La “ricostruzione” di Gaza. Meloni passa all’incasso
La politica apertamente collaborazionista e filo sionista del governo italiano dà i suoi frutti grondanti di sangue palestinese
La ricostruzione di una Gaza miliardaria, per tutti fuorché per i suoi abitanti, è stimata da Washington e dalle Nazioni Unite tra i 50 e i 70 miliardi di dollari. L’Italia punta a un ruolo centrale nella ricostruzione.
Il governo italiano passa all’incasso dopo aver collaborato alla distruzione di Gaza e dei suoi abitanti, ridotta ad un vero e proprio campo di sterminio a cielo aperto, con regolare commercio di armi, bombe, addestramenti secondo i dettami della legge di cooperazione militare che ci lega da un ventennio a Israele (vedi Da vent’anni li aiutiamo a compiere i peggiori crimini https://www.francescocappello.com/2024/11/09/italia-complice-di-genocidio/) [1] malgrado il genocidio in corso riconosciuto dall’ONU e le ordinanze del tribunale internazionale dell’ONU che ha chiesto l’interruzione di qualsiasi forma di collaborazione con Israele.
Per il premier Meloni: “L’Italia è pronta a fare la sua parte per la stabilizzazione dell’area e per la ricostruzione della Striscia di Gaza, non appena ci saranno le condizioni.”
“Siamo pronti a partecipare agli sforzi di ricostruzione a Gaza, in particolare per quanto riguarda le infrastrutture sanitarie.”
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato a più riprese:
“Parteciperemo sicuramente alla ricostruzione e spero anche che ci sarà una missione militare per garantire l’unità e la riunificazione della Palestina”
“Abbiamo già i nostri Carabinieri lì.”
“Ma sono convinto che parteciperemo anche alla governance del cambiamento, rendendo l’Italia un attore principale.”
“Faremo la nostra parte, a partire dall’aiuto che continueremo a inviare e continueremo ad aiutare bambini e studenti”.
e ancora che l’Italia intende essere “un attore principale” nella ricostruzione di Gaza e che il Paese “parteciperà sicuramente” alle attività di ricostruzione, sottolineando che l’Italia dispone di imprese con esperienza in contesti di aree devastate.
Dopo la firma dell’accordo del 10 ottobre, Piazza Affari ha reagito con un rialzo dei titoli legati a costruzioni, infrastrutture e cemento, inequivocabile segnale di dolce attesa e speranza di grande coinvolgimento delle aziende del settore.
Tra le prime operazioni figura la rimozione di milioni di tonnellate di macerie miste a poveri resti umani, cui seguiranno i progetti infrastrutturali e sanitari avviati da Oms e Banca Mondiale.
La Banca Mondiale ha riconosciuto la zona della Striscia di Gaza come area “special conflict-affected state”, condizione che dovrebbe snellire la partecipazione delle imprese ai bandi multilaterali relativi alla ricostruzione del territorio. L’OMS ha pubblicato bandi destinati a forniture di apparecchiature mediche per gli ospedali palestinesi rasi al suolo. Il nuovo piano di appalti della Banca Mondiale per la regione West Bank & Gaza include numerose gare: sono previste attività nell’ambito di infrastrutture sanitarie, sistemi informativi, forniture di attrezzature e programmi di formazione tecnica. Ad esempio, sono citate gare per la riabilitazione di ospedali nella Striscia di Gaza, l’installazione di impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo, la digitalizzazione del sistema sanitario e la fornitura di apparecchi diagnostici.
Le imprese europee, e in particolare quelle italiane di bocca buona, godranno di corsie preferenziali. Colossi come Webuild, Ansaldo Energia, Saipem, Maire, insieme a Prysmian (cavi e reti elettriche) e Buzzi Unicem e Cementir (per i materiali da costruzione), Maire Tecnimont (e società del gruppo) – ingegneria e costruzione impiantistica, ENI, Italferr, altre società di servizi energetici integrati e infrastrutture ferroviarie/trasporto, sono in prima linea per partecipare alla spartizione della torta.
Lo scorso 20-21 ottobre si è già mobilitata una missione tecnica italiana (Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo, Cassa Depositi e Prestiti, Dipartimento Protezione Civile). La visita a Gerusalemme e Ramallah per incontri con la Palestinian National Authority e organismi internazionali, ha avviato il ruolo italiano nella fase politica, tecnica e finanziaria finalizzata alla ricostruzione.
Ricordiamo qui di seguito i punti essenziali del piano dei pacificatori
Il piano di Trump per trasformare Gaza in una lussuosa “Riviera del Medioriente”.
Il piano si attuerebbe in tre fasi:
Prima fase: Cessate il fuoco, disarmo Hamas [2], scambio di prigionieri.
Seconda fase: Soluzione più duratura, ricostruzione, ripristino dei servizi umanitari.
Terza fase: Situazione stabile con istituzioni palestinesi.
Secondo il WSJ, gli Stati Uniti e Israele prevedono la suddivisione della Striscia di Gaza in due aree distinte: una sotto controllo israeliano e l’altra formalmente amministrata da Hamas, in attesa del suo eventuale “disarmo”. La notizia è stata resa pubblica in Israele durante una conferenza stampa congiunta del vicepresidente statunitense Vance e di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Il piano contempla l’avvio immediato della cosiddetta “ricostruzione” nella parte gestita da Israele, in linea con l’idea promossa da Trump di trasformare Gaza in una sorta di “Riviera del Medio Oriente” di lusso. La sezione destinata ai palestinesi, pur restando formalmente separata, rimarrebbe sotto il controllo effettivo israeliano e continuerebbe a versare in condizioni di devastazione e privazioni, perpetuando la situazione di violenza e oppressione in cui vive la popolazione (vedi Pangea Grandangolo).
“Gaza sarà governata da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici. Questo comitato sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione e il controllo di un nuovo organismo internazionale di transizione: il Consiglio di pace, che sarà guidato e presieduto dal presidente Donald J. Trump con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair.” (vedi Pangea Grandangolo)
“Gli Stati Uniti collaboreranno con i partner arabi e internazionali per costituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (I.S.F.) da dispiegare immediata mente a Gaza. La I.S.F. addestrerà e sosterrà forze di polizia palestinese accuratamente selezionate (n.d.a. vengono in mente i kapò di Primo Levi). Le Forze di Difesa Israeliane cederanno progressivamente il territorio di Gaza alla Forza Internazionale di Stabilizzazione, fatta eccezione per una presenza di sicurezza perimetrale che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica.” (vedi Pangea Grandangolo)
“Verrà elaborato un piano di sviluppo economico di Trump per ricostruire e rilanciare Gaza, convocando un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle fiorenti città moderne del Medio Oriente. Molte ponderate proposte di investimento ed entusiasmanti idee di sviluppo sono state elaborate da gruppi internazionali ben intenzionati e saranno prese in considerazione per sintetizzare i quadri di sicurezza e governance al fine di attrarre e facilitare questi investimenti. Sarà istituita una zona economica speciale con tariffe preferenziali e tassi di accesso da negoziare con i paesi partecipanti.” (vedi Pangea Grandangolo)
La Cisgiordania come Gaza
Le zone della Cisgiordania ancora sotto il controllo diretto dell’Autorità Palestinese risultano oggi sempre più limitate e frammentate. Gran parte del territorio è di fatto sotto il dominio israeliano, che continua a espandere la propria presenza attraverso nuovi insediamenti. Si registra un’intensificazione delle operazioni militari israeliane contro la popolazione palestinese, con episodi di distruzione di abitazioni e frequenti rastrellamenti. Gruppi di coloni israeliani, sostenuti e armati dall’esercito, compiono aggressioni contro i palestinesi, incendiando proprietà e perpetrando violenze mortali.
Ricordiamo anche che l’accordo non è stato discusso con i palestinesi; è stato negoziato con gli stati arabi e Israele, e poi consegnato ai palestinesi con l’idea di “prendere o lasciare”.
[1] Più di 1100 ricercatori e accademici hanno unito le loro voci in una lettera indirizzata al ministero degli Affari Esteri, esortando l’Italia a interrompere l’accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica con Israele. La cornice di riferimento dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele è la legge 94 del 2005 anche se essa non viene citata dai redattori della lettera.
La motivazione di questa richiesta risiede nella preoccupazione che gli attuali finanziamenti previsti da tale accordo possano essere utilizzati per sviluppare tecnologie con impieghi duali, cioè sia civili che militari, e che ciò possa violare il diritto internazionale e umanitario oltre all’obbligo, sancito dalla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio, per i membri dell’ONU di prevenire genocidi. Suggeriscono quindi, considerando l’indagine in corso della Corte penale internazionale di Giustizia dell’ONU in merito alle accuse di genocidio avanzate dal Sudafrica da parte di Israele a danno dei palestinesi e la prima ordinanza cautelare già emessa che la collaborazione con Israele potrebbe rendere l’Italia complice di crimini di guerra,
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