BERSAGLI DI GUERRA
«Se le guerre possono essere iniziate dalle bugie, la Pace può essere iniziata dalla verità»
Julian Assange, Trafalgar Square, Londra, 8 ottobre 2011
Il sistema della propaganda di guerra, consistente in sistematica disinformazione istituzionalizzata, è un’arma complementare all’uso strutturale del sistema militare industriale. Esso è atto alla riproduzione delle condizioni che legittimano pubblicamente l’esistenza del ‘sistema di guerra’; ha, tra gli altri, il compito di tenere a bada il potenziale sollevamento popolare contro di esso, riaffermandone le presunte ragioni, occultando nel contempo la costruzione sistematica delle condizioni che ne preparano e determinano ciclicamente l’avvento, presentato immancabilmente come inevitabile.
Ecco alcune delle “verità” veicolate dalla propaganda a noi più vicina atta a preparare e rendere accettabile la realtà orribile ed inumana della guerra:
Draghi ha annuciato la necessità per l’Italia di schierarsi attivamente con l’Ucraina difendere i principi democratici dell’occidente. Non la costruzione della Pace ma l’ingresso in guerra contro la Russia a fianco dell’Ucraina.
Con l’Unione europea “Mai più guerre”! Era questa una delle frasi promozionali della bontà dell’Unione europea. Oggi la Ue usa lo “Strumento europeo per la pace” EPF, quali fondi per finanziare la guerra in Ucraina Queste le intenzioni originali:
“L’EPF European Facility Peace è uno strumento fuori bilancio volto a consolidare la capacità dell’Unione di: prevenire i conflitti – costruire la pace – rafforzare la sicurezza internazionale”.
La NATO non si espanderà di un solo pollice ad Est.
La Russia ha invaso l’Ucraina. La guerra è tra Russia e Ucraina – anche se gli Stati Uniti, il regno della democrazia, hanno coerentemente finanziato con 5 miliardi il colpo di stato nazista a Maidan del 2014 e con più di duecento miliardi ad oggi la guerra alla Russia per interposta Ucraina – per difenderne l’integrità territoriale dalle mire espansionistiche russe che ora si si sono estese a tutta l’Europa.
Il mondo reale è fatto di sfumature, ma la propaganda le cancella per offrire una narrazione binaria dove esiste solo il bene contro il male
Ogni problema sociale o economico viene semplificato, banalizzato, fino a farlo diventare uno slogan. In questo modo, si offre al pubblico una soluzione rassicurante e immediata che non richiede sforzi cognitivi.
Un’idea isolata può essere ignorata, ma un messaggio che viene ripetuto rimbalzando incessantemente tra media, discorsi e conversazioni quotidiane finisce per essere assorbito come un fatto naturale. Le persone sono indotte a confondere la familiarità con la verità: più si sente ripetere una dichiarazione, più essa sembra plausibile.
Nell’era pandemica così come nell’attuale era bellica è evidente come si parli alla pancia delle persone solleticando la paura (la creazione del nemico), la rabbia o il desiderio di appartenenza. Quando un individuo è spaventato o si sente minacciato, la sua capacità di analisi critica si spegne, lasciando spazio a reazioni viscerali che lo rendono facilmente manovrabile. A questo si aggiunge l’illusione dell’unanimità, ovvero la sensazione che “tutti la pensino così”.
Nessuno vuole sentirsi isolato, e vedere una massa che si muove in una direzione spinge anche i più scettici a seguire acriticamente le maggioranze per puro spirito di sopravvivenza sociale.
Inoltre la propaganda più raffinata non inventa mai tutto di sana pianta, ma manipola elementi di verità. Prende un fatto reale, lo decontestualizza e lo mescola a pregiudizi già radicati nella cultura popolare. In questo modo, il messaggio non appare come un’imposizione esterna, ma come la conferma di un sapere diffuso. È un meccanismo che non punta a informare, ma a confermare, costruendo una bolla dove il dissenso non viene solo messo a tacere, ma reso invisibile.
La prima indispensabile difesa avviene grazie a quei giornalisti a caccia della verità cosa oggi possibile solo se si è disposti a rischiare la propria vita
Criticità, idee e prospettive per i giornalisti nelle aree di crisi
L’eclissi del testimone: quella che segue è una recensione del volume “Bersagli di guerra“, un’opera che squarcia il velo sulla condizione del moderno reporter di guerra
In un mondo dove le immagini dei conflitti arrivano sui nostri cellulari in tempo reale, circola un’illusione pericolosa: quella di sapere tutto. Ma chi sono gli occhi che ci permettono di vedere? E, soprattutto, quanto costa oggi quegli occhi tenerli aperti? “Bersagli di guerra“ (Idrovolante Edizioni, 2025) non è semplicemente un libro; è un’autopsia del giornalismo contemporaneo condotta sul campo di battaglia. Attraverso le voci di chi ha calpestato il fango delle trincee e ha respirato la polvere delle macerie, il volume denuncia una realtà brutale: la scritta “PRESS”, un tempo scudo inviolabile, è diventata la croce di un mirino.
Quello che emerge dalle pagine curate dall’Associazione Liberamente Umani è un grido d’allarme lanciato da chi il fronte lo vive davvero. La tesi di fondo è tanto semplice quanto agghiacciante: nell’era dei droni guidati dall’intelligenza artificiale e della guerra dell’informazione totale, il giornalista è passato da osservatore neutrale a “bersaglio legittimo” da eliminare per spegnere la luce sulla realtà.
Maria Laura Scifo apre il volume con una fredda, necessaria contabilità del dolore. Se tra il 1990 e il 2003 le morti tra gli operatori dei media erano state 300, il ventennio successivo ha visto un’impennata spaventosa: 1.668 giornalisti uccisi, con una media di 80 all’anno. Scifo denuncia come l’Articolo 79 della Convenzione di Ginevra, che dovrebbe tutelare i reporter come civili, sia ormai ridotto a “carta straccia”. L’aspetto più inquietante è l’ingresso dell’Intelligenza Artificiale nella gestione della morte: software che identificano i giornalisti come bersagli da eliminare attraverso il riconoscimento facciale, rendendo il testimone un “obiettivo legittimo” per le macchine.
Nel solco delle grandi
Il libro rende omaggio alla nobile stirpe di Martha Gellhorn, Marie Colvin, Ilaria Alpi e Shireen Abu Akleh. Sono queste donne ad aver definito l’essenza del giornalismo di guerra: “essere presenti qui e ora“. Ed ecco svelata una verità amara: oggi, quando i reporter non sono usati come megafoni della propaganda, vengono eliminati per impedire che la verità emerga dalle pieghe del “fake news” e delle veline ufficiali.
La verità come scelta esistenziale
Eliseo Bertolasi esplora la dimensione esistenziale e antropologica del corrispondente. Raccontando la sua esperienza nel Donbass, mette in luce come il giornalismo di guerra non sia solo cronaca, ma una ricerca profonda di senso di fronte alla morte. La sua analisi si sposta sulla necessità di preservare la memoria contro l’oblio e la propaganda, in un contesto dove la verità è frammentata e profondamente soggettiva. In “La soggettività irrinunciabile”, Bertolasi abbatte il mito dell’imparzialità. Basandosi su dieci anni di esperienza ininterrotta nel Donbass, egli sostiene che davanti alla distruzione la neutralità è un’utopia o, peggio, un’omertà. Il suo è il racconto di chi ha sofferto e amato insieme alla popolazione civile, rivendicando il diritto del reporter di essere un essere umano prima che un registratore di fatti. È una lezione di onestà intellettuale che invita il lettore a prendere posizione.
Il vuoto di potere e la morale etica
Niccolò Salvioni e Luca Foschi esplorano le macerie del diritto internazionale. In un sistema dove non esiste un’autorità superiore capace di far rispettare le convenzioni, il diritto viene sostituito da “principi etici” fluttuanti e manipolabili. Qui emerge il concetto di “Quinto Potere“: le piattaforme digitali che, se da un lato possono documentare violazioni in tempo reale, dall’altro creano uno spazio di manipolazione e disinformazione che rende la democrazia vulnerabile. La denuncia qui riguarda la crisi del sistema internazionale, incapace di far rispettare i diritti umani di base e sempre più sostituito da una “morale politica” fluttuante.
Nel labirinto di Azovstal
Daniele Dell’Orco offre una delle testimonianze più vivide ed emblematiche del libro. Racconta il suo ingresso nell’acciaieria Azovstal a Mariupol, poche settimane dopo la fine di uno degli assedi più violenti della storia moderna. Tra mine antiuomo e trappole esplosive, Dell’Orco spiega perché la distinzione legale tra giornalista “civile” e “corrispondente militare” (embedded) sia spesso puramente teorica. La sua è una denuncia della “fluidità” pericolosa in cui si muovono i freelance: senza le tutele dei grandi network, i giornalisti indipendenti devono spesso muoversi “embedded” (aggregati) con gli eserciti per poter testimoniare, diventando però automaticamente obiettivi per la controparte. Dell’Orco svela una realtà inquietante: spesso sono gli stessi militari a chiedere ai reporter di non identificarsi come tali, perché la parola “PRESS” attira il fuoco dei cecchini e dei droni più di una divisa.
L’era di “Lavender”
Il volume si chiude affrontando l’abisso di Gaza. Hanieh Tarkian cita l’uso di “Lavender”, una macchina AI che dirige i bombardamenti identificando bersagli con minima supervisione umana. La morte di oltre 140 giornalisti in quest’area non è vista come un incidente, ma come un “effetto agghiacciante” che mira a scoraggiare chiunque voglia raccontare ciò che accade nelle aree di crisi. La prospettiva della presidenza svizzera dell’OSCE nel 2026 viene indicata come l’ultima spiaggia per riportare questi temi al centro dell’agenda globale.
“Bersagli di guerra” non è una lettura consolatoria. Vi farà infuriare per l’impunità diffusa e vi commuoverà per il coraggio di chi, nonostante tutto, non smette di cercare quel “piccolo lumicino” di verità che lotta contro il buio. È un libro per chi non si accontenta delle “veline” di propaganda e vuole capire perché, oggi, raccontare la verità sia diventato l’atto più pericoloso del mondo. Se volete capire perché oggi informarsi correttamente è un atto di resistenza civile, dovete leggere questo libro. È la storia di un diritto fondamentale che sta morendo, e di quegli uomini e donne che sono disposti a morire per non lasciarlo svanire.
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