Incendi, prevenzione e speculazione. Gli incendi si possono fermare. Perché continuiamo ad arrivare troppo tardi?

Incendi, prevenzione e speculazione. Gli incendi si possono fermare. Perché continuiamo ad arrivare troppo tardi?

Luglio 30, 2026 0 Di Francesco Cappello

Dai satelliti con intelligenza artificiale ai sensori installati sugli alberi, oggi esistono tecnologie capaci di individuare un incendio quando è ancora un principio di combustione. Eppure in Italia la prevenzione resta il punto più debole: pochi investimenti strutturali, carenza di personale, ritardi amministrativi e una legislazione che continua a lasciare aperti spazi alle speculazioni sulle aree percorse dal fuoco

Quando un incendio devasta una foresta, l’impatto visivo immediato è quello dei tronchi anneriti e del paesaggio spoglio. Tuttavia, la perdita reale supera di gran lunga ciò che l’occhio umano percepisce in superficie. La copertura forestale non è semplicemente un insieme di alberi, ma un’infrastruttura viva e complessa che eroga servizi sistemici fondamentali per l’equilibrio del pianeta [*].

Negli ultimi anni, la protezione civile e i ministeri dell’ambiente di diversi Paesi hanno compiuto un salto d’innovazione fondamentale, passando da una logica puramente reattiva a un modello predittivo e ultra-precoce. Questo approccio è capace di intercettare gli inneschi nei primi minuti o di calcolare il rischio con ore di anticipo, articolandosi su tre livelli di monitoraggio coordinato: spaziale, terrestre e sub-canopia, cioè sotto la chioma degli alberi. L’Italia ha avuto esperienze all’avanguardia (vedi Chi ha interesse agli incendi distruttivi nelle aree boschive? Il sistema di prevenzione BSDS aveva un difetto. Funzionava troppo bene).

Costellazioni satellitari e intelligenza artificiale spaziale

Il monitoraggio dall’orbita terrestre non si limita più alle sole immagini satellitari tradizionali a bassa frequenza, ma impiega micro-satelliti dotati di sensori agli infrarossi termici ad alta risoluzione e modelli di intelligenza artificiale integrati a bordo. In Grecia, l’attivazione della rete di micro-satelliti dell’Hellenic Fire System, sviluppata in partnership con la spacetech OroraTech, permette di scansionare costantemente il territorio nazionale. Questo sistema rileva le anomalie termiche anche nelle ore notturne, inviando allerte in tempo reale alle sale operative dei vigili del fuoco. In modo analogo, Paesi come il Cile e il Canada, in particolare nella provincia dell’Alberta, utilizzano costellazioni satellitari termiche per monitorare vaste aree forestali remote ed estinguere i focolai prima che evolvano nei devastanti megafires.

Torri intelligenti con computer vision

Parallelamente al monitoraggio orbitale, le tradizionali torri di avvistamento con operatori umani sono state progressivamente convertite o affiancate da stazioni ottiche automatizzate. Negli Stati Uniti, in stati come California, Arizona e Colorado, la rete ALERTCalifornia curata dall’Università della California San Diego conta oltre 1.000 telecamere ad alta definizione a 360 gradi distribuite sul territorio [1]. In questo contesto, le utility elettriche e le agenzie forestali utilizzano piattaforme di computer vision come Pano AI, il cui algoritmo analizza continuamente i flussi video per identificare pennacchi di fumo entro 10-15 chilometri di raggio, distinguendo la polvere o le nuvole dal fumo reale in meno di 60 secondi.

In Turchia, la piattaforma predittiva FireAId, sviluppata con il contributo di Microsoft, Google e dati NASA, incrocia i dati storici, la velocità del vento e l’umidità del suolo con le riprese di terra, generando mappe di rischio interattive con un’accuratezza nell’individuazione dell’80% circa con 24 ore di anticipo rispetto all’innesco.

In Italia, l’attenzione della protezione civile si è concentrata sul riutilizzo delle infrastrutture di telecomunicazione esistenti, come le torri INWIT situate all’interno di aree protette tra cui i Parchi Nazionali d’Abruzzo e Lazio. Equipaggiate con telecamere ottico-termiche e sensori IoT (Internet of Trees), queste stazioni impiegano un’intelligenza artificiale di bordo in grado di cancellare i falsi allarmi, come il fumo dei comignoli nei borghi storici, segnalando tempestivamente le vere anomalie alle autorità locali. In Australia, l’integrazione di torri dotate di sensori termici e tecnologia Pano AI viene impiegata per il monitoraggio continuo delle piantagioni commerciali e degli ecosistemi a rischio, riducendo drasticamente i tempi di risposta dei soccorsi nelle aree più isolate.

Sensori sottobosco e droni autonomi

Uno dei limiti strutturali dei satelliti e delle telecamere è che il fumo deve superare la chioma degli alberi prima di diventare visibile. Per superare questo ostacolo, diversi Paesi europei, tra cui la Germania, stanno adottando la tecnologia del cosiddetto Internet of Trees attraverso il sistema Dryad Silvanet. Si tratta di piccoli nasi elettronici alimentati a energia solare e privi di batterie al litio, installati direttamente sui tronchi degli alberi. Questi dispositivi rilevano la firma chimica dei gas prodotti dalla pirolisi, ossia il monossido di carbonio, i composti organici volatili e il micro-particolato PM2.5, durante la fase di combustione lenta, intercettando l’evento ore prima che si sviluppino fiamme libere e trasmettendo i dati tramite reti radio a lungo raggio LoRaWAN o via satellite.

I droni autonomi completano la rete di protezione e vengono impiegati per pattugliare le zone a più alto rischio d’innesco o per raccogliere dati tattici in condizioni di scarsa visibilità. Negli Stati Uniti, il progetto NASA FireSense conduce test in Alabama e Montana utilizzando droni autonomi dotati di sensori di vento 3D e radiosonde che misurano temperatura, pressione e umidità dell’aria a bassa quota, alimentando i modelli predittivi sulla dispersione del fumo e sulla velocità di propagazione del fronte del fuoco. In Germania, l’Agenzia Spaziale Tedesca (DLR) ha sviluppato sistemi di fotocamere aeree modulari MACS e droni connessi in rete 5G, pronti a decollare automaticamente non appena un sensore a terra o un satellite segnala un’anomalia termica.

Valutazione sull’efficacia

Nessuna tecnologia funziona al meglio se utilizzata in modo isolato, ma dall’analisi operativa sul campo emerge una chiara gerarchia di successo a seconda dell’obiettivo specifico di protezione.

Se si valuta il successo operativo immediato nella riduzione dei tempi di intervento in aree popolate o ad alto rischio antropico, le torri intelligenti con Computer Vision e IA (come ALERTCalifornia e Pano AI) rappresentano oggi la soluzione di maggior successo pratico. Questo primato è dovuto alla loro maturità tecnologica e all’ottimo bilanciamento tra raggio di copertura e rapidità: individuano un pennacchio di fumo entro 1-3 minuti dall’innesco visibile entro un raggio di 15 chilometri, riducendo quasi a zero i falsi allarmi e fornendo alle sale operative immagini video ad alta definizione in tempo reale.

Se invece si considera la prevenzione ultra-precoce assoluta, il primato spetta ai sensori IoT da sottobosco (nasi elettronici come Dryad Silvanet). Questi sistemi vantano il tasso di successo teorico più alto in assoluto perché sono gli unici capaci di rilevare l’incendio durante la fase di pirolisi e combustione covante, ossia prima ancora che si generino fiamme visibili o fumo denso. Il loro limite risiede nei costi di scala, rendendoli perfetti per parchi naturali e zone d’interfaccia urbano-forestale ma difficili da applicare su intere regioni selvagge.

Per la prevenzione in immense aree remote prive di infrastrutture terrestri, come le foreste del Canada o del Cile, le costellazioni di micro-satelliti a infrarossi termici (come OroraTech) si dimostrano il sistema di maggior successo, garantendo la copertura di aree sterminate altrimenti inaccessibili ai sensori di terra.

In conclusione, il modello che registra il massimo tasso di successo globale è l’architettura integrata del Gemello Digitale (Digital Twin). Questa piattaforma unifica la rilevazione chimica a terra dei sensori IoT, la verifica visiva intermedia delle telecamere e dei droni e il tracciamento macroscopico dei satelliti, convogliando tutte le informazioni in un unico simulatore dinamico che modella con precisione l’evoluzione del fuoco per le ore successive.

In Italia la prevenzione degli incendi boschivi soffre di un profondo paradosso economico e strutturale. Sebbene i danni diretti e indiretti causati dai roghi, dall’erosione del suolo e dal dissesto idrogeologico pesino sull’economia nazionale per miliardi di euro all’anno, le risorse finanziarie destinate in modo specifico alla prevenzione vera e propria ovvero alla manutenzione dei boschi, alla pulizia del sottobosco, alla gestione delle fasce parafuoco e alla silvicoltura preventiva — rimangono estremamente risicate. Nel bilancio dello Stato e nelle allocazioni regionali, la spesa annua destinata in senso stretto alla prevenzione degli incendi boschivi si attesta su poche centinaia di milioni di euro. Gran parte di questi fondi non deriva da stanziamenti ordinari e stabili, ma da risorse straordinarie legate a programmi europei, al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza o a provvedimenti legislativi d’emergenza come il Decreto Incendi, che stanziano risorse una tantum senza tuttavia garantire una copertura finanziaria strutturale e costante per la gestione del territorio nel lungo periodo.

Limiti del rilevamento ad alta tecnologia

ll rilevamento ad alta tecnologia rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente per evitare gli incendi boschivi come si può verificare in vari paesi che l’hanno adottata. La tecnologia risponde con precisione alla domanda su dove e quando stia nascendo l’incendio, ma lascia del tutto irrisolta la sfida logistica e meccanica di come portare tonnellate d’acqua o creare linee tagliafuoco nel giro di pochi minuti in aree impervie o travolte da raffiche a ottanta chilometri orari. Sussiste, infatti, un’invalicabile asimmetria cinematica tra la velocità dell’informazione, che viaggia alla velocità della luce fino alle sale operative, e la velocità della risposta fisica, un divario temporale che rende del tutto inefficace la visibilità fornita dai satelliti se l’incendio si propaga a una velocità superiore a quella con cui uomini e mezzi possono raggiungere fisicamente il luogo dell’innesco.
Bisognerebbe che l’umanità si alleasse nel combattere questa guerra che minaccia concretamente gli habitat umani smettendola di impiegare risorse ed energia nei confronti di nemici immaginari come quello russo creato dalla propaganda guerrafondaia dell’Unione europea.  

ITALIA. Risorse umane e strumenti a disposizione

Sul fronte del personale e delle dotazioni operative, l’architettura antincendio italiana si fonda su un modello composito e frammentato tra strutture statali ed enti locali. Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco conta una forza operativa complessiva di circa trentacinquemila unità, le quali devono però coprire tutte le tipologie di soccorso pubblico sul territorio nazionale, dalla protezione civile ai crolli, e non soltanto gli incendi di bosco. A queste si affiancano i circa seimila operatori del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri, oltre a una rete disomogenea di circa quarantamila volontari antincendio boschivo regionali e a una quota contratta di operai forestali dipendenti dagli enti locali.

Per quanto riguarda i mezzi aerei, l’Italia dispone di una delle flotte pubbliche più consistenti d’Europa per il contrasto dall’alto, il cui nucleo principale è composto da diciotto velivoli Canadair [2] CL415 gestiti dai Vigili del Fuoco, integrati da elicotteri di pesante pescaggio Erickson S64 e da circa novanta elicotteri leggeri e medi ingaggiati dalle singole Regioni durante i mesi estivi di massima allerta. Tuttavia, la disponibilità di squadre terrestri e di mezzi d’attacco diretto soffre di forti disparità territoriali, lasciando spesso proprio le regioni meridionali e insulari più esposte in forte affanno d’organico durante le emergenze.

Il confronto diretto con le spese militari

La sproporzione economica emerge con estrema nitidezza quando si mette a confronto il budget dell’antincendio e della tutela del territorio con la spesa militare italiana. Secondo i dati del Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, la spesa militare complessiva dell’Italia è in costante crescita ed ha superato la soglia dei trentuno miliardi di euro all’anno.

Il divario delle cifre: L’Italia stanzia ogni anno per la Difesa e gli armamenti una cifra che è oltre cento volte superiore all’intero budget nazionale destinato alla prevenzione e al contrasto degli incendi boschivi. Il solo bilancio militare annuo supera di oltre dieci volte l’intero costo di funzionamento dell’intero Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco per tutte le emergenze del Paese.

In termini pratici, il costo finanziario legato all’acquisto o alla manutenzione di un singolo programma d’arma complesso o di una moderna unità navale da guerra equivale a più di quanto lo Stato italiano investa nell’arco di un triennio per la messa in sicurezza e la prevenzione degli incendi nell’intero patrimonio forestale nazionale.

Decenni di tagli alla spesa pubblica e impatto della riforma Madia

Questo profondo sbilanciamento è il risultato di anni di tagli alla spesa pubblica, politiche di spending review e blocco del turnover del personale negli enti locali. Il momento di svolta più critico sul piano istituzionale si è verificato nel duemilasedici con la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, una forza storica che contava circa ottomilacinquecento agenti specializzati, il cui personale è stato in larga parte assorbito dall’Arma dei Carabinieri e in misura minore dai Vigili del Fuoco e da altri corpi [2].

La scomparsa del Corpo Forestale ha spezzato una catena unitaria di presidio, prevenzione quotidiana e monitoraggio capillare del territorio forestale. Le competenze di lotta attiva agli incendi sono state trasferite ai Vigili del Fuoco, senza che a questo trasferimento corrispondesse un adeguato e proporzionale aumento di risorse finanziarie e di organico dedicato al presidio preventivo dei boschi.

Contemporaneamente, il blocco del turnover nella pubblica amministrazione regionale ha causato un invecchiamento e un drastico svuotamento del corpo degli operai forestali regionali, ovvero le maestranze che storicamente si occupavano della pulizia dei sentieri, dei diradamenti e delle opere di ingegneria naturalistica. La logica della spesa pubblica italiana si è così progressivamente concentrata sulla gestione dell’emergenza e sull’estinzione attiva — finanziando a caro prezzo le ore di volo della flotta aerea e i contratti di soccorso speciale — a scapito della prevenzione primaria e della cura costante del territorio, che rappresenterebbero l’unico vero strumento in grado di evitare che un semplice innesco si trasformi in un incendio ingovernabile.

Il 2026 si sta caratterizzando per un anticipo anomalo della stagione degli incendi e per un’intensità dei roghi superiore alla norma storica

I dati aggiornati a fine luglio 2026 dal sistema europeo di monitoraggio satellitare EFFIS (Copernicus), integrati con i rilevamenti dell’ISPRA e le analisi della Protezione Civile e di Legambiente, tracciano un quadro di forte criticità per l’Italia. I dati evidenziano una forte concentrazione geografica dei roghi nel Mezzogiorno e nelle isole maggiori.
La Sicilia si conferma la regione in assoluto più devastata d’Italia. Tra l’inizio dell’anno e la terza decade di luglio, la regione ha registrato oltre 24.400 ettari andati in cenere (pari a oltre il 70% di tutta la superficie bruciata nell’intero Sud Italia). I territori comunali più colpita includono Bivona (con oltre 2.400 ettari distrutti), Butera, Castronovo di Sicilia, Enna, Agrigento, Resuttano e Francofonte.
Segue al secondo posto la Calabria per estensione dei danni e primato per numero di roghi distinti. La provincia di Cosenza è risultata la più penalizzata a livello nazionale per frequenza di inneschi. La Campania al 3° Posto. Completa il “triangolo del fuoco” meridionale. Insieme, Sicilia, Calabria e Campania concentrano oltre il 70% di tutta la superficie forestale bruciata in Italia.
Basilicata e Sardegna registrano un livello di pressione medio-alto, con roghi estesi in aree costiere e collinari (come l’incendio che ha colpito la fascia costiera di Maratea).

La Puglia si attesta stabilmente tra le regioni italiane a più alta criticità, posizionandosi subito a ridosso di Sicilia e Calabria per frequenza degli inneschi e pressione operativa sui soccorsi. Nel 2026 la situazione pugliese presenta peculiarità drammatiche che aggravano l’estensione dei danni. Il dramma del Salento e degli uliveti secchi: Una quota rilevante della superficie percorsa dal fuoco in Puglia non riguarda solo la macchia mediterranea o i boschi tradizionali, ma le enormi distese di ulivi colpiti dalla Xylella fastidiosa. Il legno morto e la vegetazione spontanea non gestita trasformano queste aree in vere e proprie “polveriere”, dove il fuoco si propaga con una velocità spaventosa spinto dai venti di Scirocco e Libeccio. Il promontorio del Gargano e le pinete dell’arco ionico tarantino (da Castellaneta a Marina di Ginosa) continuano a subire roghi ad altissimo impatto ecologico e turistico. In queste zone, l’elevata densità di campeggi e strutture ricettive nell’interfaccia urbano-forestale costringe continuamente la Protezione Civile a interventi prioritari di evacuazione e contenimento per evitare perdite umane. L’altopiano delle Murge e le gravine tarantine registrano un numero elevatissimo di micro-inneschi di origine dolosa e colposa (legati alle bruciature delle stoppie), che in giornate di caldo estremo e bassa umidità si saldano rapidamente in incendi di vaste dimensioni. Nel quadro complessivo del 2026, la Puglia si colloca al quarto posto nazionale per superficie totale percorsa dal fuoco e al terzo per numero complessivo di interventi della flotta aerea (Canadair ed elicotteri), rappresentando uno dei fronti più complessi d’Italia per la concomitanza tra incendi boschivi tradizionali, roghi agricoli e perdita di patrimonio arboreo secolare.
Nord e Centro Italia: Sebbene in misura minore rispetto al Sud, si sono avuti episodi significativi e precoci fin dalla primavera, come i roghi che hanno interessato le vallate alpine del Piemonte (tra Oulx e Bardonecchia).
I dati confermano che il 2026 si sta rivelando più distruttivo della media storica recente, con un volume di territorio colpito decisamente superiore rispetto al recente passato.
Alla data attuale (fine luglio), la superficie totale percorsa dal fuoco in Italia supera i 69.000 ettari, segnando un +21% / +26% rispetto alla media storica degli ultimi vent’anni per lo stesso periodo dell’anno. Il numero di roghi rilevati da inizio anno ad oggi è quasi raddoppiato rispetto alla media stagionale di riferimento.
Rispetto al 2024, il 2026 sta mostrando un trend quasi doppio per numero di eventi e superficie colpita rispetto allo stesso periodo del 2024, che si era rivelato un anno con livelli d’incendio relativamente più contenuti.
Il 2025 si era chiuso con circa 96.500 ettari (965 km²) percorsi dal fuoco nell’arco di tutti i dodici mesi (rappresentando il quinto valore più alto dal 2006). Il 2026 viaggia su ritmi che rischiano di eguagliare o superare il totale del 2025, a causa dell’anticipo estivo.
Ciò che rende il 2026 particolarmente severo non è solo l’estensione finale dei danni, ma l’anticipo temporale del picco. Già nella prima settimana di maggio si è registrato un record storico giornaliero (820 ettari bruciati in sole 24 ore). Da fine marzo a giugno la superficie bruciata settimanale si è mantenuta costantemente al di sopra delle medie pluriennali, anticipando di oltre due mesi la tradizionale finestra critica estiva.
Nonostante il 2026 non abbia ancora toccato i picchi assoluti delle “annate nere” storiche (come il 2007 con oltre 150.000 ettari o i picchi del 2017 e 2021), l’effetto combinato di siccità prolungata, inneschi dolosi/colposi (che rappresentano il 99% delle cause) e temperature elevate sta rendendo la stagione 2026 una delle più critiche dell’ultimo decennio.

INCENDI ED IMPIANTI EOLICI. La gestione delle aree percorse dal fuoco. La lotta agli incendi sul fronte giudiziario legislativo
A proposito di incendi e gestione del post incendio, l’integrazione del quadro normativo non può prescindere dal Decreto-Legge 120/2021, noto come Decreto Incendi e convertito nella Legge 155/2021. Questo provvedimento è intervenuto proprio per rafforzare l’efficacia dell’articolo 10 della Legge 353/2000, introducendo poteri sostitutivi statali nel caso in cui i Comuni ritardino la redazione e l’aggiornamento del Catasto delle aree percorse dal fuoco.
Dalle analisi svolte da associazioni ambientaliste e nei rapporti Ecomafia e dagli studi di settore emerge che il vero vulnus operativo non risiede primariamente in una lacuna del testo della Legge quadro sugli incendi boschivi 353/2000 che all’articolo 10 prevede correttamente le scadenze temporali fondamentali, quali i quindici anni di vincolo di destinazione d’uso e i dieci anni di divieto di edificazione dalla data dell’incendio bensì nella diffusa inerzia dei Comuni nell’aggiornare il Catasto degli incendi. In assenza dell’iscrizione formale del vincolo negli atti catastali, le società sviluppatrici possono presentare istanze di autorizzazione unica o procedura abilitativa semplificata su terreni bruciati senza che l’incendio risulti formalmente dagli atti amministrativi della procedura accelerata, creando una zona grigia basata sulla mancata tracciabilità del vincolo…
La Legge 155/2021 (di conversione del D.L. 120/2021 “Decreto Incendi”) nasceva proprio con l’obiettivo di superare la paralisi applicativa della Legge 353/2000. Sulla carta, la norma ha introdotto due novità sostanziali: ha centralizzato la mappatura dei roghi affidandola al Comando Unità Forestali dell’Arma dei Carabinieri (CUFAA) tramite rilievi satellitari e ha fissato scadenze stringenti per i Comuni (90 giorni dal recepimento dei dati per aggiornare il Catasto Incendi), prevedendo l’attivazione di un potere sostitutivo regionale o prefettizio in caso di inerzia.
Nella realtà operativa, tuttavia, la Legge 155 ha rivelato importanti fallimenti applicativi e cortocircuiti giuridici che continuano a lasciare finestre di opportunità per iniziative speculative su terreni percorsi dal fuoco.
Sono quattro i nodi in cui la Legge 155 ha mostrato i suoi limiti
Il blocco dei poteri sostitutivi
L’idea di inviare un commissario ad acta nei Comuni che non aggiornano il Catasto Incendi entro i termini stabiliti si scontra con la realtà della pubblica amministrazione. Centinaia di enti locali, specialmente nelle aree interne di Sicilia, Calabria, Sardegna e Puglia, risultano sistematicamente inadempienti.
Le Regioni e le Prefetture non dispongono delle risorse umane per commissariare contemporaneamente decine o centinaia di enti. In Sicilia la Regione si è trovata a dover commissariare 147 Comuni in un solo provvedimento, arrivando ad attivare la procedura con due o tre anni di ritardo rispetto alla data dell’evento criminoso. Durante questo lungo intervallo temporale, il territorio rimane privo di una perimetrazione comunale ufficiale, lasciando aperta una prolungata finestra di vulnerabilità amministrativa.
La frattura tra dati satellitari e valore giuridico del vincolo
I Carabinieri Forestali elaborano le perimetrazioni digitali con estrema precisione entro 45 giorni dall’estinzione del rogo. Tuttavia, secondo la giurisprudenza amministrativa e la prassi urbanistica, il dato geografico del CUFAA costituisce un presupposto tecnico, non un atto amministrativo direttamente espropriativo o limitativo dei diritti privati. Per diventare un vincolo giuridicamente opponibile ai soggetti terzi nelle procedure edilizie ed energetiche, la perimetrazione deve essere formalmente recepita con una Delibera comunale e pubblicata all’Albo Pretorio.
Se il Comune non compie questo passaggio, nelle Conferenze di Servizi regionali o provinciali per il rilascio dell’Autorizzazione Unica (AU) o della Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) per impianti eolici e fotovoltaici, i tecnici della società proponente e i funzionari esaminano il Piano Regolatore Generale e il Catasto comunale ufficiale. Se il vincolo non vi risulta ancora trascritto, il procedimento autorizzativo prosegue come se il rogo non fosse mai avvenuto!
L’assenza della nullità automatica dei titoli autorizzativi
La Legge 155/2021 ha inasprito le sanzioni penali per i reati di incendio boschivo (articolo 423-bis del Codice Penale), ma non ha introdotto la nullità automatica d’ufficio delle autorizzazioni energetiche o urbanistiche rilasciate su aree che risultano bruciate nelle banche dati dell’Arma dei Carabinieri.
Se una società ottiene un’Autorizzazione Unica regionale per un parco eolico su un terreno bruciato ma non ancora recepito dal Catasto comunale, il titolo amministrativo resta valido ed efficace!
Per annullarlo, le associazioni ambientaliste o i cittadini devono ricorrere al TAR entro i rigidi termini di decadenza di 60 giorni, facendosi carico di costi elevati e affrontando il problema di venire a conoscenza dell’avvio dei lavori spesso quando questi sono già in corso.
Il sovraccarico strutturale dei piccoli Comuni
Gli incendi colpiscono in prevalenza le aree collinari e montane, spesso amministrate da Comuni di piccole dimensioni con uffici tecnici ridotti al minimo e privi di personale specializzato nell’uso dei software territoriali GIS. La Legge 155 ha imposto nuovi adempimenti senza stanziare risorse finanziarie dedicate agli enti locali per l’adeguamento dei sistemi informativi urbanistici. Il risultato è la paralisi: l’Ufficio Tecnico riceve i dati dai Carabinieri ma non ha la capacità operativa di tradurli tempestivamente in particelle catastali e delibere di vincolo.

L’impatto sul settore eolico: L’eolico industriale richiede solitamente ampie porzioni di crinali e pascoli incolti, aree che storicamente risultano più semplici da perimetrare e trasformare rispetto ai boschi fitti. Il ritardo nel censimento comunale consente di far passare il progetto come un intervento compatibile su suolo agricolo ordinario, eludendo la finalità preventiva stabilita dalla legge quadro.
Per superare queste criticità, giuristi ambientali e associazioni di tutela del territorio indicano due interventi decisivi:
L’attribuzione per legge dell’efficacia vincolante diretta alle perimetrazioni dell’Arma dei Carabinieri. Il rilievo digitale satellitare del CUFAA diventerebbe vincolo vincolante erga omnes dal momento dell’inserimento nel Geoportale Nazionale, a prescindere dal recepimento o dall’inerzia del singolo Comune.
Inoltre le piattaforme regionali e ministeriali in cui le aziende caricano le coordinate geografiche dei progetti rinnovabili dovrebbero dialogare automaticamente con il Geoportale dei Carabinieri Forestali. L’inserimento di coordinate ricadenti in un’area bruciata nei precedenti 10 o 15 anni genererebbe un blocco informatico immediato della procedura di autorizzazione.

Finiamo con una nota di speranza che vale per la nostra macchia mediterranea
La macchia mediterranea costituisce uno degli ecosistemi più complessi, antichi e straordinariamente resilienti del pianeta. Nel corso dei millenni, questa comunità vegetale non si è limitata a subire le condizioni estreme del clima estivo e arido, ma ha intessuto un legame intimo con gli incendi stagionali, incorporandoli direttamente all’interno del proprio ciclo vitale. In ecologia, le specie che popolano questo ambiente vengono definite pirofite o piro-adattate, proprio perché la loro riproduzione e la loro sopravvivenza sono legate al passaggio delle fiamme.
Alcune piante, come il cisto, affidano il proprio futuro a una banca di semi sotterranea protetta da un involucro duro e impermeabile. Per queste specie, lo shock termico provocato dall’incendio rappresenta la chiave necessaria a rompere la dormienza del seme, consentendogli di germogliare in massa non appena sopraggiungono le prime piogge autunnali su un terreno sgombro da vegetazione concorrente e arricchito dai sali minerali delle ceneri. Altre specie, come il corbezzolo e il leccio, hanno invece sviluppato imponenti ceppaie e strutture radicali sotterranee cariche di riserve nutritive che permettono alla pianta di emettere nuovi e vigorosi polloni già poche settimane dopo la distruzione della parte aerea, mentre la sughera protegge i propri tessuti vitali dal calore grazie a una spessa corteccia isolante.

Tuttavia l’equilibrio di questo sistema si regge su un fattore temporale fondamentale noto come intervallo di ritorno del fuoco. In condizioni naturali, la macchia necessita di una pausa di diversi anni o decenni tra un evento e l’altro, un periodo indispensabile affinché le giovani piante germinate raggiungano la maturità per produrre nuove sementi e gli alberi ricacciati dalle radici possano ricostituire le proprie scorte energetiche di amido…

Note

[*] Il primo e più profondo livello di devastazione riguarda la biodiversità. Una foresta matura ospita una rete trofica complessa che si sviluppa in altezza e in profondità. Il fuoco non distrugge soltanto la flora visibile e la fauna selvatica che non riesce a fuggire, ma annienta la banca dei semi sotterranea e la rete di micorrize (i funghi simbionti che collegano le radici e consentono lo scambio di nutrienti). Con l’incenerimento dell’humus, lo strato organico fertile impiega decenni, se non secoli, per ricostituirsi, interrompendo catene evolutive e nicchie ecologiche irripetibili.
Lo scudo idrogeologico e la difesa del suolo
Un bosco funge da gigantesca spugna naturale. Il reticolo radicale trattiene il terreno, stabilizza i pendii ed evita il dilavamento superficiale durante le piogge intense. Quando la vegetazione scontra il fuoco, il suolo subisce il fenomeno dell’idrofobia indotta dal calore: le elevate temperature creano uno strato ceroso e impermeabile che impedisce all’acqua di penetrare. Di conseguenza, le precipitazioni successive non alimentano più le falde acquifere sotterranee, ma scorrono veloci in superficie, innescando erosione accelerata, frane, colate di fango e alluvioni a valle. Una copertura forestale intatta intercetta fino al 30-40% delle piogge direttamente sulla chioma, riducendo l’energia cinetica delle gocce e permettendo una ricarica lenta e costante delle risorse idriche sotterranee.
La regolazione termica e la mitigazione microclimatica
I boschi sono veri e propri regolatori termici del territorio. Attraverso l’evapotraspirazione (il processo con cui le piante rilasciano vapore acqueo nell’atmosfera), gli alberi raffreddano l’aria circostante e modulano i picchi di calore. La distruzione della massa arborea altera radicalmente l’albedo locale, ovvero la capacità della superficie terrestre di riflettere la radiazione solare. Il terreno nudo e annerito assorbe invece il calore e lo riemette nell’ambiente, esacerbando le bolle termiche locali e alterando i regimi delle brezze e delle precipitazioni a scala regionale.
Il bilancio del carbonio e la dinamica geochimica
A livello globale, la foresta rappresenta uno dei più efficaci pozzi di assorbimento del carbonio (carbon sink). Durante l’incendio, questa dinamica si inverte istantaneamente: il carbonio stoccato per secoli nella biomassa legnosa e nel suolo viene rilasciato massicciamente nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica e metano, trasformando il bosco da alleato contro la crisi climatica a fonte primaria di emissioni climalteranti. Viene inoltre compromesso il ciclo dell’azoto e del fosforo, privando il territorio della sua naturale fertilità geochimica.
Il patrimonio socio-economico, sanitario e culturale
La perdita si riflette direttamente sulla sfera umana e sociale. Le foreste erogano beni tangibili come legname, riserve idriche potabili e risorse officinali, ma sostengono anche le economie locali basate sul turismo sostenibile e sul presidio del territorio. A ciò si aggiunge il valore intangibile legato alla salute psicofisica, alla qualità dell’aria, drammaticamente compromessa dai fumi e dalle polveri sottili generate dalla combustione, e al patrimonio identitario. Il paesaggio forestale è memoria storica e culturale; la sua scomparsa genera una frattura profonda nel senso di appartenenza e nella stabilità ecologica delle comunità locali.

[1] Le tecnologie avanzate in California non erano già ampiamente operative durante i grandi incendi devastanti tra il 2017 e il 2021, ma ne sono state la diretta ed immediata conseguenza. I catastrofici incendi di quel quinquennio hanno agito come un vero e proprio “shock di sistema”, mettendo a nudo i fallimenti dei metodi tradizionali e costringendo lo Stato della California a una radicale riconversione tecnologica gestita a posteriori.
Tra il 2017 e il 2021, la California è stata colpita dai peggiori roghi della sua storia, come il Tubbs Fire nel 2017, il Camp Fire nel 2018 che distrusse la città di Paradise causando 85 vittime, e il Dixie Fire nel 2021. Durante quegli eventi drammatici, la situazione tecnologica sul campo presentava enormi fragilità.
In primo luogo, la rilevazione era affidata quasi interamente alle chiamate al 911 da parte dei cittadini. Nelle zone rurali o durante le ore notturne, questo comportava che, prima che qualcuno notasse il fumo e avvertisse i soccorsi, l’incendio si fosse già propagato al punto da diventare ingovernabile.
Inoltre, vi era una quasi totale mancanza di visione notturna e di sistemi di Computer Vision automatizzati. Le poche telecamere montate sulle montagne erano sperimentali e richiedevano l’osservazione manuale da parte degli operatori, con una capacità di monitoraggio notturno pressoché azzerata.
Un altro grande ostacolo riguardava le informazioni frammentate fornite ai Vigili del Fuoco. Le squadre a terra giungevano sul posto senza conoscere con esattezza l’evoluzione del fronte del fuoco, la velocità del vento a quota terreno o la presenza di linee elettriche a rischio nelle vicinanze.
Infine, le reti elettriche gestite da società come la PG&E erano del tutto “cieche”. Non disponevano di sensori sufficienti per rilevare se un cavo spezzato dal vento stesse sfregando contro la vegetazione secca, fattore che ha rappresentato la causa primaria di innesco dei roghi più mortali.
I drammi umani ed economici di quel periodo hanno spinto il Governatore della California e l’agenzia forestale statale CAL FIRE a cambiare radicalmente strategia. Anziché limitarsi a investire in nuovi camion o aerei antincendio, la California ha deciso di trasformare il territorio in un’unica rete digitale integrata. Le tecnologie di punta sono state dispiegate proprio per evitare il ripetersi di quelle tragedie.
Mentre nel 2018 la rete era poco più di un progetto pilota denominato ALERT Wildfire con poche decine di postazioni, tra il 2019 e il 2023 il numero di sensori è stato più che raddoppiato, superando la quota di 1.000 telecamere in alta definizione a 360 gradi. Solo a partire dal settembre 2023 l’algoritmo di Intelligenza Artificiale per la rilevazione automatica del fumo è stato ufficialmente integrato in tutti i 21 centri di risposta d’emergenza della California. Nel suo primo anno di piena operatività, tra il 2023 e il 2024, l’IA ha rilevato oltre 1.200 incendi prima ancora che arrivasse la prima chiamata al 911 nel 30% dei casi.
In risposta agli incendi che hanno travolto i centri abitati e la cosiddetta interfaccia urbano-forestale, lo Stato ha avviato una mappatura ad altissima risoluzione tramite sensori laser aerei LiDAR. Questo strumento, inesistente durante i grandi roghi del passato, viene impiegato per calcolare con precisione millimetrica i punti in cui la vegetazione secca accumulata vicino alle abitazioni rappresenta un pericolo mortale.
Dopo che le cause del Camp Fire del 2018 furono attribuite alle scintille delle linee elettriche, le compagnie energetiche sono state obbligate per legge a installare sensori di sbilanciamento e micro-centraline meteo sui tralicci. Oggi, se un sensore individua un’anomalia o raffiche di vento estreme, la corrente viene tagliata in pochi millisecondi in quella specifica sezione di rete.
Comprendere questo ordine cronologico è fondamentale: la California non ha evitato i grandi incendi grazie alla tecnologia; al contrario, ha sviluppato la tecnologia perché è stata devastata dai grandi incendi.
Il principio guida della nuova strategia. I roghi catastrofici del 2017-2021 hanno dimostrato che la sola forza bruta, fatta di aerei antincendio e squadre di terra, è del tutto impotente di fronte a incendi su aree vaste alimentati da siccità e venti estremi. L’unica vera difesa individuata dallo Stato è stata la riduzione drastica del tempo di ingaggio, riuscendo a portare i soccorsi sull’innesco nei primi 5-10 minuti, prima che l’incendio superi la dimensione critica di pochi ettari oltre la quale diventa inattaccabile.

[2] Il 2017, primo anno intero senza il Corpo Forestale dello Stato, è stato uno dei peggiori della serie storica: solo tra maggio e luglio sono andati in fumo 72.039 ettari di bosco, più del doppio dello stesso periodo nel 2022, e per l’intero anno la stima si aggira sui 150.000 ettari, un livello paragonabile al 2021 (uno dei due picchi peggiori del decennio). Un altro dato interessante: ISPRA segnala che nel 2017 la quota di superficie bruciata composta da vero e proprio bosco (anziché macchia, pascoli o incolti) è salita fino al 70%, contro una media storica del 40-50%, un’anomalia che si distingue dal resto della serie.
Il Corpo Forestale dello Stato è stato soppresso con il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 177, meglio noto come “riforma Madia”,  con effetto dal 1° gennaio 2017. Si tratta di un decreto attuativo della più ampia riforma della pubblica amministrazione, presentata nel 2015 dal governo Renzi e dalla allora ministra della Funzione Pubblica Marianna Madia, con approvazione definitiva della legge delega da parte del Senato nell’estate 2015.
Cosa prevedeva e perché
Le funzioni del Corpo Forestale (circa 8.000 unità) sono state smembrate e assorbite da più enti: la maggior parte è confluita nell’Arma dei Carabinieri, dando vita al Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFAA), mentre gli specialisti antincendio sono passati ai Vigili del Fuoco, con quote residue assegnate anche a Polizia di Stato e Guardia di Finanza. Il personale, da civile, è diventato militare. In pratica abbiamo smesso di avere un corpo specializzato negli incendi boschivi e nella loro prevenzione.
L’obiettivo dichiarato era il risparmio
Il motivo ufficiale della soppressione, richiamato in più disegni di legge parlamentari successivi che ne hanno chiesto il ripristino, era la logica della spending review: l’obiettivo era risparmiare circa 100 milioni di euro in tre anni.
Oggi è tutto affidato ai canadair con interventi che costano sino a 20 mila euro l’ora ed un costo complessivo per evento che può raggiungere i 400-500 mila euro
Gli aerei sono pubblici, ma la gestione operativa è affidata a privati.
Gli aeromobili appartengono allo Stato
I Canadair (CL-415, ora prodotti da Viking Air/De Havilland) sono di proprietà del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, quindi pubblici a tutti gli effetti.
Lo Stato però non ha piloti né personale tecnico propri per farli volare, quindi appalta il servizio “chiavi in mano” (piloti, manutenzione, carburante, basi operative) a una società privata tramite gara pubblica. Negli ultimi anni questa gestione è passata di mano più volte: fino a poco tempo fa era Babcock Italia, controllata dal colosso londinese Babcock; nel 2026 il servizio è passato ad Avincis, il maggiore operatore europeo di servizi aerei di emergenza, con sede tra Lussemburgo e Regno Unito, controllata a sua volta da un fondo di investimento infrastrutturale (Ancala Partners) che nel 2023 ha rilevato le attività italiane, spagnole, portoghesi, norvegesi, svedesi e finlandesi di Babcock per un’operazione complessiva di 136,2 milioni di euro.
Lo Stato paga un canone fisso più un costo per ogni ora di volo effettivamente svolta.

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