 

Articolo pubblicato su Scenari Economici

Articolo pubblicato su SovranitàPopolare.org

Articolo pubblicato su Iskrae.eu

Articolo pubblicata su Accademia Apuana della Pace