Quali le conseguenze delle sanzioni statunitensi sulla gestione delle risorse petrolifere venezuelane e sull’abbandono dei programmi sociali? Il ruolo di Russia e Cina per aggirarle

Quali le conseguenze delle sanzioni statunitensi sulla gestione delle risorse petrolifere venezuelane e sull’abbandono dei programmi sociali? Il ruolo di Russia e Cina per aggirarle

Gennaio 6, 2026 0 Di Francesco Cappello

Le sanzioni statunitensi hanno operato come una morsa finanziaria e logistica crescente sulle risorse petrolifere venezuelane. Il Venezuela nel mirino per colpire Russia e Cina ed anche Iran. Le sanzioni hanno costretto all’abbandono dei programmi sociali, le missioni boliveriane di Chavez

Da 25 anni il Venezuela ha resistito ad un attacco non convenzionale sino ai nostri giorni in cui assistiamo ad un barbaro attacco armato negli stati di Miranda, Aragua, La Guaira e nella capitale Caracas e al sequestro di un capo di Stato e di sua moglie Cilia Adela Flores.
Fino al giorno in cui Ugo Chavez vinse le elezioni nel 1998 alla guida di una coalizione popolare, il Venezuela era stato un Paese sotto il tallone coloniale degli Stati Uniti.
Nel 2001 la rivoluzione Bolivariana di Chavez aveva prodotto 49 leggi tra cui quelle sulla riforma tributaria, agraria e petrolifera. La National Endowment for Democracy NED, entrò in azione per sabotare, con i suoi strumenti di soft power, la rivoluzione in corso sino al fallito tentativo di golpe del 2002. Fu a partire da quella data che gli USA di Bush cambiarono strategia prendendo di mira il settore petrolifero per togliere al Venezuela la gestione della sua più importante ricchezza. Una società statunitense la SAIC operò un’azione di guerra ibrida (un attacco informatico) ai danni della azienda di Stato petrolifera PDVSA per impedire le esportazioni di greggio. La reazione di Chavez portò all’espulsione della DEA, la Drug Enforcement Administration, un’agenzia federale statunitense che sulla carta si sarebbe dovuta occupare del contrasto al narcotraffico ma che fu accusata di spionaggio. Dal 2004 cominciarono ad imperversare le rivoluzioni colorate.
Le sanzioni non sono state un blocco unico, ma un insieme di misure stratificate nel tempo. Le prime arrivarono con Obama nel 2011 per punire transazioni tra Venezuela e Iran e nel 2015 Obama dichiarò il Venezuela una “minaccia inusuale ed eccezionale” con un semplice ordine esecutivo.
Le sanzioni Finanziarie di Trump del 2017 vietarono al governo venezuelano e alla compagnia di stato PDVSA di emettere nuovo debito sui mercati USA. Questo impedì la ristrutturazione del debito esistente e l’accesso a capitali freschi per la manutenzione degli impianti. Furono misure che causarono penuria di medicine, servizi di prima necessità e cibo.

L’embargo Petrolifero del 2019 fu la misura più dura. Gli Stati Uniti vietarono l’acquisto di greggio venezuelano. In quell’anno gli USA rifiutarono il riconoscimento dell’elezione di Maduro provando ad imporre il fantoccio USA Juan Guaidò come presidente. Nel 2020 Trump si spinse a tentare una fallimentare invasione marittima, l’operazione Gedeón che aveva assoldato mercenari statunitensi.
Nel 2021 sino al 2024 fu Biden che raggiunse un compromesso per permettere a Chevron di operare in Venezuela concedendo una parziale tregua alle sanzioni USA.
Ricordiamo infine il recente raddoppio della taglia sulla testa di Maduro da 25 a 50 milioni di dollari proprio mentre è stata tolta quella sulla testa del terrorista taglia testa islamico Al Jolani piazzato alla presidenza della Siria balcanizzata. Trump durante il suo secondo mandato ha inoltre proceduto all’espulsione di migliaia di migranti venezuelani mentre disponeva una forza militare navale nel mar dei Caraibi comprendenti cacciatorpedinieri, caccia F-35 e persino un sottomarino nucleare.

Il Venezuela nel mirino per colpire Russia e Cina ed anche Iran

L’attacco al Venezuela è un attacco alla Cina perché come vedremo la Cina ha investito in Venezuela e acquista petrolio venezuelano. Il Venezuela ha intrattenuto ottimi rapporti con la Cina, il la Russia e l’Iran [1]. Gli USA colpirono anche compagnie terze (come sussidiarie della russa Rosneft) che aiutavano il Venezuela a trasportare o vendere petrolio, minacciandole di escluderle dal sistema finanziario in dollari.

Il greggio extra-pesante venezuelano è come catrame e ha bisogno di essere mescolato con nafta o greggio leggero per scorrere nei tubi. Le sanzioni bloccarono l’importazione di questi diluenti dagli USA, paralizzando l’estrazione.

L’effetto combinato di queste misure, unito ad una difficile gestione interna, avevano prodotto risultati devastanti. 

Si era verificato, infatti, un crollo della Produzione dai 2,4 milioni di barili al giorno del 2016 ai minimi storici di circa 300.000-400.000 bpd (barili al giorno) nel 2020.

 Per vendere il petrolio nonostante le sanzioni, il Venezuela ha dovuto affidarsi a intermediari e a una “flotta fantasma” di petroliere con transponder spenti. Questo ha indotto PDVSA a vendere il greggio a Pechino o altri acquirenti asiatici con grossi sconti fino a 25-30 dollari in meno al barile rispetto al prezzo di mercato.

Senza pezzi di ricambio e investimenti (bloccati dalle sanzioni finanziarie), le raffinerie nazionali avevano smesso di funzionare, portando paradossalmente un paese ricchissimo di petrolio a subire croniche carenze di benzina interna.

Il petrolio garantiva il 95% delle entrate dello Stato. Il crollo degli introiti ha ridotto drasticamente la capacità del governo di importare cibo e medicinali, contribuendo a un’inflazione fuori controllo e all’esodo di milioni di venezuelani.
Le sanzioni sono state storicamente uno strumento di destabilizzazione del consenso sociale che ha permesso alle rivoluzioni colorate di avere la loro relativa efficacia.

Con gli eventi di gennaio 2026 (cattura di Maduro e intervento USA), il sistema delle sanzioni sta venendo smantellato a favore di un controllo diretto da parte degli USA. Trump ha già annunciato un “blocco totale delle navi sanzionate” rimaste per azzerare i residui flussi verso il “mercato nero”, puntando a reincanalare tutto il petrolio verso le raffinerie statunitensi e alleate.

Prima dell’imposizione delle sanzioni il Venezuela ha vissuto una fase di spesa pubblica massiccia, finanziata quasi interamente dai proventi del petrolio. Durante il cosiddetto “boom petrolifero” (2004-2014), il governo di Hugo Chávez aveva utilizzato la rendita energetica per finanziare una vasta rete di programmi sociali chiamati Missioni Bolivariane.

Il cuore della spesa sociale era, infatti, costituito dalle “Missioni”, programmi paralleli ai ministeri tradizionali gestiti direttamente da PDVSA (la compagnia petrolifera di Stato).

Migliaia di medici cubani furono portati in Venezuela per aprire piccoli ambulatori nelle zone più povere (barrios). In cambio, il Venezuela forniva petrolio a Cuba a prezzi agevolati. Si trattava della Misión Barrio Adentro

Nell’educazione era attiva la Misión Robinson e Ribas che finanziava programmi massicci di alfabetizzazione e scolarizzazione secondaria. Il Venezuela fu così dichiarato “territorio libero dall’analfabetismo” dall’UNESCO nel 2005.

Grazie alla Misión Mercal è stata possibile la creazione di una rete di supermercati statali che vendevano cibo a prezzi fortemente sovvenzionati (fino all’80% in meno rispetto ai prezzi di mercato).

Un piano monumentale di edilizia popolare (Gran Misión Vivienda) portò alla costruzione di oltre un milione di case per le famiglie povere prima che la crisi causata dalle sanzioni si aggravasse definitivamente.

Il Venezuela ha mantenuto per decenni la benzina più economica del mondo. I proventi del petrolio venivano usati per coprire la differenza tra il costo di produzione e il prezzo alla pompa (poche frazioni di centesimo al litro). Questo era considerato un “diritto acquisito” dalla popolazione.

Grazie a questi investimenti, tra il 1999 e il 2012 la povertà relativa scese dal 48% al 27% e quella estrema crollò dal 16% al 7% circa.
Il coefficiente di Gini (che misura la diseguaglianza) divenne uno dei più bassi dell’America Latina.

Le sanzioni trasformarono il Venezuela da un gigante energetico a un esportatore marginale e indebitato, rendendo la sua infrastruttura un “relitto industriale” necessitante importanti investimenti e riparazioni per tornare pienamente funzionante.

Le strategie messe in atto per aggirare le sanzioni hanno coinvolto Cina e Russia

Per aggirare l’embargo, PDVSA utilizzava una rete di centinaia di petroliere vetuste (la flotta fantasma) spesso oltre i 20 anni di età gestite da società di comodo offshore. Le navi spegnevano i trasmettitori GPS o ne manipolavano il segnale (AIS) per far risultare la nave in un luogo diverso da quello reale.

Il petrolio veniva trasferito da una nave all’altra in mare aperto (spesso al largo della Malesia o nel Mar Cinese Meridionale) per nasconderne l’origine venezuelana.

Una volta trasferito, il greggio veniva venduto come “Miscela di Bitume” o “Greggio Malese” per poter entrare nei porti cinesi senza far scattare le sanzioni.

Poiché il sistema SWIFT e le banche che operano in dollari erano preclusi dalle sanzioni, il Venezuela aveva adottato metodi alternativi che hanno effettivamente alimentato la cosiddetta
“de-dollarizzazione” valorizzando l’uso di Criptovalute e Stablecoin. Dal 2024, infatti, PDVSA aveva iniziato a richiedere pagamenti in USDT (Tether) per i contratti spot. Questo permetteva di spostare capitali istantaneamente senza passare per il controllo del Tesoro USA (OFAC).

Gran parte del petrolio inviato in Cina serviva a ripagare i miliardi di dollari di debiti pregressi o veniva scambiato direttamente con beni di prima necessità.

Gli scambi avvenivano sempre più spesso in Yuan (RMB) o attraverso conti presso banche russe che non utilizzavano il dollaro.

La collaborazione tra Venezuela, Iran [1], Russia e Cina per aggirare le sanzioni aveva creato un circuito finanziario parallelo spingendo Pechino a testare sistemi di pagamento alternativi al dollaro.

Con l’intervento militare USA di questi giorni, la nuova amministrazione Trump ha avviato un blocco navale totale. Le navi della flotta fantasma identificate (come la Nord Star e la Rosalind) sono state poste sotto sequestro o bloccate. Il Tesoro USA sta ora lavorando per tracciare i wallet digitali utilizzati da PDVSA per sequestrare i fondi in criptovalute ancora disponibili.

La compagnia statale Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) detiene per legge il controllo di tutte le attività estrattive. Tuttavia, a causa del crollo della produzione nazionale (passata dai circa 3 milioni di barili al giorno del 2000 ai circa 800.000-900.000 attuali), la compagnia dipende (o dipendeva) totalmente dalle partnership estere per tecnologia e capitali.
Il rapporto con Chevron è (era?) l’unico legame rimasto solido con gli Stati Uniti. Grazie alla licenza speciale (General License 41) concessa dal Tesoro USA nel novembre 2022, Chevron aveva potuto riprendere l’estrazione e l’esportazione verso gli USA operando principalmente tramite joint venture come Petroboscán e Petropiar. Mentre Petroboscán si trova nell’area del Lago di Maracaibo (Zulia), è importante notare che Chevron è fortemente presente anche nella Fascia dell’Orinoco (progetto Petropiar), dove si occupa della lavorazione di greggio extra-pesante. La Fascia Petrolifera dell’Orinoco (FPO) contiene le più grandi riserve di greggio extra-pesante al mondo. La struttura delle joint venture (imprese miste) ha la Cina (CNPC) come partner strategico attraverso Sinovensa. La Cina è (era?) il principale destinatario del greggio venezuelano, spesso utilizzato per ripagare i debiti contratti da Caracas con Pechino.

Oltre alla Cina la Russia con Roszarubezhneft che rappresenta il braccio operativo del Cremlino per mantenere il controllo sulle riserve petrolifere venezuelane e proteggere i crediti russi verso Caracas. Nel 2020, infatti, la compagnia statale Rosneft ha ceduto i suoi asset in Venezuela a Roszarubezhneft creata dal governo russo e controllata dal governo russo, per evitare le sanzioni USA. Gestiscono quote in progetti chiave come Petromonagas e Petromiranda. In pratica, Rosneft ha “venduto” tutti i suoi asset venezuelani a questa nuova entità, Roszarubezhneft, controllata direttamente dal governo di Mosca. In questo modo, Rosneft (che ha soci internazionali come BP e investitori globali) si è pulita l’immagine dalle sanzioni, mentre la gestione del petrolio venezuelano è passata a una società russa “blindata”, priva di legami con i mercati occidentali e quindi immune alle pressioni di Washington. Nel novembre 2025, poco prima della caduta di Maduro, il governo venezuelano aveva rinnovato queste concessioni per altri 15 anni, garantendo alla Russia il controllo di giacimenti chiave fino al 2041. Oggi, il destino di Roszarubezhneft è diventato un’incognita miliardaria. La Russia ha investito miliardi di dollari in queste infrastrutture. Se un nuovo governo di transizione sostenuto dagli USA dovesse dichiarare “illegittimi” i contratti firmati da Maduro, Mosca perderebbe la sua principale leva energetica in America Latina.

È presente anche l’Europa con Eni e Repsol. Le due major europee operano principalmente nei progetti Cardón IV (gas offshore) e nella joint venture Petroquiriquire. Recentemente avevano ottenuto il permesso di esportare greggio verso l’Europa come compensazione per i debiti pregressi accumulati da PDVSA. Ovviamente quel che sta avvenendo potrebbe mettere in discussione i vecchi accordi. Eni e Repsol potrebbero comunque beneficiare di una normalizzazione dei pagamenti (non più solo tramite carichi di greggio), ma dovranno rinegoziare i termini contrattuali con la nuova amministrazione.

Chevron è di sicuro la compagnia meglio posizionata. Essa fungerà probabilmente da capofila per gli investimenti statunitensi nel bacino di Maracaibo e nell’Orinoco.

La Cina che ha operato in Venezuela con la sua China National Petroleum Corporation (CNPC) ha condannato l’intervento USA [2]. Il controllo dei flussi verso Pechino è ora uno dei punti di massima tensione geopolitica, poiché il petrolio era la principale garanzia per il debito contratto da Maduro. La Cina ha prestato al Venezuela oltre 50 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni. La CNPC gestisce l’estrazione del greggio che il Venezuela invia a Pechino per ripagare questo immenso debito. La preoccupazione principale di CNPC è che un nuovo governo filo-americano possa ripudiare il debito contratto da Maduro verso la Cina. CNPC controlla riserve stimate in 1,6 miliardi di barili attraverso le sue partecipazioni. La Cina teme ora che le aziende americane (come Chevron o Exxon) possano ottenere concessioni privilegiate a scapito dei contratti cinesi già firmati.

Come su accennato la Russia che ha condannato anch’essa l’intervento USA [3], controllava quote significative in cinque grandi joint venture (tra cui Petromonagas e Petropiar) attraverso Roszarubezhneft. A novembre 2025, il governo Maduro aveva approvato l’estensione delle concessioni russe fino al 2041, nel tentativo disperato di blindare l’alleanza. Ora con la cattura di Maduro (4 gennaio 2026), questi asset sono in un limbo legale. 
Gli Stati Uniti hanno, infatti, segnalato che considereranno nulle le estensioni contrattuali firmate in regime di sanzioni, mettendo a rischio miliardi di dollari di investimenti russi. La Russia non aveva solo estratto petrolio, ma aveva gestito per anni la logistica per aggirare le sanzioni statunitensi. Fino a dicembre 2025, la Russia aveva infatti fornito circa 419.000 barili al giorno di nafta (necessaria per diluire il greggio pesante venezuelano e renderlo trasportabile). Con il blocco navale USA di gennaio 2026, queste forniture sono state interrotte.
Il Venezuela deve alla Russia circa 3 miliardi di dollari (parte di un accordo di ristrutturazione rinegoziato a fine 2025). Un nuovo governo filo-americano potrebbe ora ripudiare questo debito

Mentre la Russia ha agito spesso come partner militare e fornitore di logistica “ombra”, la Cina è il vero proprietario del debito e il principale cliente del greggio venezuelano.

A differenza di Mosca, Pechino ha investito oltre 60 miliardi di dollari (alcune stime arrivano a 100 miliardi nel periodo 2007-2016) in prestiti garantiti dal petrolio (oil-for-loan). Oggi, 5 gennaio 2026, la Cina sta utilizzando le sue riserve galleggianti (circa 82 milioni di barili stoccati su navi tra Cina e Malesia) per ammortizzare l’interruzione immediata delle forniture causata dal blocco USA. La Cina ovviamente non vuole il collasso economico del Venezuela e chiede garanzia che qualsiasi nuovo governo riconosca il debito pregresso. La China National Petroleum Corporation (CNPC) è il partner chiave nella joint venture Sinovensa. Fino a dicembre 2025, i cinesi estraevano circa 110.000 barili al giorno.
Trump ha dichiarato che “la Cina continuerà a ricevere petrolio”, ma Pechino teme che, sotto l’influenza USA, il greggio non verrà più fornito a prezzi scontati (come “ripagamento debiti”) ma a prezzi di mercato. Questo annullerebbe il vantaggio competitivo che la Cina aveva ottenuto sostenendo Maduro e l’industria petrolifera venezuelana per anni.

Secondo le analisi di Reuters e Bloomberg di queste ore tra i vincitori sono da annoverare le raffinerie della Gulf Coast statunitense, progettate per lavorare il greggio pesante venezuelano, che vedranno tornare il petrolio a pochi chilometri di distanza invece di lasciarlo viaggiare verso l’Asia mentre tra i vinti le piccole raffinerie indipendenti cinesi (le cosiddette teapots dello Shandong), che sopravvivevano grazie al greggio venezuelano scontato e “rimarchiato” per aggirare le sanzioni.

Le speranze degli speculatori finanziari
Nel frattempo il mercato dei titoli di stato venezuelani e di PDVSA, fermo in territorio di default da anni, stanno registrando movimenti speculativi. Le quotazioni dei bond, che scambiavano a livelli di “titoli spazzatura” (attorno ai 10-20 centesimi per dollaro), stanno vedendo un aumento di interesse. Gli investitori istituzionali e i “fondi avvoltoio” scommettono su una futura ristrutturazione del debito sovrano se si insedierà un governo riconosciuto da Washington. Infatti, quando un investitore compra un bond venezuelano a 20-30 centesimi, non sta comprando un titolo che paga interessi; sta comprando il “diritto” a partecipare a una futura rinegoziazione del debito. In pratica, il meccanismo della speculazione si basa sul divario tra il valore nominale del titolo, ovvero i 100 dollari che il Venezuela si era originariamente impegnato a rimborsare, e l’attuale prezzo di mercato in stato di default, che si aggira intorno ai 20 dollari a causa della totale sfiducia verso il regime di Maduro. La scommessa speculativa risiede nell’ipotesi che l’insediamento di un nuovo governo riconosciuto dagli Stati Uniti porti a una ristrutturazione del debito, spingendo il valore del titolo verso una quotazione stimata, ad esempio, tra i 40 e i 50 centesimi per dollaro. In questo scenario il profitto diventerebbe realtà nel momento in cui un investitore, dopo aver acquistato il bond a 20, vedesse il valore di recupero finale attestarsi a 45; ciò gli permetterebbe di raddoppiare abbondantemente il capitale investito, anche qualora il Venezuela decidesse di applicare un consistente taglio, o “haircut”, rispetto al valore originale dell’obbligazione…

[1] Negli ultimi anni, dal 2020 ad oggi, il rapporto tra Venezuela e Iran si è trasformato da una semplice affinità ideologica in una alleanza strategica di sopravvivenza. Entrambi i paesi, soggetti a pesanti sanzioni internazionali, hanno costruito un asse fondato sullo scambio di risorse vitali e sulla cooperazione militare e tecnologica.
Il Venezuela, nonostante le enormi riserve, ha sofferto di una crisi cronica delle proprie raffinerie. L’Iran è intervenuto come partner tecnico principale nella riparazione delle raffinerie. Nel 2022 è stato, infatti, firmato un accordo per ristrutturare il complesso di El Palito e il Centro di Raffineria di Paraguaná.
Teheran ha inviato petroliere cariche di benzina e diluenti (necessari per trattare il greggio pesante venezuelano) in cambio di oro e altre materie prime, sfidando i blocchi navali statunitensi.
Nel giugno 2022, Nicolás Maduro e l’allora presidente iraniano Ebrahim Raisi hanno firmato a Teheran un piano di cooperazione di 20 anni nella difesa con la fornitura di droni (come i Mohajer-6) e assistenza nel monitoraggio marittimo, nel trasferimento di conoscenze in ambito biotecnologico e industriale e nell’apertura di supermercati iraniani a Caracas (come Megasis) e voli diretti tra Teheran e Caracas.
I due paesi si vedono come parte di un fronte “multipolare” contro l’egemonia degli Stati Uniti. Nel 2025 e all’inizio del 2026, l’Iran ha continuato a sostenere il governo di Maduro durante le crescenti tensioni con Washington, culminate nei recenti eventi di cronaca internazionale. Teheran ha ribadito il suo sostegno “incrollabile” a Caracas, vedendo nel destino di Maduro un riflesso della propria resistenza alle pressioni occidentali. Come si sa l’Iran è, infatti, nel mirino degli USA. Basti ricordare il recente pronunciamento sul suo ‘Truth’ di Trump a proposito delle manifestazioni in corso in Iran: “Se l’Iran ucciderà violentemente manifestanti pacifici, com’è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America andranno in loro soccorso. Siamo carichi, pronti e operativi.” Ebbene, leggiamo ora le parole di Mike Pompeo che spavaldamente ci dice che dietro le attuali rivolte in Iran c’è il Mossad, in pratica una rivoluzione colorata: “Il regime iraniano è nei guai. Portare mercenari è la sua ultima speranza. Rivolte in dozzine di città e i Basij sotto assedio — Mashhad, Teheran, Zahedan. Prossima tappa: Baluchistan. 47 anni di questo regime; POTUS 47. Coincidenza? Buon anno a ogni iraniano nelle strade. E anche a ogni agente del Mossad che cammina accanto a loro.”
[2] Il Ministero degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione formale domenica 4 gennaio, poi ribadita lunedì 5:”La Cina esprime seria preoccupazione per il sequestro forzato del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie da parte degli Stati Uniti e per il loro trasferimento fuori dal Paese. Chiediamo agli Stati Uniti di garantire la loro sicurezza personale e di procedere al loro immediato rilascio.”In un altro passaggio:”Questo atto costituisce una evidente violazione del diritto internazionale, delle norme fondamentali delle relazioni internazionali e degli scopi della Carta delle Nazioni Unite. Esortiamo Washington a smettere di tentare il rovesciamento del governo venezuelano.”Wang Yi (Ministro degli Esteri)Il capo della diplomazia cinese: “Non abbiamo mai creduto che alcun Paese possa agire come poliziotto del mondo, né accettiamo che alcuna nazione possa pretendere di essere il giudice del mondo.” “La sovranità e la sicurezza di tutti i Paesi dovrebbero essere pienamente protette dal diritto internazionale. Il cambiamento improvviso della situazione in Venezuela ha attirato l’alta attenzione della comunità internazionale, poiché gli atti di bullismo unilaterale stanno gravemente minando l’ordine globale.”Xi Jinping (Presidente della Repubblica Popolare Cinese):”In un mondo assediato da cambiamenti e caos, gli atti unilaterali e di bullismo stanno seriamente minando l’ordine internazionale. È necessario che le grandi potenze rispettino il diritto internazionale e non impongano la propria volontà sugli altri.”Il quotidiano ufficiale Global Times ha pubblicato un editoriale dal titolo:”Nessun Paese può imporre la propria volontà sugli altri. L’America Latina non è il ‘cortile di casa’ di nessuno e la rimozione forzata di un capo di Stato è un precedente che la comunità internazionale non può ignorare.”
[3] La posizione del Cremlino rispetto all’aggressione armata e al sequestro di Maduro e sua moglie è stata espressa attraverso il Ministero degli Esteri (MID) e il suo portavoce in una nota ufficiale del 3 gennaio 2026:”Questa mattina, gli Stati Uniti hanno commesso un atto di aggressione armata contro il Venezuela. Questo è profondamente preoccupante e condannabile. I pretesti usati per giustificare tali azioni sono insostenibili. L’ostilità ideologica ha trionfato sul pragmatismo aziendale.””Tali azioni costituiscono una palese e inaccettabile violazione della sovranità di uno Stato indipendente, il cui rispetto è un principio chiave del diritto internazionale. […] Il Venezuela deve avere il diritto di determinare il proprio destino senza alcun intervento distruttivo esterno, men che meno militare.””Esortiamo fermamente la leadership americana a riconsiderare la sua posizione e a rilasciare immediatamente il presidente legittimamente eletto di un paese sovrano e sua moglie.”Dmitry Medvedev (Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza)su Telegram:”Gli Yankees, che hanno già creato un simile ‘precedente’ con Maduro, potrebbero ripeterlo anche con i bastardi di Bandera [riferendosi a Zelensky]. Ci sono molte più ragioni per farlo. […] Il clown di Kiev non si rilassi troppo, la sua eliminazione è una questione del futuro prossimo.”

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