Oltre l’unipolarismo: il miraggio della tokenizzazione nel deserto geopolitico

Oltre l’unipolarismo: il miraggio della tokenizzazione nel deserto geopolitico

Maggio 4, 2026 0 Di Francesco Cappello

La fine dell’ordine monetario del 1971. Dal controllo dei mari al dominio delle piattaforme private, mentre l’Eurasia riconnette i propri binari ovvero la sfida tra la realtà fisica dell’Isola Mondiale e la sovrastruttura digitale della finanza privata statunitense

L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non è un semplice rimescolamento di quote produttive, ma il segnale inequivocabile del crollo definitivo di quell’ordine mondiale nato nel 1971, quando il dollaro abbandonò la parità aurea per legarsi indissolubilmente al petrolio. Per decenni, il sistema del petrodollaro ha garantito agli Stati Uniti una domanda globale perpetua per la propria valuta, permettendo a Washington di esportare inflazione e finanziare il proprio deficit in cambio di una protezione militare che oggi appare sempre più incrinata.
Oggi, la decisione di Abu Dhabi di slegarsi dai vincoli dell’OPEC e dell’Arabia Saudita segna la fine dell’obbligo di detenere dollari per l’acquisto di energia, aprendo la strada a una frammentazione monetaria che vede il riemergere di nuove rotte e nuovi poteri.
Per comprendere questa trasformazione, è necessario guardare alla mappa fisica del pianeta e al passaggio da una dottrina di dominio marittimo, la “talassocrazia” teorizzata da Alfred Mahan, a una dottrina di dominio continentale, centrata sull’Isola Mondiale di Halford Mackinder (vedi nota 2). La talassocrazia americana, basata sul controllo degli stretti e delle rotte oceaniche tramite le portaerei, sta cedendo il passo a un’integrazione eurasica che vede la Russia, la Cina e l’Iran compattarsi in un blocco geografico autosufficiente. È la rinascita dell’Isola Mondiale: un immenso spazio terrestre che sta costruendo infrastrutture come il Corridoio Nord-Sud (INSTC) e la Via della Seta, capaci di rendere irrilevanti i blocchi navali occidentali. In questo scenario, gli stretti di Suez, Hormuz e Malacca non sono più solo punti di passaggio, ma veri e propri “choke points” dove l’Occidente sta perdendo la capacità di proiezione della forza.
Tuttavia, mentre il mondo fisico torna a essere dominato dalla geografia continentale, stiamo assistendo a un tentativo disperato di “smaterializzazione” del potere da parte dell’Occidente. Come ho analizzato nel mio percorso sulla tecnocrazia commerciale digitalizzata (vedi Da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private?) , la risposta americana alla perdita della propria base industriale – ormai priva di infrastrutture moderne e di una classe operaia capace di sostenere una produzione bellica – è la fuga verso le piattaforme private. Non potendo più imporre il suo potere talassocratico, l’oligarchia finanziaria cerca di imporre la legge del codice informatico, attraverso la tokenizzazione degli asset e l’uso di stablecoin private come USD1. L’idea è quella di trasformare il petrolio e le altre materie prime in “token” digitali scambiabili su piattaforme sottratte al controllo degli stati, cercando di blindare la circolazione del dollaro in una bolla tecnologica privata che prescinda dal controllo fisico del territorio (Vedi nota 1).

Questo scontro tra la realtà geografica dell’Isola Mondiale e il miraggio digitale delle piattaforme private trova il suo sismografo più sensibile negli Emirati Arabi Uniti (vedi nota 3). La dirigenza di Abu Dhabi, guidata da Mohammed bin Zayed, ha tentato per anni di smarcarsi dal ruolo di semplice stato rentier del petrolio, puntando tutto sul “modello Dubai”: finanza, logistica portuale e turismo di lusso. Questo modello, tuttavia, è entrato in una crisi profonda. La guerra contro l’Iran e il blocco delle rotte marittime hanno provocato un’emorragia di capitali verso piazze più sicure come Hong Kong e Singapore. Per sopravvivere, Abu Dhabi si è spinta verso un’alleanza sempre più stretta con Israele e l’India, sperando che la protezione tecnologica e militare di Tel Aviv e Washington potesse compensare la propria vulnerabilità geografica.
Ma la complessità della federazione emiratina introduce una variabile che rischia di far crollare l’intero progetto. Gli Emirati Arabi Uniti non sono un blocco monolitico. Mentre Abu Dhabi persegue l’agenda dei petrodollari digitali e della normalizzazione con Israele, l’emirato di Sharjah mantiene una linea molto più conservatrice e solidale con la causa palestinese. Questa non è solo una divergenza morale: è un pericolo strategico vitale. Sharjah controlla infatti il territorio attraverso cui transita l’oleodotto Habshan-Fujairah, l’unica infrastruttura che permette alla federazione di esportare greggio verso l’Oceano Indiano evitando il rischio di un blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. Le indiscrezioni su una possibile secessione di Sharjah per proclamarsi repubblica indipendente minacciano di tagliare l’unica via di fuga fisica degli Emirati, rendendo più difficile ogni strategia di tokenizzazione digitale.
Il quadro che emerge è quello di un impero americano che, consapevole della propria impotenza industriale e dell’obsolescenza della propria flotta, reagisce con una “furia economica” fatta di sanzioni, sabotaggi e pressioni per la creazione di aree di libero scambio digitalizzate. Gli Stati Uniti del 2026 non sono più quelli del 1973; non hanno più la capacità di stabilizzare il mondo e si limitano a vampirizzare i propri alleati, imponendo loro di sostenere i costi di una transizione energetica e monetaria tutta a vantaggio della finanza di Wall Street. In questo contesto, l’Europa si pone come un attore tragicamente passivo, incapace di identificare i propri interessi nazionali e succube di una parabola imperiale che ha già imboccato la fase del tramonto.
In conclusione, la battaglia per il dominio globale si gioca oggi su due tavoli paralleli e conflittuali. Da una parte c’è la realtà di cemento armato e acciaio delle potenze eurasiche, che stanno riconnettendo l’Isola Mondiale tramite binari e oleodotti terrestri invulnerabili alle portaerei. Dall’altra c’è il tentativo occidentale di rifugiarsi in una tecnocrazia privata basata sulla tokenizzazione del mondo, dove il potere non è più esercitato tramite le navi, ma tramite il controllo delle piattaforme di scambio. Tuttavia, la crisi degli Emirati ci insegna che non si può scappare dalla geografia per sempre: se le basi fisiche del potere – i territori, i gasdotti, gli stretti marittimi – sono instabili o contestate, anche il più sofisticato sistema di moneta digitale potrebbe essere destinato a svanire come un’illusione ottica nel deserto del nuovo secolo all’alba del nuovo mondo multipolare.

note di approfondimento

Nota 1. La dematerializzazione del dominio: Tokenizzazione e Piattaforme Private vs Pubbliche

Il passaggio cruciale voluto dai grandi privati dell’Occidente è la transizione da un ordine basato sulle leggi internazionali e sulla sovranità delle nazioni a un sistema regolato dai protocolli informatici di piattaforme digitali private. In risposta alla propria deindustrializzazione, l’Occidente a guida statunitense sta tentando di “smaterializzare” il petrolio e gli asset reali, trasformandoli in token digitali scambiabili su infrastrutture sottratte al controllo pubblico. Questo progetto, che vede l’emergere di stablecoin private (come la USD1) e il coinvolgimento diretto di nuove oligarchie tecnologiche (si pensi al ruolo della famiglia Trump nel settore delle DeFi), mira a mantenere l’egemonia del dollaro rendendolo indipendente dalla circolazione fisica delle merci. Esiste tuttavia una competizione feroce tra questo modello di “tecnocrazia privata” occidentale e le piattaforme pubbliche che stanno sorgendo in Oriente. Mentre il progetto americano punta sulla privatizzazione del valore per aggirare i blocchi geopolitici, le potenze dei BRICS e l’asse eurasico stanno sviluppando piattaforme di pagamento pubblico-statali, come il progetto mBridge/Chips. A differenza delle piattaforme private occidentali, queste infrastrutture sono progettate per facilitare il commercio tra banche centrali sovrane utilizzando valute locali, opponendo così alla “tokenizzazione privata” un sistema di scambi trasparenti e garantiti dagli Stati, radicati nell’economia reale e nella produzione manifatturiera che potrebbero potenzialmente evolvere in un modello analogo a quello proposto da John Lord Meynard Keynes a Breton Woods nel 44, un’unità di conto internazionale non emessa da alcuna Banca centrale con il compito di permettere gli scambi multilaterali in compensazione tra paesi ed evitare al contempo quegli squilibri che provocano tensioni che generano conflitti ovvero l’accumulo di surplus e di deficit da parte dei partecipanti al circuito.

Nota 2. La vendetta della geografia: Il ritorno all’Isola Mondiale e la fine della Talassocrazia

Per comprendere la posta in gioco nel Golfo Persico, occorre recuperare le categorie della geopolitica classica: lo scontro tra il potere marittimo (Talassocrazia) e quello terrestre (Tellurocrazia). Per l’intero “secolo americano”, il dominio globale è stato garantito dalla dottrina di Alfred Mahan: il controllo delle rotte oceaniche e dei “choke points” (Suez, Hormuz, Malacca) tramite la potenza navale. Tuttavia, l’attuale crisi tecnologica e industriale degli Stati Uniti ha reso vulnerabili le loro portaerei, trasformando questi stretti in trappole strategiche.
In questo vuoto di potere sta rinascendo l’Isola Mondiale, il cuore pulsante dell’Eurasia teorizzato da Halford Mackinder. Attraverso imponenti infrastrutture terrestri — ferrovie ad alta velocità, oleodotti transcontinentali e corridoi logistici come l’INSTC (Corridoio Nord-Sud) che collega Russia, Iran e India — l’Eurasia si sta ricompattando in un unico organismo economico autosufficiente. Questa riconnessione terrestre rende inefficaci i blocchi navali occidentali e sposta il baricentro del mondo lontano dalle coste controllate da Washington. Gli Emirati Arabi, con il loro oleodotto di Habshan-Fujairah e la fragilità interna di Sharjah, rappresentano l’ultimo tentativo di un avamposto marittimo di restare connesso a questa massa continentale in movimento, cercando di sopravvivere in un mondo dove la sicurezza non viaggia più per mare, ma lungo i binari e i gasdotti del continente (Da Suez a Hormuz: Il tramonto dell’egemonia Occidentale e la rinascita dell’Isola Mondiale).

Nota 3. La federazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU). Tensioni interne e rivalità esterne

La federazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) è un’entità politica complessa, nata nel 1971 dall’unione di sette emirati: Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Ras Al Khaima, Umm Al Quwain e Fujairah. Ogni emirato è una monarchia ereditaria con una propria amministrazione interna, ma la struttura federale è dominata da Abu Dhabi, che detiene la maggior parte delle riserve petrolifere e la presidenza, e da Dubai, centro economico e logistico globale. Sebbene la federazione sia stata creata per garantire sicurezza e una voce unita nel Golfo, oggi è attraversata da profonde spaccature che mettono in discussione la sua stessa tenuta.
Le tensioni interne più significative sorgono dalla diversa visione geopolitica e morale dei singoli emirati. Mentre Abu Dhabi e Dubai hanno abbracciato un modello liberale, orientato alla finanza e al turismo, e hanno normalizzato i rapporti con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, altri emirati mantengono posizioni molto più conservatrici. Sharjah, in particolare, si distingue per un rigore morale maggiore (come il divieto totale di alcolici) e per un forte sostegno alla causa palestinese, vedendo con crescente sospetto l’asse tra la leadership federale, Israele e gli Stati Uniti.
Un punto di rottura critico è rappresentato dalle recenti indiscrezioni sulla possibile secessione di Sharjah per proclamarsi repubblica indipendente. Questa tensione non è solo ideologica, ma altamente strategica: il territorio di Sharjah è attraversato dall’oleodotto Habshan-Fujairah, l’unica infrastruttura che permette agli Emirati di esportare petrolio evitando il pericoloso stretto di Hormuz. Una crisi interna a Sharjah metterebbe quindi a rischio la sopravvivenza economica dell’intera federazione, privandola della sua principale via di fuga logistica in caso di blocco navale iraniano.
A livello regionale, la coesione emiratina è messa a dura prova dalla crescente rivalità con l’Arabia Saudita. La decisione degli EAU di uscire dall’OPEC nel maggio 2026 riflette la volontà di Abu Dhabi di perseguire una politica economica autonoma, distanziandosi dall’egemonia di Riad. È il culmine di una divergenza strategica di lungo periodo quella con l’Arabia Saudita, manifestatasi chiaramente durante il conflitto in Yemen. Mentre Riad cerca di riaffermare la propria leadership regionale, Abu Dhabi ha perseguito per anni un’agenda autonoma volta al controllo dei porti e delle rotte logistiche globali – il cosiddetto “modello Dubai” – entrando spesso in collisione con gli interessi sauditi e turchi lungo le coste del Mar Rosso e del Corno d’Africa.
Così, se da un lato gli Emirati Arabi Uniti si sono progressivamente avvicinati all’asse composto da Israele, Stati Uniti e India – questo allineamento è motivato dalla percezione dell’Iran come minaccia esistenziale e dal desiderio di contrastare la pervasività cinese nell’area, trovando nell’India di Modi un partner ideologicamente affine e altrettanto ostile a certi assetti geopolitici – dall’altro lato, l’Arabia Saudita sembra muoversi verso una massa critica di stabilizzazione che include Egitto, Turchia e Qatar, cercando un equilibrio proprio come battitore libero piuttosto che agire come semplice partner subalterno di Washington. 
Questi conflitti interni ed esterni nascono dalla necessità degli Emirati di reinventarsi come potenza autonoma (“middle power”) in un Medio Oriente che sta cambiando pelle, dove le vecchie alleanze non sono più considerate garanzie sufficienti di stabilità.
Le manovre degli Emirati Arabi Uniti (EAU) lungo le coste dello Yemen e nel Corno d’Africa rappresentano la proiezione fisica di quella “strategia dei porti” che rappresenta il tentativo di Abu Dhabi di farsi perno logistico tra l’Oriente e l’Occidente. Nello Yemen, gli Emirati hanno perseguito per anni il controllo dei punti nevralgici del commercio marittimo, occupando o influenzando scali fondamentali come il Porto di Aden e il Porto di Mokha. Attraverso il sostegno al Consiglio di Transizione del Sud (STC), Abu Dhabi ha cercato di instaurare un’area di influenza autonoma che garantisse la sicurezza del Bab al-Mandab, il “cancello delle lacrime” che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Tuttavia, questa ambizione si è scontrata frontalmente con gli interessi dell’Arabia Saudita, che nel gennaio 2026 ha lanciato una controffensiva diplomatica e militare per reintegrare queste aree sotto l’autorità del Consiglio di Leadership Presidenziale (PLC), costringendo gli Emirati ad un annuncio di ritiro formale e riprendendo il controllo dei governatorati strategici di Hadhramaut e Al Mahrah.
Nonostante il ritiro dal territorio continentale yemenita, gli Emirati mantengono una presenza granitica sulle isole strategiche, agendo spesso in simbiosi con gli interessi israeliani. L’arcipelago di Socotra e l’isola di Mayyun (nota anche come Perim), posta proprio nel cuore del Bab al-Mandab, sono diventate basi operative per il monitoraggio dei traffici e la difesa contro le minacce asimmetriche dei ribelli yemeniti. Su Abd al-Kuri, parte dell’arcipelago di Socotra, sono stati segnalati sensori e installazioni di intelligence congiunte tra Emirati e Israele, volte a creare uno scudo di sorveglianza contro l’influenza iraniana nella regione. Questa cooperazione è stata ulteriormente cementata dalla richiesta di Israele all’amministrazione Trump di ripristinare pienamente l’influenza militare emiratina su queste isole, viste come pedine fondamentali in caso di conflitto aperto con Teheran.
La partita si è poi spostata sulla sponda africana, dove la nascita del cosiddetto “Asse di Berbera” (Israele-Emirati-Etiopia) sta ridisegnando gli equilibri del Corno d’Africa. Il Porto di Berbera, gestito dal colosso emiratino DP World, è diventato il baricentro di questa nuova alleanza. Israele, che nel dicembre 2025 ha riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Somaliland, vede in Berbera una profondità strategica vitale per monitorare il Mar Rosso e contrastare gli attacchi yemeniti. Esistono piani concreti per lo stabilimento di una base militare israeliana nei pressi di Berbera, un’iniziativa che permetterebbe a Tel Aviv di proiettare la propria forza ben oltre i propri confini nazionali.
A questa proiezione di potenza si oppone l'”Asse di Mogadiscio”, che vede la Somalia allearsi con Turchia, Egitto e Arabia Saudita per difendere la propria sovranità territoriale contro le spinte secessioniste del Somaliland e l’espansionismo emiratino. Riad, percependo il rischio di essere aggirata, ha intensificato la propria presenza in Eritrea e ha utilizzato il proprio peso diplomatico nella Lega Araba per condannare gli accordi tra Abu Dhabi e il Somaliland. Questa rete di alleanze incrociate conferma come il controllo dei flussi fisici nel Mar Rosso sia diventato l’ultimo campo di battaglia di una talassocrazia che, non potendo più dominare l’intero oceano, cerca disperatamente di blindare i pochi passaggi obbligati rimasti, mentre l’Isola Mondiale continentale continua la sua marcia verso l’integrazione.

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