Il Giappone anello debole globale. Segnale d’allarme per un imminente terremoto finanziario
Il sistema costruito sul debito e sul dollaro sta entrando nella sua fase più fragile. Dallo shock energetico alla crisi dello yen. Ecco perché la fine del “denaro a costo zero” rischia di innescare vendite a catena, tassi più alti e una nuova tempesta sui mercati mondiali
Il Giappone si trova in una posizione estremamente vulnerabile a causa della sua dipendenza dalle importazioni: importa il 90% dell’energia e oltre il 50% del cibo.
In più, mentre il prezzo del petrolio sulla carta (futures) può sembrare sotto i 100 dollari, il prezzo fisico che il Giappone paga realmente supera i 130-140 dollari al barile a causa della carenza fisica di petrolio e dei lunghi tempi di consegna. Per pagare queste spese, il Giappone usa la propria moneta nazionale, lo Yen, ma i venditori internazionali vogliono quasi sempre dollari.
Come anticipato, il problema principale nato con la crisi in Iran è che il prezzo del petrolio reale, quello che arriva fisicamente sulle navi, è schizzato alle stelle. Mentre sui mercati finanziari si legge un prezzo, le raffinerie giapponesi si trovano a pagare cifre molto più alte perché il greggio scarseggia. A peggiorare le cose interviene il valore della moneta: lo Yen si è indebolito così tanto che ogni barile di petrolio costa al Giappone il doppio rispetto a prima. È un po’ come andare a fare la spesa e scoprire non solo che i prezzi sono raddoppiati, ma che il proprio stipendio vale la metà del suo valore originario.
In una situazione normale, una banca centrale alzerebbe i tassi di interesse per rendere la propria moneta più forte e attraente, ma il Giappone non può farlo con leggerezza. Lo Stato giapponese ha accumulato un debito così grande (230%del PIL) che, se alzasse i tassi, gli interessi da pagare diventerebbero insostenibili, rischiando di portarlo alla bancarotta. Si trova quindi incastrato tra due fuochi: lasciar crollare la moneta e morire di inflazione, o alzare i tassi e rischiare il fallimento dello Stato.
Per cercare una via d’uscita, il governo giapponese ha chiesto “il permesso” agli Stati Uniti di poter vendere le enormi riserve di dollari e di titoli di debito americano che il Giappone possiede da decenni in modo da ottenere i dollari necessari ad affrontare le maggiorazioni di spesa dovute all’aumento del prezzo del petrolio oltre a ricomprare Yen per sostenerne il valore. Il Giappone detiene infatti, tra azioni e obbligazioni, oltre 2.000 miliardi di dollari. Se il Giappone fosse costretto a rimpatriare questi capitali per sostenere la propria economia, il mercato azionario e obbligazionario americano potrebbe subire un crollo improvviso. Scott Bessent, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, sembra aver dato il via libera al Giappone per vendere parte dei bond americani in modo controllato, cercando di evitare un’implosione disordinata del mercato del debito USA.
Questo però spaventa i mercati globali, perché il Giappone è il più grande creditore del mondo. Se iniziasse a svendere in massa i suoi investimenti in titoli di Stato americani per salvare se stesso, potrebbe, infatti, innescare una reazione a catena capace di far crollare le borse di mezzo mondo.
Ecco perché perfino il Tesoro americano è preoccupato: il Giappone è come un tassello fondamentale in un castello di carte finanziario. Se quel tassello cade o si sposta troppo bruscamente per pagare la maggiorazione delle bollette energetiche causate dalla guerra, rischia di far venire giù l’intera struttura economica mondiale. In definitiva, il destino del Giappone oggi non dipende solo dalla sua abilità finanziaria, ma soprattutto da quanto velocemente si placheranno le tensioni in Medio Oriente, permettendo al prezzo del petrolio di tornare a livelli normali.
L’interruzione del “Carry Trade”
C’è di più. Per decenni il Giappone è stato visto come il bancomat del mondo: un luogo dove il denaro costava quasi zero e poteva essere prelevato a bassissimi tassi di interesse per andare a caccia di profitti altrove. Ora, la rottura di questo meccanismo rischia di provocare onde d’urto in grado di arrivare ovunque.
Grazie al carry trade i grandi investitori prendevano in prestito Yen (perché gli interessi erano vicini allo zero) e li usavano per comprare asset che rendevano di più, come azioni americane o obbligazioni di mercati emergenti.
Se ora il Giappone è costretto ad aumentare i tassi o se lo Yen diventa instabile, questo gioco non conviene più. Gli investitori devono restituire i prestiti in Yen e, per farlo, sono costretti a vendere in fretta quello che avevano comprato (azioni, criptovalute, bond). Il risultato inevitabile è una pressione improvvisa verso il basso sui mercati azionari di tutto il mondo.
Addio al debito pubblico “economico”
Il Giappone è il più grande creditore mondiale. Se le banche e le assicurazioni giapponesi smettono di inviare capitali all’estero (perché ora è più conveniente o necessario tenerli in patria) chi comprerà il debito degli altri Paesi?
Senza i soldi giapponesi, gli Stati Uniti e l’Europa dovranno offrire interessi più alti per convincere qualcun altro a comprare i loro titoli di Stato. Questo significa che i mutui, i prestiti aziendali e il costo della vita per noi cittadini comuni tenderanno a salire, perché il denaro è diventato una risorsa più scarsa e cara.
Instabilità nei mercati emergenti
Molte economie in via di sviluppo (in Asia o Sud America) contano sulla liquidità facile per finanziare la propria crescita. Se il rubinetto giapponese a basso costo si chiudesse, questi Paesi potrebbero trovarsi improvvisamente a corto di ossigeno finanziario, rischiando crisi valutarie o rallentamenti economici bruschi.
Il “ritorno a casa” dei capitali
Se i tassi in Giappone dovessero finalmente salire a livelli interessanti (diciamo l’1% o il 2%), assisteremmo a un enorme rimpatrio di capitali. Miliardi di Yen tornerebbero in Giappone per essere investiti in titoli nazionali, svuotando le casse degli investimenti esteri. Questo rafforzerebbe lo Yen, ma creerebbe un “buco” di liquidità nei mercati che il Giappone ha sostenuto per trent’anni.
Attualmente, il tasso di interesse della Banca del Giappone (BoJ) si trova al momento allo 0,75%. Questo valore è stato raggiunto dopo un aumento avvenuto a dicembre del 2025, segnando un netto distacco dal lunghissimo periodo in cui i tassi erano stati addirittura negativi o vicini allo zero.
Proprio pochissimo tempo fa, a metà marzo del 2026, si è tenuta un’altra riunione cruciale. Molti si aspettavano un ulteriore ritocco verso l’alto per frenare l’inflazione causata dai prezzi del petrolio alle stelle, ma la Banca centrale ha deciso di mantenere i tassi fermi allo 0,75%. Non è stata però una decisione presa con serenità: all’interno del consiglio c’è stato chi ha votato contro, chiedendo un aumento immediato proprio per i rischi legati alla crisi in Iran che sta spingendo in alto i prezzi di tutto ciò che il Giappone importa.
In questi giorni l’aria è elettrica perché la prossima riunione è fissata per il 27 e 28 aprile. Sui mercati si respira un clima di forte pressione: lo Yen continua a soffrire nel confronto con il dollaro e l’inflazione interna non accenna a diminuire. Gli esperti sono divisi, ma una buona parte scommette che la Banca del Giappone sarà costretta a rompere gli indugi e alzare il tasso all’1,00% o oltre per evitare che la moneta collassi del tutto.
Il mondo si era abituato a vivere con una droga finanziaria ovvero lo “Yen a basso costo”. Disintossicarsi da questa dipendenza non sarà un processo indolore e richiederà che altre economie (come quella americana) trovino nuovi modi per sostenere i propri debiti senza contare sulla generosità forzata del Sol Levante.
La Banca centrale non è più la “roccaforte del denaro gratis” di un tempo; sta cercando disperatamente di normalizzare la situazione senza far crollare il proprio sistema economico sotto il peso dei debiti, muovendosi in un equilibrio fragilissimo tra le tensioni geopolitiche e la difesa della propria moneta.
Il contesto internazionale
Tutto questo accade in un contesto internazionale che vive una fase di transizione violenta in cui l’economia finanziaria (guidata dagli USA) si scontra con l’economia reale e delle risorse (guidata da Cina e Russia).
L’economia degli Stati Uniti, vittima del dilemma di Triffin (vedi nota [1]), si è finanziarizzata perdendo la sua capacità produttiva e di esportazione; non sono più la fabbrica del mondo e il loro debito pubblico ($40.000 miliardi) è diventato troppo costoso da mantenere soprattutto in un regime di dedollarizzazione. Non potendo più competere sulla produzione, usano il dollaro e la forza militare come armi: le sanzioni alla Cina e la pressione sull’Iran servono a mantenere il dollaro come moneta obbligatoria per l’energia, senza la quale il sistema finanziario americano crollerebbe.
Avevamo visto ( leggi il mio: Tutto regge… finché qualcuno ci crede. Il castello di carta del credito privato) le difficoltà crescenti del sistema finanziario occidentale, con il credito privato fuori controllo e la fiducia nel dollaro in calo. Le banche d’affari si stanno sganciando dai titoli garantiti da fondi di investimento, mentre le compagnie assicurative, che hanno investito pesantemente in questo mercato, rischiano di collassare. Se le agenzie di rating abbassassero il rating del debito USA, l’intero equilibrio globale potrebbe cambiare, con il ritorno all’oro come valuta di riferimento.
La forza “fisica” della Cina
La Cina pianifica e così facendo si prepara a resistere con successo a qualsiasi tempesta. Gestisce un primato scientifico e tecnologico crescente mentre domina la base della piramide: energia, controllo delle materie prime e capacità produttiva e innovativa massiccia. Questo le permette di assorbire le sanzioni e vincere la sfida tecnologica anche per capacità di scala: possono costruire più data center e produrre più chip a un costo molto inferiore mentre accrescono rapidamente ed efficacemente la loro deterrenza ed il loro potenziale difensivo.
In questo scenario, in cui il vecchio ordine globale si rifiuta di cedere il passo e ridimensionarsi, il conflitto non è solo politico ma esistenziale. Gli Stati Uniti sono fautori delle tensioni in Iran e Venezuela e le minacciano nell’Artico, da cui l’interesse di Trump per la Groenlandia (e l’ingresso di Norvegia e Svezia nella NATO), per controllare il rubinetto dell’energia mondiale e forzare gli alleati a restare legati al dollaro, il cui vero sottostante diventa la forza militare dell’esercito più finanziato al mondo.
Come abbiamo visto, il Giappone è la vittima collaterale di questo scontro. Incastrato tra il costo del petrolio alle stelle e una moneta (lo Yen) che perde valore troppo velocemente, è costretto a scegliere se fallire internamente o destabilizzare il mondo vendendo i titoli di debito americani che possiede. Se il Giappone smette di prestare soldi a basso costo al resto del mondo, il “bancomat” globale si chiude, innescando una crisi di liquidità ovunque.
L’Europa, dal canto suo, sta spostando i risparmi dei cittadini dal welfare (sanità, scuole) all’industria delle armi, creando un nuovo mercato sicuro per gli investitori in un mondo sempre più instabile.
Il vecchio equilibrio basato sulla fiducia nel debito americano sta morendo. Il nuovo mondo si sta dividendo tra chi controlla la finanza e le armi (USA ed Europa) e chi controlla innovazione tecnologica energia e produzione (Russia, Cina e paesi emergenti), con il Giappone che funge da segnale d’allarme per l’imminente tempesta finanziaria.
[1] Il Dilemma di Triffin è il paradosso fondamentale che colpisce il Paese la cui moneta è usata come riserva mondiale (oggi gli Stati Uniti con il dollaro). In parole povere, descrive un conflitto tra due necessità che non possono convivere per sempre. Se da una parte per far girare l’economia mondiale, gli USA devono inondare il mondo di dollari e per farlo, devono obbligatoriamente comprare più di quanto vendono, accumulando un debito costante verso l’estero (deficit), dall’altra per mantenere il valore della moneta, gli USA dovrebbero invece essere prudenti e non fare troppo debito. Se il debito diventa mostruoso, il resto del mondo inizia a temere che il dollaro non sia più sicuro e smette di volerlo usare.
Il dilemma è proprio questo: se gli USA smettono di fare debiti, il commercio mondiale si blocca perché mancano i “soldi” per scambiare merci; se continuano a farne, il dollaro prima o poi crolla perché nessuno si fida più di un debitore così grande. È la trappola perfetta in cui si trova oggi Scott Bessent: deve scegliere tra salvare il commercio globale o salvare la credibilità del dollaro.
Il Dilemma di Triffin ha costretto gli Stati Uniti a essere “consumatori di ultima istanza” (comprando tutto da tutti e creando deficit) e, per compensare questo squilibrio, si sono trasformati in una “piattaforma finanziaria mondiale”. Oggi, il sistema sta scricchiolando perché il debito è diventato così ipertrofico che il “gioco del riciclo” sta sfinendo i partecipanti: se il Giappone o la Cina smettono di comprare quei titoli, il castello di carte della finanziarizzazione americana rischia di crollare. Gli USA non possono davvero tornare a essere una potenza industriale, come sembrava volere Trump, senza però rinunciare al dominio del dollaro. La soluzione a tutto questo l’aveva escogitata e proposta invano J.M. Keynes a Bretton Woods nel 1944. La Cina deve rendersi conto che andrebbe incontro alle stesse difficoltà che vivono Oggi gli Stati Uniti se sostituisse il dollaro con lo Yuan. I paesi Brics sembravano esserne consapevoli (vedi il mio Un mondo nuovo è in costruzione. Una seconda occasione che il mondo non deve mancare).
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