Cui prodest l’attacco terroristico di Bondi Beach?
Dalle falle nella sicurezza alle reali matrici ideologiche degli attentatori, i possibili vantaggi per Israele nel contesto delle proteste di massa australiane contro il genocidio a Gaza e del più ampio scontro tra Occidente, Iran e Asse della Resistenza
Durante l’attentato del 14 dicembre 2025 a Bondi Beach, la manifestazione di Hanukkah si svolgeva nel Bondi Beach Park Playground, un’area molto ampia e affollata, con circa 2.000 partecipanti. L’attacco è avvenuto nel tardo pomeriggio vicino a Campbell Parade. Durante l’attacco terroristico a Bondi Beach il 14 dicembre 2025, le informazioni sul numero esatto di agenti di polizia presenti sono state contrastanti. Le immagini diffuse hanno mostrato gli attentatori agire totalmente indisturbati tanto che a tentare di fermare i terroristi sono stati i civili. Inizialmente, si è parlato di soli due poliziotti nella zona, ma in seguito il numero è stato elevato a 20 agenti.
Gli aggressori, autori dell’attacco terroristico avvenuto a Bondi Beach in Australia contro la comunità ebraica che ha causato la morte di almeno 15 persone e il ferimento di oltre 40, sono stati identificati come padre Sajid (50 anni) e figlio Naveed Akramdi di 24 anni. Gli attentatori avevano legami con l’ISIS. Sajid è stato ucciso sul posto, mentre Naveed è stato arrestato e accusato di numerosi reati, tra cui terrorismo. I media hanno tentato di attribuire la colpa a Hezbollah, Hamas e in ultima istanza all’Iran, attribuendo l’atto terroristico come legato all’Asse della Resistenza. Tuttavia, le informazioni disponibili mettono in evidenza l’appartenenza del figlio, il tiratore, ad un’istituzione salafita wahabita [1], per definizione ostile all’Iran e all’intero Asse della Resistenza. I legami con l’ISIS sono emersi da diverse prove, tra cui la bandiera dello Stato Islamico trovata nel veicolo di Naveed Akram, e alcune comunicazioni intercettate che indicavano un sostegno ideologico al gruppo. Inoltre, le autorità hanno riscontrato che gli attentatori avevano contatti con cellule estremiste durante i loro viaggi, ad esempio nelle Filippine.
L’ideologia wahabita e salafita, rappresentata da gruppi come l’ISIS e Al-Qaida, considera tradizionalmente gli sciiti non musulmani quali nemici, e perciò degni di morte.
Queste organizzazioni sono storicamente associate ad agenzie di intelligence occidentali [1] e i loro obiettivi primari di odio sono sempre stati la Resistenza e l’Iran, piuttosto che gli israeliani. Il wahabismo, un tempo una dottrina oscura confinata ad alcune aree della penisola arabica, è stato diffuso a livello globale grazie alle immense ricchezze di petrolio e gas dell’Arabia Saudita e, in senso più ampio, del Golfo Persico, con il sostegno attivo dell’Occidente. L’Occidente ha sfruttato questa ideologia contro numerosi avversari, tra cui l’Unione Sovietica in Afghanistan, l’Iran, la Russia, la Libia e la Siria [1]. Quando si verificano attacchi come quello in Australia, è evidente che non possono avere nulla a che fare con l’Iran, il quale non è solito commettere atti di questo genere. Al contrario, gli Stati Uniti e l’Occidente hanno utilizzato questi gruppi per compiere attentati mirati in Iran, come i due grandi attacchi a Shiraz (2022) contro una struttura religiosa e l’attentato kamikaze, ancora più grave, a Kerman (2020), che ha ucciso un numero elevato di persone nel corso di una commemorazione per il generale Qassem Soleimani. Il sostegno finanziario a questi gruppi estremisti proviene dalla ricchezza di gas e petrolio della regione del Golfo Persico, in collaborazione con le agenzie di intelligence occidentali.
L’ipotesi di un coinvolgimento profondo delle agenzie di intelligence, sia regionali che occidentali e israeliane, solleva interrogativi cruciali riguardo all’attacco australiano.
L’unico regime che trarrebbe beneficio da un crimine simile è paradossalmente quello israeliano, specialmente considerando le grandi proteste anti-israeliane e contro il genocidio che si sono viste in Australia.
Dopo l’attentato a Bondi Beach, il primo ministro israeliano Netanyahu ha accusato l’Australia di alimentare l’antisemitismo con la sua politica di riconoscimento dello Stato di Palestina, sollecitando misure più severe contro l’odio antisemita. Il premier australiano Albanese ha respinto queste accuse, ribadendo l’impegno dell’Australia contro l’antisemitismo e a favore di una soluzione a due stati, evidenziando così le tensioni tra i due paesi.
Netanyahu dal canto suo vive un periodo assai travagliato dal punto di vista dei suoi guai giudiziari e della tenuta del suo governo [2].

Nel 2025, in Australia si sono svolte numerose manifestazioni contro il conflitto a Gaza, con decine di migliaia di partecipanti in città come Sydney, Melbourne e Brisbane. La manifestazione più significativa è avvenuta il 3 agosto sul Sydney Harbour Bridge, con oltre 300.000 partecipanti, una manifestazione che è stata autorizzata 24 ore prima, solo grazie al pronunciamento favorevole della Corte Suprema. Un’altra grande protesta si è tenuta il 31 agosto, coinvolgendo oltre 100.000 persone in varie città australiane. Queste manifestazioni hanno avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e sulla politica australiana riguardo alla questione palestinese.
L’obiettivo di fondo potrebbe anche essere quello di peggiorare la situazione per gli ebrei della diaspora, spingendoli a migrare in Israele in nome della sicurezza. Questo scenario ha un precedente storico nel mondo arabo. Prima del 1948, circa 800.000 ebrei vivevano integrati e prosperi in paesi come l’Iraq, il Libano, la Siria e l’Iran dove la convivenza era una realtà quotidiana fino all’avvento del sionismo. Tuttavia, nel 1950, anno in cui entrerà in vigore La Legge del Ritorno, dopo che pochi ebrei iracheni si erano registrati per lasciare il paese, una serie di attentati dinamitardi a Baghdad costrinse la maggioranza della comunità all’esodo. È stato accertato che un fervente avvocato attivista sionista, Joseph Ibrahim Basri, seguendo gli ordini di un ufficiale dell’intelligence israeliana, fu responsabile di tre di questi cinque attentati che causarono infine la sua condanna a morte. L’Iran non è mai stato anti-ebraico quanto piuttosto antisionista. Il regime israeliano, in particolare sotto Netanyahu, è il vero antisemita, poiché il primo ministro, di origine polacca, afferma che le azioni del regime genocida rappresentano l’ebraismo, accusando milioni di ebrei che si oppongono alla guerra. L’Iran, al contrario, ha garantito rappresentanza parlamentare alle minoranze ebraiche, zoroastriane e cristiane sin dalla rivoluzione. Gli ebrei vivono in piena sicurezza in Iran, frequentano sinagoghe e gestiscono ristoranti kosher senza necessità di protezione poliziesca, In Iran, la comunità ebraica è una delle più antiche al mondo, con ristoranti kosher soprattutto a Teheran. Nella capitale, ci sono circa quattro o cinque ristoranti kosher che offrono piatti tradizionali iraniani secondo le leggi alimentari ebraiche. Oltre ai ristoranti, la comunità dispone anche di sinagoghe, scuole, un ospedale ebraico e una biblioteca ricca di libri, una situazione che contrasta drammaticamente non solo con la condizione dei palestinesi in Israele ma anche dei cristiani in Palestina, costantemente attaccati e insultati. Il ruolo dei gruppi estremisti è centrale anche nelle crisi regionali, come in Siria e Afghanistan. L’alleanza tra Turchia, Qatar, americani e israeliani ha contribuito a distruggere la Siria e a promuoverne la balcanizzazione attraverso il sostegno a militanti Takfiri. La guerra sporca in Siria è stata apertamente promossa su richiesta degli Stati Uniti e a beneficio del regime israeliano. Allo stesso modo, l’Afghanistan è stato destabilizzato dall’ISIS e da Al-Qaeda per più di vent’anni. L’Iran e i paesi vicini (come Russia, Cina e Pakistan) sono ora uniti per affrontare questa minaccia, specialmente perché questi gruppi estremisti rappresentano un serio problema di sicurezza per l’Iran, dove vivono milioni di afghani. È significativo notare come le radici di questo estremismo risalgano al finanziamento statunitense e saudita di gruppi Takfiri in Afghanistan sotto l’amministrazione Carter, con i primi libri di testo estremisti prodotti negli Stati Uniti.
Sul piano globale, la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, che continua a inquadrare i conflitti come scontri tra “democrazie” e “autocrazie”, rivela implicitamente un riconoscimento del declino americano, una narrazione a giustificazione della riaffermazione dell’egemonia perduta, in realtà un regime che commette genocidi e sostiene i neonazisti. Sebbene gli Stati Uniti di Trump affermino di mirare a preservare l’egemonia in modo più economico-commerciale, non stanno chiudendo basi militari né riducendo la spesa militare, indicando una probabile incapacità di attuare tale strategia di disimpegno militare. Piuttosto gli Stati Uniti stanno costruendo nuove basi in Siria, a Gaza ed altrove nel mondo [3].
La debolezza è visibile anche in Ucraina, dove la Russia sta vincendo la guerra, ponendo gli Stati Uniti e soprattutto l’Europa in una situazione catastrofica. In questo contesto di cambiamenti geopolitici, l’Europa è sempre più irrilevante e subordinata agli Stati Uniti.
L’Iran ha cessato i negoziati sul programma nucleare con gli europei, isolandoli ulteriormente. La situazione in Europa e all’interno della NATO e dell’UE è incerta, e si prevede un peggioramento drastico nei prossimi mesi. Per quanto riguarda il Caucaso meridionale, una Russia forte è nell’interesse dell’Iran per contenere l’espansione della NATO, che avrebbe potuto includere oltre all’Ucraina paesi come la Georgia, l’Armenia e l’Azerbaijan. L’Iran è fermamente determinato a preservare i confini dell’Armenia e il proprio accesso al paese, arrivando a schierare truppe al confine. Allo stesso tempo, l’Iran sta sviluppando il corridoio di trasporto Nord-Sud, che aumenterà enormemente il commercio, collegando la Bielorussia alla regione del Golfo Persico. Il regime israeliano, privo di limiti morali e in violazione costante del diritto internazionale, impegnato in un genocidio a Gaza, continua il massacro quotidiano di adulti e bambini e impedisce l’arrivo di aiuti umanitari essenziali. Il regime ha anche espanso la sua presenza in Siria approfittando della situazione creata dai gruppi Takfiri e non rispetta impegni come l’accordo sull’acqua desalinizzata con la Giordania. Il sionismo è un’ideologia di suprematismo che non considera gli altri come esseri umani con pari diritti, mentre giustifica il furto di terra e risorse a suo esclusivo vantaggio. Finché il regime israeliano continuerà ad esistere, non ci potrà essere pace in Asia occidentale.
[1] Il wahhabismo salafita è un movimento religioso all’interno dell’Islam che unisce le dottrine del wahhabismo, nato in Arabia Saudita nel XVIII secolo, con quelle del salafismo, che mira a tornare alle pratiche pure dei primi musulmani. In pratica, questo movimento promuove una rigorosa interpretazione del Corano e della Sunna, rifiutando innovazioni e interpretazioni successive. Ha avuto un impatto significativo sulla società saudita e ha influenzato anche movimenti jihadisti in diverse parti del mondo.
L’idea di tornare alle origini dell’Islam e l’interpretazione letterale delle scritture hanno influenzato la dottrina di gruppi come al-Qaeda, ISIS, Al-Nusra e Boko Haram. Queste organizzazioni spesso adottano una versione radicale e violenta di queste dottrine, giustificando azioni estremiste con una lettura molto rigorosa e spesso distorta dei testi sacri.
Il Wahhabismo Salafita e il Sostegno degli Alleati Occidentali: L’ala estremista dell’Islam, il wahhabismo, è, infatti, l’ideologia di molti gruppi terroristi. Il sostegno saudita e, più in generale, delle monarchie del Golfo (come il Qatar), è stato cruciale nelle operazioni condotte in collaborazione con l’intelligence occidentale:
Finanziamento delle Operazioni Coperte: L’Arabia Saudita (spesso insieme al Qatar) ha fornito armi e miliardi di dollari per operazioni coperte dirette dalla CIA, come l’operazione in Siria denominata “Timber Sycamore“, un’operazione coperta (segreta) lanciata e diretta dagli Stati Uniti, specificamente dalla CIA, con l’obiettivo di armare e addestrare i ribelli in Siria. L’operazione fu autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013. La CIA fu incaricata di dirigerla. Essa fu finanziata principalmente dall’Arabia Saudita. La CIA, in una base in Giordania e in una in Qatar, entrambe finanziate principalmente dall’Arabia Saudita, dirigeva l’addestramento dei “ribelli”. Il sostegno armato andò anche a “gruppi radicali come al Qaeda”. La fornitura di armi per questa operazione (e per operazioni precedenti in Siria) includeva fucili d’assalto AK-47, milioni di proiettili e missili anticarro.
“Timber Sycamore” si inserisce in una lunga storia di operazioni coperte tra i servizi segreti di Stati Uniti e Arabia Saudita. L’obiettivo strategico più ampio era quello di sostenere le forze di opposizione per stabilire un “principato salafita nella Siria orientale” al fine di isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran).
Gli Stati Uniti sono riluttanti a criticare l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani, il trattamento delle donne e il sostegno all’ala estremista dell’Islam, il wahabismo, che ispira molti gruppi terroristi a causa di una lunga relazione tra i servizi segreti degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita. La fondazione di Al Qaeda da parte di Osama bin Laden è direttamente legata all’uso strumentale di combattenti islamici da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati a cominciare dalla Guerra in Afghanistan (Anni ’80) in cui Osama bin Laden, fondatore di Al Qaeda (La Base), era sostenuto e armato dagli Stati Uniti in funzione antisovietica. L’operazione segreta, iniziata prima dell’invasione sovietica del 1979, era intesa ad “attirare i russi nella trappola afghana”.
La CIA, con i finanziamenti dell’Arabia Saudita, addestrò in Pakistan e Afghanistan oltre 100.000 mujaidin, reclutati anche in diversi paesi arabi. Dopo il ritiro sovietico, bin Laden si oppose alla presenza di truppe statunitensi nella penisola arabica e si dichiarò nemico degli Stati Uniti, accusandoli di occupare le terre dell’Islam.
Nello scenario siriano, gli attori occidentali e del Golfo hanno continuato a finanziare gruppi, inclusi “gruppi radicali come al Qaeda” (in riferimento ad affiliazioni come Al-Nusra), nell’ambito delle operazioni coperte in Siria.
Lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), spesso chiamato anche Daesh, è stato funzionale a strategie geopolitiche Usa/Nato di demolizione degli Stati attraverso la guerra coperta.
I primi nuclei del futuro ISIS si formarono quando, per rovesciare Gheddafi nel 2011, la NATO finanzia e arma gruppi islamici fino a poco prima definiti terroristi. Dopo aver contribuito a rovesciare Gheddafi, molti militanti, inclusi quelli che avrebbero formato l’ISIS, passarono in Siria per combattere il governo di Assad. L’ISIS ha costruito gran parte della sua forza in Siria, ricevendo armi e vie di transito da alleati chiave degli Stati Uniti: Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia e Giordania. L’offensiva dell’ISIS in Iraq nel 2014 è stata funzionale alla strategia USA/NATO nel momento in cui il governo iracheno si stava distanziando dagli Usa avvicinandosi a Pechino e a Mosca. L’azione ha permesso agli Stati Uniti di rilanciare la strategia di controllo dell’Iraq, mirando al suo smembramento (“balcanizzazione”) in regioni semi-autonome (curda, sunnita e sciita).
Alcuni capi dell’ISIS sono stati documentati in contatto con figure politiche occidentali. Ad esempio, Ibrahim al-Badri (il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi) è stato incontrato dal senatore statunitense John McCain in Siria nel maggio 2013.
I gruppi terroristici sono stati funzionali a creare una “strategia del terrore” attraverso attacchi mirati (come a Bruxelles o Parigi) che generano una vasta opinione pubblica favorevole a interventi armati sotto comando USA/NATO per eliminare la minaccia.
[2] La Corte Penale Internazionale ha rigettato il ricorso di Israele, confermando i mandati di arresto internazionale per crimini di guerra nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. In Israele, N., è accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio in tre casi distinti. Il processo è ripreso a dicembre 2025, con una richiesta di grazia al Presidente Herzog, quello che firmava le ogive (vedi foto) dirette sulla testa dei bambini palestinesi e delle loro famiglie… In passato aveva escluso di chiederla, perché sarebbe stata una ammissione di colpevolezza. Si tratta in pratica di una strategia di ricatto politico che afferma che senza di lui il caos prenderebbe il sopravvento nel paese. Noi ricordiamo che l’ex Presidente USA Donald Trump era stato il primo, a metà novembre, a chiedere a Herzog di concedergli la grazia. All’interno, Netanyahu ha, infatti, a che fare con i casi 1000 , 2000 e 4000. Per il caso 1000, i regali ricevuti da Netanyahu da Arnon Milchan e James Packer ammontano a centinaia di migliaia di shekel. Per il caso 2000, la questione della copertura mediatica di cui si discute nel dibattimento giudiziario riguarda l’idea che Netanyahu potesse ottenere un trattamento più favorevole da parte di Yedioth Ahronoth in cambio di un indebolimento di Israel Hayom, che era il quotidiano concorrente e fortemente vicino a Netanyahu. In sostanza, una sorta di patto in cui l’editore avrebbe ottenuto una legislazione più favorevole alla crescita di Israel Hayom.Per il caso 4000, lo scambio di favori sotto accusa consiste nel fatto che Netanyahu avrebbe favorito Bezeq tramite regolamentazioni più vantaggiose, e in cambio Bezeq avrebbe fornito una copertura positiva sul sito di notizie Walla!. In altre parole, le politiche e le decisioni di governo avrebbero avvantaggiato l’azienda di telecomunicazioni, mentre Walla! avrebbe offerto una copertura favorevole e più positiva nei confronti di Netanyahu.
A provocare, in questo periodo, ulteriori grossi mal di pancia a N. sono gli ultra-ortodossi (Haredim) che godono dell’esenzione dalla leva. Essi causano indignazione in gran parte degli israeliani. La Corte Suprema aveva ingiunto al governo di riformare la legge, ma la bozza attuale lascia le cose come stanno, suscitando rivolta anche all’interno del partito Likud di Netanyahu. La riforma di questa legge potrebbe, infatti, far uscire i partiti ultra-ortodossi dalla maggioranza, causandone la caduta.
C’è poi la riforma proposta dal Ministro della Giustizia Yariv Levin che mira a spostare la nomina dei giudici sotto il diretto controllo della politica, scatenando uno scontro violento con la magistratura e la Corte Suprema. Questa riforma ha scatenato un conflitto estremamente aspro con la magistratura e la Corte Suprema. Se la Corte dovesse pronunciarsi contro la proposta, il giudizio potrebbe tradursi in un complessivo giudizio di incostituzionalità del governo.
Va infine aggiunta l’interessante conflitto tra il Ministro della Difesa Israel Katz e il Capo di Stato Maggiore (Comandante dell’esercito) Eyal Zamir. La politica ha cercato di scaricare la responsabilità dei fallimenti militari del 7 ottobre sulle forze di sicurezza (IDF, Shin Bet). In risposta, Zamir sta portando avanti un’importantissima inchiesta sui fallimenti del 7 ottobre, che coinvolge i rapporti tra militari e politici e da cui rischia di emergere qualche verità sul 7 ottobre (l’11 settembre del Medioriente). Poiché ogni volta che Netanyahu si è trovato in momenti assai delicati per la sostenibilità della sua maggioranza politica e sotto offensiva giudiziaria, si è assistito ad una recrudescenza delle aggressioni esterne, ci si può aspettare un ulteriore pesante attacco di Israele al Libano con attacchi contro i civili libanesi e contro Hezbollah e se le cose per lui dovessero mettersi assai male anche un secondo attacco all’Iran potrebbe pensarlo come salvifico e chissà cos’altro..
[3] Gli Stati Uniti stanno ampliando o costruendo nuove basi militari in diverse parti del mondo. In Europa, ad esempio, in Romania sta ampliando la base di Mihail Kogălniceanu e in Albania la base di Kuçovë. In Medio Oriente, c’è una nuova base in Siria vicino all’autostrada Baghdad-Damasco, e in Arabia Saudita è stata ampliata la base di Prince Sultan. In Asia, il Giappone e la Corea del Sud stanno anch’essi ampliando le loro basi, come quella di Misawa e Kunsan, per rafforzare la presenza militare globale. Al momento, gli Stati Uniti stanno pianificando la costruzione di una grande base militare lungo il confine tra Israele e Gaza, con un investimento di circa 500 milioni di dollari. Questa base ospiterà migliaia di soldati americani.
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