La bomba a neutroni
La fisica nucleare applicata alla distruzione bellica ha concepito l’arma atomica “più pulita”, la bomba a neutroni. Se fatta detonare in aria uccide qualsiasi forma vivente lasciando praticamente integre le strutture e permettendo allo stesso tempo un ritorno in tempi rapidi, dell’ordine di qualche mese, dell’abitabilità dei territori colpiti… l’arma perfetta per chi desidera occupare un territorio preservandone le strutture produttive e le città, trasformandole in deserti umani pronti per essere popolati da nuovi abitanti
Per comprendere la reale natura della bomba al neutrone, nota tecnicamente come arma a “radiazione potenziata” (ERRW – Enhanced Radiation Reduced Blast), bisogna prendere le distanze dalla narrativa della “bomba pulita” per entrare nel campo della fisica delle particelle applicata alla distruzione bellica. Fonti autorevoli, come i trattati di Samuel Glasstone e i rapporti del Natural Resources Defense Council, chiariscono che quest’arma non elimina la radioattività, ma ne trasforma radicalmente la distribuzione spaziale e temporale.
La fisica della letalità: potenza e area d’Impatto
In una bomba termonucleare standard, circa il 50% dell’energia viene rilasciato come onda d’urto e il 35% come radiazione termica. Nella bomba al neutrone, l’architettura interna viene modificata eliminando il guscio di uranio-238 che normalmente cattura i neutroni. Il risultato è un ordigno, solitamente di piccola potenza (tra 1 e 10 kilotoni), che sprigiona una quantità immensa di neutroni veloci ad alta energia (14,1 MeV).
Mentre l’onda d’urto di una testata da 1 kilotone (vedi nota [*]) danneggia gravemente le strutture solo entro un raggio di 600-800 metri, la radiazione neutronica letale trapassa le corazze e il cemento armato fino a 1,5 – 2 chilometri di distanza. A questo raggio, un essere umano riceve una dose di radiazioni superiore a 8.000 rad (o 80 Gray), che causa l’incapacitazione immediata e la morte del sistema nervoso centrale in pochi minuti. In sostanza, l’area di letalità biologica è quasi tre volte superiore all’area di distruzione fisica delle infrastrutture.
Sfatiamo quindi una credenza generalmente diffusa: la bomba al neutrone non è una bacchetta magica che dissolve le persone lasciando i muri intatti, ma un ordigno nucleare che “sposta” il bilancio energetico a favore delle radiazioni. Secondo il Dipartimento della Difesa USA (DoD) e i dati del Programma Nucleare Francese la distruzione fisica è inevitabile. Una bomba al neutrone è, a tutti gli effetti, una bomba termonucleare miniaturizzata ed ha perciò bisogno di un innesco a fissione. Ecco perché, essendo una testata a fusione termonucleare (vedi nota [1]), una bomba al neutrone genera comunque una palla di fuoco e un’onda d’urto. Se un ordigno da 1 kilotone esplode, sprigiona la stessa energia meccanica di 1.000 tonnellate di tritolo.
Entro i 600-800 metri di raggio, la pressione dell’aria (sovrappressione) è così elevata che la maggior parte degli edifici civili viene sventrata o viene abbattuto. Le strutture in cemento armato pesante potrebbero resistere, ma i vetri, gli infissi e le pareti interne verrebbero polverizzati. All’interno di questo raggio va smontato il mito della “bomba che salva le case”.
Oltre gli 800 metri l’onda d’urto decade rapidamente, diventando insufficiente per abbattere strutture solide. È proprio in questa fascia (tra gli 800 metri e i 2 chilometri) che la bomba al neutrone “guadagna” la sua fama: gli edifici restano in piedi, ma la radiazione neutronica li attraversa come fossero trasparenti, uccidendo chiunque si trovi all’interno.
Un bunker sotterraneo (vedi nota [2]) progettato con criteri moderni ossia ad una profondità maggiore di 3 metri e dotato di schermature ricche di idrogeno e ingressi a labirinto con angoli multipli di 90 gradi (tunnel di smorzamento – deviazioni obbligate) garantisce la sopravvivenza totale a una bomba al neutrone. Senza queste specifiche, una persona che cercasse protezione in un bunker morirebbe comunque per “irradiazione totale del corpo”, pur non avendo subito alcun danno fisico dall’esplosione o dal calore.
Il paradosso dell’abitabilità: L’Attivazione neutronica
La questione cruciale riguarda il “dopo”. Perché si dice che le zone colpite siano riabitabili rapidamente? La risposta risiede nell’assenza di fallout significativo. Poiché l’esplosione è di bassa potenza e avviene solitamente ad alta quota (airburst), non viene sollevata la polvere radioattiva che tipicamente contamina il territorio per decenni dopo un’esplosione nucleare tradizionale.
Tuttavia, esiste un fenomeno invisibile chiamato attivazione neutronica indotta. Quando i neutroni colpiscono il suolo, vengono assorbiti dai nuclei degli elementi stabili presenti nel terreno e nei materiali da costruzione, rendendoli radioattivi. Gli elementi più critici coinvolti sono il Sodio-24 che viene generato dal sodio nel suolo e nel cemento e che emette potenti raggi gamma (ionizzanti), il Manganese-56 che è presente nelle leghe metalliche e nel terreno e l’Alluminio-28: presente nell’argilla e nei materiali edili.
I documenti tecnici della Federation of American Scientists indicano che la radioattività indotta nel punto zero è inizialmente altissima, ma decade con estrema rapidità. L’Alluminio-28 ha un’emivita di soli 2,2 minuti, mentre il Manganese-56 di 2,5 ore. Il Sodio-24, il più persistente, ha un’emivita di circa 15 ore.
Tempi di dissipazione e rientro
Per stabilire quando una zona colpita da una bomba al neutrone torni ad essere abitabile dai civili, bisogna guardare oltre i manuali militari, che spesso considerano accettabili dosi di radiazione che per un civile sarebbero cancerogene. Applicando la regola del 7-10 (l’intensità cala di un fattore 10 per ogni aumento di 7 volte del tempo), i dati suggeriscono questa cronologia post-esplosione: dopo 24-48 ore i livelli di radiazione indotta nel suolo calano a un livello che permette a truppe equipaggiate con tute protettive di attraversare l’area o di stazionarvi per brevi periodi. Dopo 1-2 settimane, la maggior parte degli isotopi a vita breve (Sodio, Manganese) è decaduta quasi totalmente. La radiazione di fondo torna a livelli che non causano sintomi acuti da radiazione. Un mese è il limite temporale indicato da molti esperti di protezione radiologica per un rientro civile. A questo punto, il rischio residuo è legato quasi esclusivamente a isotopi rari o a contaminanti atmosferici minimi.
In pratica, mentre una zona colpita da una bomba “sporca” o da una testata al suolo potrebbe richiedere secoli per la decontaminazione, il territorio investito da una bomba al neutrone torna ad essere tecnicamente abitabile nel giro di 30 giorni. Questa efficienza temporale è ciò che l’ha resa, storicamente, l’arma perfetta per chi desiderava occupare un territorio preservandone le fabbriche e le città, trasformandole però in deserti umani pronti per essere popolati da nuovi abitanti.
La distinzione tra un’esplosione in aria (airburst) e una al suolo (ground burst) è il fattore che determina se una zona colpita da una bomba al neutrone sarà un’area di transito militare o un deserto radioattivo per anni. Quando l’ordigno esplode a contatto con la terra, la fisica della “pulizia” viene completamente annullata.
La metamorfosi del suolo: l’esplosione in superficie
In un’esplosione al suolo, la palla di fuoco tocca la crosta terrestre. I neutroni veloci, invece di disperdersi nell’aria, colpiscono direttamente i minerali del terreno in una frazione di secondo. Secondo il Department of Energy (DOE) degli Stati Uniti e il celebre trattato di Glasstone e Dolan, The Effects of Nuclear Weapons, questo contatto trasforma il suolo in una massa fusa e vaporizzata altamente radioattiva.
Se l’esplosione avviene al suolo, ai neutroni si aggiunge il fallout tattico. Il materiale vaporizzato sale nella colonna di fumo, si condensa in particelle di cenere e ricade sotto forma di pioggia solida. In questo scenario, i tempi di riabitabilità subiscono un’impennata drammatica. Anche se la bomba al neutrone è progettata per massimizzare la fusione, possiede comunque un innesco a fissione (plutonio). Al suolo, i prodotti di fissione come lo Stronzio-90e il Cesio-137 non si disperdono in alta atmosfera, ma si legano alla polvere locale.
Mentre il Sodio-24 decade in pochi giorni, il Cesio-137 ha un’emivita di 30 anni. Un’area colpita da un’esplosione al suolo potrebbe rimanere pericolosa per un insediamento civile permanente per decenni, richiedendo una decapitazione totale del terreno (rimozione dei primi 10-20 cm di suolo).
Chi detiene bombe a neutroni?
La questione dell’appartenenza al “club della bomba al neutrone” è uno dei capitoli più riservati e complessi della geopolitica nucleare. A differenza delle testate strategiche standard, la cui esistenza è dichiarata per scopi di deterrenza, le armi a radiazione potenziata (ERRW) sono state spesso sviluppate nel segreto dei laboratori per scopi tattici specifici.
Basandosi su documenti declassificati, rapporti di intelligence e dichiarazioni ufficiali raccolte da istituzioni come la Federation of American Scientists (FAS) e il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), ecco il quadro delle nazioni che hanno dominato questa tecnologia.
I Pionieri. Gli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono stati i primi a concepire e testare la bomba al neutrone sotto la guida del fisico Samuel T. Cohen presso i Lawrence Livermore National Laboratory. Il primo test di successo (denominato Hardtack II – Evans) avvenne nel 1958. Nonostante le forti opposizioni politiche sotto l’amministrazione Carter, il presidente Ronald Reagan ne autorizzò la produzione di massa nel 1981. Furono costruite circa 800 testate (modelli W70 per i missili Lance e W79 per i proiettili d’artiglieria). Con la fine della Guerra Fredda, l’amministrazione George H.W. Bush ne ordinò lo smantellamento. Secondo il Natural Resources Defense Council (NRDC), l’ultima testata al neutrone americana sarebbe stata ritirata e smantellata entro il 2003.
Francia. La difesa del “prato di casa”
La Francia ha sviluppato la bomba al neutrone con l’obiettivo specifico di fermare un’eventuale invasione di carri armati del Patto di Varsavia sul suolo europeo. I test iniziarono negli anni ’60 presso l’atollo di Mururoa. Nel 1980, il presidente Valéry Giscard d’Estaing confermò ufficialmente che la Francia aveva testato con successo la tecnologia. Sebbene la produzione sia stata avviata nei primi anni ’80, la Francia avrebbe deciso di smantellare il suo arsenale tattico (compresa la componente al neutrone) negli anni ’90, a seguito della dottrina di riduzione degli armamenti post-sovietica.
La risposta simmetrica di Unione Sovietica / Russia
L’URSS rispose immediatamente allo sviluppo americano. Anche se inizialmente definirono la bomba al neutrone come “l’arma capitalista per eccellenza” (poiché distruggeva le persone salvando le proprietà), i laboratori di Arzamas-16 lavorarono intensamente alla propria versione. I test confermati sono avvenuti a partire dal 1978. È opinione diffusa tra gli analisti del Jane’s Information Group che la Russia mantenga tuttora la capacità tecnologica e possibilmente testate attive nel suo arsenale nucleare non strategico (tattico), sebbene i dettagli siano protetti dal segreto militare.
Il grande enigma cinese
La Cina è il paese che più recentemente ha destato preoccupazione riguardo a questa tecnologia. Il cosiddetto Rapporto Cox (un’indagine del Congresso USA del 1999) dichiarò che la Cina era riuscita a sottrarre dati classificati sui laboratori americani e aveva testato con successo una bomba al neutrone nel 1988. Nel 1999, Pechino ha ammesso ufficialmente di possedere la tecnologia per la miniaturizzazione delle testate a radiazione potenziata. Non è chiaro quante ne siano attualmente schierate.
Israele e India
Molti esperti, tra cui Seymour Hersh nel suo libro The Samson Option, hanno speculato sul fatto che Israele abbia sviluppato testate al neutrone per contrastare la superiorità numerica dei mezzi corazzati nemici. Tuttavia, Tel Aviv mantiene la sua politica di “ambiguità nucleare”.
Nel 1998, dopo i test di Pokhran-II, il Dr. R. Chidambaram (allora capo dell’Agenzia per l’Energia Atomica indiana) dichiarò esplicitamente che l’India aveva la capacità di costruire una bomba al neutrone, sebbene non ci siano prove di una produzione in serie.
Sintesi dello stato attuale
La bomba al neutrone rimane oggi un’arma “dormiente” estremamente appetibile per la guerra tattica asimmetrica.
I trattati internazionali
La storia dei trattati internazionali riguardanti la bomba al neutrone è un percorso costellato di paradossi giuridici. Sebbene quest’arma sia stata al centro delle più imponenti manifestazioni pacifiste degli anni ’70 e ’80, non esiste oggi un trattato internazionale che proibisca specificamente ed esclusivamente la bomba al neutrone.
La sua regolamentazione è invece diluita in una serie di accordi più ampi che governano l’intero arsenale nucleare mondiale. Per ricostruire questa cronologia, bisogna attingere ai documenti ufficiali delle Nazioni Unite e ai database del SIPRI.
La stagione delle proteste e il fallimento della messa al bando (1977-1981)

Il dibattito internazionale esplose nel 1977, quando il mondo scoprì che gli Stati Uniti stavano pianificando la produzione di testate a radiazione potenziata. L’Unione Sovietica lanciò una massiccia campagna diplomatica e mediatica definendo la bomba al neutrone “l’arma capitalista suprema”.
Nel 1978, l’URSS presentò alla Conferenza del Disarmo di Ginevra una proposta per una convenzione internazionale che proibisse specificamente la produzione, lo stoccaggio e l’uso di armi al neutrone. Tuttavia, gli Stati Uniti e i loro alleati NATO respinsero la proposta, sostenendo che non vi fosse alcuna differenza qualitativa tra una bomba al neutrone e una normale bomba atomica tattica: entrambe erano armi nucleari e, come tali, dovevano essere trattate nel quadro dei negoziati generali sulla riduzione degli armamenti (come i SALT).
Il quadro normativo attuale: i trattati “ombrello”
Non essendoci un divieto specifico, la bomba al neutrone ricade sotto l’autorità di tre pilastri del diritto internazionale.
Trattato di Non Proliferazione (TNP, 1968) che è il pilastro fondamentale. Sebbene non proibisca il possesso alle cinque potenze nucleari riconosciute (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito), proibisce loro di trasferire la tecnologia della bomba al neutrone ad altri stati e obbliga tutti i firmatari a negoziare in buona fede il disarmo nucleare totale.
Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT, 1996). Questo è il trattato che ha “congelato” lo sviluppo delle bombe al neutrone. Poiché queste armi richiedono una precisione estrema per bilanciare l’innesco a fissione con la fusione, non possono essere perfezionate senza test reali. Il divieto di test sotterranei rende quasi impossibile per un nuovo stato sviluppare una bomba al neutrone affidabile oggi.
Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW, 2017). È il trattato più recente e radicale. Esso proibisce esplicitamente lo sviluppo, il test, la produzione e il possesso di qualsiasi arma nucleare, inclusa ovviamente quella al neutrone. Tuttavia, nessuna delle potenze nucleari citate in precedenza (USA, Russia, Cina, Francia) lo ha firmato o ratificato, rendendolo de facto inapplicabile ai possessori di tale tecnologia.
Nel 1991, il presidente George H.W. Bush annunciò l’iniziativa nucleare presidenziale (PNI), una moratoria unilaterale sulle armi nucleari tattiche. Questo dovrebbe aver portato al ritiro di tutte le testate al neutrone americane dall’Europa e al loro successivo smantellamento, completato nel 2003.
La Francia dichiara di aver seguito una strada simile, smantellando le sue testate Hades negli anni ’90 e chiudendo i siti di produzione.
La Russia, sebbene esista un accordo verbale (non vincolante) derivante dai colloqui post-Guerra Fredda per ridurre le armi tattiche, non ha mai confermato ufficialmente lo smantellamento totale delle sue capacità al neutrone, mantenendo un’ambiguità strategica.
In un’epoca di smantellamento e deregolamentazione dei trattati sulla limitazione delle armi nucleari, la verità è che non sappiamo più chi detiene cosa. Le caratteristiche particolari di quest’arma ne fanno temere l’uso nei vari scenari di guerra in corso.
[*] Le armi a radiazione potenziata (ERRW) sono progettate per essere armi “tattiche”. Di conseguenza, la loro taglia non raggiunge mai i megatoni delle testate strategiche, ma si concentra su una scala ridotta per massimizzare l’efficacia sul campo di battaglia senza distruggere intere regioni. Vediamo le altre due taglie principali e il loro raggio d’azione in base ai test atmosferici e i modelli di trasporto neutronico. Oltre alla taglia standard da 1 kilotone sono possibili la microtestata fino a 0,5 kt così come la taglia massima di 10 kt.
La Micro-Testata (0,1 – 0,5 Kilotoni)è utilizzata principalmente per proiettili d’artiglieria da 155mm o piccole testate missilistiche a corto raggio.Il raggio di distruzione fisica (onda d’urto) è di circa 200-300 metri. Entro questo raggio, le strutture leggere vengono abbattute mentre il raggio di letalità neutronica si estende a circa 600-800 metri. In quest’area, la dose di radiazioni è superiore a 8.000 rad, causando la morte rapida di soldati all’interno di bunker o carri armati. Se ne prevede un uso tattico finalizzato all’arresto di infiltrazioni specifiche in aree urbane limitate.
La Taglia “Pesante” (10 Kilotoni) rappresenta il limite superiore per questa tecnologia. Oltre i 10 kilotoni, l’effetto dell’onda d’urto e del calore inizia a superare il vantaggio della radiazione neutronica, rendendo l’arma indistinguibile da una bomba atomica comune. In questo caso il raggio di distruzione fisica va da 1,5 a 1,8 chilometri. La devastazione strutturale è massiccia mentre il raggio di letalità neutronica arriva a coprire una distanza di 3 chilometri.A queste potenze, l’atmosfera stessa inizia a “frenare” i neutroni (fenomeno dello scattering atmosferico), limitando la loro gittata utile nonostante l’aumento della potenza dell’ordigno.
[1] Essendo una bomba termonucleare a fusione queste armi sono assai complesse da progettare. Non esiste, ad oggi, una tecnologia in grado di innescare la fusione nucleare senza l’ausilio di una precedente reazione di fissione. Per chiarire questo passaggio fondamentale, vanno consultati i modelli fisici di Teller-Ulam, che sono alla base di quasi tutto l’arsenale termonucleare moderno (comprese le bombe H e quelle al neutrone).
Il meccanismo a due stadi
Una bomba al neutrone è, a tutti gli effetti, una bomba termonucleare miniaturizzata. Per funzionare, ha bisogno di due componenti che lavorano in sequenza millesimale:
Il Primario (Fissione): È una piccola sfera di Plutonio-239 (simile a una “valigetta nucleare”). Quando questa esplode, non serve a distruggere il bersaglio, ma agisce come una “candela di accensione”. Genera una pressione e un calore di milioni di gradi, emettendo una scarica di raggi X.
Il Secondario (Fusione): I raggi X del primario colpiscono il secondo stadio, che contiene un mix di idrogeno pesante (Deuterio e Trizio). Sotto questa pressione mostruosa, i nuclei di idrogeno si fondono. È in questa fase che avviene la magia nera della bomba al neutrone: la fusione rilascia una quantità enorme di neutroni veloci ad alta energia.
Perché allora si dice che è “diversa” da una bomba H?
In una normale bomba all’idrogeno (Bomba H), il secondo stadio è circondato da un pesante “mantello” di Uranio-238. Questo guscio serve a due scopi:
• Riflettere i neutroni all’interno per aumentare l’esplosione (onda d’urto).
• Subire a sua volta una fissione indotta, aumentando a dismisura la potenza (megatoni) e creando un fallout radioattivo immenso.
Nella bomba al neutrone, gli scienziati (come Samuel Cohen) hanno rimosso il guscio di uranio e lo hanno sostituito con un materiale sottile e trasparente ai neutroni (come il Berillio).
Il risultato: l’energia della fusione non viene “intrappolata” per creare una mega-esplosione, ma viene lasciata libera di scappare sotto forma di radiazione neutronica pura.
Ecco perché c’è comunque distruzione fisica: per avere i neutroni della fusione, è d’obbligo far esplodere il primario a fissione. Quindi, nel punto esatto dell’esplosione si avrà sempre il calore e l’urto di una “piccola” bomba atomica (il primario da 1 kilotone). È solo oltre quel raggio che la bomba smette di comportarsi come un martello e inizia a comportarsi come un raggio della morte invisibile.
Fonti e documentazione
Questa architettura è documentata nei rapporti declassificati del Los Alamos National Laboratory e nelle analisi della Federation of American Scientists. Senza l’innesco a fissione, il deuterio e il trizio rimarrebbero inerti.
Esiste una ricerca teorica sulle “armi a fusione pura” (che userebbero laser o impulsi elettromagnetici per innescare la fusione senza uranio o plutonio), ma ad oggi, secondo il SIPRI, nessuna nazione è riuscita a produrre un’arma del genere che sia abbastanza piccola da stare in una testata missilistica.
[2] L’idea che un bunker sotterraneo sia un santuario inviolabile contro una bomba al neutrone è corretta solo a metà. La sfida tecnica è enorme perché, a differenza delle radiazioni gamma (che vengono bloccate da materiali densi come il piombo), i neutroni veloci, essendo privi di carica elettrica, hanno una capacità di penetrazione straordinaria e si comportano in modo controintuitivo.
Per analizzare la sopravvivenza in un rifugio, bisogna consultare i dati del FEMA (Federal Emergency Management Agency) e i test condotti nel deserto del Nevada durante l’operazione Cue.
La capacità di penetrazione dei neutroni
I neutroni non vengono fermati dalla “massa” allo stesso modo dei raggi X o Gamma. Un muro di piombo, utilissimo contro una bomba atomica tradizionale, è quasi inutile contro i neutroni veloci. Questi ultimi attraversano la materia solida come se fosse una spugna, perdendo energia solo quando collidono con nuclei leggeri, in particolare l’idrogeno.
La terra è un ottimo scudo, ma ne serve molta. Per ridurre la radiazione neutronica di un fattore 10, occorrono circa 25-30 cm di terra compattata. Per una protezione totale vicino al punto zero, un bunker dovrebbe essere interrato ad almeno 3-5 metri di profondità.
Il cemento standard offre una protezione moderata. Tuttavia, per i bunker anti-neutrone si usa il “cemento pesante” arricchito con boro o minerali specifici che catturano i neutroni.
Le condizioni per la salvezza nel bunker
Una persona all’interno di un bunker sotterraneo può salvarsi dalla letalità immediata di una bomba al neutrone, ma solo se vengono rispettate tre condizioni critiche derivanti dai manuali di ingegneria della difesa civile:
Il rifugio deve contenere materiali “moderatori”. L’acqua, il polietilene o il legno (ricchi di idrogeno) sono paradossalmente più efficaci del piombo. I bunker moderni integrano strati di plastica borata o paraffina per rallentare e assorbire i neutroni prima che raggiungano gli occupanti.
Il problema della “geometria dei condotti”. I neutroni possono “rimbalzare” (scattering) lungo i condotti di ventilazione o gli ingressi a gomito. Se il bunker ha una presa d’aria diretta o un corridoio dritto, i neutroni entreranno come se fossero in un tunnel, uccidendo chiunque all’interno anche se le pareti sono spesse metri. Gli ingressi devono avere una forma a “labirinto” con angoli multipli di 90 gradi.
L’attivazione del bunker stesso: come per gli edifici in superficie, i neutroni possono rendere radioattivo il ferro delle armature del bunker. Gli occupanti potrebbero sopravvivere all’esplosione ma trovarsi “chiusi in un forno a microonde” dove le pareti stesse emettono radiazioni gamma per ore o giorni.
La radiazione residua e l’aria
Se il bunker è sigillato e profondo, gli occupanti si salvano dall’effetto immediato. Tuttavia, sorge il problema del post-esplosione: In caso di airburst (esplosione in aria), una volta terminata la pioggia di neutroni (che dura pochi secondi), l’aria esterna è respirabile quasi subito.
In caso di ground burst (esplosione al suolo), il bunker diventerebbe una trappola se il sistema di ventilazione non fosse dotato di filtri HEPA e carboni attivi per bloccare il fallout di polvere radioattiva che si depositerebbe sopra l’uscita.
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