L’eredità in ostaggio: Perché i Mattei hanno diffidato Palazzo Chigi

L’eredità in ostaggio: Perché i Mattei hanno diffidato Palazzo Chigi

Aprile 23, 2026 0 Di Francesco Cappello

Dalla Guerra delle Sabbie del 1963 alla rottura diplomatica del 2026: l’antica ferita tra la rivoluzione algerina e la monarchia marocchina e lo smascheramento delle contraddizioni del governo italiano. Viaggio nel “furto d’identità ideologica” che sta trasformando la cooperazione con l’Africa in una nuova frontiera della sicurezza neocoloniale euroatlantica

La complessa rete di relazioni tra Italia, Algeria e Francia, Marocco e Spagna non è solo una cronaca di dispute territoriali, ma un intricato gioco di potere in cui l’eredità del colonialismo si scontra con la moderna geopolitica dell’energia. Al centro di questo scontro risiede la divergenza ideologica nata negli anni Sessanta: da una parte l’Algeria, forgiata da una rivoluzione sanguinosa e profondamente legata al concetto di sovranità rivoluzionaria, e dall’altra il Marocco, una monarchia millenaria che ha sempre visto nell’espansione verso sud la chiave della propria integrità nazionale. Questa frattura si è manifestata per la prima volta con la “Guerra delle Sabbie” del 1963, un conflitto di confine che ha segnato la fine delle speranze di un Maghreb unito e l’inizio di una competizione per l’egemonia regionale che dura ancora oggi.

tra Marocco ed Algeria

Il punto di rottura definitivo tra i due giganti nordafricani è arrivato nel 1975 con la questione del Sahara Occidentale. Il Marocco, approfittando del disimpegno spagnolo, ha lanciato la “Marcia Verde” per occupare il territorio, mentre l’Algeria ha risposto ospitando e armando il Fronte Polisario [1]. La Spagna, in quanto ex potenza coloniale, si è trovata per decenni stretta in un equilibrio impossibile: da un lato la responsabilità morale verso il popolo Saharawi e la dipendenza dal gas algerino, dall’altro la necessità di cooperare con il Marocco per il controllo dei flussi migratori e della sicurezza nello Stretto di Gibilterra. Questo equilibrio si è spezzato clamorosamente nel 2022, quando il governo di Pedro Sánchez ha compiuto una storica inversione di marcia, appoggiando il piano di autonomia marocchino per il Sahara. La reazione di Algeri è stata brutale: sospensione del trattato di amicizia con Madrid e chiusura dei rubinetti del gasdotto che attraversava il territorio marocchino, lasciando la Spagna in una posizione di estrema vulnerabilità diplomatica.

Questa crisi tra Madrid e Algeri ha aperto un’autostrada diplomatica per l’Italia, che ha usato seppure strumentalmente l’eredità di Mattei. Mentre la Francia perdeva influenza nel Sahel e la Spagna veniva punita per il suo “voltafaccia”, Roma ha stretto un patto d’acciaio con l’Algeria, diventando il suo principale partner energetico in Europa e l’interlocutore privilegiato per la stabilità del Mediterraneo centrale. Con il rilancio del “Piano Mattei” l’Italia si propone come hub energetico europeo, sfruttando il gas algerino per compensare l’addio a quello russo (vedi scheda). Tuttavia, questo successo rende l’Italia un bersaglio delle frustrazioni francesi, poiché la leadership di Macron vede in ogni nuovo accordo tra Roma e Algeri un’ulteriore erosione del proprio “dominio” storico in Nord Africa.

Il risultato attuale è una regione divisa in due blocchi contrapposti: un asse Marocco-Francia (e ora parzialmente Spagna) che punta sulla stabilità monarchica e sul controllo territoriale del Sahara, e un asse Algeria-Italia che punta sulla centralità energetica e su una visione multipolare del Mediterraneo. Il Marocco, forte del riconoscimento statunitense e del sostegno francese, continua a premere per la chiusura definitiva della questione sahariana, mentre l’Algeria, sentendosi accerchiata, ha intensificato i legami militari con la Russia e quelli economici con l’Italia. In questo groviglio, la neutralità italiana è messa a dura prova: se da un lato il gas algerino è vitale, dall’altro l’Italia non può ignorare il ruolo del Marocco come guardiano delle frontiere meridionali d’Europa. La sfida per il futuro sarà di riuscire a non rimanere schiacciati dalla spirale di ostilità tra due vicini che, dal 2021, non si parlano più e continuano ad armarsi in vista di un confronto che nessuno può permettersi.

c’era una volta Enrico Mattei

In questo scenario, la figura di Enrico Mattei ha agito da sempre come un vero e proprio catalizzatore di cambiamenti tettonici. Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale algerino mentre la Francia tentava disperatamente di mantenere il controllo coloniale, Mattei non ha solo assicurato all’Italia una posizione di privilegio energetico, ma ha inferto un colpo durissimo al prestigio di Parigi. Questo “tradimento” italiano, come venne percepito dai servizi segreti francesi e dall’OAS [2], ha creato un solco profondo tra Roma e Parigi che non si è mai del tutto rimarginato. Mentre la Francia si rifugiava in un rapporto privilegiato con il Marocco per bilanciare la perdita dell’Algeria, l’Italia costruiva con Algeri un rapporto basato sulla cooperazione tecnica e sul rispetto della sovranità, trasformando l’ENI in un ambasciatore ombra capace di dialogare con i rivoluzionari meglio di quanto potessero fare i diplomatici di carriera.

“Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei” è l’oggetto di una PEC inviata a Palazzo Chigi

Mentre il governo si preparava a ospitare a Roma il grande Vertice Italia-Africa (28-29 gennaio 2024), Rosangela Mattei, la nipote di Enrico Mattei, ha inviato la PEC di diffida a Palazzo Chigi. La famiglia sceglie questo tempismo per evidenziare il dissenso proprio nel momento di massima esposizione internazionale del progetto. La notizia della diffida inizia a circolare sui media nazionali (come Il Fatto Quotidiano e La Repubblica) proprio nei giorni del summit. Nonostante le tensioni sollevate privatamente dagli eredi, la Camera dei Deputati approva definitivamente la conversione in legge del decreto sul Piano Mattei il 10 Gennaio 2024. Lo Stato ha proceduto dunque sul binario normativo, ignorando la richiesta di “cambio nome” avanzata nella diffida. Il ritorno d’attualità di questa vicenda proprio in questi giorni di aprile 2026 non è casuale, ma è legato a una convergenza di scadenze istituzionali, risultati tecnici e nuove dichiarazioni della famiglia che hanno riacceso i riflettori sul contrasto tra “marchio” e “metodo”. Secondo la legge istitutiva del Piano Mattei (L. 2/2024), il Governo è tenuto a presentare una Relazione Annuale sullo stato di attuazione dei progetti. In queste settimane di aprile 2026, è stato depositato il rapporto che traccia il bilancio del primo biennio di attività. I media hanno ripreso la questione della diffida cercando di valutare e verificare se i progetti realizzati in Algeria ed Etiopia riflettano effettivamente il “metodo Mattei” (formazione e parità) o se si tratti piuttosto di semplici contratti di fornitura energetica camuffati, dando così nuova linfa alle critiche della nipote Rosangela e dal nipote Pietro. Proprio in questo mese sono stati tagliati i nastri dei primi centri di formazione agricola e tecnologica co-finanziati dall’Italia in Algeria. Questo evento, pur essendo un successo diplomatico, hanno spinto i nipoti Mattei a rilasciare nuove dichiarazioni e interviste. La loro posizione attuale è che, nonostante la concretezza dei progetti, l’uso del nome dello zio continui a essere un’operazione di “marketing politico” che lo Stato non ha ancora sanato legalmente con gli eredi, definendo il piano una “scatola diplomatica” che sfrutta un prestigio storico non suo.

La critica mossa dal nipote non si limita a una disputa sul nome, ma colpisce il cuore pulsante del progetto, accusando l’attuale esecutivo di aver compiuto un vero e proprio furto d’identità ideologica per scopi di comunicazione politica.

Il punto di rottura più evidente risiede nel contrasto tra l’approccio paritario originale e quello che viene percepito come un nuovo neo-atlantismo.
La visione di Enrico Mattei, passata alla storia come “neo-atlantismo divergente”, mirava a spezzare il monopolio delle grandi compagnie petrolifere angloamericane, le famose Sette Sorelle. Mattei non si limitava a comprare energia, ma proponeva ai paesi produttori la rivoluzionaria formula 75/25, lasciando la gran parte dei profitti alle nazioni africane e arabe. Egli considerava l’Africa un partner politico a tutti gli effetti, arrivando a sostenere apertamente i movimenti di indipendenza, convinto che l’Italia potesse prosperare solo se i suoi fornitori diventavano nazioni sovrane e realmente autonome.

La famiglia Mattei vede nel piano odierno una totale inversione di rotta, dove l’attuale strategia appare come una proiezione degli interessi di sicurezza energetica dell’Europa, con l’Italia nel ruolo di intermediario logistico per conto dell’Unione Europea piuttosto che di alleato dei popoli africani. La sovranità energetica sognata da Enrico, che prevedeva una politica estera autonoma e spesso di sfida verso i grandi blocchi di potere, è stata sostituita da una logica di pura sicurezza emergenziale. In questo contesto, il Piano Mattei della Meloni non nasce da una spinta ideale di fratellanza tra i popoli, ma dalla necessità pragmatica di sostituire il gas russo e gestire le crisi derivanti dalla guerra in Iran, trasformando l’Africa in un “piano B” strategico dettato dalla necessità.

Un altro aspetto fondamentale che alimenta il dissenso riguarda il trasferimento delle competenze e il cosiddetto dono tecnologico. Il metodo Mattei originale era celebre per la creazione di una classe dirigente locale: i tecnici africani venivano formati a Metanopoli per poi tornare nei loro paesi a gestire autonomamente le proprie risorse. Viceversa, nell’attuale impostazione si ravvisa il rischio che i nuovi centri di formazione siano strumenti di soft power finalizzati a mantenere un legame di subalternità, piuttosto che a generare una reale indipendenza tecnologica per il continente africano.

Esiste inoltre un forte timore legato al rischio di estrattivismo verde. Mentre Enrico Mattei puntava sul petrolio come chiave dello sviluppo industriale classico per l’Italia e per l’Africa, oggi il continente è visto come un immenso hub per l’idrogeno verde e le rinnovabili destinate quasi esclusivamente al consumo europeo. I Mattei denunciano il pericolo che si stia replicando il vecchio schema coloniale sotto una nuova veste ecologica, producendo energia pulita per l’Europa mentre i territori locali restano privi di benefici strutturali (per inciso, sta succedendo qualcosa di analogo nel Sud di Italia: vedi Sei proprietario della tua terra finché una qualche grande impresa nazionale o estera non sia interessata ad essa). Associare il cognome dello zio a un’operazione che potrebbe essere percepita come un nuovo colonialismo verde è, per gli eredi, moralmente inaccettabile.

Tutto questo si traduce in una battaglia legale sul diritto all’identità personale post-mortale. La legge italiana tutela la memoria dei defunti illustri, impedendo che il loro nome venga usato per promuovere idee o progetti che il personaggio ha combattuto in vita. Pietro Mattei, il nipote del fondatore dell’ENI, sostiene che il governo stia usando il prestigio etico di Enrico, l’uomo che sfidava l’imperialismo, come una sorta di copertura morale per un’operazione che è invece puramente pragmatica e strettamente legata agli equilibri della NATO, proprio quegli equilibri dai quali Enrico Mattei cercò sempre di smarcarsi per garantire all’Italia un futuro di reale indipendenza. Scrive sul quotidiano la Stampa: “All’inizio ho detto vediamo che fanno. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo”. Un altro punto di rottura totale riguarda l’associazione tra investimenti energetici e controllo dei flussi migratori. Per Pietro Mattei, l’uso del nome dello zio per coprire accordi che prevedono la costruzione di centri di detenzione o il pattugliamento delle coste è un “tradimento etico”. Per Enrico lo sviluppo industriale era fondamentale per creare ricchezza in loco e rendere i paesi africani padroni del proprio destino. Viceversa, il piano attuale è usato come uno strumento di “polizia di frontiera” mascherato da cooperazione, un approccio che Enrico, sostenitore della decolonizzazione, avrebbe trovato ripugnante.
Pietro Mattei solleva inoltre un dubbio economico che molti cittadini condividono in questo 2026: se l’Italia è diventata il partner privilegiato dell’Algeria (grazie al nome di Mattei), perché le bollette e i costi energetici per le imprese e le famiglie restano così elevati?
Enrico Mattei utilizzava il gas per garantire energia a basso costo all’industria italiana, sacrificando i margini di profitto dell’Eni per il bene del sistema-paese. Pietro afferma che oggi il “Piano Mattei” serva più a garantire i dividendi degli azionisti delle grandi partecipate che a ridurre il carico economico sugli italiani.

In ultima analisi, gli eredi di Mattei difendono la credibilità diplomatica dell’Italia che rischia di subire un colpo durissimo. Non è solo una lite tra parenti e Palazzo Chigi per un nome sulla carta, ma una disputa sulla direzione etico-diplomatica dell’Italia nel Mediterraneo.

Scheda: Il rapporto energetico tra Italia e Algeria
Il rapporto energetico tra Italia e Algeria rappresenta oggi il pilastro fondamentale della sicurezza nazionale, un legame che si è evoluto radicalmente passando da una collaborazione strategica a una vera e propria simbiosi industriale. Consultando i dati tecnici di Eni e Snam, emerge come l’Algeria non sia più soltanto un fornitore, ma il partner principale di un asse vitale dal momento che l’Italia, oggi vittima della sua subalternità atlantica, ha masochisticamente rinunciato allo storico apporto energetico russo.
Eni e la sinergia estrattiva con Sonatrach
L’attività di Eni in Algeria, consolidata attraverso una partnership decennale con la società di stato Sonatrach, si concentra su una produzione massiccia che oggi si attesta intorno ai 137.000 barili di olio equivalente al giorno. Questa presenza non riguarda solo l’acquisto di idrocarburi, ma una gestione congiunta dei giacimenti che permette all’Italia di avere un controllo diretto sulla fonte. Negli ultimi anni, la strategia di Eni si è spostata verso l’ottimizzazione delle riserve esistenti e la firma di nuovi contratti di esplorazione, come quelli nell’area di Zemoul El Kbar, finalizzati a garantire flussi costanti di gas naturale per i prossimi decenni. Sebbene l’Algeria disponga di riserve petrolifere ingenti, il greggio rappresenta per l’Italia una quota secondaria rispetto al gas, pesando tra il 5% e il 10% del totale delle nostre importazioni petrolifere, poiché la priorità strategica è stata data alla diversificazione del mix energetico nazionale verso combustibili a minore impatto carbonico.
Snam e l’infrastruttura strategica del Transmed
Dal punto di vista del trasporto, il ruolo di Snam è cruciale nella gestione del gasdotto Transmed, intitolato proprio a Enrico Mattei, che costituisce l’arteria vitale che pompa energia dal deserto algerino fino alla Pianura Padana. Attraverso l’operazione SeaCorridor, Snam ha acquisito il controllo paritario dei tratti internazionali del gasdotto che attraversano il Canale di Sicilia e la Tunisia, blindando l’infrastruttura contro instabilità geopolitiche esterne. Questo corridoio tecnologico ha oggi una capacità di trasporto superiore ai 30 miliardi di metri cubi l’anno e rappresenta l’opera ingegneristica che ha trasformato l’Italia in una porta d’ingresso per l’energia nordafricana verso l’intera Europa centrale.
In passato, il gas algerino copriva circa il 25-30% del fabbisogno nazionale, ma con la rinuncia alle forniture russe, l’Algeria è diventata il primo fornitore assoluto, coprendo oltre il 40% del gas importato. Nel solo 2024, il valore degli scambi commerciali legati all’energia ha superato i 9 miliardi di euro, riflettendo non solo un aumento dei volumi ma anche una stabilità contrattuale che ha permesso all’Italia di evitare i picchi di prezzo più estremi registrati sui mercati internazionali.
L’orizzonte dell’idrogeno e il corridoio SoutH2
Guardando al futuro, la partnership non si limiterà ai combustibili fossili, ma punta a trasformare l’Italia nel principale hub europeo per l’idrogeno verde. Il progetto SoutH2 Corridor, promosso da Snam con il supporto delle istituzioni europee, prevede la conversione e il potenziamento delle attuali pipeline per trasportare idrogeno prodotto tramite impianti solari ed eolici nel Sahara. L’obiettivo al 2030 è l’importazione di 4 milioni di tonnellate di idrogeno l’anno, un volume che coprirebbe quasi la metà del target di importazione dell’intera Unione Europea. Parallelamente, il progetto GALSI, originariamente concepito come nuovo gasdotto sottomarino per la Sardegna, è stato riprogettato come un ponte energetico sottomarino dedicato al trasporto di energia elettrica e ammoniaca verde, integrando definitivamente le reti energetiche delle due sponde del Mediterraneo in un unico sistema integrato.

[1] Il Fronte Polisario, il cui nome esteso è Fronte Popolare di Liberazione di Saguía el Hamra e Río de Oro, rappresenta l’organizzazione politica e militare nata nel 1973 con l’obiettivo fondamentale di ottenere l’indipendenza del Sahara Occidentale. Questa entità agisce come voce ufficiale del popolo Saharawi, ovvero gli abitanti nativi dell’ex colonia spagnola, e si batte per l’autodeterminazione di un territorio che considera attualmente sotto occupazione marocchina. Nel 1976 il movimento ha proclamato la nascita della RASD, Repubblica Araba Saharawi Democratica, uno Stato in esilio che, pur essendo riconosciuto da numerose nazioni dell’Unione Africana, non gode del riconoscimento ufficiale delle Nazioni Unite. Poiché il controllo effettivo della regione è limitato, il governo della RASD opera principalmente dai campi profughi di Tindouf, situati in territorio algerino.
La storia del Polisario è profondamente intrecciata con il conflitto bellico. Dopo una prima fase di resistenza contro il colonialismo spagnolo, l’organizzazione ha intrapreso una lunga guerriglia contro il Marocco e la Mauritania in seguito all’annessione del territorio avvenuta nel 1975. Per contrastare queste incursioni, il Marocco ha edificato un imponente sistema di fortificazioni noto come Muro di Sabbia, che si estende per oltre 2.700 chilometri e separa le zone costiere ricche di risorse, controllate da Rabat, dalle aree desertiche interne rimaste sotto il controllo del Polisario.
Attualmente la situazione vive una fase di stallo diplomatico che perdura dal 1991, anno in cui l’ONU ha mediato un cessate il fuoco. Nonostante gli accordi prevedessero lo svolgimento di un referendum per l’indipendenza, la consultazione non è mai avvenuta a causa di insanabili disaccordi sull’identificazione degli aventi diritto al voto. Mentre il Marocco continua a proporre un piano di ampia autonomia sotto la propria sovranità, il Fronte Polisario resta fermo sulla richiesta di una piena indipendenza, al punto che dal 2020 le ostilità armate sono riprese in modo sporadico. Questo scontro rappresenta inoltre un punto di rottura geopolitica fondamentale, poiché il Polisario riceve uno storico sostegno dall’Algeria, alimentando le tensioni costanti tra quest’ultima e il Marocco.
[2] L’OAS (Organisation Armée Secrète) è stata un’organizzazione paramilitare clandestina francese di estrema destra, attiva tra il 1961 e il 1962. Il suo obiettivo primario era impedire, con ogni mezzo necessario — inclusi il terrorismo e il sabotaggio — l’indipendenza dell’Algeria, che all’epoca era considerata territorio metropolitano francese.
L’OAS nacque ufficialmente a Madrid nel gennaio del 1961, fondata da figure militari e politiche dissidenti (tra cui il generale Raoul Salan) che si sentivano tradite dal presidente Charles de Gaulle. Mentre De Gaulle stava avviando i negoziati per l’autodeterminazione dell’Algeria, l’OAS sosteneva lo slogan “Algérie française”, convinta che l’abbandono della colonia sarebbe stato un suicidio geopolitico e morale per la Francia.
L’OAS attuò una violenta campagna di terrore tra l’Algeria e la Francia continentale, impiegando migliaia di cariche esplosive contro sedi istituzionali, organi di stampa e intellettuali favorevoli all’indipendenza. Questa strategia repressiva si basava sull’esecuzione mirata di funzionari statali, ufficiali lealisti e membri del Fronte di Liberazione Nazionale, giungendo a organizzare complotti diretti contro il presidente De Gaulle, come il celebre agguato di Petit-Clamart.
Al termine del conflitto, in seguito agli accordi di Evian del 1962, l’organizzazione adottò la politica della terra bruciata per lasciare al nascente stato algerino solo macerie. Attraverso la distruzione sistematica di infrastrutture civili, scuole e impianti petroliferi, l’OAS cercò di rendere ingovernabile il territorio, provocando una radicalizzazione tale da trascinare la società francese alle soglie della guerra civile.

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