La foglia di fico di Marte: Torino, Milano e Genova nell’asse del Nord-Ovest verso la corsa al riarmo spaziale 

La foglia di fico di Marte: Torino, Milano e Genova nell’asse del Nord-Ovest verso la corsa al riarmo spaziale 

Giugno 3, 2026 0 Di Francesco Cappello

Piemonte, Lombardia e Liguria uniscono le forze per intercettare i miliardi del riarmo UE. Il nuovo mega-cluster aerospaziale arruola l’industria italiana nella svolta bellicista europea. Dall’esplorazione scientifica al combattimento multidominio. Così l’alleanza tecnologica tra Torino, Milano e Genova aggancia il destino del Nord-Ovest a un’economia di guerra permanente. Un’analisi oltre i miti della transizione ecologica e della neutralità tecnologica

Dietro l’eleganza barocca del Salone d’Onore del Castello del Valentino a Torino, sede storica del Politecnico, la firma del protocollo d’intesa che sancisce la nascita dell’Alleanza del Nord-Ovest per l’Aerospazio è stata presentata alle cronache come l’ennesimo trionfo della cooperazione industriale, dell’innovazione accademica e della cosiddetta “space economy“.

I comunicati ufficiali e le dichiarazioni istituzionali insistono su formule rassicuranti: internazionalizzazione delle imprese, sviluppo tecnologico, transizione verso la “Green Aviation” (ironicamente direi che si tratta di vettori aerei d’attacco nucleare che non inquinano) e persino studi d’avanguardia sulle coltivazioni idroponiche simulate nei laboratori di Mirafiori per future missioni su Marte. Tuttavia, per chiunque analizzi i flussi finanziari e le linee di sviluppo strategico con lenti critiche e disincantate, questa convergenza strutturale tra Piemonte, Lombardia e Liguria rivela una realtà radicalmente diversa. Sotto la patina della retorica civile e scientifica si sta consolidando l’infrastruttura materiale e tecnologica di un mega-cluster integrato, progettato per agganciarsi stabilmente alla svolta bellicista dell’Unione Europea e a una corsa al riarmo spaziale dalle caratteristiche intrinsecamente offensive.

Il peso economico dell’operazione, formalizzata dai presidenti dei tre distretti coinvolti – Maurizio De Mitri per il Distretto Aerospaziale Piemonte, Paolo Cerabolini per il Lombardia Aerospace Cluster e Remo Giuseppe Pertica per il polo ligure SIIT (Distretto Tecnologico Ligure sui Sistemi Intelligenti Integrati) – restituisce la misura esatta di una vera e propria mobilitazione industriale permanente. Questo triangolo geografico e manifatture concentrano da solo oltre il sessanta per cento del fatturato aerospaziale dell’intero territorio nazionale. Si parla di un blocco produttivo monumentale, in cui il Piemonte schiera circa otto miliardi di euro di valore e trentacinquemila addetti specializzati nella motoristica e nelle grandi infrastrutture orbitanti; la Lombardia risponde con oltre sei miliardi di fatturato focalizzati su velivoli ed elicotteri avanzati; la Liguria apporta il suo miliardo di euro legato a doppio filo all’elettronica avanzata, ai sistemi integrati e alla cybersecurity. Unire queste forze sotto una regia comune non è un semplice esercizio di sinergia commerciale, ma risponde alla logica di creare la massa critica necessaria per competere nei bandi miliardari dei programmi europei di difesa, convertendo l’asse del Nord-Ovest nel motore trainante di un’economia di guerra che necessita di orizzonti tecnologici sempre più sofisticati per legittimare la propria riproduzione.

La narrazione dominante tenta sistematicamente di eclissare la natura bellica di questi investimenti attraverso il passe-partout concettuale del “dual-use”, l’idea che una tecnologia nata per scopi civili possa servire alla difesa e viceversa, mantenendo intatta una supposta neutralità morale. L’analisi critica dei progetti strategici citati nell’accordo smantella però questa copertura teorica. I capitoli dedicati alla mobilità aerea avanzata, all’intelligenza artificiale applicata ai sistemi di volo e alle reti satellitari non sono che i segmenti abilitanti della nuova dottrina del combattimento multidominio. La cybersecurity e l’elettronica integrata della filiera ligure, ad esempio, costituiscono il nucleo nervoso per la gestione dei flussi di dati satellitari necessari alle operazioni di intelligence e al puntamento cinetico in tempo reale. Le eccellenze elicotteristiche e aeronautiche lombarde e le competenze infrastrutturali piemontesi formano la spina dorsale logistica ed esecutiva per programmi dal profilo eminentemente offensivo, come lo sviluppo del caccia di sesta generazione all’interno del Global Combat Air Programme e l’implementazione delle reti di comunicazione protetta europee, concepite per operare in contesti di conflitto globale ad alta intensità.

Questa saldatura strutturale evidenzia il consueto meccanismo di pianificazione centralizzata e di socializzazione dei costi di ricerca. Gli assessori regionali allo Sviluppo Economico e alle Attività Produttive che hanno promosso il tavolo strategico – Andrea Tronzano per il Piemonte, Guido Guidesi per la Lombardia e Alessio Piana per la Liguria -, muovendosi in sinergia con il Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio presieduto da Cristina Leone, agiscono di fatto come facilitatori istituzionali di un modello in cui lo Stato e le amministrazioni locali orientano le risorse pubbliche e l’alta formazione universitaria verso le esigenze di grandi monopoli privati della difesa come Leonardo. Mentre l’opinione pubblica viene distratta con i premi ai prototipi accademici e le promesse di un futuro radioso tra le stelle, i laboratori scientifici e i distretti industriali del Nord-Ovest vengono definitivamente arruolati nella militarizzazione dell’orbita terrestre. Lo spazio extra-atmosferico cessa così di essere l’orizzonte dell’esplorazione umana per trasformarsi nel terreno strategico preminente in cui esercitare la sorveglianza totale e la proiezione di potenza militare, legando il destino economico di tre intere regioni alla perpetuazione della tensione geopolitica internazionale.

L’industria aerospaziale e il settore militare non costituiscono due comparti distinti che collaborano in modo complementare, bensì rappresentano un unico apparato simbiotico e strutturalmente inscindibile. Le configurazioni teoriche, del complesso militare-industriale, evidenziano come l’aerospazio sia il nucleo tecnologico e finanziario attorno a cui ruotano le strategie di proiezione di potenza delle grandi potenze globali.


La linea di montaggio aerospaziale mostra al contempo la complessità e l’enorme scala di investimenti richiesti dalla manifattura aerospaziale. Questa massiccia intensità di capitale crea una dipendenza intrinseca dalle commesse statali della Difesa, innescando dinamiche economiche e politiche che superano la semplice logica del mercato civile.

Il capitalismo di Stato e la socializzazione del rischio

È quel modello economico definibile come “socialismo per le grandi corporazioni e capitalismo d’azzardo per il resto della società“. La ricerca e sviluppo nel settore aerospaziale richiede capitali immensi e tempi di ritorno lunghissimi, che i mercati privati raramente sono disposti a sostenere da soli. Di conseguenza, lo Stato interviene finanziando direttamente i progetti più rischiosi attraverso i budget della Difesa e delle agenzie spaziali nazionali.

Una volta che la tecnologia è stata sviluppata, testata e stabilizzata a spese del contribuente, i colossi privati ne privatizzano i profitti, applicandola ai mercati commerciali o rivendendo i sistemi d’arma finiti allo stesso Stato che ha finanziato la ricerca iniziale. Questo circuito chiuso garantisce alle multinazionali dell’aerospazio flussi di cassa perpetui e scuda il settore dalle normali oscillazioni macroeconomiche.

Il meccanismo delle “porte girevoli” e l’economia di guerra permanente

La cattura dei processi decisionali da parte dei giganti della Difesa è un fenomeno strutturato attraverso il meccanismo delle cosiddette porte girevoli. Esiste infatti un flusso costante di personale d’alto livello che si sposta senza soluzione di continuità tra i vertici delle forze armate, i ministeri della Difesa, i consigli d’amministrazione delle aziende aerospaziali e i think tank finanziati dalle stesse multinazionali.

Questa osmosi fa sì che la pianificazione strategica di uno Stato e la politica estera vengano modellate per rispondere alle esigenze di produzione industriale del settore. In questa configurazione, la stabilità geopolitica può trasformarsi in un disincentivo economico, mentre il mantenimento di tensioni internazionali o la ventilata minaccia di nuovi conflitti tecnologici diventano i motori primari per giustificare il rinnovo costante degli arsenali e l’obsolescenza programmata dei sistemi d’arma precedenti.

La militarizzazione dello spazio e il tecnocolonialismo

L’evoluzione contemporanea è tesa verso il dominio dello spazio extratmosferico. La progressiva privatizzazione dell’orbita bassa terrestre, dominata da mega-costellazioni satellitari private, è una nuova forma di tecnocolonialismo in cui l’infrastruttura commerciale si fonde completamente con le necessità di sorveglianza, intelligence e puntamento cinetico delle forze armate.

L’architettura civile dello spazio profondo o dell’esplorazione lunare agisce da copertura retorica per una corsa al riarmo spaziale di natura eminentemente offensiva. Le aziende aerospaziali private non operano più come semplici fornitori, ma come veri e propri attori geopolitici autonomi, capaci di influenzare l’andamento di un conflitto sul campo attraverso l’attivazione o la sospensione dei propri servizi di connettività e telerilevamento, ridefinendo così i confini stessi della sovranità statale.

Già Seymour Melman, economista e ingegnere industriale, a partire dagli anni Settanta, formulando il concetto di economia di guerra permanente descriveva una metamorfosi strutturale delle economie capitaliste avanzate, in cui lo Stato assume il ruolo di pianificatore centrale di un mercato parallelo e permanente, finalizzato alla produzione di beni non riproducibili, ovvero gli armamenti. Melman evidenzia come questo modello, nato storicamente per superare i traumi della Grande Depressione, si trasformi in un fattore parassitario per la società. A differenza degli investimenti nelle infrastrutture civili, la spesa militare produce beni che non rientrano nel ciclo economico per generare nuova ricchezza; un caccia d’attacco o un sistema missilistico non possono essere consumati o utilizzati per produrre altri beni. Il vero costo di questo apparato risiede nel massiccio costo opportunità: la sistematica sottrazione di capitali, materie prime e, soprattutto, del capitale umano più qualificato (scienziati, ingegneri e tecnici) dai settori civili verso la macchina bellica, provocando la perdita di competitività macroeconomica e il declino dell’innovazione industriale civile (vedi Meglio un disarmo progressivo e reciproco. Il riarmo alimenta l’insicurezza e fa malissimo all’economia).

A questa visione si affiancano le riflessioni di altri teorici come Michael Kidron ed Ernest Mandel, che interpretano la “Permanent Arms Economy” come un dispositivo di stabilizzazione del tardo capitalismo. Secondo questi autori, la produzione di armamenti serve ad assorbire il surplus di capitale che altrimenti non troverebbe sbocchi profittevoli nei mercati saturi, rallentando temporaneamente la caduta tendenziale del saggio di profitto senza aumentare la capacità produttiva globale, evitando così crisi sistemiche di sovrapproduzione. Anche Paul Baran e Paul Sweezy, nella loro analisi del capitale monopolistico, identificano nella spesa militare una forma istituzionalizzata di “consumo dello spreco”, essenziale per sostenere artificialmente la domanda aggregata e i livelli di occupazione attraverso la costante evocazione di minacce geopolitiche estere. In realtà basterebbe indirizzare, superando l’economia a debito, lo sforzo produttivo verso i servizi alla persona, all’ambiente e al territorio che sono normalmente esclusi dall’analisi perché non producenti profitto. Questa caratteristica è però vera solamente all’interno della camicia di forza della moneta a debito.

Se si traslano queste categorie analitiche nello scenario europeo contemporaneo, si assiste alla declinazione pratica di queste teorie attraverso programmi sistemici come lo European Defence Industry Programme (EDIP), entrato pienamente in vigore nel quadro strategico dell’Unione Europea. La retorica del riarmo continentale e la spinta verso l’autonomia strategica stanno determinando una profonda riconversione industriale in paesi chiave come la Germania e l’Italia. In Germania, la svolta strutturale della Zeitenwende (vedi “Zeitenwende” il cambiamento epocale tedesco) ha visto i budget della difesa raggiungere vette storiche, mentre l’Italia coordina i propri piani industriali interni per agganciarsi ai flussi di finanziamento europei. L’architettura dell’EDIP, con i suoi sussidi per il potenziamento delle capacità manifatturiere militari e i regimi di sicurezza degli approvvigionamenti, non costituisce una risposta temporanea a una crisi, ma rappresenta piuttosto l’istituzionalizzazione di quel direttorato statale e sovranazionale, in cui i fondi pubblici vengono utilizzati per garantire linee di produzione bellica “sempre calde”, proteggendo i grandi gruppi industriali dai normali rischi del mercato commerciale.

Il settore aerospaziale rappresenta il vertice tecnologico e il laboratorio ideale di questa economia di guerra permanente in Europa. Progetti complessi e ad altissima intensità di capitale come il Global Combat Air Programme (GCAP), che impegna l’Italia nello sviluppo del caccia di sesta generazione, o i piani per le mega-costellazioni satellitari e l’infrastruttura di connettività sicura come IRIS, incarnano perfettamente il meccanismo di drenaggio delle risorse di cui si parlava prima. In questo comparto, colossi industriali come Leonardo o Airbus operano come veri e propri attori politici, catalizzando i finanziamenti europei e i fondi azionari dedicati alla difesa. La ricerca aerospaziale, spesso presentata sotto la categoria del “dual-use” (tecnologie a duplice uso, civile e militare), agisca in realtà come una copertura retorica: l’esplorazione dello spazio profondo o l’aviazione commerciale passano in secondo piano rispetto alle priorità di sorveglianza orbitale, droni d’attacco e reti di comando integrate. Così, mentre le migliori risorse cerebrali e finanziarie del continente si concentrano su sistemi ad alto valore tecnologico ma economicamente sterili (e per molti aspetti pericolose) per i più ma non per i grandi fondi di investimento che controllano attraverso il meccanismo delle SPA anche le politiche di marketing di imprese per un terzo ancora pubbliche come la Leonardo, il tessuto industriale civile circostante subisce un progressivo impoverimento di competenze.

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