La privatizzazione delle imprese pubbliche energetiche è avvenuta a danno della sicurezza nazionale

La privatizzazione delle imprese pubbliche energetiche è avvenuta a danno della sicurezza nazionale

Aprile 23, 2026 0 Di Francesco Cappello

Tra sussidi UE e raffinerie chiuse, abbiamo sacrificato l’autonomia energetica sull’altare dei dividendi che arricchisce pochi e impoverisce il Paese

Negli ultimi quindici anni, l’Italia ha silenziosamente abdicato al suo ruolo di “raffineria d’Europa”, trasformando quella che era una solida fortezza industriale in una struttura fragile e pericolosamente dipendente dall’estero. Nel 2010 il nostro Paese poteva contare su 16 grandi raffinerie attive, un apparato capace di trasformare il greggio in ogni tipo di carburante necessario alla nostra vita quotidiana. Oggi, nel 2026, quel numero è sceso ad appena 11. Non si tratta di una semplice flessione fisiologica, ma di uno smantellamento programmato che ha visto la nostra capacità di lavorazione primaria crollare da oltre 100 milioni di tonnellate annue a circa 83 milioni, segnando una perdita secca del 15% della nostra forza produttiva.

Questa ritirata è stata spesso presentata al pubblico sotto la rassicurante etichetta della “transizione green”. Siti storici come Venezia e Gela sono stati riconvertiti in bio-raffinerie, un passo avanti verso l’ecologia che nasconde un retroscena inquietante. A rendere la scelta green non solo finanziariamente attraente, ma “obbligata” per i manager, è l’imponente flusso di denaro pubblico veicolato dall’Unione Europea. Trasformare una raffineria tradizionale in una “bio-raffineria” o in un polo logistico non è solo una mossa per ripulire l’immagine aziendale (utilizzando la retorica green, sponsorizzata a partire dagli anni 90 – anni delle privatizzazioni – che imputa strumentalmente all’anidride carbonica, senza la quale non crescerebbero piante ed alberi, i cambiamenti climatici in corso) ma un modo per intercettare i miliardi di euro previsti dal Fondo per l’Innovazione UE, dal REPowerEU e dal PNRR. In pratica, lo Stato e l’Europa hanno sussidiato attivamente la chiusura delle linee di produzione del greggio. Per una società per azioni, il calcolo è cinico: mantenere la raffinazione tradizionale costa troppo in termini di manutenzione e tasse sulle emissioni, mentre convertirsi al “green” permette di abbattere i costi del personale e incassare incentivi a fondo perduto. È un paradosso sistemico: si usano le tasse dei cittadini per finanziare lo smantellamento della nostra sovranità industriale, regalando agli azionisti profitti certi e scaricando sulla collettività i rischi dell’approvvigionamento.

In altre parole poiché la raffinazione tradizionale richiedeva investimenti ritenuti troppo esosi in manutenzione e sicurezza offrendo in cambio margini di profitto giudicati troppo bassi o troppo volatili dalla finanza moderna si preferisce investire altrove nel più remunerativo green. Mantenere operativa una raffineria tradizionale comporta costi di manutenzione altissimi, rischi ambientali che pesano sul bilancio sotto forma di accantonamenti e, soprattutto, l’obbligo di acquistare quote di emissione (ETS) sempre più care. Al contrario, convertire quello stesso impianto in una bio-raffineria permette di accedere a contributi a fondo perduto e finanziamenti a tassi agevolati. In pratica, lo Stato e l’Europa pagano una parte consistente dell’investimento (CapEx), riducendo il rischio d’impresa e permettendo all’azienda di presentarsi sui mercati finanziari con un profilo “ESG” (Environmental, Social, and Governance) impeccabile, che attira i grandi fondi d’investimento internazionali. Il passaggio da raffineria tradizionale a bio-raffineria è sostenuto da pilastri finanziari mastodontici. Il più rilevante è il Fondo per l’Innovazione (Innovation Fund) dell’Unione Europea, uno dei programmi di finanziamento più grandi al mondo per la dimostrazione di tecnologie innovative a basse emissioni di carbonio. Ricordiamo che Eni (ma non solo ENI) era un’impresa tutta pubblica, poi privatizzata e piegata agli interessi dei propri azionisti piuttosto che a quelli della sicurezza nazionale.

Il risultato più evidente riguarda il Jet Fuel, senza il quale il trasporto aereo (in un paese che ormai si sta deindustrializzando e che cerca di sopravvivere affidandosi sempre più al turismo) non è più garantito. La nostra capacità di raffinarlo internamente è letteralmente dimezzata, con un calo del 50%. Oggi, per far volare gli aerei dai nostri aeroporti, siamo costretti a importare dall’estero circa il 30% del carburante avio. Questa dipendenza non è solo un rischio logistico, ma una falla nella sicurezza nazionale: ad aprile 2026, la scarsità di scorte e le tensioni internazionali hanno già costretto alcuni scali italiani a razionamenti preventivi e hanno fatto impennare il prezzo del carburante dell’80% in poche settimane.

Ma perché un Paese dovrebbe decidere di indebolire così drasticamente la propria autonomia? Da quanto precede, la risposta risiede in una logica finanziaria che sembra aver preso il sopravvento su quella industriale. Analizzando i bilanci di colossi come l’Eni, emerge chiaramente come la gestione di queste società, pur partecipate dallo Stato, sia ormai orientata quasi esclusivamente alla massimizzazione dei dividendi per compiacere i grandi fondi d’investimento internazionali. Si preferisce distribuire utili record e lanciare massicci programmi di riacquisto di azioni proprie (buyback) piuttosto che reinvestire nella manutenzione e nell’ammodernamento delle raffinerie tradizionali. In alcuni esercizi, il rapporto tra utili prodotti e dividendi versati ha superato il 100%: in pratica, le aziende hanno distribuito più ricchezza di quella effettivamente creata, drenando risorse vitali che avrebbero dovuto garantire la nostra indipendenza energetica a lungo termine.

Le conseguenze di questo “tradimento industriale” si riflettono direttamente nelle tasche dei cittadini. Rinunciare a raffinare il petrolio in casa significa essere costretti a comprare benzina, gasolio e Jet Fuel già pronti da raffinerie in India, Medio Oriente o Stati Uniti. Questo ci obbliga a pagare quello che i tecnici chiamano “premio di raffinazione”, un sovrapprezzo che va dai 10 ai 25 dollari per ogni singolo barile. È una ricchezza immensa che regaliamo all’estero, contribuendo a gonfiare una fattura energetica nazionale che ha ormai sfondato il tetto dei 100 miliardi di euro. Nonostante l’Italia importi greggio da ben 31 Paesi diversi la vera trappola è che abbiamo perso la capacità di lavorarlo. Siamo diventati acquirenti deboli in un mercato globale turbolento, subendo le turbolenze geopolitiche e le speculazioni delle borse internazionali.

Oggi il quadro complessivo è quello di un Paese che, per inseguire bilanci brillanti in borsa e un’immagine di facciata verde, ha sacrificato i suoi asset strategici. La scelta di privilegiare il profitto immediato degli azionisti rispetto alla sicurezza nazionale ci ha resi vulnerabili ai ricatti geopolitici e alle oscillazioni dei prezzi. Quando un Paese non è più in grado di produrre autonomamente il carburante per i suoi trasporti e persino per la sua difesa, smette di essere padrone del proprio destino economico. La crisi energetica che stiamo vivendo non è solo frutto di sanzioni o guerre lontane, ma il risultato di una precisa volontà politica e finanziaria che ha preferito il dividendo sicuro di oggi alla sicurezza energetica di domani, lasciando ai cittadini l’onere di pagare un conto sempre più salato.

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