Lavoro e dintorni. Dal lavoro bene comune al lavoro merce
Verso il lavoro merce
Il lavoro capovolto: Dal modello costituzionale alla precarietà strutturale
Il cammino che separa il modello ideale delineato dall’Assemblea Costituente nel 1948 dalla realtà del mercato del lavoro odierno descrive una parabola di progressiva destrutturazione dei diritti e delle tutele collettive. Padri e madri costituenti avevano concepito il lavoro come il cardine stesso della Repubblica, lo strumento principe per l’emancipazione della persona e per la rimozione delle disuguaglianze sostanziali.
Questa visione fondativa si esprime con forza sin dall’Articolo 1, che solennemente dichiara l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, elevando quest’ultimo a principio cardine della sovranità e della cittadinanza. Il lavoro, dunque, non è un mero dovere o un fattore produttivo, ma un diritto che la Repubblica si impegna a promuovere, come stabilito dall’Articolo 4, riconoscendo a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuovendo le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Il legame tra l’attività lavorativa e lo sviluppo della persona viene poi blindato dall’Articolo 3, il quale, dopo aver sancito l’uguaglianza formale, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Secondo il dettato costituzionale, e in particolare l’Articolo 36, la retribuzione non può essere una mera variabile dipendente dal mercato, poiché il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa, ponendo limiti precisi anche alla durata massima della giornata lavorativa e garantendo il diritto al riposo settimanale e alle ferie. Questa architettura subordina l’economia al benessere sociale, principio ribadito dall’Articolo 41, secondo cui l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, alla dimensione ambientale, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.
Questa straordinaria visione trovò la sua massima espressione concreta nel 1970 con la Legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, un testo che portò la Costituzione nei luoghi di produzione, dentro le fabbriche e gli uffici, limitando il potere unilaterale delle aziende e legando la stabilità dell’impiego ad un solido sistema di contrattazione collettiva e alla tutela del posto di lavoro, simboleggiata dallo storico Articolo 18.
Tuttavia, a partire dalla fine del Novecento, l’indirizzo politico ed economico ha subito un’inversione di rotta radicale che, nel tentativo di recuperare la competitività perduta a causa dell’ingresso a tappe forzate (come vedremo successivamente) nell’Unione Europea e nella zona euro, ha progressivamente scardinato la gerarchia dei valori costituzionali attraverso una precisa successione di riforme legislative, inaugurando la cosiddetta stagione della flessibilità. Il primo strappo normativo si consuma nel 1997 con il Pacchetto Treu, che introduce per la prima volta nel nostro ordinamento il lavoro interinale (la fornitura di manodopera tramite agenzie private) e avvia il superamento del monopolio pubblico nel collocamento. La flessibilità, inizialmente presentata come uno strumento eccezionale per favorire l’inserimento dei giovani, viene istituzionalizzata e ampliata pochi anni dopo, nel 2003, con la Legge Biagi. Questo provvedimento moltiplica e frammenta le tipologie contrattuali, introducendo formule come il lavoro a chiamata (job on call), il lavoro ripartito e le collaborazioni a progetto (co.co.pro.). Nei fatti, questo passaggio codifica la precarietà strutturale: il rischio economico viene progressivamente scaricato dalle aziende sui singoli lavoratori, frammentandone le carriere, indebolendone il potere contrattuale e allontanando il mercato dalle garanzie di stabilità e di “esistenza libera e dignitosa” immaginate dall’Articolo 36.
Il percorso di erosione delle tutele compie un ulteriore salto qualitativo nel 2012 con la Legge Fornero, che interviene direttamente sui meccanismi di uscita dal mercato del lavoro. Oltre a ridefinire i requisiti pensionistici, la riforma modifica per la prima volta l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, riducendo l’area di applicazione della tutela reale ovvero l’obbligo di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento per motivi economici dichiarato illegittimo, e sostituendola, in molti casi, con un mero indennizzo monetario. Questa traiettoria giunge al suo definitivo compimento nel 2015 con il Jobs Act, che scardina l’architettura originaria del 1970 introducendo il contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti. Con questa riforma, il diritto al reintegro viene quasi interamente cancellato per i licenziamenti economici e per buona parte di quelli disciplinari, trasformando il licenziamento illegittimo in un costo d’impresa prevedibile e monetizzabile. Il lavoro cessa così di essere un diritto stabile e un fondamento di cittadinanza protetto dall’Articolo 4, tornando a essere una merce facilmente scambiabile e licenziabile a seconda delle fluttuazioni della produzione.
Questo cambio di paradigma ha parallelamente investito lo Stato sociale, avviando una sistematica aziendalizzazione dei servizi pubblici essenziali, in particolare nei settori della scuola e della sanità.
Ispirata alle logiche del New Public Management, questa mutazione ha ridefinito i diritti universali in termini di prestazioni misurabili, trasformando gli ospedali e gli istituti scolastici in “aziende” governate da logiche di budget, efficienza privatistica e pareggio di bilancio. Le conseguenze di tale trasformazione si sono rivelate devastanti sia per gli utenti sia per i lavoratori: l’esternalizzazione dei servizi e il ricorso massiccio ad appalti al ribasso hanno destrutturato il lavoro pubblico, determinando una compressione salariale senza precedenti e la proliferazione di contratti precari. All’interno di queste strutture, l’introduzione di sistemi premiali e competitivi, come il bonus merito per i docenti o la competizione tra reparti sanitari per l’attrazione di risorse, ha frantumato la solidarietà interna tra lavoratori e la cooperazione professionale, minando l’equità e l’universalità delle tutele e svuotando di senso il principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’Articolo 3.
In questo specifico solco si inserisce anche la trasformazione della scuola, dove l’introduzione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro, poi divenuti PCTO e rimodulati in formazione scuola-lavoro, ha risposto precisamente all’esigenza aziendalistica di piegare i programmi didattici e i tempi dell’apprendimento alle richieste immediate del sistema produttivo. La valutazione delle competenze trasversali e lo svolgimento di attività non retribuite rischiano così di abituare le nuove generazioni, fin dall’ambiente scolastico, alla cultura della prestazione gratuita e alla precarietà come condizioni normali d’accesso alla vita adulta, ribaltando la promessa costituzionale di un’istruzione volta all’emancipazione critica del cittadino.
Nello scenario contemporaneo, questa evoluzione ha generato una profonda polarizzazione del mercato, in cui l’iniziativa economica privata, svincolata dai limiti di utilità sociale posti dall’Articolo 41, viaggia verso una totale deregolamentazione, dove l’innovazione tecnologica convive con forme di sfruttamento arcaiche. Nei settori della logistica avanzata e del trasporto merci, l’organizzazione del lavoro è governata da algoritmi che parcellizzano e cronometrano la prestazione, reintroducendo una moderna forma di cottimo in cui i ritmi sono esasperati e i tempi di vita subordinati a quelli della produzione. Al contempo, in settori come l’agricoltura e l’edilizia, si assiste alla cronicizzazione del caporalato. Questo fenomeno non è una sacca isolata di illegalità, ma l’anello finale delle grandi catene globali del valore: la grande distribuzione organizzata impone prezzi d’acquisto strozzati ai produttori originari per mantenere competitivi i prezzi sui banchi dei mercati, spingendo la base della filiera ad abbattere i costi salariali attraverso l’intermediazione illecita e lo sfruttamento di manodopera vulnerabile. A coronamento di questo quadro si colloca la tendenza a presentare il lavoro gratuito sotto le spoglie del volontariato a sostituzione di quei servizi pubblici di cura della persona e del territorio smantellati dalla necessità di corrispondere alle politiche di austerity imposti dall’Unione Europea, o dell’utilità sociale obbligatoria per l’accesso a sussidi o graduatorie, eludendo il principio dell’Articolo 36 sulla giusta retribuzione e ridefinendo i confini stessi tra solidarietà e prestazione d’opera a esclusivo vantaggio del profitto.
Il lavoro tradito: dalla democrazia costituzionale al vincolo esterno neoliberista (ordoliberista)
Il principio lavoristico e la ricchezza reale
La vera ricchezza di una comunità nazionale non risiede nelle stanze della finanza speculativa né nell’accumulo di titoli tossici o moneta fittizia, ma nella forza viva, competente e organizzata del lavoro reale, inteso come l’applicazione delle facoltà umane alla produzione di beni e alla cura delle persone e del territorio.
La nostra Carta Costituzionale del 1948 nasceva dalla profonda consapevolezza storica che l’intero ordinamento democratico e la sicurezza sostanziale del cittadino dovessero poggiare stabilmente sul principio lavoristico.
Il Titolo III della Costituzione assegna alla Repubblica il compito di controllare e coordinare il credito e il mercato, disponendo esplicitamente che l’iniziativa economica privata sia libera solo laddove non si svolga in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. In questa visione spiccatamente keynesiana, espansiva e redistributiva, lo Stato ha il dovere e il potere di intervenire direttamente nei processi economici, utilizzando la spesa in disavanzo per alimentare la domanda interna e garantire l’obiettivo supremo della piena occupazione.
All’interno di questo quadro costituzionale originario, l’innovazione e il progresso tecnologico non erano concepiti come strumenti di emarginazione o di espulsione della forza lavoro, bensì come vettori di progressiva liberazione dal bisogno. Gli aumenti di produttività derivanti dall’introduzione di macchinari e fonti energetiche più efficienti avrebbero dovuto tradursi in una riduzione fisiologica dell’orario collettivo di lavoro a parità di salario, allargando il benessere e liberando il tempo dei cittadini per lo sviluppo culturale, la cura delle relazioni umane e la manutenzione attiva degli ecosistemi locali.
La restaurazione liberista
A partire dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, il sistema economico del Paese è stato investito da una profonda e sistematica restaurazione culturale e politica, mirata a erodere l’egemonia della democrazia partecipativa incentrata sullo Stato Sociale e il welfare universale per ripristinare il dominio del capitalismo finanziarizzato e liberoscambista. Attraverso una massiccia campagna mediatica internazionale, sponsorizzata da circoli oligarchici sovranazionali e inaugurata simbolicamente da documenti d’indirizzo neoliberisti come il Memorandum Powell, è stata imposta un’offensiva culturale tesa a demonizzare l’intervento pubblico, elevando la corruzione a categoria propagandistica per decretare l’inefficienza intrinseca dello Stato facilitatore. Il dramma storico di questa transizione risiede nella mutazione genetica radicale subita dalle storiche forze progressiste e dai sindacati italiani. Sotto il ricatto della lotta all’inflazione e nell’inseguimento di una sempre rinviata legittimazione come forza di governo, la sinistra politica ha progressivamente interiorizzato le parole d’ordine dell’austerità e del rigore, accettando una strisciante e non dichiarata politica dei redditi. Questo disarmo ideologico ha trovato un’esplicita legittimazione teorica nella svolta dei vertici sindacali di fine anni ’70, quando si scelse di far passare in secondo piano il miglioramento delle condizioni degli operai occupati e la difesa del salario in nome di una presunta flessibilità e mobilità della manodopera, spianando così la strada all’abbattimento del sistema del lavoro protetto e assistito.
Il divorzio finanziario e l’artificio del debito
L’atto tecnico e istituzionale che ha disarticolato la sovranità economica nazionale, avviando la transizione materiale verso lo Stato minimo liberista, è stato il “divorzio” del 1981 tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro. Sottraendo la banca centrale alle dipendenze dirette del governo e sollevandola dall’obbligo di fare da prestatore di ultima istanza nelle aste pubbliche dei titoli di Stato, l’Italia ha volontariamente rinunciato al controllo politico della propria moneta. Da quel momento, lo Stato è stato ridotto alla stregua di un qualsiasi operatore privato, costretto a negoziare il finanziamento della propria spesa sui mercati finanziari globali e a subire il ricatto delle agenzie di rating. La conseguenza macroeconomica immediata è stata un’impennata spaventosa e artificiale dei tassi d’interesse reali, che ha fatto lievitare il debito pubblico in meno di dieci anni da 114 a 847 miliardi di euro. I dati storici dimostrano come questa traiettoria patologica sia stata interamente generata dal cappio degli interessi passivi corrisposti ai mercati. Sommando i dati annuali disponibili nelle serie storiche della finanza pubblica, si arriva a un ordine di grandezza di circa 3.500-4.000 miliardi di euro di interessi pagati dal 1981 al 2025, espressi in euro correnti. Il debito pubblico passò da circa il 58% del PIL nel 1980 a oltre il 100% all’inizio degli anni Novanta. Come è noto, l’avanzo primario è la differenza tra tutte le entrate dello Stato (imposte, contributi, altre entrate) e tutte le spese pubbliche esclusi gli interessi sul debito. Dal 1992 in avanti l’Italia ha registrato un avanzo primario nella grande maggioranza degli anni, risultando tra i Paesi avanzati con la più lunga sequenza di avanzi primari. In pratica accumulando un avanzo primario di quasi mille miliardi a partire dal 92. Tutt’altro quindi che una condotta spendacciona dello Stato nei servizi sociali o nelle grandi opere. Questo significa che, per molti anni, lo Stato italiano ha incassato dai contribuenti più di quanto abbia speso per sanità, scuola e università, pensioni, stipendi pubblici, infrastrutture, servizi pubblici e investimenti. In altre parole, al netto degli interessi, i conti dello Stato sono sempre stati in attivo.
Parallelamente, la deregolamentazione doganale e borsistica avviata sul finire degli anni ’80 ha rimosso ogni barriera protettiva alla libera circolazione dei capitali finanziari, consentendo ai grandi investitori di muoversi senza vincoli territoriali. Questo ha esposto il paese all’indebitamento con l’estero e le piccole e medie imprese industriali al ricatto competitivo delle delocalizzazioni. Ha inoltre provocato una riconversione strutturale dell’economia dall’investimento produttivo alla rendita speculativa dei grandi azionisti e intermediari finanziari.
I dispositivi estrattivi: dalla fine della scala mobile all’euro
Il disarmo normativo e salariale della classe lavoratrice è culminato nel 1992 con la totale abolizione dell’indennità di contingenza, la scala mobile, che fino ad allora aveva rappresentato lo scudo automatico a salvaguardia del potere d’acquisto dei salari reali rispetto all’aumento del costo della vita. Smantellato questo baluardo costituzionale, l’introduzione dei meccanismi di concertazione, fortemente caldeggiati da organizzazioni tecnocratiche come la Commissione Trilaterale e il Fondo Monetario Internazionale, ha progressivamente neutralizzato il ruolo conflittuale dei sindacati, vincolandoli all’accettazione di retribuzioni contenute e orari flessibili. Il tassello definitivo che ha sigillato questo processo estrattivo è stato l’ingresso nella moneta unica europea, una valuta priva di Stato che agisce all’interno dell’Eurozona esattamente come il vecchio gold standard ottocentesco, determinando una scarsità artificiosa di circolante nell’economia reale. Rinunciando alla propria moneta nazionale e cedendo quindi irrevocabilmente la propria sovranità monetaria e accettando al contempo la fissità del cambio, l’Italia si è privata dello strumento di riallineamento del tasso valutario esterno, storicamente utilizzato per difendere la competitività delle proprie merci senza intaccare le condizioni di vita dei lavoratori.
In assenza della leva valutaria, il recupero di competitività all’interno del mercato unico europeo può essere perseguito unicamente attraverso la svalutazione interna. Questo processo si traduce matematicamente nella deflazione salariale cronica, nella deregolamentazione delle norme a protezione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nell’istituzionalizzazione del precariato per legge, come drammaticamente ratificato dalle successive riforme precarizzanti dal pacchetto Treu al Jobs Act.
Il cappio di Maastricht e l’inganno dell’avanzo primario
Imbrigliata nella struttura robotizzata dei regolamenti e dei trattati europei consolidati nel Fiscal Compact, l’Italia è stata condannata a una condizione di recessione indotta e deflazione permanente. Lo Stato, privato della capacità di emettere moneta sovrana garantita dal lavoro della propria comunità, si è trasformato in un mero debitore insolvibile, costretto a subire l’oscillazione dello spread indotta dalle speculazioni sui mercati obbligazionari esteri. Per rassicurare i grandi creditori e rispettare i rigidi parametri deficit-PIL imposti da Maastricht, il Paese è stato obbligato a registrare un saldo primario costantemente positivo per oltre trent’anni, tassando cittadini e ceti produttivi in misura di gran lunga superiore ai servizi e agli investimenti pubblici restituiti alla collettività. Questo drenaggio forzato di liquidità ha strangolato la domanda interna, provocando una sovracapacità produttiva, la chiusura dei battenti di migliaia di piccole imprese e la svendita di asset strategici e partecipazioni statali. L’inserimento del pareggio di bilancio direttamente all’interno dell’Articolo 81 della Costituzione nel 2012 ha definitivamente disarmato la spesa pubblica anticiclica, distruggendo il welfare universale e lo stato sociale. L’austerità e i tagli lineari imposti da questa logica estrattiva si sono abbattuti con violenza sul sistema sanitario nazionale, con la riduzione di decine di migliaia di posti letto e il blocco del turn-over di medici e infermieri e dell’impiego pubblico in generale nonché sulla manutenzione del territorio e la tutela del patrimonio storico artistico e monumentale del Paese, con il preciso fine ultimo, denunciato dalle agenzie di rating e dalle grandi banche d’affari transnazionali, di costringere il Paese a intaccare il grande patrimonio italiano ed il risparmio privato cumulato dai suoi cittadini nei decenni passati.
Lavoro e dintorni. Parte terza
Come il capitalismo occidentale e la pianificazione cinese stanno usando l’automazione guidata dall’IA, ridisegnando in modi diametralmente opposti il valore del lavoro umano
La divergenza strutturale tra il blocco occidentale e la Repubblica Popolare Cinese nell’integrazione dell’automazione e dell’Intelligenza Artificiale rappresenta uno dei capitoli più affascinanti della geoeconomia contemporanea. Mentre l’Occidente si muove lungo i binari di un capitalismo finanziario che rischia di incorporare il lavoro nelle macchine liberando il tempo nella forma della disoccupazione al fine di massimizzare i profitti privati e comprimere i salari, la Cina risponde con un modello a pianificazione centralizzata in cui la tecnologia viene piegata a imperativi di stabilità sociale, sovranità industriale e trasformazione demografica.
Questa profonda asimmetria sistemica viene analizzata da una rete di economisti, sociologi e filosofi della tecnologia, i quali mettono in luce come due sistemi economici radicalmente diversi stiano producendo esiti opposti sul destino del lavoratore, sulla natura della sorveglianza e sulla gestione del tempo sociale.
L’economista e politologo Evgeny Morozov, insieme a Dan Wang, evidenzia come la differenza fondamentale risieda nella natura stessa della classe dirigente. L’Occidente è guidato da una logica finanziaria e legale orientata ai risultati trimestrali di borsa, il che spinge le Big Tech della Silicon Valley a sviluppare modelli di intelligenza artificiale astratti e generativi, pensati per sostituire rapidamente i colletti bianchi e abbattere il costo del lavoro.
Al contrario, la Cina è governata da una pianificazione concertata che concepisce l’innovazione non come un prodotto finanziario, ma come un’utilità pubblica e un’infrastruttura fisica.
Attraverso la strategia nazionale denominata AI Plus, lanciata per integrare l’intelligenza artificiale nei gangli vitali del Paese, Pechino applica l’automazione alla logistica pesante, ai trasporti, alla gestione delle reti elettriche e alle fabbriche. I dati macroeconomici globali confermano l’immensità di questa scala produttiva, evidenziando che la Cina installa da sola oltre il cinquantaquattro per cento dei robot industriali di tutto il mondo, superando la somma di tutte le installazioni del resto del pianeta, con uno stock che ha ampiamente superato due milioni di unità operative nei poli manifatturieri.
Questo approccio affonda le sue radici in una profonda diversità filosofica che il pensatore Yuk Hui definisce Cosmotecnica. Se la tecnologia occidentale è figlia dell’Illuminismo e del dualismo cartesiano, intesa come uno strumento per dominare la natura ed emancipare l’individuo attraverso l’antropomorfismo di una macchina che sostituisce l’uomo, il pensiero tecnologico cinese è storicamente integrato con il confucianesimo e il taoismo, dove l’ordine, la natura e la comunità formano un tutto organico. L’algoritmo non è quindi progettato per essere un sostituto isolato dell’individuo o un fattore di disgregazione del lavoro, bensì un tessuto connettivo per la collettività, orientato all’armonia sistemica in cui lo Stato, i cittadini e le macchine cooperano per il mantenimento dell’equilibrio sociale.
Questa visione olistica si traduce direttamente nelle dinamiche occupazionali e nella ridistribuzione della ricchezza. Come spiega l’economista Keyu Jin della London School of Economics, il Partito Comunista Cinese considera la disoccupazione tecnologica e la polarizzazione sociale come le minacce più gravi alla stabilità della nazione. Le direttive del Consiglio di Stato impongono alle aziende di accelerare la transizione digitale ma con il vincolo tassativo di evitare licenziamenti di massa. La ricchezza generata dall’impennata della produttività, che ha registrato incrementi di efficienza superiori al ventidue per cento grazie alla manutenzione predittiva e alle simulazioni con gemelli digitali, viene così intercettata dallo Stato e ridistribuita attraverso il finanziamento pubblico di imponenti programmi di riqualificazione professionale su scala regionale, sostenendo le imprese nel ricollocare i lavoratori un tempo addetti a mansioni ripetitive in vari settori tra cui, in prevalenza, i servizi.
Il fine ultimo di questo monitoraggio algoritmico si distacca nettamente dal Capitalismo della Sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff per la Silicon Valley. Laddove i monopoli privati occidentali estraggono dati comportamentali sensibili per il controllo e la costruzione dell’opinione pubblica oltre che per manipolare e predire le scelte di acquisto dei consumatori, esasperando il conflitto psicologico e la precarietà del mercato, il modello di Pechino utilizza l’IA per superare il limite storico di tutti i sistemi socialisti, ovvero l’impossibilità di calcolare i bisogni di una popolazione immensa. Attraverso supercomputer e l’analisi dei flussi commerciali in tempo reale, l’algoritmo cinese serve a calcolare in anticipo la domanda aggregata di cibo, energia, trasporti e servizi sanitari, realizzando il passaggio storico da una pianificazione economica quinquennale a una pianificazione algoritmica, riducendo drasticamente gli sprechi e coordinando il fabbisogno di manodopera.
Il fulcro di questa pianificazione si esprime nella transizione guidata verso l’economia dei servizi e nella progressiva liberazione dal lavoro fisico, una traiettoria accelerata da una complessa dinamica demografica. La Cina sta affrontando una contrazione della popolazione in età attiva che ridurrà la forza lavoro di oltre cento milioni di unità entro i prossimi due decenni. Se in Occidente l’automazione crea un’eccedenza di esseri umani e un conseguente abbassamento dei salari, nel contesto cinese essa diventa una necessità vitale per mantenere alta la produzione colmando il vuoto demografico e liberando contemporaneamente le nuove generazioni dalla fatica industriale.
I documenti programmatici legati al quindicesimo Piano Quinquennale, che copre l’orizzonte strategico tra il 2026 e il 2030, delineano con chiarezza questo reindirizzamento dei cittadini verso i servizi ad alto valore aggiunto, la cura della persona, l’assistenza agli anziani, l’educazione, la cura del territorio e l’economia verde. Il tempo lavorativo complessivo della popolazione è al centro di una riduzione sistematica. Dopo la decisione della Corte Suprema di dichiarare illegale il sistema estremo delle dodici ore lavorative giornaliere per sei giorni alla settimana, denominato nove-nove-sei e diffuso nelle vecchie aziende tecnologiche, Pechino sta pianificando una redistribuzione del tempo sociale. L’automazione totale delle infrastrutture, come dimostrano i diciotto terminal portuali cinesi interamente orchestrati dall’intelligenza artificiale, permette di far funzionare i motori logistici del Paese senza sosta, riducendo i turni umani e aumentando i giorni di riposo. Entro il 2030, la prospettiva tracciata prevede che il lavoro umano si sposti definitivamente verso compiti di supervisione tecnologica, progettazione e cura sociale, riducendo drasticamente le ore annue passate in fabbrica o in ufficio da ogni singolo cittadino.
Come rileva il teorico politico Benjamin Bratton analizzando l’architettura dei sistemi complessi, L’Occidente e la Cina stanno costruendo due infrastrutture stratificate (architetture a strati) sovrane, incompatibili e separate, che ridefiniscono i confini della realtà digitale. L’Occidente basa la propria infrastruttura sul cloud privato e sulla proprietà intellettuale protetta da tutele legali; la Cina la fonda su hardware di Stato, reti proprietarie e satelliti dedicati. L’IA non viaggia più in uno spazio neutrale ma entro confini geopolitici rigidi, per cui un cittadino occidentale e uno cinese interagiranno con intelligenze artificiali dotate di una comprensione della logica, della storia e dei valori umani totalmente asimmetrica.
Il modello cinese non è esente da gravi attriti latenti, come il rischio di una persistente disuguaglianza tra le aree urbane e quelle rurali a cui si aggiunge il complesso fenomeno dell’involuzione aziendale, noto in Cina come Neijuan. Si tratta di una trappola economica in cui le imprese, spinte dai massicci finanziamenti statali, si dotano di robot e intelligenze artificiali sempre più sofisticati, finendo per produrre una quantità immensa di merci identiche. Questa sovraproduzione scatena una guerra spietata e fratricida basata solo sul ribasso dei prezzi: pur di vendere ed eliminare i concorrenti, le aziende riducono i listini al minimo, azzerando i propri guadagni netti e i margini di profitto. Il paradosso è clamoroso: pur possedendo le tecnologie più avanzate del pianeta, queste industrie non creano nuova ricchezza ma consumano se stesse in una corsa frenetica che rischia di frenare la capacità dello Stato di finanziare i servizi pubblici.
Nonostante queste forti pressioni interne, la differenza di fondo rimane netta. Mentre il cittadino occidentale affronta l’avvento dell’intelligenza artificiale come uno shock distruttivo e una minaccia per il proprio reddito, nel contesto cinese l’automazione viene programmata come un’infrastruttura di Stato destinata a ridurre il tempo della fatica e a garantire la continuità dello sviluppo nazionale. Si delinea così un profondo paradosso geopolitico in cui l’Occidente rischia il caos sociale lasciando l’IA in mano a monopoli privati che precarizzano la classe media, mentre la pianificazione cinese tenta di assorbire i costi sociali del cambiamento per ereditare stabilità e legittimità politica nel lungo periodo.
art. 1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
art.3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
art.4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
art. 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
art. 41 L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali