L’intreccio tra i file di Jeffrey Epstein e la politica italiana del 2018, quella europea, le università e i centri di ricerca. “Designer Babies” (bambini su misura). Riconoscimento facciale e Crypto
Nelle recenti rivelazioni giudiziarie depositate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 , in relazione al coinvolgimento italiano (vedi nota [*]), al centro della trama si trova Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, che nei messaggi scambiati con Epstein descriveva l’Italia come il laboratorio perfetto per il suo esperimento di “populismo globale”.
La strategia politica e i finanziamenti a “The Movement”
Secondo quanto riportato da testate come The Guardian e Il Fatto Quotidiano, il nome di Matteo Salvini appare circa 96 volte nelle corrispondenze tra Bannon ed Epstein. Bannon si presentava al finanziere come il regista dietro la formazione del governo Lega-M5S (il Conte I), vantandosi di aver facilitato l’unione tra le due forze per scardinare l’establishment dell’Unione Europea.
Le email mostrano che Bannon cercava attivamente il sostegno economico di Epstein per finanziare The Movement, la sua fondazione con sede a Bruxelles.
In un messaggio del marzo 2019, Bannon scriveva esplicitamente di essere “concentrato sulla raccolta fondi per Le Pen e Salvini” affinché potessero presentare liste complete alle elezioni europee. La Lega ha liquidato queste speculazioni come “infondate”. Riccardo Magi (+Europa) e le opposizioni italiane hanno chiesto chiarezza su queste promesse di finanziamento, ipotizzando che la macchina comunicativa della “Bestia” [1] potesse aver beneficiato di risorse mediate da Bannon.
L’offensiva contro il Vaticano: “Abbattere Francesco”
Un aspetto particolarmente denso delle rivelazioni, analizzato da CNN e National Catholic Reporter nel febbraio 2026, riguarda il tentativo di Bannon di utilizzare Epstein per destabilizzare il pontificato di Papa Francesco.
Bannon vedeva nel Papa un avversario ideologico alla sua visione sovranista e nazionalista. In una mail del giugno 2019, Bannon dichiarava apertamente l’intento di “abbattere Francesco”, proponendo a Epstein di agire come produttore esecutivo per un documentario basato sul libro Sodoma di Frédéric Martel, volto a esporre presunte ipocrisie del clero. Epstein rispose con una nota inquietante citando il Paradiso perduto di Milton: “Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso”. Il Vaticano ha mantenuto una linea di prudente silenzio ufficiale, ma fonti interne alla Santa Sede, citate da Avvenire, hanno espresso profonda inquietudine per come settori del conservatorismo americano abbiano cercato di strumentalizzare figure criminali per colpire il vertice della Chiesa.
Il ruolo tecnico di Vincenzo Iozzo e le criptovalute
Figura chiave sul fronte tecnico è l’italiano Vincenzo Iozzo, ricercatore di cybersicurezza citato in documenti dell’FBI del 2014 e analizzati recentemente da TechCrunch secondo cui Iozzo appariva come un consulente strategico per Epstein su temi come la blockchain e le valute digitali (vedi nota[2]). In uno scambio di messaggi, Iozzo proponeva l’idea provocatoria che piccoli stati sovrani o città-stato, citando esplicitamente il Vaticano o Monaco, potessero fungere da “terreni fertili” per l’emissione di criptovalute indipendenti. L’obiettivo era creare un’infrastruttura finanziaria parallela e difficilmente tracciabile.
A seguito della pubblicazione di questi file nel 2026, Iozzo è stato rimosso dai comitati scientifici di prestigiose conferenze hacker come Black Hat e DEF CON, nonostante abbia ribadito che i suoi contatti con Epstein fossero limitati a una consulenza professionale sul potenziale tecnologico delle valute digitali.
La dimensione delle interferenze
Il quadro complessivo mostra un tentativo sistematico di influenzare la sovranità democratica italiana attraverso triangolazioni finanziarie e strategie di comunicazione dirette da Bannon con il potenziale avallo economico di Epstein.
L’impatto di queste rivelazioni in Italia dovrebbe alimentare il dibattito sul rischio di condizionamenti esterni legati a circuiti di potere opachi.
L’Italia non era l’unico obiettivo della strategia di Steve Bannon, il quale cercava di convogliare le risorse finanziarie di Jeffrey Epstein verso l’intera galassia della destra sovranista europea. Secondo le inchieste pubblicate da The Guardian e Associated Press nel febbraio 2026, Bannon operava come un vero e proprio mediatore tra il finanziere e i leader di partiti come il Rassemblement National in Francia e l’Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, descrivendo questi movimenti a Epstein come strumenti per una “rivoluzione tribale” contro le élite globaliste.
In Francia, le comunicazioni intercettate mostrano un Bannon particolarmente attivo nel perorare la causa di Marine Le Pen. In un messaggio datato marzo 2019, lo stratega confidava a Epstein di essere impegnato a raccogliere fondi specifici affinché Le Pen potesse presentare liste complete per le elezioni europee, definendo la leader francese e Matteo Salvini come i due pilastri della sua operazione. Queste rivelazioni hanno scatenato durissime reazioni politiche a Parigi, dove il partito La France Insoumise ha presentato una richiesta formale per un’inchiesta parlamentare volta a verificare se dietro l’ascesa del sovranismo francese vi fossero capitali legati alla rete criminale di Epstein.
Parallelamente, i documenti gettano ombre anche sul Regno Unito e sul fronte della Brexit. Mail scambiate nel luglio 2018 indicano che Epstein aveva accesso a dettagliati briefing interni riguardanti Nigel Farage e altri esponenti di spicco del fronte euroscettico britannico. Bannon aggiornava regolarmente Epstein sui suoi incontri con Farage e con esponenti dell’ala dura del Partito Conservatore, suggerendo che il network del finanziere seguisse con estremo interesse le manovre per destabilizzare il governo di Theresa May. Come ormai noto, oltre alle figure politiche, i file hanno colpito duramente la monarchia britannica: nel febbraio 2026, l’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor (l’ex principe Andrea) ha segnato il culmine di una crisi istituzionale alimentata da nuove prove di uno scambio di report commerciali riservati tra il reale e lo stesso Epstein risalenti al 2010.
L’onda d’urto si è propagata fino all’Europa dell’Est, portando alle dimissioni di figure istituzionali di rilievo. In Slovacchia, Miroslav Lajčák, consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Robert Fico, è stato costretto a lasciare l’incarico nel gennaio 2026 dopo che i file avevano rivelato contatti e inviti a cena con Epstein nel 2018. Sebbene Lajčák non sia stato accusato di reati specifici, la pubblicazione di foto e messaggi che lo ritraevano insieme a Epstein e Bannon ha reso la sua posizione politicamente insostenibile. Questo schema di relazioni, che coinvolgeva anche contatti in Polonia, Lituania e Ungheria (con riferimenti specifici all’entourage di Viktor Orbán), suggerisce che Epstein venisse utilizzato da Bannon come un “socio silente” per costruire un’infrastruttura di potere transatlantica capace di influenzare le nomine e le politiche dei governi europei più sensibili alle istanze nazionaliste.
Figure della sinistra italiana
In Italia, il nome che ha suscitato più scalpore nelle recenti cronache di febbraio 2026 è quello di Nicola Caputo, attuale assessore della Regione Campania ed ex eurodeputato del Partito Democratico. Il suo nome è stato incluso in una lista di sei personalità “ricche e potenti” che il Dipartimento di Giustizia USA avrebbe inizialmente cercato di oscurare, secondo le denunce dei deputati americani Ro Khanna e Thomas Massie riportate da Sky TG24. Caputo ha reagito con forza a queste notizie, parlando di un possibile scambio di persona o di un “linciaggio mediatico”, sottolineando che nel 2009 (periodo a cui si riferirebbero alcuni documenti) era solo un consigliere regionale senza contatti internazionali di tale portata.
Parallelamente, il Partito Democratico ha assunto una posizione di attacco istituzionale: il gruppo parlamentare del PD ha presentato interrogazioni urgenti al Governo italiano per chiedere massima trasparenza sulla pubblicazione dei file, cercando di fare luce su eventuali condizionamenti della politica nazionale, pur trovandosi a dover gestire l’imbarazzo per le menzioni individuali emerse nei documenti [*].
Il terremoto nel Labour britannico
A livello europeo, il coinvolgimento più profondo riguarda il Regno Unito. Come riportato da The Good Lobby e BBC, Peter Mandelson, figura chiave del New Labour e stretto alleato di Tony Blair, è finito sotto indagine per “misconduct in public office”. I documenti del 2026 rivelano che i suoi legami con Epstein erano molto più strutturati di una semplice conoscenza: si parla di consulenze e di un ruolo di intermediazione per favorire la nomina di Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti.
Anche lo stesso Tony Blair viene citato più volte nei file. Sebbene non siano per ora emerse prove di illeciti penali, i registri mostrano contatti e incontri che hanno messo in seria difficoltà l’attuale leadership di Keir Starmer, costretto a gestire una crisi d’immagine interna al partito mentre le opposizioni chiedono chiarimenti sui viaggi e sui finanziamenti legati all’area laburista dell’epoca.
Figure internazionali e progressisti americani
Il coinvolgimento della sinistra si estende storicamente e documentalmente alla figura di Bill Clinton. I nuovi file includono fotografie inedite del 2025/2026 che ritraggono l’ex presidente in contesti privati legati alle proprietà di Epstein, inclusi viaggi in Marocco. Secondo Il Fatto Quotidiano, i documenti suggeriscono che Ghislaine Maxwell abbia avuto un ruolo attivo nel finanziare le iniziative filantropiche di Clinton post-presidenza, sollevando dubbi etici sulla provenienza di quei fondi.
Secondo i documenti del Dipartimento di Giustizia rilasciati nel 2026 e le analisi di testate come The Guardian e Il Fatto Quotidiano, il coinvolgimento dei movimenti sovranisti era orchestrato principalmente da Steve Bannon. In questo contesto, il denaro non era un semplice mezzo di scambio, ma lo strumento per una vera e propria operazione di ingegneria politica transatlantica. Bannon presentava a Epstein i leader nazionalisti, come Matteo Salvini in Italia o Marine Le Pen in Francia, come investimenti ad alto rendimento politico. L’obiettivo dichiarato nelle email era il finanziamento di The Movement, la fondazione di Bannon a Bruxelles, che doveva fungere da camera di compensazione per risorse destinate a sovvertire gli equilibri dell’Unione Europea. Qui la gestione dei fondi seguiva una logica di “venture capital politico”: Epstein veniva sollecitato a fornire capitali per campagne elettorali e infrastrutture digitali di propaganda, come la cosiddetta “Bestia”, con la promessa di ottenere un’influenza senza precedenti sui nuovi governi populisti europei.
Al contrario, nell’area progressista e nell’establishment internazionale, il flusso di denaro seguiva i canali più tradizionali e apparentemente legittimi della filantropia e delle consulenze d’alto livello. Rapporti di testate come CNN e National Catholic Reporter evidenziano come figure legate al Partito Democratico americano, al New Labour britannico (come Peter Mandelson) o a fondazioni scientifiche e umanitarie, utilizzassero Epstein come un “donatore d’élite”. In questo ambito, i fondi venivano gestiti attraverso donazioni a think tank, università o fondazioni benefiche (come la Clinton Global Initiative), dove il denaro serviva a Epstein per acquistare rispettabilità sociale e accesso ai massimi livelli del potere istituzionale. Non si trattava di finanziare una “rivoluzione”, ma di mantenere uno status quo che permettesse a Epstein di muoversi indisturbato nei salotti del potere globale.
Mentre per la destra sovranista il denaro di Epstein sarebbe stata una risorsa “offensiva” per scardinare il sistema, per l’area progressista sembrerebbe una risorsa “abilitante” che alimentava circuiti di lobbying e relazioni pubbliche.
In Italia, il caso dell’ex eurodeputato del PD Nicola Caputo, citato nei file del 2026, si inserisce proprio in questa zona grigia di relazioni internazionali e network di potere che, pur non configurando necessariamente reati, mostrano come l’influenza di Epstein fosse trasversale.
Le indagini relative alle donazioni ricevute dalle università europee hanno subito una brusca accelerazione nel febbraio 2026, a seguito della pubblicazione integrale dei file da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense. Questi documenti hanno rivelato che Jeffrey Epstein non si limitava a finanziare la ricerca scientifica per puro prestigio, ma utilizzava le istituzioni accademiche come strumenti di pressione geopolitica e, in casi più inquietanti, come esche per le sue vittime. Uno dei casi più eclatanti emersi in questo mese riguarda la Stockholm School of Economics, che ha dovuto ammettere discrepanze tra i propri registri interni e i dati contenuti nei file Epstein. Due fondazioni legate al finanziere, la Enhanced Education e la C.O.U.Q. Foundation, hanno versato per anni fondi a un programma di borse di studio gestito dall’ateneo svedese. L’indagine interna ha sollevato il sospetto che i dati personali di studentesse che avevano presentato domanda per queste borse fossero finiti nelle mani di Epstein, il quale sfruttava la promessa di istruzione d’élite per attirare giovani donne nella sua rete.
Nel Regno Unito, la pressione è altissima sulle università di Oxford e Cambridge, oltre che sul sistema laburista. Le nuove prove suggeriscono che Epstein cercasse di influenzare le nomine accademiche per rafforzare la posizione di alleati politici come Peter Mandelson, il quale è attualmente sotto indagine penale per aver ricevuto pagamenti e condiviso documenti riservati. Parallelamente, in Francia, le indagini del Procuratore Nazionale Finanziario hanno portato a perquisizioni presso l’Istituto del Mondo Arabo a Parigi. Sebbene non sia un’università in senso stretto, l’istituto è al centro di una bufera che coinvolge l’ex ministro della cultura Jack Lang, il cui nome appare centinaia di volte nei file in relazione a presunte operazioni di riciclaggio e frode fiscale aggravate, connesse a investimenti offshore condivisi con Epstein.
Un altro fronte critico riguarda le università turche, dove è emerso che membri del consiglio del Robert College di Istanbul avrebbero sollecitato donazioni e consigli strategici a Epstein proprio per navigare un contesto politico nazionale considerato ostile. Le mail mostrano come Epstein venisse consultato non solo come donatore, ma come un vero e proprio “pivot” capace di aprire porte presso altre grandi fondazioni internazionali, come la Gates Foundation. Questo schema di “venture capital accademico” era volto a creare zone di influenza in nazioni strategicamente rilevanti dimostrando come le donazioni universitarie fossero parte integrante di una strategia di soft power molto più ampia.
Le ripercussioni istituzionali di queste scoperte sono state immediate: molte università europee hanno annunciato nel corso di questo mese la creazione di fondi di riparazione, devolvendo somme equivalenti alle donazioni ricevute da Epstein a organizzazioni che assistono le vittime di tratta e abusi. Tuttavia, il danno d’immagine resta profondo, poiché le indagini stanno dimostrando che la due diligence sui donatori è stata sistematicamente ignorata o aggirata dai vertici accademici dell’epoca, attratti dalla prospettiva di finanziamenti facili in un periodo di tagli alla ricerca pubblica (vedi nota [3]).
L’intreccio tra i finanziamenti accademici di Jeffrey Epstein e lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza digitale emerge con particolare gravità dai file del Dipartimento di Giustizia pubblicati tra gennaio e febbraio 2026. Secondo l’inchiesta pubblicata il 9 febbraio 2026 da The Guardian, Epstein non agiva come un semplice filantropo della tecnologia, ma come un investitore strategico che utilizzava i laboratori universitari, in particolare il MIT Media Lab, per finanziare e orientare ricerche su sistemi di monitoraggio biometrico e intelligenza artificiale applicata al controllo sociale. I documenti rivelano che Epstein fu tra i primi finanziatori della Digital Currency Initiative (DCI) del MIT, vedendo nelle valute digitali non solo uno strumento finanziario, ma una base tecnologica per infrastrutture di transazione tracciabili e sistemi di sorveglianza economica.
La fonte più autorevole su questo specifico fronte, il rapporto investigativo della rivista Internazionale del 18 febbraio 2026, evidenzia come l’interesse di Epstein si fosse spostato negli ultimi anni verso lo sviluppo di algoritmi di riconoscimento facciale alimentati da intelligenza artificiale. I file citano il caso di un ex professore dell’Università del Tennessee che, grazie a fondi mediati da Epstein, avrebbe utilizzato i propri studenti per addestrare modelli di visione artificiale capaci di identificare soggetti in contesti affollati, una tecnologia che Epstein intendeva integrare nei propri sistemi di sicurezza privata. Questo legame tra accademia e sorveglianza era per l’appunto strettamente connesso alla figura di Vincenzo Iozzo, ricercatore di cybersecurity e collaboratore del MIT Media Lab. Iozzo traduceva le ambizioni di controllo di Epstein in progetti concreti di hacking e monitoraggio digitale, suggerendo persino l’uso di micro-stati come il Vaticano per testare queste nuove “armi digitali” lontano da regolamentazioni stringenti.
Le indagini del 2026 hanno inoltre messo in luce una dinamica di “ricerca su commissione” mascherata da donazione spontanea. All’interno del MIT, l’ex direttore Joi Ito avrebbe lavorato attivamente per occultare l’origine dei fondi di Epstein, etichettandoli come anonimi per permettere al finanziere di continuare a influenzare i progetti su blockchain e crittografia senza attirare l’attenzione dei comitati etici. Il coinvolgimento di scienziati del calibro del crittografo Madars Virza, anch’egli citato nei file per aver discusso opportunità di business con Epstein, suggerisce che il finanziere cercasse di circondarsi dei migliori talenti per costruire un’infrastruttura di sorveglianza che potesse poi essere rivenduta o utilizzata come merce di scambio politica. Le università europee e americane non sono state solo destinatarie di denaro contaminato, ma sono servite da incubatori per tecnologie che, sotto la direzione di Epstein, miravano a trasformare la privacy digitale in una variabile controllabile dal potere finanziario.
Il caso del biologo evoluzionista Robert Trivers e il progetto sui bambini transgender
Trivers ha ammesso di aver discusso con Jeffrey Epstein il finanziamento di una ricerca per identificare bambini con identità transgender fin dalla tenera età. L’obiettivo dichiarato era studiare i segnali biologici e comportamentali della “varianza di genere” nei bambini piccoli, un progetto che Epstein sembrava intenzionato a sostenere economicamente nell’ambito del suo interesse per l’eugenetica e il controllo dell’evoluzione umana.

Si tratta di interventi farmacologici ormonali precoci (e di altro) come i bloccanti della pubertà su soggetti che non hanno ancora la capacità cognitiva di comprendere le conseguenze a lungo termine sulla loro fertilità e salute.
L’idea sarebbe che l’essere umano sia “software” da riprogrammare. In quest’ottica, studiare la varianza di genere nei bambini non è un atto di supporto, ma un tentativo di mappare, controllare e potenzialmente “ingegnerizzare” l’identità umana.
Il legame con l’Ucraina
Sebbene i documenti principali si focalizzino sul rapporto tra Trivers ed Epstein negli Stati Uniti (in particolare ad Harvard), sono emersi riferimenti a discussioni su possibili “esperimenti” o studi da condurre in paesi con regolamentazioni meno stringenti. In questo contesto, è stato citato l’interesse per la creazione di centri di ricerca o cliniche in Ucraina, dove Epstein avrebbe voluto implementare programmi legati alla genetica e alla biologia riproduttiva, sfruttando la rete di contatti scientifici di Trivers.
Trivers è stato una figura chiave nel connettere Epstein con l’élite scientifica di Harvard, facilitando incontri che servivano a Epstein per legittimare i suoi interessi.
All’epoca, Trivers era, infatti, una figura di spicco legata all’ambiente accademico di Harvard, dove Epstein ha investito milioni di dollari per anni per garantirsi l’accesso a scienziati di fama mondiale e influenzare i loro filoni di ricerca.
Ci si domanda perché un uomo condannato per traffico di minori dovrebbe finanziare ricerche sui “segnali precoci” dell’identità di genere?
Il piano “Designer Babies” di Epstein si ispirava esplicitamente alla Repository for Germinal Choice, una banca del seme degli anni ’80 che raccoglieva solo donazioni di premi Nobel. Le indagini del 2026 suggeriscono che Epstein volesse creare una versione moderna e tecnologicamente avanzata di questo progetto nello Zorro Ranch, sfruttando la crittografia (come discusso con Vincenzo Iozzo) per proteggere un archivio genetico che includeva i profili dei luminari che frequentavano le sue proprietà.
In base alle informazioni emerse dai file del Dipartimento di Giustizia statunitense pubblicati tra il 2025 e l’inizio del 2026, il termine “Bryan Shop” non identifica una singola persona fisica, ma appare come un riferimento o un nome in codice legato al progetto “Designer Babies” (bambini su misura). Secondo le ricostruzioni investigative riportate da testate come The Guardian, questa dicitura compare in alcune note manoscritte e comunicazioni digitali che collegano le ambizioni eugenetiche di Jeffrey Epstein alla creazione di un vero e proprio catalogo genetico d’élite. Il termine “Shop” sembrerebbe indicare una sorta di “mercato privato” o archivio di profili biologici selezionati, dove Epstein e i suoi soci discutevano la scelta di caratteristiche specifiche per la prole, come l’intelligenza o tratti somatici particolari, da implementare attraverso tecnologie di manipolazione della linea germinale umana.
Il progetto “Designer Babies” prevedeva, secondo i documenti analizzati anche da Internazionale, il tentativo di trasformare lo Zorro Ranch nel New Mexico in una base sperimentale dove inseminare diverse donne con il DNA di Epstein e di altri scienziati di alto profilo. L’obiettivo era creare una generazione di esseri umani geneticamente superiori, sfruttando l’accesso privilegiato che Epstein aveva ottenuto a laboratori universitari e a esperti di tecnologie CRISPR. In questo contesto, l’interesse di Epstein per figure tecniche come Vincenzo Iozzo era finalizzato anche a garantire la massima protezione crittografica a questo database genetico, proteggendo l’identità dei donatori e i risultati degli esperimenti da occhi indiscreti. Le indagini della magistratura del New Mexico, riaperte nel febbraio 2026, stanno cercando di determinare se questo “Bryan Shop” fosse una piattaforma digitale esistente utilizzata per scambiare materiali biologici e informazioni riservate tra i membri del network di Epstein.

Jeffrey,
Ecco un mazzo di carte sul mio progetto di “designer baby“: http://diyhpl.us/bryan/designer-babies-deck.pdf
Ho parlato di nuovo con Austin e abbiamo una serie di domande sulla tua serietà nel volerlo e su quali siano le regole di base per esplorare la questione con te e procedere con i passaggi successivi. La maggior parte di queste domande riguarda i tuoi requisiti di segretezza e privacy, in particolare per quanto riguarda il rischio reputazionale e anche qualsiasi coinvolgimento finanziario. Credo che ci sarebbe anche bisogno di una certa comprensione degli obiettivi e della fattibilità di risultati diversi. Penso che un modo per farlo sia sotto l’egida del mio progetto “designer babies”, dato che l’altro risultato è simile e condivide molte delle stesse procedure e requisiti di laboratorio. Questo potrebbe offrire un livello sufficiente di negabilità. Propongo un’altra chiamata lunedì pomeriggio per discutere di questi problemi, per favore proponi un orario.
Grazie. Bryan
[*] Il coinvolgimento italiano, finora emerso, nello scandalo Epstein si è fin qui delineato attraverso un intreccio di ambizioni finanziarie e sospetti di condizionamento politico, con le autorità che iniziano a ipotizzare reati specifici a carico delle personalità citate dai file.
Secondo quanto riportato da Sky TG24 e Il Fatto Quotidiano, l’attenzione si sta concentrando su figure che avrebbero agito come facilitatori logistici.
I nomi di Nicola Caputa e Salvatore Nuara appaiono nelle liste declassificate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di favoreggiamento e concorso in associazione a delinquere.
Il sospetto è che tali figure possano aver garantito l’accesso a canali riservati durante le tappe italiane del cosiddetto “Lolita Express”, in particolare in Sardegna.
I nuovi documenti pubblicati il 30 gennaio 2026 hanno infatti fornito una panoramica dettagliata dei viaggi di Jeffrey Epstein nell’isola, confermando scali frequenti presso l’aeroporto di Olbia-Costa Smeralda tra il 2005 e il 2017.
I registri di volo declassificati indicano che la Sardegna non era solo una meta turistica, ma un hub strategico per incontri di alto livello.
Tra i nomi dei passeggeri identificati nei voli con tratta o scalo a Olbia compaiono personalità di rilievo internazionale: il principe Andrew Mountbatten-Windsor, la cui presenza in Costa Smeralda è ora al centro delle indagini della Thames Valley Police, l’ex presidente Bill Clinton, citato in diverse rotte europee del jet privato, e la modella Naomi Campbell.
Sebbene la presenza su un volo non costituisca di per sé prova di reato, le autorità italiane stanno incrociando questi dati con le testimonianze contenute nei 2.000 video recentemente rilasciati per verificare se in alcune ville private del nord dell’isola si siano consumati i reati di sfruttamento della prostituzione minorile già emersi nelle altre proprietà del finanziere.
Inoltre l’analisi delle email riguardanti l’affare Milan offre uno spaccato ulteriore sulla strategia di penetrazione finanziaria di Epstein in Italia. La corrispondenza risalente all’estate del 2018 rivela che il finanziere agiva come un “pivot” informativo, inoltrando un dossier dettagliato sul club rossonero a Nicole Junkermann, ex esponente di Infront, e al figlio di Maria Sole Agnelli. In queste comunicazioni, Epstein presentava il Milan come un’opportunità strategica irripetibile, chiedendo pareri tecnici sulla valutazione dell’operazione allora gestita dal fondo Elliott. Sebbene le risposte della Junkermann appaiano asciutte e distaccate, gli inquirenti stanno analizzando questi scambi sotto l’ipotesi di manipolazione del mercato, cercando di stabilire se Epstein intendesse utilizzare informazioni privilegiate per influenzare il valore del club o per facilitare scalate societarie per conto di terzi rimasti nell’ombra.
Qualche ripercussione politica
Il dibattito in Parlamento si è incentrato sulle conversazioni tra Epstein e Steve Bannon. Le ipotesi di reato sollevate dalle opposizioni, in particolare da Alleanza Verdi e Sinistra attraverso la deputata Elisabetta Piccolotti, riguardano il finanziamento illecito ai partiti e l’ingerenza in affari di Stato.
Secondo le dichiarazioni rilasciate dalla parlamentare e riportate dalla stampa nazionale il 19 febbraio 2026, Bannon ha discusso con Epstein manovre per sostenere le forze dell’estrema destra europea, citando la possibilità di gestire la politica italiana fino a ipotizzare la caduta del governo allora in carica nel dicembre 2018. Questa presunta “cabina di regia” internazionale è oggi al centro della richiesta per una Commissione d’inchiesta parlamentare, volta a stabilire se le scelte strategiche nazionali siano state condizionate da interessi legati alla rete del finanziere americano.
[1] La cosiddetta “Bestia” è il nome colloquiale con cui è diventata nota la complessa macchina di propaganda digitale e social media della Lega, coordinata per anni da Luca Morisi. Non si tratta di un singolo software, ma di un sistema integrato di algoritmi, analisi dei dati (data mining) e gestione dei contenuti volto a massimizzare il consenso elettorale attraverso la polarizzazione e la reattività costante ai temi caldi del momento.
Come funziona tecnicamente
Il cuore del sistema risiede nella capacità di monitorare in tempo reale il “sentimento” della rete. Attraverso software di ascolto dei social media, il team della Bestia individua quali argomenti generano più interazione, rabbia o approvazione tra gli utenti. Una volta individuato il tema (che sia l’immigrazione, la sicurezza o un nemico politico), il sistema produce un flusso incessante di post, video e meme coordinati tra i vari profili ufficiali di Matteo Salvini e migliaia di account sostenitori. Questo crea una “camera dell’eco” che amplifica il messaggio, costringendo spesso i media tradizionali a inseguire l’agenda dettata dal web.
Secondo le rivelazioni dei file depositate nel 2026 e le analisi di testate come The Guardian, l’interesse di Steve Bannon per la Bestia era legato alla sua visione di “guerra dell’informazione”. Bannon considerava la struttura digitale della Lega come il modello più avanzato di populismo digitale in Europa. Nei suoi scambi con Jeffrey Epstein, Bannon suggeriva che il network della Lega potesse essere ulteriormente potenziato attraverso tecnologie di analisi predittiva simili a quelle di Cambridge Analytica, per le quali cercava il supporto finanziario del magnate.
L’ipotesi al centro delle recenti indagini parlamentari è che la Bestia non fosse solo un’operazione italiana, ma che avesse ricevuto input strategici (e potenzialmente tecnologici) da una rete internazionale coordinata da Bannon. I file Epstein hanno sollevato il sospetto che risorse finanziarie o competenze tecniche di alto livello (come quelle discusse con Vincenzo Iozzo in ambito di cybersicurezza e gestione dati) potessero essere state messe a disposizione per testare nuove forme di manipolazione del consenso in Italia, prima di esportarle altrove.
[2] Nei messaggi scambiati tra Vincenzo Iozzo e Jeffrey Epstein, il focus tecnico si concentra sulla vulnerabilità intrinseca dei sistemi di crittografia legati alla gestione delle identità e dei flussi finanziari digitali. Iozzo, noto esperto di sicurezza offensiva, evidenziava come l’adozione di standard crittografici non ancora maturi per le valute digitali sovrane potesse permettere attacchi di tipo DNS spoofing e manipolazioni dei protocolli di validazione dei pagamenti. La fonte più autorevole in questo ambito, Risky Biz News, riporta che le discussioni riguardavano in particolare la fragilità delle infrastrutture RPKI (Resource Public Key Infrastructure), che se compromesse permetterebbero a un attore esterno di dirottare il routing globale di internet, trasformando di fatto un sistema di sicurezza in uno strumento di intercettazione di massa.
[3] Sul piano delle conseguenze legali, la pubblicazione dei file nel febbraio 2026 ha innescato una serie di indagini senza precedenti per “omessa vigilanza” e “violazione del dovere fiduciario” contro i vertici di diverse università europee e americane. Istituzioni come la Stockholm School of Economics e il MIT sono attualmente sotto esame da parte delle autorità giudiziarie per aver aggirato i protocolli di due diligence sui donatori, accettando fondi che, secondo il rapporto del Dipartimento di Giustizia USA, servivano a Epstein per ottenere l’accesso illegittimo ai dati sensibili di studenti e ricercatori. Oltre alle dimissioni forzate di rettori e direttori di dipartimento — come accaduto al MIT Media Lab e alla Bard College — le università rischiano sanzioni milionarie e la revoca di accreditamenti internazionali, poiché l’accettazione consapevole di fondi legati ad attività criminali potrebbe configurare il reato di complicità o favoreggiamento nel riciclaggio di proventi illeciti.
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