Verso razionamenti e lockdown energetici?
Crescono, per Italia ed Europa, le difficoltà di approvvigionamento delle risorse energetiche. Tuttavia persiste il masochistico rifiuto, da parte dei paesi dell’Unione, della mano tesa della Russia, a discapito dei popoli europei
L’allargamento del conflitto in Medio Oriente, con l’ingresso diretto e determinato degli yemeniti a fianco dell’Iran, sta trasformando la regione in una trappola mortale per l’economia globale, con l’Europa che si trova, ancora una volta, nel ruolo della vittima più esposta e vulnerabile. Non è unicamente una questione di prezzi del petrolio, ma di un potenziale collasso logistico ed energetico che rischia di paralizzare il vecchio continente.
La Presidente Christine Lagarde ha dichiarato che la BCE è “pronta ad alzare i tassi se l’inflazione persiste“, a causa dei rischi al rialzo derivanti dalla crisi energetica nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
Inversione di rotta: Il ciclo di tagli che molti attendevano è stato ufficialmente accantonato.
Prossimi aumenti: Si ipotizzano fino a tre rialzi dei tassi nel corso del 2026. Il primo potrebbe arrivare già nella riunione del 30 aprile o di giugno, con scatti di 25 punti base.
Target finale: Il tasso sui depositi potrebbe salire dall’attuale 2% fino al 2,5% o 2,75% entro la fine dell’anno per tentare di raffreddare l’inflazione, che la stessa BCE ha rivisto al rialzo per il 2026 portandola dal precedente 1,9% al 2,6%.
Al blocco dello Stretto di Hormuz rischia ora di aggiungersi la negazione dell’accesso al Canale di Suez.
Significa che non si teme più solo un’interruzione a monte (Hormuz), ma un blocco totale dell’arteria principale che collega Asia ed Europa. Per i Paesi del Mediterraneo, l’unica apertura rimarrebbe Gibilterra, un’immagine cupa di isolamento. Quindici giorni in più di navigazione.
Per l’Europa, questa prospettiva è drammatica. Avendo rinunciato al gas russo via tubo, il Continente si è reso dipendente dal Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via mare. Ma il GNL proveniente dal Qatar, uno dei principali fornitori, e da altri partner asiatici transita proprio per Hormuz e Suez.
Con queste rotte bloccate, l’unica opzione sarebbe la circumnavigazione dell’Africa via Gibilterra, un tragitto molto più lungo, lento ed infinitamente più costoso. Le scorte europee, già fragili, verrebbero rapidamente esaurite, portando a razionamenti di energia per industrie e famiglie.
I prezzi del petrolio, oggi a $110, potrebbero “volare a $150 o addirittura $200 al barile” nel caso di un blocco totale delle rotte. Un simile picco energetico, sommato ai costi logistici alle stelle per i trasporti via mare (su cui viaggia il 90% dei volumi del commercio mondiale e l’80% del valore), scatenerebbe un’inflazione globale fuori controllo, azzerando qualsiasi speranza di ripresa economica.
In un mondo dove merci ed energia devono passare per pochissimi snodi strategici (choke points), l’illusione di mercati aperti e stabili naufraga tragicamente di fronte alla realtà imposta dalla guerra di aggressione all’Iran.
Gli europei e i paesi del G7 si trovano in gravissima difficoltà economica, con i rendimenti dei titoli di stato in forte rialzo e l’inflazione che morde sempre più ferocemente.
L’euro ha perso valore rispetto al dollaro a causa della chiusura all’Europa dei transiti attraverso Hormuz e Suez rendendo ancora più oneroso l’acquisto delle materie prime energetiche per i paesi della zona euro.
La prospettiva di condividere l’immenso onere finanziario di una nuova guerra eterna terrestre in Iran (un altro Afghanistan) è l’eternizzazione di un incubo.
L’Iran e i suoi alleati stanno giocando una partita più sofisticata di quella puramente militare facendo leva sulle catene di approvvigionamento globali.
Colpiscono l’economia occidentale là dove è più vulnerabile. Di fronte a questo scenario, l’acquisizione di un peso ancora più rilevante dello Stretto dei Dardanelli e del Mar Nero (per i cereali e, potenzialmente, altre risorse) non fa che accentuare la complessità e la frammentazione geopolitica.
L’Europa intrappolata tra la propria dipendenza energetica e la servitù politica agli aggressori dell’Iran, USA e Israele, insistono come un disco rotto a voler continuare a fare meno del gas e del petrolio Russo, ed anzi, mentre corrono verso la recessione e la depressione economica continuano psichiatricamente a volersi preparare alla guerra contro la superpotenza nucleare russa…
Il regime change dobbiamo operarlo urgentemente noi cittadini nei confronti di questi politici da rinchiudere in una camicia di forza prima che sia troppo tardi.
La benzina russa serve alla Russia
Il vice primo ministro Alexander Novak ha infatti confermato che, a partire dal 1° aprile e per la durata di quattro mesi, la Russia interromperà tutte le esportazioni di benzina per dare priorità al fabbisogno interno e contrastare l’aumento dei prezzi alla pompa. Questa misura si è resa necessaria a causa di una combinazione di fattori critici, tra cui i ripetuti attacchi di droni ucraini che hanno gravemente danneggiato diverse raffinerie chiave, riducendo drasticamente la capacità produttiva nazionale.
La situazione è ulteriormente complicata dalle sanzioni internazionali che rendono estremamente difficile e lenta la riparazione degli impianti, poiché mancano i componenti tecnologici occidentali necessari per il ripristino dei macchinari di raffinazione. Il blocco di circa 117.000 barili al giorno di benzina russa, che solitamente alimentano i mercati globali, avviene in un momento di estrema fragilità energetica mondiale, aggravata dalla chiusura dello stretto di Hormuz a seguito dell’escalation militare in Medio Oriente. Di conseguenza, la decisione di Mosca di trattenere quasi 5 milioni di tonnellate di carburante entro i propri confini sta esercitando una pressione senza precedenti sulle catene di approvvigionamento internazionali e sui costi energetici globali.
L’impatto previsto sui mercati europei per il mese di aprile 2026 è estremamente critico, poiché il divieto russo si inserisce in un quadro di “tempesta perfetta” energetica. Le principali analisi di mercato indicano tre direttrici di crisi che colpiranno l’Europa nelle prossime settimane.
Previsione di aumenti in Europa
Innanzitutto, si prevede un forte aumento dei prezzi alla pompa. Già a fine marzo, in Italia e nel resto dell’UE, si sono registrati rincari della benzina vicini al 10%, con punte del 23% per il diesel. Gli analisti di Shell e diverse testate economiche avvertono che, se la chiusura dello stretto di Hormuz dovesse perdurare parallelamente al blocco russo, il prezzo della benzina in Europa potrebbe spingersi verso la soglia psicologica dei 3 euro al litro entro la fine di aprile.
In secondo luogo, l’Europa si trova ad affrontare una crisi di approvvigionamento strutturale. Anche se l’UE ha ridotto drasticamente la dipendenza diretta dal greggio russo, molte raffinerie europee dipendono ancora da semilavorati o devono competere sui mercati globali per accaparrarsi la benzina raffinata che ora Mosca non esporta più. La sottrazione di 117.000 barili al giorno costringe gli importatori europei a cercare fornitori alternativi molto più distanti, come gli Stati Uniti o l’Asia, aumentando drasticamente i costi di trasporto e i tempi di consegna proprio all’inizio della stagione dei viaggi e dei lavori agricoli primaverili.
Infine, la situazione sta creando una forte pressione politica sulla strategia di indipendenza energetica dell’Unione. Nonostante gli accordi REPowerEU del 2025 mirino a eliminare definitivamente ogni importazione russa entro il 2027, l’attuale carenza sta spingendo alcuni governi a valutare deroghe o riaperture tattiche per evitare la paralisi dei trasporti su gomma. Vladimir Putin ha già iniziato a usare questa leva, offrendo forniture energetiche ai Paesi europei disposti a stipulare nuovi contratti a lungo termine, cercando di incrinare il fronte comune proprio nel momento di massima vulnerabilità causato dalla crisi in Medio Oriente.
Italia e Azerbaigian
L’Italia è pericolosamente esposta attraverso uno dei suoi partner energetici più importanti e, al contempo, più vulnerabile: l’Azerbaigian. Baku, dopo che abbiamo rinunciato stupidamente all’apporto energetico russo, sicuro e a basso costo, non è più solo un fornitore lontano, ma è diventata la più importante pompa di benzina del Paese. La compagnia di Stato azera, la Socar, sta, infatti, completando l’acquisizione del 99,8% di Italiana Petroli (IP). Parliamo di migliaia di stazioni di servizio e di un’infrastruttura logistica imponente che, proprio in questo inizio di 2026, sta passando sotto il controllo diretto di un Paese che si trova oggi sulla linea del fronte. Già oggi l’Azerbaigian garantisce quasi il 20% del nostro fabbisogno di gas tramite il gasdotto TAP e circa un quarto del nostro petrolio totale. Siamo passati dalla storica dipendenza russa a un legame con una nazione che Israele e Stati Uniti stanno cercando deliberatamente di trascinare nel baratro del conflitto. I segnali di questa escalation sono già incisi nella cronaca di questo mese. Lo scorso 5 marzo, droni che sono stati fatti subdolamente passare per avere un’origine iraniana hanno squarciato il cielo di Nakhchivan, l’exclave azera, colpendo l’aeroporto e sfiorando una scuola in un attacco che ha lasciato sul campo civili feriti e una tensione diplomatica senza precedenti. Teheran ne ha immediatamente negato la paternità parlando di provocazioni di terzi, ma il messaggio per l’Italia è chiaro: le infrastrutture energetiche azere, come quelle delle dittature familiari del golfo, potrebbero essere coinvolte nel conflitto. Per l’Italia, questo non significa solo un rischio geopolitico astratto, ma una minaccia materiale ulteriore e diretta alla stabilità dei prezzi. Se i pozzi del Caspio o i terminali del TAP in Puglia dovessero subire rallentamenti, l’energia in Italia subirebbe uno shock enorme.Tuttavia, il timore più profondo che agita i palazzo di Baku non è solo militare, ma demografico e sociale. Oltre il confine iraniano vivono circa venti milioni di azeri etnici, una popolazione che supera numericamente quella dello stesso Azerbaigian. Il governo di Aliyev osserva con terrore la possibilità che il conflitto destabilizzi il nord dell’Iran, innescando un esodo biblico verso i propri confini. Gestire milioni di potenziali profughi azeri non sarebbe solo una crisi umanitaria insostenibile, ma un terremoto politico capace di scuotere la tenuta stessa dello Stato azero. Baku vuole evitare a ogni costo di diventare il polo di attrazione di un nazionalismo pan-azero che l’Iran reprimerebbe trascinando definitivamente il Caucaso in una guerra civile transfrontaliera.In questo scenario, la Turchia, alleata dell’Azerbaigian protegge l’integrità del Corridoio Meridionale del Gas per i propri interessi, ma la sua mediazione è messa a dura prova dall’ostilità iraniana verso la presenza di tecnologie militari straniere ai suoi confini. L’Azerbaigian sta tentando quindi un equilibrismo disperato: da un lato dichiara formalmente che il proprio territorio non sarà utilizzato per lanciare attacchi contro l’Iran, cercando di rassicurare l’Iran e scongiurare il collasso del confine; dall’altro continua a ricevere tecnologia militare avanzata per proteggere le proprie rotte energetiche. Ma la neutralità è un lusso che scarseggia quando si è seduti su una polveriera.Il paradosso tutto italiano è che proprio mentre cerchiamo la sicurezza energetica legandoci a Baku, ci stiamo saldando a un Paese che potrebbe diventare il teatro di una crisi umanitaria ed energetica devastante. Se l’Azerbaigian venisse travolto da questa ondata di instabilità, l’Italia non perderebbe solo un fornitore chiave, ma vedrebbe la propria rete di distribuzione interna controllata da un attore paralizzato dall’emergenza. Quello che potrebbe accadere oggi ai confini del Caucaso non è una questione estera, potrebbe piuttosto diventare la cronaca del nostro prossimo inverno.
A seguire la dichiarazione ufficiale rilasciata dagli yemeniti:
“In attuazione di quanto affermato nell’ultimo comunicato delle Forze Armate yemenite riguardo all’intervento militare diretto a sostegno della Repubblica Islamica dell’Iran e dei fronti di resistenza in Libano, Iraq e Palestina, e in considerazione della continua escalation militare, degli attacchi alle infrastrutture e dei crimini e massacri perpetrati contro i nostri fratelli in Libano, Iran, Iraq e Palestina, le Forze Armate yemenite, con l’aiuto di Allah Onnipotente e confidando in Lui, hanno condotto la prima operazione militare con un lancio di missili balistici contro siti militari israeliani sensibili nella Palestina meridionale occupata.
Questa operazione ha coinciso con le eroiche operazioni condotte dai nostri fratelli mujahidin in Iran e da Hezbollah in Libano. Per grazia di Allah Onnipotente, l’operazione ha raggiunto con successo i suoi obiettivi.Le nostre operazioni, con l’aiuto di Allah, continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati, come affermato nel precedente comunicato delle Forze Armate, e fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti della resistenza.”
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