Accelerazione, spianando ostacoli, verso enormi distese di silicio, gigantesche pale e praterie di blocchi container accumulatori al litio
Le Zone di Accelerazione che cancellano i vincoli e riducono i paesaggi italiani a pixel per i grandi investitori, sacrificando la sovranità delle comunità locali sull’altare dell’emergenza energetica. Decreti di semplificazione e commissari straordinari azzerano la democrazia territoriale, trasformando l’ambiente da bene comune da proteggere a spazio industriale da occupare
La pianificazione energetica della Regione Autonoma della Sardegna prevede il “Piano Regionale di Individuazione delle Zone di Accelerazione Terrestri per gli impianti a fonti rinnovabili“.
Dietro l’espressione apparentemente virtuosa di “zona di accelerazione” si cela uno dei più raffinati capolavori dell’ingegneria burocratica contemporanea. Una zona di accelerazione è un’area individuata dalla Regione all’interno di aree già ritenute idonee, dove i progetti per le energie rinnovabili possono seguire procedure autorizzative più rapide, perché le valutazioni principali sull’idoneità del territorio sono già state fatte a monte. Quindi, non è un’autorizzazione automatica, ma una semplificazione concentrata su controlli più specifici, come quelli tecnici e di sicurezza. La definizione concreta, però, dipende dalla specifica regione e dai piani approvati dopo la VAS, la valutazione ambientale strategica. Sono quindi dei corridoi autorizzativi più snelli.
La VAS, cioè la valutazione ambientale strategica, è il processo con cui si valuta l’impatto complessivo di un piano su ambiente, territorio e popolazione, prima di approvarlo in modo definitivo e prima che vengano poi approvati i singoli progetti. Quindi, per esempio, prima di individuare le zone di accelerazione, la regione fa una vas proprio sul piano, cioè valuta gli effetti complessivi su ambiente paesaggio biodiversità, popolazione, e anche in teoria eventualieffetti cumulativi. durante la vas c’è anche la consultazione pubblica, e solo dopo l’approvazione definitiva si individuano le zone di accelerazione. L’idea sarebbe quella di valutare prima gli fatti così dopo i progetti scorrono più spediti. Le zone di accelerazione sono infatti le aree interne a quel piano dove, una volta valutati gli effetti con la VAS, i progetti rinnovabili possono seguire procedure autorizzative più rapide, perché la compatibilità generale dell’area è già stata considerata. La VAS, quindi, valuta gli effetti preventivamente, le zone di accelerazione applicano poi regole più snelle dentro quelle aree, senza teoricamente annullare i controlli tecnici e prescrittivi.
Nel dizionario della transizione energetica calata dall’alto, accelerare non significa semplicemente fare prima sveltendo iter burocratici ed autorizzativi, ma significa soprattutto fare a meno: fare a meno di una valutazione d’insieme, fare a meno del respiro dei tempi della terra e, non da ultimo, fare a meno del parere di chi quel territorio lo vive e lo custodisce grazie a procedure semplificate. Questa formula amministrativa ha il potere quasi magico di tradurre la complessità di un paesaggio millenario in una asettica sommatoria di particelle catastali pronte a ospitare distese di silicio e monumentali sistemi di accumulo BESS (***), presentandoci il conto di una fretta che non ha niente di ecologico e moltissimo di speculativo.
L’ironia di questo impianto normativo risiede nella sua stessa premessa, la quale ci rassicura solennemente che ad essere sacrificate saranno soltanto le aree già compromesse, industriali o prive di pregio. Eppure, l’esperienza storica e l’osservazione delle cartografie tecniche ci insegnano con quanta fluidità i confini di queste zone tendano ad allargarsi, lambendo o inghiottendo terreni agricoli e contesti identitari. Con il pretesto della semplificazione procedurale, si introduce una corsia preferenziale consistente nella eliminazione di vincoli e passaggi procedurali che rischiano di rallentare i tempi autorizzativi e di realizzazione. Una semplificazione che scavalca i presidi ordinari di tutela paesaggistica e ambientale. Il risultato è una parcellizzazione dell’analisi: ogni singolo impianto di specchi fotovoltaici o impianto di accumulo (***) viene esaminato indipendentemente dal contesto, come se fluttuasse nel vuoto, ignorando deliberatamente il micidiale effetto somma, ovvero quella saldatura invisibile che trasforma tanti piccoli impianti isolati in una gigantesca ed ininterrotta superficie industriale.
In questo scenario, la tanto sbandierata partecipazione delle comunità locali si riduce a un malinconico quanto ipocrita esercizio di stile, una formalità burocratica da espletare quando il caffè è già freddo e i giochi sono ormai fatti. I sindaci (spesso complici) e i cittadini vengono invitati al tavolo della democrazia energetica solo per prendere atto di direttrici già tracciate altrove, trasformando il sacrosanto diritto alla pianificazione dei propri spazi in una reazione difensiva ex post, spesso liquidata dai promotori del progresso come sterile resistenza locale.
Si consuma così un paradosso geografico e politico: la Sardegna (e non solo) viene arruolata d’ufficio come la grande centrale elettrica d’oltremare, una piattaforma industriale destinata a produrre e stoccare un surplus energetico che non serve alla sussistenza dell’isola, ma a soddisfare le esigenze di mercati lontani, lasciando sul territorio i soli costi ambientali, paesaggistici e idrogeologici.
Ridurre l’Isola a un distretto industriale per le rinnovabili, legittimando lo scempio in nome di una redenzione climatica globale, non è transizione ecologica, ma una riedizione in chiave verde delle vecchie logiche coloniali. Non si può pretendere di salvare il pianeta sacrificando la specificità dei luoghi, la loro vocazione agricola e la loro bellezza, elementi che costituiscono il vero capitale sovrano a fondamento della Cultura di una Comunità.
La determinazione nel denunciare e contrastare queste scorciatoie autorizzative non nasce dal rifiuto della modernità o delle fonti pulite, ma dalla ferma consapevolezza che una transizione degna di questo nome non si impone con i decreti d’urgenza e con la sospensione del giudizio critico, ma si costruisce sul rispetto della terra e della volontà dei popoli che la abitano.
La Sardegna non costituisce un caso isolato, né un’eccezione stravagante nel panorama nazionale; è semmai l’avamposto più esposto e conteso di un disegno geometrico che sta progressivamente avvolgendo l’intera penisola. Quello delle “zone di accelerazione” è un vero e proprio format amministrativo standardizzato, imposto dall’alto dalla direttiva europea RED III e declinato a livello nazionale attraverso il Decreto Aree Idonee e il recente Testo Unico Rinnovabili. Tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, sono state chiamate a sedersi al tavolo di questa grande spartizione cartografica, con l’obbligo di consegnare i propri piani di accelerazione terrestre.
Osservando la mappa dello stivale, si scopre che i motori di questa macchina burocratica sono accesi ovunque più o meno alla medesima velocità. Nello specifico se guardiamo allo stato di avanzamento, il quadro attuale è questo: Sardegna con piano adottato, Piemonte con piano adottato e VAS in corso, Liguria con schema di piano approvato e VAS avviata, Toscana con proposta di piano e consultazione avviate, Veneto con documento preliminare e avvio della VAS; Lombardia e Puglia con documentazione preliminare adottata e avvio della VAS. Per le altre regioni la situazione è in evoluzione e potrebbe cambiare con nuove approvazioni.
Il Piemonte ha impresso un’accelerazione geometrica al proprio iter d’adozione, attivando il dispositivo della Valutazione Ambientale Strategica attraverso una tempistica blindata che riduce la partecipazione pubblica a una disperata corsa contro il tempo. Questa deliberata asimmetria cronologica concede alle comunità locali, ai comitati e ai piccoli municipi una manciata di giorni per decodificare faldoni tecnici di enorme complessità, zeppi di cartografie del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) (*) e algoritmi di saturazione. Si tratta di un espediente burocratico che pare studiato per consumare il passaggio formale delle osservazioni prima che il tessuto sociale acquisisca piena consapevolezza di quanti gigawatt di potenza verranno scaricati sui crinali e sulle pianure regionali, neutralizzando il dissenso attraverso l’asfissia dei tempi procedurali.
Poco più a sud, lo scenario si duplica lungo binari paralleli ma declinati con differenti sfumature di ipocrisia normativa. La Liguria e il Veneto hanno già licenziato i rispettivi documenti preliminari di VAS, svelando due filosofie di deregolamentazione speculari e ugualmente perniciose. La giunta ligure ha optato per la strategia del “macro-contenitore”, disegnando perimetri talmente ampi e tecnologicamente indifferenziati da ignorare la strutturale fragilità idrogeologica di un’orografia compressa tra roccia e mare, dove fotovoltaico fluttuante, eolico e accumulatori al litio vengono equiparati in un’unica sanatoria spaziale. All’interno di questi recinti disegnati sulle mappe si compie, infatti, una vera e propria magia burocratica: impianti industriali dai risvolti ambientali e costruttivi completamente opposti (pensiamo alle colossali torri d’acciaio delle pale eoliche che spezzano l’orizzonte, alle distese di specchi neri del fotovoltaico fluttuante che coprono e soffocano i bacini d’acqua (**), o ai veri e propri blocchi di container chimici degli accumulatori al litio, con tutti i loro rischi legati alla sicurezza e agli incendi) vengono infilati nello stesso identico sacco amministrativo, come se fossero la stessa cosa. Il legislatore decide così di chiudere gli occhi sulle loro profonde differenze materiali, applicando quello che possiamo definire un colpo di spugna preventivo ed esclusivamente geografico. Nel momento esatto in cui un pezzo di terra viene marchiato come “zona di accelerazione”, tutti i vincoli storici, agricoli, urbanistici e paesaggistici faticosamente costruiti in decenni dalle comunità locali vengono improvvisamente congelati e messi tra parentesi. Si concede, di fatto, un’autorizzazione in bianco e anticipata, che mette al riparo i grandi investitori privati da qualsiasi tutela del territorio, legalizzando e “sanando” l’impatto di queste installazioni industriali prima ancora che i progetti vengano presentati o che la prima pietra sia posata a terra. Al contrario, il Veneto recita la parte del custode rigoroso, sbandierando una pianificazione apparentemente virtuosa e concentrata sul recupero delle sole aree già trasformate, come cave dismesse e siti industriali degradati. Si tratta però di un paravento retorico: le maglie del testo normativo veneto rimangono volutamente larghe, farcite di clausole estensive e deroghe che consentono di colonizzare le aree cuscinetto e le fasce di rispetto rurali, trasformando i margini agricoli storici in retrovie infrastrutturali al servizio dei fondi di investimento.
Nella culla della grande pianura, la Lombardia ha formalizzato il recepimento dei decreti ministeriali sulle aree idonee trattando la transizione energetica alla stregua di un mero ampliamento delle proprie piattaforme logistiche e dei nodi di interscambio merci. Il modello lombardo aggancia meccanicamente le zone di accelerazione ai distretti manifatturieri esistenti, senza operare alcuna reale ponderazione del carico ecologico e termico cumulativo su un suolo già pesantemente soffocato. Questa architettura amministrativa ricalca fedelmente le orme dei grandi laboratori storici della semplificazione selvaggia, come la Toscana che ha progressivamente sacrificato i propri profili collinari e geotermici alla logica dell’urgenza autorizzativa e, soprattutto, la Puglia ché il caso pugliese non è più soltanto un precedente, ma il sinistro specchio del destino che attende la Sardegna: un intero ecosistema agrario e culturale che, sotto il vessillo dell’allentamento dei vincoli ordinari e della corsia iper-semplificata, è stato progressivamente convertito in una distesa trans-reale di specchi e turbine. Qui la totale subordinazione della pianificazione paesaggistica alla velocità del profitto autorizzato ha ampiamente dimostrato come la scorciatoia amministrativa si traduca invariabilmente nella cancellazione definitiva della memoria dei luoghi, ridotti a meri nodi di alimentazione della griglia elettrica nazionale.
A tessere la trama di questo mosaico interregionale interviene il Gestore dei Servizi Energetici attraverso la sua “Piattaforma Aree Idonee“, uno strumento digitale che riduce l’infinita varietà dei paesaggi italiani, dalle valli alpine alle pianure storiche, fino alle coste insulari, a pixel colorati su uno schermo. È su questa scacchiera virtuale che si consuma il definitivo distacco dalla realtà fisica dei luoghi. L’accelerazione è diventata un’epidemia burocratica che livella le diversità regionali: ovunque in Italia, dal nord industrializzato al sud rurale, il territorio viene trattato come un mero supporto geometrico per investimenti finanziari speculativi, dimostrando come la logica della scorciatoia autorizzativa sia ormai l’unico vero principio regolatore della pianificazione energetica nazionale.
Le zone di accelerazione erano già successe a Piombino con l’istituzione del Commissario Unico istituito dal governo Draghi
C’è una profonda e inquietante continuità strutturale tra la gestione straordinaria del rigassificatore di Piombino e il meccanismo normativo delle cosiddette “zone di accelerazione”. In entrambi i casi, emerge la tendenza a scavalcare i normali processi democratici e autorizzativi in nome di una perenne emergenza energetica o di una presunta transizione ecologica calata dall’alto.
Il primo elemento di forte analogia risiede nello svuotamento di significato dei pareri degli enti locali e di tutela del territorio. Se nel caso di Piombino la conferenza dei servizi, pur coinvolgendo trenta enti diversi, veniva declassata a mero passaggio formale poiché l’opera si sarebbe fatta indipendentemente dall’esito e dai potenziali pareri sfavorevoli, nelle zone di accelerazione si assiste a una dinamica identica. Tali aree, progettate per accelerare l’installazione di impianti industriali di energia rinnovabile, prevedono per legge corsie preferenziali in cui le valutazioni di impatto ambientale, i vincoli paesaggistici e i dissensi delle comunità locali e delle soprintendenze vengono drasticamente ridotti o del tutto neutralizzati, riducendo la tutela del territorio a un intralcio burocratico da superare.
Un modus operandi da prove generali di dittatura ambientale (Prove generali di dittatura ambientale. Niente e nessuno potrà opporsi al Commissario unico di Draghi), dove la figura del Commissario Unico straordinario istituito dal governo Draghi incarna perfettamente il modello di governo centralizzato e verticistico. Questo potere speciale, che non ammette opposizione e che agisce per decreto superando le normative vigenti a protezione di ambiente e della sicurezza della popolazione, trova il suo esatto corrispettivo logico nella governance delle zone di accelerazione. Anche in queste aree, infatti, il potere decisionale viene sottratto alla concertazione territoriale e concentrato nelle mani di cabine di regia centrali o autorità straordinarie, istituendo una legislazione speciale che comprime i diritti civili e l’autodeterminazione delle comunità locali con il pretesto dell’urgenza.
L’analogia finale e più profonda è quella del ribaltamento del concetto stesso di tutela ambientale. Le norme ordinarie nate per difendere la salute, la sicurezza delle popolazioni e l’integrità degli ecosistemi vengono paradossalmente sospese o aggirate attraverso decreti d’urgenza. Sia la militarizzazione del porto di Piombino per l’imposizione della nave gasiera a ridosso del centro abitato, sia la requisizione dei territori agricoli o naturali da destinare alle zone di accelerazione industriale, svelano un sistema in cui l’interesse speculativo dei grandi gruppi energetici viene blindato dal potere politico. La transizione si trasforma così in un processo autoritario in cui l’ambiente non è l’oggetto da proteggere, ma il terreno da occupare tramite un decisionismo d’eccezione che si autolegittima ignorando i rischi reali e la volontà dei cittadini (vedi Per il rigassificatore si ascolteranno i pareri di 30 enti e se fossero sfavorevoli si fa lo stesso).
(*) GSE. Si tratta di una società per azioni interamente partecipata dallo Stato attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), che opera sotto le direttive strategiche del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). È l’anima tecnica che più da vicino incrocia la nostra analisi. Il GSE è il custode degli algoritmi e dei dati strutturati sul territorio. È proprio questa società ad aver sviluppato la Piattaforma Aree Idonee, lo strumento digitale che sovrappone i dati sull’irraggiamento solare e sulla ventosità ai vincoli paesaggistici e ambientali d’Italia.
In sintesi, quando le Regioni devono tracciare i confini delle zone di accelerazione, non fanno altro che attingere alle mappe digitali e ai parametri tecnici elaborati dal GSE. Se un grande fondo d’investimento internazionale o un privato decidono di scommettere sul business dell’energia pulita in Italia, il GSE è la controparte finanziaria che garantisce la redditività dei loro progetti attraverso i sussidi (vedi Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido).
Fa da ponte tra i produttori e la rete di trasmissione nazionale, gestendo i flussi commerciali di quella quota di elettricità da rinnovabili che deve essere integrata nel sistema. È l’istituzione che, detenendo contemporaneamente le chiavi della cassa e la mappa dei pixel geografici, ha il potere di trasformare un pezzo di terra fisica in una rendita energetica finanziarizzabile. Fa da ponte tra i produttori e la rete di trasmissione nazionale, gestendo i flussi commerciali di quella quota di elettricità che deve essere integrata nel sistema.
(**) Il solare galleggiante è rimasto fino ad ora una presenza marginale, quasi un’esotica curiosità ingegneristica nel mare magnum dei gigawatt nazionali. Dei circa 43 gigawatt di capacità fotovoltaica complessiva registrati in Italia, la stragrande maggioranza continua a poggiare saldamente sui tetti dei capannoni o sul terreno fertile delle nostre pianure. Per anni, questa tecnologia è stata trattata alla stregua di un prototipo da esibire nei convegni sulla sostenibilità del futuro: l’Italia ha fatto persino da pioniera solitaria più di quindici anni fa con i primi minuscoli esperimenti nei bacini artificiali dell’Emilia-Romagna, per poi arrivare in tempi recenti a inaugurazioni più strutturate, come l’impianto ibrido realizzato sul lago di servizio della centrale idroelettrica di Venaus. Fino a ieri, insomma, coprire l’acqua di specchi di silicio era un lusso tecnologico costoso, confinato a qualche invaso industriale o a cave dismesse e allagate.
Tuttavia, se spostiamo lo sguardo dai registri delle attivazioni ai tavoli dove si disegnano i progetti futuri, lo scenario cambia radicalmente ed è qui che la frequenza di questa tecnologia si fa quasi ossessiva. Il fotovoltaico fluttuante è diventato improvvisamente il convitato di pietra di tutti i piani di sviluppo energetico. Questo cambio di passo non è dettato da un’improvvisa illuminazione ecologica, ma da una spietata necessità geografica: la terraferma comincia a scottare. La progressiva saturazione dei suoli e la crescente, legittima resistenza delle comunità agricole e dei comitati territoriali di fronte alla colonizzazione dei campi spinge i grandi fondi d’investimento e le multinazionali dell’energia a cercare nuove frontiere dove espandersi senza dover negoziare con il dissenso locale. L’acqua è apparsa così come la perfetta terra di nessuno.
Le zone di accelerazione e i recenti decreti ministeriali servono esattamente a questo: a rendere frequente, legittimo e massiccio ciò che prima era solo un esperimento isolato. Non è un caso che i dipartimenti di ingegneria e i colossi dell’energia stiano sfornando studi geometrici sempre più ambiziosi, mappando capillarmente ogni diga, ogni invaso idroelettrico e persino spingendosi a calcolare il potenziale offshore delle nostre acque costiere, con progetti che sognano di coprire ampie fette del Mare Adriatico o dei golfi che circondano la Sicilia e la Sardegna. Quello che si profila all’orizzonte non è più il piccolo impianto fluttuante installato per efficientare una pompa idraulica di campagna, ma una vera e propria corsa all’oro liquido, dove i bacini idrici e le coste vengono visti come immense piattaforme industriali pronte per essere pavimentate di nero. La rarità del passato si sta trasformando, per via normativa, nell’invasione programmata del domani.
(***) L’acronimo BESS sta per Battery Energy Storage Systems, che in italiano possiamo tradurre letteralmente come Sistemi di Accumulo dell’Energia a Batteria. Dietro questa sigla così asettica e dal sapore squisitamente tecnologico si nasconde, nella realtà fisica e materiale, un’infrastruttura industriale di enorme impatto territoriale. Non parliamo di semplici “pile”, ma di veri e propri insediamenti costituiti da file interminabili di giganteschi container metallici (del tutto simili a quelli dei cargo marittimi) stipati di moduli di batterie industriali, generalmente agli ioni di litio, e collegati a imponenti sistemi di condizionamento e stazioni di trasformazione elettrica.
Nel grande gioco della transizione energetica, i BESS svolgono una funzione cruciale ma controversa: servono a immagazzinare l’elettricità prodotta in eccesso dalle fonti rinnovabili non programmabili (come il sole a mezzogiorno o il vento forte di notte) per poi reimmetterla nella rete nazionale nei momenti di picco della domanda o quando le condizioni meteo azzerano la produzione.
Tuttavia, la sigla BESS evoca scenari ben diversi dalla pura efficienza ingegneristica: evoca la trasformazione di fette di paesaggio rurale in distretti chimico-industriali, complessi problemi di sicurezza legati al rischio di incendi termici incontrollabili (il cosiddetto thermal runaway) e la gestione futura di enormi quantità di rifiuti tecnologici speciali. Insomma, l’ennesimo acronimo elegante utilizzato per addolcire la pillola dell’industrializzazione strisciante dei territori.
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