RETICOLI GREEN DI PALE GREEN, ALTE 300 METRI SUL MARE BLU, CON CUI INTENDEREBBERO TRASFORMARE IL MEDITERRANEO IN ZONA INDUSTRIALE
L’altezza totale di una pala eolica in mare (offshore) misurata dal livello medio del mare fino all’estremità superiore della pala quando si trova nel punto più alto della sua rotazione supera ormai regolarmente i 250 metri nelle turbine commerciali attualmente in installazione. I modelli più avanzati e potenti da 15-18 Megawatt, sviluppati da produttori come Vestas, Siemens Gamesa e Mingyang, raggiungono e superano un’altezza complessiva compresa tra i 280 e i 310 metri sul livello del mare. La torre Eiffel è alta 330 metri.
All’interno del perimetro del parco eolico e per un raggio di sicurezza attorno a ciascuna pala (solitamente tra i 200 e i 500 metri dalle strutture) vige il divieto assoluto di navigazione, ancoraggio, pesca e transito per tutte le imbarcazioni non autorizzate o non legate alle operazioni di manutenzione.
Lungo il tracciato dei cavi sottomarini ad alta tensione che collegano le turbine alla costa è vietato l’ancoraggio e la pesca a strascico per evitare di danneggiare le infrastrutture elettriche posate sul fondo del mare.
Vengono istituite limitazioni al sorvolo a bassa quota per i velivoli civili, commerciali e di soccorso compresi gli elicotteri del 118 o della Guardia Costiera.
Le pale in rotazione generano il fenomeno noto come radar clutter, che crea disturbi visivi e “punti ciechi” sui radar della Difesa militare, della vigilanza costiera e del controllo del traffico aereo, richiedendo zone di rispetto o sistemi di compensazione radaristica molto complessi.
Le fasi di infissione dei pali nei fondali o di posa delle ancore generano rumori a bassa frequenza ad alta intensità, in grado di disorientare o danneggiare i mammiferi marini (delfini, balenottere) e la fauna ittica, limitandone le rotte migratorie e le aree di riproduzione.
I cavi ad alta tensione adagiati sul fondo del mare o interrati creano campi elettromagnetici che possono alterare il comportamento delle specie demersali, che vivono a stretto contatto con il fondale marino
, oppure nelle acque immediatamente sopra di esso, e di quelle marine che si orientano tramite il magnetismo terrestre.
Queste restrizioni sottraggono porzioni di mare aperto all’uso pubblico, costringendo i mercantili, i traghetti e i pescherecci a deviare dalle rotte abituali con conseguente allungamento dei tempi di navigazione e una netta riduzione delle aree storicamente destinate alla pesca.
L’alterazione permanente dell’orizzonte marittimo comporta un limite indiretto ma tangibile al valore turistico ed estetico delle zone costiere coinvolte, limitando lo sviluppo di attività legate al diportismo nautico, al diving e alla valorizzazione paesaggistica del litorale.
Durante l’esercizio, le estremità delle pale eoliche ruotano a velocità di punta che possono superare i trecento chilometri orari. A queste velocità, l’impatto costante con la pioggia, la salsedine, la grandine e il particolato atmosferico provoca il fenomeno dell’erosione del bordo d’attacco. Questo processo di usura meccanica causa il distacco continuo di microparticelle e frammenti di polimeri sintetici, resine epossidiche e vernici protettive che finiscono direttamente nell’ambiente marino. Molte di queste coperture protettive contengono composti fluorurati o sostanze chimiche ad alta resistenza per prevenire la corrosione marina, sollevando preoccupazioni per l’accumulo di microplastiche e contaminanti persistenti nelle catene alimentari ittiche.
La durata media operativa di un impianto eolico è stimata in circa venti o venticinque anni. Sebbene componenti come l’acciaio e il rame dei cavi siano facilmente riciclabili, le pale rappresentano un rifiuto speciale estremamente complesso da gestire. Essendo composte da materiali compositi termoindurenti come fibra di vetro e fibra di carbonio legate da resine, il loro riciclo su scala industriale è ancora immaturo e poco sostenibile economicamente, portando allo stoccaggio in discarica o all’incenerimento. Inoltre, le operazioni di dismissione e rimozione delle enormi strutture e dei sistemi di ancoraggio infossati nel fondale comportano un secondo forte impatto meccanico e acustico sull’ecosistema bentonico.
La navicella di ciascun aerogeneratore deve obbligatoriamente usare centinaia di litri di oli lubrificanti di origine fossile e liquidi refrigeranti per gli ingranaggi e i sistemi idraulici. Servono ad evitare la fusione di moltiplicatori di velocità o gearbox, cuscinetti del rotore e sistemi idraulici di orientamento che richiedono una lubrificazione ad altissime prestazioni per resistere ad attriti estremi, forti sbalzi termici e ambienti altamente corrosivi come quello marino. Oltretutto comportano un costante rischio di perdite in mare durante le fasi di esercizio, manutenzione o guasto.
Le stazioni elettriche di trasformazione offshore utilizzano spesso l’esafluoruro di zolfo come isolante elettrico negli interruttori ad alta tensione, un gas ad altissimo potenziale di riscaldamento globale con un effetto serra ventitremila volte superiore a quello dell’anidride carbonica.
Profitti privati garantiti con soldi pubblici
Attraverso aste pubbliche, lo Stato garantisce un prezzo fisso d’acquisto per l’energia prodotta per periodi molto lunghi, fino a venti anni. Se il prezzo di mercato dell’energia scende al di sotto della soglia concordata, siamo noi tramite i prelievi nelle bollette elettriche a versare ai privati la differenza per garantire loro il profitto preventivato. Sebbene il meccanismo preveda una restituzione qualora il prezzo di mercato superi la soglia, nei fatti esso elimina il rischio d’impresa per il capitale finanziario.
È così che i fondi d’investimento e i private equity accedono all’operazione con una redditività minima garantita dallo Stato, trasformando la transizione ecologica in un mercato di titoli ad alto rendimento protetti dalle oscillazioni dell’economia reale.
A causa di carenze strutturali della rete elettrica nazionale (provocate peraltro dall’intermittenza di sole e vento), si verifica il fenomeno dei tagli di produzione (il cosiddetto curtailment o redispatching). Quando infatti la produzione eolica in un’area come la Sardegna o il Canale di Sicilia supera la capacità della rete di trasportare l’energia verso i centri di consumo del Nord, Terna impone il distacco forzato degli impianti. In base alle normative entrano allora in funzione i meccanismi di compensazione dei mercati dei servizi che, udite, udite, indennizzano i proprietari degli impianti per l’energia non immessa e non prodotta per ragioni di sicurezza della rete. Si crea così un circuito distorto per cui il capitale privato guadagna sia se eroga energia, sia se gli viene imposto di fermarsi, accrescendo le rendite di posizione a spese del sistema e dei consumatori.
Anche quando non producono un singolo kilowattora a causa delle condizioni meteorologiche, i grandi impianti rinnovabili o i gruppi finanziari che li gestiscono possono accedere alle aste del Mercato della Capacità gestito da Terna. Questo sistema remunera i produttori non per l’energia effettivamente immessa in rete, ma per il semplice fatto di mettere a disposizione la propria capacità installata in termini di adeguatezza del sistema. Il capitale viene quindi pagato con un fisso annuo per la sola “presenza” dell’impianto sull’architettura di rete.
Inoltre, nei meccanismi di sostegno basati sui Contratti per Differenza (CfD) o sui vecchi Conto Energia e Tariffe Onnicomprensive, la perdita monetaria dovuta alle ore di fermo per assenza di vento viene strutturalmente compensata durante le ore di funzionamento. Il prezzo garantito dalle aste statali è calcolato su base annua dai modelli finanziari per garantire il rientro dell’investimento e un margine di profitto minimo elevato, incorporando già le stime storiche di assenza di vento. Lo Stato, di fatto, tarpa il rischio calcolando un prezzo dell’energia sovvenzionato molto più alto rispetto ai costi reali di generazione, permettendo all’operatore di coprire i costi fissi e i finanziamenti bancari anche in presenza di prolungati periodi di bonaccia.
I progetti eolici su grande scala non vengono finanziati dal capitale proprio dei promotori, ma attraverso schemi di Project Finance erogati da banche e fondi d’investimento, spesso garantiti da istituzioni finanziarie pubbliche o statali (come Cassa Depositi e Prestiti, la Banca Europea per gli Investimenti o SACE). In questo modo, le perdite operative derivanti da rendimenti eolici inferiori alle attese non ricadono sul patrimonio della società promotrice: la presenza della garanzia statale o di strumenti di debito senior protetti permette alle società veicolo di ristrutturare i debiti o accedere a fondi di riserva pubblici senza rischiare il fallimento per mancanza di materia prima climatica.
Nel nuovo assetto normativo, gli impianti eolici abbinati a sistemi di accumulo a batterie (BESS) o integrati in portafogli aggregati (UVAM) ricevono remunerazioni per la fornitura di servizi di bilanciamento e di riserva alla rete. Questi corrispettivi prescindono dalla generazione eolica istantanea e vengono riconosciuti per la disponibilità a cedere o assorbire energia secondo le esigenze del gestore di rete, costituendo un flusso di cassa costante anche nei periodi in cui le pale rimangono immobili.
Dai dati ufficiali di Terna e del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica risulta una sproporzione impressionante tra ciò che è attualmente costruito, le pochissime opere di eolico off-shore autorizzate e l’ondata di richieste che punta a circondare i mari italiani.
Sul piano della realtà operativa, la situazione si riduce a un unico impianto esistente in tutto il Paese. Si tratta di Beleolico, posizionato nelle acque antistanti la rada esterna del porto di Taranto in Puglia, gestito dal gruppo Renexia. Questo impianto comprende soltanto dieci turbine con una potenza complessiva di trenta megawatt, una goccia nel mare rispetto ai numeri contenuti nei piani di espansione nazionali. Oltre a Taranto, le opere entrate in funzione o in fase di effettivo cantiere si contano sulle dita di una mano, mentre il resto del panorama energetico offshore italiano è caratterizzato da una gigantesca bolla burocratica e speculativa.
La dimensione reale dell’impatto sul paesaggio marittimo emerge dall’analisi delle richieste di connessione inoltrate a Terna e dei progetti depositati presso il Ministero dell’Ambiente. Ad oggi figurano circa centotrenta progetti presentati da società private e multinazionali per una potenza totale stimata che sfiora i novanta gigawatt, un valore quasi tre volte superiore agli stessi obiettivi strategici fissati dal governo italiano al 2050!
La distribuzione geografica di queste istanze rivela una vera e propria saturazione dei mari che circondano le regioni meridionali e insulari. La Sicilia guida questa corsa con oltre undici gigawatt di richieste concentrate quasi interamente al largo della provincia di Trapani e nel canale di Sicilia, seguita dal Sud Sardegna con circa dieci gigawatt previsti tra il golfo di Cagliari e la costa della Gallura. In Puglia la pressione si distribuisce tra il Salento e la provincia di Barletta-Andria-Trani per oltre sei gigawatt di potenza nominale, mentre estesi complessi industriali galleggianti sono previsti anche lungo le coste di Calabria, Basilicata, Lazio e persino nel medio e alto Adriatico tra Molise, Abruzzo e Marche.
Gli attori coinvolti negli investimenti costituiscono una rete composta da grandi gruppi energetici, fondi d’investimento internazionali e veicoli azionari di scopo. Accanto a colossi nazionali ed europei come Eni attraverso Plenitude, CDP Equiter o A2A, operano attori finanziari globali del calibro di JP Morgan attraverso la controllata Nadara, affiancati da sviluppatori specializzati nell’eolico galleggiante come Renexia, Greenit, Hexicon e Falck Renewables.
Qualora anche solo una frazione di queste richieste venisse approvata ed eseguita, l’impatto complessivo porterebbe alla trasformazione industriale di intere tratte marine. Le strutture galleggianti di nuova concezione prevedono turbine imponenti con altezze superiori ai duecentocinquanta metri, ancorate a fondali profondi tramite chilometri di cavi e catene, con vaste zone interdette alla navigazione commerciale e alla pesca artigianale e imponenti infrastrutture di atterraggio dei cavi elettrici ad alta tensione lungo i litorali.
Per comprendere appieno la gravità di questa sproporzione, occorre contestualizzare cosa rappresentano 90 gigawatt nel sistema energetico italiano e quali siano gli obiettivi reali stabiliti dalle istituzioni.
Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) stabilisce la tabella di marcia del paese per la transizione energetica. Per l’eolico marino, le proiezioni governative prevedono di installare poco più di due gigawatt entro il 2030, per poi tracciare una traiettoria di lungo termine che stima di raggiungere una capacità compresa tra i 20 e i 30 gigawatt al 2050. Queste cifre sono considerate dagli stessi tecnici sufficienti a coprire una quota significativa dei consumi elettrici nazionali, tenendo conto delle capacità di assorbimento della rete elettrica e della necessità di bilanciare le diverse fonti rinnovabili come il solare, l’idroelettrico e l’eolico terrestre.
A fronte di questa programmazione graduale, la richiesta a Terna di circa novanta gigawatt di sola potenza eolica offshore è una cifra fuori da ogni logica di pianificazione pubblica. Questo volume di potenza supera di gran lunga la capacità massima di assorbimento dell’intera rete elettrica italiana, la cui richiesta media di potenza istantanea sull’intero territorio si attesta normalmente attorno ai trenta o quaranta gigawatt. In pratica, se tutti questi impianti venissero realizzati, si genererebbe un quantitativo di energia elettrica di gran lunga superiore alla domanda reale del paese, creando enormi problemi di stabilità di rete ed erogando energia che non potrebbe essere né consumata né accumulata.
La presenza di una mole di richieste quasi tre volte superiore ai target previsti a metà secolo rivela come il settore non stia rispondendo a un piano di fabbisogno energetico nazionale, bensì a una vera e propria corsa alle concessioni demaniali marittime. Molte società richiedono l’allaccio alla rete non con l’intento immediato di costruire, ma per occupare preventivamente le posizioni di forza, speculare sui titoli autorizzativi e assicurarsi incentivi e priorità d’accesso. Il risultato è la saturazione virtuale delle coste e dei mari territoriali, che blocca la corretta pianificazione e minaccia di trasformare i beni comuni marini in un mercato di risorse energetiche conteso dalle grandi entità finanziarie.