L’Ue fa la colletta affamando i paesi membri pur di armarsi contro la Russia
L’Unione Europea, e noi con essa, ci indebitiamo, per poter continuare ad alimentare la guerra, incuranti del peggioramento dei conti pubblici che comporteranno tagli ai servizi pubblici e sacrifici e nuova austerity…
I primi tentativi di introdurre il debito comune europeo erano stati fatti con l’altra emergenza, anch’essa apparecchiata a tavolino, quella pandemica. La necessità di un debito comune europeo che ci era stata presentata come il “salvavita” eccezionale per uscire dalla terapia intensiva della pandemia, ha ufficialmente cambiato divisa e ha imbracciato il fucile.
In questo febbraio 2026, è ormai chiaro che la famosa carta di credito collettiva non serve più a comprare respiratori, a sostenere i redditi delle famiglie o a finanziare asili nido, istruzione, ricerca, infrastrutture eccetera, essendo piuttosto diventato il portafoglio di guerra dell’Unione.
Il tabù è stato definitivamente abbattuto con l’approvazione del maxi-prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina: di questi, ben 60 miliardi sono destinati direttamente a finanziare la difesa e l’acquisto di armamenti.
In pratica, l’Europa guerrafondaia ha deciso che l’unico modo per tenere in piedi il fronte orientale e soddisfare le pressanti richieste di Kiev è quello di indebitarsi tutti insieme, trasformando quella che doveva essere una misura solidale per spese sociali in un motore finanziario per un conflitto a lungo termine. La guerra sembra l’unico collante funzionante a tenere insieme un’Unione sempre più disgregata.
Le conseguenze economiche
Questa scelta avrà effetti collaterali estremamente gravi per i bilanci di casa nostra. Mentre Bruxelles emette i suoi “Eurobond” per mandare carri armati e munizioni, questi titoli finiscono inevitabilmente per entrare in competizione diretta con i BTP italiani. L’arrivo di questo nuovo debito comune “bellico” si sta abbattendo sulle prossime aste del Tesoro con la classica grazia di un elefante in una cristalleria.
Mentre l’Italia si prepara a cercare compratori dei suoi titoli di debito per collocare circa 350 miliardi di euro in titoli nel corso del 2026, si ritrova a dover competere con un vicino di casa decisamente più ingombrante e rassicurante: la Commissione Europea offre infatti al mercato prodotti che godono del massimo della sicurezza (tripla A), rendendo i nostri BTP improvvisamente meno appetibili per i grandi investitori internazionali, che preferiscono finanziare la difesa comune europea piuttosto che il debito nazionale italiano.
Questa concorrenza non è affatto gratis. Per convincere i mercati a scegliere ancora i titoli tricolore invece di quelli europei, il Tesoro sarà costretto ad alzare ulteriormente i rendimenti già elevati, facendo lievitare il “servizio al debito”, ovvero la mostruosa montagna di interessi che l’Italia deve pagare ogni anno (90 miliardi nel 2025). In altri termini, nel 2025 abbiamo speso per gli interessi quasi quanto l’intero budget destinato all’istruzione e oltre la metà di quanto stanziato per il Fondo Sanitario Nazionale. In pratica, ogni volta che un cittadino si lamenta di una lista d’attesa infinita o di una scuola che cade a pezzi, dovrebbe ricordare che una fetta enorme delle sue tasse è già stata “prenotata” dai mercati finanziari.
Ogni frazione di punto percentuale in più nelle aste si traduce in miliardi di euro sottratti a sanità e istruzione, trasporti, giustizia, ricerca, infrastrutture eccetera per essere girati ai mercati finanziari.
È il classico paradosso di Bruxelles: l’Italia si indebita collettivamente per sostenere una guerra, ma proprio questo indebitamento cannibalizza la domanda per i titoli nazionali, rendendo più caro e difficile pagare gli interessi sul proprio debito nazionale.
Le conseguenze concrete saranno evidenti già nelle prossime scadenze critiche del 2026, in particolare per i BTP a 10 anni che dovranno essere rinnovati tra marzo e maggio. Con i fondi esteri che scappano verso i più rassicuranti titoli europei “di guerra”, il Governo sarà costretto a raschiare il fondo del barile del risparmio domestico, alzando i tassi per convincere le famiglie italiane a comprare debito nazionale mentre l’Europa drena liquidità per le armi.
In definitiva, mentre l’Unione Europea festeggia la sua nuova capacità di spesa bellica, l’Italia si trova a ballare sul ciglio di un’asta dove il prezzo del denaro diventa insostenibile, ricordandoci che ogni proiettile finanziato collettivamente a Bruxelles rischia di costare un ospedale o una scuola in meno a Roma.
Di questa dinamica si avvantaggiando i grandi fondi di investimento statunitensi (the big Three: Black Rock, Vanguard, State Street). Man mano infatti che i tagli degraderanno ulteriormente i servizi pubblici e la previdenza, la loro offerta di polizze assicurative, sanitarie e pensionistiche verrà domandata contribuendo allo smantellamento dei servizi pubblici a favore della loro privatizzazione in veste finanziaria. Un circolo vizioso infernale…
L’Unione Europea, attraverso il bilancio comunitario e i contributi dei singoli Stati, ha già erogato circa 155 miliardi di euro in termini di assistenza reale e tangibile all’Ucraina. Questa cifra mastodontica non include le promesse future, ma rappresenta il totale di quanto già versato per mantenere operativo lo Stato ucraino, fornire equipaggiamento militare e gestire l’emergenza umanitaria all’interno e all’esterno dei confini ucraini.
L’Italia, contrariamente alla percezione di un impegno limitato, ha già sostenuto una spesa reale che si aggira intorno ai 14,5 miliardi di euro. Questa somma non è un’ipotesi, ma il risultato di tre voci di spesa concrete e già contabilizzate. La prima riguarda i contributi diretti e le armi inviate, per una cifra che supera i 2,5 miliardi di euro. La seconda, molto più pesante, è la nostra quota parte dei versamenti al bilancio UE che sono stati dirottati verso Kiev: poiché l’Italia contribuisce per circa il 13% al budget europeo, abbiamo indirettamente finanziato i vari pacchetti di assistenza macrofinanziaria per oltre 8 miliardi di euro. Infine, vanno sommati i circa 4 miliardi di euro già spesi dallo Stato italiano per l’accoglienza e l’assistenza dei profughi ucraini sul nostro territorio nazionale.
Senza contare che nei prossimi dieci anni dobbiamo anche trovare le risorse finanziarie finanziarie per aumentare le nostra spesa militare dall’1,3% del PIL al 5% ossia da 80 milioni di euro al giorno a più di 300 milioni di euro al giorno.
Nel frattempo la propaganda di guerra dell’Unione afferma che l’economia della Russia con un rapporto debito/Pil del 15,2% sta ormai crollando.
In realtà, mentre noi allegramente accettiamo il nostro 135-140% che aumenterà ulteriormente a causa del debito comune, Mosca si permette il lusso di avere un debito che è quasi dieci volte inferiore al nostro in termini relativi.
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