Gli assembramenti più pericolosi si verificano nei pronto soccorso e negli ospedali

Gli assembramenti più pericolosi si verificano nei pronto soccorso e negli ospedali

Novembre 13, 2020 0 Di Francesco Cappello

La terapia domiciliare precoce, entro le prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi, è la più efficace alternativa al Lockdown, alla ospedalizzazione e, quindi, ai decessi
Quale il giusto protocollo nazionale di terapia domiciliare precoce?

Medicina territoriale e terapia domiciliare precoce
Ascoltando i medici che praticano la medicina territoriale si evince che la rigidità dei protocolli emessi dall’AIFA, basati su dati della letteratura scientifica ancora incompleti e in divenire (vedi il caso idrossiclorochina), hanno ridotto i medici ad esecutori acritici di quelle linee guida indipendentemente dalla loro efficacia effettiva. In altre parole quei protocolli imposti senza la necessaria verifica, hanno impedito ai medici di fare i medici che pensano al capezzale del malato alle strategie terapeutiche più opportune, mettendo a frutto l’esperienza, l’arte e la scienza di cui sono detentori riconosciuti.
È urgente, quindi, ascoltare tutti quei medici, che mettendo in comune la loro esperienza sul campo, hanno selezionato quelle cure domiciliari vincenti che possono essere portate ai pazienti con successo.

I medici che hanno avuto il coraggio di andare oltre le linee guida e i protocolli ufficiali hanno individuato, sulla base della loro esperienza sul campo, protocolli di cura domiciliare di grande successo. Bisogna, allora, coadiuvarli e rafforzarli legittimando la loro pratica.
Trattare i pazienti a domicilio significa
combattere all’origine lo spavento che porta le persone ad affollare i pronto soccorso, arrivare alla riduzione drastica dei ricoveri, degli accessi al pronto soccorso e delle ospedalizzazioni ottenendo la prevenzione delle complicanze gravi richiedenti terapia intensiva.

Più terapie domiciliari, quindi, rispettose di una tempistica di pronto intervento sin dalle primissime fasi del manifestarsi della sintomatologia (contrariamente alle linee guida cinesi di febbraio e quelle OMS che prescrivevano l’attesa insieme alla somministazione della tachipirina per calmierare la febbre vedi nota (1)), attraverso l’applicazione di un protocollo adeguato alla situazione messo a punto dalla esperienza messa a comune dei medici, composto da classi di farmaci, già sperimentati, peraltro a basso costo e di grande efficacia nel prevenire l’ospedalizzazione del paziente.
Il protocollo individuato dai medici che hanno fatto e fanno terapia domiciliare precoce è stato ora sottoposto all’AIFA perché diventi patrimonio e pratica corrente di tutti i medici di base. È questo il modo principe di evitare le chiusure coatte generalizzate che hanno già arrecato danni incommensurabili alla società intera.

La terapia domiciliare precoce, entro le prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi, è la più efficace alternativa al Lockdown, alla ospedalizzazione e, quindi, ai decessi. Ostacolare o anche solo tardare ulteriormente la applicazione generalizzata di tale strategia su tutto il territorio nazionale non potrebbe essere giudicato altrimenti che criminale.

La medicina territoriale nell’esperienza del dottor Luigi Cavanna primario di oncoematologia nell’ospedale di Piacenza, parla di una terapia domiciliare e di FANS in senato. Per primo ha iniziato a seguire i pazienti a casa con ecografia e terapie. Un metodo che se seguito avrebbe la potenzialità di imprimere la svolta decisiva nel contrasto dell’epidemia.

Prevenzione e terapia domiciliare precoce a cura del dott. Stefano Manera

Il dott. Pietro Luigi Garavelli, direttore di Malattie infettive del Maggiore, con Luigi Cavanna, primario di Oncologia a Piacenza, in conferenza stampa al Senato sul tema delle terapie domiciliari precoci lancia un appello: «Auspico che presto l’idrossiclorochina ritorni nella piena fruibilità dei medici».

Se ne parlava già da aprile…
Ascoltiamo Claudio Puoti, infettivologo ed epatologo, responsabile del Centro di epatologia dell’Istituto Ini di Grottaferrata che riporta le tante segnalazioni di pazienti, anche suoi colleghi, lasciati a casa per giorni, trattati con solo paracetamolo (tachipirina), che si sono velocemente aggravati fino ad arrivare al ricovero e spesso alla morte.

“Da qui l’idea di elaborare un protocollo, insieme a un gruppo di esperti, per una terapia domiciliare precoce: un documento che ha avuto già l’adesione di oltre 2.500 medici, virologi, ricercatori e cittadini di ogni regione. Nel documento, portato all’attenzione delle istituzioni, si punta a un intervento rapido, a 24 ore dai primi sintomi chiari come tosse e febbre alta, e a una riorganizzazione della terapia domiciliare per evitare l’eccessiva ospedalizzazione, spesso causa di altri contagi. E contiene novità: “Uno: non attendere il tampone di fronte a una sintomatologia classica. Lo dico da oltre un mese. Considerando che l’epidemia di influenza è terminata e quest’anno è stata assai meno aggressiva, se si hanno febbre alta, tosse, emicrania, perdita del gusto e olfatto, dolore toracico, cosa si vuole che abbia una persona in questo periodo?”.
Inoltre, spesso i tamponi danno falsi negativi e nell’attesa del risultato, comunque il virus va avanti. Tampone sì, ma è bene, intanto, avviare la terapia. “Si parla molto di clorochina, assai diffusa per i malati reumatologici, associata a un antibiotico, l’azitromicina e il terzo passaggio è l’eparina, perché ormai emergono dati che alla polmonite interstiziale si associa o va in parallelo un problema di embolie disseminate, che sono una delle due cause di morte se non la principale“.
Nel documento si indicano anche dosaggi dei farmaci. Una terapia già applicata in altri paesi e dal costo esiguo, per 5-7 giorni. Il problema, spiega il Prof. Puoti è che c’è una vera e propria giungla. Molti già lo applicano questo protocollo, ma non ci sono statistiche, molti lo applicano e non lo dicono. Lui ha lanciato un sondaggio anonimo tra i medici e sta raccogliendo i risultati.
“So per certo che si applica a Piacenza, c’è un modello Piacenza, che prevede che le Usca non vadano a casa come in altre regioni per monitorare i pazienti ma per fornire la terapia, così come ad Alessandria; mi pare assurdo che ci siano aree in cui si fa ma non si dice, aree in cui si fa e si dice e aree in cui si dice e non si fa. A Piacenza il collega mi segnalava che nel 98% dei casi i pazienti sono guariti o non sono stati ricoverati“.
A livello operativo entrano in campo delle squadre, come le cosiddette Usca, unità speciali per le cure domiciliari già attivate in molte regioni: un medico e un infermiere, a casa del paziente, con tutte le precauzioni del caso e l’attenta valutazione del malato. Il rischio altrimenti è il fai da te. Pericolosissimo.
“Le Usca non possono limitarsi a essere dei gruppi di controllo e monitoraggio ma devono essere gruppi di terapia: devono arrivare a casa del malato con un elettrocardiografo portatile perché la clorochina può dare problemi, fare un analisi del sangue per verificare altri possibili problemi e dare il trattamento al paziente in collegamento con il medico di base di quel paziente per sapere se prende altri farmaci e ci sono possibili interazioni, non è così complicato”.
Il personale può essere reclutato su base volontaria, attingendo agli elenchi delle migliaia di medici e infermieri che hanno risposto all’appello del governo nelle aree più colpite dal virus. Ma è urgente giocare d’anticipo, soprattutto con la fase due. Manca invece un coordinamento. E non ci sono dati effettivi sulla clorochina”.

integrazione successiva
Cosa sta accadendo?
Abbiamo visto che la terapia domiciliare precoce, entro le prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi, è la più efficace alternativa al Lockdown, alla ospedalizzazione e, quindi, ai decessi ma al giusto protocollo di terapia domiciliare precoce che era stato selezionato dai medici sulla base della loro esperienza della prima fase (chiedevano che fosse autorizzato ufficialmente dato il successo praticamente pieno che aveva conseguito) se ne sostituisce (impone) uno ufficiale che a detta dei medici, se fosse applicato alla lettera, contribuirebbe ad incrementare le ospedalizzazioni e i decessi:

il 13 Novembre viene emessa un’Ansa dal titolo
Covid, ecco la bozza del protocollo per le cure a casa, no antibiotici e cortisone “Sconcerto dei medici di famiglia. Nessuno ci ha interpellati”
Ecco il commento del dott. Stefano Manera pubblicato sul suo profilo fb

Una notizia degna di un venerdì 13 di un anno bisestile che sarà ricordato a lungo.
Come sapete uso da sempre la prevenzione e la medicina “non convenzionale” per curare me stesso e gli altri, tuttavia sono certo che sia indispensabile che un medico conosca e sappia utilizzare bene tutte le risorse terapeutiche a disposizione, con i giusti criteri e i giusti tempi.
Da mesi diciamo e scriviamo quanto sia fondamentale l’utilizzo di cortisone, antibiotici ed eparina anche precocemente nel trattamento della malattia.
Ci sono studi che ne dimostrano l’efficacia e l’utilità per salvare molte vite.
Qui emerge, nero su bianco, che c’è una volontà precisa di non fornire le cure idonee durante l’assistenza domiciliare.
Ci dicono l’esatto contrario: niente antibiotici e cortisone, che fino all’anno scorso venivano prescritti a tutti, da tutti i medici, per ogni banale influenza!
Non parliamo dell’idrossidoclorochina e del plasma iperimmune che fin da subito, sono stati banditi dai piani terapeutici con la scusa della pericolosità degli effetti collaterali, convincendo rapidamente tutti.
Da fonte ufficiale ANSA ROMA, 13 novembre 2020.
Ecco la bozza del protocollo per le cure a casa, no antibiotici e cortisone, sconcerto dei medici di famiglia: “Nessuno ci ha interpellati”
Paracetamolo per i sintomi febbrili, gli antinfiammatori se il quadro clinico del paziente inizia ad aggravarsi, cortisone solo in emergenza per evitare di aggredire il sistema immunitario del malato.
Nessun antireumatico, né antibiotici. Eparina per le persone che hanno difficoltà a muoversi”.
Tragico.
Sono queste le indicazioni terapeutiche per le cure a casa contenute nella bozza del Protocollo messo a punto dal gruppo di lavoro del Ministero della Salute.
Sconcerto dei medici di famiglia – si è appreso – che contestano di non essere stati interpellati e non condividono le indicazioni terapeutiche.

integrazione del 16 novembre

IL COVID-19 SI PUÒ E SI DEVE CURARE A CASA – Luigi Cavanna #Byoblu24

“HO CURATO IL COVID SENZA SEGUIRE LE REGOLE DEL MINISTERO” 1500 mutuati: né un morto, né un ricovero in terapia intensiva per la Dottoressa #MariaGraziaDondini, Medico di Medicina Generale a Monterenzio, in provincia di Bologna. Il 22 febbraio è la data in cui il problema coronavirus inizia quindi ad esistere per il Governo, ma #SarsCov2 si trovava in Italia da molto più tempo, e con ogni probabilità fino a quel momento era stato trattato dai medici di territorio, quelli che in seguito alle nuove direttive sono stati totalmente accantonati per far spazio ai ricoveri ospedalieri e alle terapie intensive.

integrazione del 19 Novembre
I Medici di Medicina Generale (MMG) si sono rivolti al Tar Lazio sostenendo che i medesimi fossero investiti di una funzione di assistenza domiciliare ai pazienti Covid impropria. Qui la sentenza del Tar del Lazio che esenta i medici di base all’assistenza domiciliare dei pazienti affetti da covid-19
Qui la risposta della Regione Lazio.

Intervista del 29 ottobre 2020 concessa dal dott. L. Cavanna. Il covid si cura e si cura a casa.

L’altra faccia del covid-19. Cosa non ci dicono: lo rivela il prof. Salvatore Spagnolo, cardiochirurgo con competenza specifica nell’ embolia polmonare massiva.
Intervista di C. Pastore (Il Monito) al prof. Salvatore Spagnolo sull’importanza dell’eparina nel terapia domiciliare precoce del covid 19.

integrazione del 25 novembre
Una rete di 13 paesi africani hanno messo in cantiere uno studio Anticov, che coinvolge l’Istituto di medicina tropicale di Anversa e istituti di ricerca internazionali, per identificare trattamenti che possono essere utilizzati per trattare precocemente i casi di Covid-19 e prevenire picchi di ospedalizzazione per prevenire il sovraccarico dei fragili sistemi sanitari africani. La sperimentazione clinica sarà condotta in 19 siti in 13 paesi e guidata da medici dei paesi africani. Sarebbe auspicabile lo scambio di esperienze con i medici italiani che hanno messo a punto, e praticano con successo, la terapia domiciliare precoce.

(1) testimonianza della
DOTT.SSA GRAZIA DONDINI
Medico di base in provincia di Bologna

Noi medici di medicina generale, tutti gli anni, generalmente da ottobre a marzo, vediamo polmoniti interstiziali, polmoniti atipiche. E tutti gli anni le trattiamo con antibiotico. Si tratta di pazienti che vengono in ambulatorio con sintomi simil-influenzali – tosse, febbre, poi compare “senso di affanno” – che non si esauriscono nell’arco di qualche giorno. La valutazione del paziente e l’evoluzione clinica depongono per forme batteriche; si dà loro un antibiotico macrolide (e nei casi più complicati del cortisone) e, nell’arco di qualche giorno, si riprendono egregiamente con completa risoluzione dei sintomi.
Quest’anno non è andata così… Il 22 febbraio di quest’anno è stata comunicata la circolazione di un nuovo coronavirus. Il Ministero della Salute ha mandato un’ordinanza a tutti noi medici del territorio, dicendoci sostanzialmente che eravamo di fronte a un nuovo virus, sconosciuto, per il quale non esisteva alcuna terapia. La cosa paradossale è che fino a quel giorno avevamo gestito i medesimi pazienti con successo, senza affollare ospedali e terapie intensive; ma da quel momento si è deciso che tutto quello che avevamo fatto fino ad allora non poteva più funzionare. Non era più possibile un approccio clinico/terapeutico. Noi, medici di Medicina generale, dovevamo da allora delegare al dipartimento di Sanità Pubblica, che non fa clinica, ma una sorveglianza di tipo epidemiologico; potevamo vedere i pazienti solamente se in possesso di mascherina FFP2, che io ho potuto ritirare all’ASL solo il 30 di marzo. Ma c’è una cosa più grave.
Nella circolare ministeriale, il Ministro della Sanità ci dava le seguenti indicazioni su come approcciarci ai malati: isolamento e riduzione dei contatti, uso dei vari DPI, disincentivazione delle iniziative di ricorso autonomo ai servizi sanitari, al pronto soccorso, al medico di medicina generale. Dunque, le persone che stavano male erano isolate; e, cosa ancora più grave, il numero di pubblica utilità previsto non rispondeva. Tutti i pazienti lamentavano che non rispondeva nessuno; io stessa ho provato a chiamare il 1500 senza successo. Un ministro della salute che si accinge ad affrontare una emergenza sanitaria prevede che i numeri di pubblica utilità non rispondano?
Un disastro.
In sintesi: le polmoniti atipiche non sono state più trattate con antibiotico, i pazienti lasciati soli, abbandonati a se stessi a domicilio. Ovviamente dopo 7-10 giorni, con la cascata di citochine e l’amplificazione del processo infiammatorio, arrivavano in ospedale in fin di vita. Poi, la ventilazione meccanica ha fatto il resto.
Io ho continuato a fare quello che ho sempre fatto, rischiando anche denunce per epidemia colposa, e non ho avuto né un decesso, né un ricovero in terapia intensiva. Ho parlato con una collega di Bergamo e un altro collega di Bologna, che hanno continuato a lavorare nel medesimo modo, e nessuno di noi ha avuto decessi e ricoveri in terapia intensiva. Anche l’OMS ha dato indicazioni problematiche: nelle prime fasi della malattia ha previsto solo l’isolamento domiciliare, nella seconda e terza fase, quindi condizioni di gravità moderata e severa, l’unico approccio terapeutico previsto doveva essere l’ossigenoterapia e la ventilazione meccanica. A mio modo di vedere c’è una responsabilità anche dell’OMS, perché non ha dato facoltà al medico di valutare clinicamente il paziente.

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