Dalla guerra dei barbari occidentali alla Conferenza Islamica proposta dai russi?

Dalla guerra dei barbari occidentali alla Conferenza Islamica proposta dai russi?

Marzo 10, 2026 0 Di Francesco Cappello

Oggi potrebbero esserci le condizioni per superare la guerra di distruzione dei barbari occidentali a favore della Conferenza Islamica, una conferenza di pace allargata per il Medioriente proposta da Putin sin dal 2019

Ecco un esito possibile che non sarebbe male si realizzasse e che non appare oggi troppo irrealistico 

Poiché il panorama delle alleanze globali sta subendo una trasformazione profonda in cui essere un alleato degli Stati Uniti viene ormai percepito come un azzardo rischioso. I paesi del consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) che assicurano il flusso dei petrodollari senza essere adeguatamente protetti potrebbero ripensare alle loro alleanze perché avere basi statunitensi sul proprio territorio li espone palesemente al fuoco iraniano. È evidente, infatti, come Washington agisca esclusivamente per i propri interessi politici o per quelli di Israele, arrivando a usare il mondo arabo come uno scudo. 

Al contrario, Russia e Cina che avevano già messo in atto un’offensiva diplomatica che era stata in grado di rimettere insieme sciiti e sunniti così come turchi e persiani (vedi La diplomazia russo-cinese riporta la Pace laddove gli USA avevano seminato la guerra) guadagna oggi terreno. Mentre gli Stati Uniti utilizzano tradizionalmente i loro divide et impera , Russia e Cina si presentano come partner più stabili e affidabili, poiché offrono un solido sostegno politico, tecnologico ed energetico senza ricorrere all’occupazione militare o a interventi che fomentano guerre, enormemente più conveniente per la stabilità regionale, tanto più che l’Iran è un partner fondamentale di Russia e Cina…

Non a caso l’IRGC incoraggia questo processo, affermando che qualsiasi paese arabo o europeo che espellerà gli ambasciatori di Israele e degli Stati Uniti dal suo territorio avrà, a partire da domani, piena autorità e libertà di passare attraverso lo Stretto di Hormuz.

In questo contesto, molti Stati arabi potrebbero progressivamente spostare il proprio asse verso la Russia, cercando in Putin un mediatore capace di tessere una rete di relazioni strategiche, come quella della Conferenza Islamica di ben altro segno che gli accordi di Abramo , la cui continuazione oggi sta avvenendo col ferro e con il fuoco…

La proposta di Vladimir Putin per una conferenza di pace allargata come la Conferenza Islamica, spesso definita nei corridoi diplomatici come una “Helsinki per il Medio Oriente”, mirava a stabilire un’architettura di sicurezza collettiva che includesse non solo i paesi arabi e l’Iran, ma anche le grandi potenze eurasiatiche. 

Ricordiamo che la proposta russa di tenere una conferenza internazionale per la pace e la sicurezza in Medio Oriente era stata rilanciata con forza nell’agosto 2025, durante lo storico summit di Anchorage, in Alaska, tra il Presidente russo e Donald Trump e che i primi abbozzi della proposta russa risalgono al 2019 e poi nel 2021 (vedi nota [1]).

Il Cremlino spingeva già da tempo, infatti, per un formato che superasse la mediazione unilaterale statunitense, proponendo oggi una piattaforma dove la Russia oggi potrebbe agire come garante neutrale e “onesto mediatore” tra il nuovo blocco guidato da Mojtaba Khamenei e le monarchie del Golfo.

Pechino ha sempre accolto l’iniziativa russa con un sostegno cauto e strategico, vedendo nella conferenza l’opportunità di consolidare il proprio ruolo di potenza diplomatica “equidistante” dopo aver mediato lo storico riavvicinamento tra Riad e Teheran nel 2023. 

Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito che la Cina è pronta a sostenere qualsiasi sforzo multipolare che rispetti la sovranità dell’Iran e rifiuti esplicitamente i tentativi occidentali di provocare un “cambio di regime” forzato. 

Per la Cina, la priorità assoluta resta la protezione delle proprie forniture energetiche e la stabilità delle rotte marittime, motivo per cui preme affinché il tavolo negoziale includa garanzie vincolanti contro ulteriori attacchi alle infrastrutture civili e petrolifere nel Golfo.

L’Arabia Saudita, pur non chiudendo anche in passato la porta alla proposta di Mosca, aveva posto condizioni estremamente rigorose per la sua partecipazione, subordinando la propria presenza a garanzie di sicurezza tangibili che vadano oltre la semplice diplomazia verbale. 

Il Principe Ereditario Mohammed bin Salman aveva infatti chiesto come condizione per la propria partecipazione che l’Iran accettasse una limitazione verificabile del suo programma missilistico e la fine definitiva del supporto alle milizie regionali che minacciano i confini del Regno oggi potrebbero essere votati a più miti consigli.

L’altra richiesta dei sauditi era che la conferenza non diventasse una piattaforma puramente anti-americana, per mantenere la necessità di un coordinamento con Washington per quanto riguarda la difesa aerea integrata, una condizione che complicava notevolmente il ruolo della Russia come unico architetto dell’incontro.

Nonostante l’intensa attività diplomatica, il progetto era così rimasto in una fase di stallo poiché la diffidenza tra i membri degli Accordi di Abramo e l’asse Mosca-Teheran rimaneva profonda essendo che l’iniziativa russa appariva più come un tentativo di soft power per sfidare l’egemonia statunitense che un tavolo operativo capace di riportare un clima di stabilità regionale che superasse il conflitto con l’Iran 

Oggi, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) e in particolare l’Arabia Saudita vedono nella proposta di Putin una “scialuppa di salvataggio” diplomatica per diverse ragioni di natura esistenziale (essi oltre a perdere le proprie infrastrutture di sfruttamento delle risorse energetiche, dipendono in larghissima misura dalle importazioni alimentari e dall’acqua desalinizzata) e strategica.

Ecco le ragioni principali:

Abbiamo già detto che nonostante la presenza di basi USA, l’Iran è riuscito a colpire infrastrutture civili e petrolifere in tutti i paesi del GCC (compresi Emirati, Kuwait e Bahrain) a partire dal 28 febbraio e che questo ha generato la consapevolezza che l’ombrello di sicurezza americano non è impermeabile. Viceversa, la proposta di Putin offre un’alternativa basata sulla “sicurezza collettiva indivisibile”, un concetto che promette di includere l’Iran in un sistema di garanzie reciproche invece di cercare di abbatterlo militarmente, riducendo così il rischio di ritorsioni dirette sul suolo arabo.

Inoltre

per l’Arabia Saudita, che aveva già messo un piede nei Brics, una guerra lunga è un disastro finanziario. Il blocco dello Stretto di Hormuz e l’instabilità dei prezzi del greggio stanno drenando le risorse necessarie per i grandi progetti di diversificazione economica (come Neom -Vision 2030). Riad teme che l’ossessione di Netanyahu per il “regime change” trasformi la regione in un campo di battaglia permanente. Accettare la mediazione di Putin e della Cina significherebbe puntare a una stabilizzazione rapida che permetterebbe di tornare a commerciare, proteggendo gli investimenti miliardari nel turismo e nelle infrastrutture che oggi sono sotto il tiro dei droni.

A differenza degli Stati Uniti, che hanno interrotto ogni dialogo con Teheran, la Russia mantiene canali aperti con la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei. L’Arabia Saudita sa che per fermare davvero gli attacchi ha bisogno di un mediatore che parli la lingua dei russi e degli iraniani. Putin può offrire ciò che Washington non può più garantire: un tavolo negoziale dove l’Iran non sia solo un bersaglio, ma un attore costretto a firmare impegni vincolanti sotto la supervisione di Mosca e Pechino.

D’altronde il GCC teme che un crollo improvviso del regime iraniano, come auspicato da Israele, possa scatenare una guerra civile massiccia o una crisi di profughi che travolgerebbe i confini sauditi e kuwaitiani. La proposta di Putin si basa sul principio della conservazione della sovranità statale, un approccio che rassicura le monarchie del Golfo, le quali preferiscono un Iran “contenuto e sotto controllo” piuttosto che un Iran di 90 milioni di persone nel caos totale.

Lo scorso 5 marzo 2026, i leader e i rappresentanti dei paesi arabi del Golfo [2] si sono rivolti alla Russia (attraverso il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov). Si tratta di leader che appartengono principalmente al Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) [vedi documento video].

Durante l’incontro, la delegazione del GCC guidata da Al-Budaiwi ha cercato esplicitamente la protezione diplomatica russa, chiedendo a Lavrov di usare il suo rapporto privilegiato con Teheran per fermare gli attacchi iraniani alle loro infrastrutture civili. La risposta di Lavrov è stata pragmatica. Egli ha rinfacciato ai leader del Golfo la loro passività di fronte all’attacco iniziale degli Stati Uniti e di Israele, chiedendo polemicamente dove fosse la loro indignazione quando venivano bombardate le scuole in Iran o quando veniva assassinato Ali Khamenei. Lavrov ha chiarito che la Russia non agirà come un “pompiere” per conto di chi ha permesso che il proprio territorio venisse usato per lanciare un’aggressione, a meno che non ci sia un impegno collettivo che riconosca le colpe di tutte le parti in causa.

Questo stallo diplomatico con Mosca spinge quasi inevitabilmente le monarchie del Golfo a cercare una via d’uscita che non passi più per Washington o per il Consiglio di Sicurezza ONU. L’accettazione di una conferenza islamica diventerebbe quindi lo strumento perfetto per uscire dall’angolo. Essa permetterebbe ai leader arabi di presentarsi non come alleati traditori degli USA, ma come fratelli musulmani che cercano di preservare la stabilità della Umma. In questo contesto, l’appoggio già manifestato da paesi come Oman, Iraq e Qatar alla nuova leadership di Mojtaba Khamenei suggerisce che il terreno per un dialogo intra-islamico è già in preparazione, offrendo all’Iran una sponda politica per fermare le ritorsioni senza apparire debole di fronte all’Occidente.

L’idea di una conferenza islamica risponde anche alla necessità russa di vedere nascere un’organizzazione pan-continentale o regionale che riduca l’influenza della NATO e degli Stati Uniti. Lavrov stesso ha accennato alla necessità di un nuovo ordine di sicurezza eurasiatico che non sia dettato dai “doppi standard” occidentali. Se i paesi arabi dovessero effettivamente convergere su questa posizione, la conferenza non sarebbe solo un tavolo di pace, ma un atto di indipendenza politica che segnerebbe il fallimento definitivo della strategia di pressione massima di Trump, il quale si troverebbe a gestire un conflitto dove i suoi stessi alleati regionali hanno deciso di cambiare interlocutore.

Oggi, nel marzo 2026, quella proposta,  torna perciò prepotentemente d’attualità perché Mosca sta cercando di utilizzarla come via d’uscita diplomatica per fermare i bombardamenti su larga scala iniziati il 28 febbraio e potrebbe auspicabilmente svolgere un ruolo di ritorno alla pace. 

[1] Tra il 2019 e l’esplosione del conflitto attuale nel 2026, la proposta russa per la sicurezza nel Golfo non è rimasta solo sulla carta, ma ha attraversato diverse fasi di “messa a terra” diplomatica. Mosca ha cercato di trasformare un’idea teorica in un’architettura politica concreta attraverso i seguenti passi:
La formalizzazione del “Concetto di Sicurezza Collettiva” (2019-2021)
Il primo passo ufficiale è avvenuto nel luglio 2019, quando il Ministero degli Esteri russo ha presentato alle Nazioni Unite il documento “Russia’s Collective Security Concept for the Persian Gulf”. In questo testo si proponeva per la prima volta la creazione di un’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione (simile all’OSCE) che includesse i paesi del Golfo, la Russia, la Cina, gli USA e l’UE. Tra il 2020 e il 2021, la Russia ha forzato la discussione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ottenendo il sostegno di quasi tutti i membri eccetto gli Stati Uniti, che all’epoca rifiutarono il dialogo preferendo la politica di “massima pressione” sull’Iran.
Il rafforzamento del Dialogo Strategico Russia-GCC (2023-2025)
A partire dal 2023, la Russia ha accelerato i contatti bilaterali con le monarchie del Golfo. Un momento chiave è stato il 6° Incontro del Dialogo Strategico nel luglio 2023, dove è stato adottato un Piano d’Azione Congiunto 2023-2027. Questo piano ha spostato la cooperazione dal solo ambito energetico (OPEC+) a settori critici come la sicurezza marittima, la lotta al terrorismo e la difesa aerea integrata. Putin ha cementato questi legami con visite storiche a Riad e Abu Dhabi nel dicembre 2023, stabilendo un rapporto di fiducia personale con Mohammed bin Salman (MBS) e Mohammed bin Zayed (MBZ).
L’uso dei BRICS come piattaforma di integrazione (2024-2025)
L’ingresso ufficiale di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran nei BRICS (gennaio 2024) è stato il passo concreto più rilevante. Sotto la presidenza russa dei BRICS nel 2024 e i successivi vertici nel 2025, Mosca ha utilizzato questa piattaforma per far sedere allo stesso tavolo i ministri della Difesa di Riad e Teheran. Questo ha permesso di avviare discussioni tecniche su misure di “confidence-building” (scambio di notifiche su esercitazioni militari e linee dirette di comunicazione), che sono la base della conferenza proposta da Putin.
Il Summit di Sochi e il pre-accordo di Anchorage (2025)
L’ultimo grande passo prima della guerra è stato l’8° Incontro Ministeriale a Sochi (settembre 2025). In questa sede, il Ministro Lavrov e i rappresentanti del GCC hanno concordato la necessità di una “conferenza internazionale per la stabilità”. Questo incontro è avvenuto poche settimane dopo che Putin, nel summit di Anchorage con Trump (agosto 2025), aveva ottenuto un’apertura di principio dagli USA sulla possibilità di una gestione multipolare della crisi iraniana, superando finalmente il veto americano che durava dal 2019.
[2] Nello specifico, le figure e i paesi coinvolti in questa richiesta di mediazione/protezione sono:
Jasem Al-Budaiwi (Segretario Generale del GCC): Ha guidato la delegazione a Mosca, parlando a nome dell’intero blocco dei paesi del Golfo. La sua missione era convincere la Russia a esercitare la sua influenza su Teheran per fermare l’escalation missilistica.
Il Kuwait: È stato uno dei paesi più attivi nel chiedere un intervento diplomatico russo. Il Kuwait teme fortemente per le proprie infrastrutture petrolifere e di desalinizzazione, già colpite o minacciate dalle ritorsioni iraniane.
Il Bahrain: Rappresentato dai suoi vertici diplomatici, il Bahrain si trova in una posizione di estrema vulnerabilità, essendo la base della Quinta Flotta USA. Alcune voci riferiscono sulla fuga del Re del Bahrain a causa dell’instabilità.
Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti (EAU): Sebbene abbiano canali aperti con l’Iran, i loro ministri hanno partecipato ai colloqui di Mosca per cercare una “garanzia di sicurezza” russa, dato che i loro impianti di desalinizzazione e di esportazione di GNL (Gas Naturale Liquefatto) sono obiettivi primari nella strategia di ritorsione iraniana.
L’Arabia Saudita: Pur mantenendo una posizione più cauta, i sauditi vedono nella Russia l’unico attore in grado di parlare con autorità sia agli USA che all’Iran, specialmente dopo che l’ombrello di sicurezza americano ha mostrato “buchi” di fronte ai nuovi missili iraniani.

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