Trump strangola Cuba
Trump ha impresso una stretta letale all’embargo, puntando al cuore del sistema vitale di Cuba: il petrolio venezuelano. Attraverso il blocco sistematico delle forniture di idrocarburi e il congelamento dei flussi finanziari, Washington sta deliberatamente spingendo l’isola verso un blackout totale e il caos sociale. Non è più solo una questione politica, ma un assedio che colpisce direttamente la sopravvivenza dei civili, i servizi ospedalieri e l’approvvigionamento alimentare. Il silenzio della comunità internazionale rischia di rendersi complice di un soffocamento programmato
Prima dell’intervento statunitense del gennaio 2026, il rapporto tra Venezuela e Cuba rappresentava uno dei sodalizi economici più simbiotici e integrati della storia moderna, basato sull’accordo strategico siglato originariamente da Fidel Castro e Hugo Chávez. Il pilastro fondamentale di questo legame era lo scambio “petrolio contro medici“, un sistema di baratto su vasta scala che permetteva a Cuba di ricevere circa 50.000-60.000 barili di greggio al giorno a prezzi estremamente sussidiati, coprendo oltre la metà del fabbisogno energetico dell’isola. In cambio, l’Avana inviava in Venezuela decine di migliaia di professionisti, principalmente medici, infermieri e insegnanti, ma anche consiglieri militari e funzionari dei servizi segreti che erano diventati essenziali per la tenuta dell’apparato di sicurezza del governo di Maduro. Non a caso nel corso dell’Operazione Absolute Resolve, l’incursione delle forze speciali statunitensi avvenuta a Caracas il 3 gennaio 2026, durante il raid della Delta Force volto a catturare Nicolás Maduro, sono stati uccisi 32 agenti di sicurezza cubani.
Uomini, che ricoprivano vari ranghi tra cui colonnelli, maggiori e capitani che costituivano l’anello di protezione più stretto e “incorruttibile” del leader venezuelano.
L’episodio conferma come la sicurezza personale di Maduro fosse quasi interamente delegata a reparti d’élite cubani, i “Vetri Neri”.
Questa struttura economica rendeva Cuba totalmente dipendente dalla stabilità di Caracas; i sussidi venezuelani non servivano solo a far funzionare le centrali termoelettriche cubane, ma fornivano anche una rendita in valuta estera, poiché l’Avana spesso rivendeva sul mercato internazionale il petrolio eccedente che riceveva. Oltre all’energia, il Venezuela era il principale partner commerciale dell’isola, garantendo commesse miliardarie a imprese statali cubane in settori che andavano dall’informatica all’agricoltura, mantenendo artificialmente in vita un’economia che altrimenti avrebbe sofferto molto prima le conseguenze del blocco americano.
L’embargo statunitense nei confronti di Cuba, noto come bloqueo, affonda le sue radici nelle tensioni della Guerra Fredda e nella risposta di Washington alla rivoluzione del 1959. Le prime misure furono adottate dall’amministrazione Eisenhower tra il 1958 e il 1960 come rappresaglia per la nazionalizzazione delle proprietà americane sull’isola, portando inizialmente a una drastica riduzione delle importazioni di zucchero cubano e successivamente al divieto di esportazioni verso l’isola. Fu però il presidente John F. Kennedy a ufficializzare l’embargo totale nel febbraio del 1962, trasformandolo in uno strumento di pressione politica volto a isolare il governo di Fidel Castro, specialmente dopo il fallito sbarco nella Baia dei Porci e la drammatica crisi dei missili.
Negli anni novanta, nonostante la fine dell’Unione Sovietica, il blocco fu ulteriormente inasprito attraverso leggi come la Torricelli e la Helms-Burton, che estesero le sanzioni anche alle aziende di paesi terzi che commerciavano con Cuba, conferendo alle misure una portata extraterritoriale molto discussa a livello internazionale. Dopo una breve parentesi di distensione sotto l’amministrazione Obama, che aveva portato alla riapertura delle ambasciate e all’allentamento di alcune restrizioni sui viaggi, la presidenza Trump ha ripristinato un approccio di massima pressione. Questo ha incluso l’inserimento di Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo e l’imposizione di oltre duecento “nuove sanzioni” tra il 2017 e il 2021, una linea che è stata in gran parte mantenuta anche dalle amministrazioni successive, aggravando la cronica carenza di beni di prima necessità e limitando l’accesso dell’isola ai mercati finanziari globali.
L’impatto dell’embargo statunitense sulla vita quotidiana dei cubani dal 1958 a oggi ha generato una trasformazione radicale della società, costringendo generazioni di cittadini a convivere con una cronica scarsità di risorse di base. Fin dai primi anni sessanta, l’interruzione dei flussi commerciali con quello che era il principale partner economico dell’isola ha causato una crisi sistemica nel settore tecnologico e infrastrutturale, poiché gran parte dei macchinari e dei pezzi di ricambio necessari per le industrie e i trasporti era di origine americana. Questa situazione ha dato origine al fenomeno dell’ingegnosità popolare, con la necessità di riparare all’infinito veicoli degli anni cinquanta e macchinari agricoli, ma ha anche determinato un progressivo deterioramento della rete elettrica e idrica nazionale.
Sul piano alimentare, le sanzioni hanno costretto il governo a introdurre la libreta di razionamento per garantire una distribuzione equa dei beni essenziali, ma con il passare dei decenni e l’inasprimento delle leggi negli anni novanta, il paniere di prodotti disponibili si è ridotto drasticamente, portando a carenze proteiche e vitaminiche diffuse nella popolazione.
Dal punto di vista sociale, le conseguenze psicologiche e migratorie sono state immense, poiché l’isolamento finanziario ha limitato le opportunità lavorative e ha spinto milioni di cubani a intraprendere rotte migratorie pericolose verso la Florida o l’America Latina. Negli ultimi anni, la limitazione dei servizi bancari internazionali e delle transazioni digitali aveva ulteriormente complicato la vita dei giovani e dei piccoli imprenditori, che si trovano esclusi dall’economia globale moderna. Questo stato di assedio economico permanente ha creato un’economia di sopravvivenza in cui la ricerca quotidiana di beni primari assorbe la maggior parte delle energie della popolazione, rendendo la pianificazione del futuro una sfida costante per ogni famiglia cubana.
Inotre Cuba malgrado sia considerata all’avanguardia per il suo modello organizzativo e biotecnologico essa soffre le restrizioni imposte anche in campo sanitario le restrizioni imposte dall’embargo statunitense.
Lo Stato ha investito massicciamente nella formazione medica, raggiungendo uno dei rapporti medici-pazienti più alti al mondo e puntando tutto sulla medicina preventiva e di prossimità. Questo ha permesso di ottenere indicatori di salute, come la mortalità infantile e l’aspettativa di vita, paragonabili a quelli dei paesi più sviluppati. Inoltre, l’industria biotecnologica cubana è un’eccellenza assoluta: l’isola è stata l’unica nazione dell’America Latina a sviluppare i propri vaccini contro il COVID-19 e produce farmaci innovativi per il trattamento del cancro e delle ulcere del piede diabetico che sono ammirati a livello globale.
Tuttavia, questa eccellenza “di testa” si scontra con una drammatica povertà “di braccia” causata dalle sanzioni. Sebbene Cuba sappia come curare una malattia e possieda il capitale umano per farlo, l’embargo impedisce l’acquisto di reagenti chimici, pezzi di ricambio per macchinari complessi (come risonanze magnetiche o ventilatori polmonari) e materie prime per produrre i farmaci di base. Le sanzioni colpiscono duramente i brevetti: se un farmaco salvavita contiene anche solo una piccola percentuale di componenti o tecnologie brevettate negli Stati Uniti, Cuba non può acquistarlo legalmente sul mercato internazionale.
Dal punto di vista sociale, le conseguenze psicologiche e migratorie sono state immense, poiché l’isolamento finanziario ha limitato le opportunità lavorative e ha spinto milioni di cubani a intraprendere rotte migratorie pericolose verso la Florida o l’America Latina. Negli ultimi anni, la limitazione dei servizi bancari internazionali e delle transazioni digitali ha ulteriormente complicato la vita dei giovani e dei piccoli imprenditori, che si trovano esclusi dall’economia globale moderna. Questo stato di assedio economico permanente ha creato un’economia di sopravvivenza in cui la ricerca quotidiana di beni primari assorbe la maggior parte delle energie della popolazione, rendendo la pianificazione del futuro una sfida costante per ogni famiglia cubana.
A queste misure storiche si sono aggiunte le sanzioni drastiche del gennaio 2026, emanate in risposta alla crisi politica e militare legata all’Operazione Absolute Resolve. Queste ultime sono di natura diversa e molto più aggressive: non mirano solo a limitare il commercio, ma impongono un vero e proprio blocco navale ed energetico. Queste nuove sanzioni del 2026 hanno preso di mira specificamente le rotte petrolifere che collegano il Venezuela e la Russia all’isola, con l’obiettivo dichiarato di tagliare ogni rifornimento energetico per paralizzare le capacità logistiche del governo cubano e del suo apparato di sicurezza.
Con il rapimento/sequestro di Maduro e il blocco delle rotte petrolifere imposto da Washington, questo intero sistema è imploso istantaneamente. Cuba ha perso non solo la sua fonte primaria di energia, ma anche la principale fonte di finanziamento per i suoi programmi sociali. La scomparsa del partner venezuelano ha creato un buco finanziario e produttivo che nessuna altra nazione è stata finora disposta o in grado di colmare con la stessa generosità ideologica. Senza il greggio venezuelano, le raffinerie cubane sono rimaste inattive e il governo dell’Avana si è ritrovato senza la merce di scambio politica che le consentiva di mantenere una posizione di rilievo regionale, accelerando drammaticamente il declino economico e sociale che vediamo oggi.
A Cuba nel febbraio 2026 si sta vivendo la più grave crisi umanitaria ed energetica dagli anni ’90 (il cosiddetto “Periodo Speciale”). L’inasprimento delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump, culminato con l’ordine esecutivo di fine gennaio 2026, ha imposto un blocco petrolifero de facto che sta portando l’isola sull’orlo del collasso totale.
La paralisi energetica: “L’Opzione Zero”
Il governo cubano ha ammesso di non ricevere più “nemmeno una goccia” di greggio venezuelano. La strategia di Trump di imporre dazi e sanzioni a chiunque trasporti petrolio verso l’isola ha spaventato anche partner storici come il Messico.
Nel febbraio 2026, oltre il 64% del Paese è rimasto simultaneamente senza energia elettrica. In molte province, i blackout superano le 20 ore consecutive.
Tutti i nove aeroporti internazionali di Cuba sono rimasti senza carburante per aviazione, bloccando gran parte dei voli e isolando ulteriormente il Paese.
La stampa locale riporta scenari di estrema resilienza ma anche di disperazione: a causa della mancanza di gas e di elettricità per i fornelli a induzione, molte famiglie nelle zone rurali e urbane sono tornate a cucinare con carbone o legna, arrivando persino a smantellare mobili o porte per alimentare i fuochi.
Il governo ha ridotto la settimana lavorativa nel settore pubblico a soli quattro giorni per risparmiare energia. Le scuole e le università operano a scartamento ridotto.
Gli autobus pubblici sono quasi inesistenti. La mobilità urbana è ora affidata quasi esclusivamente a biciclette, tricicli e ai pochi veicoli elettrici privati carichi.
I media ufficiali come Granma definiscono le mosse di Trump come “un atto di guerra economica” e un “genocidio pianificato”.
Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha definito la situazione “complessa e criminale”, accusando gli Stati Uniti di voler provocare un cambio di regime attraverso la fame.
Mentre il Paese soffre, circolano voci di una possibile ascesa al potere di Óscar Pérez-Oliva Fraga (pronipote dei Castro), visto come una figura tecnica in grado di negoziare una transizione o un allentamento delle tensioni.
La Chiesa cattolica cubana è diventata il principale ammortizzatore sociale. I parroci riportano una situazione drammatica negli ospedali, dove la mancanza di elettricità e farmaci sta costringendo i medici a tornare alla medicina naturale e ai rimedi tradizionali.
Il tronfio presidente USA Donald Trump su Truth Social ha scritto: “A Cuba ora non arriva né petrolio né denaro dal Venezuela. Zero assoluto.“
Si prevede che, senza un corridoio umanitario o un improvviso allentamento del blocco navale, l’isola potrebbe affrontare un’ondata migratoria senza precedenti verso la Florida, proprio l’effetto che l’amministrazione Trump dice di voler prevenire.
La risposta internazionale alla crisi energetica e umanitaria a Cuba nel febbraio 2026 è segnata da una netta contrapposizione tra la strategia di massima pressione di Washington e i tentativi di soccorso dei partner storici dell’Avana.
La Russia ha assunto la posizione più critica, definendo le mosse dell’amministrazione Trump come vere e proprie tecniche di soffocamento mirate a un cambio di regime forzato. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha descritto lo scenario come allarmante e ha confermato che Mosca sta negoziando direttamente con il governo cubano per trovare soluzioni d’emergenza, annunciando l’invio imminente di un carico di greggio e prodotti petroliferi sotto forma di assistenza umanitaria per aggirare le restrizioni sui pagamenti. Nonostante i rischi di ritorsioni tariffarie minacciate dagli Stati Uniti, la Russia sembra intenzionata a mantenere il proprio ruolo di fornitore strategico, pur ammettendo di voler evitare un’ulteriore escalation diplomatica in un momento in cui gli scambi commerciali con Washington sono già ridotti a zero.
La Russia ha assunto il ruolo di principale fornitore di emergenza, annunciando ufficialmente l’invio di carichi di greggio e prodotti petroliferi sotto l’etichetta di “aiuto umanitario”. Questa scelta terminologica non è casuale: serve a proteggere legalmente le proprie navi e i propri partner commerciali dalle minacce di dazi diretti promesse dall’amministrazione Trump. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitrij Peskov, ha confermato che sono in corso trattative riservate per garantire la continuità dei flussi, nonostante il rischio di intercettazioni navali nel Mar dei Caraibi. Proprio a metà febbraio, la stampa russa ha riportato il caso di una petroliera che, dopo un teso incontro ravvicinato con un cacciatorpediniere americano, ha invertito la rotta per dirigersi verso i porti cubani, a dimostrazione della tensione militare che circonda queste spedizioni.
Lavrov, nel corso del recente incontro ufficiale con il ministro degli esteri della Repubblica di Cuba Bruno Rodriguez Parrilla a Mosca, il 18 febbraio, ha definito Cuba un paese fraterno, sottolinea l’importanza di rafforzare i legami bilaterali in ambito economico, commerciale e finanziario. Ha denunciato con forza le azioni degli Stati Uniti, descrivendo il blocco che dura da oltre settant’anni come una misura disumana e illegittima, e mette in guardia contro i nuovi piani americani che minacciano un blocco navale dell’isola. Il ministro russo respinge categoricamente le accuse secondo cui la cooperazione tra Russia e Cuba rappresenti una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti, affermando che ogni questione internazionale dovrebbe essere risolta attraverso un dialogo basato sul rispetto reciproco e sulla ricerca di un equilibrio tra gli interessi delle parti.
Un punto centrale del discorso di Lavrov ha riguardato la difesa della sovranità e della sicurezza, ribadendo che la Russia sosterrà con coerenza il popolo cubano in questa lotta. Egli ha inoltre espresso preoccupazione per l’aggravarsi della situazione generale nella regione dell’America Latina e ha criticato aspramente i decreti esecutivi statunitensi che definiscono Cuba una minaccia straordinaria e la Russia uno stato ostile e malevolo.
Lavrov ha concluso riaffermando il partenariato strategico tra i due paesi e sostenendo che tutti gli stati dovrebbero definire i propri interessi nazionali rispettando quelli degli altri, in contrasto con l’approccio unilaterale adottato da Washington
La Cina ha risposto con una condanna ufficiale durissima, definendo il blocco energetico un atto di bullismo politico che viola la sovranità nazionale del Venezuela e il diritto allo sviluppo di Cuba. Pechino ha promesso di sostenere l’isola al meglio delle proprie capacità e ha già iniziato a inviare carichi di riso e aiuti finanziari per mitigare la scarsità di beni di prima necessità. La diplomazia cinese sta inoltre monitorando con preoccupazione la sospensione dei voli internazionali dovuta alla mancanza di carburante, ribadendo che la propria partnership con l’Avana rimane solida e non si piegherà alle pressioni esterne.
La Cina ha concentrato il suo sforzo sulla sicurezza alimentare e sul supporto finanziario diretto. Tra gennaio e febbraio 2026, Pechino ha già consegnato diverse partite di riso d’emergenza presso il porto di Santiago de Cuba e ha approvato un pacchetto di assistenza finanziaria del valore di 80 milioni di dollari. Oltre ai beni di prima necessità, la Cina sta fornendo materiali per la manutenzione delle infrastrutture energetiche e prodotti sanitari essenziali, come l’aspirina e antibiotici di base, che scarseggiano negli ospedali dell’isola. La leadership cinese ha ribadito che farà tutto il possibile per sostenere l’Avana contro il “bullismo politico” anacronistico, di Trump pur mantenendo un profilo pubblico più orientato al soccorso civile che alla sfida geopolitica diretta.
In America Latina, il Messico si sta muovendo con cautela ma determinazione sotto la guida della Presidente Claudia Sheinbaum, che ha definito le sanzioni statunitensi molto ingiuste e ha proposto l’attivazione di un ponte aereo umanitario per trasportare cibo e medicine. Anche altri attori internazionali, come il Vietnam, il Cile e persino la Spagna, hanno espresso solidarietà o annunciato l’invio di aiuti attraverso i canali delle Nazioni Unite, mentre diverse organizzazioni africane e l’Unione Africana hanno rinnovato l’appello per la fine immediata di quello che percepiscono come un accerchiamento economico anacronistico e pericoloso per la stabilità regionale.
Il Messico è emerso come il “ponte umanitario” naturale per l’isola. Solo nella seconda settimana di febbraio 2026, due navi della Marina messicana, la ARM Papaloapan e la Isla Holbox, sono arrivate all’Avana cariche di oltre 800 tonnellate di aiuti, inclusi latte in polvere, legumi, olio vegetale e articoli per l’igiene. Città del Messico ha promesso ulteriori spedizioni non appena le imbarcazioni faranno ritorno a Veracruz, sfidando apertamente le pressioni di Washington che, attraverso il Segretario di Stato Marco Rubio, ha accusato il governo cubano di fornire rifugio a gruppi ostili.
Questo sforzo congiunto di Russia, Cina e Messico sta temporaneamente impedendo il collasso totale dei servizi minimi sull’isola, ma senza una soluzione strutturale alla mancanza di carburante per la generazione elettrica, Cuba rimane in una condizione di fragilità estrema, dipendente settimana dopo settimana dall’arrivo di queste “flottiglie della solidarietà”.
La Russia sta attivamente pianificando l’invio di petrolio e prodotti raffinati a Cuba proprio in questi giorni di metà febbraio 2026, definendo ufficialmente tali spedizioni come aiuti umanitari. Questa strategia è necessaria poiché l’isola ha visto interrompersi i flussi storici dal Venezuela a metà dicembre e, più recentemente, anche quelli dal Messico, che ha sospeso le consegne il 9 febbraio per evitare le pesanti sanzioni commerciali minacciate da Donald Trump contro i fornitori dell’Avana. Le ultime forniture russe significative risalivano a un anno fa, ma l’aggravarsi della crisi, con scorte locali stimate per soli 15-20 giorni, ha spinto Mosca a rompere l’attesa. Nonostante il rischio di tensioni navali nei Caraibi, come dimostrato da alcuni faccia a faccia tra navi russe e cacciatorpediniere statunitensi registrati nelle ultime settimane, il Cremlino ha ribadito la volontà di sostenere l’alleato contro il soffocamento economico.
La Cina in modo altrettanto cruciale, sebbene si stia concentrando maggiormente sulla sicurezza alimentare e sul supporto finanziario piuttosto che sull’invio diretto di greggio ha approvato a gennaio 2026 oltre al pacchetto di assistenza d’emergenza da 80 milioni di dollari destinato all’acquisto di attrezzature elettriche per la rete nazionale cubana sul fronte alimentare, il governo cinese ha già iniziato la consegna di una donazione massiccia di 60.000 tonnellate di riso, con i primi carichi arrivati nel porto dell’Avana a fine gennaio per mitigare la carenza di beni di prima necessità. La diplomazia cinese continua a condannare le sanzioni americane definendole pratiche disumane, confermando che l’aiuto continuerà nei limiti delle proprie capacità logistiche per proteggere la sovranità dell’isola.
Il trasferimento degli aiuti russi e cinesi verso Cuba avviene principalmente attraverso rotte marittime strategiche che percorrono migliaia di chilometri attraverso l’Atlantico o il Pacifico prima di entrare nel bacino dei Caraibi. Per quanto riguarda la Russia, il petrolio e i prodotti raffinati vengono caricati nei porti del Mar Nero o del Baltico su petroliere spesso appartenenti alla cosiddetta flotta ombra, ovvero imbarcazioni che operano con assicurazioni e bandiere che rendono difficile il tracciamento formale da parte delle autorità occidentali. Una volta entrate nelle acque caraibiche, queste navi cercano di mantenere una rotta che resti il più possibile in acque internazionali prima di virare verso i porti cubani di Mariel o Matanzas, spesso spegnendo i sistemi di identificazione automatica per evitare il monitoraggio satellitare costante.
La Cina utilizza invece navi portacontainer standard per il trasporto di generi alimentari come il riso e di componentistica tecnica per le centrali elettriche, affidandosi a grandi operatori logistici di Stato. Il trasferimento degli aiuti finanziari avviene tramite canali bancari non collegati al sistema SWIFT, che è sotto l’influenza statunitense, utilizzando invece il sistema di pagamento interbancario cinese per evitare il blocco dei fondi. Questi aiuti tecnici e monetari sono meno visibili fisicamente rispetto alle grandi petroliere russe, ma sono altrettanto vitali per la tenuta del sistema sociale ed energetico dell’isola.
Per quanto riguarda il rischio di sequestri da parte degli Stati Uniti, la situazione legale e militare è estremamente tesa. Sebbene gli Stati Uniti abbiano imposto sanzioni durissime e monitorino costantemente le acque internazionali con navi della Guardia Costiera e della Marina, il sequestro fisico di una nave in acque internazionali è considerato un atto di pirateria o un atto di guerra secondo il diritto internazionale, a meno che non avvenga nelle acque territoriali americane o per violazioni specifiche accertate in porti intermedi. Tuttavia, l’amministrazione statunitense esercita una pressione enorme attraverso le cosiddette sanzioni secondarie, minacciando di sequestrare il carico o di bloccare l’accesso al sistema finanziario globale a qualsiasi società armatoriale, assicuratore o equipaggio che faciliti il commercio con Cuba.
Come è noto proprio a metà febbraio 2026, si sono verificati episodi di “guerra psicologica” navale, in cui navi statunitensi hanno affiancato e tallonato petroliere russe in rotta verso l’Avana nel tentativo di indurre i capitani a invertire la rotta o a dirigersi verso porti terzi per ispezioni. Anche se un sequestro diretto in mare aperto rimane un evento raro per le enormi implicazioni diplomatiche che comporterebbe con Mosca e Pechino, il rischio reale per Cuba è che gli armatori privati si rifiutino di trasportare gli aiuti per timore di vedere le proprie navi bandite dai mercati occidentali, rendendo l’isola dipendente esclusivamente dai mezzi di Stato russi e cinesi che accettano di sfidare apertamente il blocco di Washington.
Nonostante il sostegno di Russia e Cina, Cuba sta vivendo una crisi senza precedenti perché l’entità degli aiuti attuali è ampiamente insufficiente a compensare la perdita del pilastro venezuelano e la pressione asfissiante degli Stati Uniti. Per decenni, l’economia cubana è stata letteralmente tenuta in vita dal petrolio di Caracas, che arrivava a prezzi sussidiati in cambio di servizi medici; con la cattura di Maduro e l’intervento militare statunitense in Venezuela del gennaio 2026, questo flusso vitale si è interrotto bruscamente, lasciando un vuoto energetico che Mosca e Pechino non possono colmare facilmente a causa dei costi logistici e dei rischi di ritorsione.
Infine, la sofferenza del popolo cubano è esasperata dal collasso dei servizi essenziali che dipendono dall’energia, come il pompaggio dell’acqua potabile e la conservazione dei medicinali negli ospedali, che ormai operano in condizioni di fortuna. La mancanza di cherosene ha persino paralizzato il turismo, principale fonte di valuta estera, creando un circolo vizioso in cui lo Stato non ha più denaro per importare cibo, mentre il costo della vita è esploso a causa di un’inflazione fuori controllo. Gli aiuti esterni agiscono solo come un respiratore artificiale che impedisce la morte immediata del sistema, ma non hanno la forza di rianimare un’economia che Washington ha deciso di stringere in un assedio totale nel tentativo di provocare un cambio di regime.
La cattura di Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026, nell’ambito dell’operazione statunitense denominata Absolute Resolve, ha agito come un terremoto geopolitico che ha bruscamente interrotto le ambizioni di Russia e Cina nei Caraibi, ripristinando una forma di egemonia americana che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. La Russia ha subito il colpo più duro sul piano strategico e militare: con la caduta del regime chavista, Mosca ha perso il suo principale avamposto politico e logistico nell’emisfero occidentale. La Russia si trova ora in una posizione di estrema debolezza nella regione e questo ha ridotto la credibilità di Mosca come fornitore di sicurezza globale.
Il rapporto tra Cina e Stati Uniti nei Caraibi ha subito una mutazione altrettanto profonda, ma spostata sul piano economico e dell’immagine internazionale. Pechino ha reagito all’intervento militare definendolo un atto di egemonismo inaccettabile e una violazione del diritto internazionale, cercando di porsi come il leader “responsabile” e rispettoso della sovranità altrui in contrapposizione a Donald Trump. Tuttavia, oltre la retorica, la Cina ha perso miliardi di dollari in investimenti nel settore petrolifero venezuelano che ora Washington intende riassegnare a compagnie occidentali. La “Dottrina Monroe” reinterpretata dall’amministrazione Trump mira esplicitamente a estromettere la Cina dalle infrastrutture critiche del continente, e la caduta di Maduro ha rimosso l’ostacolo principale a questa riconquista economica. Pechino si trova ora costretta a rinegoziare la sua influenza nella regione non più attraverso grandi prestiti statali a governi alleati, ma cercando di mantenere legami commerciali puramente tecnici, consapevole che l’area è tornata a essere sotto lo stretto controllo securitario degli Stati Uniti. L’espansione dei BRICS, in tutto il Sudamerica, sta conoscendo una formidabile battuta di arresto.
In questo nuovo equilibrio di potere, gli Stati Uniti hanno riaffermato il concetto di “Fortezza America“, dimostrando di voler eliminare ogni interferenza extra-regionale nel proprio giardino di casa. Il messaggio inviato a Cuba e Nicaragua è stato recepito con chiarezza: senza la protezione venezuelana e con Russia e Cina impossibilitate a intervenire militarmente, la loro sopravvivenza politica è appesa a un filo. Il controllo americano sulle immense riserve petrolifere venezuelane non solo garantisce agli Stati Uniti un’arma energetica formidabile, ma priva i rivali globali di un punto d’appoggio fondamentale, costringendo Mosca e Pechino a una ritirata strategica che ridefinisce i confini delle rispettive zone di influenza per i prossimi decenni.
LETTERA APERTA AL MONDO di Ikay Romay: Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere
All’umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia.
Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.
E il mondo guarda dall’altra parte.
DENUNCIA PER I MIEI NONNI
Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.
DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI
Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.
Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?
DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE
Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.
La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.
Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.
DENUNCIA DEI MIEI MEDICI
Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.
I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato.
AL MONDO DICO
Cuba non chiede l’elemosina.
Cuba non chiede soldati.
Cuba non chiede che ci amiate.
Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.
Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.
Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ.
Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.
Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.
Ai governi complici che tacciono: La storia vi presenterà il conto.
Ai media che mentono: La verità trova sempre una via d’uscita.
Ai carnefici che firmano sanzioni: Il popolo cubano non dimentica e non perdona.
A coloro che hanno ancora umanità nel cuore: Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?
Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.
A seguire l’appello di ARCAPACIS

🇨🇺 ALLARME GENOCIDIO A CUBA!
Con il blocco del petrolio e il rapimento di Maduro, a Cuba non arriva carburante da Dicembre e la situazione è tragica (https://t.me/controinf/41497).
Stanno morendo bambini perché le incubatrici non funzionano, anziani perché non arrivano farmaci, aumentano la fame e la miseria. 😭😭😭
Ricorda qualcosa? ⁉️
Presto faremo una nuova iniziativa ad Arcapacis (http://t.me/arcapacis) per i fratelli cubani, nel frattempo l’Associazione di Solidarietà con Cuba La Villetta onlus, che conosciamo personalmente e abbiamo già ospitato, ha un container pieno da inviare, ma deve ancora raccogliere 6.000 € per le spese di spedizione.
Per favore aiutate! Con 10 Euro a testa e 600 persone di buona volontà possiamo farcela in 1 giorno. 🙏🙏🙏
INTESTAZIONE: LA VILLETTA ONLUS, ASSOCIAZIONE DI SOLIDARIETA’ CON CUBA
CAUSALE: CONTRIBUTO SPESE DI SPEDIZIONE CONTAINER 2026
IBAN: IT36 E03124 03204 000 000 233 800
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