Una risoluzione per i risarcimenti legati alla schiavitù ha visto il no di Stati Uniti, Israele e Argentina e la vergognosa astensione in blocco dell’Unione Europea

Una risoluzione per i risarcimenti legati alla schiavitù ha visto il no di Stati Uniti, Israele e Argentina e la vergognosa astensione in blocco dell’Unione Europea

Aprile 17, 2026 0 Di Francesco Cappello

La risoluzione ONU come cartina di tornasole geopolitica

La recente votazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, avvenuta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 marzo 2026, su una risoluzione per i risarcimenti legati alla schiavitù ha visto il no di Stati Uniti, Israele e Argentina e l’astensione in blocco dell’Unione Europea! (vedi https://docs.un.org/en/A/80/L.48)

I suoi pilastri principali includono:

Definizione di Crimine: La tratta transatlantica viene ufficialmente definita come il “più grave crimine contro l’umanità” per la sua natura sistemica e durata.

Giustizia Riparativa: Invita gli Stati a intraprendere percorsi di riparazione che includano scuse formali, restituzione di beni culturali e la creazione di programmi di risarcimento per i discendenti delle vittime.

Responsabilità Storica: Sottolinea come le disuguaglianze economiche e il razzismo sistemico odierni siano eredità dirette della schiavitù e del colonialismo.

Decennio di Azione: Supporta la designazione del periodo 2026–2036 come il “Decennio di azione sulle riparazioni e l’eredità africana”.

La risoluzione approvata rappresenta un punto di svolta nelle relazioni internazionali, essendo stata presentata dal Ghana con il fermo sostegno dell’Unione Africana e delle nazioni caraibiche. Per la prima volta nella storia dell’organizzazione, un documento ufficiale definisce la tratta transatlantica degli schiavi (vedi scheda storica) come il più grave crimine contro l’umanità mai commesso, esortando formalmente gli Stati membri a intraprendere percorsi di giustizia riparativa che includano risarcimenti economici e sociali.

L’esito del voto ha confermato una profonda spaccatura geopolitica. Nonostante l’approvazione a larga maggioranza con 123 voti favorevoli, il blocco dei contrari ha visto la ferma opposizione di Stati Uniti, Israele e Argentina. Al contempo, si è registrata l’astensione collettiva dei paesi dell’Unione Europea – compresa l’Italia – del Regno Unito e altri, che hanno totalizzato 52 astensioni complessive.

Le ragioni del dissenso espresso da Stati Uniti, Israele e Argentina risiedono principalmente nel timore delle implicazioni legali a lungo termine. Questi paesi hanno sostenuto che la classificazione della schiavitù come crimine contro l’umanità potrebbe innescare una serie di obblighi finanziari e controversie giuridiche vincolanti. La delegazione statunitense, in particolare, ha incredibilmente sollevato obiezioni sulla retroattività del diritto internazionale, sostenendo che non sia possibile applicare le norme attuali a contesti storici in cui tali pratiche non erano tecnicamente illegali. Per l’Argentina, la scelta di votare contro riflette chiaramente l’allineamento del governo di Javier Milei alle posizioni più conservatrici della destra globale.

L’Unione Europea ha motivato la propria astensione di gruppo attraverso una nota diplomatica che sottolinea la necessità di approfondire il linguaggio giuridico utilizzato nel testo. Sebbene i paesi europei abbiano espresso vicinanza morale alle vittime della tratta, hanno preferito evitare un impegno formale verso risarcimenti strutturati, scatenando le prevedibili critiche dei promotori che considerano questa posizione un modo per sfuggire alle responsabilità coloniali.

Oltre al tema dei risarcimenti, il testo della risoluzione include disposizioni per la creazione di fondi di sviluppo dedicati alle popolazioni afrodiscendenti e la richiesta esplicita di restituire i beni culturali sottratti durante l’epoca coloniale. Viene inoltre istituito un programma educativo globale per sradicare il razzismo strutturale. Anche se le risoluzioni dell’Assemblea Generale non hanno natura vincolante, questo atto stabilisce un precedente diplomatico senza precedenti, isolando politicamente le nazioni che si rifiutano di discutere concretamente il superamento dell’eredità coloniale.

Il voto rivela una frattura profonda tra il “giardino” occidentale e il resto del mondo, mettendo a nudo l’incapacità delle ex potenze coloniali di passare dalle condanne morali di facciata a una responsabilità storica e finanziaria concreta.

Il legame strutturale tra schiavitù e sviluppo occidentale

Nel testo della risoluzione viene sottolineato come la schiavitù non debba essere vista come un evento isolato o puramente accidentale, ma come il motore economico che ha permesso l’industrializzazione e l’accumulo di capitale in Occidente. 

Il commercio transatlantico è stato un business immensamente redditizio, dove gli esseri umani venivano trattati come mera proprietà per massimizzare il guadagno. Questa eredità non è affatto svanita: si riflette nel modo in cui l’Occidente continua a guardare all’Africa non come a un partner alla pari, ma come a un bacino da cui estrarre risorse naturali, energia e materie prime per il proprio benessere.

Il cinismo delle argomentazioni diplomatiche

Definire i risarcimenti per secoli di brutalità come “interessi di nicchia” o “agende specifiche” è un insulto alla memoria di milioni di vittime. Dei circa 50 milioni di africani sradicati dalle loro terre, solo una minima frazione riusciva a sopravvivere alle marce forzate nel deserto e alla traversata oceanica. Liquidare questo crimine sistemico come una questione secondaria dimostra quanto sia ancora radicata una visione etnocentrica e gerarchica dell’umanità.

Il paradosso storico dei risarcimenti al contrario

Storicamente, quando a seguito della abolizione della schiavitù, a ricevere compensazioni economiche non erano le vittime, bensì i proprietari degli schiavi, risarciti per la perdita della loro “proprietà”! Emblematico il caso di Haiti, che dopo aver conquistato la libertà con una rivolta, fu costretta a pagare alla Francia una somma astronomica per decenni per non essere bombardata e isolata. La seconda colonizzazione, di tipo finanziario ha visto agire una trappola del debito che con i conseguenti piani di aggiustamento strutturale ha impedito a intere nazioni di svilupparsi, trasformando la libertà formale in una nuova forma di schiavitù economica che dura ancora oggi.

Verso un nuovo ordine mondiale e la solidarietà dei popoli

Nonostante inqualificabile e perdurante atteggiamento razzista e coloniale dell’Occidente, la nota di speranza è legata al crescente coraggio delle nazioni del Sud Globale di coordinarsi nei BRICS + e sfidare l’egemonia del dollaro e del blocco atlantico. La ricerca di alternative economiche attraverso partner come Cina e Russia è oggi una via per sottrarsi alla coercizione neocoloniale. Il cambiamento è già in corso. Il progresso è lento, ma queste risoluzioni sono i segnali di un’onda che, seppur a piccoli passi, sta cambiando ineluttabilmente la direzione della storia.

Scheda storica: Svelare l’altra faccia della Storia
Comprendere il passato è l’unica via per decifrare il presente e orientare il futuro: questo principio, caro a Tucidide, costituisce il fondamento del percorso storico tracciato da Manlio Dinucci in L’altra faccia della storia. Per generazioni, la narrazione scolastica e politica dell’Occidente è stata viziata da un profondo eurocentrismo, che ha relegato la storia del resto del mondo a semplice cornice o l’ha del tutto cancellata, offrendo un’immagine falsata dello sviluppo globale. Questa scheda si propone di svelare quella “faccia” oscurata della storia, ponendo al centro lo schiavismo non come un accidente temporaneo, ma come il meccanismo strutturale che ha permesso all’Occidente di edificare il proprio dominio planetario. Dall’espansione mercantile nel XV secolo fino alle nuove forme di servitù contemporanea, l’analisi che segue ripercorre organicamente i fatti e i sistemi economici trattati nel saggio, per restituire al lettore la consapevolezza di come la tratta degli esseri umani sia stata il pilastro su cui è sorto il capitalismo industriale e il moderno assetto egemonico globale. La scheda storica che segue tratta da “L’altra faccia della storia” di Manlio Dinucci vuole essere una presentazione parziale del saggio con focus su schiavismo e tratta degli schiavi che valga quale invito alla lettura.

Le radici della tratta e l’espansione portoghese lungo le coste africane Lo schiavismo moderno affonda le sue radici nelle prime incursioni europee del XIV secolo, quando navigatori genovesi, portoghesi e spagnoli aprirono la via alla conquista delle isole Canarie. Inizialmente accolti pacificamente dai nativi guanci, gli europei risposero con spedizioni di cattura per sopperire alla carenza di manodopera agricola nel Mediterraneo, causata dalla Peste Nera. Questo sistema si consolidò nel XV secolo con l’espansione portoghese lungo le coste dell’Africa occidentale, dove la creazione di stazioni commerciali come Arguin trasformò il prelievo di esseri umani in un lucroso traffico sistematico. La pratica fu legittimata dalla Chiesa dell’epoca, che giustificava la riduzione in schiavitù dei non cristiani come uno strumento per salvare le loro anime attraverso la sofferenza. Man mano che le caravelle avanzavano verso sud, aree come la Costa degli Schiavi divennero i nodi di una rete economica che legava i capi locali, desiderosi di armi e manufatti europei, agli interessi del nascente capitalismo mercantile.

L’istituzionalizzazione della tratta transatlantica e il ruolo delle potenze europee Con la “scoperta” delle Americhe, la tratta assunse dimensioni industriali e un carattere istituzionale senza precedenti. La Corona di Castiglia regolamentò l’invio di schiavi verso le Indie Occidentali già nel 1501, trasformando le licenze di esportazione in proprietà vendibili e acquistabili alla stregua di titoli di Stato. Se inizialmente furono impiegati schiavi bianchi, la rapida scomparsa delle popolazioni indigene americane — sterminate da guerre e malattie — rese il “legno d’ebano” africano la merce più contesa tra le potenze marittime. Portogallo, Olanda, Inghilterra e Francia entrarono in una competizione feroce per il controllo dei porti africani, finanziando potenti flotte da guerra attraverso consorzi bancari europei. In questo contesto, figure come John Hawkins vennero insignite di titoli nobiliari per aver arricchito le rispettive nazioni attraverso la pirateria e il commercio di esseri umani.

Il meccanismo del commercio triangolare e la base della rivoluzione industriale Il cuore del dominio occidentale risiedeva nel cosiddetto “commercio triangolare“, un circuito atlantico che collegava tre continenti in un sistema di sfruttamento globale. L’Europa esportava in Africa manufatti di bassa qualità e armi da fuoco in cambio di schiavi; questi venivano deportati nelle Americhe per essere scambiati con metalli preziosi e prodotti agricoli (zucchero, cotone, tabacco), i quali tornavano infine nei porti europei per alimentare i mercati nazionali. Questo flusso colossale di ricchezza creò la base finanziaria per la Rivoluzione Industriale in Inghilterra e Nord America. Mentre le oligarchie mercantili accumulavano fortune immense, l’Africa subiva un salasso demografico stimato in 22 milioni di persone tra il XVI e il XIX secolo, con conseguenze devastanti per i suoi sistemi agricoli e sociali tradizionali.

L’orrore della deportazione: dalla cattura al “passaggio di mezzo” Il dramma della schiavitù si consumava attraverso tappe di inaudita violenza, iniziando con le razzie nei villaggi dell’interno africano e la marcia forzata verso la costa in catene. Negli empori costieri come l’isola di Gorée, i prigionieri venivano sottoposti a esami medici umilianti e marchiati a fuoco con i simboli delle compagnie commerciali europee prima di essere stivati sulle navi negriere. Durante il “passaggio di mezzo”, la traversata atlantica, gli schiavi erano ammassati in spazi angusti secondo il metodo dell’ “imballaggio stipato“, in condizioni igieniche pestilenziali che portavano alla morte di oltre un milione e mezzo di persone. Coloro che sopravvivevano venivano venduti all’asta nelle Americhe come bestiame e costretti al lavoro forzato nelle piantagioni, dove la disciplina era mantenuta attraverso fustigazioni, mutilazioni e l’uso di collari di ferro.

Resistenza, rivolte e l’eccezione di San Domingo Nonostante il regime di terrore, la storia della schiavitù è segnata da costanti tentativi di ribellione. Le rivolte scoppiavano frequentemente sia a bordo delle navi che nelle colonie, dai territori spagnoli di Hispaniola e Panama fino alle comunità autonome di schiavi fuggitivi (come Palmares in Brasile) che resistettero per quasi un secolo. Un punto di svolta fondamentale fu la vittoriosa rivolta di San Domingo nel 1791, guidata da Toussaint L’Ouverture, che portò alla nascita della prima repubblica di ex schiavi. Negli Stati Uniti, nonostante la Costituzione avesse istituzionalizzato la schiavitù vietando ogni assistenza ai fuggitivi, figure come Gabriel Prosser e Nat Turner organizzarono insurrezioni che, sebbene spietatamente represse, alimentarono la lotta per la libertà.

L’abolizione formale e le nuove forme di sfruttamento coloniale L’abolizione della tratta nel XIX secolo non fu dettata solo da ragioni umanitarie, ma soprattutto dai nuovi interessi del capitalismo industriale, che necessitava di materie prime e mercati piuttosto che di schiavi. Tuttavia, ciò non segnò la fine dello sfruttamento, ma la sua riconversione: in Africa si passò dall’esportazione di uomini all’uso di schiavi nelle piantagioni locali per produrre materie prime destinate all’Europa. Il modello più atroce fu lo “Stato Libero del Congo” di re Leopoldo II del Belgio, dove la popolazione veniva decimata attraverso il lavoro forzato per la raccolta della gomma naturale, sotto la minaccia di mutilazioni e massacri. Analogamente, in India e in altre colonie, sistemi di servitù per debito (i “coolie”) e la deportazione di detenuti o bambini in Australia replicavano meccanismi schiavistici sotto nuove spoglie legali.

L’apparato ideologico del razzismo e l’eredità contemporanea Per giustificare secoli di dominio e sterminio, l’Occidente elaborò nell’Ottocento teorie razziste su basi “scientifiche”, classificando gli africani come intrinsecamente inferiori e destinati all’estinzione o alla servitù. Queste idee, sostenute da antropologi e filosofi europei, fornirono il supporto ideologico per il colonialismo e, successivamente, per le leggi razziali del nazismo e del fascismo. Anche dopo l’indipendenza formale delle colonie, il sistema di dominio ha continuato a manifestarsi attraverso politiche di esclusione, segregazione (come l’apartheid in Sudafrica) e nuove forme di dipendenza economica. Ancora oggi, lo schiavismo persiste in forme moderne, colpendo circa 150 milioni di bambini ridotti in servitù e i migranti intrappolati in Libia, vittime dei conflitti scatenati per mantenere l’egemonia occidentale.

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