Nexperia. Se è Pechino a chiudere il rubinetto…
La decisione dell’Olanda di assumere il controllo di Nexperia e la rapidissima ritorsione cinese hanno fatto emergere una verità scomoda: l’Europa dipende in modo critico da chip maturi prodotti o assemblati in Cina. In poche settimane, la crisi ha mostrato come anche il componente più banale possa diventare una leva di pressione geopolitica, costringendo l’UE a riflettere sulla sua vulnerabilità e sulla necessità di costruire una reale sovranità tecnologica o ristabilire ponti di pace collaborativa con il resto del mondo fuori dall’isolamento in cui si sta rinchiudendo
Nexperia è un produttore di semiconduttori con sede a Nijmegen, nei Paesi Bassi, ma controllato dalla cinese Wingtech Technology. Secondo il suo Factsheet del luglio 2024, l’azienda spedisce fino a 100 miliardi di componenti l’anno. Nel suo report di sostenibilità per il 2023, Nexperia conferma di produrre “80+ miliardi di unità” annualmente. Questi chip, perlopiù discreti come diodi, MOSFET e logica semplice, sono essenziali per molti dispositivi automobilistici: centrali, alimentazione della batteria, sistemi di frenata e altro.
Nel 2025, il governo olandese ha deciso che questa situazione era diventata insostenibile. Con una motivazione di sicurezza nazionale ed economica, L’Aia ha invocato una legge del 1952 — la Goods Availability Act (Wet beschikbaarheid goederen) — per assumere il controllo temporaneo di Nexperia. Secondo i funzionari olandesi, c’erano “gravi carenze di governance” che rischiavano di compromettere il know-how tecnologico critico europeo. Il 30 settembre 2025 è stato rimosso il CEO Zhang Xuezheng, esponente di Wingtech, con il governo olandese che ha preso poteri speciali.
La Cina ha risposto rapidamente: già il 4 ottobre ha imposto restrizioni all’export di specifici chip prodotti da Nexperia, bloccando l’invio dei prodotti finali dagli stabilimenti cinesi. Questo perché una parte significativa dei chip prodotti nei Paesi Bassi veniva comunque spedita in Cina per le fasi di packaging e testing, prima di essere redistribuita globalmente — un punto di debolezza strategica noto a Pechino.
L’interruzione dell’export ha avuto conseguenze immediate. L’ACEA (associazione europea dei costruttori auto) ha lanciato l’allarme: le scorte di chip per molte case automobilistiche erano talmente ridotte da reggere al massimo un paio di settimane senza rifornimenti. In particolare, secondo Quattroruote, il gruppo Volkswagen ha dichiarato di avere scorte di chip per appena una settimana. Nel frattempo, Honda ha dovuto sospendere la produzione nel suo stabilimento di Celaya, in Messico, proprio per la carenza di componenti Nexperia.
Sul fronte degli investimenti, Nexperia aveva già annunciato un piano di crescita: entro 12–15 mesi aveva previsto un impegno di 700 milioni di dollari per espandere la capacità produttiva delle sue fabbriche in Europa e in Asia, specialmente per wafer, ricerca e sviluppo, e tecnologie emergenti come il nitruro di gallio (GaN). Inoltre, nel sito di Amburgo è in corso un investimento da 200 milioni di dollari per aumentare la produzione di wafer, puntando su semiconduttori a “wide bandgap” come il GaN e il carburo di silicio (SiC).
La tensione diplomatica ha in parte trovato una tregua dopo colloqui tra Paesi Bassi, Cina e anche Stati Uniti. Alla fine, il governo olandese ha annunciato la sospensione del suo intervento statale, definendolo “gesto di buona volontà”, pur ribadendo di mantenere il diritto di intervenire nuovamente se necessario.
La lezione per l’Europa è rotonda ma amara: non solo i chip sofisticati ma anche i semiconduttori maturi – relativamente semplici, a basso costo e prodotti in enormi volumi – possono trasformarsi in leve geopolitiche. Un’interruzione breve ma mirata ha mostrato quanto fragile possa essere l’intera catena industriale europea. La vicenda Nexperia mette in evidenza un tallone d’Achille strategico che domanda una risposta ben meditata – sia diplomaticamente sia sul piano della costruzione di capacità produttive alternative.
La morale per l’Europa, in questa vicenda Nexperia, è netta e scomoda: la sovranità tecnologica non è un concetto astratto, ma una questione concreta di sopravvivenza industriale e politica.
Se la filiera dei chip può essere spezzata in pochi giorni, significa che l’Europa non controlla i cardini della propria economia. E non si parla dei chip più avanzati, ma di quelli da pochi centesimi, nascosti in ogni prodotto industriale: auto, elettrodomestici, infrastrutture, apparecchi medicali. Senza quelli, tutto si ferma.
Per anni l’Europa ha creduto che la globalizzazione avrebbe garantito stabilità. In realtà, la filiera dei semiconduttori si è rivelata troppo sbilanciata: produrre in Europa, testare e confezionare in Cina, vendere in tutto il mondo. Basta che una sola parte chiuda il rubinetto perché tutto il sistema collassi.
Non servono missili né embarghi spettacolari: alla Cina basta bloccare una fornitura per due settimane per mettere in ginocchio un continente. È una forma di potere silenziosa, “chirurgica”, ma devastante.
La crisi automobilistica provocata dal caso Nexperia — con case che avevano scorte per una settimana dimostra quanto fragile sia la base industriale europea. Il cuore della sua economia pulsa su tecnologie che non controlla pienamente.
Servirebbe una vera politica industriale europea, simile a quella che gli USA tentano con il CHIPS Act e che la Cina persegue da vent’anni.
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