La regione Sicilia vorrebbe dividere i Siciliani promettendo l’elemosina dei risparmi in bolletta

La regione Sicilia vorrebbe dividere i Siciliani promettendo l’elemosina dei risparmi in bolletta

Luglio 12, 2026 0 Di Francesco Cappello

Un esproprio sociale, che favorisce la transizione da campagne produttive a distese industriali di speculazione energetica, sostenuto dalle tasse ai cittadini e a favore di società private straniere

Mentre le nostre campagne vengono recintate e ricoperte da distese di silicio e le colline infestate da enormi pale eoliche conficcate sui crinali, l’emendamento proposto dal deputato Giuseppe Lombardo viene sbandierato come una coraggiosa e provvidenziale frenata alla speculazione energetica. La realtà che viviamo quotidianamente sui territori, tuttavia, racconta una storia diametralmente opposta. La proposta di concedere al Governo regionale la facoltà di sospendere temporaneamente i nuovi iter autorizzativi una volta raggiunta la quota di burden sharing (ovvero la quota di ripartizione dello sforzo di pianificazione energetica nazionale tra regioni) di dieci gigawatt per la Sicilia, ponendo come condizione l’applicazione di tariffe zonali più eque da parte di ARERA (ossia bollette elettriche con tariffe più basse per i residenti), non è che l’ultimo paravento dietro cui si nasconde l’ignavia istituzionale. Si tratta di una mossa squisitamente elettorale e di facciata, utile a gettare fumo negli occhi dei comitati e delle popolazioni esasperate, ma strutturalmente incapace di invertire la rotta estrattivista impressa dalle istituzioni regionali.
Per i Comitati Cittadini che si oppongono alla colonizzazione energetica e speculativa del territorio, l’emendamento Lombardo è, infatti, vissuto come una mossa puramente elettorale e di facciata: una “finta frenata” per placare il crescente malcontento popolare nelle campagne, senza però bloccare davvero i meccanismi strutturali che favoriscono le grandi aziende.
Il ragionamento dei comitati è netto: «Il territorio viene devastato, la biodiversità cancellata e l’energia viene esportata verso il Nord Italia o i mercati esteri; in cambio, alle comunità locali vengono offerte “perline colorate” sotto forma di un piccolo sconto sulla bolletta elettrica». Il danno paesaggistico, idrogeologico e culturale viene considerato irreversibile e non quantificabile in denaro.

Il cuore ingannevole della proposta risiede nell’idea che la devastazione irreversibile dell’isola possa essere barattata con gli sgravi in bolletta. Per movimenti e comitati che si oppongono alla colonizzazione e alla speculazione energetica di società peraltro in larga misura straniere e che usano enormi incentivi pubblici, questa logica del compensatorio rappresenta la quintessenza del colonialismo energetico. Accettare sconti sulle tariffe in cambio dell’occupazione di migliaia di ettari di suolo significa cedere al ricatto di chi considera la Sicilia una mera piattaforma di saccheggio, utile a esportare profitti e risorse lasciando sul territorio solo macerie paesaggistiche, compromissione della biodiversità e alterazioni idrogeologiche. Il valore d’uso della nostra terra, la sua storia e la sua integrità ecologica non possono avere un prezzo di listino né essere scambiati con le briciole di un bonus tariffario concesso dai predatori dell’energia.

Per smascherare l’ipocrisia di questa proposta basta esaminare la cronologia recente e profondamente contraddittoria delle mosse della Regione Siciliana. Nel maggio del 2026, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato una norma di iniziativa governativa che ha deliberatamente accelerato e semplificato le procedure autorizzative. Questo provvedimento ha eliminato il passaggio del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR – norma governativa per velocizzare e semplificare le autorizzazioni ambientali) per tutti gli impianti che hanno ottenuto la valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione unica, spostando le competenze strategiche e riducendo drasticamente i tempi di verifica. Con questa deregulation burocratica, la Regione ha steso un tappeto rosso ai colossi multinazionali dell’energia. È una contraddizione intollerabile che la stessa maggioranza politica che ha depotenziato i filtri di tutela ambientale si presenti oggi con emendamenti che simulano una parvenza di controllo e salvaguardia del territorio.
A luglio 2026, esponenti della stessa maggioranza hanno presentato emendamenti per “frenare la speculazione”.

Questa speculazione selvaggia si consuma peraltro sulla pelle di un comparto agricolo già drammaticamente in ginocchio a causa di una crisi economica del settore ed una crisi idrica dovuta più propriamente alla cattiva gestione delle acque regionali che alla crisi climatica provocando lo strangolamento dei piccoli produttori siciliani, privandoli delle risorse minime per sopravvivere e portandoli al collasso economico definitivo. È proprio in questo contesto di estrema vulnerabilità che si inseriscono le logiche predatorie dei grandi fondi d’investimento internazionali, i quali, come falchi, approfittano della disperazione dei contadini per acquistare o affittare i terreni a prezzi irrisori. Riescono ad espropriare anche terreni felicemente produttivi e producenti reddito (vedi Il sole della Sicilia brilla a Wall Street). L’amministrazione regionale, invece di proteggere la sovranità alimentare dell’isola e finanziare infrastrutture idriche e sostegni strutturali all’agricoltura, assiste passivamente a questo esproprio sociale, favorendo la transizione da campagne produttive a distese industriali di speculazione energetica.

Vi è infine un evidente disegno politico ancora più sottile e insidioso dietro la retorica del risparmio energetico e delle tariffe eque. Questo emendamento mira deliberatamente a separare i cittadini delle città, già in forte difficoltà per motivi economici e logorati dalla povertà energetica, da coloro che vivono nelle aree interne e subiscono in prima persona la colonizzazione fisica del territorio. Promettendo l’illusione di una bolletta più leggera a chi abita nei contesti urbani, la politica regionale tenta di anestetizzare la solidarietà sociale e di disinnescare sul nascere la protesta. Si tratta di una precisa strategia di frammentazione volta a prevenire un’alleanza consapevole, trasversale e coesa tra tutti i siciliani contro l’estrattivismo verde e lo sfruttamento del territorio isolano. Contro questa politica dei finti freni e dei ricatti sociali, l’unica risposta possibile resta la resistenza territoriale e la rivendicazione di un modello energetico democratico, diffuso e realmente integrato con la vita delle comunità.

Il significato del Burden Sharing

Il concetto di Burden Sharing, che si traduce letteralmente come “condivisione del carico” o “ripartizione dello sforzo”, costituisce il fulcro burocratico della pianificazione energetica nazionale. Attraverso questo meccanismo, lo Stato centrale prende l’obiettivo complessivo di cosiddetta decarbonizzazione e transizione ecologica del Paese e lo suddivide tra le diverse Regioni italiane. A ciascun territorio viene così assegnata una quota minima obbligatoria di potenza da installare da fonti rinnovabili entro una determinata scadenza; per la Regione Siciliana, questo parametro di Burden Sharing assegnato dallo Stato per il 2030 corrisponde esattamente a 10,40 gigawatt di potenza complessiva.

Il cortocircuito totale emerge chiaramente quando si confronta questo obiettivo istituzionale con la reale pressione speculativa in corso sul territorio. A fronte del target di 10,40 gigawatt su 80 nazionali, stabilito dalla legge (decreto ministeriale del 25/9/2023) per la fine del decennio, sulla rete elettrica siciliana insistono attualmente richieste di allaccio per la cifra pazzesca di circa 81 gigawatt di nuova potenza da fonti rinnovabili! Si tratta di una mole di progetti presentati da multinazionali e fondi d’investimento che supera di praticamente otto volte la quota complessiva assegnata all’isola dallo Stato. Per capire bene questo dato, si pensi che il picco di domanda su tutta la rete elettrica italiana è intorno ai 55-60 gigawatt, a seconda dell’anno e delle condizioni meteo e che la potenza nominale di tutti gli impianti di produzione italiani convenzionale e rinnovabile è di circa 86 gigawatt complessivi! In pratica se le pretese richieste di installazione di rinnovabili sul suolo siciliano venissero tutte accolte la Sicilia da sola produrrebbe una potenza da sole rinnovabili, pari alla potenza complessiva oggi prodotta nel paese da più fonti come fotovoltaico, eolico, idroelettrico, centrali a gas naturale, bioenergie, geotermia e anche altre centrali ancora in funzione, non solo rinnovabili…

Si comprende quindi come questo volume spropositato, se interamente autorizzato, comporterebbe la trasformazione radicale di enormi aree rurali in distese industriali. La stessa macchina burocratica regionale si ritrova sommersa dalle istanze, al punto che a metà del 2026 la potenza degli impianti già autorizzati sulla carta tocca i 10,7 gigawatt (superando quindi la quota assegnata che la Sicilia dovrà raggiungere entro il 2030) mentre altri 30 gigawatt stanno già avanzando nelle varie fasi di istruttoria ambientale e amministrativa.

Il confronto con i consumi effettivi dell’isola

Per comprendere le ragioni per cui i comitati territoriali parlano apertamente di un modello estrattivista, è indispensabile rapportare questi numeri ai consumi elettrici reali della Sicilia. Attualmente, la potenza da fonti rinnovabili realmente allacciata e operativa sul territorio è poco superiore ai 3 gigawatt, a cui si aggiunge la capacità delle centrali termoelettriche e petrolchimiche storiche.

Il fabbisogno energetico effettivo dell’isola è enormemente inferiore alla portata dei progetti presentati. Nei momenti di picco massimo estivo, trainati dall’uso intensivo dei condizionatori, la richiesta elettrica istantanea di tutta la Sicilia oscilla solitamente tra i 2,5 e i 3,5 gigawatt (GW), mentre nelle ore standard o durante l’inverno la domanda scende a livelli minimi, traducendosi in un consumo complessivo annuo di circa 18 Terawattora (TWh). In questo contesto, le fonti pulite presenti sull’isola, rappresentate principalmente dall’eolico a terra e dal fotovoltaico, hanno coperto una fetta pari a circa un terzo del fabbisogno interno, assestandosi in una forbice compresa tra il 33% e il 35% dei consumi complessivi dei cittadini e delle imprese siciliane. Sul fronte regionale, la Sicilia vanta una capacità installata da fonti rinnovabili superiore ai 4,5 GW, in grado di generare autonomamente tra i 5,5 e i 6 TWh di elettricità verde all’anno. Tuttavia, se si considera la produzione totale netta dell’isola, sommando all’energia pulita l’apporto dei grandi impianti termoelettrici tradizionali legati ai poli industriali di Priolo, Milazzo e Gela, la quantità complessiva di energia prodotta supera stabilmente i 19-20 TWh annui superiore quindi al consumo regionale che si attesta attualmente sui 18 TWh.

L’esportazione energetica e la saturazione della rete

La Sicilia, quindi, è già da tempo una regione strutturalmente in surplus energetico, il che significa che produce più elettricità di quanta ne consumi internamente  esportando regolarmente verso l’esterno la propria eccedenza energetica, compresa per ora tra 2 e 3 TWh ma destinata, come si è visto, a crescere in modo patologico. Questo flusso commerciale e infrastrutturale avviene principalmente attraverso due direttrici. La prima va verso il Continente tramite l’elettrodotto Sorgente-Rizziconi, l’elettrodotto a 380 kV che collega Sicilia e Calabria, inaugurato nel 2016, il cavo AC sottomarino più lungo al mondo.che trasferisce l’elettricità in Calabria e nella rete nazionale per alimentare i grandi poli industriali del Centro-Nord. La seconda va verso il mercato estero attraverso l’interconnettore sottomarino che collega l’isola a Malta, un cavo sottomarino ad alta tensione tra Ragusa e Malta, esistente dal 2015 (e con un secondo cavo HVAC in costruzione).

Un grande limite all’espansione di nuovi impianti rinnovabili sull’isola risiede nel fatto che la rete di trasmissione siciliana è già satura e per ora priva di sistemi di accumulo su larga scala, tanto che il gestore nazionale è spesso costretto a bloccare la produzione degli impianti rinnovabili esistenti nei momenti di massima insolazione o vento per evitare sovraccarichi. Di conseguenza, l’assalto degli 81 gigawatt di progetti non risponde a una necessità dei cittadini siciliani. Tutta quell’energia non servirà a ridurre le tariffe locali, ma sarà finalizzata esclusivamente a essere esportata oltre lo Stretto per generare profitti finanziari altrove, lasciando sul territorio l’intero carico dell’impatto ambientale, della perdita di suolo agricolo e dell’alterazione irreversibile del paesaggio.

In ogni caso, la saturazione strutturale della rete di trasmissione siciliana, lungi dal rappresentare un freno per gli speculatori, costituisce il perfetto pretesto economico e tecnico per giustificare una seconda, massiccia ondata di industrializzazione del territorio: quella degli impianti di accumulo elettrochimico a batterie, noti come BESS (*). Agli 81 GW di richieste di connessione sulla rete di alta tensione per impianti rinnovabili in Sicilia vanno quindi aggiunti ulteriori richieste per circa 53 GW relative a sistemi di accumulo!

La proliferazione di queste infrastrutture non è una semplice previsione futura, ma una realtà imponente e pianificata a tavolino, concepita per assorbire l’enorme surplus energetico che la rete non è in grado di trasportare e per trasformare i colli di bottiglia infrastrutturali in un ulteriore canale di profitto privato.

Il terreno regolatorio ed economico per questa nuova corsa all’oro è stato meticolosamente preparato negli ultimi mesi. Le aste del mercato a termine degli stoccaggi (MACSE) gestite da Terna hanno blindato una fetta consistente di capacità di accumulo destinata specificamente alla Sicilia, incentivando i grandi colossi energetici, con Enel in prima fila, attraverso la garanzia di prezzi e premi annui vertiginosi. A rimorchio di queste dinamiche finanziarie si è mossa la politica locale: l’amministrazione regionale ha accolto formalmente le istanze di Confindustria Sicilia volte a introdurre una drastica semplificazione amministrativa per i procedimenti autorizzativi dei sistemi BESS. Con il pretesto di snellire la burocrazia per favorire la transizione, il governo dell’isola ha aperto un tavolo di confronto strategico che di fatto spiana la strada a insediamenti industriali ad alto impatto senza i necessari filtri di tutela locale.

La mappa delle autorizzazioni e dei decreti di esproprio svela una distribuzione geografica aggressiva, che si concentra con precisione millimetrica sulle aree agricole e snodi strategici dell’isola. La provincia di Catania è diventata il vero e proprio epicentro di questa avanzata tecnologica. Nel solo comune di Belpasso sono in fase di avanzata realizzazione mastodontici impianti di accumulo stand-alone da cento e duecento megawatt di potenza, destinati a occupare permanentemente ampie porzioni di suolo agricolo. Poco distante, l’asse territoriale compreso tra i comuni di Paternò e Ramacca si trova stretto nella morsa di molteplici progetti paralleli promossi da multinazionali estere, con installazioni singole che raggiungono sistematicamente i cento megawatt di capacità ciascuna.

Il resto della Sicilia non è immune da questa riconversione forzata delle campagne. Nel Trapanese, il territorio di Partanna è attualmente aggredito da una concentrazione abnorme di richieste di allaccio per una serie di impianti di accumulo denominati Cirene ed Epiro, la cui potenza complessiva supera abbondantemente i centocinquanta megawatt complessivi. Spostandosi verso l’area iblea, nel Ragusano, grandi operatori internazionali si sono già assicurati autorizzazioni uniche per mega-batterie da cento megawatt in grado di stoccare fino a duecento megawattora di energia, accompagnate da ulteriori istanze pendenti nel comune di Chiaramonte Gulfi. Persino l’entroterra palermitano comincia a registrare i primi insediamenti di rilievo, come dimostrano i cinquantatré megawatt pianificati e autorizzati nel territorio di Mezzojuso.

Questo immenso reticolo di stoccaggi chimici rivela il circolo vizioso e perverso dell’estrattivismo verde. Prima si consente ai fondi di investimento di devastare il paesaggio con un numero incontrollato di aerogeneratori e distese fotovoltaiche che mandano in tilt la rete elettrica; poi, anziché fermare la speculazione alla radice, si utilizza il collasso della rete stessa come alibi per cementificare ulteriori ettari di terra con container di batterie al litio. Si tratta di un modello industriale centralizzato che non risponde alle necessità delle comunità siciliane, ma serve unicamente a stabilizzare i flussi di energia da esportare verso i mercati continentali, lasciando alla Sicilia il rischio ambientale di enormi impianti chimici e la definitiva sottrazione di suolo alla produzione agroalimentare.

A confermare la drammaticità della deriva che abbiamo descritto intervengono i dati ufficiali del bilancio semestrale del 2026 della CTS Commissione Tecnica Specialistica regionale, i quali certificano un’accelerazione burocratica senza precedenti con lo sblocco di pareri favorevoli per oltre 35 miliardi di euro di investimenti energetici. In soli sei mesi, la stessa commissione ha esaminato progetti per ben 11,6 gigawatt di potenza complessiva, concedendo il via libera definitivo a quasi 6 gigawatt di nuova energia, una cifra che polverizza anticipatamente i limiti teorici del burden sharing. Questo assalto travolge in modo particolare il comparto agroalimentare attraverso il cavallo di Troia dell’agrivoltaico, che da solo rappresenta quasi il 60% dei progetti approvati e fagocita oltre quindicimila ettari di territorio, concentrandosi con una pressione insostenibile nella Sicilia occidentale e in particolare nella provincia di Trapani. Per rendere accettabile questa imponente riconversione industriale, le istituzioni e i colossi dell’energia mettono in campo prescrizioni di mitigazione dall’apparenza ecologica, come l’installazione di radar a intelligenza artificiale per l’avifauna o l’introduzione di arnie per api endemiche nei cantieri. Si tratta, a ben vedere, dell’ennesima declinazione di quelle “perline colorate” offerte alle comunità locali: palliativi di facciata che non possono in alcun modo compensare la definitiva cancellazione della biodiversità, il consumo del suolo agricolo e l’irreversibile sfregio inferto alla memoria e all’identità paesaggistica dell’isola.

(*) L’acronimo BESS sta per Battery Energy Storage Systems, che in italiano possiamo tradurre letteralmente come Sistemi di Accumulo dell’Energia a Batteria. Dietro questa sigla così asettica e dal sapore squisitamente tecnologico si nasconde, nella realtà fisica e materiale, un’infrastruttura industriale di enorme impatto territoriale. Non parliamo di semplici “pile”, ma di veri e propri insediamenti costituiti da file interminabili di giganteschi container metallici (del tutto simili a quelli dei cargo marittimi) stipati di moduli di batterie industriali, generalmente agli ioni di litio, e collegati a imponenti sistemi di condizionamento e stazioni di trasformazione elettrica.BESS: sistemi di accumulo dell'energia a batteria | Enel Group
Nel grande gioco della transizione energetica, i BESS svolgono una funzione cruciale ma controversa: servono a immagazzinare l’elettricità prodotta in eccesso dalle fonti rinnovabili non programmabili (come il sole a mezzogiorno o il vento forte di notte) per poi reimmetterla nella rete nazionale nei momenti di picco della domanda o quando le condizioni meteo azzerano la produzione.
Tuttavia, la sigla BESS evoca scenari ben diversi dalla pura efficienza ingegneristica: evoca la trasformazione di fette di paesaggio rurale in distretti chimico-industriali, complessi problemi di sicurezza legati al rischio di incendi termici incontrollabili (il cosiddetto thermal runaway) e la gestione futura di enormi quantità di rifiuti tecnologici speciali. Insomma, l’ennesimo acronimo elegante utilizzato per addolcire la pillola dell’industrializzazione strisciante dei territori.

articoli correlati a cura dell’autore
Accelerazione, spianando ostacoli, verso enormi distese di silicio, gigantesche pale e praterie di blocchi container accumulatori al litio
Il sole della Sicilia brilla a Wall Street
Il carbonio di cui è composto il corpo delle piante, degli alberi e di tutte le creature viventi origina dalla “famigerata” anidride carbonica
Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido
La privatizzazione delle imprese pubbliche energetiche è avvenuta a danno della sicurezza nazionale
La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata
L’Imbroglio Energetico: la stretta relazione tra emergenza energetica e speculazione privata
CO2 molecola della vita o inquinante? (parte 2)
Per il rigassificatore si ascolteranno i pareri di 30 enti e se fossero sfavorevoli si fa lo stesso
Prove generali di dittatura ambientale. Niente e nessuno potrà opporsi al Commissario unico di Draghi

Seguici su www.pangeanotizie.it

Sostieni il mio lavoro
Tramite PayPal
paypal.me/cappellofra
Tramite Postepay Evolution
Francesco Cappello 5333 1712 1151 5172
Per chi volesse usare l’IBAN IT76D3608105138260110360112
Tramite bonifico bancario
Banca Etica
IT31 T050 1804 6000 0001 9014 794

© COPYRIGHT Seminare domande
divieto di riproduzione senza citazione della fonte

canale telegram di Seminare domande
https://t.me/Seminaredomande