L’Imbroglio Energetico: la stretta relazione tra emergenza energetica e speculazione privata
A chi conviene insistere nel rifiuto di ristabilire l’approvvigionamento energetico russo? Dalla trappola del GNL americano al ritorno del nucleare, fino al paradosso degli espropri coatti: chi si arricchisce sulla pelle dei cittadini?
La strategia dello shock e l’emergenza permanente
Il dibattito pubblico sull’energia viene troppo spesso raccontato come una transizione lineare e inevitabile verso un futuro pulito. La realtà che emerge analizzando i fatti dietro le quinte, tuttavia, svela uno scenario radicalmente diverso. Le grandi emergenze geopolitiche internazionali vengono sistematicamente cavalcate come una formidabile strategia dello shock. Le sanzioni economiche contro il gas russo e le recenti tensioni marittime che hanno portato al blocco parziale dello Stretto di Hormuz non hanno semplicemente ridefinito le rotte commerciali, ma hanno fornito ai decisori politici e ai colossi industriali controllati dalla finanza la copertura perfetta per imporre una ristrutturazione autoritaria del sistema energetico nazionale.
Invece di pianificare un’autosufficienza democratica e diffusa, lo Stato ha scelto la via dei regimi commissariali straordinari. Davanti alla paura del blackout o del rincaro dei prezzi (ed anche grazie al rincaro dei prezzi), quali spettri agitati dalla propaganda mediatica, la partecipazione dei cittadini e il potere di veto delle amministrazioni locali vengono declassati a fastidiosi intralci burocratici. Attraverso decreti d’urgenza che scavalcano le ordinarie tutele ambientali e della sicurezza, i territori si trovano a subire decisioni calate dall’alto, giustificate da una retorica patriottica che bolla ogni forma di dissenso locale come un atto di resistenza contro la sicurezza della nazione.
Il Grande Imbroglio del GNL e il fantasma del nucleare
La prima evidente stortura di questa gestione emergenziale si materializza lungo le coste italiane sotto forma di navi rigassificatrici. La promessa istituzionale di affrancarsi dalla dipendenza dai gasdotti esteri, risalente aagli anni tra il 2001 e il 2006 (vedi nota [*]), si è tradotta nella sottomissione a una nuova filiera, quella del Gas Naturale Liquefatto (GNL). Il GNL ha altissimi costi di produzione. Se esso ha potuto sostituire il gas da tubo russo con bassi costi di produzione, contratti tra stati decennali a prezzi fissati e perciò troppo competitivo rispetto al GNL (venduto peraltro sui mercati spot e borsistici (TTF olandese)) con standard di sicurezza elevatissimi sia dal punto di vista ambientale che della protezione civile, è stato possibile solo grazie al blocco dell’approvvigionamento russo [*].
Sostituire il gas di Mosca ha significato legarsi a doppio filo al GNL americano estratto con la tecnica del fracking, fortemente impattante per l’ambiente, o a quello proveniente dai regimi del Golfo Persico (vedi Tecnica di spremitura delle rocce per ricavarne gas da liquefare. Secondo il fenomeno Cingolani il gas liquefatto sarebbe il gas della transizione ecologica).
Porti storici e aree turistiche si sono visti imporre rigassificatori galleggianti o progetti di terminali a terra, approvati azzerando le canoniche Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA), (vedi Prove generali di dittatura ambientale. Niente e nessuno potrà opporsi al Commissario unico di Draghi) lasciando alle popolazioni locali solo il rischio industriale e nessun beneficio strutturale (vedi La filiera del gas liquefatto e le navi rigassificatrici nei porti. Perché si temono questo genere di impianti?) come nei casi emblematici di Piombino e Ravenna, e si spinge per sbloccare i terminali a terra nel Meridione (come a Porto Empedocle). Queste opere vengono autorizzate tramite regimi commissariali straordinari, azzerando di fatto le Valutazioni di Impatto Ambientale ordinarie e i poteri di veto dei sindaci e delle popolazioni locali, costrette a subire impianti a rischio rilevante a pochi metri dalle proprie coste.
Parallelamente, la stessa narrazione dell’emergenza ha permesso di riesumare un tabù della politica italiana: l’energia nucleare. Nonostante la cittadinanza si sia espressa per ben due volte in modo plebiscitario contro l’atomo nei referendum del 1987 e del 2011, i corridoi ministeriali spingono oggi per l’introduzione dei piccoli reattori modulari, ribattezzati con l’acronimo rassicurante di SMR che sta per Small Modular Reactors(vedi Nucleare. È ora. L’Italia è pronta? Piccolo non è necessariamente bello).
C’è un disegno di legge di iniziativa governativa presentato alla Camera dei Deputati con la sigla Atto Camera n. 2669 (XIX Legislatura), intitolato formalmente “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile“. L’atto reca la firma del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il relativo iter parlamentare ha visto il provvedimento superare l’esame preliminare delle Commissioni riunite VIII (Ambiente, territorio e lavori pubblici) e X (Attività produttive, commercio e turismo) che hanno concluso l’esame in sede referente, depositando la relazione per l’Aula. La tabella di marcia istituzionale prevede ora la discussione e il voto in Parlamento con l’obiettivo di completare il quadro normativo di base e dare il via libera ai decreti attuativi.
Presentata sotto il cappello della neutralità tecnologica ed europea, la rinascita del nucleare si profila come un’operazione interamente finanziata con soldi pubblici per blindare i profitti di filiere private, lasciando irrisolto, ancora una volta, tra l’altro, il drammatico problema dello stoccaggio delle scorie radioattive all’interno del territorio nazionale insieme a quello dell’approvvigionamento dell’uranio (vedi E l’uranio per le centrali? E quello per le bombe?). La soluzione al nodo mai risolto del Deposito Nazionale e all’ubicazione dei reattori verrà calata dall’alto tramite decreti d’urgenza energetica, trattando la democrazia partecipativa come un inutile intralcio burocratico. A pensar male inoltre non va trascurato il rapporto tra nucleare civile e nucleare militare nell’attuale contesto di volontà di riarmo, anche nucleare, dei paesi europei.
La “speculazione verde”: le rinnovabili come nuovo estrattivismo
Sicilia, la colonia del silicio e del vento
Per comprendere le dimensioni economiche e geografiche di questo fenomeno, occorre viaggiare verso il Meridione, e in particolare in Sicilia. L’isola (vale anche per la Sardegna: Sei proprietario della tua terra finché una qualche grande impresa nazionale o estera non sia interessata ad essa) è stata eletta dalle grandi multinazionali a hub energetico del Mediterraneo. Il gestore della rete di trasmissione nazionale, Terna (vedi nota [1]), ha stanziato un piano di sviluppo infrastrutturale da circa 3,5 miliardi di euro per connettere la produzione siciliana al resto del continente. Opere mastodontiche come il Tyrrhenian Link, il doppio cavo sottomarino verso Campania e Sardegna, l’elettrodotto interno Chiaramonte Gulfi–Ciminna o il progetto Elmed con la Tunisia, servono a una sola cosa: raccogliere il surplus di energia pulita e convogliarlo verso i grandi centri industriali del Centro-Nord Italia.
La pressione dei produttori privati sul territorio siciliano ha assunto proporzioni inedite. Attualmente l’isola ospita già una potenza da fonti rinnovabili superiore ai 4,5 GW. Tuttavia, le richieste di connessione per nuovi impianti presentate dai player privati a Terna hanno raggiunto la cifra astronomica di circa 40 GW, una quota che supera di ben otto volte gli obiettivi minimi assegnati alla regione dalle normative europee. Aziende come Enel Green Power, la riconvertita ERG, la francese Engie o Edison (vedi nota [4]) stanno setacciando l’entroterra per installare parchi eolici e distese fotovoltaiche a terra. Questo assalto si traduce in un consumo di suolo devastante, monitorato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, che rischia di sottrarre all’agricoltura decine di migliaia di ettari di terreni fertili entro i prossimi anni.
L’Inganno giuridico dell’esproprio per il profitto privato
Il cittadino comune potrebbe legittimamente domandarsi come sia possibile che una società per azioni privata possa sottrarre un terreno a un agricoltore o a un cittadino contrario al progetto. La risposta risiede in un paradosso giuridico legalizzato dallo Stato. L’architettura normativa italiana, guidata dall’Articolo 12 del Decreto Legislativo 387/2003, stabilisce infatti che le opere per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili sono a tutti gli effetti opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti.
Quando un colosso dell’energia individua un’area di suo interesse e non trova un accordo bonario con il proprietario, avvia la procedura coattiva regolata dal Testo Unico sugli Espropri (D.P.R. 327/2001). Nel momento in cui la Regione o il Ministero rilasciano l’Autorizzazione Unica al progetto, quel provvedimento amministrativo cancella il diritto di proprietà del singolo in nome dell’interesse superiore della transizione energetica. Il privato viene così investito del potere di espropriare o di imporre servitù coattive sui terreni, offrendo in cambio indennità economiche calcolate su valori agricoli medi che spesso non ripagano il reale valore commerciale e affettivo del fondo, lasciando al proprietario solo la costosa e complessa via del ricorso al TAR o alla Corte d’Appello (vedi importante nota [2]).
Il bilancio in rosso delle Comunità Locali. Colonialismo energetico
L’aspetto più drammatico dell’intera vicenda risiede nel bilancio finale per le comunità che ospitano queste mega-infrastrutture. A fronte di danni strutturali permanenti, i benefici per gli abitanti sono praticamente inesistenti. L’energia prodotta in Sicilia non abbassa di un solo centesimo le bollette dei siciliani, poiché il prezzo dell’elettricità viene stabilito su base nazionale e zonale. I profitti milionari derivanti dalla vendita dell’energia e dagli incentivi statali volano verso le sedi legali e fiscali delle multinazionali situate fuori regione, privando i territori delle entrate fiscali.
L’impatto occupazionale si rivela un miraggio: i cantieri offrono lavoro solo per pochi mesi durante la fase di costruzione, dopodiché i parchi eolici e fotovoltaici vengono gestiti da remoto tramite software, azzerando l’indotto locale. Di contro, si registra una deindustrializzazione programmata della ruralità, con la perdita netta di posti di lavoro stabili nelle filiere agroalimentari d’eccellenza [3]. A tutto ciò si aggiunge la deturpazione irreversibile del paesaggio storico e collinare dell’isola, che svaluta l’attrattività turistica del territorio e il valore degli immobili limitrofi. Le cosiddette misure di compensazione concesse ai piccoli comuni (piccoli interventi di arredo urbano o royalties irrisorie) appaiono come l’ennesima elemosina coloniale di un sistema che consuma le risorse del Sud per alimentare i consumi del Nord, lasciando alle future generazioni locali l’onere dello smaltimento dei materiali e un territorio profondamente impoverito.
Se analizziamo lo scenario geopolitico attuale con gli occhi delle comunità locali e dei comitati territoriali, ciò a cui stiamo assistendo non è una transizione ecologica pianificata per il bene comune (come qui proposto: CER o Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare dell’Associazione Filiere Virtuose?), ma una perfetta applicazione della “strategia dello shock”.
Le emergenze geopolitiche – dal sabotaggio del North Stream alle sanzioni contro il gas russo, ai blocchi commerciali nel corridoio strategico dello Stretto di Hormuz – vengono sistematicamente utilizzate dai decisori politici e dai grandi gruppi finanziari/industriali, come un acceleratore formidabile per imporre infrastrutture impopolari, bypassando il dissenso dei territori e i processi democratici fungendo al contempo da giustificazione morale per accelerare la deregolamentazione sui parchi eolici e fotovoltaici industriali.
Il quadro attuale: Il Decreto “Aree Idonee”
La gestione di questi conflitti è fortemente influenzata dalla mappa delle “Aree Idonee” definita dalle Regioni.
Se il terreno del privato si trova in un’area classificata come “idonea” dalle normative regionali, per il proprietario è quasi impossibile opporsi legalmente all’esproprio, poiché l’iter autorizzativo per il produttore è fortemente accelerato e semplificato. Al contrario, se il terreno ricade in aree vincolate, agricole di pregio o “non idonee”, l’opposizione del proprietario trova una sponda solida nelle tutele paesaggistiche e ambientali dello Stato, rendendo l’esproprio estremamente difficile da attuare.
La distinzione tra chi gestisce la rete di trasmissione (Terna) e chi produce concretamente l’energia è fondamentale per comprendere il mercato elettrico italiano. In Sicilia e nel resto del Mezzogiorno, la produzione energetica — sia da fonti fossili tradizionali in fase di transizione, sia soprattutto da fonti rinnovabili — è in mano a grandi utility multinazionali, operatori specializzati e importanti gruppi industriali.
Il Sud Italia, grazie alla disponibilità di irraggiamento solare e ventilazione, rappresenta il principale terreno di investimento per questi attori. Di seguito sono indicati i principali produttori energetici impegnati sul territorio.
I terreni coinvolti (Consumo di suolo in ettari)
Situazione attuale: I dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) evidenziano che la Sicilia consuma mediamente tra i 50 e i 100 ettari all’anno di nuovo suolo agricolo solo per l’installazione di moduli fotovoltaici a terra.
Previsioni d’impatto: Considerando che per produrre 1 GW di energia da fotovoltaico industriale a terra occorrono mediamente tra i 1.000 e i 1.500 ettari di terreno, il soddisfacimento dei soli obiettivi minimi istituzionali al 2030 richiederà il sacrificio di circa 6.000-8.000 ettari di territorio. Se si dovesse autorizzare anche solo una frazione consistente delle richieste depositate presso Terna dai player privati, la superficie rurale sottratta salirebbe a decine di migliaia di ettari.
Attraverso le grandi opere di Terna (come il Tyrrhenian Link verso la Campania e la Sardegna o l’elettrodotto Elmed con la Tunisia), la Sicilia viene ridotta a un mero hub di produzione e transito. L’energia pulita viene prelevata e convogliata verso i grandi centri industriali del Centro-Nord Italia o del continente europeo, lasciando all’isola i costi ambientali e zero sconti tariffari.
Mentre l’Italia si conferma storicamente dipendente dalle importazioni estere, la Sicilia registra un costante surplus produttivo destinato ad alimentare il resto del Paese
Nel corso dell’anno scorso, il fabbisogno elettrico nazionale (dati Terna) si è attestato a 311,3 TWh, mostrando una sostanziale stabilità rispetto ai dodici mesi precedenti. Di questa richiesta complessiva, le fonti rinnovabili hanno coperto direttamente il 41,1% del consumo totale nazionale, mentre la quota restante è stata soddisfatta dalle fonti termiche fossili tradizionali e dalle importazioni.
Spostando l’attenzione sulla Sicilia, la richiesta interna di energia elettrica si è mantenuta stabile sui consueti livelli regionali, oscillando tra i 16,5 e i 17 TWh. In questo contesto, le fonti pulite presenti sull’isola, rappresentate principalmente dall’eolico a terra e dal fotovoltaico, hanno coperto una fetta pari a circa un terzo del fabbisogno interno, assestandosi in una forbice compresa tra il 33% e il 35% dei consumi complessivi dei cittadini e delle imprese siciliane.
La Produzione Energetica Nazionale e Regionale
A livello complessivo, la produzione netta nazionale da sole fonti rinnovabili ha raggiunto i 128,0 TWh. Questo dato ha registrato una leggera flessione del 2,3% rispetto al primato storico dell’anno precedente, un calo imputabile in massima parte a un regime idrico meno generoso che ha penalizzato le centrali idroelettriche del Nord Italia, solo parzialmente compensato dalla crescita della produzione fotovoltaica che ha segnato un balzo in avanti del 25%.
Sul fronte regionale, la Sicilia vanta una capacità installata da fonti rinnovabili superiore ai 4,5 GW, in grado di generare autonomamente tra i 5,5 e i 6 TWh di elettricità verde all’anno. Tuttavia, se si considera la produzione totale netta dell’isola, sommando all’energia pulita l’apporto dei grandi impianti termoelettrici tradizionali legati ai poli industriali di Priolo, Milazzo e Gela, la quantità complessiva di energia prodotta supera stabilmente i 19-20 TWh annui.
Le Esportazioni e i Saldi di Rete
L’analisi dei flussi energetici conferma che l’Italia non agisce come un esportatore sulla scena continentale, bensì come un importatore netto strutturale. Il saldo degli scambi con l’estero attraverso le frontiere alpine ha coperto circa il 15% della domanda nazionale, con esportazioni pure verso i paesi confinanti rimaste del tutto invariate rispetto all’anno precedente.
La dinamica della Sicilia si muove in direzione esattamente opposta rispetto al trend nazionale, poiché l’isola produce molta più energia di quanta ne consumino i suoi abitanti e il suo tessuto industriale. Questo divario genera un surplus energetico strutturale compreso tra i 2,5 e i 3 TWh all’anno. Questa quota di energia prodotta in eccesso non viene venduta all’estero, ma viene interamente immessa nella rete di trasmissione nazionale controllata da Terna. Attraverso le grandi dorsali infrastrutturali come l’elettrodotto sottomarino Sorgente-Rizziconi, il surplus siciliano viene trasferito in Calabria per risalire lo stivale e soddisfare la forte domanda energetica delle regioni del Centro-Nord.
[1] Terna S.p.A., colosso quotato al FTSE MIB che gestisce la rete elettrica nazionale, presenta un assetto proprietario in cui lo Stato italiano conserva la governance strategica tramite CDP Reti col 29,85% del capitale, ma la maggioranza assoluta è saldamente in mani private. Il peso decisivo è esercitato dai grandi investitori istituzionali, che controllano il 56,10% delle quote. Questo blocco fa capo prevalentemente a colossi finanziari nordamericani ed europei come BlackRock e Vanguard, attratti dalla stabilità macroeconomica di un monopolio regolato dallo Stato, capace di garantire rendimenti sicuri e flussi di cassa costanti a lungo termine. I piccoli risparmiatori privati coprono il restante 13,80% dell’azionariato.
Il bilancio consolidato del 2025 riflette fedelmente la redditività di questo modello, registrando ricavi record pari a 4.033 milioni di euro, alimentati principalmente dalle tariffe fisse che i cittadini pagano obbligatoriamente all’interno delle bollette elettriche. Con un margine operativo lordo (EBITDA) di 2.750,8 milioni e un utile netto di 1.111,5 milioni di euro, l’azienda ha potuto finanziare un’imponente accelerazione degli investimenti infrastrutturali, balzati del 30,6% fino a sfiorare i 3,5 miliardi di euro per la costruzione di grandi corridoi di esportazione energetica come il Tyrrhenian Link ed Elmed. Questa profittevole combinazione tra tariffe protette e utili crescenti si traduce in un beneficio diretto per i fondi d’investimento globali, ai quali viene garantita la distribuzione di un ricco dividendo pari a 39,62 centesimi di euro per azione.
[*] Tra il 2001 e il 2006, l’Italia accarezzò concretamente l’ambizione industriale di trasformarsi nel grande hub del gas del Mediterraneo, un ponte strategico per convogliare il metano liquido verso il cuore del Nord Europa.
Le circostanze economiche, politiche e sociali che caratterizzarono quel mastodontico programma infrastrutturale si svilupparono su tre binari ben precisi.
La spinta politica e la Legge Marzano
Il contesto normativo di inizio secolo fu segnato dalla progressiva liberalizzazione del mercato dell’energia, avviata dal Decreto Letta nel 1999 e culminata con la Legge Marzano del 2004 (Legge 239/2004) per il riordino del settore energetico. L’obiettivo dichiarato fondamentale dei governi dell’epoca, sia di centro-destra che successivamente di centro-sinistra, era diversificare le rotte di approvvigionamento per non dipendere esclusivamente dai gasdotti continentali.
La strategia ricevette un forte sostegno bipartisan. Dichiarazioni ministeriali dell’epoca confermavano la necessità assoluta di realizzare undici rigassificatori lungo le coste della penisola, di cui almeno quattro considerati di urgenza immediata, per sfruttare la centralità geografica dell’Italia e la capillarità della sua rete di trasporto nazionale.
La mappa degli undici terminali storici
Il piano prevedeva la disseminazione di terminali di rigassificazione sia a terra che offshore, equamente distribuiti tra l’alto Adriatico, il Mar Tirreno e le coste meridionali. La mappa dei progetti approvati o in fase di studio avanzato includeva localizzazioni calde come Rovigo (Porto Viro), Brindisi, Livorno, Rosignano, Grado, Zaule (Trieste), Taranto, Porto Empedocle, Ravenna, Priolo Gargallo e Gioia Tauro.
Ciascuno di questi impianti avrebbe dovuto accogliere le gigantesche navi metaniere cariche di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dal Qatar, dall’Egitto o dalla Nigeria, per poi riportarlo allo stato gassoso e immetterlo nella rete nazionale.
Il muro dei comitati e il fattore economico
Nonostante le autorizzazioni preliminari e il forte interesse dei grandi gruppi privati come Enel, Shell, Edison e Sorgenia, quel piano naufragò quasi interamente per la convergenza di due fattori insormontabili: la resistenza sociale e soprattutto la convenienza economica del mercato dell’epoca.
Da un lato, si assistette alla nascita e alla federazione dei primi storici comitati popolari e civici territoriali. Le popolazioni locali, supportate dalle amministrazioni comunali e provinciali, si opposero fermamente all’imposizione di tali impianti ad alto rischio industriale e ambientale. Casi come quello di Porto Empedocle in Sicilia divennero emblematici, dove un referendum consultivo locale bocciò l’opera con una percentuale record del 95% di voti contrari.
Dall’altro lato, a decretare il congelamento definitivo di quasi tutti i progetti fu il mercato stesso. In quegli anni, il gas naturale trasportato via tubo direttamente dalla Siberia russa e dall’Algeria godeva di prezzi straordinariamente bassi e competitivi. Il GNL, gravato dagli alti costi di liquefazione, trasporto navale e successiva rigassificazione, si rivelò commercialmente svantaggioso per le aziende. Dei progetti iniziali, infatti, solo tre videro effettivamente la luce nel corso degli anni successivi: Panigaglia in Liguria, l’isola artificiale di Porto Viro in Veneto e il terminale offshore di Livorno in Toscana. Il resto della mappa rimase sulla carta, congelato in un limbo burocratico durato quasi vent’anni, fino al recente ritorno di fiamma innescato dalle crisi geopolitiche odierne.
[2] Cittadini e proprietari possono ora appellarsi all’articolo 1, comma 2, del Decreto Legge “Ambiente” (D.L. 17 ottobre 2024, n. 153) che è diventato legge a tutti gli effetti. Il decreto-legge nel suo complesso è stato convertito, con modificazioni, dalla Legge 13 dicembre 2024, n. 191, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 16 dicembre 2024. Proprio durante l’iter di conversione parlamentare nei mesi finali del 2024, il testo di questo specifico comma è stato parzialmente riformulato rispetto alla primissima stesura del decreto, introducendo un tassello normativo centrale che si lega direttamente al tema del controllo dei suoli agricoli da parte dei grandi gruppi industriali. La norma in vigore stabilisce che, per i progetti di produzione energetica da fonte fotovoltaica, solare termodinamica, a biomassa o a biogas, nonché per quelli di produzione di biometano, il proponente privato che richiede il provvedimento di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) ha l’obbligo di allegare una dichiarazione formale. Questa dichiarazione deve attestare la legittima disponibilità, a qualunque titolo, della superficie di terreno su cui si intende realizzare l’impianto principale. Si tratta di una misura introdotta per frenare la corsa speculativa di aziende che depositavano progetti a raffica su terreni altrui senza avere alcun legame formale con i proprietari dei fondi. Allo stesso tempo, il testo convertito in legge include una precisazione fondamentale per i produttori, specificando che restano comunque ferme la pubblica utilità e le procedure conseguenti per le opere connesse. Ciò significa che, sebbene il privato debba dimostrare di avere il controllo formale sul perimetro dell’impianto di produzione (tramite acquisto, affitto o accordo), i poteri espropriativi coattivi legati alla “pubblica utilità” rimangono pienamente operativi per tutte le infrastrutture accessorie necessarie a trasportare quell’energia, come i cavidotti sotterranei, gli elettrodotti di raccordo e le cabine di trasformazione destinate ad allacciarsi alla rete di trasmissione nazionale.
I comitati territoriali e i proprietari dei fondi hanno accolto questa misura con forte scetticismo, individuandovi una serie di scappatoie e limiti strutturali che, di fatto, depontenziano l’intento iniziale di frenare la speculazione selvaggia. La critica si concentra su quattro nodi fondamentali che lasciano ampi margini di manovra ai grandi gruppi industriali.
L’ambiguità della formula “a qualunque titolo”
Il limite più macroscopico denunciato dai comitati risiede proprio nella scelta della formula giuridica che richiede la dimostrazione della disponibilità del terreno “a qualunque titolo“. È evidente come questa espressione non implichi affatto la proprietà del fondo o la stipula di un contratto d’affitto definitivo a lungo termine (come il diritto di superficie).
Quando la legge dice che l’azienda deve dimostrare la disponibilità del terreno “a qualunque titolo”, sta dicendo che per avviare le pratiche burocratiche non è necessario che la multinazionale abbia già comprato il campo (diventandone proprietaria) e nemmeno che abbia già firmato un affitto definitivo a lungo termine, come il “diritto di superficie”, che di solito impegna le parti per trent’anni. Allo Stato basta che l’azienda abbia in mano un “pezzo di carta” qualsiasi che dimostri un legame legale, anche minimo o provvisorio, con quel terreno. Nella pratica, questo si traduce in un meccanismo di “prenotazione”. I grandi gruppi energetici vanno dai contadini o dai proprietari e fanno firmare un contratto preliminare o un’opzione. È una specie di promessa commerciale: l’azienda versa una caparra piccolissima e dice al proprietario che se e quando la Regione darà il via libera all’impianto, allora il terreno verrà affittato o comprato davvero; se invece il permesso verrà negato, l’accordo decadrà e ognuno tornerà per la sua strada. Il grande limite denunciato dai comitati sta proprio qui. Con questa legge, lo Stato pensava di frenare la speculazione costringendo le aziende a chiedere i permessi solo dove avevano un controllo reale e definitivo sui terreni. Fatta così, invece, la norma si trasforma in un gioco da ragazzi per le multinazionali: grazie a capitali enormi, possono girare le campagne, firmare a tappeto queste “promesse di affitto” con pochissimi soldi, e usare quei fogli provvisori come lasciapassare legale per presentarsi agli uffici ministeriali e colonizzare virtualmente intere aree agricole, senza aver ancora concluso nulla di definitivo.
Anche per superare lo sbarramento burocratico della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) è sufficiente presentare una semplice opzione d’acquisto, un contratto preliminare o una promessa di locazione, istituti che le società speculative possono ottenere con estrema facilità. Spesso questi pre-accordi vengono firmati da proprietari sotto la pressione di asimmetrie informative o promesse economiche temporanee, versando caparre irrisorie e vincolando il passaggio reale del terreno all’effettivo ottenimento dell’autorizzazione finale. In questo modo, il meccanismo della “prenotazione” speculativa dei suoli agricoli non viene bloccato, ma semplicemente formalizzato su carta un gradino prima rispetto al passato.
Il cavallo di Troia delle “opere connesse”
Un secondo pesante elemento di critica riguarda l’esplicita eccezione inserita nel testo di legge, che fa salve le procedure di esproprio coattivo per le opere connesse all’impianto principale. Anche se lo sviluppatore privato è obbligato a trovare un accordo consensuale con i proprietari per l’area in cui sorgeranno fisicamente i pannelli solari o le turbine eoliche, la legge lascia intatto il potere di espropriare o imporre servitù di passaggio sui terreni circostanti per tutte le infrastrutture necessarie al trasporto dell’energia. I proprietari dei fondi definiscono questa norma un vero e proprio cavallo di Troia. Una multinazionale può stringere un accordo privato con un singolo proprietario compiacente e poi utilizzare la forza pubblica per espropriare i terreni dei vicini contrari, distruggendo uliveti o vigneti storici per far passare chilometri di cavidotti sotterranei, elettrodotti aerei o per costruire le stazioni elettriche di snodo. La tutela della proprietà privata decade così a pochi metri dal perimetro dei pannelli, frammentando comunque il tessuto agricolo locale contro la volontà della comunità.
Il blocco a valle non ferma la speculazione a monte
Esiste un evidente anacronismo temporale della norma: l’obbligo di dimostrare la legittima disponibilità del suolo scatta soltanto al momento della presentazione dell’istanza di VIA, ovvero in una fase già avanzata dell’iter progettuale. Questo sbarramento tardivo non incide minimamente sulla speculazione finanziaria che avviene a monte nelle stanze di Terna. Le società energetiche possono continuare a depositare a pioggia le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale (le istanze TICA) accaparrandosi virtualmente la capacità dei nodi di trasformazione regionali ben prima di aver mai visto o calpestato i terreni interessati. La norma costringe i privati a regolarizzare i contratti con i proprietari solo nell’ultimo miglio burocratico, senza intaccare il mercato secondario in cui le multinazionali si scambiano e vendono pacchetti di progetti e autorizzazioni preliminari a prezzi milionari.
Lo sfruttamento delle proprietà frazionate e dell’indigenza rurale
Infine, la misura viene giudicata inefficace nel contrastare la pressione economica che i grandi player esercitano sui contesti rurali caratterizzati da un forte frazionamento fondiario, una condizione comunissima nell’entroterra siciliano e meridionale. Lo spopolamento e le vecchie successioni ereditarie hanno frammentato la proprietà di moltissimi ettari in decine di micro-quote appartenenti a coeredi spesso emigrati o del tutto disinteressati alla coltivazione della terra.
Per una multinazionale dotata di ingenti capitali risulta estremamente facile individuare e liquidare la quota di un singolo proprietario o di un erede distante, ottenendo così un titolo legale d’accesso o di prelazione che soddisfa i requisiti della legge. I coltivatori diretti locali che invece vivono di quella terra e si oppongono all’industrializzazione del proprio paesaggio si trovano così aggirati dall’interno, vedendosi spuntare complessi industriali di silicio e acciaio sui confini aziendali a causa della vendita forzata o speculativa delle particelle adiacenti.
[3] La Sicilia vanta un’economia rurale basata su colture d’eccellenza (DOP, IGP, vigneti, uliveti e granaglie). Gli espropri coatti o l’acquisto speculativo di terreni a prezzi fuori mercato da parte delle multinazionali dell’energia stanno provocando la frammentazione del tessuto agricolo. Convertire terreni fertili in distese di silicio e acciaio cancella la produzione agroalimentare locale, impoverendo la sovranità alimentare della regione e distruggendo le filiere collegate.
[4] I Grandi Player delle Rinnovabili
Enel Green Power (Gruppo Enel)
È il principale produttore di energia elettrica in Italia e vanta una presenza storica nel Mezzogiorno. In Sicilia e in tutto il Sud gestisce un vastissimo portafoglio di impianti eolici, fotovoltaici e idroelettrici (come il parco eolico di Partanna). Oltre alla produzione pura, Enel ha scommesso sulla Sicilia per la filiera tecnologica con la 3Sun Gigafactory di Catania, uno dei più grandi stabilimenti europei per la produzione di pannelli fotovoltaici bifacciali ad altissima efficienza.
ERG (Edoardo Raffinerie Garrone)
Nata come operatore petrolifero, ERG ha completato una totale transizione ambientale diventando il primo operatore eolico in Italia. La Sicilia e la Puglia sono il cuore pulsante delle sue attività. Invece di occupare nuovo suolo, la strategia attuale di ERG si concentra fortemente sul repowering: lo smantellamento dei vecchi aerogeneratori degli anni 2000 per sostituirli con turbine di nuova generazione, molto più potenti e meno numerose (come nei progetti di Camporeale, Partinico-Monreale e Salemi-Castelvetrano).
Engie Italia
La multinazionale francese è un attore di primo piano nello sviluppo del fotovoltaico industriale al Sud, in particolare attraverso il modello dell’agrivoltaico avanzato, che combina la produzione di energia solare con le colture agricole locali. Engie ha realizzato a Mazara del Vallo (Trapani) un parco agrivoltaico da 66 MWp (uno dei più grandi d’Italia, che alimenta le attività di Amazon), a cui si affianca un secondo grande impianto a Paternò (Catania).
Edison Rinnovabili
Parte del gruppo EDF, Edison è storicamente radicata nel Meridione con centrali idroelettriche e termoelettriche ad alta efficienza, ma sta espandendo massicciamente la sua quota green. Tra i progetti più recenti figurano nuovi parchi eolici e impianti di accumulo nel trapanese (come il progetto Mazara-Calamita) e in altre aree strategiche della Puglia e della Campania.
Gli altri attori strategici e la transizione industriale:
Plenitude (Eni): La società del gruppo Eni integra la vendita di energia con la produzione da rinnovabili. In Sicilia opera impianti fotovoltaici su terreni industriali da riqualificare, come il parco solare a ridosso della Raffineria di Gela, sviluppando parallelamente progetti di eolico offshore al largo delle coste meridionali.
Grandi Utility Internazionali (RWE e Renantis): Colossi esteri come la tedesca RWE Renewables o la realtà italiana a controllo internazionale Renantis investono costantemente nel Mezzogiorno. RWE, ad esempio, ha recentemente avviato la costruzione di nuovi impianti eolici nell’entroterra palermitano (progetto Rapitalà a Monreale).
I poli tradizionali in mutamento: La produzione energetica siciliana è storicamente legata anche ai grandi poli petrolchimici per la stabilità della rete. Nel polo di Priolo Gargallo (Siracusa), la gigantesca raffineria ISAB (passata sotto la guida del gruppo italiano Ludoil) sta avviando piani di riconversione parziale verso i biocarburanti avanzati (HVO e SAF) e l’efficientamento energetico, segnando il passo della transizione industriale del Sud.
Fonti
Quadro Normativo e Atti Legislativi
L’impalcatura giuridica dell’indagine si fonda anzitutto sul Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, con particolare riferimento all’Articolo 12, che sancisce lo status di opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti per gli impianti da fonti rinnovabili. A questo si collega direttamente il Testo Unico sulle Espropriazioni (D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327), che disciplina le relative procedure coattive e i criteri di calcolo delle indennità economiche per la sottrazione dei terreni.
La più recente evoluzione normativa è rappresentata dalla Legge 13 dicembre 2024, n. 191, nata dalla conversione con modificazioni del Decreto Legge “Ambiente”. All’interno di questo testo, l’Articolo 1, comma 2, introduce l’obbligo per i proponenti di dimostrare la legittima disponibilità del suolo a qualunque titolo già nella fase di presentazione della Valutazione di Impatto Ambientale, pur lasciando intatti i poteri espropriativi per le opere connesse.
Sul fronte della politica energetica nazionale e transizionale, l’inchiesta analizza l’Atto Camera n. 2669 della XIX Legislatura, ovvero il disegno di legge d’iniziativa governativa Meloni-Pichetto Fratin recante la delega in materia di energia nucleare sostenibile, già esaminato in sede referente dalle Commissioni riunite VIII e X. Lo sfondo storico di questa governance emergenziale viene infine rintracciato nella Legge Marzano (Legge 239/2004) e nel Decreto Letta del 1999, pietre miliari della liberalizzazione dei mercati energetici.
Dati Statistici e Report Istituzionali
I dati quantitativi sulla produzione e sui consumi derivano principalmente dai consuntivi di Terna S.p.A., che documentano un fabbisogno elettrico nazionale di 311,3 TWh con una copertura da fonti rinnovabili al 41,1%. I medesimi report evidenziano la specificità della Regione Siciliana, caratterizzata da un fabbisogno di 16,5-17 TWh e da un surplus strutturale di 2,5-3 TWh costantemente immesso nella rete di trasmissione nazionale. Sempre i documenti societari di Terna permettono di ricostruire l’assetto azionario del gestore, diviso tra il controllo strategico di CDP Reti al 29,85% e la maggioranza assoluta in mano a fondi globali come BlackRock e Vanguard al 56,10%, oltre al relativo bilancio consolidato con ricavi record.
I dati riguardanti l’impatto territoriale e l’occupazione dei terreni agricoli sono invece tratti dal monitoraggio del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), le cui stime evidenziano la conversione sistematica del suolo rurale in impianti industriali a terra.
Grandi Opere e Infrastrutture di Rete
La mappatura dei flussi energetici e della nuova logistica si basa sui piani di sviluppo infrastrutturale nazionali. Tra questi spiccano i progetti delle grandi dorsali di Terna, come il Tyrrhenian Link per la connessione tra Campania, Sicilia e Sardegna, l’elettrodotto interno Chiaramonte Gulfi–Ciminna, il progetto Elmed di collegamento con la Tunisia e la dorsale sottomarina Sorgente-Rizziconi.
La diversificazione delle rotte del metano liquido viene tracciata attraverso la rete dei terminali di rigassificazione nazionali. L’analisi include sia la mappa storica degli undici terminali teorizzati a inizio secolo sia gli assetti attuali e i progetti di Piombino, Ravenna, Porto Empedocle, Panigaglia, Porto Viro e Livorno.
Operatori Industriali e Player Energetici
La mappa degli investimenti privati nel Mezzogiorno fotografa le attività delle principali utility e multinazionali. Enel Green Power si impone per la gestione degli impianti diffusi e lo sviluppo tecnologico della 3Sun Gigafactory di Catania, mentre ERG viene citata per la strategia di repowering eolico nell’entroterra siciliano, in particolare a Camporeale, Partinico-Monreale e Salemi-Castelvetrano. Engie Italia rappresenta il punto di riferimento per l’agrivoltaico industriale di grandi dimensioni a Mazara del Vallo e Paternò, affiancata da Edison Rinnovabili con i suoi progetti nel trapanese.
Completano il panorama degli attori strategici Plenitude del gruppo Eni, attiva sia sul solare a ridosso della Raffineria di Gela sia sull’eolico offshore, e colossi internazionali come RWE Renewables e Renantis, impegnati nell’entroterra palermitano. Infine, l’assetto industriale tradizionale in transizione viene documentato attraverso i piani del Gruppo Ludoil per la parziale riconversione verso i biocarburanti della gigantesca raffineria ISAB nel polo petrolchimico di Priolo Gargallo.
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