Gli studenti di Comiso a scuola di guerra

Gli studenti di Comiso a scuola di guerra

Maggio 9, 2026 0 Di Francesco Cappello

L’immagine di quegli studenti ammassati intorno a un elicottero militare sulla pista dell’aeroporto di Comiso non è solo un’operazione di propaganda, ma un vero e proprio affronto alla memoria storica del nostro territorio e un tradimento della funzione educativa della scuola

Vedere adolescenti sorridenti mentre toccano con mano macchine da guerra dimostra quanto sia profonda l’opera di rimozione collettiva messa in atto dalle istituzioni in quello stesso luogo che, solo pochi decenni fa, negli anni della guerra fredda, è stato l’epicentro del rischio atomico in Europa, dimostra quanto sia profonda l’opera di rimozione collettiva messa in atto dalle istituzioni. Questo “corso di cultura aeronautica” non è altro che una verniciatura di entusiasmo tecnologico stesa sopra una realtà brutale: la trasformazione di un’area civile in un avamposto bellico.
Dobbiamo ricordare che l’aeroporto “Pio La Torre”, oggi teatro di queste gite scolastiche, poggia le sue fondamenta sul vecchio scalo di Magliocco, che negli anni ’80 divenne la più grande base missilistica della NATO nel Mediterraneo. Nel 1981, il governo decise unilateralmente di installarvi 112 missili Cruise a testata nucleare, trasformando la Sicilia in un bersaglio primario per un eventuale olocausto nucleare. In quegli anni, la “cultura” che si respirava a Comiso non era quella dei sorrisi e dei crediti formativi, ma quella della paura e della militarizzazione forzata di un intero territorio, sottratto alla sua vocazione civile per servire logiche di sterminio planetario.

Contro quell’orrore sorse uno dei movimenti pacifisti più straordinari e trasversali della storia italiana ed europea. Migliaia di donne e uomini, attivisti locali e figure nazionali come Pio La Torre, si schierarono in prima fila per denunciare quella follia. Il “Campo della Pace” di Comiso divenne un laboratorio di resistenza nonviolenta, dove obiettori di coscienza e cittadini comuni si opponevano fisicamente ai blocchi della polizia per impedire l’ingresso dei convogli militari. Quella era la vera pedagogia: l’educazione alla pace, al dissenso critico e alla difesa della vita contro la logica dei blocchi contrapposti.

Oggi, invece, la scuola sceglie di portare i ragazzi in quello stesso luogo non per raccontare la storia di quella resistenza o per spiegare i pericoli del riarmo, ma per farli familiarizzare con la gerarchia e la tecnologia militare, presentandola come un’opportunità di carriera seducente. È un paradosso amaro che un aeroporto intitolato a Pio La Torre – che proprio per la sua lotta contro i missili e la mafia venne assassinato – venga oggi usato per normalizzare la presenza delle forze armate tra i banchi di scuola. Invece di stimolare il pensiero critico sui conflitti attuali, si preferisce trasformare gli studenti in spettatori passivi di una potenza bellica che si traveste da orientamento professionale, cancellando con un colpo di spugna decenni di lotte per la smilitarizzazione e la sovranità dei territori. Vedere colonnelli e tenenti parlare di “valori” e “cultura” in una conferenza stampa presieduta dal sindaco di Comiso è l’emblema della militarizzazione dei territori che avevamo denunciato. La presenza del sindaco non è solo un atto formale, ma rappresenta la resa della politica civile alla logica delle stellette: l’amministrazione locale vende come “crescita per il territorio” quello che in realtà è il suo asservimento. La vera pedagogia è l’educazione alla pace e al dissenso, non l’ammirazione per i mezzi della Difesa. È tragicamente ironico che oggi si portino i ragazzi in quello stesso luogo senza menzionare questa storia di resistenza, vendendo come “crescita per il territorio” quello che è in realtà un arruolamento soft di una gioventù privata di prospettive.

Non a caso nel servizio di Video Mediterraneo, la narrazione insiste su termini come “opportunità gratuita” e “passione“, agendo come un anestetico sociale che presenta l’Aeronautica Militare come un’innocua agenzia educativa anziché un corpo d’armata. Il video celebra il “battesimo del volo” per 180 studenti senza mai interrogarsi sul perché lo Stato investa risorse in punti validi per concorsi militari tra i banchi di scuola, invece di potenziare l’istruzione civile.

Molti di questi corsi vengono inseriti nei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, nonché PCTO – ex alternanza scuola-lavoro). Quando un’attività militare permette di accumulare ore necessarie per il diploma, non siamo più davanti a una scelta libera, ma a un incentivo sistemico. È eticamente discutibile che lo Stato premi con crediti scolastici l’apprendimento di “competenze” legate alla gerarchia e all’uso di mezzi militari invece che a settori civili, sociali o umanitari.

Un’operazione di marketing istituzionale ufficialmente si traduce in “Cultura Aeronautica” ma la scuola non dovrebbe essere un bacino di utenza per la ricerca di personale della Difesa. Utilizzare l’autorità dell’istituzione scolastica per dare accesso privilegiato a una Forza Armata significa fare propaganda politica ed economica, orientando le scelte di vita dei ragazzi verso la carriera militare prima ancora che abbiano sviluppato una piena coscienza critica.

La pericolosità di questa normalizzazione è ancora più evidente nel contesto attuale, che vede la Sicilia trasformata in un’isola-portaerei esposta a conflitti globali su più fronti. Mentre gli ufficiali sorridono in conferenza stampa a Comiso, a pochi chilometri di distanza la base di Sigonella opera come hub strategico per droni e operazioni nel Mar Nero e in Medio Oriente, mentre il sistema MUOS di Niscemi garantisce le comunicazioni satellitari necessarie per coordinare guerre a migliaia di chilometri di distanza, rendendo il territorio siciliano parte integrante e attiva di ogni lancio di missile o attacco aereo per coordinare guerre su scala locale e transcontinentale. Contemporaneamente, lo scalo di Trapani Birgi è stato convertito nel fulcro per l’addestramento dei caccia di quinta generazione F-35, un potenziamento bellico fortemente voluto dal Ministro Crosetto che cristallizza pericolosamente il ruolo dell’isola come piattaforma d’attacco nel mediterraneo.
Portare le scuole significa voler normalizzare questa presenza ingombrante e pericolosa, convincendo le nuove generazioni che vivere in un bersaglio sensibile sia un privilegio tecnologico anziché una condanna geopolitica. È un paradosso amaro che una scuola pubblica, invece di interrogarsi sul ruolo dei sistemi d’arma attuali che partono dalle nostre coste per alimentare conflitti esterni, scelga di trasformare gli studenti in spettatori passivi della propria militarizzazione, cancellando decenni di lotte per la smilitarizzazione e la sovranità civile.

La “pericolosità” di questa narrazione risiede nella sua capacità di rendere invisibile il rischio geopolitico: si convince la popolazione e gli studenti che la presenza militare sia un fattore di prestigio e sicurezza, mentre ogni giorno che passa la Sicilia si trasforma in un bersaglio sensibile sempre più esposto alle rappresaglie di una guerra globale su più fronti. È così che l’elicottero militare HH-139 diventa un conteso sfondo per selfie, cancellando la memoria dei missili Cruise e delle lotte pacifiste degli anni ’80 per sostituirla con una lucida e silenziosa accettazione della guerra come orizzonte inevitabile e, addirittura, desiderabile.

Analizzare il servizio di Video Mediterraneo attraverso la stessa lente critica significa scoperchiare il meccanismo della “normalizzazione” che i media locali, spesso involontariamente, alimentano. Nel video relativo al corso di cultura aeronautica del maggio 2026 a Comiso, assistiamo a un perfetto esempio di propaganda istituzionale travestita da cronaca giornalistica, dove l’entusiasmo per il “volo” oscura completamente la natura bellica dell’istituzione che lo promuove. La narrazione televisiva, insistendo su termini come “opportunità gratuita”, “passione” e “sogno”, agisce come un anestetico sociale: presenta l’Aeronautica Militare non come un corpo d’armata impegnato in teatri di guerra, ma come un’agenzia educativa o un club sportivo per adolescenti.
Il servizio sottolinea con enfasi la partecipazione di 180 studenti provenienti da Ragusa, Modica, Vittoria e Comiso, ma evita accuratamente di interrogarsi sul perché lo Stato investa risorse in “punti validi per i concorsi militari” proprio tra i banchi di scuola, invece di potenziare l’istruzione civile. Vedere il Colonnello Pietropaoli e il Tenente Colonnello Tega parlare di “valori” e “cultura” in una conferenza stampa presieduta dal sindaco di Comiso è l’emblema di quella militarizzazione dei territori che avevamo denunciato. La presenza del sindaco Maria Rita Schembari non è solo un atto formale, ma rappresenta la resa della politica civile alla logica delle stellette: l’amministrazione locale vende come “crescita per il territorio” quello che in realtà è l’arruolamento soft di una gioventù privata di prospettive.
È tragicamente ironico che il video venga girato all’aeroporto “Pio La Torre” senza che venga mai menzionato il sangue versato da La Torre proprio per opporsi a quella stessa logica militare. Mentre la giornalista descrive con leggerezza il “battesimo del volo” per i sedicenni, il contesto taciuto è quello di una Sicilia che, tra Sigonella e il MUOS di Niscemi, è diventata il braccio operativo di conflitti devastanti in Medio Oriente e nel Mar Nero. Il servizio omette che quegli stessi ufficiali che sorridono ai ragazzi appartengono a una Forza Armata che coordina droni d’attacco e supporta operazioni logistiche per gli F-35 di Trapani Birgi, mezzi progettati non per “cultura” o “passione”, ma per la distruzione.

L’Articolo 11 della Costituzione Italiana recita che “L’Italia ripudia la guerra” ma la presenza fisica dei militari nelle classi e negli aeroporti come docenti rompe la neutralità che la scuola dovrebbe garantire. La scuola dovrebbe insegnare a mettere in discussione il concetto di forza, non a celebrarne l’efficienza tecnologica. Portare gli studenti di Comiso, un luogo che storicamente ha vissuto tensioni fortissime legate all’installazione di missili nucleari negli anni ’80, aggiunge un carico di insensibilità storica non indifferente.

La “pericolosità” di questa narrazione risiede nella sua capacità di rendere invisibile il rischio geopolitico: si convince la popolazione e gli studenti che la presenza militare sia un fattore di prestigio e sicurezza, mentre ogni giorno che passa la Sicilia si trasforma in un bersaglio sensibile sempre più esposto alle rappresaglie di una guerra globale su più fronti.

Tuttavia non disperiamo, sarà bellissimo perché ai primi classificati nella graduatoria finale del corso sarà data in premio la possibilità di vivere l’esperienza di un volo con la Pattuglia Acrobatica Nazionale, le celebri Frecce Tricolori ossia l’elemento culminante della strategia di seduzione messa in atto nelle scuole. L’evocazione delle Frecce Tricolori funge, infatti, da vera e propria esca emotiva. Si utilizza l’eccellenza acrobatica – universalmente percepita come uno spettacolo estetico e patriottico – per trasformare quello che è a tutti gli effetti un addestramento e una selezione militare in un concorso a premi o in un talent show. Il “volo con le Frecce” diventa il premio finale che acceca gli studenti, impedendo loro di vedere la realtà strutturale della Forza Armata: un’istituzione gerarchica il cui scopo ultimo non è fare acrobazie colorate, ma esercitare la violenza bellica.

Le Frecce Tricolori sono il “reparto marketing” della Difesa, un velo di bellezza e orgoglio nazionale sopra la realtà cruda dei mezzi operativi. Il fumo tricolore serve a nascondere il fumo delle esplosioni nei teatri di guerra dove l’Aeronautica è realmente impegnata. È l’estetica del volo che viene usata per anestetizzare l’etica della pace: si insegna ai ragazzi ad ammirare la precisione di una manovra acrobatica affinché non si pongano domande sulla precisione chirurgica dei bombardamenti né sui genocidi in corso.

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