Il risveglio del Sud Globale. La vittoria di Lula in Brasile ridisegna gli equilibri mondiali e parla all’Europa
Come la vittoria di Lula in Brasile ridisegna gli equilibri mondiali e parla all’Europa
C’è un respiro di sollievo che attraversa l’intero Sud Globale, e parte proprio dal cuore dell’America Latina. La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile non è stata semplicemente una vittoria elettorale nazionale, ma un evento geopolitico di portata storica che ha blindato il futuro del mondo multipolare e il progetto dei BRICS. Se le urne avessero premiato la dinastia Bolsonaro, l’intero subcontinente sudamericano avrebbe rischiato di trasformarsi nuovamente nel “cortile di casa” di Washington, suggellando il trionfo di una Nuova Dottrina Monroe. Invece, la “B” dei BRICS è rimasta saldamente al suo posto. Questo successo irradia un importante “potere dell’esempio”: dimostra ai Paesi in via di sviluppo che è possibile vincere mantenendo la propria autonomia, rifiutando le logiche sanzionatorie dell’Occidente e ritagliandosi uno spazio indipendente in un mondo in rapida trasformazione.
Questo argine eretto da Brasilia è tanto più vitale se si osserva la tempesta politica che sta investendo il resto del subcontinente. L’America Latina è oggi il teatro di una complessa controffensiva guidata da forze conservatrici, profondamente allineate agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e di Israele, che puntano a smantellare i governi progressisti per restaurare un’egemonia incontrastata. In questo scacchiere, la mancata saldatura tra l’estrema destra brasiliana e quella dei Paesi vicini ha salvato il sogno multipolare da un accerchiamento che sarebbe stato fatale.
Il caso più emblematico di questa ondata reazionaria è la vicina Argentina, finita nelle mani di Javier Milei. Oltre a sventolare lo spauracchio della dollarizzazione – una rinuncia alla sovranità monetaria che storicamente ha spianato la strada alle brutali politiche di austerità del Fondo Monetario Internazionale e alle svendite del patrimonio pubblico ai fondi di private equity stranieri con conseguenti tagli ai diritti dei lavoratori e svendite del patrimonio pubblico ai fondi di private equity stranieri. Milei ha, infatti, imposto al Paese una terapia d’urto neoliberista senza precedenti, tagliando drasticamente la spesa pubblica e riallineando in maniera totale Buenos Aires ai dettami nordamericani. La vittoria di Bolsonaro avrebbe creato un asse letale tra Brasile e Argentina, un’anomalia storica che avrebbe schiacciato l’intero continente sotto il peso degli interessi finanziari esteri.
Invece, Lula ha scelto la via del pragmatismo economico. Si sta muovendo su un filo sottilissimo con l’astuzia del grande negoziatore: da una parte ha evitato una guerra frontale con i colossi della finanza speculativa nordamericana per proteggere il debito pubblico brasiliano, dall’altra ha silenziosamente ancorato l’economia reale del Paese alla Cina. Gli investimenti di Pechino non si limitano più all’acquisto di materie prime, ma puntano alla manifattura avanzata, permettendo al Brasile di modernizzarsi e salire nella catena del valore. Parallelamente, appoggiandosi alla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS guidata da Dilma Rousseff, Lula sta promuovendo scambi commerciali in valute locali, aggirando di fatto l’egemonia del biglietto verde.
Tuttavia, per difendere questa fragile indipendenza, il fronte progressista deve affrontare una guerra ibrida che non si combatte con i carri armati, ma con gli algoritmi e la disinformazione. La campagna elettorale brasiliana ha svelato il lato oscuro delle “Big Tech”: colossi come Meta sono stati accusati di aver soppresso le notizie favorevoli a Lula, lavorando in sinergia con reti di influenza occulte. Questo scandalo si intreccia drammaticamente con il clamoroso “Honduras Gate“. Dalle intercettazioni legate all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández – figura controversa, condannato per narcotraffico ma incredibilmente graziato da Donald Trump e rivelatosi funzionale a determinati interessi – è emersa l’esistenza di una vera e propria cabina di regia internazionale. Una rete occulta, finanziata da correnti della destra globale con il presumibile appoggio di reti israeliane, dedita a creare fabbriche di troll e fake news per destabilizzare le democrazie latinoamericane.
L’Honduras stesso, guidato oggi dalla progressista Xiomara Castro e da sempre terra vulnerabile a colpi di stato e ingerenze esterne, è un bersaglio primario di queste operazioni di sabotaggio. E gli effetti di questa intossicazione mediatica si fanno sentire pesantemente anche in Colombia, storico bastione statunitense che stava provando a cambiare pelle. Lì, le forze conservatrici stanno conducendo una spietata campagna per ostacolare e invertire la rotta del primo storico governo progressista, attaccando duramente le posizioni del Paese a favore della Palestina e tentando di restaurare lo status quo del passato.
In questo panorama di nazioni sotto assedio, spicca una grande e tenace eccezione: il Messico. Nonostante la gigantesca frontiera che lo unisce agli Stati Uniti, il Messico si conferma la vera “spina nel fianco” dell’imperialismo. Forte della continuità politica garantita dal recente passaggio di testimone verso Claudia Sheinbaum, prima donna presidente e fiera erede delle politiche sociali e di sovranità nazionale di López Obrador, il Paese nordamericano resiste saldamente alle pressioni esterne. Messico a nord e Brasile a sud formano così una tenaglia geopolitica che protegge l’autonomia della regione.
Mentre nazioni come il Brasile e il Messico fungono da saldi bastioni di questa nuova ondata di sovranità, l’America Latina resta tuttavia attraversata da ferite aperte che mostrano il volto più aspro e spregiudicato dello scontro geopolitico, in particolare a Cuba e nel tragico epilogo del Venezuela. Entrambi i Paesi incarnano il prezzo altissimo della resistenza a un ordine globale che non tollera insubordinazioni nel proprio presunto “cortile di casa”. Cuba, da decenni, è vittima di un anacronistico e brutale blocco economico imposto dagli Stati Uniti. Un embargo che l’amministrazione Trump non si è limitata a inasprire, ma ha trasformato in un’arma letale per recidere il vitale cordone ombelicale che univa L’Avana a Caracas. Con un cinismo chirurgico, Washington ha infatti perseguitato e impedito lo storico rapporto di cooperazione e scambio tra le due nazioni: un patto di mutuo soccorso, un asse di solidarietà sud-sud, che vedeva Cuba inviare in Venezuela decine di migliaia di medici, insegnanti e personale sanitario per sostenere lo stato sociale, ricevendo in cambio forniture essenziali di petrolio venezuelano a prezzi agevolati. Sanzionando le compagnie di navigazione e bloccando fisicamente le rotte delle petroliere, gli Stati Uniti di Trump hanno strangolato l’isola caraibica dal punto di vista energetico, condannandola a privazioni indicibili e lanciando un monito inclemente a chiunque osi praticare l’integrazione tra popoli sfuggendo al controllo imperiale.
Ma è proprio nel vicino Venezuela che questa dottrina ha svelato la sua natura più cruda e predatrice. Sotto l’egida della stessa amministrazione Trump, la nazione bolivariana non è stata solo strangolata da sanzioni paralizzanti, ma è stata vittima di un vero e proprio atto di pirateria internazionale. Il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro ha rappresentato il culmine di un’operazione terroristica volta non a instaurare una pretesa democrazia, ma a consumare un saccheggio su scala industriale. Con un atto di forza inaudita, Washington si è di fatto appropriata e ha ceduto alle proprie multinazionali il controllo diretto delle più vaste riserve di petrolio del pianeta, spogliando il popolo venezuelano della propria ricchezza sovrana e riducendo il Paese a uno Stato sotto tutela, espropriato del suo stesso futuro.
Per il blocco multipolare nascente, e per il Brasile di Lula in particolare, la tragedia di Caracas e l’assedio all’Avana sono un monito bruciante: la via verso la reale indipendenza è costellata di minacce letali, e la vera cartina al tornasole di un nuovo equilibrio mondiale sarà la capacità di impedire che il saccheggio delle risorse e il blocco della solidarietà internazionale continuino a mascherarsi dietro la retorica della libertà.
Per arrivare a proiettare questa forza, Lula ha dovuto superare una corsa a ostacoli in una nazione spaccata a metà, afflitta da un sabotaggio fisico nel giorno del voto – con blocchi strategici dei trasporti pubblici nelle roccaforti progressiste – e da avversari pronti a minare la sua legittimità democratica con ogni pretesto. La risposta è stata una mobilitazione commovente: giovani e anziani si sono organizzati in un porta a porta capillare. I giovani, in particolare, hanno votato in massa per salvare l’Amazzonia, smascherando il falso mito di un progresso economico basato sulla distruzione ambientale, e confermando che il rinnovamento politico si misura sulle idee e non sulla mera giovinezza anagrafica di un candidato.
Oggi, al governo, Lula si trova a un bivio cruciale. Dovrà fare i conti con il Parlamento più a destra della storia repubblicana e con una legittimità che i suoi avversari cercano costantemente di minare (aggrappandosi persino a pretesti legali, come la contestazione delle due ore di proroga per il voto concesse dalla Corte Suprema). La sua indole di ex sindacalista lo porterà sicuramente a cercare la diplomazia e il compromesso, evitando scontri diretti anche con un’eventuale e ostile amministrazione Trump negli Stati Uniti, ma la sua vera sfida interna sarà decidere se continuare a scendere a patti con l’agrobusiness e le élite neoliberali o se imprimere una svolta radicale per sanare le disuguaglianze di un popolo che lo ha salvato dall’abisso dell’autoritarismo.
Tutto questo fermento, questa vitalità democratica del Brasile e dell’America Latina, restituisce un’immagine impietosa dell’Europa e, in particolare, dell’Italia. Mentre il Sud Globale cerca la propria indipendenza, il Vecchio Continente appare rinchiuso in “Stati bunker”, ridotto a un vassallo obbediente, un mero “bottino” di Washington. L’Europa ha rinunciato a fare da ponte costruttivo con i BRICS, accodandosi a logiche di riarmo e austerità. Le rigide regole dell’Eurozona, simili nella loro inflessibilità alla trappola della dollarizzazione sudamericana, privano gli Stati della capacità di investire in sanità e istruzione, generando un calo della qualità della vita e proteste sociali represse con crescente durezza.
In Italia, la longevità dell’attuale governo è solo il sintomo della totale paralisi di un’opposizione frammentata e litigiosa. La grande lezione che arriva dalle strade del Brasile è che le battaglie si vincono con l’unità, l’organizzazione popolare e una visione chiara dei bisogni reali delle persone. Invece di alimentare anacronistiche guerre tra poveri c’è bisogno di costruire una grande coalizione sociale. L’America Latina ci ricorda che l’indignazione da sola non basta: serve tradurla in un progetto politico solido e unitario, per dimostrare che un altro mondo è, ancora necessario e possibile.
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Educatore alla Maieutica Reciproca di Danilo Dolci Studioso di modelli economici Membro esecutivo del Comitato No Guerra No Nato