Una via per la Pace tra Italia e Iran sarebbe possibile da subito
Basterebbe fare appello ai rapporti storici, virtuosi, tra Italia e Iran e opporsi a qualsiasi uso delle basi militari sul nostro territorio nella guerra offensiva contro Teheran. Stesso approccio andrebbe usato con la Russia. Il coraggio di compiere questi due fondamentali passi di recupero della nostra identità storica basterebbero a salvarci dallo tsunami economico, politico e sociale che sta per abbattersi su un’Italia già infragilita da quasi mezzo secolo di politiche autolesioniste
Avevamo sempre avuto ottimi rapporti con l’Iran
La storia delle relazioni tra l’Italia e l’Iran si è sempre mossa lungo un filo di pragmatismo e visione strategica che affonda le sue radici già nell’Ottocento, quando l’Italia pre-unitaria e quella sabauda cercavano nella Persia un interlocutore lontano dalle logiche coloniali britanniche e russe.
Il punto di svolta formale avvenne con il Trattato di Amicizia e Commercio del 1862, un documento che sancì l’inizio di una cooperazione volta alla modernizzazione del Paese asiatico anche grazie al supporto tecnico italiano.
Questa “terza via” diplomatica trovò il suo culmine negli anni Cinquanta, durante il governo di Mohammad Mossadeq, laico e democratico. Il primo ministro, che nel 1951 ebbe l’ardire di nazionalizzare l’industria petrolifera persiana, trovò nell’Italia un osservatore attento: Enrico Mattei comprese che Mossadeq rappresentava l’opportunità per l’Italia di accreditarsi come una potenza amica e paritaria.
Sebbene la caduta di Mossadeq nel 1953, a causa di un colpo di Stato, ordito dagli Stati Uniti (operazione Ajax) abbia interrotto quella fase, l’Italia seppe capitalizzare l’eredità morale di quel momento.
Sulle macerie della crisi, Mattei costruì il celebre accordo del 1957, proponendo allo Scià Mohammad Reza Pahlavi la formula rivoluzionaria del 75/25 (il 25% a noi italiani è il 75% all’Iran laddove gli altri proponevano il 50/50). Questo approccio riconosceva all’Iran una dignità di partner sovrano, consolidando un legame che vedeva l’Italia impegnata non solo nell’energia, ma anche nelle grandi infrastrutture e nella tutela del patrimonio archeologico.
In questo clima si inserì il cosiddetto Barter Agreement, formalizzato nel Trattato di Commercio e Navigazione del 1955. Questo sistema di compensazione o “baratto” permetteva di scambiare tecnologia e manufatti in acciaio italiani con forniture dirette di petrolio, aggirando le restrizioni monetarie internazionali e creando una solida dipendenza reciproca.
La Rivoluzione Islamica del 1979 non spezzò questo rapporto. Mentre l’Occidente isolava l’Ayatollah Khomeini, l’Italia scelse la via della continuità economica, mantenendo aperti i canali diplomatici anche durante i difficili otto anni della guerra Iran-Iraq.
Nel 1989 la Commissione Economica Congiunta avviò la fase della ricostruzione post-bellica.
Questa continuità ha portato l’Italia a diventare, negli anni Duemila, il principale partner commerciale europeo di Teheran, giocando un ruolo di mediazione fondamentale nei lunghi negoziati sul programma nucleare culminati nel JCPOA del 2015.
Il valore simbolico di questo rapporto è stato confermato nel 2016, quando il presidente Rohani scelse proprio l’Italia come prima tappa del suo storico viaggio in Europa dopo la fine delle sanzioni, siglando accordi miliardari con i giganti dell’industria italiana.
Durante gli anni ’60 e ’70 grandi aziende come Impregilo, Saipem e Pirelli realizzarono infrastrutture imponenti, dalle dighe alle centrali elettriche, mentre la presenza italiana sul territorio era arrivata a raggiungere le 15.000 unità. Aldo Moro, sia come Presidente del Consiglio che come Ministro degli Esteri seguì con estrema attenzione le dinamiche interne iraniane, cercando di integrare il rapporto bilaterale in una più ampia visione di distensione europea e sicurezza mediterranea. Anche la visita di Arnaldo Forlani nel 1978, avvenuta in un momento drammatico per l’Italia a causa del sequestro Moro, testimonia la continuità di un legame che prevedeva persino la collaborazione nel settore del nucleare civile.
I rapporti tra Italia e Iran nel campo della ricerca culturale, storica e archeologica rappresentano uno dei pilastri più solidi e duraturi del legame bilaterale. Questa collaborazione affonda le sue radici nel dopoguerra, quando l’Italia scelse la cultura come strumento di “soft power” per accreditarsi come partner privilegiato in Medio Oriente.
Il fulcro di questa attività è stato storicamente l’IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente), fondato da Giuseppe Tucci. Sotto la sua guida, a partire dagli anni Cinquanta, l’Italia ha avviato missioni archeologiche leggendarie che hanno portato alla luce e restaurato siti di importanza mondiale. Un esempio emblematico è l’attività a Persepoli e il restauro di monumenti iconici come la Tomba di Ciro a Pasargade e la cittadella di Arg-e Bam. In questi contesti, gli archeologi e i restauratori italiani non si sono limitati allo scavo, ma hanno introdotto metodologie d’avanguardia nella conservazione dei materiali lapidei e dei mattoni crudi, diventando un punto di riferimento per le autorità iraniane.
Anche dopo la rivoluzione del 1979, la cooperazione scientifica non si è mai interrotta. Negli ultimi decenni, e fino ai programmi previsti per il 2025-2026, istituzioni come il Centro Scavi Torino (CRAST) e diverse università italiane (tra cui l’Orientale di Napoli e la Sapienza di Roma) hanno continuato a operare sul campo. Le missioni più recenti si concentrano in aree strategiche come il Khuzestan e il sud-est dell’Iran (Shahr-i Sokhta), dove la ricerca si è evoluta verso l’uso di tecnologie digitali, scansioni 3D e analisi archeometriche per ricostruire le rotte commerciali dell’antichità, come la Via della Seta.
Dal punto di vista della ricerca storica e filologica, l’Italia vanta una tradizione di eccellenza nello studio della lingua e della letteratura persiana. Questa vicinanza culturale è testimoniata da episodi simbolici, come la consegna della medaglia d’onore della Repubblica a Shojaeddin Shafa, il primo traduttore della Divina Commedia in persiano. Ancora oggi, la collaborazione si manifesta attraverso protocolli esecutivi tra i ministeri della cultura e progetti di “turismo archeologico responsabile”, che mirano a valorizzare il patrimonio iraniano non solo come reperto storico, ma come risorsa per lo sviluppo economico sostenibile, mantenendo vivo un canale di dialogo che la diplomazia politica fatica a preservare.
L’Italia ha sempre mantenuto una posizione peculiare, cercando spesso di ritagliarsi spazi di dialogo informale anche nei periodi di sanzioni internazionali. Importante ricordare alla fine degli anni Novanta le visite di Lamberto Dini e Romano Prodi, seguite dalla storica visita del presidente Khatami a Roma nel 1999, che richiamò simbolicamente quella del 1948.
La secolare trama dei rapporti tra l’Italia e l’Iran, tessuta attraverso i secoli da diplomatici visionari e pionieri dell’industria è oggi a un bivio storico che richiederebbe il recupero di quella stessa audacia che caratterizzò l’era di Mattei. Se il Trattato del 1862 e la formula energetica degli anni Cinquanta avevano consacrato l’Italia come una “terza via” capace di dialogare con la Persia al di fuori delle logiche coloniali, il futuro della relazione tra i due Paesi dovrebbe oggi risiedere in un ritorno alla sovranità e all’indipendenza strategica.
In questa prospettiva, la politica estera italiana dovrebbe riscoprire la propria vocazione mediterranea, sottraendosi a un asservimento acritico a interessi extra-regionali che confliggono totalmente con la stabilità e la prosperità dei popoli mediterranei.
La strategia politica per un rinnovato partenariato dovrebbero fare dell’Italia un centro di gravità capace di promuovere la pace e il dialogo tra tre continenti.
Invece di limitarsi a un ruolo di supporto militare in conflitti egemonici che stanno polverizzando decenni di cooperazione, l’Italia avrebbe l’opportunità storica di proporsi come l’architetto di una nuova sicurezza regionale. Questa visione prevederebbe il superamento delle sanzioni e dei blocchi ideologici in favore di una zona di libero scambio e di investimenti reciproci, dove la tecnologia italiana, quella iraniana e l’energia iraniana tornino a incontrarsi liberamente, nutrendo accogliendo e integrandosi nel sistema multipolare in formazione più equilibrato e giusto piuttosto che partecipare colpevolmente alla sua distruzione manu militari su mandato ‘usraeliano’.
L’augurio per il bene dei rapporti tra i due Paesi sarebbe che si potesse giungere a una nuova architettura di sicurezza che includesse necessariamente Teheran, riconoscendo il suo ruolo di perno ineludibile nel Medio Oriente. In questo scenario, l’Italia non agirebbe più come una periferia atlantica, ma come un ponte sovrano verso il Sud Globale e verso le nuove realtà emergenti dei BRICS, favorendo un sistema finanziario e commerciale diversificato.
Bisognerebbe efficacemente abbandonare la logica della contrapposizione per riabbracciare quella del “Barter Agreement” e del reciproco riconoscimento culturale onorando una storia millenaria. Solo attraverso il recupero di questa autonomia di giudizio, l’Italia potrà tornare a essere quel partner privilegiato che, nel rispetto della sovranità altrui e della propria, ha sempre saputo trasformare le frontiere in luoghi di incontro e la diversità in una risorsa strategica.
Ovviamente, per un Italia neutrale e fuori dalle guerre, bisogna liberarsi della classe politica mediocre, senza più alcuna visione e stupidamente e masochisticamente vassalla e guerrafondaia, perché il pericolo che incombe sul nostro paese non è esterno, nell’Iran o nella Russia né negli Stati Uniti ma nella classe politica assolutamente incapace del ruolo storico che dovrebbe svolgere in ottemperanza ai principi costituzionali e in nome del popolo italiano. Poiché il governo italiano si muove in direzione diametralmente opposta a quella che sarebbe necessaria l’unico regime change di cui gli italiani dovrebbero occuparsi è quello della sostituzione della propria classe politica con una in grado di svolgere quel compito di sicurezza e salvezza nazionale che non può più essere procrastinato.
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