DATA CENTER E SOVRANITÀ DIGITALE
Come l’Italia sta svendendo i propri dati, le infrastrutture e l’energia ai monopoli stranieri, finanziando la propria sottomissione. Aver ceduto il controllo di ospedali, banche e difesa ad algoritmi esteri è il più grande cavallo di Troia del nostro tempo
Immaginiamo il mattino di un giorno qualsiasi in cui un governo straniero, o il consiglio di amministrazione di tre multinazionali del tech, decide che l’Italia non è più un partner allineato o semplicemente che è giunto il momento di massimizzare un profitto estorsivo. Non ci sono truppe ai confini, né bombardamenti. C’è solo un interruttore logico che viene spento a diecimila chilometri di distanza. È questo il grado zero della sovranità digitale: la trasformazione di una nazione in un ostaggio senza alcuna possibilità di negoziare.
Nella Pubblica Amministrazione e nella sanità, il collasso potrebbe essere immediato e letale. Ai server cloud che ospitano il Fascicolo Sanitario Elettronico, l’anagrafe nazionale e i database dell’INPS, gestiti interamente su infrastrutture e software di fornitori extraeuropei, potrebbe essere ordinato, da remoto, di smettere di rispondere. Negli ospedali, i medici non potrebbero più accedere alle cartelle cliniche, i macchinari diagnostici salvavita andrebbero offline perché non riescono a dialogare con i server centrali, e le sale operatorie si fermerebbero. I cittadini perderebbero la loro identità civile: non si possono emettere documenti, pagare le pensioni, erogare sussidi o registrare nascite e decessi. Lo Stato italiano, per riavere accesso ai dati dei propri cittadini, sarebbe costretto a piegarsi a ricatti geopolitici o a pagare enormi pedaggi economici, senza avere alcuna competenza tecnica per aggirare il blocco. I nostri dati più intimi diventerebbero letteralmente un’arma puntata contro di noi.
Nel settore bancario e finanziario, lo scenario si traduce nell’espropriazione istantanea della ricchezza nazionale. L’intero sistema dei pagamenti digitali, i bancomat, i trasferimenti interbancari e il clearing delle transazioni poggiano su reti informatiche e cloud stranieri. Nel momento in cui la spina viene staccata, i conti correnti diventano fantasmi inaccessibili. L’economia reale si congela nel giro di poche ore: i supermercati non possono incassare, le aziende non possono pagare i fornitori, i risparmi di una vita evaporano dietro una schermata di errore. Se l’Italia decidesse, in un mondo sempre più multipolare, di avviare accordi commerciali sganciati dal circuito del dollaro o di esplorare sistemi di compensazione alternativi proposti da nuove alleanze internazionali, con ogni probabilità, non potrebbe fisicamente farlo. I gatekeeper tecnologici bloccherebbero le transazioni alla radice. Saremmo intrappolati in un recinto finanziario da cui risulterebbe impossibile uscire, privati di qualsiasi leva per difendere i nostri interessi commerciali.
Nel campo della difesa e della sicurezza nazionale, la subalternità si manifesta come una cecità assoluta. L’esercito, l’intelligence e le forze dell’ordine italiane operano con radar, droni, sistemi di comunicazione e software logistici progettati, brevettati e aggiornati da potenze estere. In caso di crisi diplomatica o di conflitto, i nostri stessi sistemi d’arma potrebbero essere disattivati da remoto (il cosiddetto “kill switch“), geo-bloccati per non operare in determinate aree, o peggio, trasformati in cavalli di Troia. I nostri confini diventerebbero trasparenti per le agenzie di spionaggio straniere, che avrebbero accesso in tempo reale ai flussi di comunicazione dei nostri ministeri e alle indagini della magistratura. Lo Stato italiano perderebbe il monopolio della forza e della sicurezza, trasformando le proprie forze armate in una milizia delegata, tollerata solo finché obbedisce agli ordini di chi detiene il codice sorgente.
Sulle infrastrutture critiche, l’energia e il territorio, l’incubo assume contorni predatori fisici. Le reti intelligenti che distribuiscono l’energia elettrica, l’acqua e il gas, così come la logistica dei trasporti e dei porti, sono governate da cervelli digitali esterni. Un embargo tecnologico mirato scatenerebbe blackout selettivi, bloccando i treni, le navi, il trasporto aereo e l’erogazione di acqua potabile. Ma l’aspetto più brutale riguarda il suolo. Avendo ceduto il controllo tecnologico, l’Italia verrebbe ridotta a una gigantesca servitù di passaggio, una provincia estrattiva riempita di immensi data center stranieri e gigafactory divoratrici di risorse. Consumeremmo il nostro suolo agricolo, prosciugheremmo le nostre riserve idriche e sprecheremmo enormi quote della nostra energia prodotta per raffreddare i server di corporazioni straniere che addestrano algoritmi per il loro profitto, mentre le nostre aziende locali pagherebbero l’energia a peso d’oro affrontando i razionamenti.
Il collasso del tessuto democratico e cognitivo
Senza infrastrutture digitali sovrane, le piazze virtuali, l’informazione e il dibattito politico avvengono esclusivamente su piattaforme estere. In uno scenario di crisi, queste piattaforme applicherebbero filtri e censure decise dai loro algoritmi o dai loro governi di riferimento. Le notizie scomode verrebbero oscurate, i canali di dissenso cancellati, la percezione stessa della realtà verrebbe manipolata su scala industriale. L’Italia non esisterebbe più come repubblica democratica autonoma, ma come un mercato di sudditi in cui le decisioni politiche, economiche e sociali vengono teleguidate da algoritmi opachi, incontestabili e del tutto estranei alla nostra Costituzione.
La mancanza di sovranità digitale non porta a un generico malfunzionamento informatico; porta all’estinzione dell’autodeterminazione di un popolo.
L’obiezione più comune allo scenario che stiamo descrivendo è che sembra tratto della trama di un film distopico di fantascienza o che malgrado si viva in un mondo globalizzato, in cui le multinazionali vogliono solo fare affari, in fondo, siamo protetti dal nostro governo, dalle leggi europee e dalle nostre alleanze internazionali. Tuttavia, basti guardare esattamente cosa sta facendo l’Italia in questo preciso momento, perché la gabbia in cui ci stiamo chiudendo è già stata costruita e stiamo pure pagando l’affitto per starci dentro.
Guardiamo al fiore all’occhiello della nostra presunta indipendenza: il Polo Strategico Nazionale. Il governo italiano ha speso miliardi per creare un cloud di Stato destinato a custodire i dati sanitari, fiscali e giudiziari degli italiani, vendendolo all’opinione pubblica come un baluardo di sovranità. La cruda realtà è che l’infrastruttura tecnologica e il software che fanno girare questo Polo non sono italiani, ma sono stati appaltati esattamente a quelle stesse tre o quattro multinazionali americane da cui dovremmo difenderci. Abbiamo messo i nostri dati più intimi dentro server che fisicamente stanno in Italia, ma i cui motori logici, gli aggiornamenti, i codici sorgente e le architetture appartengono a Microsoft, Google, AWS o Oracle. Se domani mattina l’azienda fornitrice decide di ritirare una licenza, di cambiare i protocolli o semplicemente subisce un divieto di esportazione tecnologica dal proprio governo, il nostro cloud di Stato diventa un ammasso di metallo inerte. Non possediamo la tecnologia, la stiamo solo noleggiando, e chi noleggia non è mai sovrano.
A chi si conforta pensando che “nessuno spegnerebbe mai l’interruttore perché non gli conviene”, dobbiamo ricordare che la sovranità non si misura in tempo di pace, ma nei momenti di crisi. E i precedenti ci sono tutti. Basterebbe guardare a come, dall’oggi al domani, interi Paesi sottoposti a sanzioni geopolitiche si sono visti disattivare i circuiti di pagamento, revocare i certificati di sicurezza dei siti web governativi e bloccare gli account cloud aziendali. Ma anche senza arrivare a scenari di guerra, la resa è già scritta nei contratti. Gli Stati Uniti hanno in vigore una legge, il Cloud Act, che obbliga le aziende americane a consegnare i dati in loro possesso alle agenzie federali statunitensi in caso di indagine, a prescindere da dove si trovino i server. Quindi, mentre noi ci illudiamo che il garante della privacy europeo o italiano ci protegga, la realtà nuda e cruda è che i dati dei cittadini e delle imprese italiane, gestiti da quelle società, sono legalmente e tecnicamente esposti a una giurisdizione straniera.
A chi crede che questa dipendenza porti almeno ricchezza e posti di lavoro, bisogna sbattere in faccia la realtà materiale dei nostri territori, da Nord a Sud. L’Italia sta stendendo tappeti rossi per accogliere giganteschi data center, svendendo suolo agricolo ed ex aree industriali per ospitare le infrastrutture fisiche di questi colossi stranieri. La narrazione edulcorata parla di poli tecnologici e innovazione, ma la realtà concreta è che stiamo barattando le nostre risorse vitali in cambio del nulla. Questi enormi capannoni non creano occupazione significativa, richiedono giusto qualche decina di manutentori e guardie giurate. In compenso, divorano quantità oscene di energia elettrica e milioni di litri di acqua per raffreddare i server, mettendo sotto stress la nostra rete elettrica e le nostre risorse idriche. Noi ci prendiamo il consumo di suolo, l’inquinamento termico e il carico energetico, mentre il valore aggiunto, la capacità di addestrare le intelligenze artificiali e i brevetti volano dritti oltreoceano. Siamo diventati la miniera da cui si estrae la materia prima del ventunesimo secolo, e come tutte le colonie estrattive, stiamo finanziando il nostro stesso impoverimento.
Infine, c’è la trappola mortale del cosiddetto “vendor lock-in” [1], una catena invisibile che l’interlocutore scettico fatica a vedere. Quando un ministero, un ospedale o una grande azienda italiana riscrive tutti i propri processi interni per farli funzionare sui sistemi proprietari di un’azienda straniera, non può più tornare indietro. Riscrivere i software, migrare i dati e riaddestrare il personale verso un’alternativa indipendente costerebbe cifre incalcolabili e anni di paralisi operativa. Questo significa che il fornitore straniero ha in mano una pistola carica: può alzare i prezzi dei canoni del 30, del 50 o del 100 percento da un anno all’altro, e l’Italia non avrà altra scelta che pagare, tagliando servizi essenziali per trovare i fondi, perché non esiste un piano B.
La narrazione dominante che ci viene propinata dai governi e dai media mainstream sostiene che attrarre sul suolo italiano i nuovi, giganteschi data center e le giga-factory dell’intelligenza artificiale sia un trionfo per la nostra economia e un passo avanti verso la sovranità digitale. La cruda, amara realtà è l’esatto opposto: si tratta del più colossale cavallo di Troia del nostro tempo, un’operazione di colonialismo estrattivo che non solo non ci rende sovrani, ma ci trasforma definitivamente in una periferia sottomessa, fragile e strutturalmente dipendente.
Per comprendere questo inganno, bisogna guardare a cosa sono realmente queste giga-factory dell’intelligenza artificiale. Non stiamo parlando di semplici archivi digitali, ma di altiforni del ventunesimo secolo, macchine voraci progettate per macinare miliardi di dati e addestrare modelli linguistici e predittivi. Il primo tragico errore è confondere l’ospitare i server fisici con il possedere la tecnologia. Quando una multinazionale americana o asiatica costruisce un mega data center in Italia, l’hardware avanzatissimo che c’è dentro, come le costosissime GPU necessarie per l’AI, i software di gestione e, soprattutto, i modelli algoritmici che ne scaturiscono, non sono italiani. La proprietà intellettuale, il brevetto, il codice e i profitti rimangono saldamente all’estero. I costi ambientali, territoriali ed energetici vengono scaricati sulla collettività italiana, mentre l’estrazione di valore vola nei paradisi fiscali o a Wall Street. Noi forniamo letteralmente solo il pavimento, i muri e le prese di corrente. Credere che questo aumenti la nostra sovranità è come credere che l’India fosse sovrana perché ospitava i magazzini della Compagnia delle Indie Orientali.
Dal punto di vista economico e sociale, la promessa dell’occupazione è una menzogna sfacciata. Questi gigacampus dell’intelligenza artificiale sono cattedrali nel deserto, strutture iper-automatizzate che, a fronte di investimenti miliardari e concessioni di suolo pubblico immensi, generano un numero di posti di lavoro ridicolo. Qualche decina di tecnici per la manutenzione e personale della vigilanza privata per sorvegliare i perimetri. Non c’è indotto, non c’è trasferimento tecnologico verso le nostre università o le nostre piccole e medie imprese. Al contrario, lo Stato e le Regioni spesso si prostrano offrendo a questi colossi sconti fiscali, iter autorizzativi accelerati e perfino tariffe energetiche agevolate. Stiamo letteralmente usando i soldi e le risorse dei cittadini italiani per sussidiare l’espansione dei monopoli globali che domani ci rivenderanno i loro servizi AI a peso d’oro.
C’è infine il nodo cruciale della sicurezza nazionale e della natura “dual use” dell’intelligenza artificiale. L’AI non serve solo a scrivere e-mail o generare immagini; è la tecnologia che deciderà le sorti della cyber-guerra, della logistica militare, dell’analisi predittiva per l’intelligence e della sorveglianza di massa. Ospitare i nodi fisici di queste reti significa trasformare il nostro territorio in un avamposto strategico di potenze straniere, inserendoci in dinamiche geopolitiche su cui non abbiamo alcun potere decisionale. Diventiamo bersagli senza avere il dito sul grilletto. Inoltre, abituando l’intera nostra pubblica amministrazione e il nostro tessuto industriale a dipendere dai servizi di intelligenza artificiale addestrati in queste giga-factory straniere, ci leghiamo un cappio al collo. Se chi controlla l’algoritmo decide di tagliare l’accesso, di alzare i prezzi in modo estorsivo o di manipolare i risultati per fini geopolitici, noi non abbiamo un piano B, perché abbiamo rinunciato a costruire una nostra via indipendente all’intelligenza artificiale per limitarci a fare i guardiani dei server altrui.
La corsa disperata ad accogliere i data center e le giga-factory straniere è la certificazione del nostro fallimento strategico. Significa aver rinunciato a sviluppare il “cervello” della rivoluzione digitale, accontentandosi di affittare il “cranio” a chi è più forte di noi, pagandogli pure le bollette della luce e dell’acqua. Questo non è sviluppo: è la codifica strutturale della nostra definitiva subalternità.
Per cogliere il legame reale, profondo e a tratti inquietante tra un colosso come Palantir e l’ondata di nuovi data center e giga-factory dell’intelligenza artificiale in Italia, bisogna spazzare via l’illusione che l’infrastruttura fisica e il software siano due mondi separati. Palantir non posa cavi, non getta cemento e non costruisce fisicamente i capannoni divoratori di energia in Piemonte o in Lombardia. A quello ci pensano i grandi hyperscaler, come Microsoft, Amazon o Google, e i fondi immobiliari speculativi. Eppure, il rapporto tra le macchine fisiche che stiamo accogliendo sul nostro territorio e le piattaforme di Palantir è organico e simbiotico: i data center sono il corpo, l’hardware, la forza bruta; Palantir è il cervello, il sistema nervoso, la logica estrattiva e predittiva. L’uno non ha senso, né potere, senza l’altro.
Il primo nodo di questa convergenza si chiama potenza di calcolo e prossimità. Palantir sviluppa piattaforme, come Gotham, Foundry o la più recente Artificial Intelligence Platform, che non sono semplici programmi, ma gigantesche idrovore di dati progettate per incrociare informazioni sanitarie, militari, finanziarie e logistiche, trovando pattern invisibili all’occhio umano. Per far girare in tempo reale queste intelligenze artificiali su moli di dati nazionali critici non basta il cloud remoto negli Stati Uniti: serve una potenza di calcolo mostruosa allocata direttamente sul territorio. Le giga-factory dell’AI servono esattamente a questo. Forniscono i cluster di GPU e l’energia smisurata necessari per far girare i modelli algoritmici di Palantir e dei suoi simili a latenza zero. Senza queste cattedrali di server impiantate in Italia, i software di spionaggio e analisi predittiva più avanzati sarebbero azzoppati dalla distanza e dalla lentezza della rete.
Il secondo aspetto riguarda il capolavoro politico e giuridico del “sovereignty washing“, ovvero il lavaggio della sovranità. Palantir, essendo un’azienda nata con i capitali della CIA e profondamente integrata nel complesso militare-industriale e dell’intelligence degli Stati Uniti, solleva ovvie preoccupazioni quando le viene affidata la gestione dei dati sensibili di un Paese europeo. La soluzione trovata dal blocco tecno-capitalista è geniale nella sua perversione: si costruiscono enormi data center fisicamente in Italia e li si definisce “cloud nazionali” o “regionali”. In questo modo, i politici e i burocrati italiani possono rassicurare l’opinione pubblica dicendo che “i dati restano in Italia, nei nuovi data center”. Nel frattempo, su quei server fisicamente italiani, vengono fatti girare i software di Palantir, che elaborano i segreti industriali, le informazioni sanitarie o i flussi logistici del nostro Paese. La localizzazione fisica del dato diventa così il cavallo di Troia per sdoganare l’uso di algoritmi stranieri e opachi su informazioni strategiche. Siamo legalmente a posto, ma strategicamente colonizzati.
Questa dinamica ci porta al cuore del problema: la natura intrinsecamente “dual use”, civile e militare, dell’intelligenza artificiale e delle sue infrastrutture. Palantir non fa mistero di essere un’azienda che progetta armi digitali, sistemi per il targeting militare e piattaforme per la sicurezza nazionale, e che applica le stesse logiche al mercato civile e sanitario. Costruire giga-factory dell’AI in Italia significa predisporre il terreno logistico per operazioni di intelligence e di difesa delegate a soggetti esterni. Quando i ministeri italiani, le grandi aziende a partecipazione statale della difesa come Leonardo, o il sistema sanitario iniziano a usare i software di Palantir ospitati nei data center locali degli hyperscaler americani, la distinzione tra settore pubblico italiano e intelligence statunitense collassa. L’Italia fornisce l’energia, l’acqua e il suolo per mantenere accesi i server; gli hyperscaler incassano gli affitti per l’infrastruttura; Palantir usa quella potenza per leggere, decodificare e prevedere le mosse del nostro tessuto sociale, economico e militare.
Il rapporto è quindi di totale complementarità in un disegno di egemonia tecno-politica. L’ondata di data center in Italia non è un fatto di mera edilizia tecnologica: è l’installazione delle teste di ponte necessarie per permettere ai cervelli algoritmici dell’impero statunitense, di cui Palantir è la punta di diamante, di operare capillarmente in Europa rispettando formalmente le leggi locali. Accettando questo scambio, noi consumiamo il nostro territorio per alimentare le stesse macchine che ci rendono trasparenti, profilabili e controllabili, cedendo non solo i nostri dati, ma la capacità stessa di decidere e interpretare la realtà a un appaltatore della difesa di una superpotenza estera.
Quindi, non c’è bisogno di immaginare un futuro apocalittico per capire la gravità della situazione. Il catastrofismo è solo l’esito matematico delle decisioni di oggi. Aver rinunciato a sviluppare un’industria nazionale del software, aver abdicato alla costruzione di una microelettronica europea autonoma e aver appaltato le fondamenta dello Stato ai monopoli esteri significa aver già consegnato le chiavi di casa. Chi sorride di fronte a questi rischi non è un ottimista, è semplicemente una persona che non ha ancora capito di essere stata sfrattata.
Non c’è sovranità nell’essere semplicemente i “padroni di casa compiacenti” di server altrui. Senza lo sviluppo concomitante di un’alternativa industriale nazionale ed europea (nel software, nel cloud federato, nella microelettronica e nella gestione pubblica delle reti energetiche), l’accoglienza acritica dei gigacampus digitali rischia di consolidare una forma di neo-feudalesimo tecnologico.
Per un Paese come l’Italia aver svenduto il proprio sistema nervoso digitale a potenze straniere e monopoli transnazionali, la perdita di sovranità digitale non è una questione accademica o un tecnicismo burocratico: è una forma di colonizzazione silenziosa che smantella progressivamente l’indipendenza nazionale, l’economia reale e la democrazia.
Il primo e più immediato rischio è la totale sottomissione geopolitica e il ricatto strategico. Quando un intero Stato, dalla difesa alla sanità, dalla pubblica amministrazione alle infrastrutture energetiche, poggia le proprie fondamenta su piattaforme, cloud e sistemi operativi di proprietà di multinazionali americane o asiatiche, l’Italia cessa di essere uno Stato sovrano e diventa un vassallo tecnologico. Se le dinamiche geopolitiche dovessero precipitare, un semplice ordine esecutivo emesso a Washington, o una decisione unilaterale presa nei consigli di amministrazione di tre o quattro giganti del tech, potrebbe spegnere, bloccare o limitare i servizi critici del nostro Paese senza che Roma abbia alcuna voce in capitolo o capacità tecnica di intervento. Non serve un’invasione militare per paralizzare una nazione: basta un blocco degli aggiornamenti, una revoca delle licenze o la chiusura dei rubinetti del cloud e dei chip avanzati per buttare nel caos istituzioni intere, ospedali e banche.
C’è poi un aspetto sociale e democratico che viene colpevolmente taciuto: la perdita di sovranità cognitiva e informativa. Quando il dibattito pubblico, la formazione, l’informazione e persino i processi decisionali di un’intera società vengono mediati da algoritmi opachi, proprietari e addestrati altrove, a decidere cosa è vero, cosa è visibile e come pensano i cittadini non sono le istituzioni democratiche italiane, ma le logiche di profitto di corporazioni transnazionali prive di qualsiasi responsabilità sociale o democratica. Interi settori della pubblica amministrazione e della scuola dipendono da software stranieri che decidono quali standard adottare, impedendo al Paese di formare competenze tecniche proprie e condannando le giovani generazioni a essere meri utenti e consumatori di tecnologia altrui anziché produttori.
Accettare tutto questo significa condannare l’Italia a essere una periferia sottomessa, un territorio di conquista privo di autonomia strategica, dove la classe politica abdica al proprio dovere primario: garantire la sicurezza, l’indipendenza e la libertà del proprio popolo. La sovranità non è uno slogan nostalgico, è la condizione sine qua non per esistere come nazione libera nel Ventunesimo secolo, e l’Italia l’ha già quasi interamente svenduta sull’altare di una modernizzazione subalterna e miope ma è possibile invertire la rotta. Basterebbe volerlo [1].
[1] Per invertire la rotta della dipendenza tecnologica è necessario agire su cinque ambiti fondamentali.
Proteggere i dati con cassaforti di cui possediamo le chiavi
Il cloud, ovvero la “nuvola”, non è un’entità astratta ma un insieme di enormi computer situati altrove in cui vengono conservati i nostri dati personali, dalle cartelle cliniche alle informazioni fiscali. Oggi questi computer appartengono quasi tutti a multinazionali estere. Il primo passo per difenderci consiste nel rendere questi dati completamente illeggibili a chiunque non sia autorizzato, attraverso un processo chiamato cifratura. Se immaginiamo le informazioni sensibili come documenti chiusi dentro una cassaforte, la cifratura è la serratura, mentre le “chiavi di cifratura” sono la combinazione per aprirla. Anche se i computer su cui si trovano le casseforti appartengono a società americane o asiatiche, la legge deve imporre che la combinazione fisica risieda esclusivamente nelle mani dello Stato italiano. In questo modo, anche se un governo straniero ordinasse all’azienda proprietaria del computer di consegnare i nostri dati, l’azienda non potrebbe farlo perché senza la combinazione italiana la cassaforte mostrerebbe solo un ammasso di caratteri incomprensibili.
Eliminare la trappola del fornitore unico con il software libero
Un grande problema delle istituzioni pubbliche è quella che i tecnici chiamano vendor lock-in, ossia la trappola del fornitore unico. Accade quando un ospedale o un ministero inizia a usare un programma informatico proprietario e vi organizza dentro tutto il proprio lavoro. Col passare degli anni, cambiare azienda diventa quasi impossibile perché spostare i dati costerebbe una fortuna e richiederebbe mesi di blocco delle attività. Il fornitore lo sa e può alzare i prezzi a piacimento. Il rimedio consiste nell’imporre l’uso del software a codice aperto, detto open source. Si tratta di programmi le cui istruzioni di funzionamento sono pubbliche e trasparenti, un po’ come una ricetta di cucina condivisa da tutti anziché la formula segreta di un’azienda. L’uso di sistemi aperti permette di cambiare liberamente l’azienda che gestisce la manutenzione senza dover buttare via tutto l’archivio o subire ricatti economici.
Costruire i motori e i cervelli dell’Intelligenza Artificiale in Europa
L’Intelligenza Artificiale non è magica: si tratta di complessi calcoli matematici, chiamati algoritmi, capaci di analizzare una quantità immensa di informazioni per riconoscere immagini, tradurre testi o prevedere eventi. Se per analizzare la salute dei cittadini o la sicurezza delle infrastrutture usiamo unicamente algoritmi progettati all’estero, accettiamo che i criteri di valutazione vengano decisi da altri. La soluzione è sviluppare modelli di Intelligenza Artificiale pubblici, creati dalle nostre università e dai nostri centri di ricerca. Per fare questo serve anche l’hardware, cioè i componenti fisici (microchip). Finanziando la ricerca e la produzione di questi componenti in Europa ci assicuriamo che i computer di domani possano funzionare anche senza dipendere dalle catene di montaggio oltreoceano.
Imporre regole severe ed ecologiche ai centri di calcolo
I data center e le cosiddette giga-factory dell’Intelligenza Artificiale sono imponenti capannoni industriali pieni zeppi di computer che lavorano giorno e notte. Queste macchine consumano enormi quantità di energia elettrica che diventa calore di scarto. Per evitare che l’Italia venga usata come semplice terreno da sfruttare lasciando a noi solo le bollette e il consumo del suolo, lo Stato deve applicare regole stringenti.
Riportare i professionisti del digitale dentro lo Stato
L’ultimo tassello riguarda le persone e la formazione. Negli ultimi decenni la Pubblica Amministrazione ha smesso di sviluppare competenze interne, finendo per esternalizzare, ovvero delegare a società di consulenza private e colossi esteri, qualsiasi decisione informatica. Lo Stato deve tornare ad assumere direttamente ingegneri, programmatori ed esperti di sicurezza informatica, creando una squadra di professionisti pubblici in grado di capire, progettare e difendere le proprie reti. Questo principio parte dalle scuole: insegnare ai ragazzi a usare esclusivamente piattaforme straniere li trasforma in consumatori passivi di tecnologia altrui. Utilizzare software indipendenti nelle aule significa insegnare alle nuove generazioni a capire come funzionano gli strumenti digitali, garantendo che i loro dati personali non vengano usati per profilazioni commerciali o condizionamenti politici.
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