Sta succedendo di nuovo. Ecco cosa vede il mercato nel prossimo futuro
Nel mercato petrolifero globale si sta delineando una situazione senza precedenti: una profonda scissione strutturale tra il valore presente e quello futuro della materia prima. L’analisi dei contratti futures (*) rivela un quadro paradossale: mentre i prezzi per la consegna immediata subiscono impennate repentine, superando abbondantemente i 110 dollari al barile con picchi di 140 dollari per alcuni benchmark del Mare del Nord, le quotazioni per le scadenze del prossimo anno mostrano una tendenza opposta, scivolando stabilmente sotto la soglia dei 70 dollari.
Questa divergenza estrema crea una curva dei prezzi distorta (*), caratterizzata da differenziali (o spread) storici. Il mercato manifesta un panico immediato nell’accaparrarsi le scorte disponibili “oggi”, ma scommette su un valore drasticamente inferiore per il domani. Per comprendere le ragioni di tale distacco, è necessario valutare due possibili percorsi interpretativi che spieghino perché il greggio dovrebbe costare molto meno tra pochi mesi nonostante le tensioni attuali.
La prima ipotesi, di stampo ottimistico, suggerisce che gli operatori prevedano una risoluzione lampo dei conflitti geopolitici e un ripristino istantaneo delle rotte di fornitura. In questo scenario, il prezzo tornerebbe rapidamente al suo valore fondamentale una volta cessata l’emergenza. Tuttavia, i dati concreti sembrano smentire questa lettura: le chiusure delle rotte commerciali persistono e i danni alle infrastrutture produttive richiedono tempi tecnici di riparazione che mal si conciliano con un ritorno alla normalità nel breve periodo.
La seconda tesi, più aderente alle dinamiche finanziarie globali, individua la causa di questo crollo futuro nella “distruzione della domanda”. In sostanza, i prezzi a lungo termine scendono non perché l’offerta aumenterà, ma perché l’economia globale sta segnalando una frenata così brusca da rendere superfluo l’acquisto di grandi volumi di energia in futuro. Un esempio potrebbe essere quello di un bene di prima necessità che diventa carissimo durante una carestia improvvisa: il suo prezzo per la stagione successiva crolla non perché il raccolto sarà abbondante, ma perché si prevede che la popolazione non avrà più le risorse economiche per acquistarlo.
Ci sono altri segnali, provenienti da altri comparti del sistema finanziario, che rafforzano questa ipotesi come il mercato dei titoli di Stato e quello degli interest rate swaps (**). Questi indicatori mostrano che le aspettative di inflazione a lungo termine sono in netto calo e che gli investitori prevedono un intervento delle banche centrali per tagliare i tassi d’interesse nel tentativo di arginare una recessione. Il fatto che il petrolio per consegna futura perda valore proprio mentre i rischi sulle forniture aumentano rappresenta un segnale d’allarme critico.
In altri termini, l’anomalia della curva dei prezzi petroliferi non è un evento isolato, ma riflette un deterioramento macroeconomico più vasto. La combinazione tra l’attuale shock energetico, la contrazione del credito privato e l’erosione del potere d’acquisto sta spingendo il sistema verso una fase in cui l’alto costo della vita odierno agirà come un freno paralizzante, portando a una scomparsa della domanda e a un conseguente crollo dei prezzi nel prossimo futuro.
Durante la pandemia di COVID-19, tra marzo e aprile 2020, si è verificato un fenomeno analogo ma speculare e ancora più estremo, di distorsione del mercato petrolifero. Se la situazione attuale vede prezzi altissimi oggi e bassi in futuro (un fenomeno tecnico chiamato backwardation), nel 2020 accadde l’esatto opposto: i prezzi crollarono nel presente per restare più alti nel futuro (contango).
Il crollo del 20 aprile 2020
Il momento più iconico fu quando il prezzo del WTI (il greggio di riferimento americano) scese per la prima volta nella storia sotto lo zero, raggiungendo il valore paradossale di -37 dollari al barile. Questo accadde perché la domanda globale era letteralmente evaporata da un giorno all’altro a causa dei lockdown, mentre la produzione continuava a pompare greggio.
Nel 2020, il panico era dovuto all’eccesso di offerta: i depositi erano così pieni che i commercianti arrivarono a pagare chiunque fosse disposto a ritirare i barili, poiché non sapevano fisicamente dove metterli.
Oggi, il panico è dovuto alla scarsità immediata: si è disposti a pagare cifre folli per la consegna odierna perché si teme che domani i rubinetti siano chiusi.
In entrambi i casi, la curva dei futures si è “spezzata”. Nel 2020, mentre il petrolio per consegna immediata non valeva nulla, i contratti per i mesi successivi mantenevano prezzi più alti (intorno ai 20-30 dollari), riflettendo la scommessa che, prima o poi, la gente sarebbe tornata a guidare e a volare.
L’esempio del 2020 aiuta a capire la dinamica odierna: il mercato dei futures non è solo un indicatore di prezzo, ma un segnale di capacità logistica. Quando la differenza tra il prezzo di oggi e quello di domani diventa così ampia (come i 30-40 dollari attuali), significa che il sistema di distribuzione è sotto uno stress tale da non riuscire più a connettere il presente con il futuro in modo razionale.
La somiglianza fondamentale sta nell’ipotesi di distruzione della domanda
Anche all’inizio della pandemia, molti pensavano che si sarebbe trattato di uno shock temporaneo di poche settimane. Tuttavia, i mercati finanziari iniziarono subito a prezzare un danno economico molto più profondo e duraturo.
Mentre nel 2020 la distruzione della domanda fu causata da un evento esterno (pandemia e chiusure), oggi il timore è che la distruzione della domanda sia causata dai prezzi stessi: un petrolio troppo caro per troppo tempo finisce per “uccidere” l’economia, portando paradossalmente al crollo dei prezzi futuri perché i consumatori, semplicemente, non potranno più permetterselo.
Un’ipotesi non proprio rassicurante, ma è quello che sembra vedere il mercato.
(*) I futures sono dei contratti d’acquisto vincolanti che fissano oggi il prezzo di una merce (come il petrolio) che verrà consegnata in una data futura prestabilita.
Funzionano come un “prezzo bloccato”. Se oggi firmo un contratto future per ricevere petrolio a dicembre a 70 dollari, sono protetto se il prezzo salirà a 100, ma pagherò comunque 70 anche se il mercato dovesse crollare a 50. Da questo punto di vista è quindi una scommessa sul valore futuro di un bene.
E anche un termometro delle aspettative
Poiché infatti esistono contratti per ogni mese dei prossimi anni, la sequenza dei loro prezzi forma una “curva”. Se i prezzi dei mesi vicini sono molto più alti di quelli lontani, il mercato sta gridando che c’è un’emergenza immediata (scarsità), ma prevede una frenata economica o un ritorno alla normalità nel lungo periodo.
Per le aziende (come le compagnie aeree), i futures servono a eliminare l’incertezza, permettendo di pianificare i costi del carburante con mesi d’anticipo, indipendentemente dalle oscillazioni folli del mercato quotidiano, funzionando quale strumento di protezione (hedging).
(**) Gli interest rate swaps (scambi di tassi di interesse) sono contratti derivati in cui due parti decidono di scambiarsi i flussi di pagamento dei relativi interessi per un periodo di tempo predefinito.
In parole semplici, è come se due persone con un mutuo decidessero di scambiarsi le rate: una passa dal tasso fisso al variabile, e l’altra fa l’opposto.
Gli scambi di tassi di interesse (utilizzanti anche per scopi prettamente speculativi) non servono solo a proteggersi dal rischio, ma sono dei potenti indicatori delle aspettative del mercato.
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