Sull’orlo dell’abisso atomico: l’esercitazione nei nostri cieli e l’urgenza di un movimento per la Pace
Esercitazioni NATO nei nostri cieli e l’erosione della sicurezza globale: con l’Orologio dell’Apocalisse agli sgoccioli, fermare la corsa agli armamenti è un’urgenza non più rinviabile
La prova di guerra sopra i nostri cieli e l’epicentro italiano
In questi stessi giorni, diciassette Paesi dell’Alleanza Atlantica stanno trasformando la penisola italiana e il bacino del Mar Tirreno centrale nel teatro principale della grande esercitazione nucleare annuale denominata Steadfast Noon. Le operazioni vedono la convergenza coordinata di aerei d’attacco e supporto da basi aeree strategiche situate lungo tutto il territorio nazionale, tra cui Ghedi in Lombardia, Aviano in Friuli-Venezia Giulia, Amendola e Gioia del Colle in Puglia, Trapani in Sicilia e Pratica di Mare nel Lazio, oltre all’impiego operativo del poligono militare di Salto di Quirra in Sardegna. Attraverso l’impiego di circa sessanta velivoli – tra cui caccia statunitensi F-16, aerei italiani Tornado e F-35A ad elevata tecnologia stealth, unitamente a velivoli pilotati da remoto -, le forze alleate si addestrano sistematicamente a voli a bassissima quota guidati da sistemi di navigazione satellitare, studiati per seguire la conformazione del terreno a pochissime centinaia di metri d’altezza e penetrare lo spazio aereo nemico eludendo la rilevazione dei radar di difesa.
Mentre i vertici della NATO e la messaggistica ufficiale presentano queste manovre come meri atti di routine difensiva totalmente slegati dai drammatici contesti di crisi internazionali in corso, la comunità scientifica internazionale lancia allarmi di gravità inaudita: l’Orologio dell’Apocalisse curato dagli scienziati atomici è stato spostato ad appena ottantacinque secondi dalla mezzanotte nucleare, il punto di massimo rischio di catastrofe globale mai raggiunto nella storia umana. L’intera esercitazione, condotta sotto la direzione strategica del Gruppo di pianificazione nucleare presieduto dagli Stati Uniti, serve in realtà ad addestrare concretamente le forze aeree europee all’impiego operativo delle nuove bombe nucleari statunitensi B61-12 e della loro recentissima e più potente variante B61-13.
Dislocate in molte basi europee tra cui Aviano e Ghedi, le B61-12 rappresentano ordigni di nuova concezione dotati di quattro opzioni di potenza selezionabili fino a cinquanta kilotoni – una potenza pari a oltre il triplo della bomba sganciata su Hiroshima -, guidati con precisione satellitare verso il bersaglio invece di essere lasciati cadere a caduta libera. Ancora più inquietante appare l’addestramento all’uso della variante B61-13, progettata per raggiungere una potenza distruttiva fino a 360 kilotoni e dotata di spiccate capacità di penetrazione nel sottosuolo. Tali caratteristiche tecniche non rispondono a una logica di contenimento, ma sono esplicitamente concepite per eseguire attacchi di sorpresa a scopo di distruggere in profondità i bunker sotterranei dei centri di comando e controllo avversari attraverso un primo colpo atomico destinato a eliminare i vertici prima di ogni possibile reazione.
L’erosione dei trattati e l’illusione dell’arma usabile
L’addestramento dei piloti italiani e di altri Paesi europei all’impiego di ordigni atomici statunitensi custoditi sul territorio nazionale si realizza attraverso la formula NATO della cosiddetta condivisione nucleare. Questa pratica aggira direttamente l’Articolo 2 del Trattato di Non Proliferazione (TNP) – ratificato dall’Italia e considerato il cardine del regime globale di disarmo -, il quale vieta tassativamente agli Stati militarmente non nucleari di ricevere, controllare o addestrarsi all’impiego di armi atomiche o congegni esplosivi. Tale elusione si inserisce in un più ampio cambio di paradigma: il progressivo e deliberato abbandono del principio fondante stabilito durante la Guerra Fredda, secondo cui una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta. Oggi le armi di distruzione di massa vengono sottratte al loro storico ruolo di tabù e deterrente assoluto, venendo riconsiderate come opzioni tattiche contemplabili nei piani strategici.
A spingere le burocrazie militari verso questa deriva contribuisce una profonda vulnerabilità logistica e industriale: la rapida riduzione delle scorte di munizioni convenzionali di precisione e la lentezza nei rimpiazzi stanno spingendo i pianificatori occidentali ad abbassare la soglia dell’intervento atomico per compensare i limiti delle forze di terra. In questo contesto ha preso forma la pericolosa dottrina dell’“escalation per de-escalation”, basata sull’idea d’impiegare ordigni cosiddetti “tattici” o a basso potenziale già nelle prime fasi di una crisi per terrorizzare l’avversario e piegarlo alla resa. Si tratta tuttavia di un fatale inganno linguistico e strategico, poiché anche le bombe a potenza selezionabile come le B61-12 possiedono capacità distruttive fino a tre volte superiori a quella di Hiroshima, e tutte le simulazioni belliche confermano che l’uso di una singola testata tattica innesca una rincorsa incontrollabile verso lo scontro atomico generale.
Questa dottrina azzardata trova un immediato terreno d’applicazione sul fronte orientale europeo, dove la progressiva militarizzazione e le modifiche legislative nei Paesi nordici e baltici stanno smantellando i vincoli storici contro la presenza atomica. In Finlandia, una recente riforma ha rimosso i divieti al transito e allo stoccaggio di armi atomiche, mentre in Lituania è stato proposto l’abrogazione della norma costituzionale che vietava le basi straniere, suscitando le dure reazioni di Mosca che denuncia come tali Paesi si stiano trasformando in testate d’attacco orientate contro la Russia. In una parallela escalation retorica e diplomatica, da un lato esponenti europei come il ministro degli Esteri polacco invitano a rifiutare il dialogo e ad accettare maggiori rischi nucleari a breve termine per esercitare pressione su Mosca, dall’altro la diplomazia russa avverte che ogni tentativo di isolare l’exclave di Kaliningrad o le manovre a ridosso dei propri confini rischiano di provocare un conflitto nucleare diretto sul continente.
A coronare questo sgretolamento dell’architettura di sicurezza vi è il rischio imminente che crolli definitivamente il divieto di effettuare esperimenti atomici, un tabù che ha protetto il pianeta per trent’anni grazie alla moratoria legata al Trattato per la messa al bando totale dei test (CTBT). La conduzione da parte degli Stati Uniti di test subcritici nel deserto del Nevada e le accuse reciproche sulle preparazioni sperimentali hanno spinto il Cremlino a disporre l’immediata riattivazione del poligono artico di Novaja Zemlja. Questa rincorsa speculare minaccia di cancellare i decennali risultati diplomatici sul contenimento della radioattività, riportando l’umanità nell’incubo dei test e confermando come l’abbandono della diplomazia stia spingendo il mondo verso l’orlo di una catastrofe irreversibile.
La storia della limitazione delle armi nucleari è costellata di accordi storici che, per cambiamenti politici, scadenze naturali o tensioni internazionali, sono stati disattivati, superati o abbandonati.
Il primo grande tentativo di frenare la corsa agli armamenti portò agli accordi SALT I (Negoziati per la Limitazione delle Armi Strategiche, dall’inglese Strategic Arms Limitation Talks), firmati nel 1972 tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Questi accordi avevano una durata limitata a cinque anni e sono naturalmente scaduti per lasciare spazio a nuove intese. All’interno di quel clima nacque anche il trattato ABM (Trattato sui Missili Antibalistici, dall’inglese Anti-Ballistic Missile), che limitava i sistemi di difesa contro i missili a lungo raggio per garantire che la minaccia di distruzione reciproca rimanesse un deterrente valido. Questo accordo è rimasto in vigore per decenni, finché gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente nel 2002 per poter sviluppare nuovi scudi spaziali e sistemi di difesa nazionale.
Il successore del primo accordo strategico, il SALT II (Secondo ciclo di Negoziati per la Limitazione delle Armi Strategiche), fu firmato nel 1979. Tuttavia, questo trattato non è mai entrato formalmente in vigore. Il Senato degli Stati Uniti si rifiutò di ratificarlo, rendendolo di fatto inattivo fin dall’inizio, sebbene entrambe le superpotenze ne abbiano rispettato ufficiosamente i limiti per diversi anni.
Un altro pilastro fondamentale della sicurezza, in particolare per l’Europa, è stato il trattato INF (Trattato sulle Forze Nucleari a Raggio Intermedio, dall’inglese Intermediate-Range Nuclear Forces), firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. Questo accordo eliminò un’intera categoria di missili nucleari terrestri, i cosiddetti euromissili. Lo schieramento dei sistemi antimissile (scudo spaziale) di difesa ma anche di attacco da parte statunitense hanno causato reciproche accuse di violazione, causando il ritiro dal trattato nel 2019 che ne ha decretato la fine.
Con la fine della Guerra Fredda si passò alla riduzione effettiva degli arsenali attraverso il trattato START I (Trattato di Riduzione delle Armi Strategiche, dall’inglese Strategic Arms Reduction Treaty). Firmato nel 1991, è stato un enorme successo che ha portato allo smantellamento di migliaia di testate nucleari. La sua inattivazione non è dovuta a un fallimento, ma semplicemente alla sua scadenza naturale, avvenuta nel 2009. Il suo successore, lo START II (Secondo Trattato di Riduzione delle Armi Strategiche), ha avuto invece un destino ben diverso. Firmato nel 1993 con l’obiettivo di vietare i missili intercontinentali con testate multiple, fu ratificato a fatica ma non entrò mai in vigore. La Russia si ritirò definitivamente dall’accordo nel 2002, proprio in risposta all’uscita americana dal trattato ABM.
Successivamente, le due potenze firmarono il trattato SORT (Trattato sulle Riduzioni delle Offese Strategiche, dall’inglese Strategic Offensive Reductions Treaty), noto anche come Trattato di Mosca, nel 2002. Questo patto, molto flessibile, è stato disattivato nel 2011 perché è stato formalmente sostituito dal New START, In vista della scadenza naturale del 5 febbraio 2026, la Russia aveva avanzato la proposta di un’estensione volontaria di un anno dei limiti numerici imposti dal New START (Nuovo Trattato di Riduzione delle Armi Strategiche). Tuttavia, gli Stati Uniti, lo scorso febbraio, hanno formalmente rifiutato questa offerta. L’amministrazione statunitense ha motivato il suo rifiuto ritenendo che l’accordo fosse ormai svantaggioso e mal negoziato in origine, preferendo lasciarlo decadere con l’obiettivo dichiarato di puntare a un’intesa futura completamente nuova, che idealmente possa coinvolgere anche la Cina.
Sul piano della non proliferazione, il pilastro fondamentale resta il TNP (Trattato di Non Proliferazione nucleare), entrato in vigore nel 1970 e rinnovato a tempo indefinito nel 1995. Il TNP vieta agli Stati non nucleari di ricevere o controllare armi atomiche, ma la sua operatività appare oggi, come abbiamo visto, fortemente erosa e svuotata dalla pratica della condivisione nucleare della NATO e dal ricorso costante alla minaccia atomica nelle crisi geopolitiche. Parallelamente, per promuovere un disarmo totale, nel 2017 è stato negoziato ed è poi entrato in vigore nel 2021 il TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, ovvero Trattato sulla proibizione delle armi nucleari). Sebbene sostenuto e ratificato da circa cento nazioni soprattutto del Sud globale per dichiarare illegittimo l’uso dell’atomo, il TPNW risulta inattivato e inefficace sul piano pratico a causa del rifiuto globale di aderirvi da parte dei nove Stati in possesso di arsenali nucleari.
L’OST (Outer Space Treaty, ossia il Trattato sullo spazio extra-atmosferico), siglato nel 1967, stabilisce il principio cardine secondo cui lo spazio appartiene all’intera umanità e vieta tassativamente agli Stati firmatari di collocare in orbita attorno alla Terra oggetti portatori di armi nucleari o di qualsiasi altra arma di distruzione di massa, di installare tali armamenti sulla Luna o su altri corpi celesti, e di stazionare armi nello spazio siderale. A questo fondamentale pilastro si affiancava il PTBT (Partial Test Ban Treaty, ovvero Trattato sul bando parziale dei test nucleari) del 1963, che proibiva espressamente le detonazioni atomiche di prova nello spazio extra-atmosferico, oltre che nell’atmosfera e nelle acque ma oggi, l’efficacia e la tenuta dell’OST risultano gravemente inattivate e svuotate nei fatti a causa dell’avvio di una nuova e incontrollata corsa alla militarizzazione dello spazio. Lo sviluppo di vettori ipersonici capaci di traiettorie suborbitali o orbitali, il proliferare di armi anti-satellite e i recenti allarmi dell’intelligence sul possibile posizionamento di dispositivi nucleari in orbita, concepiti per generare impulsi elettromagnetici in grado di accecare o distruggere la rete satellitare nemica, stanno trasformando lo spazio attorno alla Terra in un potenziale teatro di scontro diretto.
Il fattore di instabilità dell’Intelligenza Artificiale e l’automatizzazione
A rendere la congiuntura strategica contemporanea ancora più fragile e imprevedibile rispetto all’epoca della Guerra Fredda contribuisce l’ingresso pervasivo dell’Intelligenza Artificiale e dei modelli algoritmici avanzati nei sistemi militari di simulazione, gestione delle crisi, comando e controllo. Se da un lato le burocrazie militari cercano nell’elaborazione automatizzata un rimedio ai tempi di reazione sempre più compressi, dall’altro le analisi scientifiche evidenziano vulnerabilità e rischi sistemici senza precedenti. Studi recenti e wargame condotti con i principali modelli di Intelligenza Artificiale – tra cui quelli analizzati in ambito accademico dal King’s College – mostrano infatti che, posti di fronte a scenari di crisi simulati, tali algoritmi tendono a soffrire di allucinazioni decisionali e a privilegiare in modo travolgente le opzioni belliche più aggressive. Nel novantacinque per cento dei casi esaminati, i modelli hanno scelto di ricorrere all’impiego di armi nucleari tattiche, mentre nel settantasei per cento delle situazioni hanno optato per segnalazioni strategiche ad alta intensità che, invece di placare le tensioni, hanno innescato un’immediata escalation.
Questa tendenza algoritmica alla militarizzazione si innesta in un quadro operativo segnato dall’estrema contrazione dei tempi decisionali. Nel caso dei missili balistici intercontinentali, le finestre temporali a disposizione delle leadership per verificare la veridicità di un allarme e decidere la risposta si sono ridotte ad appena pochissimi minuti, imponendo la logica spietata del “lancio su allarme” o dell’impiego immediato del proprio arsenale prima che venga distrutto nei silos. In un contesto dominato da questa urgenza drammatica, il rischio che un attacco informatico, un errore nei dati di rete o un’allucinazione dell’Intelligenza Artificiale inneschino una reazione nucleare involontaria cresce in modo esponenziale, superando le capacità umane di verifica.
A questa moderna vulnerabilità digitale si affianca la persistenza di apparati di ritorsione automatizzata concepiti nell’era sovietica e tuttora operativi, come il celebre sistema di difesa “Perimeter“, noto in Occidente con il nome di “Mano Morta”. Lontano dall’essere una semplice narrazione di fantasia, il Perimeter rappresenta una complessa e rigorosa architettura di sicurezza sviluppata per garantire la ritorsione atomica automatica qualora un primo colpo di sorpresa statunitense decapiti l’intero vertice politico e militare a Mosca. Il sistema fa perno su una fitta rete nevralgica di sensori sotterranei e atmosferici sparsi sull’immenso territorio russo, calibrati per rilevare in tempo reale i parametri inequivocabili di un’esplosione nucleare, quali picchi di radiazione, variazioni brusche di pressione atmosferica, lampi di luce e onde sismiche.
Dormiente in tempi di pace, il Perimeter può essere pre-attivato dalle autorità durante fasi di gravissima crisi internazionale. Se il sistema pre-armato registra la detonazione di ordigni atomici sul suolo nazionale e al contempo rileva la totale e irreversibile interruzione dei canali di comunicazione con lo Stato Maggiore, l’autorità di risposta passa automaticamente a un gruppo di ufficiali subalterni protetti in bunker ultra-fortificati, come il complesso scavato nella roccia dei Monti Urali. Qualora questi sopravvissuti confermino la catastrofe, scatta l’ultima fase del protocollo: da silos corazzati vengono lanciati speciali “missili di comando” che, alzandosi nello spazio sovrastante il Paese, trasmettono un segnale radio ininterrotto e crittografato contenente i codici di autorizzazione. Captato dai ricevitori, il segnale attiva direttamente l’hardware dei vettori intercontinentali nei silos, delle rampe mobili nelle foreste siberiane e dei sottomarini in immersione, avviando i lanci verso i bersagli pre-programmati senza alcuna ulteriore necessità di intervento umano. La combinazione tra i moderni deliri dell’Intelligenza Artificiale e l’inesorabilità dei meccanismi di ritorsione automatica disegna così un sistema globale intrinsecamente instabile, dove un singolo errore tecnico o algoritmico può chiudere definitivamente la storia dell’umanità.
La realtà scientifica della catastrofe e l’inverno nucleare
Di fronte alle narrazioni strategiche e mediatiche che tendono a minimizzare il pericolo definendo le nuove armi atomiche come ordigni “tattici” o a basso potenziale, la fisica, la medicina e la modellistica climatica smentiscono categoricamente qualsiasi illusione di un conflitto nucleare controllato. Ogni simulazione bellica condotta nel corso dei decenni conferma infatti che l’impiego anche di un singolo ordigno cosiddetto minore non conduce mai a una stabilizzazione negoziale, ma innesca una rincorsa di escalation che culmina inevitabilmente nello scambio atomico generale. Se questa spirale dovesse spezzarsi, la catastrofe globale si articolerebbe in tre fasi sequenziali di inaudita violenza e devastazione planetaria.
La prima fase, destinata a verificarsi nell’arco di pochissimi minuti dalle prime detonazioni, vedrebbe l’innesco di esplosioni atomiche ad altissima quota concepite per generare un imponente Impulso Elettromagnetico. Questo fenomeno fisico neutralizzerebbe all’istante le reti elettriche, i sistemi di comunicazione e l’intera infrastruttura elettronica di interi continenti, piombando la civiltà digitale in un buio tecnologico totale prima ancora che le testate raggiungano il suolo. La seconda fase si manifesterebbe entro mezz’ora, con l’impatto dei missili balistici sui centri nevralgici, sui nodi di comando e sulle principali aree metropolitane. Le palle di fuoco generate dalle esplosioni, caratterizzate da temperature analoghe a quelle del nucleo solare, vaporizzerebbero istantaneamente ogni struttura nelle immediate vicinanze, mentre l’onda d’urto e l’irraggiamento termico trasformerebbero le metropoli in imponenti tempeste di fuoco e inferni a cielo aperto.
Tuttavia, la distruzione immediata e il fallout radiologico rappresentano soltanto l’inizio di un’apocalisse ben più estesa e duratura. La terza fase, la più letale su scala planetaria, coincide con il fenomeno dell’inverno nucleare. Gli incendi colossali sprigionati dalle città in fiamme immetterebbero oltre centocinquanta milioni di tonnellate di fuliggine e fumo nero direttamente nella stratosfera. Riscaldato dalla luce solare, questo strato di fumo si solleverebbe al di sopra delle nubi piovane e si disperderebbe su tutto l’emisfero settentrionale, rimanendo intrappolato per oltre un decennio e bloccando la radiazione solare in arrivo. Il conseguente crollo delle temperature globali, con cali fino a venti gradi nei terreni agricoli anche in piena estate, azzererebbe i raccolti e la produzione alimentare mondiale. A perdere la vita non sarebbero soltanto le popolazioni colpite direttamente dalle esplosioni, ma oltre cinque miliardi di persone, sterminate da una lenta e atroce carestia globale destinata a distruggere la biosfera e l’organizzazione sociale della specie umana.
L’anestesia delle coscienze e la necessità inderogabile della mobilitazione popolare
Nonostante la gravità senza precedenti del rischio di estinzione che incombe sulla civiltà umana, l’opinione pubblica contemporanea appare drammaticamente disinformata e anestetizzata. In netto contrasto con l’attenzione e il sano timore riservati a queste tematiche durante gli anni della Guerra Fredda, le minacce atomiche vengono oggi liquidate con superficialità dai vertici politici e dal sistema mediatico, il quale agisce come uno strumento di distrazione di massa capace di rimuovere il pericolo dalla percezione collettiva. Persino all’interno di molti movimenti per la pace si assiste a una deleteria rimozione del problema, alimentata dalla falsa illusione che la deterrenza possa funzionare all’infinito o che nessun leader possa spingersi fino all’impiego effettivo delle armi di distruzione di massa.
Questa apatia generale contrasta profondamente con la straordinaria stagione di mobilitazione popolare che caratterizzò gli anni Ottanta. In quel decennio, la diffusa consapevolezza scientifica sui rischi dell’apocalisse atomica diede vita a imponenti manifestazioni di massa, come la storica marcia del 12 giugno 1982, quando oltre un milione di persone invase Central Park a New York in concomitanza con una sessione speciale dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) per chiedere la fine della corsa agli armamenti.
Anche l’Italia fu protagonista assoluta di questa ondata pacifista, unendo il rifiuto della guerra alla difesa materiale del territorio. Il 4 aprile del 1982, in Sicilia, circa centomila persone invasero le piazze di Comiso per opporsi alla trasformazione dell’ex aeroporto militare in una gigantesca base destinata a ospitare 112 missili nucleari da crociera americani. Alla testa di quella mobilitazione c’era Pio La Torre, politico che per primo denunciò pubblicamente il duplice pericolo di quel progetto: da un lato trasformare l’isola in un bersaglio primario nel cuore del Mediterraneo, dall’altro innescare un giro di speculazioni e infiltrazioni mafiose attraverso i colossali appalti per la costruzione delle infrastrutture militari. Una denuncia coraggiosa che gli costò la vita, venendo assassinato da Cosa Nostra appena ventisei giorni dopo.
La sua battaglia, sostenuta instancabilmente dai presidi internazionali per la pace e dalle azioni di disobbedienza civile del collettivo di donne “La Ragnatela” e dalla “Verde Vigna” ai cancelli della base siciliana, non andò perduta. Sfociò infatti, il 22 ottobre del 1983, in una gigantesca manifestazione a Roma: quasi un milione di cittadini sfilò in un immenso corteo verso Piazza San Giovanni per opporsi definitivamente all’installazione di quegli armamenti. Fu una convergenza storica che unì sindacati, mondo cattolico, nascenti movimenti ecologisti per la tutela del suolo e reti per i diritti civili.
Questa fortissima pressione culturale e sociale dal basso vide in prima linea il mondo della scienza e della medicina, che in quegli anni divulgava per la prima volta i devastanti scenari climatici legati al cosiddetto inverno nucleare. Un impegno culminato nel 1985 con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace all’organizzazione IPPNW (Medici Internazionali per la Prevenzione della Guerra Nucleare, dall’inglese International Physicians for the Prevention of Nuclear War). Diretto in Italia da figure di primissimo piano come il Premio Nobel per la Medicina Daniel Bovet e sostenuto da personalità scientifiche come Rita Levi Montalcini, questo movimento diffuse capillarmente dati attendibili nelle scuole e nelle piazze, dimostrando che in un conflitto nucleare non vi sarebbero stati vincitori, ma solo vinti e danni ecologici irreversibili. Quell’eccezionale e trasversale coinvolgimento dei cittadini riuscì a esercitare un’influenza decisiva sulle leadership politiche mondiali, ispirando leader come Michail Gorbaciov e Ronald Reagan a intraprendere la via del disarmo bilaterale. Questa formidabile mobilitazione di massa fu infatti la spinta determinante che portò, nel 1987, alla firma del trattato INF (Trattato sulle Forze Nucleari a Raggio Intermedio). L’accordo rappresentò un successo senza precedenti: per la prima volta non si limitava a congelare gli arsenali, ma sanciva l’eliminazione fisica di un’intera categoria di armamenti, decretando lo smantellamento degli euromissili, inclusi i Cruise di Comiso, e dimostrando come l’azione popolare avesse concretamente cambiato il corso della storia.
Oggi si impone la medesima e indilazionabile urgenza morale e politica. Di fronte all’erosione dei trattati internazionali e alla crescente automazione dei comandi bellici, non è più possibile delegare la sopravvivenza del pianeta alle sole diplomazie o alle burocracie militari. Diventa indispensabile rompere il muro del silenzio, superare la rassegnazione e promovere una nuova e vasta mobilitazione dal basso. Soltanto una presa di coscienza diffusa da parte dei cittadini può generare la pressione necessaria per fermare la folle rincorsa al riarmo, imporre il rispetto del Trattato di Non Proliferazione e ripristinare la diplomazia e la convivenza pacifica come unica strada per garantire la salvezza dell’umanità.
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