La guerra economica è cruenta e caotica, ma non per tutti; tra i litiganti c’è chi gode
Il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran in Pakistan ha innescato una reazione a catena che trascende il semplice scontro diplomatico, delineando un panorama di crisi multipla dove energia, tecnologia e sussistenza alimentare si intrecciano inestricabilmente. La decisione dell’amministrazione Trump di imporre un blocco totale allo Stretto di Hormuz non rappresenta solo un tentativo di azzerare le entrate iraniane e i proventi dei pedaggi marittimi, ma configura una sfida diretta alla stabilità globale
Se da un lato Washington minaccia di sequestrare ogni vascello che abbia pagato dazio a Teheran, dall’altro deve fare i conti con un’economia interna già logorata, dove il sentiment dei consumatori è precipitato dell’11%, toccando i minimi storici, e le aspettative inflazionistiche corrono verso un preoccupante 5%. Con la benzina proiettata verso i 6 dollari al gallone, il mercato azionario, guidato dal NASDAQ e dall’S&P 500, ha già iniziato a mostrare i segni di un cedimento strutturale, rivelando la fragilità di un sistema che non può assorbire indefinitamente costi energetici così elevati.
Il collasso della catena di approvvigionamento tecnologico ed energetico proprio nel momento in cui gli Stati Uniti cercano di vincere la corsa all’Intelligenza Artificiale
Questa tensione geopolitica si scontra violentemente con le ambizioni tecnologiche americane, in particolare nel settore dell’intelligenza artificiale. Mentre le “Magnifiche 7” [1] investono oltre 600 miliardi di dollari nella costruzione di oltre 700 data center in stati come Virginia e Texas, la realtà industriale racconta una storia di vulnerabilità estrema. La corsa all’IA richiede una quantità monumentale di energia elettrica ed acqua e infrastrutture che gli Stati Uniti non sono attualmente in grado di produrre autonomamente. I tempi di consegna per i trasformatori elettrici, componenti essenziali per alimentare questi centri nevralgici, sono passati da due a cinque anni, con prezzi raddoppiati a causa della dipendenza dalle forniture cinesi. In questo contesto, la Cina detiene una leva strategica formidabile: il controllo del 70% delle terre rare globali. Elementi come il terbio, indispensabile per i sistemi di guida dei jet e dei radar, rendono la macchina bellica e tecnologica statunitense paradossalmente dipendente dal suo principale avversario, proprio mentre Pechino si prepara a rispondere al blocco energetico che minaccia il 90% delle sue importazioni di greggio iraniano.
L’instabilità dello Stretto di Hormuz agisce inoltre come un detonatore per una crisi alimentare potenzialmente più devastante di quella innescata dal conflitto russo-ucraino. Il passaggio non è solo la via del petrolio, ma l’arteria principale per un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti. La carenza di urea, azoto e zolfo colpisce direttamente la resa dei raccolti, creando uno shock dell’offerta che è per natura più rigido e meno elastico di quello energetico. Se nel breve termine le scorte possono garantire circa sei settimane di autonomia a paesi come Giappone e Corea del Sud, nel lungo periodo il rincaro dei nutrienti agricoli si traduce in aumento dei prezzi alimentari. Questa dinamica mette in crisi persino giganti della ristorazione come McDonald’s, costretti a lanciare menu a prezzi ribassati per trattenere una clientela che non può più permettersi i costi base, mentre i margini aziendali vengono erosi dall’aumento dei costi dei mangimi e della logistica.
In questo vuoto di potere e stabilità, la Russia di Putin offre il proprio gas naturale liquefatto (GNL) con sconti massicci del 40% ai mercati asiatici. Questa strategia mira a scalzare il dominio americano nel mercato del gas che negli anni precedenti aveva tratto enormi profitti dalle forniture all’Europa a prezzi raddoppiati malgrado gli alti costi di produzione, trattandosi di shale gas, ma che diventano ora insostenibili con il rischio concreto di perdere la competizione globale.
Mentre gli Stati Uniti faticano a gestire una base industriale sotto pressione e scorte di munizioni che iniziano a scarseggiare. La strategia americana che tenta di isolare l’Iran ma finisce per alimentare l’inflazione interna e frenare la propria rivoluzione tecnologica.
Il debito pubblico Usa, la dedollarizzazione e la deindustrializzazione
Il debito pubblico statunitense non è più uno strumento di egemonia per gli USA ma una catena che vincola le scelte della Casa Bianca. 40.000 miliardi di dollari, non sono soltanto un dato contabile, ma una massa critica che sta perdendo la sua capacità di auto-alimentarsi e sostenersi attraverso i compratori esteri tradizionali. Il disimpegno della Cina, in parte anche del Giappone che tra l’altro subisce enormemente il blocco dello stretto da cui dipendeva al 90%, che riducono le loro riserve in Treasuries per diversificare in oro e valute locali, ha costretto la Federal Reserve e i grandi fondi privati a una continua operazione di equilibrismo, rendendo il dollaro estremamente vulnerabile a shock esterni come quelli energetici. La situazione di instabilità sta colpendo duramente i paesi del Golfo, le cui economie dipendono quasi esclusivamente dalle esportazioni di petrolio per finanziare i propri stati sociali. Paesi come il Kuwait e l’Arabia Saudita, che necessitano di un prezzo del barile intorno agli 82-83 dollari per pareggiare il bilancio, si trovano paradossalmente in crisi nonostante i prezzi di mercato superino i 100 dollari, poiché non riescono fisicamente a trasportare il greggio fuori dallo stretto bloccato.
Il cambiamento radicale nelle strategie di approvvigionamento della Cina, che rappresenta il cliente più importante per l’Arabia Saudita. Di fronte all’instabilità del Golfo e al blocco di Hormuz, Pechino sta drasticamente riducendo gli acquisti di petrolio saudita — passati da 40 a 20 milioni di barili al mese — per rivolgersi a fornitori più sicuri e accessibili via terra o tramite rotte alternative, come la Russia e il Brasile. Questa mossa non solo priva il regno di miliardi di dollari in entrate vitali, ma sposta l’asse commerciale verso il gruppo BRICS, con transazioni sempre più regolate in yuan anziché in dollari. Inoltre, la Cina sta accelerando la propria transizione energetica interna verso il nucleare e le rinnovabili, riducendo ulteriormente la dipendenza futura dal petrolio mediorientale.
C’è il rischio concreto di un massiccio disinvestimento cinese nella regione. Con oltre 270 miliardi di dollari investiti in progetti infrastrutturali nel Golfo, di cui molti ancora in fase di costruzione, Pechino potrebbe decidere di fermare tutto se la sicurezza delle catene di approvvigionamento non venisse garantita. La distruzione fisica di impianti di gas e petrolio in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti ha già ridotto la capacità produttiva della regione, rendendo i costi di riparazione e i tempi di ripristino (stimati in 3-5 anni) una sfida finanziaria enorme. Questa instabilità sta spingendo le economie del Golfo verso una recessione che potrebbe vedere crolli del PIL tra il 3% e il 10% se il conflitto dovesse trascinarsi a lungo. Messi alle strette dalla mancanza di liquidità e dalla perdita di quote di mercato, i paesi del Golfo potrebbero essere costretti a liquidare le proprie massicce riserve di titoli di Stato americani. Solo Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti detengono insieme oltre 300 miliardi di dollari di debito USA; una vendita coordinata di questi asset per sostenere i propri bilanci nazionali provocherebbe uno shock senza precedenti ai mercati finanziari americani, trasformando la strategia di pressione di Trump in un boomerang economico per gli stessi Stati Uniti.
Il capitalismo, per sopravvivere ha bisogno di un’espansione costante che oggi non trova più sbocchi geografici o di mercato, se non attraverso la distruzione e la ricostruzione. In questo senso, le manovre di Trump non sono altro che un tentativo di sostituire la competitività industriale, ormai perduta dagli Stati Uniti a favore dell’Asia, con una sorta di mercantilismo militare. L’idea di acquisire riserve fossili e controllare i flussi di idrocarburi rappresenta l’ultima ratio per mantenere il dollaro come moneta di transazione obbligata, cercando di impedire quella de-dollarizzazione che diversi esponenti dell’amministrazione USA temono come la fine dell’eccezionalismo americano.
Un altro pericolo è la metamorfosi delle banche centrali, che da garanti della stabilità monetaria sono diventate attori politici che alimentano bolle finanziarie per sostenere un sistema altrimenti insolvente. Anche la gestione del risparmio collettivo attraverso i fondi d’investimento è stato totalmente sottratto al controllo dei cittadini e dirottato verso una finanza predatoria con finalità chiaramente speculative . Questo meccanismo ha generato un capitalismo estrattivo, dove i dividendi vengono suddivisi a scapito degli investimenti nelle infrastrutture e nella produzione reale. Nel caso italiano, l’invadenza di fondi come BlackRock in settori strategici come l’energia e le telecomunicazioni dimostra come lo Stato abbia ceduto sovranità in cambio della sottoscrizione del proprio debito, creando un circolo vizioso in cui le politiche pubbliche sono dettate dai rendimenti richiesti dai mercati finanziari piuttosto che dai bisogni della popolazione.
La finanza non è solo un attore economico, ma il vero motore cinetico dei conflitti globali. L’ottimismo dei mercati riguardo ai cessate il fuoco, è un’illusione temporanea: i mercati possono rimanere irrazionali molto più a lungo di quanto gli Stati possano rimanere solvibili.
Il sistema attuale potrebbe continuare a reggersi sulla creazione di denaro dal nulla se il nuovo denaro fosse non a debito e finalizzato agli investimenti produttivi miranti a sostenere economicamente l’economia reale (e non quella finanziaria), puntando sugli investimenti produttivi e sulla spesa pubblica in grado di alimentare la domanda interna. Se tutto questo non accade il processo di creazione di nuovo denaro mirante a stabilizzare le dissennatezze finanziarie non fa altro che diluire il valore delle valute e impoverire la popolazione globale.
Per evitare il collasso, questo sistema essendo vincolato alla creazione di denaro a debito ha un bisogno vitale di “beni collaterali” reali: risorse naturali massicce che possano garantire i nuovi debiti. L’Iran, con le sue immense ricchezze aventi un valore dell’ordine del debito pubblico americano, rappresenta la preda perfetta. La guerra non riguarda dunque i diritti delle donne o la democrazia ma la necessità dei banchieri di rifinanziare un sistema che altrimenti imploderebbe.
Il sistema inizialmente proposto da Trump basato su dazi, investimenti produttivi, alimentazione della domanda interna e protezione e promozione delle piccole imprese, ritorno dei capitali in patria quale lotta contro la finanziarizzazione dell’economia sembrava una strada percorribile per rendere gli Stati Uniti autosufficienti ma l’attacco all’Iran ha segnato esplicitamente il ritorno alla logica imperiale. Si tratta del cedimento alle pressioni neoconservatrici e finanziarie, che preferiscono distruggere le infrastrutture della filiera energetica mediorientale ed eurasiatiche (come il corridoio di trasporto Nord-Sud e la nuova via della seta) piuttosto che permettere l’ascesa di un polo economico multipolare indipendente da Washington.
L’Europa emerge quale vittima sacrificale di questa dinamica. Tagliata fuori dall’energia russa e ora anche da quella mediorientale a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, il vecchio continente è pronto a implodere. Con oltre un terzo delle famiglie europee in difficoltà economica, il rischio di rivolte sociali, perdita della coesione sociale e guerre civili è altissimo. L’establishment europeo pur insistendo a preparare la popolazione a una guerra contro la Russia senza possedere le materie prime, l’energia necessaria, né l’apparato produttivo che è del tutto insufficiente a competere con quello russo – proprio per distrarre dai fallimenti economici interni e a costo di rischiare di trasformare l’intero continente in una nuova Ucraina verso una ucrainizzazione dell’Europa – potrebbe ora trovarsi costretta a compiere mosse drastiche, come la rimozione delle sanzioni alla Russia, per garantire la propria sopravvivenza industriale.
Il ruolo dei paesi del golfo e la “trappola” dei depositi presso la Federal Reserve
L’Arabia Saudita, nonostante i rischi geopolitici evidenti, resta vincolata agli Stati Uniti per il timore che i propri asset (oltre un trilione di dollari) vengano sequestrati, come accaduto alla Russia. Questo scenario delinea un mondo in cui la vecchia geopolitica britannica del “divide et impera” nel cercare di soffocare sul nascere l’integrazione eurasiatica porterà alla lunga ad una frattura definitiva che costringerà gli Stati Uniti a ritirarsi nel proprio emisfero e il resto del mondo a costruire un’architettura finanziaria e di sicurezza completamente nuova, libera dal dominio delle oligarchie bancarie occidentali.
La Cina, attraverso l’integrazione tra controllo statale e tecnologie digitali avanzate come la blockchain per il Digital Yuan, sta offrendo un’alternativa sistemica che non si basa più sulla fede nel debito americano, ma sulla capacità produttiva reale e su scambi regolati al di fuori dei circuiti occidentali. Questa biforcazione del sistema finanziario globale porterà a una frammentazione dei mercati dove il capitalismo occidentale dovrà confrontarsi con forme di organizzazione economica statali più efficienti nella gestione delle crisi sistemiche.
In questo scenario, l’Europa appare la vittima designata, stretta tra un’adesione ideologica a un atlantismo finanziario in declino e l’incapacità di darsi una visione economica autonoma, restando intrappolata in politiche di rigore che ne accelerano la marginalizzazione industriale.
La Cina non si limita a osservare il declino del sistema dollaro-centrico ma comincia a far leva per il suo scardinamento. Il fulcro di questa offensiva finanziaria è rappresentato dal lancio della più grande emissione mondiale di bond in Yuan Digitali, che minacciano la tradizionale supremazia degli asset statunitensi su scala globale. Mentre Washington è invischiata nelle sabbie mobili diplomatiche e militari del conflitto in Medio Oriente, Pechino costruisce un’architettura finanziaria parallela e tecnologicamente avanzata, capace di operare al di fuori dei circuiti tradizionali controllati dall’Occidente adottando una strategia multiforme.
Da un lato il controllo sullo Stretto di Hormuz in cui l’Iran agisce come un braccio operativo impone pedaggi milionari alle navi in transito, esigendo pagamenti in valuta cinese creando così una domanda fisica e immediata di Yuan e indebolendo il petrodollaro proprio in quello che era sempre stato il suo cuore pulsante.
Dall’altro lato, Pechino ha inaugurato centri operativi per lo Yuan digitale a Shanghai e ha iniziato a remunerare i depositi in valuta digitale, incentivando investitori globali e istituzioni come Deutsche Bank a entrare nel mercato dei “Panda bond”. La stabilità della valuta cinese, cresciuta del 7,5% rispetto al dollaro in un anno, unita a rendimenti reali che superano il 10% se si considera l’apprezzamento valutario, rende gli asset cinesi un porto sicuro mentre i mercati occidentali affrontano una fase di estrema volatilità e inflazione.
Utilizzando la tecnologia blockchain per l’emissione e il regolamento, la Cina riesce a tagliare fuori gli intermediari bancari statunitensi ed europei, eliminando il rischio di controparte e la minaccia delle sanzioni SWIFT. Questa efficienza non è solo finanziaria ma anche strategica: Pechino ha bisogno di massicci capitali per colmare il divario con gli Stati Uniti nella corsa all’intelligenza artificiale, dove la spesa americana supera ampiamente quella cinese. Creando canali di investimento diretti e privati, protetti dalla sorveglianza del Tesoro USA, la Cina mira ad attrarre capitali globali necessari per vincere la competizione tecnologica del futuro.
Si assiste ad un ribaltamento degli equilibri. La Cina appare paradossalmente avvantaggiata dal perdurare della crisi energetica: grazie a un mix energetico basato su rinnovabili e carbone interno, e a una valuta forte che rende più economiche le importazioni energetiche, Pechino riesce a mantenere bassi i tassi di interesse e ad accumulare surplus commerciali record, previsti oltre i 1.200 miliardi di dollari entro fine anno. Questi profitti non vengono più reinvestiti in debito americano, ma convertiti in oro fisico o investiti nella costruzione di infrastrutture a ritmi senza precedenti, svuotando i caveau occidentali per garantire una base reale di fiducia alla propria valuta. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran si sta delineando come il catalizzatore finale di questa transizione in cui ogni errore di calcolo di Washington e ogni centesimo in più pagato dagli americani alla pompa di benzina si traduce in un punto a favore di un mondo multipolare, dove il sistema finanziario cinese, digitale e ancorato all’oro, si pone come l’unica alternativa credibile a un ordine globale in via di disfacimento.
[1] sono i sette giganti tecnologici statunitensi — Apple, Microsoft, Alphabet (Google), Amazon, Nvidia, Tesla e Meta Platforms — che guidano l’innovazione (specialmente nell’AI) e dominano il mercato azionario, rappresentando circa il 30% dell’indice S&P 500
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