Effetto boomerang. Tutti i segnali di un mondo che sta già pianificando il proprio futuro oltre l’egemonia del dollaro
La guerra, lungi dal riaffermare l’egemonia occidentale, sta provocando l’accelerazione del suo declino
Le dinamiche del mercato energetico si intrecciano indissolubilmente con la stabilità finanziaria globale e il declino dell’egemonia del dollaro. L’aggressione congiunta non motivata di USA e Israele ha provocato la ritorsione iraniana e la relativa distruzione delle infrastrutture energetiche dei paesi del golfo produttori di petrodollari. Le tensioni in Medio Oriente non rappresentano più solo un rischio di prezzo, ma sono così diventate il catalizzatore di un riposizionamento strategico che vede la Cina emergere come il nuovo polo di stabilità, mentre l’economia statunitense mostra crepe strutturali sempre più evidenti.
Uno degli aspetti più eclatanti di questa trasformazione è la de-dollarizzazione “di fatto” che sta avvenendo nelle rotte commerciali vitali. Con il controllo dello Stretto di Hormuz, l’Iran ha iniziato a imporre pedaggi per il passaggio delle petroliere, esigendo pagamenti non in dollari, ma in yuan cinesi. Questo fenomeno costringe i paesi del Golfo e i consumatori globali a utilizzare la valuta di Pechino per garantire il flusso energetico, creando una domanda massiccia e immediata per la moneta cinese a scapito della divisa statunitense. Questo meccanismo, unito al successo dei “Panda bond”, obbligazioni emesse in yuan che attirano investitori globali in cerca di rifugio dalla volatilità americana, segnala che il sistema del petrodollaro, pilastro della finanza globale dagli anni ’70, sta subendo una svalutazione funzionale senza precedenti.
Parallelamente, la situazione del mercato petrolifero descritta in precedenza, con prezzi elevatissimi oggi e quotazioni molto più basse per il futuro (vedi Sta succedendo di nuovo. Ecco cosa vede il mercato nel prossimo futuro), trova una spiegazione ancora più cupa nei dati macroeconomici interni degli Stati Uniti. Il fenomeno della “backwardation” (prezzi presenti più alti di quelli futuri) non riflette solo la scarsità immediata, ma presagisce una imminente “distruzione della domanda” che porterà inevitabilmente alla recessione economica. I dati sulle assunzioni negli Stati Uniti mostrano infatti un crollo significativo, con un tasso di nuovi impieghi sceso ai minimi e un mercato del lavoro che sta rapidamente passando da una fase di crescita a una di contrazione. L’aumento dei costi del carburante, che ha già raggiunto livelli critici per benzina e diesel, agisce come una tassa occulta sui consumatori americani, riducendo drasticamente la loro capacità di spesa e spingendo l’economia verso una spirale negativa.
Questa fragilità interna è esacerbata da una percezione di instabilità politica e strategica. Mentre la Cina è riuscita a proteggersi accumulando riserve energetiche e diversificando le fonti, gli Stati Uniti appaiono vulnerabili a causa della dipendenza del mercato globale dai prezzi del greggio. Anche se gli USA producono petrolio, le loro aziende vendono ai prezzi di mercato mondiali, il che significa che il consumatore americano non è isolato dagli shock causati dalle chiusure degli stretti in Medio Oriente. La risposta politica, basata su minacce di escalation militare e garanzie assicurative statali per le navi, viene percepita dai mercati come una soluzione di breve respiro che non risolve i problemi strutturali di debito e inflazione.
In altre parole, la convergenza tra la crisi energetica, il crollo delle assunzioni e lo spostamento dei flussi di capitale verso asset cinesi delinea la fine di un’era. Il mercato finanziario non sta solo prezzando il costo di un barile di petrolio, ma sta riconsiderando l’affidabilità degli Stati Uniti come garante della stabilità mondiale. La fuga dai titoli di Stato americani verso obbligazioni cinesi e l’accettazione dello yuan (*) come valuta per i pedaggi energetici sono i segnali di un mondo che sta già pianificando il proprio futuro oltre l’egemonia del dollaro, mentre l’economia reale americana si prepara ad affrontare le conseguenze di una domanda interna destinata a contrarsi sotto il peso di prezzi insostenibili e di un mercato del lavoro in crisi.
All’amministrazione Trump sta venendo qualche dubbio di averla fatta grossa. Non a caso invia segnali contraddittori su un possibile ritiro dall’Iran entro due settimane dopo che la frittata è ormai fatta oppure deciderà di rischiare il tutto per tutto con una barbara invasione di terra nel tentativo disperato di avere la meglio sulla civiltà iraniana.
Cominciano ad accorgersi delle macerie economiche lasciate sul campo. L’attacco terroristico all’Iran non ha provocato solo criminale distruzione fisica.
È un effetto boomerang, un terremoto finanziario che rischia di travolgere il mercato dei titoli di Stato americani (Treasuries). I paesi del Golfo, storici alleati e “bancomat” del debito USA, si trovano ora , grazie alla pensata dell’allegro criminale duetto Trump-Netanyahu , ad affrontare perdite che potrebbero sfiorare i 200 miliardi di dollari in termini di crescita del PIL.
I numeri della crisi nel Golfo sono, infatti , senza precedenti. Secondo uno studio assai cauto delle Nazioni Unite, il colpo all’economia della regione oscillerà tra un crollo minimo del 5,2% e una punta massima dell’8,5% del PIL ma in prospettiva le cose non potranno che ulteriormente e drasticamente peggiorare.
Città come Dubai si sono infatti trasformate in “città fantasma” a causa del blocco del turismo, mentre le entrate giornaliere derivanti dall’export di petrolio e gas sono crollate di quasi 2 miliardi di dollari al giorno. Particolarmente grave è la situazione del Qatar, dove i danni al più grande impianto di GNL al mondo richiederanno anni per essere riparati. Non a caso quest’ultimo sta cercando di recuperare rapporti positivi con l’Iran.
Come accennato, il vero rischio sistemico per gli Stati Uniti risiede nel cosiddetto “riciclo dei petrodollari“. Per decenni, i paesi del Golfo hanno reinvestito i proventi del petrolio in asset americani, accumulando una ricchezza stimata in 8.000 miliardi di dollari tra fondi sovrani, riserve delle banche centrali e fondi pensione. Solo nel 2025, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno acquistato complessivamente oltre 47 miliardi di dollari in titoli di Stato USA. Ora, con le entrate crollate del 60%, questi paesi non solo smetteranno di comprare debito americano, ma potrebbero essere costretti a VENDERE massicciamente le loro riserve per finanziare la propria ricostruzione e sostenere i bilanci interni.
Questa potenziale ondata di vendite arriva nel momento peggiore per Washington. Il Tesoro americano deve rifinanziare circa 10.000 miliardi di dollari di debito entro la fine dell’anno e deve quindi trovare compratori che continuino a fidarsi della solvibilità degli Stati Uniti. Se i compratori storici (Cina, Giappone e ora i paesi del Golfo e altri) si dileguano o diventano venditori, i rendimenti dei bond saliranno vertiginosamente, aumentando il costo del prestito per il governo degli Stati Uniti e spingendo l’economia verso una recessione interna.
Oxford Economics ha già tagliato le previsioni di crescita per il Golfo di ben 4,6 punti percentuali, confermando che la regione è già entrata in una fase di recessione prolungata.
Infine, c’è il fattore inflazione. Nonostante l’ottimismo dei mercati (con l’S&P 500 che aveva recuperato il 3% sulla speranza di una tregua), la realtà energetica rimane brutale. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone e il diesel i 5,50 dollari. Anche se la guerra finisse oggi, il petrolio potrebbe rimanere sopra i 100 dollari al barile a causa dei danni alle infrastrutture che necessiteranno anni prima di tornare funzionanti e dei “pedaggi” da 2 milioni di dollari a nave imposti dall’Iran nello Stretto di Hormuz. I dati sull’inflazione di marzo e aprile sono pessimi, lasciando Trump e la Federal Reserve incastrati tra il rischio di un collasso del mercato obbligazionario e un’economia reale soffocata dai costi energetici. Tra l’altro, in queste condizioni, siamo sicuri che Trump riuscirà a vendere prodotti energetici statunitensi all’Europa? La conquista del petrolio venezuelano riuscirà a coprire quelle risorse energetiche che Trump vorrebbe esportare a suo vantaggio?
In tutto questo la “dedollarizzazione”, sta subendo un’accelerazione nefasta per gli Stati Uniti. Il segnale più clamoroso arriva dalle riserve delle banche centrali mondiali: la quota del dollaro è precipitata al 56,8%, il livello più basso degli ultimi 31 anni. La fiducia nel “biglietto verde” sta evaporando, sostituita da una combinazione di oro, euro e, sempre più spesso, lo Yuan cinese (RMB). (Si ricordi che la chiusura dello stretto di Hormuz è selettiva e il pagamento del petrolio iraniano che passa avviene ora in Yuan).
La Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS ha annunciato una svolta strategica: abbandonare progressivamente i prestiti in dollari a favore di quelli in valuta cinese. I motivi sono economici e tecnici. In primo luogo, il costo del finanziamento: mentre il rendimento dei titoli di Stato americani a 10 anni supera il 4,3%, i titoli cinesi (Panda Bonds) offrono un rendimento di appena l’1,8% perché sono ritenuti assai più affidabili. Questo implica però che per un paese emergente che deve costruire una centrale solare o un’infrastruttura, prendere in prestito un miliardo di dollari significa pagare più del doppio degli interessi rispetto allo Yuan.
Oltre al risparmio, c’è una questione di “natural hedge” (copertura naturale). Molti progetti dei BRICS utilizzano materiali e tecnologie cinesi; prendere in prestito Yuan per pagare fornitori cinesi elimina quindi il rischio di cambio che deriverebbe dall’oscillazione del dollaro. Inoltre, la Cina ha creato una rete di sicurezza finanziaria imponente, con oltre 40 accordi di swap valutario (Io ti presto yuan, tu mi presti la tua moneta nazionale. Poi tra un po’ ce li restituiamo, magari con interessi) per un valore di circa 580 miliardi di dollari. Questo permette ai paesi in crisi di ottenere liquidità in Yuan per continuare a importare beni essenziali senza dover dipendere dalle scarse riserve di dollari, evitando così il collasso delle importazioni e crisi valutarie interne…
L’arma delle sanzioni e la “weaponization” del dollaro (l’uso del dollaro come arma) hanno creato un clima di timore globale. Il congelamento di oltre 200 miliardi di dollari di asset russi ha inviato un avvertimento a tutti i paesi non allineati: i vostri risparmi in dollari o in euro non sono sicuri.
Trump, che in passato ha minacciato dazi del 150% contro chiunque abbandonasse il dollaro, riconosce che il debito USA è diventato una “patata bollente”. Con un deficit che supera il 6% del PIL e pagamenti per interessi che superano i 1.000 miliardi di dollari l’anno, gli investitori internazionali vedono all’orizzonte il rischio di un default o di una svalutazione massiccia.
In questo scenario, l’oro è diventato il rifugio preferito, rompendo la sua storica correlazione inversa con i rendimenti dei bond. Persino i grandi emittenti di stablecoin come Tether, che tradizionalmente detenevano quasi solo Treasuries USA, hanno iniziato a diversificare, portando le loro riserve in oro a quasi il 10% del totale circolante. La tendenza è chiara: il mondo sta cercando attivamente alternative a un sistema basato su una valuta che percepisce come eccessivamente rischiosa, politicamente instabile e finanziariamente sovraccarica e la guerra di Trump sta accelerando questo processo. Se la quota del dollaro come valuta di riserva dovesse scendere sotto la soglia psicologica del 50%, potremmo assistere alla fine definitiva dell’egemonia monetaria americana così come l’abbiamo conosciuta.
(*) Oltre allo Yuan si potrebbe ipotizzare l’uso dell’euro al posto del dollaro, soprattutto in relazione al fatto che lo scorso 2 aprile, il capo del Consiglio informativo del governo iraniano Elias Hazrati ha annunciato che l’Iran è disposto a negoziare accordi di transito sullo Stretto di Hormuz con paesi europei, asiatici e arabi.
L’IRGC ha già consentito il transito solo a navi di paesi considerati “amici”, come Spagna, Cina, Russia, India, Iraq e Pakistan.
Alcune analisi (come quella di Pravda EN) ipotizzano che se l’Europa accettasse offerte iraniana e raggiungesse un accordo, potrebbe potrebbe pagare in euro oltreché in yuan, dimostrando al mondo che è possibile aggirare il petrodollaro. Si tratta per ora solo di una speculazione analitica, non di un termine ufficiale proposto da Teheran o dall’Unione Europea.
Per inciso, indipendentemente dall’uso dell’euro, la BCE ha dichiarato che il blocco prolungato rischia di spingere le economie più dipendenti dall’energia, come Germania e Italia, in recessione tecnica entro la fine del 2026. L’Unione Europea è quindi cosciente delle conseguenze tragiche del rigetto di questa mano tesa da parte dell’Iran.
Un rifiuto da parte dell’Unione Europea significherebbe schierarsi a favore della recessione economica a lungo termine a danno dei popoli europei.
Un’altra ipotesi è che l’Iran accetterebbe stablecoin crypto. Nel contesto iraniano questo potrebbe sembrare ironico perché le stablecoin più diffuse sono denominate in dollari. Teheran le accetterebbe probabilmente perché sono pratiche, difficili da bloccare tramite il sistema bancario tradizionale, e perché aggirano le sanzioni, anche se il valore sottostante rimane in dollari.
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