Il carbonio di cui è composto il corpo delle piante, degli alberi e di tutte le creature viventi origina dalla “famigerata” anidride carbonica
Dall’antico enigma del salice ai segreti della fisica quantistica: come i giganti della foresta, e i nostri stessi corpi, nascono da un invisibile soffio d’aria che la luce del sole ha imparato a rendere solido
Eccoci al cospetto di una quercia secolare, un gigante silenzioso che sorge dalla terra sollevando tonnellate di legno verso il cielo. La nostra intuizione, nutrita da secoli di logica apparente, ci suggerisce una bugia rassicurante: che quel colosso sia figlio della terra, cresciuto divorando il suolo attraverso le sue radici. Eppure, se potessimo pesare il terreno attorno a quel gigante, scopriremmo che quasi nulla è andato perduto. La verità è molto più simile a un incantesimo: quell’albero immenso, solido e pesante, non è altro che “aria solidificata”.

Come noto i logogrammi della scrittura cinese non rappresentano suoni ma parole o concetti. Il logogramma arcaico dell’albero è costituito (pittogramma) da un tronco da cui si dipartono simmetricamente radici che affondano nella terra, così come nella parte superiore radici aeree che si abbarbicano nel cielo.
Il tronco (il tratto verticale) rappresenta l’asse del mondo, ciò che connette il basso con l’alto. I rami, nel carattere arcaico, si protendono verso l’alto e verso l’esterno. Sono, a tutti gli effetti, “radici aeree” che cercano la luce e l’aria (in cui è presente l’anidride carbonica).
Le radici, i tratti in basso si specchiano quasi perfettamente con quelli superiori, affondando simbolicamente nella terra.
L’albero ha radici verso il cielo. È una creatura speculare con una simmetria che suggerisce come esso tragga nutrimento da entrambi i regni: dalla Terra, attraverso le radici invisibili, dal Cielo, attraverso le “radici” visibili, i rami che si nutrono di luce ed aria…
L’albero più grande del mondo in termini di volume e di massa complessiva è il Generale Sherman (General Sherman), una sequoia gigante (Sequoiadendron giganteum) situata nel Sequoia National Park, in California. Il peso stimato del Generale Sherman è di circa 2.000 tonnellate (circa 2 milioni di chilogrammi). pari al peso di circa 400 elefanti africani adulti o a 15 aerei di linea Boeing 737 a pieno carico. Il suo tronco alla base supera gli 11 metri. Tra due e tre millenni l’età stimata.
L’enigma del salice: quando l’aria si fece legno
Nel ‘600, uno scienziato fiammingo mise alla prova questa apparente certezza: piantò un piccolo salice in novanta chili di terra perfettamente asciugata e lo innaffiò per cinque anni. L’albero crebbe di ben settantaquattro chilogrammi, ma il terreno, una volta essiccato e pesato di nuovo, aveva perso appena sessanta grammi. I numeri frantumarono la convinzione di secoli: la materia dell’albero non proveniva dal suolo.
Nella penombra del suo laboratorio a Bruxelles, il medico e alchimista Jan Baptist van Helmont osservava il mondo con l’inquietudine tipica dei pionieri. Da secoli l’umanità si cullava in una certezza tanto ovvia quanto ingenua: le piante crescono divorando la terra. Si pensava che il suolo fosse una sorta di immenso stomaco e che le radici fossero bocche silenziose pronte a inghiottirne i nutrimenti. Ma a Van Helmont quell’ovvietà non bastava. Voleva i numeri. Voleva costringere la natura a confessare il suo segreto. Con la precisione metodica che avrebbe gettato le basi della chimica moderna, lo scienziato fiammingo diede inizio a un viaggio lungo cinque anni. Prese un enorme vaso d’argilla e vi versò esattamente 90 chilogrammi di terra, precedentemente essiccata in un forno per eliminare ogni traccia d’umidità interna. Al centro di quel deserto in miniatura piantò un giovane ramoscello di salice, un fuscello esile del peso di appena due chilogrammi. Per evitare che la polvere trasportata dal vento potesse alterare il peso del terreno, coprì il bordo del vaso con una lamina di ferro traforata: solo l’acqua e l’aria avrebbero avuto accesso a quella terra prigioniera. Da quel giorno, per cinque lunghi anni, il compito di Van Helmont si ridusse a un gesto quotidiano, quasi rituale: annaffiare il salice. Nient’altro. Solo acqua piovana o distillata, e una pazienza sconfinata. Il salice, stagione dopo stagione, affondò le radici, allargò le sue fronde, rispose al richiamo della luce e crebbe, diventando un albero robusto e frondoso. Nel 1613 arrivò il momento della verità. Van Helmont estrasse delicatamente l’albero dal vaso, ripulendo le radici da ogni briciolo di terra con cura maniacale. Passò il salice sulla bilancia: pesava ben 76 chilogrammi. In cinque anni, quel piccolo ramoscello aveva guadagnato 74 chili di materia. Poi, l’attenzione si spostò sul vaso. Lo scienziato raccolse tutta la terra, la sottomise allo stesso processo di essiccazione di cinque anni prima e la pesò nuovamente. Se la teoria classica fosse stata corretta, il terreno avrebbe dovuto ridursi drasticamente. Il braccio della bilancia, invece, si mosse appena. La terra aveva perso solo 60 grammi! I numeri parlavano chiaro: quei 74 chilogrammi di legno, corteccia e foglie non provenivano dal suolo. Il dogma millenario si era sbriciolato di fronte a una manciata di grammi mancanti.
Van Helmont, sbalordito dal risultato, formulò l’unica conclusione che all’epoca appariva logica: se la materia dell’albero non arrivava dalla terra, doveva per forza derivare dall’unica cosa che gli era stata somministrata. L’acqua. L’acqua, nel pensiero dello scienziato, si era miracolosamente trasformata in legno solido. Era una conclusione affascinante, ma errata. L’illusione dell’acqua si dissolse definitivamente nel cuore della fotosintesi, dove la luce del sole compie una scelta anatomica straordinaria. Spezzando la molecola d’acqua, la pianta scarta l’ossigeno — il gigante atomico che da solo pesa ben sedici volte più dell’idrogeno — e lo restituisce al cielo sotto forma di respiro per il mondo. Di tutta quella pioggia, l’albero trattiene per sé solo l’idrogeno, una piuma tra gli elementi, per agganciarlo saldamente al carbonio rapito dall’aria. È proprio la nascita di questo legame C-H, una stretta di mano chimica e invisibile, a imprigionare l’energia del sole e a tessere, atomo dopo atomo, l’architettura solida del legno. La natura aveva teso a Van Helmont un ultimo, invisibile tranello. Lo scienziato fiammingo non poteva sapere che l’albero, per cinque anni, non aveva fatto altro che “respirare”. Il vero costruttore del salice era l’elemento che riempiva la stanza ma che nessuno poteva ancora pesare: l’anidride carbonica sospesa nell’aria, catturata foglia dopo foglia per trasformarsi in materia vivente attraverso la luce.
Van Helmont non aveva scoperto la fotosintesi, ma aveva dimostrato un miracolo ancora più grande: che i giganti delle nostre foreste sono, letteralmente, fatti di aria e di sole.
Tutto comincia quindi con un respiro invisibile. Attraverso milioni di minuscole bocche, gli stomi, l’albero setaccia l’atmosfera catturando molecole di anidride carbonica (CO2) di cui si nutre, un gas impalpabile che fluttua intorno a noi. Con la precisione di un alchimista molecolare, la pianta smonta queste particelle invisibili, espelle l’ossigeno per permetterci di respirare e trattiene per sé il carbonio. Quel carbonio, che un istante prima era nulla nel vento, viene incatenato per formare la spina dorsale di tutto ciò che possiamo toccare: la trama ruvida della corteccia, le fibre dense del tronco e la danza leggera delle foglie.
Questa meraviglia non si ferma ai confini del bosco, ma scorre nelle nostre stesse vene. Poiché ogni caloria che consumiamo è nata da questo processo, noi stessi siamo figli del vento e del sole. Ogni atomo di carbonio che oggi compone i nostri muscoli, il nostro cuore o i pensieri nel vostro cervello, non molto tempo fa era gas disperso nell’atmosfera, forse parte di una nuvola o del respiro di qualcun altro. I nostri corpi (non così la nostra coscienza) sono tutti arrangiamenti temporanei di un’aria che ha imparato a cucirsi insieme attraverso la luce. L’albero dunque non succhia la vita dalla terra, ma la danza tra il cielo e il sole. Comprendere questo non sminuisce la bellezza della natura, ma la eleva a un livello di stupore quasi mistico. Come amava ricordare Richard Feynman, guardare un albero sapendo che è fatto di aria non toglie nulla al piacere della vista, ma aggiunge uno strato di meraviglia profonda a una realtà che troppo spesso diamo per scontata: siamo tutti parte di un unico, immenso respiro che la luce ha deciso di rendere solido.
Ma per compiere questo miracolo serve una forza immensa, e l’albero la attinge direttamente dal cosmo. La fotosintesi non è un semplice processo biologico, ma un prodigio della fisica e della chimica dove la luce stessa si trasforma in corpo. Quando la radiazione elettromagnetica del Sole, dopo un viaggio di 150 milioni di chilometri, colpisce la clorofilla, essa “carica” gli elettroni fornendo l’energia necessaria per forgiare i legami che tengono insieme le “particelle” di materia. In quel preciso istante, l’energia pura di una stella viene imprigionata in catene di zucchero e cellulosa.
Sebbene si possa descrivere la fotosintesi a grandi linee come un processo chimico “classico”, l’incredibile efficienza con cui le piante convertono la luce in energia rimane un mistero insolubile senza ricorrere alle leggi della meccanica quantistica. Quando un fotone (una particella di luce) colpisce una foglia, l’energia deve viaggiare attraverso un labirinto di proteine (il complesso antenna) fino a raggiungere il centro di reazione, dove verrà trasformata in energia chimica.
Secondo la fisica classica, questa energia dovrebbe muoversi come una pallina in un flipper: rimbalzando casualmente da una molecola all’altra finché non “trova” la via d’uscita. Ma questo metodo (chiamato random walk) è inefficiente: troppa energia andrebbe persa sotto forma di calore durante i rimbalzi. Invece, la fotosintesi ha un’efficienza vicina al 100%.
La sovrapposizione: prendere tutte le strade insieme
Il segreto sta nel modo in cui l’energia viaggia. Grazie a un fenomeno chiamato coerenza quantistica, l’energia non si comporta come una pallina, ma come un’onda.
Invece di scegliere un percorso alla volta, l’energia entra in uno stato di sovrapposizione: si muove lungo tutti i percorsi possibili contemporaneamente. È come se avessi un labirinto e potessi percorrerne ogni corridoio nello stesso istante: troveresti l’uscita immediatamente, senza mai perderti in un vicolo cieco. Una volta trovata la strada più veloce, l’onda “collassa” e l’energia arriva al centro di reazione con una precisione chirurgica.
Normalmente, i fenomeni quantistici (come la sovrapposizione o l’entanglement) sono fragilissimi e avvengono solo in laboratori a temperature vicine allo zero assoluto (-273°C). Se l’ambiente è “caldo e umido” (come l’interno di una cellula viva), la coerenza quantistica dovrebbe svanire all’istante.
Eppure, le piante hanno trovato il modo di mantenere questa “magia quantistica” a temperatura ambiente. Le proteine che circondano i pigmenti agiscono come una sorta di ammortizzatore, proteggendo la coerenza quantistica quanto basta per permettere all’energia di arrivare a destinazione.
Senza i comportamenti quantistici, le piante sarebbero estremamente inefficienti e la vita sulla Terra come la conosciamo non avrebbe avuto abbastanza energia per evolversi.
Quando guardiamo una foglia al sole, non stiamo solo guardando un sistema biologico, ma il computer quantistico più antico e sofisticato del pianeta.
Un computer quantistico moderno, per funzionare, ha bisogno di temperature vicine allo zero assoluto e di un isolamento totale, perché il minimo “rumore” termico distrugge la coerenza (la capacità di restare in più stati contemporaneamente).
Eppure, una foglia sotto il sole estivo a 30°C riesce a fare quello che i nostri laboratori miliardari faticano a ottenere. Come fa?
Il segreto: Il rumore come alleato!
Mentre nei computer quantistici costruiti dall’uomo il rumore ambientale è il “cattivo” da eliminare, nella fotosintesi la natura ha adottato una strategia opposta. La cellula non cerca di isolarsi dal calore, ma lo usa per “scuotere” il sistema.
Trasporto assistito dal rumore (Noise-assisted transport)
Le proteine che avvolgono i pigmenti della foglia non sono solo contenitori inerti; vibrano continuamente. Queste vibrazioni, che i fisici chiamano fononi, agiscono come un ritmo di tamburo che “spinge” l’energia. Se l’energia quantistica rimanesse bloccata in un vicolo cieco del labirinto molecolare, una vibrazione della proteina le darebbe il “colpetto” giusto necessario per saltare verso la strada giusta.
In fisica, questo si chiama accoppiamento vibronico. La natura non combatte il caos termico; lo ha addomesticato per evitare che l’onda quantistica resti intrappolata.
Non è a caso che ci sia chi studia le foglie per costruire computer quantistici.
Esiste, infatti, un intero campo di ricerca che cerca di “rubare” i segreti delle piante. Scienziati come Seth Lloyd del MIT o Greg Scholes dell’Università di Princeton sono tra i pionieri che studiano come applicare i principi della fotosintesi alla tecnologia dell’informazione quantistica.
Essi lavorano su qubit “robusti”. L’obiettivo è progettare qubit che, invece di rompersi al primo accenno di calore, utilizzino le vibrazioni dell’ambiente circostante per stabilizzarsi, proprio come fanno le proteine nella foglia.
Ne parleremo
Fine prima parte
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