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	<title>Economia &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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		<title>La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 10:04:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull&#8217;Europa Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell&#8217;architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/09/25/la-strategia-statunitense-per-il-controllo-dei-flussi-energetici-mondiali/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2>Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull&#8217;Europa</h2>
<h3><span class="s3">Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi</span></h3>
<p class="p3"><span class="s1">La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell&#8217;architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull&#8217;incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un&#8217;alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare. Questo assetto fu ridefinito e consolidato nel 1974 con l&#8217;accordo di Riad, che sancì la nascita formale del sistema del petrodollaro: l&#8217;impegno esclusivo da parte saudita di commercializzare il greggio in valuta statunitense e di riciclarne i proventi nell&#8217;acquisto di titoli di Stato americani e complessi sistemi d&#8217;arma, in cambio di garanzie di sicurezza e stabilità monetaria. Il salto di qualità politico-militare avvenne il 23 gennaio 1980 con la formulazione della Dottrina Carter durante il discorso sullo Stato dell&#8217;Unione, con cui Washington definì un principio cardinale: qualsiasi tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un assalto diretto agli interessi vitali della nazione, da respingere con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare (<a href="https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138">https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138</a>). Tale direttiva fu operativizzata con la Presidential Directive 18 (PD-18) (<a href="https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and">https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and</a>), che portò alla creazione della Rapid Deployment Force e alla successiva istituzione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), trasformando la tutela dei corridoi energetici e dei punti di strozzatura marittimi (</span><span class="s4">chokepoints come Hormuz, Suez, Malacca, ecc.</span><span class="s1">) in una missione permanente delle forze armate americane. Tali principi trovarono poi consacrazione concettuale nei documenti strategici del Pentagono, tra cui </span><span class="s4">Joint Vision 2020</span><span class="s1">, incentrato sulla dottrina della </span><span class="s4">Full-Spectrum Dominance</span><span class="s1">, il dominio militare e strategico su terra, mare, aria, spazio, cyberspazio e risorse connesse, e le analisi previsionali del </span><span class="s4">Joint Operating Environment</span><span class="s1">, che identificarono apertamente nel picco del petrolio e nella sicurezza delle infrastrutture estrattive i nodi centrali per la mobilità della macchina bellica atlantica.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s3">La rivoluzione dello scisto. La geoeconomia del fracking e il riassetto industriale</span></h3>
<p class="p3"><span class="s1">A partire dalla crisi finanziaria globale del 2008, l&#8217;iniezione massiccia di liquidità da parte della Federal Reserve, per salvare dalla crisi l’economia occidentale e in particolare quella finanziaria, con i relativi programmi di allentamento quantitativo provocarono, con l’immissione di circa 30 mila miliardi di dollari nell’economia finanziaria, una temporanea svalutazione del dollaro, stimolando al contempo giganteschi investimenti nella ricerca e sviluppo di tecnologie estrattive non convenzionali. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1">L&#8217;introduzione su larga scala della fratturazione idraulica (fracking) per l&#8217;estrazione di petrolio e gas da argilliti (tight oil e shale gas) ha consentito agli Stati Uniti di compiere uno storico passaggio strategico, trasformandosi da importatori netti a primi produttori ed esportatori mondiali di idrocarburi in concorrenza con i più tradizionali produttori mediorientali, Russia, ecc.. Attualmente la produzione americana si attesta intorno a 13,8 milioni di barili di greggio al giorno (stima EIA per il 2026), di cui oltre 9 milioni costituiti da tight oil, e a circa 2,5 miliardi di metri cubi al giorno di gas da scisto, su circa 3,5 miliardi complessivi di gas naturale commercializzato. La natura chimico-fisica di questo petrolio, particolarmente leggero e dolce (a basso tenore di zolfo), crea tuttavia un disallineamento qualitativo con il parco raffinerie statunitense, storicamente progettato e tarato, soprattutto sulla Costa del Golfo, per lavorare greggi pesanti e intermedi, in prevalenza ricchi di zolfo. Il disallineamento è però solo parziale, perché molte raffinerie si sono adattate: nella regione la quota di greggio nazionale nella miscela lavorata è passata dal 36% del 2011 al 70% del 2018. Per questa ragione una parte della produzione interna viene destinata ai mercati d&#8217;oltremare, ma si tratta di una quota minoritaria: nel mese record di aprile 2026, con l&#8217;export di greggio a 5,6 milioni di barili al giorno per le interruzioni a Hormuz, si è arrivati a circa il 40% della produzione, mentre il resto è raffinato negli Stati Uniti. Allo stesso tempo il sistema industriale americano continua a importare petrolio pesante dall&#8217;estero: nel 2024 le importazioni di greggio hanno raggiunto i 6,6 milioni di barili al giorno, per il 62% dal Canada e in larga parte di qualità pesante.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Quando nel 2016 i Paesi produttori dell&#8217;intesa OPEC Plus intentarono un affossamento pilotato dei prezzi per spingere fuori mercato le compagnie di scisto americane, caratterizzate da un elevato costo di pareggio (</span><span class="s4">break-even ovvero il prezzo di vendita al quale ricavi e costi si equivalgono</span><span class="s1">), il settore statunitense non è crollato; ha risposto invece con un&#8217;intensa fase di concentrazione societaria e di rafforzamento tecnologico. Sostenuto in modo bipartisan da tutte le amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca, il settore estrattivo è divenuto il braccio operativo per l&#8217;impiego delle risorse fossili come primario strumento di pressione e coercizione geoeconomica.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">La guerra all’Iran ha ridotto i flussi di petrolio attraverso Hormuz e fermato parte della produzione mediorientale, portando il Brent a 94$ già a marzo, circa il 50% sopra l&#8217;inizio dell&#8217;anno. A inizio settimana il WTI era intorno a 91$, contro un pareggio medio di 66$ per un nuovo pozzo, mentre nel 2025 aveva mediato 65$, cioè proprio il pareggio salvando così la produzione statunitense. Con margini così ampi e con Asia ed Europa in cerca di barili non mediorientali, l&#8217;export USA di petrolio e prodotti ha, infatti, toccato ad aprile il record di 13,6 milioni di barili al giorno, e la produzione punta a un massimo storico di 13,8 milioni nel 2026.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Il recupero riguarda però più i margini che i volumi: la maggior parte delle società usa i profitti extra per remunerare gli azionisti più che per trivellare. Inoltre il vantaggio dura quanto la crisi, perché l&#8217;EIA prevede il Brent a 77$ entro il secondo trimestre 2027.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s3">Lo smantellamento delle arterie continentali e la rescissione del cordone europeo</span></h3>
<p class="p3"><span class="s1">La proiezione dell&#8217;egemonia energetica nordamericana si è mossa di pari passo con la progressiva rescissione dei canali infrastrutturali via tubo che collegavano l&#8217;Europa alle forniture della Federazione Russa. Già nel 2014, sulla scia delle prime fasi della crisi ucraina, le forti pressioni diplomatiche di Washington dirette sul governo bulgaro e l&#8217;intervento della Commissione Europea portarono all&#8217;affossamento definitivo del gasdotto sottomarino South Stream. Quel progetto, nato nel 2006 dall&#8217;accordo tra la russa Gazprom e l&#8217;italiana Eni e concretatosi nel 2014 con contratti da 2 miliardi di euro assegnati alla Saipem, avrebbe fatto dell&#8217;Italia il principale hub strategico di smistamento del gas in Europa. L&#8217;interruzione forzata dell&#8217;opera privò l&#8217;industria italiana di miliardi di euro di commesse e di un vantaggio infrastrutturale permanente. La successiva sequenza di eventi geopolitici, segnata dalle svolte politiche in Europa orientale, dalla prolungata inosservanza degli accordi di Minsk ammessa da leadership europee al solo scopo di guadagnare tempo per il riarmo, e infine dall&#8217;escalation militare del 2022, ha condotto al totale isolamento energetico del continente europeo. L&#8217;introduzione di un severissimo impianto sanzionatorio, culminato in interventi contro i colossi statali e privati russi come Rosneft e Lukoil e nell&#8217;approvazione di normative coercitive come la legge Lindsey Graham, che autorizza dazi primari e secondari fino al 100% contro i Paesi terzi che acquistano idrocarburi da Mosca, ha reciso le arterie energetiche continentali, costringendo la Russia a riorientare in modo strutturale la quasi totalità delle sue esportazioni di greggio e gas verso i mercati cinesi e indiani.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s3">La filiera del GNL, la militarizzazione del mercato e i vincoli strutturali</span></h3>
<p class="p3"><span class="s1">Il vuoto lasciato dalle forniture di gas russo via tubo è stato rapidamente colmato dal gas naturale liquefatto (GNL) trasportato via nave dalle compagnie statunitensi, con l&#8217;Europa che è arrivata ad assorbire circa i due terzi dell&#8217;intero export americano di settore. A differenza del metano tradizionale, il ciclo industriale del GNL richiede una catena ad alto contenuto energetico e di rischio: la spremitura delle rocce profonde tramite </span><span class="s4">fracking</span><span class="s1">, il raffreddamento e la liquefazione del gas a circa 160 gradi sotto zero, il trasporto transoceanico su navi metaniere e la rigassificazione presso terminali dedicati, le cui lavorazioni generano rilevanti impatti ambientali, di interdizione territoriale e altissimi profili di rischio nelle aree portuali e costiere. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Il GNL permette a Washington di vincolare gli acquirenti attraverso contratti a lungo termine ma anche mercati spot al migliore offerente; una strategia estesa non solo all&#8217;Unione Europea ma anche ai mercati asiatici come Filippine, Corea del Sud e Indonesia, imponendo la realizzazione di costosissime infrastrutture dedicate e creando un legame di dipendenza fisica da affiancare alla militarizzazione del dollaro e del circuito finanziario SWIFT. In quest&#8217;ottica di riappropriazione dei flussi si inseriscono le operazioni in America Latina per riportare il patrimonio petrolifero del Venezuela nell&#8217;orbita societaria nordamericana con contratti denominati in dollari, così come l&#8217;instabilità esplosa nel Medio Oriente. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Le azioni militari lungo i punti di strozzatura marittimi, come la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte delle milizie Ansarallah in Yemen tramite dispositivi d&#8217;attacco a corto raggio e il blocco dello Stretto di Hormuz con l&#8217;imposizione di pedaggi in valuta cinese e l&#8217;impiego del circuito di pagamento CHIPS, hanno evidenziato l&#8217;estrema fragilità delle rotte commerciali globali, ponendo circa il 20% delle forniture mondiali di greggio al centro di operazioni militari e di elevati premi di rischio sui mercati (<a href="https://discoveryalert.com/us-hormuz-operation-energy-markets-ceasefire-burden-sharing/">https://discoveryalert.com/us-hormuz-operation-energy-markets-ceasefire-burden-sharing/</a>).</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s3">L&#8217;evoluzione delle dottrine di sicurezza &#8211; dalla transizione controllata all&#8217;Energy Dominance</span></h3>
<p class="p3"><span class="s1">La centralità della leva energetica emerge nitidamente dalla lettura comparata dei documenti ufficiali di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Se nella </span><span class="s4">National Security Strategy</span><span class="s1"> del 2022 la transizione energetica veniva formalmente integrata tra le sfide condivise a livello globale, concepita per ridurre la dipendenza collettiva dai Paesi concorrenti e favorire la cooperazione transatlantica (<a href="https://bidenwhitehouse.archives.gov/wp-content/uploads/2022/10/Biden-Harris-Administrations-National-Security-Strategy-10.2022.pdf">https://bidenwhitehouse.archives.gov/wp-content/uploads/2022/10/Biden-Harris-Administrations-National-Security-Strategy-10.2022.pdf</a>), con la </span><span class="s4">National Security Strategy</span><span class="s1"> del 2025 si è consumato un ribaltamento dottrinale di primaria grandezza (<a href="https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf">https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf</a>). La nuova linea strategica ha collocato il principio della </span><em><span class="s4">Energy Dominance</span></em><span class="s1"> al vertice degli imperativi di difesa, respingendo esplicitamente le agende e gli obiettivi di azzeramento delle emissioni (</span><span class="s4">Net-Zero</span><span class="s1">) in quanto ritenuti lesivi della competitività industriale. Il dominio energetico si articola attraverso la massima espansione della produzione di petrolio, gas naturale ed energia nucleare, saldandosi con la </span><span class="s4">National Security Science and Technology Strategy</span><span class="s1"> del 2026 nell&#8217;obiettivo di controllare rigorosamente l&#8217;estrazione, la raffinazione e la commercializzazione dei minerali critici essenziali per le filiere dell&#8217;intelligenza artificiale, del mining delle criptovalute e dell&#8217;industria militare (<a href="https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2026/08/NSSTS-082026.pdf">https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2026/08/NSSTS-082026.pdf</a>). Questa impostazione riafferma il controllo sui colli di bottiglia marittimi del Medio Oriente e trasforma l&#8217;energia in un&#8217;arma di guerra economica volta a preservare il primato tecnologico e finanziario rispetto alla concorrenza industriale euroasiatica.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s3">La condizione attuale. Il salasso finanziario europeo, la corsa al riarmo e l&#8217;intreccio strategico-nucleare</span></h3>
<p class="p3"><span class="s1">La condizione attuale manifesta chiaramente le conseguenze economico-sociali di questo assetto, caratterizzandosi per un drastico drenaggio di risorse dall&#8217;Europa a tutto vantaggio dei colossi petroliferi americani, i cui profitti hanno toccato quote record vicine ai 100 miliardi di dollari. L&#8217;acquisto di GNL statunitense, notevolmente più costoso rispetto al metano via condotta, ha innescato una spinta inflazionistica permanente sul tessuto manifatturiero europeo, imponendo contestualmente un imponente riarmo: per la sola Italia, la spesa militare ufficiale dichiarata in sede NATO per il 2026 ha raggiunto i 48 miliardi di euro, pari a un sborso quotidiano di oltre 132 milioni di euro destinati al sistema di guerra. Tuttavia, questa strategia di coercizione energetica ed egemonia finanziaria mostra gravi crepe e vulnerabilità strutturali. Negli Stati Uniti, il prolungato ricorso alla Riserva Strategica di Petrolio per contenere i prezzi sui mercati interni ne ha ridotto la consistenza al di sotto della soglia critica dei 285 milioni di barili; scendere sotto la soglia di sicurezza dei 300 milioni rischia di provocare il crollo strutturale e l&#8217;inutilizzabilità delle cavità saline sotterranee adibite a stoccaggio. A ciò si aggiungono l&#8217;inflazione interna spinta dai costi del trasporto merci su gomma, con i camion americani che percorrono 400 miliardi di miglia all&#8217;anno alimentati a diesel, l&#8217;esplosione del debito sulle carte di credito e l&#8217;impatto dei mutui a tasso variabile balzati dal 2,5% al 7% in un quadro di debito federale a 40 trilioni di dollari. Sul piano internazionale, l&#8217;autosufficienza energetica della Cina, salita ad oltre l&#8217;85% grazie a massicci investimenti interni nel solare (che copre ormai più del 50% dell&#8217;elettricità prodotta in Asia), nel carbone, nel nucleare e nelle forniture dirette dalla Russia, sta vanificando i tentativi di isolamento, accelerando la transizione verso fonti non controllabili dalle flotte atlantiche. L&#8217;aspetto più critico risiede infine nell&#8217;integrazione di questa guerra dell&#8217;energia con i piani di difesa nucleare e di continuità di governo, come documentato dalle declassificazioni storiche del Dipartimento di Stato riguardanti le direttive presidenziali PD-58 e PD-59, gli esercizi di risposta ad attacchi missilistici come </span><span class="s4">Ivory Item</span><span class="s1"> e i programmi secretati </span><span class="s4">Treetop</span><span class="s1"> per la dispersione del comando supremo (<a href="https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and">https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and</a>). In un contesto segnato dal progressivo azzeramento dei trattati di limitazione degli armamenti, la combinazione tra coercizione geoeconomica, contesa dei corridoi marittimi e dottrine di puntamento nucleare ad alta flessibilità espone l&#8217;equilibrio globale al rischio permanente di un&#8217;escalation incontrollata.</span></p>
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		<title>DI CHI È IL MARE NOSTRUM?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 11:54:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Emergenze]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[FER Rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Eolico offshore]]></category>
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					<description><![CDATA[RETICOLI GREEN DI PALE GREEN, ALTE 300 METRI SUL MARE BLU, CON CUI INTENDEREBBERO TRASFORMARE IL MEDITERRANEO IN ZONA INDUSTRIALE L&#8217;altezza totale di una pala eolica in mare (offshore) misurata dal livello medio del mare fino all&#8217;estremità superiore della pala quando si trova nel punto più alto della sua rotazione supera ormai regolarmente i 250&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='DI CHI È IL MARE NOSTRUM?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/09/05/di-chi-e-il-mare-nostrum/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<h2 dir="auto">RETICOLI GREEN DI PALE GREEN, ALTE 300 METRI SUL MARE BLU, CON CUI INTENDEREBBERO TRASFORMARE IL MEDITERRANEO IN ZONA INDUSTRIALE</h2>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
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<div dir="auto">L&#8217;altezza totale di una pala eolica in mare (offshore) misurata dal livello medio del mare fino all&#8217;estremità superiore della pala quando si trova nel punto più alto della sua rotazione supera ormai regolarmente i 250 metri nelle turbine commerciali attualmente in installazione. I modelli più avanzati e potenti da 15-18 Megawatt, sviluppati da produttori come Vestas, Siemens Gamesa e Mingyang, raggiungono e superano un&#8217;altezza complessiva compresa tra i 280 e i 310 metri sul livello del mare. La torre Eiffel è alta 330 metri.</div>
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<div dir="auto">All&#8217;interno del perimetro del parco eolico e per un raggio di sicurezza attorno a ciascuna pala (solitamente tra i 200 e i 500 metri dalle strutture) vige il divieto assoluto di navigazione, ancoraggio, pesca e transito per tutte le imbarcazioni non autorizzate o non legate alle operazioni di manutenzione.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Lungo il tracciato dei cavi sottomarini ad alta tensione che collegano le turbine alla costa è vietato l&#8217;ancoraggio e la pesca a strascico per evitare di danneggiare le infrastrutture elettriche posate sul fondo del mare.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Vengono istituite limitazioni al sorvolo a bassa quota per i velivoli civili, commerciali e di soccorso compresi gli elicotteri del 118 o della Guardia Costiera.</div>
<div dir="auto"><a href="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/09/IMG_3498-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-19227" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/09/IMG_3498-1-300x126.jpg" alt="" width="300" height="126" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/09/IMG_3498-1-300x126.jpg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/09/IMG_3498-1-768x322.jpg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/09/IMG_3498-1-640x268.jpg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/09/IMG_3498-1.jpg 994w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Le pale in rotazione generano il fenomeno noto come radar clutter, che crea disturbi visivi e &#8220;punti ciechi&#8221; sui radar della Difesa militare, della vigilanza costiera e del controllo del traffico aereo, richiedendo zone di rispetto o sistemi di compensazione radaristica molto complessi.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Le fasi di infissione dei pali nei fondali o di posa delle ancore generano rumori a bassa frequenza ad alta intensità, in grado di disorientare o danneggiare i mammiferi marini (delfini, balenottere) e la fauna ittica, limitandone le rotte migratorie e le aree di riproduzione.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">I cavi ad alta tensione adagiati sul fondo del mare o interrati creano campi elettromagnetici che possono alterare il comportamento delle specie demersali, che vivono a stretto contatto con il fondale marino</div>
<div dir="auto">, oppure nelle acque immediatamente sopra di esso, e di quelle marine che si orientano tramite il magnetismo terrestre.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Queste restrizioni sottraggono porzioni di mare aperto all&#8217;uso pubblico, costringendo i mercantili, i traghetti e i pescherecci a deviare dalle rotte abituali con conseguente allungamento dei tempi di navigazione e una netta riduzione delle aree storicamente destinate alla pesca.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">L&#8217;alterazione permanente dell&#8217;orizzonte marittimo comporta un limite indiretto ma tangibile al valore turistico ed estetico delle zone costiere coinvolte, limitando lo sviluppo di attività legate al diportismo nautico, al diving e alla valorizzazione paesaggistica del litorale.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Durante l&#8217;esercizio, le estremità delle pale eoliche ruotano a velocità di punta che possono superare i trecento chilometri orari. A queste velocità, l&#8217;impatto costante con la pioggia, la salsedine, la grandine e il particolato atmosferico provoca il fenomeno dell&#8217;erosione del bordo d&#8217;attacco. Questo processo di usura meccanica causa il distacco continuo di microparticelle e frammenti di polimeri sintetici, resine epossidiche e vernici protettive che finiscono direttamente nell&#8217;ambiente marino. Molte di queste coperture protettive contengono composti fluorurati o sostanze chimiche ad alta resistenza per prevenire la corrosione marina, sollevando preoccupazioni per l&#8217;accumulo di microplastiche e contaminanti persistenti nelle catene alimentari ittiche.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">La durata media operativa di un impianto eolico è stimata in circa venti o venticinque anni. Sebbene componenti come l&#8217;acciaio e il rame dei cavi siano facilmente riciclabili, le pale rappresentano un rifiuto speciale estremamente complesso da gestire. Essendo composte da materiali compositi termoindurenti come fibra di vetro e fibra di carbonio legate da resine, il loro riciclo su scala industriale è ancora immaturo e poco sostenibile economicamente, portando allo stoccaggio in discarica o all&#8217;incenerimento. Inoltre, le operazioni di dismissione e rimozione delle enormi strutture e dei sistemi di ancoraggio infossati nel fondale comportano un secondo forte impatto meccanico e acustico sull&#8217;ecosistema bentonico.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">La navicella di ciascun aerogeneratore deve obbligatoriamente usare centinaia di litri di oli lubrificanti di origine fossile e liquidi refrigeranti per gli ingranaggi e i sistemi idraulici. Servono ad evitare la fusione di moltiplicatori di velocità o gearbox, cuscinetti del rotore e sistemi idraulici di orientamento che richiedono una lubrificazione ad altissime prestazioni per resistere ad attriti estremi, forti sbalzi termici e ambienti altamente corrosivi come quello marino. Oltretutto comportano un costante￼ rischio di perdite in mare durante le fasi di esercizio, manutenzione o guasto.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Le stazioni elettriche di trasformazione offshore utilizzano spesso l&#8217;esafluoruro di zolfo come isolante elettrico negli interruttori ad alta tensione, un gas ad altissimo potenziale di riscaldamento globale con un effetto serra ventitremila volte superiore a quello dell&#8217;anidride carbonica.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Profitti privati garantiti con soldi pubblici</div>
<div dir="auto">Attraverso aste pubbliche, lo Stato garantisce un prezzo fisso d&#8217;acquisto per l&#8217;energia prodotta per periodi molto lunghi, fino a venti anni. Se il prezzo di mercato dell&#8217;energia scende al di sotto della soglia concordata, siamo noi tramite i prelievi nelle bollette elettriche a versare ai privati la differenza per garantire loro il profitto preventivato. Sebbene il meccanismo preveda una restituzione qualora il prezzo di mercato superi la soglia, nei fatti esso elimina il rischio d&#8217;impresa per il capitale finanziario.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">È così che i fondi d&#8217;investimento e i private equity accedono all&#8217;operazione con una redditività minima garantita dallo Stato, trasformando la transizione ecologica in un mercato di titoli ad alto rendimento protetti dalle oscillazioni dell&#8217;economia reale.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">A causa di carenze strutturali della rete elettrica nazionale (provocate peraltro dall’intermittenza di sole e vento), si verifica il fenomeno dei tagli di produzione (il cosiddetto curtailment o redispatching). Quando infatti la produzione eolica in un&#8217;area come la Sardegna o il Canale di Sicilia supera la capacità della rete di trasportare l&#8217;energia verso i centri di consumo del Nord, Terna impone il distacco forzato degli impianti. In base alle normative entrano allora in funzione i meccanismi di compensazione dei mercati dei servizi che, udite, udite, indennizzano i proprietari degli impianti per l&#8217;energia non immessa e non prodotta per ragioni di sicurezza della rete. Si crea così un circuito distorto per cui il capitale privato guadagna sia se eroga energia, sia se gli viene imposto di fermarsi, accrescendo le rendite di posizione a spese del sistema e dei consumatori.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Anche quando non producono un singolo kilowattora a causa delle condizioni meteorologiche, i grandi impianti rinnovabili o i gruppi finanziari che li gestiscono possono accedere alle aste del Mercato della Capacità gestito da Terna. Questo sistema remunera i produttori non per l&#8217;energia effettivamente immessa in rete, ma per il semplice fatto di mettere a disposizione la propria capacità installata in termini di adeguatezza del sistema. Il capitale viene quindi pagato con un fisso annuo per la sola &#8220;presenza&#8221; dell&#8217;impianto sull&#8217;architettura di rete.</div>
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<div dir="auto">Inoltre, nei meccanismi di sostegno basati sui Contratti per Differenza (CfD) o sui vecchi Conto Energia e Tariffe Onnicomprensive, la perdita monetaria dovuta alle ore di fermo per assenza di vento viene strutturalmente compensata durante le ore di funzionamento. Il prezzo garantito dalle aste statali è calcolato su base annua dai modelli finanziari per garantire il rientro dell&#8217;investimento e un margine di profitto minimo elevato, incorporando già le stime storiche di assenza di vento. Lo Stato, di fatto, tarpa il rischio calcolando un prezzo dell&#8217;energia sovvenzionato molto più alto rispetto ai costi reali di generazione, permettendo all&#8217;operatore di coprire i costi fissi e i finanziamenti bancari anche in presenza di prolungati periodi di bonaccia.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">I progetti eolici su grande scala non vengono finanziati dal capitale proprio dei promotori, ma attraverso schemi di Project Finance erogati da banche e fondi d&#8217;investimento, spesso garantiti da istituzioni finanziarie pubbliche o statali (come Cassa Depositi e Prestiti, la Banca Europea per gli Investimenti o SACE). In questo modo, le perdite operative derivanti da rendimenti eolici inferiori alle attese non ricadono sul patrimonio della società promotrice: la presenza della garanzia statale o di strumenti di debito senior protetti permette alle società veicolo di ristrutturare i debiti o accedere a fondi di riserva pubblici senza rischiare il fallimento per mancanza di materia prima climatica.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Nel nuovo assetto normativo, gli impianti eolici abbinati a sistemi di accumulo a batterie (BESS) o integrati in portafogli aggregati (UVAM) ricevono remunerazioni per la fornitura di servizi di bilanciamento e di riserva alla rete. Questi corrispettivi prescindono dalla generazione eolica istantanea e vengono riconosciuti per la disponibilità a cedere o assorbire energia secondo le esigenze del gestore di rete, costituendo un flusso di cassa costante anche nei periodi in cui le pale rimangono immobili.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Dai dati ufficiali di Terna e del Ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza Energetica risulta una sproporzione impressionante tra ciò che è attualmente costruito, le pochissime opere di eolico off-shore autorizzate e l&#8217;ondata di richieste che punta a circondare i mari italiani.</div>
<div dir="auto">Sul piano della realtà operativa, la situazione si riduce a un unico impianto esistente in tutto il Paese. Si tratta di Beleolico, posizionato nelle acque antistanti la rada esterna del porto di Taranto in Puglia, gestito dal gruppo Renexia. Questo impianto comprende soltanto dieci turbine con una potenza complessiva di trenta megawatt, una goccia nel mare rispetto ai numeri contenuti nei piani di espansione nazionali. Oltre a Taranto, le opere entrate in funzione o in fase di effettivo cantiere si contano sulle dita di una mano, mentre il resto del panorama energetico offshore italiano è caratterizzato da una gigantesca bolla burocratica e speculativa.</div>
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<div dir="auto">La dimensione reale dell&#8217;impatto sul paesaggio marittimo emerge dall&#8217;analisi delle richieste di connessione inoltrate a Terna e dei progetti depositati presso il Ministero dell&#8217;Ambiente. Ad oggi figurano circa centotrenta progetti presentati da società private e multinazionali per una potenza totale stimata che sfiora i novanta gigawatt, un valore quasi tre volte superiore agli stessi obiettivi strategici fissati dal governo italiano al 2050!</div>
<div dir="auto">La distribuzione geografica di queste istanze rivela una vera e propria saturazione dei mari che circondano le regioni meridionali e insulari. La Sicilia guida questa corsa con oltre undici gigawatt di richieste concentrate quasi interamente al largo della provincia di Trapani e nel canale di Sicilia, seguita dal Sud Sardegna con circa dieci gigawatt previsti tra il golfo di Cagliari e la costa della Gallura. In Puglia la pressione si distribuisce tra il Salento e la provincia di Barletta-Andria-Trani per oltre sei gigawatt di potenza nominale, mentre estesi complessi industriali galleggianti sono previsti anche lungo le coste di Calabria, Basilicata, Lazio e persino nel medio e alto Adriatico tra Molise, Abruzzo e Marche.</div>
<div dir="auto">Gli attori coinvolti negli investimenti costituiscono una rete composta da grandi gruppi energetici, fondi d&#8217;investimento internazionali e veicoli azionari di scopo. Accanto a colossi nazionali ed europei come Eni attraverso Plenitude, CDP Equiter o A2A, operano attori finanziari globali del calibro di JP Morgan attraverso la controllata Nadara, affiancati da sviluppatori specializzati nell&#8217;eolico galleggiante come Renexia, Greenit, Hexicon e Falck Renewables.</div>
<div dir="auto">Qualora anche solo una frazione di queste richieste venisse approvata ed eseguita, l&#8217;impatto complessivo porterebbe alla trasformazione industriale di intere tratte marine. Le strutture galleggianti di nuova concezione prevedono turbine imponenti con altezze superiori ai duecentocinquanta metri, ancorate a fondali profondi tramite chilometri di cavi e catene, con vaste zone interdette alla navigazione commerciale e alla pesca artigianale e imponenti infrastrutture di atterraggio dei cavi elettrici ad alta tensione lungo i litorali.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Per comprendere appieno la gravità di questa sproporzione, occorre contestualizzare cosa rappresentano 90 gigawatt nel sistema energetico italiano e quali siano gli obiettivi reali stabiliti dalle istituzioni.</div>
<div dir="auto">Il Piano Nazionale Integrato per l&#8217;Energia e il Clima (PNIEC) stabilisce la tabella di marcia del paese per la transizione energetica. Per l&#8217;eolico marino, le proiezioni governative prevedono di installare poco più di due gigawatt entro il 2030, per poi tracciare una traiettoria di lungo termine che stima di raggiungere una capacità compresa tra i 20 e i 30 gigawatt al 2050. Queste cifre sono considerate dagli stessi tecnici sufficienti a coprire una quota significativa dei consumi elettrici nazionali, tenendo conto delle capacità di assorbimento della rete elettrica e della necessità di bilanciare le diverse fonti rinnovabili come il solare, l&#8217;idroelettrico e l&#8217;eolico terrestre.</div>
<div dir="auto">A fronte di questa programmazione graduale, la richiesta a Terna di circa novanta gigawatt di sola potenza eolica offshore è una cifra fuori da ogni logica di pianificazione pubblica. Questo volume di potenza supera di gran lunga la capacità massima di assorbimento dell&#8217;intera rete elettrica italiana, la cui richiesta media di potenza istantanea sull&#8217;intero territorio si attesta normalmente attorno ai trenta o quaranta gigawatt. In pratica, se tutti questi impianti venissero realizzati, si genererebbe un quantitativo di energia elettrica di gran lunga superiore alla domanda reale del paese, creando enormi problemi di stabilità di rete ed erogando energia che non potrebbe essere né consumata né accumulata.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">La presenza di una mole di richieste quasi tre volte superiore ai target previsti a metà secolo rivela come il settore non stia rispondendo a un piano di fabbisogno energetico nazionale, bensì a una vera e propria corsa alle concessioni demaniali marittime. Molte società richiedono l&#8217;allaccio alla rete non con l&#8217;intento immediato di costruire, ma per occupare preventivamente le posizioni di forza, speculare sui titoli autorizzativi e assicurarsi incentivi e priorità d&#8217;accesso. Il risultato è la saturazione virtuale delle coste e dei mari territoriali, che blocca la corretta pianificazione e minaccia di trasformare i beni comuni marini in un mercato di risorse energetiche conteso dalle grandi entità finanziarie.</div>
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<h6 dir="auto">Nell’immagine di copertina sono conteggiati soltanto gli impianti ufficialmente mappati, circa settantaquattro gigawatt complessivi, viceversa il volume totale delle richieste arrivate al gestore di rete ha ormai raggiunto la cifra folle di 90 gigawatt</h6>
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		<title>Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:21:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Eurodollaro]]></category>
		<category><![CDATA[FinanzaSpeculativa]]></category>
		<category><![CDATA[geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell&#8217;Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l&#8217;intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/01/il-crollo-dello-yen-e-il-ritiro-dei-capitali-cinesi-verso-i-beni-rifugio-e-la-scarsita-di-dollari-offshore/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 class="p3"><span class="s2">Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell&#8217;Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l&#8217;intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo</span></h2>
<p class="p1"><span class="s1">il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant&#8217;anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di <strong>162 yen per dollaro</strong>. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d&#8217;allarme che riguarda la salute dell&#8217;intera economia globale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di salvare la propria moneta, la Banca del Giappone ha infatti interrotto l&#8217;era dei tassi d&#8217;interesse negativi e ha alzato il tasso di riferimento fino all&#8217;1%, un livello massimo che non si vedeva dal 1995. Inoltre, <strong>le autorità di Tokyo hanno speso la cifra record</strong> di 11.730 miliardi di yen (circa <strong>72,5 miliardi di dollari</strong>) in interventi diretti sul mercato dei cambi, <strong>vendendo cioè riserve in dollari per ricomprare massicciamente yen e sostenerne artificialmente il prezzo</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Secondo i manuali di economia tradizionali, queste mosse avrebbero dovuto far risalire immediatamente il valore dello yen. Nella realtà, <strong>la valuta ha continuato a perdere valore</strong>. In pratica vediamo che le forze di mercato sottostanti sono molto più potenti delle decisioni dei banchieri centrali e che gli strumenti tradizionali della politica monetaria non stanno funzionando.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il mistero del sistema dell&#8217;Eurodollaro</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il crollo dello yen è la manifestazione visibile di un problema invisibile: <span style="color: #ff0000;"><strong>una forte contrazione della liquidità globale di dollari, regolata dal cosiddetto sistema dell&#8217;Eurodollaro</strong></span>.</span></p>
<p>Con questo termine non si intende la moneta europea, ma l&#8217;enorme <strong>mercato di dollari che vengono depositati, prestati e scambiati interamente al di fuori degli Stati Uniti (ad esempio tra banche europee o asiatiche). Questo mercato internazionale è il vero motore invisibile che finanzia il commercio e il credito mondiale</strong>.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando il sistema dell&#8217;Eurodollaro si irrigidisce a causa della diffidenza o della paura, si crea una vera e propria carenza di dollari a livello globale. Le banche e le grandi istituzioni finanziarie di tutto il mondo iniziano a competere per accaparrarsi quanti più dollari possibili per mettere in sicurezza i propri bilanci. <span style="color: #ff0000;"><strong>Questa caccia globale alla moneta americana fa salire il valore del dollaro e schiaccia inevitabilmente le altre valute, a partire da quelle asiatiche come lo yen, a prescindere da quanto i governi locali provino ad alzare i propri tassi di interesse interni.</strong></span></span></p>
<p class="p3"><span class="s2">Il legame nascosto con la Cina</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mentre lo yen mostra la pressione del sistema all&#8217;esterno attraverso il crollo del suo tasso di cambio, il mercato finanziario cinese mostra la stessa identica pressione all&#8217;interno della propria economia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>Nello stesso momento in cui lo yen affonda, in Cina i rendimenti dei titoli di Stato stanno scendendo a nuovi minimi storici, con un fenomeno tecnico che segnala una forte ricerca di protezione</strong>.<br />
In parole semplici, i grandi gestori di fondi cinesi hanno<span style="color: #ff0000;"><strong> paura di un&#8217;ondata di declassamenti (ossia una riduzione del giudizio di affidabilità) </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">sui debiti delle aziende e delle banche locali</span></strong></span><span class="s1">. <strong>Per questo motivo, stanno togliendo i soldi dagli investimenti produttivi e rischiosi per rifugiarsi in massa nei titoli di Stato sicuri</strong>. Quando tutti vogliono comprare questi titoli, il loro rendimento scende. Questo comportamento non è il segnale di un&#8217;economia che corre o di una banca centrale che stimola la crescita, ma rivela un sistema finanziario che si sta ritirando spaventato, riducendo il credito interno a causa della debolezza economica.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">L&#8217;illusione del petrolio e i segnali deflazionistici</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il Giappone importa quasi tutta la sua energia e la paga in dollari; di conseguenza, quando il prezzo del petrolio sale, il paese deve vendere più yen per comprare dollari, indebolendo la propria valuta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tuttavia, recentemente i prezzi del petrolio hanno iniziato a scendere, ma lo yen ha continuato a perdere valore comunque. Se la causa fosse stata solo il costo dell&#8217;energia, il calo del greggio avrebbe dovuto dare immediato sollievo al Giappone. Il fatto che lo yen continui a scendere suggerisce uno scenario più cupo: <span style="color: #ff0000;"><strong>il petrolio non sta diminuendo perché c&#8217;è più offerta, </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">ma per una distruzione della domanda</span></strong></span><span class="s1">. Significa che l&#8217;economia mondiale sta rallentando a tal punto da consumare meno energia. Questo è un <strong><span style="color: #ff0000;">forte </span><span style="color: #ff0000;">segnale deflazionistico</span>, cioè di contrazione dell&#8217;attività economica e dei consumi mondiali</strong> e di conseguenza un sistema finanziario globale in forte difficoltà.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per quale motivo le grandi banche europee si stanno muovendo in direzione esattamente opposta rispetto alle dichiarazioni e alle intenzioni dei banchieri centrali?</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il paradosso dei titoli di Stato</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Nei primi cinque mesi del 2026, <strong>le banche commerciali europee hanno fatto il pieno di titoli di Stato</strong> (i bond emessi dai governi), acquistandone per un valore enorme che supera i <strong>220 miliardi di euro</strong> (di cui ben 46,5 miliardi solo nel mese di maggio).</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A prima vista, <strong>questo comportamento sembra del tutto irrazionale</strong>. La Banca Centrale Europea (BCE), guidata da Christine Lagarde, ha recentemente alzato i tassi d&#8217;interesse e continua a minacciare nuovi aumenti per combattere il rischio che lo shock sui prezzi dell&#8217;energia si trasformi in un&#8217;inflazione permanente. </span><span class="s4">Chiunque abbia una minima base di economia sa che <strong>quando i tassi d&#8217;interesse salgono, i prezzi dei vecchi titoli di Stato scendono, provocando perdite a chi li possiede</strong></span><span class="s1">. Di conseguenza, se le banche credessero davvero ai continui aumenti dei tassi promessi dalla BCE, <span style="color: #ff0000;"><strong>dovrebbero stare alla larga dai bond statali. Il fatto che li stiano comprando in massa dimostra che i banchieri commerciali non credono affatto alla narrazione ufficiale della banca centrale</strong></span>.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s2">Le banche si preparano alla recessione</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Le banche europee sembrano piuttosto prepararsi ad una massiccia strategia difensiva perché prevedono una forte debolezza economica e un aumento del rischio di credito nei prossimi mesi, rifiutando di fatto il modello sull&#8217;inflazione della BCE.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Invece di concentrarsi sul pericolo che i prezzi continuino a salire, le banche guardano all&#8217;economia reale e vedono famiglie e imprese in forte difficoltà. Un aumento del costo dell&#8217;energia agisce come una tassa sul potere d&#8217;acquisto delle persone: se i cittadini spendono di più per benzina e bollette, avranno meno soldi per tutto il resto, a partire dai servizi e dai consumi non essenziali. Le aziende, di fronte a una domanda debole e a costi di produzione più alti, vedono crollare i propri profitti. <span style="color: #ff0000;"><strong>In uno scenario così fragile, prestare denaro a un&#8217;impresa o a una famiglia diventa estremamente rischioso per una banca, perché aumenta la probabilità che quel prestito non venga ripagato</strong></span>. Ecco risolto il paradosso: <span style="color: #ff0000;"><strong>le banche preferiscono comprare titoli di Stato, che pur rischiando piccole svalutazioni restano scommesse più sicure dal punto di vista del rimborso, piuttosto che rischiare di perdere capitali facendo prestiti all&#8217;economia privata</strong></span>. I titoli di Stato servono alle banche come scudo di sicurezza, liquidità immediata e garanzia di alta qualità.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il &#8220;broncio&#8221; del mercato dei derivati</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Se si considera l&#8217;andamento del mercato dei derivati finanziari, nello specifico i contratti futuri legati al tasso Euribor (il tasso di riferimento a cui le banche europee si prestano denaro a vicenda) e si analizza la forma di questa curva finanziaria nel tempo, si nota<span class="Apple-converted-space">  </span>una curva a forma di broncio o di arco triste. Questa forma particolare indica che gli investitori istituzionali si aspettano sì la possibilità di un ultimissimo e ravvicinato aumento dei tassi da parte della BCE (la parte iniziale della curva), ma prevedono che subito dopo la curva si piegherà verso il basso. Se il mercato si aspettasse un&#8217;inflazione forte e duratura, la curva continuerebbe a salire costantemente verso l&#8217;alto. Il fatto che si pieghi verso il basso dimostra che <strong>il mercato finanziario sta scommettendo su un imminente &#8220;errore di politica monetaria&#8221;: la BCE alzerà troppo i tassi in un&#8217;economia già debole, costringendola a fare marcia indietro e a tagliare i tassi molto presto per correre ai ripari contro la recessione</strong>.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">I dati macroeconomici reali e il fattore lavoro</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;inflazione in Germania (l&#8217;economia più grande dell&#8217;eurozona) è inaspettatamente scesa <strong>al 2,4% a giugno</strong>, frenata dal calo del prezzo del petrolio, e l&#8217;inflazione di fondo si è stabilizzata. Non c&#8217;è quindi traccia di quel temuto effetto a catena sui salari o sui prezzi di cibo e servizi che tanto spaventa la BCE.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;elemento più decisivo è però il mercato del lavoro</strong></span>. I sondaggi della Commissione Europea mostrano che la fiducia economica è debole e, soprattutto, che le intenzioni di assunzione delle imprese sono ferme su livelli molto bassi. <strong>Le aziende non stanno assumendo</strong>; al contrario, <strong>molte piccole e medie imprese, schiacciate dai costi energetici passati e dal calo delle vendite, stanno rimandando gli investimenti e iniziano a valutare il taglio delle ore di lavoro o del personale</strong>. L&#8217;occupazione è il termometro che distingue una vera fiammata inflazionistica da una crisi economica: se le aziende riducono i posti di lavoro e i consumatori hanno paura di spendere, non può esistere alcuna spirale di prezzi fuori controllo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La BCE ha già commesso lo stesso identico errore nel 2008 e nel 2011, quando alzò i tassi d&#8217;interesse spaventata da un temporaneo aumento del prezzo del petrolio, senza accorgersi della fragilità strutturale dell&#8217;economia, finendo per aggravare la successiva crisi finanziaria. <strong>Il forte acquisto di bond da parte delle banche e la forma del mercato dei derivati indicano che la storia rischia di ripetersi</strong>: mentre la banca centrale combatte con gli strumenti di oggi un problema di ieri (il vecchio picco del petrolio), le banche commerciali si stanno già portando avanti e si stanno mettendo al sicuro per proteggersi dalla debolezza economica di domani.</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">(*) Già nel 1982 ci sono state diverse dichiarazioni storiche dell&#8217;ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, che dimostrano un fatto clamoroso: da oltre cinquant&#8217;anni le banche centrali hanno ammesso di non saper più definire né misurare la reale quantità di moneta in circolazione nel mondo (i vecchi indicatori come M1, M2 ed M3 sono ormai obsoleti).</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">L&#8217;evoluzione dei mercati ha creato canali di finanziamento paralleli e internazionali (come il mercato dei pronti contro termine, detti &#8220;repo&#8221;, e i depositi offshore), che sfuggono al controllo delle autorità. Non sapendo come misurare la moneta, la Federal Reserve e le altre banche centrali hanno smesso di guardare il sistema monetario e si sono concentrate solo sulla fine del processo, cioè sui dati macroeconomici come l&#8217;inflazione (indice CPI) o la disoccupazione. Il sistema monetario secondo alcuni, analisti somiglia sempre più a un &#8220;buco nero&#8221;: non lo si può vedere direttamente, ma si possono capire i suoi movimenti osservando come la sua gravità influenza tutto ciò che lo circonda. Le banche centrali usano modelli matematici teorici astratti che ignorano il funzionamento reale del credito, finendo regolarmente per provocare disastri o leggere i segnali al contrario.</span></p>
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		<title>Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 13:28:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti ad un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/25/economia-occidentale-un-castello-di-carte-su-cui-si-sta-levando-un-forte-vento/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2>L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti ad un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo sistema degli eurodollari</h2>
<p>Questo sistema ovvero il cosiddetto <strong>Shadow Banking</strong>, o sistema bancario ombra, è un universo parallelo di crediti e prestiti che opera lontano dal controllo delle istituzioni ufficiali [1]. È qui, in questo <strong>vasto oceano di denaro privato creato dalle banche commerciali internazionali</strong>, che nasce la vera liquidità che fa funzionare le navi, le fabbriche e le rotte commerciali. <span style="color: #ff0000;"><strong>Non si tratta di banconote stampate dalle banche centrali</strong></span>; la linfa vitale del mondo moderno nasce da una stretta di mano tra banchieri. Ricordiamo che le banche hanno bisogno di prestarsi soldi a vicenda principalmente perché, ogni giorno, i flussi di denaro in entrata e in uscita non sono mai perfettamente bilanciati. A fine giornata, una banca potrebbe trovarsi con un surplus di liquidità, mentre un&#8217;altra ha un temporaneo bisogno di contanti per far fronte ai prelievi dei clienti o per rispettare le soglie di riserva imposte dalle autorità di vigilanza. Invece di vendere asset o bloccare operazioni, le banche preferiscono prestarsi denaro tra loro per poche ore o giorni: è il modo più rapido ed efficiente per mantenere i conti in ordine e garantire che il sistema finanziario resti fluido e operativo senza intoppi.</p>
<p>Tuttavia, questo fiume invisibile non scorre sulla fiducia astratta, ma su garanzie concrete: <strong>il collaterale</strong>. Immaginate il mercato Repo [2], che è il vero &#8220;banco dei pegni&#8221; del sistema finanziario globale. <strong>Ogni giorno, le banche si scambiano migliaia di miliardi di dollari dandosi in pegno dei titoli, i collaterali</strong>, come garanzia per la notte&#8230; Se la Banca A presta denaro alla Banca B, vuole in cambio un titolo di Stato di qualità eccelsa. <strong>Finché il mercato si fida della qualità di quel titolo, l&#8217;ingranaggio gira</strong>.</p>
<p>Qui nasce la patologia. Quando il sistema entra in crisi, accade una reazione a catena definita &#8220;<strong>scarsità di collaterale</strong>&#8220;. Succede che i titoli considerati &#8220;sicuri&#8221; iniziano a perdere di valore o diventano difficili da scambiare. Improvvisamente, la Banca A guarda al collaterale offerto dalla Banca B e dice: &#8220;Non mi fido più di questo titolo, temo che domani valga meno&#8221;. A quel punto la Banca A rifiuta il prestito. La Banca B, non ricevendo il credito, non può finanziare i propri clienti. Il &#8220;fiume&#8221; degli eurodollari si interrompe. Non è una scelta politica o un piano deliberato: è un blocco meccanico. Il denaro sparisce non per cattiva volontà delle banche ma perché il loro &#8220;collante&#8221;, la fiducia nella garanzia, è evaporato. Un segnale molto preoccupante verificatosi nella settimana del 18 marzo era stata <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/04/verso-una-recessione-globale/">l’impennata dei “Repo Fails”</a> (mancate consegne nel mercato dei pronti contro termine), che avevano raggiunto i 379 miliardi di dollari, un blocco nel flusso del collaterale che aveva provocato una forte e sintomatica tensione monetaria ora solo parzialmente rientrata.</p>
<p>È qui che l’errore delle banche centrali diventa fatale. La Federal Reserve e i suoi pari continuano a pensare di poter governare la situazione alzando o abbassando i tassi di interesse, convinti di combattere l’inflazione. Ma stanno combattendo la guerra sbagliata basandosi su una mappa vecchia di cinquant&#8217;anni. <span style="color: #ff0000;"><strong>Credono che il problema sia il &#8220;costo&#8221; del denaro, quando in realtà il problema è la &#8220;disponibilità&#8221; del credito garantito</strong></span>. È come cercare di curare un malato di idropisia, ovvero un accumulo di liquidi nel corpo, cercando di pompare sangue fresco in un sistema dove le arterie ossia le banche, sono indurite e ostruite dal dubbio. I<strong>nutile abbassare i tassi se il meccanismo dei Repo è intasato perché nessuno si fida più dei collaterali</strong>.</p>
<p>I segnali di questo disastro incombente sono già evidenti, ma vengono ignorati. Basti <span style="color: #ff0000;"><strong>guardare a cosa succede al mercato obbligazionario svizzero</strong></span>: i rendimenti dei titoli a breve termine sono tornati a scendere verso lo zero, e in alcuni casi minacciano di tornare <strong>negativi</strong>. Perché succede? Non perché la Svizzera sia diventata il motore del mondo, ma perché <strong>gli investitori, spaventati, stanno fuggendo verso l&#8217;unico porto che considerano ancora sicuro, svendendo tutto il resto</strong>. Questa è <span style="color: #ff0000;"><strong>una &#8220;fuga verso la qualità&#8221; che dice quanto sia fragile il resto del sistema</strong></span>.</p>
<p>Siamo di fronte a una divergenza pericolosa: da un lato, i mercati azionari continuano a sognare un futuro radioso, comportandosi come un maratoneta che corre un&#8217;ultima gara ignorando di avere un infarto in corso. Dall&#8217;altro, il mercato obbligazionario e le tensioni nel credito privato ci avvertono che la tempesta è in corso.<strong> Il sistema bancario privato, stretto tra la scarsità di collaterale e il timore di un crollo, sta operando una contrazione involontaria</strong>: sta chiudendo i rubinetti del credito globale nonostante le rassicurazioni delle autorità.</p>
<p>Il castello di carte continua a crescere in altezza e fragilità. Quando la realtà del blocco del credito dovesse scontrarsi con la percezione di ricchezza delle borse il castello di carte potrebbe essere spazzato via. Chi oggi ignora questi segnali, convinto che la banca centrale possa stampare la soluzione, si troverà a navigare in mezzo alla tempesta con una cartina stradale che non descrive più il territorio. La vera domanda, non è cosa farà il politico di turno, ma <strong>quanta fiducia è rimasta nei circuiti bancari privati</strong>. Perché se quella fiducia dovesse evaporare definitivamente, il castello di carte non avrà alcuna speranza di restare in piedi.</p>
<p>Il nuovo mondo dei BRICS non è ancora del tutto immune rispetto al mercato dei Repo statunitense e, più in generale, al sistema basato sul dollaro. Sebbene sia in corso un rapido processo di de-dollarizzazione, la realtà operativa descrive piuttosto un percorso di diversificazione, non di isolamento.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Il mercato dei Repo è il sistema nervoso centrale della liquidità globale e, finché il dollaro rimane la valuta di riserva dominante e il collaterale preferito per le transazioni internazionali, è pressoché impossibile per qualsiasi economia globalizzata dirsi totalmente immune dai suoi sussulti</strong></span>. Quando si verificano tensioni nel mercato dei Repo americano, come l&#8217;aumento delle mancate consegne o la contrazione della liquidità, l&#8217;effetto non si ferma ai confini degli Stati Uniti. Si propaga attraverso i tassi di cambio, i flussi di capitale e il costo del credito globale. Anche le istituzioni finanziarie dei paesi BRICS, pur potenziando le loro infrastrutture alternative come i circuiti di pagamento basati su valute nazionali o l&#8217;esplorazione di ponti tra le rispettive valute digitali delle banche centrali (CBDC), continuano a operare all&#8217;interno di un ecosistema dove il dollaro funge ancora da &#8220;asset di ultima istanza&#8221;.<br />
Ciò che stiamo osservando in questo momento è la costruzione di &#8220;binari paralleli&#8221;. I paesi del blocco stanno sperimentando sistemi di regolamento che bypassano i circuiti tradizionali come lo SWIFT, cercando di ridurre la dipendenza dal <em>greenback</em> (dollaro statunitense) per proteggersi dal rischio di sanzioni o da shock esogeni legati alla politica monetaria americana. Tuttavia, questi sforzi sono ancora nella fase di sperimentazione controllata e/o di integrazione regionale. Le banche centrali dei paesi BRICS mantengono ancora enormi riserve in titoli del Tesoro USA, rendendo la loro stabilità finanziaria intrinsecamente legata alla salute e alla profondità del mercato dei Treasury.<br />
Quindi, non siamo di fronte a una separazione, ma a una sorta di &#8220;copertura assicurativa&#8221;. <span style="color: #ff0000;"><strong>I paesi BRICS non cercano di ignorare il mercato dei Repo, ma cercano di creare dei compartimenti stagni che permettano loro di continuare a operare anche qualora il sistema principale dovesse subire gravi inefficienze o venire utilizzato come leva di pressione geopolitica</strong></span>. Il paradosso è che, nel tentativo di rendersi immuni, queste nazioni continuano a monitorare il mercato dei Repo con la stessa ansia di un operatore di Wall Street: perché se il mercato del collaterale americano dovesse bloccarsi, l&#8217;onda d&#8217;urto finanziaria colpirebbe inevitabilmente anche le loro economie, indipendentemente dai nuovi circuiti digitali che stanno cercando di implementare. La vera protezione che stanno cercando di costruire non è contro il mercato in sé, ma contro la vulnerabilità che deriva dall&#8217;avere un&#8217;unica, incontestata porta d&#8217;uscita per la propria liquidità internazionale.<br />
L&#8217;unica vera via di uscita sarebbe l&#8217;implementazione della <a href="https://www.francescocappello.com/2023/05/11/un-mondo-nuovo-e-in-costruzione-una-seconda-occasione-che-il-mondo-non-deve-mancare/">moneta internazionale</a> come proposta da J.L.M. Keynes a Bretton Woods nel 1944.</p>
<p>[1] Il rapporto tra il sistema degli eurodollari e lo Shadow Banking, ovvero il sistema bancario ombra, è così profondo da rendere i due elementi inseparabili: se immaginiamo l&#8217;economia globale come una macchina finanziaria, l&#8217;eurodollaro rappresenta il carburante necessario per il movimento, mentre lo Shadow Banking è il motore invisibile che brucia questo carburante per far avanzare l&#8217;intero sistema. Non sono due entità distinte che interagiscono, ma due lati della stessa medaglia finanziaria.<br />
Per comprendere questa unione bisogna prima sfatare il mito che il denaro sia creato solo dalle banche centrali. Le banche commerciali tradizionali, quelle che conosciamo e che offrono tutela ai nostri depositi, rappresentano solo la facciata illuminata del sistema finanziario. <strong>Lo Shadow Banking, al contrario, è costituito da una vasta rete di istituzioni come hedge fund, società finanziarie specializzate e filiali estere di grandi gruppi che svolgono funzioni bancarie (prestano denaro e creano liquidità) pur non essendo banche nel senso stretto del termine</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>All&#8217;interno di questo universo parallelo, il &#8220;prodotto&#8221; che viene costantemente generato e scambiato è proprio l&#8217;eurodollaro</strong></span>. Ogni volta che un intermediario finanziario al di fuori degli Stati Uniti crea un prestito o un contratto in dollari, sta dando vita a un eurodollaro. È un atto di creazione di credito privato che avviene interamente lontano dagli occhi dei regolatori.<br />
Il termine &#8220;ombra&#8221; non indica necessariamente qualcosa di illegale, ma descrive la natura di <strong>questo sistema </strong>che<strong> opera fuori dal raggio d&#8217;azione delle banche centrali</strong>. Mentre <strong>la Federal Reserve supervisiona le banche nazionali, non ha un controllo diretto su questa enorme rete di scambi internazionali</strong>. Possiamo immaginare la Federal Reserve come un vigile urbano che controlla il traffico sulla strada principale, ignaro però del fatto che il vero movimento di merci e capitali mondiali avviene su un&#8217;autostrada sotterranea privata, gestita da attori che rispondono solo alle leggi della domanda, dell&#8217;offerta e della fiducia reciproca.<br />
È proprio in questa autostrada sotterranea che la relazione diventa critica, attraverso il cosiddetto <strong>mercato Repo [2]</strong>. In questo meccanismo, le banche e gli istituti dello Shadow Banking<span style="color: #ff0000;"><strong> si scambiano continuamente contanti, ovvero eurodollari, usando titoli di Stato come garanzia, chiamata tecnicamente collaterale</strong></span>. Questo è il punto di giuntura fondamentale: finché il sistema ha piena fiducia nella qualità dei titoli offerti come garanzia, l&#8217;ingranaggio gira fluidamente. Gli eurodollari circolano e l&#8217;economia cresce. La patologia sorge quando questa fiducia viene meno. Se il sistema dello Shadow Banking inizia a dubitare della validità di quel collaterale &#8211; temendo che il titolo dato in pegno possa perdere valore o non essere più scambiabile &#8211; il meccanismo si blocca rapidamente.<br />
Siamo quindi di fronte a un paradosso strutturale. <strong>L&#8217;intera economia globale dipende da questo sistema di credito privato</strong>, che però è intrinsecamente instabile poiché non può contare sul supporto ufficiale di una banca centrale in caso di emergenza. Quando leggiamo sui giornali che le banche centrali alzano o abbassano i tassi di interesse, stiamo osservando manovre che influenzano solo la superficie del sistema bancario tradizionale. Il vero terremoto finanziario, quello che minaccia la stabilità globale, avviene invece nel buio dei circuiti dello Shadow Banking, dove gli eurodollari si prosciugano non per scarsità di moneta stampata, ma per una crisi di fiducia nelle garanzie che sostengono il sistema. Stiamo cercando di pilotare un&#8217;astronave con i comandi di una vecchia automobile: finché il sistema dello Shadow Banking è lubrificato dalla fiducia e dal buon collaterale, tutto sembra funzionare, ma nel momento in cui il dubbio blocca le &#8220;tubature&#8221; di questo credito privato, la banca centrale si ritrova incapace di intervenire, perché non possiede gli strumenti per riparare un motore che opera interamente fuori dalla sua portata.</p>
<p>[2] Il <strong>mercato Repo</strong> &#8211; abbreviazione di <strong>Repurchase Agreement</strong>, ovvero accordo di riacquisto, può essere descritto, senza troppi giri di parole, come il banco dei pegni del sistema finanziario globale. <span style="color: #ff0000;"><strong>È il luogo invisibile, ma fondamentale, dove banche, fondi speculativi e grandi istituzioni finanziarie si scambiano ogni giorno migliaia di miliardi di dollari per gestire le proprie necessità di liquidità a brevissimo termine, spesso da un giorno all&#8217;altro</strong></span>.</p>
<p>Funziona in modo estremamente lineare, almeno in teoria. Un partecipante ha bisogno di contanti immediati e offre in garanzia un titolo, solitamente un titolo di Stato di alta qualità, come una sorta di pegno. L&#8217;altro partecipante accetta di prestare il denaro in cambio di quel titolo, ma con un impegno scritto: chi ha ricevuto il denaro promette di ricomprare lo stesso titolo il giorno successivo o dopo un breve periodo concordato <strong>a un prezzo leggermente superiore</strong>. Questa piccola differenza di prezzo rappresenta l&#8217;interesse che viene pagato per il prestito. In questo gioco, il titolo consegnato è quello che chiamiamo collaterale, e rappresenta la chiave di volta di tutta l&#8217;operazione.</p>
<p>Il motivo per cui il mercato Repo è considerato<strong> il tubo principale dell&#8217;economia mondiale</strong> è che <span style="color: #3366ff;"><strong>esso permette a chi ha troppa liquidità di farla fruttare e a chi ne ha bisogno di ottenerla in totale sicurezza</strong></span>. Se un grande istituto finanziario si sveglia la mattina e scopre di avere un buco di cassa dovuto alle operazioni quotidiane, non chiede un prestito a lungo termine, ma va sul mercato Repo e impegna i propri titoli di Stato per ottenere i dollari necessari. Senza questo meccanismo, le banche non potrebbero gestire le proprie posizioni giornaliere e il flusso di credito necessario per sostenere il commercio globale si paralizzerebbe istantaneamente.</p>
<p>Il problema sorge quando questo ingranaggio, che dovrebbe essere un perfetto meccanismo di oliatura, inizia a incepparsi.<strong> Poiché il mercato Repo <span style="color: #ff0000;">si basa interamente sulla qualità del collaterale</span>, basta un soffio di incertezza per trasformare quello che era un sistema fluido in un campo minato</strong>. Se i prestatori iniziano a dubitare che il titolo ricevuto in pegno manterrà il suo valore, o se semplicemente temono che il mercato sia troppo instabile, iniziano a chiedere garanzie più forti o, peggio ancora, si rifiutano di prestare denaro a prescindere dal titolo offerto. È proprio questa la cosiddetta &#8220;scarsità di collaterale&#8221; che stiamo osservando in questa fase economica: quando la fiducia vacilla, il banco dei pegni chiude le porte. E quando il mercato Repo si blocca, la crisi di liquidità si propaga in pochi minuti a tutto il resto del sistema economico, dimostrando come un meccanismo nato per dare sicurezza possa diventare, nel momento della crisi, il punto in cui tutto l&#8217;edificio finanziario rischia di implodere per mancanza di lubrificante.</p>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 07:31:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come i fondi pensione americani e i giganti della finanza stanno trasformando l&#8217;entroterra siciliano nella nuova frontiera dell&#8217;estrattivismo verde C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega un campo graziato dal sole nell’entroterra siracusano ai grattacieli di specchi di Manhattan. Quando la luce del Mediterraneo batte sui nuovi impianti fotovoltaici di Francofonte o Lercara Friddi,&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il sole della Sicilia brilla a Wall Street' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/13/il-sole-della-sicilia-brilla-a-wall-street/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2>Come i fondi pensione americani e i giganti della finanza stanno trasformando l&#8217;entroterra siciliano nella nuova frontiera dell&#8217;estrattivismo verde</h2>
<h3>C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega un campo graziato dal sole nell’entroterra siracusano ai grattacieli di specchi di Manhattan. Quando la luce del Mediterraneo batte sui nuovi impianti fotovoltaici di Francofonte o Lercara Friddi, a migliaia di chilometri di distanza un algoritmo calcola il rendimento futuro per i fondi pensione degli insegnanti americani o per i giganti come BlackRock. A prima vista, la massiccia ondata di investimenti in energie rinnovabili che sta investendo la Sicilia sembra una storia lineare di redenzione ecologica e transizione energetica. Ma sollevando il velo della narrazione green emerge una realtà molto più complessa: un’imponente operazione di ingegneria finanziaria dove il bene più prezioso non è il pannello solare, né l&#8217;energia prodotta, ma il &#8220;pezzo di carta&#8221; dell&#8217;autorizzazione burocratica. L&#8217;isola si è trasformata in un laboratorio europeo di finanziarizzazione del territorio, dove le risorse naturali vengono smaterializzate in asset liquidi, lasciando alle comunità locali i vincoli fisici e i costi ambientali, mentre la rendita geopolitica del XXI secolo vola oltreoceano.</h3>
<p><span class="s1">Negli ultimi anni la Sicilia &#8211; insieme alla Sardegna &#8211; è diventata uno dei territori più ambiti d’Europa per gli investimenti nelle energie rinnovabili. A prima vista potrebbe sembrare una storia semplice: l’isola gode di un irraggiamento solare eccezionale, dispone di ampie superfici agricole e si trova al centro della strategia europea di decarbonizzazione. In questa lettura, l’arrivo di grandi capitali internazionali rappresenterebbe una buona notizia: nuovi investimenti, più energia pulita, minore dipendenza dai combustibili fossili.</span></p>
<h3>La caccia all&#8217;oro burocratico: perché il vero tesoro è il &#8220;pezzo di carta&#8221;</h3>
<p class="p1"><span class="s1">Ma osservando più da vicino ciò che sta accadendo, emerge una vicenda molto più complessa, che riguarda non soltanto la transizione energetica, ma anche la <strong>finanziarizzazione del territorio</strong>, il ruolo dei fondi di investimento e il modo in cui il denaro pubblico finisce per orientare enormi flussi di capitale privato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per provare a comprendere il fenomeno bisogna anzitutto sgombrare il campo da un equivoco. Quando si parla delle grandi operazioni nel settore delle rinnovabili, il bene più prezioso non è il pannello solare, né la turbina eolica, e nemmeno il terreno agricolo su cui verranno installati. Dal punto di vista degli speculatori,<span style="color: #ff0000;"><strong> il vero tesoro è rappresentato dall’autorizzazione</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un terreno agricolo, da solo, vale relativamente poco. <strong>Un progetto che dispone di un contratto di disponibilità del terreno, di una connessione alla rete elettrica, di tutte le autorizzazioni ambientali e amministrative e della possibilità di accedere ai meccanismi pubblici di sostegno può invece valere decine di volte di più</strong>. È questo il passaggio decisivo, il valore aggiunto cui mirare. <span style="color: #ff0000;"><strong>In Sicilia si è sviluppato un mercato in cui ciò che viene comprato e venduto non è tanto l’impianto, quanto il diritto a costruirlo</strong></span>.</span></p>
<h3>Cavalli di Troia e gusci vuoti: l’ingegneria dello Sviluppatore</h3>
<p class="p1"><span class="s1">È qui che entra in scena una nuova figura economica: <strong>lo sviluppatore [*]</strong>. Si tratta di società specializzate che individuano i terreni, negoziano con i proprietari, affrontano il lungo iter burocratico e ottengono le autorizzazioni necessarie. <span style="color: #000000;"><strong>Una volta completata questa fase, il progetto diventa “pronto da costruire”. A quel punto può essere ceduto a un investitore più grande, molto spesso internazionale, che dispone delle risorse finanziarie necessarie per realizzarlo e gestirlo</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Da questo punto di vista, la Sicilia è diventata una sorta di laboratorio europeo. <span style="color: #ff0000;"><strong>Decine di progetti fotovoltaici e agrivoltaici sono passati dalle mani degli sviluppatori a quelle di grandi gruppi finanziari</strong></span>. Alcuni casi sono emblematici.</span></p>
<hr />
<p>[*] <strong>Lo Sviluppatore</strong> (di cui GreenGo è l&#8217;esempio perfetto) rappresenta l&#8217;avanguardia pionieristica, l&#8217;intelligence sul campo e <strong>il vero e proprio &#8220;cavallo di Troia&#8221; di questa filiera estrattiva</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Non è un produttore industriale che intende gestire impianti, né un investitore istituzionale a lungo termine</strong></span>. Il suo nucleo operativo consiste nel <strong><span style="color: #ff0000;">fare <em>scouting</em> di terreni</span></strong>, accaparrarsi i diritti di superficie, richiedere le connessioni alla rete elettrica e superare le barriere burocratiche regionali per portare il progetto allo stato di <strong><span style="color: #ff0000;"><em>Ready-to-Build</em> </span></strong>(Pronto per la Costruzione).<br />
Lo sviluppatore è l&#8217;entità che compie il lavoro sporco della <strong>localizzazione del capitale globale</strong>. Essendo spesso una struttura radicata nel contesto nazionale o regionale, possiede il codice linguistico, culturale e relazionale necessario per penetrare i territori. <strong>È lo sviluppatore che bussa alla porta dei piccoli proprietari terrieri o degli agricoltori impoveriti della Sicilia, della Puglia o della Sardegna, offrendo contratti di affitto o opzioni a lungo termine</strong>. Queste somme, pur apparendo temporaneamente salvifiche per un&#8217;economia rurale in crisi, <strong>sono in realtà briciole rispetto al valore multimiliardario che l&#8217;asset genererà una volta impacchettato e venduto sui mercati finanziari</strong>.<br />
Il paradosso dello sviluppatore risiede nel fatto che <strong>il suo vero modello di business non è la produzione di energia pulita, ma la speculazione sulla rendita burocratica</strong>. La sua materia prima non è il sole o il vento, e nemmeno la tecnologia dei pannelli, <span style="color: #993366;"><strong>ma l&#8217;ottenimento dell&#8217;Autorizzazione Unica o della Valutazione di Impatto Ambientale</strong></span>. Una volta ottenuto il pezzo di carta che legittima l&#8217;opera, <strong>lo sviluppatore monetizza immediatamente il plusvalore, vendendo le quote della società veicolo ai colossi transnazionali come BNZ o ai fondi gestiti da Nuveen e BlackRock</strong>.<br />
<strong>Lo sviluppatore agisce come un catalizzatore finanziario: estrae la disponibilità fisica della terra dalle comunità locali, la riveste di legalità amministrativa e la trasforma in un titolo liquido negoziabile a Wall Street</strong>.<br />
In questa dinamica, lo sviluppatore si configura come il pacificatore sociale del territorio. È lui che negozia le &#8220;misure di compensazione ambientale&#8221; con le amministrazioni comunali, spesso ridotte a piccole opere pubbliche di facciata, rotatorie o illuminazione stradale, <strong>per mitigare il dissenso locale e neutralizzare i comitati cittadini</strong>. Compiuta questa operazione di bonifica del rischio politico e sociale, lo sviluppatore esce di scena con le casse piene, declinando ogni responsabilità sul futuro impatto visivo, sulla reale coesistenza con l&#8217;agricoltura e sul destino finale del suolo. Lascia così il territorio a fare i conti con i vincoli fisici degli impianti e con interlocutori finanziari distanti migliaia di chilometri, confermando che il suo ruolo non è mai stato quello di generare sviluppo locale, ma di <strong>ingegnerizzare la transizione del patrimonio naturale rurale in una linea di rendimento per la finanza speculativa globale</strong>.</p>
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<h3>Dalle campagne siracusane ai fondi pensione Usa: la mappa dei capitali</h3>
<p class="p1"><span class="s1">Nel progetto di <strong>Francofonte</strong>, nel Siracusano, la società <em>GreenGo S.R.L</em>. [1] ha ottenuto le autorizzazioni attraverso una propria società veicolo [**] e successivamente il progetto è stato acquisito da <em>BNZ</em> [2] , società controllata da <em>Nuveen Infrastructure</em> [3]. Dietro Nuveen troviamo il capitale previdenziale statunitense della <em>TIAA</em> [4], <strong>uno dei maggiori fondi pensione americani</strong>. Lo stesso schema si ritrova nel progetto di <strong>Lercara Friddi</strong>, nel Palermitano. In entrambi i casi la traiettoria è simile: <strong>autorizzazione ottenuta in Sicilia, sviluppo iniziale realizzato da una società specializzata, acquisizione finale da parte di un investitore internazionale che gestisce il risparmio pensionistico di milioni di cittadini americani</strong>. In pratica vediamo come i consumi americani vengano alimentati dalla colonizzazione energetica della terra siciliana.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa osservazione porta a una prima conclusione importante. Quando si discute della proprietà delle rinnovabili in Sicilia, spesso si immagina una contrapposizione tra aziende locali e grandi multinazionali energetiche. In realtà il fenomeno è più sofisticato. <span style="color: #ff0000;"><strong>Dietro molti progetti si trovano fondi infrastrutturali, fondi pensione, gestori patrimoniali e grandi operatori finanziari che vedono nelle energie rinnovabili una nuova classe di attivi su cui costruire rendimenti stabili nel lungo periodo</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ed è proprio qui che la questione diventa politica.</span></p>
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<p>[**] Le <strong><span style="color: #ff0000;">società veicolo</span></strong> (spesso denominate SPV, Special Purpose Vehicles) costituiscono l&#8217;infrastruttura giuridica e l&#8217;unità di misura fondamentale su cui poggia l&#8217;intera architettura finanziaria della transizione energetica. Si tratta di società a responsabilità limitata (generalmente S.r.l.) costituite ad hoc con un unico, tassativo <strong>obiettivo: sviluppare, detenere e gestire un singolo, specifico impianto rinnovabile. Nella prassi, un grande parco fotovoltaico in Sicilia non farà capo direttamente a GreenGo, BNZ o Nuveen, ma a una micro-società con un nome di fantasia e un capitale sociale microscopico</strong>.<br />
La società veicolo rappresenta <span style="color: #ff0000;"><strong>lo schermo di frammentazione e deresponsabilizzazione</strong> <strong>che permette al grande capitale di operare sui territori minimizzando i rischi legali e fiscali</strong>.</span> Attraverso questo meccanismo di scomposizione societaria, si attuano tre dinamiche profondamente penalizzanti per le comunità locali.<br />
In primo luogo, l&#8217;SPV garantisce la compartimentazione del rischio finanziario, nota come <em>ring-fencing</em>. <strong>Poiché i debiti e le passività rimangono confinati dentro la singola società veicolo, se l&#8217;impianto dovesse subire fallimenti tecnici, sanzioni ambientali o contestazioni legali, il patrimonio del fondo d&#8217;investimento multinazionale situato a New York o a Londra resta totalmente intangibile. Il territorio si ritrova così a interagire con un guscio vuoto: se le cose vanno male, la società veicolo può essere liquidata o lasciata fallire, scaricando sulla collettività locale i costi sociali o i disastri ambientali e di mancato ripristino del suolo</strong>.<br />
In secondo luogo, la società veicolo <strong>è lo strumento che trasforma la terra e il paesaggio in una merce liquida e facilmente scambiabile</strong>. Quando un grande sviluppatore &#8220;vende&#8221; un progetto a un fondo estero, non sta vendendo fisicamente i terreni o i pannelli, ma sta semplicemente girando le quote della S.r.l. veicolo. <strong>Questa dematerializzazione consente ai giganti della finanza di scambiarsi la proprietà degli asset territoriali con un clic, da un bilancio all&#8217;altro, azzerando le barriere burocratiche e atomizzando la continuità della gestione, mentre i cittadini locali assistono a un valzer continuo di loghi e proprietà senza mai sapere chi sia il reale padrone delle infrastrutture che occupano il loro suolo</strong>.<br />
La società veicolo agisce come un vero e proprio &#8220;ammortizzatore politico&#8221;, interposto tra la rabbia dei territori e i consigli di amministrazione globali.<br />
Infine, questo modello produce una sistematica opacità democratica. Quando i sindaci, i comitati cittadini o gli agricoltori siciliani cercano un&#8217;interlocuzione per contestare un esproprio, una servitù di passaggio o un danno paesaggistico, non si trovano di fronte i manager di BlackRock o i rappresentanti di TIAA, ma gli amministratori di facciata di una S.r.l. con sede in un ufficio di rappresentanza a Milano. La società veicolo svuota di significato qualsiasi pretesa di democrazia partecipativa, riducendo il presunto &#8220;dialogo con il territorio&#8221; a un negoziato asimmetrico contro un fantasma giuridico, programmato unicamente per proteggere l&#8217;anonimato e la rendita della casa madre oltreoceano.</p>
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<h3>Rischio pubblico, rendita privata: l&#8217;algoritmo di BlackRock</h3>
<p class="p1"><span class="s1">Le rinnovabili non sono un mercato come gli altri. <span style="color: #ff0000;"><strong>La loro redditività dipende in misura significativa da decisioni pubbliche</strong></span>. Gli Stati e l’Unione Europea stabiliscono gli obiettivi di decarbonizzazione, definiscono le procedure autorizzative, organizzano le aste, concedono incentivi e introducono meccanismi come i contratti per differenza [5], che riducono l’incertezza sui ricavi futuri. Tutto ciò ha una finalità legittima: accelerare la transizione energetica. Ma produce anche un effetto collaterale. <strong>Trasforma le autorizzazioni e i progetti rinnovabili in asset estremamente appetibili per il capitale finanziario</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In altre parole, <strong>il rischio viene ridotto dall’intervento pubblico e proprio questa riduzione del rischio attira enormi masse di capitale privato.</strong></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I sostenitori del modello sostengono che senza questi investimenti sarebbe impossibile raggiungere gli obiettivi climatici europei. Hanno argomenti che sembrano solidi. Costruire migliaia di megawatt di nuova capacità energetica richiede risorse gigantesche che né lo Stato né le amministrazioni locali possiedono. I fondi internazionali mettono a disposizione capitali che altrimenti non esisterebbero.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In realtà si sta assistendo ad una <strong>progressiva finanziarizzazione della transizione energetica</strong>. Il territorio diventa il supporto fisico di un’operazione finanziaria più ampia. I terreni agricoli vengono trasformati in strumenti di valorizzazione patrimoniale. <span style="color: #ff0000;"><strong>Le autorizzazioni diventano oggetti di compravendita. La parte più significativa della rendita generata dalle politiche pubbliche e dagli incentivi finisce nelle mani di soggetti che spesso non hanno alcun legame con i territori interessati.</strong></span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Con l’acquisizione di <em>Global Infrastructure Partners</em> [6], il più grande gestore patrimoniale del mondo è entrato con forza nel settore delle infrastrutture energetiche globali. Oggi <em>BlackRock</em> [7] dispone di una potenza finanziaria tale da poter investire in portafogli di impianti, reti energetiche, infrastrutture per la decarbonizzazione e grandi progetti rinnovabili in tutto il pianeta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>La Sicilia appare come un nodo locale di una rete molto più ampia</strong>. Le autorizzazioni vengono ottenute sul territorio siciliano. Gli impianti vengono costruiti in Sicilia. Gli impatti paesaggistici e territoriali ricadono sulla Sicilia. Ma la proprietà economica finale e i flussi di rendimento possono finire a migliaia di chilometri di distanza, nei portafogli di fondi pensione americani, fondi infrastrutturali europei o grandi gestori patrimoniali internazionali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ci si chiede allora chi controlli davvero la transizione energetica</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per rispondere servirebbe un grande lavoro di trasparenza pubblica. Bisognerebbe ricostruire una per una le società veicolo che ottengono le autorizzazioni, seguirne le cessioni, identificare le holding che le controllano e arrivare fino ai beneficiari economici finali. Solo allora sarebbe possibile misurare quanto della nuova capacità energetica siciliana sia nelle mani di capitali locali, quanto sia controllata da gruppi italiani e quanta parte appartenga invece ai grandi fondi esteri.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È una domanda che va oltre la Sicilia. Riguarda il modello stesso della transizione energetica europea. Perché la vera sfida non è soltanto produrre energia da rinnovabile per le Comunità e per il loro benessere evitando la colonizzazione energetica che espropria la terra agli agricoltori e devasta l’ambiente sostituendolo con distese di silicio che uccidono la biodiversità ma anche stabilire chi ne possiederà le infrastrutture, chi incasserà i rendimenti e chi eserciterà il controllo economico su uno dei settori strategici del XXI secolo.</span></p>
<h3>Il &#8220;pedaggio&#8221; sul sole: l&#8217;ombra dei clan nell&#8217;opacità societaria</h3>
<p class="p1"><span class="s1">Da oltre quindici anni magistrati, forze dell’ordine, commissioni parlamentari e studiosi delle mafie osservano con attenzione il settore delle energie rinnovabili perché presenta alcune caratteristiche che storicamente attraggono gli interessi delle organizzazioni criminali: grandi flussi di denaro, procedure amministrative complesse, forte dipendenza dalle autorizzazioni pubbliche, necessità di acquisire o controllare vaste superfici territoriali e possibilità di movimentare ingenti capitali attraverso reti societarie articolate.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per decenni Cosa Nostra ha costruito il proprio potere non soltanto attraverso attività illegali, ma anche attraverso la capacità di inserirsi nei grandi flussi di spesa pubblica. Dalle opere infrastrutturali agli appalti, dall’edilizia ai rifiuti, il metodo è stato spesso lo stesso: <strong>non necessariamente gestire direttamente l’attività economica, ma intercettarne una quota della rendita</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le energie rinnovabili hanno iniziato a generare miliardi di euro di investimenti. Ci si chiede allora, perché un settore così ricco e strategico dovrebbe rimanere immune da queste dinamiche?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La criminalità organizzata tende a collocarsi nei punti di passaggio obbligati. <strong>Dove c’è un’autorizzazione da ottenere. Dove c’è un terreno da acquisire. Dove c’è un’impresa locale che deve lavorare. Dove c’è una fornitura da assegnare. Dove c’è un consenso territoriale da costruire o da neutralizzare</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa prospettiva il terreno agricolo assume un significato particolare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Abbiamo visto che il vero valore economico di molti progetti non è tanto il suolo in sé, ma il fatto che quel suolo sia disponibile per ospitare un impianto. Chi riesce a controllare aree strategiche può esercitare un’influenza significativa sull’intera operazione. Alcuni studiosi hanno osservato che, in territori caratterizzati da una storica presenza mafiosa, il controllo sociale e relazionale può risultare quasi importante quanto la proprietà formale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo non significa necessariamente intimidazione o violenza. La mafia contemporanea opera spesso attraverso relazioni economiche, intermediazioni, reti professionali e capacità di orientare decisioni locali.</span></p>
<h3>Trasparenza o colonialismo: chi controllerà il XXI secolo?</h3>
<p class="p1"><span class="s1">Un altro aspetto di non facile analisi riguarda <strong>la straordinaria complessità delle catene societarie</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><span style="color: #800080;"><strong>Un progetto può nascere in una piccola società veicolo, passare a uno sviluppatore, essere acquisito da un fondo infrastrutturale, confluire in una holding e infine essere controllato da investitori internazionali</strong></span>. In teoria questa struttura risponde a esigenze perfettamente legittime di finanziamento e gestione del rischio. Ma la stessa complessità può rendere più difficile comprendere chi controlli realmente determinati asset.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per anni magistrati antimafia hanno sostenuto che la trasparenza della proprietà effettiva rappresenta una delle principali sfide nella lotta alle infiltrazioni economiche. Più una catena societaria diventa opaca, più aumenta la necessità di controlli rigorosi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La questione può non riguardare soltanto la possibile presenza della mafia, ma l’esistenza di una convergenza di interessi tra differenti centri di potere. Da un lato grandi fondi internazionali alla ricerca di rendimenti relativamente stabili. Dall’altro élite politiche e amministrative che gestiscono i processi autorizzativi. In mezzo, reti imprenditoriali locali che controllano il territorio e possiedono le conoscenze necessarie per far avanzare i progetti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa visione, la criminalità organizzata non è necessariamente il soggetto dominante ma solo uno dei numerosi attori che cercano di intercettare una quota della ricchezza generata dalla transizione energetica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In quest’ottica la mafia è assimilabile ad una sorta di “pedaggio”. Non sempre gestisce direttamente la strada, ma cerca di posizionarsi lungo il percorso per ottenere una parte del valore che vi transita.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Naturalmente questa interpretazione non va trasformata in una teoria generale valida per ogni progetto o per ogni territorio. Esistono numerosi impianti sviluppati e realizzati senza che emerga alcun elemento di interesse investigativo. La maggioranza degli operatori del settore lavora all’interno della legalità ed è in quest’ultima che si nasconde la patologia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando un settore economico combina contemporaneamente incentivi pubblici, rendite regolatorie, autorizzazioni amministrative, disponibilità di terreni, grandi investimenti finanziari e catene societarie internazionali, esso diventa inevitabilmente un terreno che richiede livelli eccezionali di trasparenza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Chi decide l’uso del territorio? Chi controlla i processi autorizzativi? Chi beneficia economicamente della transizione energetica? Chi incassa i profitti generati da politiche pubbliche finanziate dalla collettività?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per il cittadino spesso non è affatto semplice seguire il percorso del potere economico. L’autorizzazione viene rilasciata da un ente pubblico siciliano, il progetto è sviluppato da una società italiana, la società appartiene a una holding europea, la holding è partecipata da un fondo infrastrutturale e il fondo gestisce il risparmio di investitori sparsi in tutto il mondo…</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa lunga catena, la mafia rappresenta solo uno dei possibili soggetti da monitorare. Ma il tema più profondo riguarda la crescente distanza tra il territorio che ospita gli impianti e i centri economici che ne controllano il valore.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ed è forse proprio qui che la questione delle rinnovabili in Sicilia smette di essere una storia locale e diventa una storia sul funzionamento del capitalismo contemporaneo: un sistema nel quale il sole che illumina un campo dell’entroterra siciliano può generare rendimenti che finiscono nei bilanci di fondi pensione americani, nelle casse di investitori globali, nelle strategie dei grandi gestori finanziari e, dove i controlli si rivelano insufficienti, anche negli interessi di organizzazioni criminali capaci di adattarsi, come hanno sempre fatto, alle nuove opportunità offerte dall’economia.</span></p>
<p>[1] GreenGo S.r.l. è un operatore italiano (con sede a Bologna) specializzato nello sviluppo di impianti rinnovabili su larga scala (utility-scale). Agisce principalmente come piattaforma integrata che porta i progetti dalla fase iniziale all&#8217;ottenimento delle autorizzazioni per la costruzione, supportato da importanti fondi di investimento internazionali (come Eiffel Investment Group).<br />
La Sicilia rappresenta un mercato cardine per l&#8217;azienda a causa dell&#8217;elevato irraggiamento solare. La pipeline siciliana si concentra principalmente su grandi impianti fotovoltaici e agrivoltaici avanzati, come<strong> i progetti distribuiti tra Caltagirone, Acate e il sito di Soparita a Catania</strong>, quest&#8217;ultimo parzialmente finanziato tramite i bandi PNRR. A questa forte presenza territoriale si affiancano accordi commerciali a lungo termine (Power Purchase Agreement) per la fornitura diretta di <strong>energia ai grandi poli industriali dell&#8217;isola</strong>, come i siti di Sasol Italy ad Augusta.<br />
Il nodo delle &#8220;Aree Idonee&#8221; e l&#8217;impatto sul paesaggio<br />
La Sicilia è storicamente esposta a forti tensioni politiche relative al consumo di suolo e alla tutela del paesaggio rurale. L&#8217;introduzione dei rigidi limiti regionali derivanti dal <strong>Decreto Aree Idonee</strong> rappresenta un fattore di forte attrito burocratico e sociale, rallentando e complicando per fortuna l&#8217;approvazione di nuovi grandi impianti a terra.<br />
Saturazione della rete e necessità di accumuli<br />
La rete elettrica siciliana soffre di storici colli di bottiglia e congestioni strutturali. <strong>L&#8217;immissione di ulteriore potenza intermittente rischia di esacerbare i problemi di sovraccarico energetico, costringendo Terna a frequenti distacchi per motivi di sicurezza</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Per mitigare questa criticità, lo sviluppo dei progetti solari di GreenGo deve necessariamente integrare sistemi di accumulo a batterie (BESS)</strong></span>, investimenti complessi che devono procedere di pari passo con la messa in funzione delle grandi infrastrutture di collegamento nazionale come il Tyrrhenian Link.<br />
Monetizzazione finanziaria e ricaduta locale<br />
Finanziarizzazione delle risorse territoriali.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Il modello di business di GreenGo prevede spesso lo sviluppo del progetto e la successiva cessione degli asset a fondi esteri o multinazionali dell&#8217;energia, come già accaduto per alcuni impianti siciliani venduti al fondo BNZ</strong></span>. Il valore economico generato dal sole siciliano viene così quasi totalmente esportato all&#8217;estero, lasciando sul territorio i vincoli fisici degli impianti e umilianti ritorni in termini di opere di compensazione ambientale.<br />
[2] BNZ si configura come un <strong>produttore indipendente di energia</strong> (IPP) a livello europeo, fortemente sostenuto da colossi della gestione finanziaria globale, in particolare dal gruppo statunitense Nuveen (braccio di investimento di TIAA). <strong>Il suo modello operativo sul mercato italiano, specialmente nel Mezzogiorno, consiste nell&#8217;acquisire pacchetti di progetti rinnovabili già autorizzati da sviluppatori locali (come GreenGo) per poi costruire e gestire gli impianti a lungo termine, <span style="color: #ff0000;">convertendo l&#8217;energia in flussi di cassa stabili</span>.</strong><br />
BNZ rappresenta l&#8217;emblema della <strong>finanziarizzazione della transizione ecologica</strong>. Attraverso questo schema, il territorio e le risorse naturali del Sud Italia vengono de facto trasformati in linee di rendimento finanziario destinate a remunerare fondi pensione e investitori istituzionali esteri. Questa dinamica esaspera l&#8217;asimmetria tra le comunità ospitanti e il grande capitale transnazionale. Se da un lato <strong>BNZ si garantisce profitti certi e prevedibili</strong> estraendo valore dal sole e dal vento siciliano o pugliese, dall&#8217;altro i territori subiscono una trasformazione fisica e irreversibile del paesaggio rurale, <strong>a fronte di ricadute occupazionali locali pressoché nulle</strong> dopo la fase di cantiere e di compensazioni economiche del tutto marginali. L&#8217;operato di entità come BNZ si configura come un caso di evidente &#8220;<strong>colonialismo energetico</strong>&#8220;, dove le decisioni strategiche sull&#8217;uso del suolo e sulla governance delle risorse si spostano definitivamente dalle comunità locali ai consigli di amministrazione dei fondi d&#8217;investimento globali.<br />
[3] Nuveen Infrastructure (che include al suo interno la piattaforma Glennmont Partners) rappresenta il vertice finanziario globale di questa filiera, agendo come il braccio d&#8217;investimento infrastrutturale di Nuveen e, di riflesso, della colossale cassa pensioni degli insegnanti americani (TIAA). <strong>Non si tratta di un operatore industriale nel senso tradizionale, ma di un gigantesco aggregatore di capitali istituzionali transnazionali che si muove sui mercati europei per acquisire asset rinnovabili già pronti o operativi, con l&#8217;unico obiettivo di garantire rendimenti stabili, prevedibili e a basso rischio nel lungo termine</strong>.<br />
Nuveen Infrastructure <strong>incarna la iper-finanziarizzazione della transizione energetica</strong>. Sotto la lente di questo modello, il suolo, <strong>il sole e il vento del Mezzogiorno italiano vengono declassati a puri &#8220;asset alternativi&#8221;</strong>, inseriti in portafogli macroeconomici diversificati per pagare le rendite pensionistiche oltreoceano. <strong><span style="color: #ff0000;">Questa dinamica esaspera la totale disconnessione geografica, politica e sociale tra chi subisce l&#8217;impatto fisico e la trasformazione irreversibile del paesaggio agrario e chi, a migliaia di chilometri di distanza, ne incassa i dividendi finanziari</span></strong>. Estraendo il valore economico profittevole tramite contratti a lungo termine e veicoli societari controllati, entità come Nuveen <strong>svuotano di fatto il concetto di &#8220;transizione ecologica partecipata&#8221;, riducendo la conversione green delle regioni meridionali a una gigantesca operazione di speculazione e rendita finanziaria governata dalle rigide logiche di Wall Street</strong>.<br />
[4] TIAA (Teachers Insurance and Annuity Association of America) rappresenta la cima della piramide e la fonte originaria di questa gigantesca architettura finanziaria. Con oltre mille miliardi di dollari di patrimonio gestito, è una delle più grandi società finanziarie degli Stati Uniti, <strong>nata storicamente per amministrare i fondi pensione e i risparmi di milioni di professori universitari, scienziati, ricercatori e operatori del mondo accademico e medico americano</strong>.<br />
TIAA incarna il paradosso definitivo e la massima astrazione del capitalismo globale applicato alla transizione ecologica. In questa complessa catena di passaggi societari, la trasformazione fisica del territorio siciliano &#8211; con i suoi ettari di pannelli solari e le sue reti elettriche &#8211; si svuota completamente di qualsiasi valenza comunitaria o sociale per ridursi a un mero algoritmo di calcolo attuariale.<strong> Il sole e la terra del Mezzogiorno d&#8217;Italia vengono de facto convertiti in flussi finanziari correnti destinati a garantire la sicurezza economica della classe intellettuale statunitense durante la vecchiaia.</strong><br />
Questo cortocircuito geografico evidenzia la natura sistemica del &#8220;colonialismo verde&#8221;, dove i vincoli fisici, l&#8217;impatto paesaggistico e la potenziale perdita di suolo agricolo restano confinati nelle regioni del Sud Italia, mentre il valore economico aggiunto viene interamente drenato ed esportato oltreoceano.<br />
[5] I Contratti per Differenza (CfD) nel settore delle rinnovabili rappresentano lo strumento finanziario e regolatorio cardine che rende possibile l&#8217;intera architettura estrattiva della finanza globale sul territorio. Si tratta di <strong>contratti a lungo termine che garantiscono al produttore di energia un prezzo fisso e prestabilito per l&#8217;elettricità immessa in rete</strong>: se il prezzo di mercato scende sotto quella soglia, una controparte (spesso pubblica, come il GSE in Italia) versa la differenza al produttore; se il prezzo sale al di sopra, è il produttore a restituire l&#8217;eccedenza.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>I CfD costituiscono l&#8217;anello di congiunzione che trasforma la transizione ecologica in una rendita finanziaria pura e priva di rischio commerciale</strong></span>. Di fatto, questo meccanismo elimina la volatilità intrinseca del mercato energetico, <strong>convertendo un impianto fotovoltaico o eolico in un prodotto assimilabile a un&#8217;obbligazione con flussi di cassa garantiti per vent&#8217;anni</strong>. È esattamente questa totale <strong>sterilizzazione del rischio</strong> che permette agli sviluppatori di vendere i progetti a operatori internazionali, e a quest&#8217;ultimi di attrarre i capitali dei grandi fondi pensione come TIAA, strutturalmente <strong>affamati di cedole stabili e prevedibili</strong>.<br />
Il paradosso sistemico dei CfD risiede nella distribuzione profondamente asimmetrica dei rischi e dei benefici. Mentre il profitto finanziario viene blindato e drenato verso l&#8217;alto lungo la catena societaria transnazionale, il rischio economico viene socializzato. Quando questi contratti sono regolati da schemi statali, i costi di compensazione nei periodi di mercato debole gravano direttamente sulle bollette dei consumatori o sulla fiscalità generale. Le comunità locali si trovano così in una posizione di totale subalternità: subiscono l&#8217;impatto fisico e la trasformazione del proprio paesaggio rurale, ma non beneficiano in alcun modo di un abbassamento locale del costo dell&#8217;energia, poiché il valore del sole e del vento è già stato interamente cartolarizzato, prezzato e blindato nei bilanci di Wall Street.<br />
[6] Global Infrastructure Partners (GIP) rappresenta uno dei pesi massimi globali nella gestione di fondi d&#8217;investimento dedicati esclusivamente alle infrastrutture critiche, dall&#8217;energia ai trasporti su larga scala. La rilevanza sistemica di questo colosso ha toccato il culmine con <strong>la sua recente acquisizione da parte di BlackRock</strong>, un&#8217;operazione che ha sancito la definitiva saldatura tra il controllo materiale delle reti fisiche e i vertici dell&#8217;oligopolio finanziario mondiale.<br />
Sul piano strettamente critico, GIP incarna la fase più avanzata della privatizzazione e finanziarizzazione dei beni strategici essenziali. <span style="color: #ff0000;"><strong>Attraverso il suo modello operativo, infrastrutture vitali come reti elettriche, porti, aeroporti e mega-impianti di generazione rinnovabile vengono sottratti alla sfera del controllo pubblico o della pianificazione industriale tradizionale per essere convertiti in monopoli naturali privati a protezione dei capitali globali</strong></span>.<br />
Quando GIP penetra nei mercati della transizione ecologica, la logica estrattiva si fa ancora più evidente. Il territorio e le risorse naturali non vengono considerati elementi di uno sviluppo industriale integrato a beneficio delle comunità locali, ma <strong>puri &#8220;hard assets&#8221; capaci di generare flussi di cassa stabili, prevedibili e ampiamente de-rischiati grazie a sussidi statali o tutele regolatorie</strong>. La sottomissione dei territori che ospitano fisicamente queste infrastrutture evidenzia la totale asimmetria della governance odierna: le decisioni strategiche sulla sicurezza energetica, sulla logistica e sull&#8217;uso del suolo non rispondono più a visioni democratiche o a bisogni collettivi, ma vengono modellate nei comitati d&#8217;investimento di New York, consolidando una transizione ecologica verticistica, opaca e interamente finalizzata alla massimizzazione della rendita finanziaria transnazionale.<br />
[7] BlackRock non è semplicemente un attore all&#8217;interno di questo sistema; ne è l&#8217;architetto supremo e l&#8217;apice indiscusso. Con un patrimonio in gestione che supera i diecimila miliardi di dollari, il più grande gestore di fondi al mondo si colloca in una posizione di fatto sovranazionale, agendo come <strong>il principale motore della concentrazione capitalistica globale</strong>. Attraverso l&#8217;acquisizione di Global Infrastructure Partners (GIP), BlackRock ha completato la sua evoluzione, <span style="color: #ff0000;"><strong>saldando il controllo dei flussi finanziari immateriali con il monopolio materiale delle infrastrutture fisiche e delle reti energetiche della transizione ecologica</strong></span>.<br />
BlackRock rappresenta <strong><span style="color: #ff0000;">la massima espressione del capitalismo algoritmico e di una governance tecnocratica</span> che svuota la sovranità dei territori e degli Stati nazionali</strong>. Attraverso la diffusione dei criteri ESG (Environmental, Social, and Governance), utilizzati non come strumenti di reale tutela ecologica ma <strong>come vettori di accumulazione ed standardizzazione del capitale</strong>, questo colosso è in grado di orientare i flussi macroeconomici globali. <strong>Il risultato è un condizionamento diretto sulle agende politiche dei governi</strong>: i decreti sulle aree idonee, i piani di incentivazione e le riforme strutturali dei singoli paesi non vengono modellati sulle reali esigenze democratiche delle comunità locali, ma vengono riscritti per risultare &#8220;<strong>investibili</strong>&#8221; e conformi ai parametri di rischio stabiliti a New York.<br />
Il paradosso del &#8220;<strong>colonialismo verde</strong>&#8221; tocca con BlackRock il suo livello più profondo di astrazione e asimmetria. Nella dashboard di questo gigante finanziario, la trasformazione irreversibile del paesaggio agrario del Mezzogiorno o la perdita di suolo agricolo in Sicilia cessano di esistere come traumi fisici, sociali e culturali. Vengono invece ridotte a stringhe di dati e pixel infinitesimali all&#8217;interno di portafogli diversificati, progettati per estrarre valore ovunque le condizioni normative garantiscano la massima rendita e il minimo rischio. <strong>BlackRock chiude così la filiera dell&#8217;estrattivismo contemporaneo</strong>: <strong><span style="color: #ff0000;">capitalizza le risorse naturali del pianeta, sterilizza il rischio d&#8217;impresa scaricandolo sulle tariffe dei consumatori o sulla fiscalità pubblica, e trasforma una necessità epocale come la conversione ecologica nella più imponente operazione di privatizzazione e accentramento dei beni comuni mai vista nella storia</span></strong>.</p>
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		<title>La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 12:51:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione Proviamo a smontare la narrazione della &#8220;scelta ecologica&#8221; o dello &#8220;sviluppo geopolitico&#8221; e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all&#8217;Albania, all&#8217;Ucraina, alla Sardegna e altrove&#8230; È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un&#8217;astrazione teorica, ma&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/07/la-macchina-finanziaria-che-azzera-le-sovranita-e-trasforma-la-terra-fisica-in-rendita-finanziaria-liquida-e-blindata/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2>Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione</h2>
<h3>Proviamo a smontare la narrazione della &#8220;scelta ecologica&#8221; o dello &#8220;sviluppo geopolitico&#8221; e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all&#8217;Albania, all&#8217;Ucraina, alla Sardegna e altrove&#8230;</h3>
<p>È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un&#8217;astrazione teorica, ma un protocollo operativo standardizzato che si applica indifferentemente a una campagna coltivata espropriata in Sicilia, a un&#8217;area protetta nei Balcani esattamente come in Sardegna [*] o a una striscia di terra ridotta in macerie in Medioriente o a Cuba nell’immediato futuro… (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali)</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Questa macchina finanziaria agisce secondo precise fasi, coordinate per azzerare la sovranità statale e trasformare la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata</strong></span>.</p>
<p>Il primo pilastro dell&#8217;algoritmo in atto è l&#8217;assoluta indifferenza del capitale rispetto all&#8217;oggetto dell&#8217;investimento. A monte della filiera non ci sono ecologisti, urbanisti o diplomatici, ma <strong>fondi di private equity, hedge fund e veicoli finanziari offshore</strong> (vedi nota [1]) esattamente come la <strong>Affinity Partners</strong> di J.Kushner e tutta la Trump family o<strong> i grandi conglomerati</strong> che gestiscono i portafogli delle multinazionali dell&#8217;energia. <strong>Questi attori non investono in &#8220;energia verde&#8221;, in &#8220;turismo di lusso&#8221; o in &#8220;piani di pace&#8221;, ma in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico</strong>.</p>
<p>Investire in <strong>differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico</strong> significa andare a caccia di profitti altissimi e fuori mercato, avendo però la certezza matematica che, anche se l&#8217;economia mondiale dovesse colare a picco, quel guadagno è blindato da leggi speciali, incentivi pubblici e beni reali.</p>
<p>Si tratta del sogno di ogni grande speculatore: <strong>avere i guadagni stratosferici del casinò finanziario, ma con le spalle parate dallo Stato e dalle tasche dei cittadini…</strong></p>
<p>Vediamo meglio cosa significa con un esempio<br />
Un comune investitore che lasciasse i suoi soldi in banca o comprasse normali titoli di Stato, oggi potrebbe ottenere un rendimento basso, ad esempio il 2% o 3%.<br />
<strong>Gli investitori di cui parliamo mirano a leggi speciali</strong>. Pensiamo a una legge speciale varata in emergenza energetica in Italia che garantisca incentivi statali enormi per vent&#8217;anni se si piazzano pannelli fotovoltaici sui campi agricoli ed ecco che il rendimento può schizzare al 10% o 12%…<br />
<strong>Quel 8%-9% di guadagno in più rispetto al mercato normale degli investimenti comuni è il &#8220;differenziale&#8221;</strong>.<br />
Il grande fondo d&#8217;investimento si sposta solo dove si creano questi squilibri artificiali, tramite decreti e incentivi (spesso creati da governi compiacenti e/o infiltrati), snobbando gli investimenti tradizionali.</p>
<p>Il &#8220;<strong>rischio sistemico</strong>&#8221; è il rischio che l&#8217;intero sistema economico o geopolitico crolli (come è successo nella crisi finanziaria del 2008, o come accadrebbe in caso di un&#8217;inflazione fuori controllo o di una guerra su vasta scala).<br />
<strong>Dire che un investimento è protetto da questo rischio significa che è stato blindato in modo tale da essere immune alle crisi globali. Questo è possibile attraverso lo Stato con un processo definito di De-risking</strong>. Pensiamo ad una multinazionale dell&#8217;energia che firma un contratto con lo Stato italiano (o a Kushner che stringe un <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">accordo blindato con il governo albanese</a>, o al devastante <a href="https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/06/04/news/rinnovabili-il-governo-da-ascolto-alla-regione-via-libera-a-tre-progetti-ecco-quali-sono-1.100878667">progetto della Canadian Solar alle pendici del monte Arcosu</a> o al master plan brasiliano &#8220;<a href="https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/06/06/news/cala-finanza-via-libera-del-governo-al-resort-davanti-a-tavolara-la-regione-prepara-il-ricorso-1.100879178">Tavolara Bay</a>&#8221; ecc.), le eventuali perdite che ci saranno con quasi certezza verranno scaricate sulla collettività… <strong>Se i prezzi dell&#8217;energia crollano o se l&#8217;inflazione sale, i contratti emergenziali prevedono che lo Stato continui a pagare il privato a prezzo fisso, finanziandosi con le tasse o le bollette dei cittadini</strong>. In questo modo il privato non perde mai…</p>
<p>L’altra modalità è <strong>attraverso i beni fisici (Asset tangibili)</strong>. Se i mercati finanziari o le monete cartacee perdono valore a causa di una crisi di sistema, possedere fisicamente la terra (il suolo agricolo in Italia, l&#8217;isola strategica di Sazan in Albania ecc.) o <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/">controllare l&#8217;infrastruttura vitale che produce l&#8217;energia</a> garantisce che quel capitale rimanga reale e convertibile. <strong>La terra e l&#8217;energia servono sempre, qualunque cosa accada alle borse</strong>… Più in grande l’Occidente in declino fa la guerra alla Russia al fine di smantellarla (balcanizzarla) e colonizzare economicamente le sue risorse, appropriandosene… allo stesso obbiettivo hanno mirato <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/31/il-buco-nero-deuropa-chi-guadagna-davvero-con-le-macerie-ucraine/">gli investimenti dei grandi fondi in Ucraina</a> (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/31/il-buco-nero-deuropa-chi-guadagna-davvero-con-le-macerie-ucraine/">https://www.francescocappello.com/2026/05/31/il-buco-nero-deuropa-chi-guadagna-davvero-con-le-macerie-ucraine/</a>).</p>
<p>Il “software” ideologico interviene qui come un&#8217;interfaccia di marketing geopolitico <strong>per fabbricare il consenso e neutralizzare il dissenso</strong>. Se il capitale deve colonizzare le pianure agricole italiane, indosserà <strong>l&#8217;abito della transizione ecologica e della salvezza planetaria</strong>; se deve occupare la baia strategica di Valona per posizionarsi di fronte alla &#8220;Patria Blu&#8221; turca (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/</a>), indosserà <strong>l&#8217;abito dello sviluppo economico e dell&#8217;attrattività internazionale</strong>; se deve ristrutturare i territori del Medio Oriente, <strong>si presenterà con la veste umanitaria della ricostruzione post-bellica del Board of Peace</strong>.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;hardware a monte è identico: immensi bacini di liquidità globale che necessitano di essere ancorati a beni fisici per proteggersi dall&#8217;inflazione e dalla volatilità dei mercati azionari.</strong></span></p>
<p>L&#8217;algoritmo in atto prevede quindi che il rischio venga interamente trasferito sulla collettività attraverso<strong> il meccanismo del de-risking</strong>, operato da uno <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">Stato programmaticamente asservito alle piattaforme private</a> (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/</a>). <strong>Lo strumento giuridico per compiere questa operazione è lo stato d&#8217;eccezione o l&#8217;emergenza permanente</strong>.</p>
<p>In Italia, la crisi energetica e gli obiettivi europei di decarbonizzazione diventano il pretesto normativo per concedere a srl private e multinazionali ecc. [1] <strong>il potere di esproprio per</strong> &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>pubblica utilità</strong></span>&#8220;. La terra di un&#8217;azienda agricola viene sottratta al proprietario non per un reale interesse collettivo, ma per garantire a una società per azioni il possesso del suolo necessario a generare profitto (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/">https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/</a>).</p>
<p>In modo perfettamente speculare, in Albania (così come in Sardegna) il governo adotta la legislazione d&#8217;urgenza per riscrivere i vincoli ambientali del parco nazionale di Vjosa-Narta, permettendo l&#8217;ingresso del filo spinato e dei cantieri di Kushner.</p>
<p>Il codice operativo è il medesimo: <span style="color: #ff0000;"><strong>lo Stato abdica alla sua funzione di custode del diritto pubblico e si trasforma nel braccio esecutivo e giudiziario che legalizza l&#8217;esproprio a favore del privato</strong></span>.</p>
<p>C’è poi il <strong>processo di dematerializzazione del suolo finalizzato al rendimento garantito</strong></p>
<p>Una volta ottenuto il controllo fisico della terra tramite il grimaldello delle leggi emergenziali, l&#8217;algoritmo finanziario in uso dai grandi privati procede alla <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/"><strong>dematerializzazione dell&#8217;asset ridotti a token digitali</strong></a>. Per la finanza speculativa, il campo di grano, l&#8217;uliveto o la duna costiera (o il barile di petrolio) non hanno un valore d&#8217;uso biologico o culturale, ma sono semplicemente una superficie bidimensionale su cui calcolare un flusso di cassa.</p>
<p>Nel caso dell&#8217;infestazione di mega-impianti fotovoltaici o pale eoliche nelle campagne italiane, il vero prodotto estratto non è l&#8217;energia elettrica che peraltro è spesso inefficiente o persino disconnessa dalle reali necessità della rete locale, <strong>ma il pacchetto di incentivi statali, certificati verdi e contratti di acquisto a lungo termine (PPA) garantiti dalle bollette dei cittadini che diventano il sottostante della liquidità</strong> emessa a dismisura nei processi di quantitativi leasing inaugurati con la crisi del 2007, 2008 che è ora gestita dalla plutocrazia finanziaria occidentale.</p>
<p>Questo flusso di cassa sicuro e indicizzato <span style="color: #ff0000;"><strong>viene immediatamente cartolarizzato</strong></span>: <strong>trasformato cioè in un titolo finanziario</strong>, inserito in fondi d&#8217;investimento con etichetta ESG (Environmental, Social, Governance) <strong>e scambiato sulle borse internazionali</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>La terra è stata trasformata in un coupon</strong></span> (vedi nota [2]).</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;agricoltore viene espulso dal processo produttivo perché il suolo, sotto la governance della piattaforma privata, è molto più redditizio se produce cedole finanziarie anziché cibo</strong></span>.</p>
<p><strong>Si tratta di una catena di montaggio in grado di trasformare un pezzo di terra in un flusso di denaro digitale scambiato a Wall Street…</strong></p>
<p>Nel senso comune, una pala eolica o un mega-impianto fotovoltaico servono a produrre elettricità. <strong>Ma per la finanza non è così</strong>. L&#8217;elettricità è solo un effetto collaterale, a volte persino un fastidio, perché se la rete locale non è in grado di assorbirla, quell&#8217;energia va letteralmente perduta.<br />
Il vero &#8220;oro&#8221; che viene estratto da quel campo non si misura in Kilowattora, ma in fogli di carta.<br />
Per capirci, immaginiamo di aver aperto un ristorante in un paese isolato dove non va nessuno e di cucinare piatti che nessuno mangia e che spesso finiscono nella spazzatura. <strong>Tuttavia, se lo Stato ci ha firmato un contratto per cui basterà tenere le serrande alzate per avere garantito un assegno fisso mensile per vent&#8217;anni, pagato prelevando i soldi direttamente dalle tasse, in questo caso il vero business non è la ristorazione: è quel contratto statale blindato</strong>. Ecco. Nel caso delle rinnovabili, quel contratto si chiama PPA (<strong>Power Purchase Agreement</strong>) o incentivo, ed è<span style="color: #ff0000;"><strong> garantito per legge dalle bollette elettriche che i cittadini pagano ogni mese</strong></span>.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I contratti delle rinnovabili in Italia diventano una delle ancore perfette per la liquidità finanziaria in eccesso alla ricerca di un sottostante</strong></span>. Sono considerati più sicuri dell&#8217;oro perché <strong>il loro guadagno non dipende dal mercato o dal successo dell&#8217;azienda, ma è garantito per legge dallo Stato</strong> e prelevato coattivamente dalle tasche dei consumatori tramite le bollette.</p>
<p>Il miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci della finanza. A questo punto interviene &#8220;l&#8217;algoritmo&#8221; dei grandi fondi d&#8217;investimento internazionali, che compie la magia finale attraverso<strong> la cartolarizzazione</strong>. Il fondo non compra un solo campo fotovoltaico. Ne prende ad esempio 500 sparsi per l&#8217;Italia, ognuno con il suo contratto statale ventennale in tasca.<br />
<strong>Prende tutti questi 500 contratti, li mette insieme e li trasforma in un unico grande titolo finanziario</strong> (un&#8217;azione o un&#8217;obbligazione) <strong>che può essere venduto in borsa</strong>. Il bollino &#8220;ESG&#8221; (Environmental, Social, Governance), <span style="color: #ff0000;"><strong>il marchio della finanza &#8220;verde&#8221; e politicamente corretta serve a rendere questo titolo super appetibile</strong></span>.<br />
<strong>Grandi fondi pensione, banche e investitori globali fanno la fila per comprare questi titoli, perché permettono loro di speculare mostrando al mondo una facciata ecologica</strong>…</p>
<p>L&#8217;ultima fase del processo consiste nella<span style="color: #ff0000;"><strong> territorializzazione del recinto privato e nella cancellazione della democrazia locale</strong></span>. Sia che si tratti delle recinzioni industriali che blindano i mega-campi fotovoltaici nelle pianure italiane, sia che si tratti delle guardie giurate che pattugliano i confini del futuro resort di Sazan e Zvërnec, o di cala Finanza in Sardegna &#8211; ironia del nome &#8211; o dei militari dell’IDF che controllano la Striscia l&#8217;esito finale è la creazione di un&#8217;enclave sottratta al controllo pubblico e alla pianificazione territoriale dei cittadini.</p>
<p>Nel modello del <strong>Board of Peace per Gaza</strong>, questa logica raggiunge la sua massima espressione spaziale, <strong>dove interi distretti geografici vengono pianificati come piattaforme logistiche e commerciali private e militarizzate, dove il diritto di cittadinanza è subordinato alle metriche di sicurezza e profitto della joint venture</strong>.<br />
La forma Stato viene svuotata dall&#8217;interno: i consigli comunali, le assemblee locali e le comunità non hanno più alcuna voce in capitolo perché le decisioni strategiche sullo spazio fisico sono già state blindate all&#8217;interno di contratti transazionali privati firmati nei grattacieli di Milano, Tirana, New York o Abu Dhabi.<br />
Questo è l&#8217;hardware finanziario che l&#8217;indagine critica deve mettere a nudo: una struttura matematica globale e standardizzata che utilizza maschere ideologiche interscambiabili per compiere <span style="color: #ff0000;"><strong>la più grande operazione di recinzione e privatizzazione della terra dall&#8217;inizio dell&#8217;era industriale</strong></span>.</p>
<p>[1] Per capire come miliardi di dollari possano piombare improvvisamente su una spiaggia protetta dell&#8217;Albania partendo dai grattacieli di New York o dai fondi del Golfo Persico, è necessario sollevare il velo sui meccanismi della finanza globale. Espressioni come <strong>private equity, hedge fund e veicoli offshore</strong> sembrano un gergo per addetti ai lavori, ma in realtà sono semplicemente gli attrezzi da lavoro che i multimiliardari utilizzano per muovere montagne di denaro, aggirare le tasse e, molto spesso, nascondersi agli occhi del pubblico.<br />
<strong>I fondi di private equity, come la Affinity Partners di Jared Kushner che sta guidando le operazioni sui paradisi costieri albanesi</strong>, possono essere immaginati come dei <strong>club d&#8217;investimento esclusivi e blindati</strong>. In questi club, pochissimi soggetti incredibilmente ricchi – come oligarchi, grandi istituzioni finanziarie o persino i fondi sovrani, cioè le casseforti dei governi stranieri – mettono insieme i propri capitali in un unico, immenso calderone. <strong>A differenza del piccolo risparmiatore che compra qualche azione in borsa, un fondo di private equity non acquista una quota di minoranza: compra l&#8217;intera torta</strong>. Il suo obiettivo è prendere il controllo totale di un&#8217;azienda, di una riserva naturale o di un&#8217;isola, stravolgerla, edificarla per aumentarne enormemente il valore commerciale, e poi rivenderla nel giro di pochi anni al miglior offerente. <strong>È il braccio operativo di chi non vuole solo investire</strong>, <strong>ma vuole ridisegnare da zero un territorio per estrarne il massimo profitto possibile</strong>.<br />
Accanto a loro si muovono gli hedge fund, che della finanza globale sono i cugini più aggressivi e speculativi. Se il private equity pianifica un assalto a medio termine per costruire qualcosa, gli hedge fund cercano il guadagno rapido sfruttando qualsiasi oscillazione o anomalia del mercato. Sono fondi che utilizzano strategie estremamente complesse e spregiudicate, scommettendo sia sulla crescita che sul crollo di valute, materie prime o intere economie. <strong>In un contesto di grandi trasformazioni territoriali e geopolitiche, gli hedge fund agiscono spesso nell&#8217;ombra, speculando sul debito di uno Stato vulnerabile o muovendo capitali ad altissima velocità per sfruttare i cambiamenti politici a proprio vantaggio</strong>. Sono, in estrema sintesi, gli squali finanziari che nuotano dove l&#8217;acqua è più agitata.<br />
Per far funzionare tutta questa gigantesca macchina senza dare troppo nell&#8217;occhio e, soprattutto, senza pagare pegno, entrano in gioco <strong>i veicoli finanziari offshore</strong>. Dietro questa definizione tecnica si nascondono quelle che comunemente chiamiamo &#8220;<strong>società fantasma</strong>&#8221; o <strong>scatole cinesi, registrate in paradisi fiscali dove vige il segreto bancario e le tasse sono ridotte a zero.</strong> Questi veicoli fungono da vera e propria cortina fumogena. <strong>Quando i miliardi si riversano sui cantieri di Zvërnec o di Sazan, non arrivano mai direttamente dai conti correnti personali dei protagonisti, ma transitano attraverso queste strutture anonime. Questo permette ai grandi investitori di raggiungere due scopi fondamentali: non pagare tasse sui profitti colossali che otterranno e nascondere la propria identità dietro prestanome o sigle indecifrabili. È l&#8217;esatto motivo per cui le comunità locali in Albania o in Sardegna si siano svegliate vedendo il filo spinato sulle loro spiagge senza che nessuno, dalle istituzioni ai cittadini, sapesse chi ci fosse davvero dietro quel cemento</strong>.<br />
[2] In finanza, <strong>il coupon</strong> (la cedola) è il pezzetto di carta che il proprietario di un&#8217;obbligazione ritaglia periodicamente per andare a riscuotere il suo interesse fisso.<br />
La terra trasformata in un coupon significa che per i padroni della finanza globale quel campo di grano in Puglia o in Sicilia ha perso completamente la sua natura biologica, agricola e umana. Non è più un luogo dove si produce cibo per la comunità. <strong>È diventato semplicemente il piedistallo fisico, la giustificazione geometrica sulla crosta terrestre, necessaria a tenere in piedi la struttura eolica che permette a un investitore di Londra o New York di staccare ogni mese la sua cedola finanziaria garantita</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>La terra è stata dematerializzata e ridotta a un prodotto finanziario da borsa</strong></span>.<br />
[*] Da Gazzetta Sarda. &#8220;Roma sblocca il progetto turistico sui terreni vincolati di Cala Finanza e la Regione Sardegna trascina il Governo davanti ai giudici amministrativi. L&#8217;esecutivo nazionale respinge l&#8217;opposizione degli enti locali e autorizza la trasformazione di dieci ettari costieri a Loiri Porto San Paolo. L&#8217;assessore Spanedda annuncia il ricorso immediato al Tar per bloccare le nuove strutture. Il braccio di ferro istituzionale sul destino della costa gallurese si sposta nelle aule di tribunale. Il Governo nazionale ha deciso di respingere formalmente l&#8217;opposizione presentata dalla Regione Sardegna, spianando così la strada al nuovo progetto edilizio previsto a Cala Finanza, nell&#8217;area di Punta la Greca, all&#8217;interno del territorio comunale di Loiri Porto San Paolo. L&#8217;intervento statale autorizza la trasformazione di circa dieci ettari di terreni, attualmente classificati dalle mappe urbanistiche come zona di salvaguardia, in una nuova area a vocazione turistica e ricettiva. Il piano approvato prevede la costruzione di strutture a ridosso del litorale marino, andando a incidere su un tratto di costa caratterizzato da rigidi vincoli di tutela paesaggistica e classificato come zona a elevato rischio incendi. La decisione presa da Roma scavalca il muro eretto dalle amministrazioni locali. A opporsi all&#8217;intervento urbanistico erano stati infatti tutti gli enti territoriali preposti al controllo e alla difesa del paesaggio: il municipio di Loiri Porto San Paolo, gli uffici tecnici regionali e la Soprintendenza, l&#8217;organo periferico del ministero della Cultura incaricato di proteggere i beni storici e ambientali. L&#8217;unico semaforo verde all&#8217;operazione è arrivato dalla Struttura di missione della ZES Unica, l&#8217;ufficio governativo creato per gestire la Zona Economica Speciale, uno strumento statale che garantisce procedure burocratiche accelerate e agevolazioni fiscali per favorire gli investimenti privati nelle regioni del Mezzogiorno. Una dinamica decisionale duramente contestata dal titolare regionale all&#8217;Urbanistica: “Su Cala Finanza &#8211; dichiara l’assessore degli Enti locali e Urbanistica, Francesco Spanedda &#8211; tutti gli enti chiamati a tutelare il territorio si sono espressi in modo contrario: il Comune, la Regione e la stessa Soprintendenza. L’unico parere favorevole è stato quello della Struttura di missione della ZES Unica. Il Governo ha scelto di ignorare queste valutazioni e di confermare un intervento previsto in un’area di straordinario pregio ambientale e paesaggistico”. Per bloccare i cantieri, l&#8217;amministrazione isolana ha varato il contrattacco giudiziario, annunciando il deposito di un ricorso immediato al Tar, il Tribunale Amministrativo Regionale, ovvero l&#8217;organo della giustizia amministrativa competente a valutare e annullare gli atti illegittimi emessi dagli enti pubblici. Secondo la linea dettata dalla giunta, l&#8217;applicazione delle procedure accelerate non può giustificare l&#8217;azzeramento dei limiti imposti a livello locale per la protezione della costa. “La semplificazione amministrativa non può diventare un grimaldello per aggirare la pianificazione territoriale, le norme paesaggistiche e l’autonomia della Sardegna. Lo sviluppo non si costruisce sacrificando aree di inedificabilità assoluta né svuotando di significato il lavoro delle istituzioni chiamate a difendere il territorio”, prosegue l&#8217;assessore, che traccia il perimetro della battaglia legale ormai imminente: “Difenderemo prontamente le nostre ragioni in tutte le sedi. Cala Finanza non è soltanto una vicenda urbanistica: è una questione che riguarda il rispetto delle regole, delle competenze della Regione e del diritto delle comunità a decidere il futuro del proprio territorio”.&#8221;</p>
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		<title>L’Orizzonte del cambiamento: cronaca della poli-crisi, fine della talassocrazia: verso possibili transizioni sistemiche dell&#8217;umanità</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2026 14:49:27 +0000</pubDate>
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<h2 id="mentre-l-eurozona-stagna-e-i-mercati-occidentali-occultano-le-perdite-con-valutazioni-di-fantasia-il-tramonto-del-potere-marittimo-e-la-patologia-del-dollaro-chiedono-il-superamento-del-paradigma-della-liquidita-a-favore-di-sistemi-di-compensazione-internazionale-di-economia-circolare-e-sovranita-monetaria-a-sostituzione-della-trappola-del-debito-perenne">Mentre l&#8217;Eurozona stagna e i mercati occidentali occultano le perdite con valutazioni di fantasia, il tramonto del potere marittimo e la patologia del dollaro chiedono il superamento del paradigma della liquidità a favore di sistemi di compensazione internazionale, di economia circolare e sovranità monetaria a sostituzione della trappola del debito perenne</h2>



<p class="has-medium-font-size">Il 2026 sta consegnando alla storia l&#8217;immagine di un mondo sospeso su un crinale sottilissimo, dove l&#8217;ostinata riproposizione di vecchi schemi concettuali e di vecchie egemonie si scontra drammaticamente con l&#8217;emergere di una realtà complessa, multipolare e intimamente interconnessa. Ciò a cui stiamo assistendo non è una semplice sequenza di perturbazioni temporanee o di asimmetrie congiunturali, ma una crisi di sistema totale, in cui gli eventi geopolitici, le dinamiche di potere marittimo, le patologie monetarie e i mercati finanziari privati si influenzano a vicenda, amplificando la fragilità globale. Di fronte a questa spirale di instabilità, le reazioni delle classi dirigenti occidentali appaiono pericolosamente anacronistiche, arroccate sulla difesa disperata di un potere talassocratico e sul dominio forzato del dollaro, ricorrendo a politiche di sanzione unilaterale e a strette monetarie che finiscono per aggravare le ferite del tessuto sociale ed economico globale. Eppure, proprio la natura interdipendente e profonda di questo collasso offre all&#8217;umanità la spinta storica e concettuale per attuare una trasformazione macroscopica e irreversibile, ridefinendo radicalmente l&#8217;architettura logistica, finanziaria, monetaria e diplomatica del pianeta per inaugurare un&#8217;era di stabilità e cooperazione condivisa.</p>



<h2 id="la-spirale-di-hormuz-e-il-tramonto-del-dominio-talassocratico">La spirale di Hormuz e il tramonto del dominio talassocratico</h2>



<p class="has-medium-font-size">La cronaca recente individua nello Stretto di Hormuz l&#8217;epicentro di una fiammata geopolitica che mette a nudo <strong>l&#8217;intrinseca debolezza della talassocrazia</strong>, ovvero quel modello di dominio imperiale fondato sul controllo esclusivo dei mari, delle rotte oceaniche e dei colli di bottiglia marittimi mondiali. Di fronte al blocco navale e alle tensioni commerciali, la reazione delle potenze occidentali si è mossa lungo i binari consueti della proiezione di forza navale e della diplomazia coercitiva. Il viaggio di Donald Trump in Cina, mirato a imporre una smilitarizzazione dello stretto interamente sottomessa alle condizioni e al controllo strategico di Washington, ha registrato un fallimento storico completo. Questo esito negativo nasce dalla totale incapacità di comprendere il solido <strong>asse strategico ed economico che lega Pechino a Teheran</strong>, culminato nel silenzio eloquente del presidente Xi Jinping e nella partenza coordinata di trenta navi mercantili nel giorno stesso dei negoziati. La reazione a questo stallo, che contempla l&#8217;ipotesi patologica di attacchi militari contro le infrastrutture critiche iraniane, rischia di innescare una rappresaglia simmetrica devastante. Il bombardamento degli impianti energetici, petroliferi e di desalinizzazione delle monarchie del Golfo Persico renderebbe interi paesi invivibili durante la stagione estiva, <strong>provocando il collasso dei regimi locali</strong>, un esodo di massa della popolazione e paralizzando definitivamente quella flotta navale globale che rappresenta lo strumento fondamentale della proiezione di potenza talassocratica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Per evitare questo scenario di devastazione, l&#8217;umanità deve compiere un salto di paradigma, <strong>ripristinando la legalità internazionale e i princìpi fondamentali della Carta dell&#8217;ONU</strong>. La via d&#8217;uscita dall&#8217;unilateralismo risiede nel rifiuto delle sanzioni economiche indiscriminate e dei blocchi navali, strumenti bellici asimmetrici che colpiscono prevalentemente le popolazioni civili, <strong>a favore di una diplomazia multilaterale autentica in cui ogni negoziato sia concepito come una soluzione a somma positiva</strong>. Al contempo, il correttivo strutturale alla vulnerabilità delle rotte commerciali consiste nell&#8217;accelerare la metamorfosi energetica globale. Investire nella diffusione di micro-reti decentralizzate alimentate da fonti rinnovabili locali permette di sottrarre la sopravvivenza delle civiltà moderne al ricatto geopolitico dei colli di bottiglia marittimi. In questo modo, <strong>l&#8217;energia cessa di essere un fattore di dominio e di scontro militare per trasformarsi in un bene comune distribuito, ponendo le basi per una pace stabile radicata sull&#8217;autonomia e sulla sicurezza di ogni singola nazione</strong>.<br>Uno scenario di crisi che ravvisa la necessità storica della fine del potere talassocratico, un modello che per secoli ha utilizzato il ricatto del blocco navale e il soffocamento delle rotte marittime come armi di sottomissione geopolitica. Il correttivo macroscopico a questa vulnerabilità strutturale è già in atto e si manifesta nell&#8217;implementazione e nella costruzione accelerata delle <strong>grandi vie terrestri eurasiatiche</strong>. Le nuove reti di corridoi ferroviari ad alta velocità, le autostrade digitali, i gasdotti transcontinentali e gli hub logistici terrestri che tagliano il cuore dell&#8217;Eurasia stanno ridisegnando la geografia economica del pianeta. Queste vie di comunicazione terrestri sono intrinsecamente immuni al ricatto delle flotte navali esterne e sottraggono la sopravvivenza e lo scambio delle civiltà moderne alla vulnerabilità dei colli di bottiglia oceanici. <strong>Spostando il baricentro geopolitico dagli oceani alla continuità territoriale dei blocchi continentali</strong>, l&#8217;umanità ha l&#8217;opportunità di <strong>convertire lo scontro marittimo in una rete di connessioni stabili e protette</strong>, ponendo le <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">basi per una pace strutturale radicata sulla cooperazione logistica e sulla sicurezza condivisa tra le nazioni</mark></strong> (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/21/da-suez-a-hormuz-il-tramonto-dellegemonia-occidentale-e-la-rinascita-dellisola-mondiale/">Da Suez a Hormuz: Il tramonto dell’egemonia Occidentale e la rinascita dell’Isola Mondiale</a>).</p>



<h2 id="l-ossessione-dei-tassi-d-interesse-e-il-superamento-della-patologia-del-dollaro">L&#8217;ossessione dei tassi d&#8217;interesse e il superamento della patologia del dollaro</h2>



<p class="has-medium-font-size">Sul fronte macroeconomico, <strong>le risposte delle banche centrali</strong> allo shock energetico stanno manifestando una preoccupante cecità teorica, rischiando di spingere il sistema produttivo occidentale <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">da una fase di severa recessione a una profonda depressione globale</mark></strong>. La crisi occupazionale colpisce anche i paesi leader: in Francia, da due anni, le aziende tagliano i posti di lavoro e la disoccupazione supera l&#8217;otto per cento, specchio di un&#8217;intera Eurozona dove la crescita dell&#8217;occupazione è ormai pari a zero. Mentre la Francia arranca, le altre due grandi economie dell&#8217;Eurozona si muovono su binari complessi e differenti. La Germania, storico motore industriale del continente, sta pagando a caro prezzo la fine del modello basato sull&#8217;energia a basso costo e sulle esportazioni facili, in particolare verso la Cina. Questo ha messo in ginocchio giganti come l&#8217;automotive e la chimica, spingendo le imprese a congelare le assunzioni e ad aumentare il ricorso alla cassa integrazione, con un conseguente e progressivo deterioramento del mercato del lavoro tedesco. L&#8217;Italia, in preda a costante calo della produzione industriale, mostra una tenuta sul piano puramente numerico, con un tasso di occupazione che si mantiene solo grazie soprattutto alla spinta dei servizi e del turismo che nasconde però profonde fragilità strutturali. La crescita dei posti di lavoro è infatti sbilanciata verso contratti precari, part-time involontari e professioni a bassa qualifica, il che mantiene i salari reali bloccati al palo a fronte di un costo della vita sempre più alto, senza contare la piaga cronica della disoccupazione giovanile e femminile che continua a zavorrare il Paese.<br>Nonostante questa evidente fragilità strutturale, la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve reagiscono all&#8217;aumento dei prezzi del greggio implementando continui incrementi dei tassi di interesse. <strong>Questa postura si basa sull&#8217;errore sistemico di confondere l&#8217;inflazione guidata dai costi con l&#8217;inflazione guidata dalla domanda</strong>, aggredendo il potere d&#8217;acquisto dei cittadini nel vano tentativo di sanare una <strong>penuria di risorse che ha origini geopolitiche e non monetarie</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La conseguenza diretta di questa scelta è la distruzione della domanda</mark></strong>: i consumatori, schiacciati dall&#8217;aumento dei costi dei beni inelastici di prima necessità e dal prosciugamento dei propri risparmi, <strong>tagliano le spese discrezionali</strong>, provocando la contrazione della produzione industriale e la perdita di posti di lavoro.<br>Questa ostinazione monetaria mette in luce il legame indissolubile tra le scelte delle banche centrali e il dominio patologico del dollaro statunitense, un sistema che ha trasformato la valuta di riserva globale in uno strumento di coercizione e di destabilizzazione internazionale. <strong>Il privilegio esorbitante del dollaro costringe l&#8217;intero pianeta ad assorbire l&#8217;inflazione americana, a finanziare i deficit di Washington e a subire le fluttuazioni dei tassi d&#8217;interesse decise unilateralmente dalla Federal Reserve per scopi puramente domestici</strong>. La fine di questo dominio patologico è ormai un prerequisito indispensabile per la salvezza dell&#8217;economia mondiale. Il cambiamento globale richiede l&#8217;attuazione dell&#8217;intuizione più lungimirante di John Maynard Keynes, ovvero il passaggio dal paradigma della liquidità incentrata su una <strong>valuta imperiale</strong> a quello della compensazione internazionale attraverso un&#8217;Unione Internazionale di Compensazione e l&#8217;adozione di un’unità di conto internazionale, un <em>Bancor</em>, una valuta contabile sovranazionale e neutrale. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Questo sistema applicherebbe penalità automatiche e simmetriche non solo ai paesi in deficit, ma anche alle nazioni che accumulano eccedenze commerciali persistenti, obbligandole a reinvestire i propri capitali o a rivalutare la propria moneta</mark></strong>. L&#8217;introduzione di questo meccanismo di compensazione multilaterale eliminerebbe l&#8217;egemonia del dollaro e <strong>le sanzioni finanziarie basate sull&#8217;esclusione dai sistemi di pagamento centralizzati</strong>,<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"> sostituendo l&#8217;imperialismo valutario con un processo di riequilibrio pacifico in cui nessun paese può più utilizzare la propria moneta come un&#8217;arma di sottomissione economica</mark></strong>.</p>



<h2 id="il-collasso-del-credito-privato-e-la-rivoluzione-della-moneta-positiva">Il collasso del Credito Privato e la rivoluzione della Moneta Positiva</h2>



<p class="has-medium-font-size">Sotto la superficie dei mercati tradizionali, il sistema finanziario occidentale sta sperimentando una <strong>profonda crisi di solvibilità che trae origine dal settore opaco e deregolamentato del credito privato</strong>. L&#8217;indagine ufficiale avviata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sulle metodologie di valutazione dei fondi gestiti da BlackRock ha svelato l&#8217;insostenibilità strutturale di un comparto cresciuto a dismisura dopo la crisi bancaria del 2023. Per anni, colossi come <em><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">KKR, Apollo e Carlyle</mark></strong></em> <strong>hanno attirato i capitali di fondi pensione e compagnie assicurative promettendo rendimenti elevati e assenza di volatilità, facendo leva sul fatto che questi prestiti privati non vengono negoziati sui mercati regolamentati</strong>. Di fronte al rallentamento dell&#8217;economia, i gestori dei fondi hanno reagito rifugiandosi in valutazioni di pura fantasia, una pratica così slegata dalla realtà da essere ironicamente ribattezzata &#8220;valutazione mito&#8221;. Invece di dichiarare che le aziende non riuscivano più a pagare gli interessi sui prestiti, hanno permesso loro di rimandare il pagamento, aggiungendo quegli interessi al debito totale. Ma questo gioco di prestigio per occultare le perdite è stato scoperto, terrorizzando gli investitori. Il risultato è stato il crollo in borsa delle società finanziarie che sostengono le imprese. Ora il rischio è concreto: i dividendi sono stati tagliati, le banche e i fondi smetteranno di concedere prestiti e le società finanziarie quotate che finanziano le imprese sono crollate in borsa. Si tratta del chiaro preavviso di un&#8217;imminente e severa stretta sui crediti, una reazione a catena che rischia di congelare i finanziamenti persino per le aziende sane.<br>La vera soluzione a questa instabilità finanziaria cronica risiede nel <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">superamento radicale del modello della moneta a debito</mark></strong> in favore dell&#8217;adozione della <strong>Moneta Positiva</strong>, <strong>restituendo alle comunità e allo Stato il controllo esclusivo e sovrano sulla creazione del mezzo di scambio</strong>. Nel sistema attuale, intrinsecamente legato alla patologia del dollaro e della finanza ombra, la quasi totale maggioranza del denaro viene creata dal nulla dalle banche commerciali nel momento esatto in cui concedono un prestito gravato da interessi. Questo meccanismo costringe l&#8217;intera società a una crescita quantitativa perpetua e artificiale, accelerando lo sfruttamento distruttivo delle risorse naturali al solo scopo di reperire la liquidità necessaria a ripagare i debiti e gli interessi cumulativi pregressi. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Sotto il paradigma della moneta positiva, il denaro viene emesso dall&#8217;autorità pubblica centrale in modo del tutto esente da debito, venendo immesso nel circuito economico non attraverso i canali della speculazione finanziaria o della leva bancaria, ma tramite la spesa pubblica diretta destinata al finanziamento dei beni comuni, del welfare, della salute, della tutela ambientale e della transizione ecologica</mark></strong>. Sottraendo alle istituzioni private il privilegio privato della creazione monetaria, si azzera la proliferazione di bolle speculative e di prodotti tossici; i fondi d&#8217;investimento tornerebbero a operare come intermediari di risparmio reale, ancorando la finanza ai bisogni tangibili della collettività e liberando l&#8217;umanità dai cicli distruttivi dell&#8217;indebitamento perenne.</p>



<h2 id="la-trappola-dei-bilanci-cinesi-e-la-transizione-verso-la-circolarita-valoriale">La trappola dei bilanci cinesi e la transizione verso la Circolarità Valoriale</h2>



<p class="has-medium-font-size">Lo stato economico della Repubblica Popolare Cinese nel 2026 offre un&#8217;ulteriore conferma della fragilità strutturale della crescita materiale infinita e della dipendenza dai mercati finanziari globali dominati dal dollaro. Il crollo delle vendite al dettaglio, la contrazione degli investimenti in immobilizzazioni e il calo dei prezzi delle abitazioni testimoniano che il paese si trova all&#8217;interno di una trappola dei bilanci. In questa fase le famiglie cinesi, vedendo svanire la propria ricchezza reale concentrata nel settore immobiliare, rifiutano categoricamente di contrarre nuovo debito nonostante i ripetuti tagli dei tassi di interesse, <strong>preferendo massimizzare il risparmio precauzionale e destinare ogni surplus al rimborso dei debiti passati</strong>. Questo blocco del meccanismo di trasmissione del credito <strong>spinge lo Stato a tentare di esportare la propria sovraccapacità produttiva all&#8217;estero a prezzi stracciati al di sotto dei costi di produzione</strong>, alimentando la frammentazione protezionistica dei mercati internazionali e innescando ulteriori tensioni doganali con l&#8217;Occidente.<br>La risposta strutturale e positiva a questa crisi non risiede nelle barriere tariffarie o nella contrapposizione geopolitica, ma nella <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">riconversione dei modelli industriali verso i princìpi dell&#8217;economia circolare</mark></strong>, della stabilità qualitativa e dell&#8217;interconnessione continentale promossa dalle nuove vie terrestri. <strong>Il rifiuto dei cittadini di indebitarsi per alimentare speculazioni può essere letto come l&#8217;inizio di una saggia transizione collettiva verso il consumo consapevole, l&#8217;autosufficienza e la riduzione degli sprechi materiali</strong>. La Cina e le grandi potenze industriali hanno l&#8217;opportunità storica di guidare la <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">riconversione degli apparati produttivi dalla creazione di beni monouso alla manifattura di prodotti durevoli, riparabili e interamente riciclabili, riducendo la pressione sull&#8217;estrazione delle risorse naturali e sul consumo di suolo</mark></strong>. Sostituendo l&#8217;ansia della crescita quantitativa del PIL con metriche incentrate sulla salute ecologica, sulla coesione sociale e sul benessere dei cittadini, l&#8217;umanità può riscoprire un modello di prosperità autentico. Questo cammino integrato dimostra che la fine della talassocrazia, il superamento della patologia del dollaro a favore di un sistema internazionale di compensazioni, la trasparenza finanziaria e la giustizia della moneta positiva non sono utopie astratte, ma i soli strumenti tecnici e politici in grado di trasformare il declino di un sistema egemonico obsoleto nell&#8217;alba di una civiltà autenticamente cooperativa, pacifica, multipolare e umana.</p>



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		<title>Sta succedendo di nuovo. Ecco cosa vede il mercato nel prossimo futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 07:24:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[crisieconomica]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[FinanzaSpeculativa]]></category>
		<category><![CDATA[geoeconomia]]></category>
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<p class="has-medium-font-size">Nel mercato petrolifero globale si sta delineando una situazione senza precedenti: una profonda scissione strutturale tra il valore presente e quello futuro della materia prima. L’analisi dei contratti futures (*) rivela un quadro paradossale: mentre i prezzi per la consegna immediata subiscono impennate repentine, superando abbondantemente i 110 dollari al barile con picchi di 140 dollari per alcuni benchmark del Mare del Nord, le quotazioni per le scadenze del prossimo anno mostrano una tendenza opposta, scivolando stabilmente sotto la soglia dei 70 dollari.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa divergenza estrema crea una curva dei prezzi distorta (*), caratterizzata da differenziali (o spread) storici. Il mercato manifesta un panico immediato nell&#8217;accaparrarsi le scorte disponibili &#8220;oggi&#8221;, ma scommette su un valore drasticamente inferiore per il domani. Per comprendere le ragioni di tale distacco, è necessario valutare due possibili percorsi interpretativi che spieghino perché il greggio dovrebbe costare molto meno tra pochi mesi nonostante le tensioni attuali.</p>



<p class="has-medium-font-size">La prima ipotesi, di stampo ottimistico, suggerisce che gli operatori prevedano una risoluzione lampo dei conflitti geopolitici e un ripristino istantaneo delle rotte di fornitura. In questo scenario, il prezzo tornerebbe rapidamente al suo valore fondamentale una volta cessata l&#8217;emergenza. Tuttavia, i dati concreti sembrano smentire questa lettura: le chiusure delle rotte commerciali persistono e i danni alle infrastrutture produttive richiedono tempi tecnici di riparazione che mal si conciliano con un ritorno alla normalità nel breve periodo.</p>



<p class="has-medium-font-size">La seconda tesi, più aderente alle dinamiche finanziarie globali, individua la causa di questo crollo futuro nella &#8220;distruzione della domanda&#8221;. In sostanza, i prezzi a lungo termine scendono non perché l&#8217;offerta aumenterà, ma perché l&#8217;economia globale sta segnalando una frenata così brusca da rendere superfluo l&#8217;acquisto di grandi volumi di energia in futuro. Un esempio potrebbe essere quello di un bene di prima necessità che diventa carissimo durante una carestia improvvisa: il suo prezzo per la stagione successiva crolla non perché il raccolto sarà abbondante, ma perché si prevede che la popolazione non avrà più le risorse economiche per acquistarlo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ci sono altri segnali, provenienti da altri comparti del sistema finanziario, che rafforzano questa ipotesi come il mercato dei titoli di Stato e quello degli interest rate swaps (**). Questi indicatori mostrano che le aspettative di inflazione a lungo termine sono in netto calo e che gli investitori prevedono un intervento delle banche centrali per tagliare i tassi d&#8217;interesse nel tentativo di arginare una recessione. Il fatto che il petrolio per consegna futura perda valore proprio mentre i rischi sulle forniture aumentano rappresenta un segnale d&#8217;allarme critico.</p>



<p class="has-medium-font-size">In altri termini, l&#8217;anomalia della curva dei prezzi petroliferi non è un evento isolato, ma riflette un deterioramento macroeconomico più vasto. La combinazione tra l&#8217;attuale shock energetico, la contrazione del credito privato e l&#8217;erosione del potere d&#8217;acquisto sta spingendo il sistema verso una fase in cui l&#8217;alto costo della vita odierno agirà come un freno paralizzante, portando a una scomparsa della domanda e a un conseguente crollo dei prezzi nel prossimo futuro.</p>



<p class="has-medium-font-size">Durante la pandemia di COVID-19, tra marzo e aprile 2020, si è verificato un fenomeno analogo ma speculare e ancora più estremo, di distorsione del mercato petrolifero. Se la situazione attuale vede prezzi altissimi oggi e bassi in futuro (un fenomeno tecnico chiamato&nbsp;<strong>backwardation</strong>), nel 2020 accadde l&#8217;esatto opposto: i prezzi crollarono nel presente per restare più alti nel futuro (<strong>contango</strong>).</p>



<p><strong>Il crollo del 20 aprile 2020</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Il momento più iconico fu quando il prezzo del WTI (il greggio di riferimento americano) scese per la prima volta nella storia sotto lo zero, raggiungendo il valore paradossale di&nbsp;<strong>-37 dollari al barile</strong>. Questo accadde perché la domanda globale era letteralmente evaporata da un giorno all&#8217;altro a causa dei lockdown, mentre la produzione continuava a pompare greggio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel&nbsp;<strong>2020</strong>, il panico era dovuto all&#8217;eccesso di offerta: i depositi erano così pieni che i commercianti arrivarono a pagare chiunque fosse disposto a ritirare i barili, poiché non sapevano fisicamente dove metterli.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">Oggi, il panico è dovuto alla scarsità immediata: si è disposti a pagare cifre folli per la consegna odierna perché si teme che domani i rubinetti siano chiusi.</p>



<p class="has-medium-font-size">In entrambi i casi, la curva dei futures si è &#8220;spezzata&#8221;. Nel 2020, mentre il petrolio per consegna immediata non valeva nulla, i contratti per i mesi successivi mantenevano prezzi più alti (intorno ai 20-30 dollari), riflettendo la scommessa che, prima o poi, la gente sarebbe tornata a guidare e a volare.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;esempio del 2020 aiuta a capire la dinamica odierna: il mercato dei futures non è solo un indicatore di prezzo, ma un segnale di&nbsp;<strong>capacità logistica</strong>. Quando la differenza tra il prezzo di oggi e quello di domani diventa così ampia (come i 30-40 dollari attuali), significa che il sistema di distribuzione è sotto uno stress tale da non riuscire più a connettere il presente con il futuro in modo razionale.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La somiglianza fondamentale sta nell’ipotesi di distruzione della domanda </strong><br>Anche all&#8217;inizio della pandemia, molti pensavano che si sarebbe trattato di uno shock temporaneo di poche settimane. Tuttavia, i mercati finanziari iniziarono subito a prezzare un danno economico molto più profondo e duraturo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Mentre nel 2020 la distruzione della domanda fu causata da un evento esterno (pandemia e chiusure), oggi il timore è che la distruzione della domanda sia causata dai prezzi stessi: un petrolio troppo caro per troppo tempo finisce per &#8220;uccidere&#8221; l&#8217;economia, portando paradossalmente al crollo dei prezzi futuri perché i consumatori, semplicemente, non potranno più permetterselo.<br>Un’ipotesi non proprio rassicurante, ma è quello che sembra vedere il mercato.</p>



<p class="has-normal-font-size">(*)<strong>&nbsp;I futures</strong>&nbsp;sono dei&nbsp;<strong>contratti d&#8217;acquisto vincolanti</strong>&nbsp;che fissano oggi il prezzo di una merce (come il petrolio) che verrà consegnata in una data futura prestabilita.</p>



<p class="has-normal-font-size">Funzionano come un &#8220;prezzo bloccato&#8221;. Se oggi firmo un contratto future per ricevere petrolio a dicembre a 70 dollari, sono protetto se il prezzo salirà a 100, ma pagherò comunque 70 anche se il mercato dovesse crollare a 50. Da questo punto di vista è quindi una scommessa sul valore futuro di un bene.</p>



<p class="has-normal-font-size"><strong>E anche un termometro delle aspettative</strong></p>



<p class="has-normal-font-size">Poiché infatti esistono contratti per ogni mese dei prossimi anni, la sequenza dei loro prezzi forma una &#8220;curva&#8221;. Se i prezzi dei mesi vicini sono molto più alti di quelli lontani, il mercato sta gridando che c&#8217;è un’emergenza immediata (scarsità), ma prevede una frenata economica o un ritorno alla normalità nel lungo periodo.</p>



<p class="has-normal-font-size">Per le aziende (come le compagnie aeree), i futures servono a eliminare l&#8217;incertezza, permettendo di pianificare i costi del carburante con mesi d&#8217;anticipo, indipendentemente dalle oscillazioni folli del mercato quotidiano, funzionando quale strumento di protezione (hedging).</p>



<p class="has-normal-font-size">(**) Gli&nbsp;<strong>interest rate swaps</strong>&nbsp;(scambi di tassi di interesse) sono contratti derivati in cui due parti decidono di scambiarsi i flussi di pagamento dei relativi interessi per un periodo di tempo predefinito.</p>



<p class="has-normal-font-size">In parole semplici, è come se due persone con un mutuo decidessero di scambiarsi le rate: una passa dal tasso fisso al variabile, e l&#8217;altra fa l&#8217;opposto.&nbsp;</p>



<p class="has-normal-font-size">Gli scambi di tassi di interesse (utilizzanti anche per scopi prettamente speculativi) non servono solo a proteggersi dal rischio, ma sono dei potenti <strong>indicatori delle aspettative del mercato.</strong></p>



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		<title>Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 18:48:14 +0000</pubDate>
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<p class="has-medium-font-size">L&#8217;attuale deriva energetica dell&#8217;Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all&#8217;inizio di quest&#8217;anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel <strong>Regolamento (UE) 2026/261</strong>, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal <strong>25 aprile 2026</strong>, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.</p>



<p class="has-medium-font-size">La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell&#8217;escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il <strong>28 febbraio 2026</strong>, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell&#8217;economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l&#8217;Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all&#8217;unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l&#8217;Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l&#8217;accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell&#8217;Italia, che l&#8217;interscambio con l&#8217;Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell&#8217;Italia il secondo partner commerciale dell&#8217;Iran nell&#8217;Unione dopo la Germania.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il panico che inizia a serpeggiare tra i vertici di Bruxelles e nelle cancellerie nazionali, con le prime timide richieste di rinviare i divieti di aprile, è la conferma tardiva di un errore di calcolo colossale. Nonostante la propaganda sulla diversificazione, i dati di mercato parlano chiaro: con il prezzo del gas nuovamente lievitante, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">l&#8217;Europa si avvia verso una recessione strutturale</mark></strong>. La pretesa di sostituire una risorsa abbondante, sicura e storicamente integrata come quella russa con forniture d&#8217;oltreoceano costose e soggette ai capricci trumpiani e delle rotte marittime globali si è rivelata un castello di carte. In questo scenario, il mantenimento dei bandi energetici non è più una misura di pressione politica, ma un atto di sottomissione strategica che sacrifica il benessere dei cittadini europei sull&#8217;altare di interessi geopolitici del tutto estranei al continente.</p>



<p class="has-medium-font-size">Pur essendo sempre stata la Russia un fornitore affidabile di risorse energetiche a basso costo per i paesi europei, solo Slovacchia e Ungheria si sono svincolati dal diktat masochista della Commissione Europea.  </p>



<h3 id="l-italia-e-l-europa-sotto-assedio-energetico">L’Italia e l’Europa sotto assedio energetico</h3>



<p class="has-medium-font-size">L’Italia si trova nell&#8217;occhio del ciclone: siamo il sesto importatore mondiale di GNL (Gas Naturale Liquefatto) dall’area del Golfo e il primo nell’Unione Europea. Con il blocco totale delle navi da parte di QatarEnergy, i rigassificatori nazionali di Piombino, Ravenna e Livorno stanno vedendo esaurirsi i flussi programmati. Il Governo ha già stimato un impatto potenziale di 33 miliardi di euro nei prossimi sei mesi, una cifra che mette a rischio la crescita del PIL, già ferma sotto l’1%.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Europa, la realtà di oggi è fatta di mercati fuori controllo: in particolare, durante le fasi più acute di panico speculativo seguite all&#8217;attacco della <em>Arctic Metagaz</em> (vedi nota [3])e alle interruzioni nello Stretto di Hormuz, i contratti <em>futures</em> hanno toccato picchi compresi tra i <strong>58 e i 59 euro/MWh</strong>, segnando un rincaro superiore al <strong>90%</strong> rispetto ai mesi precedenti mentre il prezzo del petrolio Brent è letteralmente decollato: se a fine febbraio oscillava ancora intorno ai 70-72 dollari, nella seduta del <strong>6 marzo 2026</strong> ha sfondato la resistenza psicologica dei 90 dollari, attestandosi a <strong>93,04 dollari al barile</strong>. Questo balzo rappresenta un aumento del <strong>27% in una sola settimana</strong> con proiezioni che vedono i 100 dollari come realtà imminente se il passaggio non dovesse essere ripristinato. <strong>Circa il 25-30% del petrolio importato dall&#8217;Italia proviene da paesi che si affacciano sul Golfo Persico</strong>. Naturalmente, la quota di importazione dagli Stati Uniti è destinata a crescere con un ulteriore aumento dei prezzi. Non è solo un problema di energia: <strong>l&#8217;alluminio e i fertilizzanti sono già rincarati del 4%</strong>, <strong>minacciando di colpire duramente la nostra filiera agricola e manifatturiera</strong> (vedi nota [4]). Il Ministro dell&#8217;Ambiente Pichetto Fratin ha persino ventilato l&#8217;ipotesi di <strong>riattivare le centrali a carbone</strong> come misura di emergenza estrema.</p>



<h3 id="il-collasso-delle-rotte-asiatiche">Il collasso delle rotte asiatiche</h3>



<p class="has-medium-font-size">Se l&#8217;Europa trema, anche l&#8217;Asia teme il collasso delle forniture. Solo pochissime navi hanno tentato il transito, e molte hanno cambiato la segnalazione di bordo in &#8220;proprietario cinese&#8221; sperando in un salvacondotto diplomatico di Teheran.<strong> Il Giappone e la Corea del Sud hanno già iniziato a intaccare le loro massicce riserve strategiche</strong> (rispettivamente di 230 e 208 giorni) <strong>per evitare il blackout industriale</strong>, ma il costo dei noli marittimi è aumentato del 10%, rendendo ogni barile residuo prezioso come oro.</p>



<h3 id="la-realta-dei-numeri-sul-campo">La realtà dei numeri sul campo</h3>



<p class="has-medium-font-size">Oggi nello stretto ci sono circa 1.000 navi bloccate, di cui metà sono petroliere e gasiere. Il valore del carico fermo supera i 25 miliardi di dollari. <strong>Per un&#8217;economia come quella italiana, che vede passare il 40% del proprio traffico commerciale marittimo tra Suez e il Mar Rosso, la chiusura di Hormuz è il colpo di grazia a una logistica già sotto stress</strong>. Le grandi compagnie come <strong>MSC e Maersk </strong>hanno sospeso le prenotazioni nell&#8217;area, <strong>preferendo la lunga e costosa rotta che doppia l&#8217;Africa</strong>, con un aggravio diretto sui costi del gasolio per l&#8217;autotrasporto italiano stimato tra i 6.000 e i 12.000 euro all&#8217;anno per singolo bilico.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;attuale crisi nello Stretto di Hormuz non rappresenta più una minaccia teorica, ma una realtà che sta ridefinendo gli equilibri economici globali con effetti immediati e profondi sul sistema produttivo italiano ed europeo. <strong>L’Italia si trova oggi in una condizione di estrema vulnerabilità, con una dipendenza energetica primaria che oscilla tra il 75% e l&#8217;80%, un dato nettamente superiore alla media europea del 60%. </strong>Questa fragilità strutturale è stata amplificata dall&#8217;abbandono del gas russo, che ha spinto il Paese a legarsi alle forniture americane e al GNL qatariota, il quale deve obbligatoriamente transitare per il &#8220;collo di bottiglia&#8221; di Hormuz per raggiungere i nostri rigassificatori. <strong>Nel 2025, gli Stati Uniti sono diventati il primo fornitore di gas per l&#8217;Italia, seguiti dal Qatar che copre circa l&#8217;11% dei consumi nazionali.</strong> Il blocco di questa rotta strategica sta già colpendo duramente il cuore della nostra economia, <strong>con il settore industriale che ha perso quasi il 20% dei consumi di gas a causa del rincaro dei prezzi e della conseguente distruzione della domanda</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;impatto sulla produzione industriale italiana è drammatico e diffuso a macchia d&#8217;olio tra tutti i comparti del Made in Italy. Secondo i dati Istat, <strong>la produzione generale è scesa del 6,1% rispetto al periodo pre-crisi, con punte di sofferenza estrema nei settori energivori</strong>. Oltre alla <strong>petrolchimica</strong>, la <strong>metallurgia</strong> e la <strong>siderurgia</strong> mostrano segnali di cedimento con una <strong>contrazione dei volumi produttivi superiore al 14%</strong>, mentre<strong> la filiera della ceramica e del vetro ha subito un calo stimato fino al 20% a causa dell&#8217;impossibilità di assorbire l&#8217;impennata dei costi energetici</strong>. Anche i pilastri storici dell&#8217;export nazionale come <strong>il sistema moda, il tessile e l&#8217;automotive</strong> sono schiacciati tra l&#8217;aumento dei costi logistici e il rincaro delle materie prime sintetiche derivate dal petrolio, con <strong>l&#8217;automotive che ha registrato crolli della produzione fino al 23,6%</strong>. Persino<strong> l&#8217;industria alimentare e il settore del packaging</strong> soffrono per la polverizzazione dei margini dovuta a <strong>bollette elettriche che in Italia rimangono tra le più care d&#8217;Europa.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Mentre l&#8217;Europa gestisce stoccaggi ancora considerati bassi per garantire una sicurezza assoluta, con l&#8217;Italia ferma al 46-48% e la Germania al 21%, le potenze asiatiche affrontano la medesima crisi partendo da presupposti geografici ancora più critici ma con difese strategiche imponenti. <strong>Il Giappone</strong> vive una condizione di <strong>esposizione quasi totale, poiché l&#8217;80-90% del suo petrolio deve necessariamente attraversare lo Stretto di Hormuz</strong>, ma ha eretto una vera fortezza energetica mantenendo <strong>riserve per circa 230 giorni</strong>. La <strong>Corea del Sud</strong> segue un modello simile, blindando il proprio sistema con <strong>scorte per 200-220 giorni</strong> a fronte di una <strong>dipendenza dal Golfo superiore al 70%.</strong> La <strong>Cina</strong>, pur avendo diversificato le rotte tramite oleodotti russi, vede ancora <strong>metà del suo greggio passare per Hormuz</strong> e mantiene <strong>un&#8217;autonomia di circa 100 giorni.</strong> In coda troviamo <strong>l&#8217;Australia, che appare come l&#8217;anello debole del Pacifico con appena 50-60 giorni di scorte per i carburanti liquidi</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">In questo scenario di guerra economica, ogni singola superpetroliera bloccata rappresenta un asset da 2 milioni di barili del valore di circa 150 milioni di dollari, una massa critica di energia che, se sottratta al mercato, spinge i prezzi del Brent verso la soglia psicologica dei 100-120 dollari al barile. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La realtà odierna è quella di una competizione feroce tra Europa e Asia per l&#8217;accaparramento dei pochi carichi disponibili sul mercato spot, con l&#8217;Italia che paga il prezzo più alto a causa della fine dei contratti a lungo termine con la Russia che in passato garantivano stabilità</mark></strong>. La mancanza di una strategia energetica autonoma ha trasformato il barile di petrolio e il carico di GNL da semplici variabili economiche a veri e propri strumenti di pressione geopolitica, capaci di mettere in discussione la stessa sopravvivenza di interi settori manifatturieri nazionali.</p>



<h3 id="la-speculazione-finanziaria-al-rialzo">La speculazione finanziaria al rialzo</h3>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Sebbene Algeria, Stati Uniti, Norvegia e Russia non abbiano, ad oggi, ridotto i volumi esportati verso l&#8217;Europa, il mercato europeo ha subito impennate violente perché il valore di beni come il gas e il petrolio non è determinato solo dallo scambio fisico, ma soprattutto dalle aspettative future scambiate sui mercati finanziari</strong>. In pratica gli aumenti che stiamo registrando oggi sono sulle vecchie scorte pagate ai vecchi prezzi&#8230; </p>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il meccanismo della speculazione al rialzo agisce come una profezia che si autoavvera partendo da un timore collettivo</mark></strong>. Quando gli operatori prevedono una possibile instabilità, si precipitano ad acquistare contratti derivati per assicurarsi un profitto o proteggersi dai rischi. Questa ondata massiccia di acquisti &#8220;di carta&#8221; gonfia artificialmente la domanda, spingendo il prezzo verso l&#8217;alto in pochissimo tempo, esattamente come accaduto con il petrolio balzato verso i 100 dollari.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa dinamica trasforma il sospetto in realtà tangibile. <strong>Gli attori economici, vedendo i prezzi salire sugli schermi delle borse, iniziano a comportarsi come se la scarsità fosse già in atto, alimentando ulteriormente i rincari in un circolo vizioso dove il prezzo non riflette più quanto gas c&#8217;è nei depositi, ma quanta paura c&#8217;è tra gli investitori</strong>. La finanza anticipa un problema che non esiste ancora fisicamente e, facendolo, lo crea sotto forma di costi insostenibili per l&#8217;economia reale. <br>I veri beneficiari del rincaro non sono i fornitori di materia prima, ma i creatori degli strumenti finanziari che permettono di scommettere su tali rialzi.<strong> In Europa, il colosso di riferimento per la produzione di ETC (Exchange Traded Commodities) sul gas è WisdomTree</strong>, una società che detiene una quota di mercato dominante in questo settore. Il punto cruciale è che WisdomTree non è un&#8217;entità isolata, ma è <strong>controllata dai tre giganti della finanza mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street </strong>(vedi nota [2]).</p>



<p class="has-medium-font-size">Si aggiungano, a quanto precede, le giuste considerazioni di Putin quale reazione alla suicida volontà europea di blocco totale delle importazioni russe:</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Le compagnie americane naturalmente si sposteranno verso quei mercati dove si paga di più è naturale non c&#8217;è nulla di particolare in questo non c&#8217;è alcun retroscena politico è solo business e basta perciò lo ripeto ancora una volta questo è il risultato della politica sbagliata delle autorità europee e per di più portata avanti per molti anni. A questo proposito ecco cosa penso: come è stato appena detto tra un mese prevedono di introdurre restrizioni all&#8217;acquisto di gas russo compreso quello liquefatto; il 24 aprile sarà l&#8217;ultimo giorno e dal 25 entreranno in vigore le limitazioni e tra un anno nel 2027 ulteriori restrizioni fino al divieto totale ma nel frattempo si stanno aprendo altri mercati <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">e forse per noi potrebbe essere più conveniente interrompere proprio ora le forniture al mercato europeo andare verso quei mercati che si stanno aprendo e consolidarci lì</mark></strong>. Qui non c&#8217;è, voglio che sia chiaro, alcun retroscena politico. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Se tanto tra un mese o tra due ci chiuderanno comunque allora non sarebbe meglio interrompere noi stessi già adesso e spostarci verso quei mercati e verso quei paesi che sono partner affidabili e consolidarci lì?</mark></strong> Ma questa non è una decisione in questo caso, sono per così dire riflessioni ad alta voce, darò certamente incarico al governo di esaminare questa questione insieme alle nostre aziende.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Assai significativa infine, nel corso della stessa intervista, la risposta di Putin in merito alla metaniera russa che è stata attaccata nel mediterraneo (vedi nota [3]):</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><strong>Si tratta di un attacco terroristico </strong>non è la prima volta che ci troviamo di fronte a cose di questo tipo ma ciò che sorprende è soltanto che <strong>questo aggrava la situazione sui mercati energetici globali</strong> anche sui mercati del gas e in questo caso soprattutto <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"><strong>per l&#8217;Europa ne risulta che</strong> <strong>il regime di Kiev in realtà morde la mano da cui si nutre cioè la mano dell&#8217;Unione Europea</strong></mark>. <strong>L&#8217;Unione Europea fornisce al regime di Kiev un sostegno senza fine con armi e denaro il regime di Kiev crea per l&#8217;Unione Europea problemi uno dopo l&#8217;altro</strong>. Per quanto riguarda in generale il comportamento del regime di Kiev esso ha un carattere piuttosto aggressivo ed è molto pericoloso. Ne ho già parlato secondo i dati di cui dispongono i nostri servizi speciali <strong>così come un tempo furono fatti esplodere i gasdotti Nordstream, ora a Kiev, con il sostegno di alcuni servizi speciali occidentali si sta preparando un&#8217;azione per far saltare il Blue Stream e il Turkstream.</strong> Abbiamo già informato i nostri amici turchi su questa questione vedremo cosa accadrà in questo ambito ma si tratta di un gioco molto pericoloso soprattutto oggi.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">La tempesta finanziaria scatenata nel settore energetico dalla guerra in corso ha creato un effetto calamita sul dollaro americano, <strong>che si è rafforzato notevolmente rispetto all&#8217;euro (1,2%) e alle altre valute</strong>. In tempi di guerra, il dollaro agisce come il porto sicuro per eccellenza; la domanda globale aumenta vertiginosamente poiché investitori e governi cercano la stabilità della valuta statunitense. Inoltre, <strong>poiché il petrolio si paga in dollari, l&#8217;aumento del prezzo del greggio costringe i paesi importatori a vendere le proprie monete locali per acquistare biglietti verdi</strong>, <strong>indebolendo ulteriormente l&#8217;euro</strong>. La vulnerabilità energetica europea rende il continente meno attraente per i capitali, che preferiscono spostarsi verso l&#8217;economia americana, percepita come più isolata e protetta dagli shock diretti del Medio Oriente.</p>



<h3 id="inflazione-e-stagflazione">Inflazione e stagflazione</h3>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ombra più scura che incombe sull&#8217;Europa è quella della <strong>stagflazione</strong>, una combinazione micidiale di <strong>stagnazione economica e inflazione galoppante</strong>. La strozzatura dei trasporti e l&#8217;allungamento dei tempi di consegna delle merci con aumenti dei costi container e noli marittimi contribuiranno all&#8217;innalzamento generalizzato dei prezzi. L&#8217;aumento dei costi energetici agisce come una tassa che colpisce le imprese, costringendole ad alzare i prezzi dei prodotti finali e dei servizi. <strong>Tuttavia, questo aumento dei prezzi non è figlio di una crescita economica sana, ma di uno shock dei costi che sottrae reddito alle famiglie</strong>. Il risultato è un <strong>blocco dei consumi che ferma la produzione industriale</strong> e mette le banche centrali in una posizione difficilissima: alzare i tassi per combattere l&#8217;inflazione rischierebbe di soffocare definitivamente un&#8217;economia già ferma, mentre non farlo lascerebbe correre i prezzi senza controllo, erodendo il potere d&#8217;acquisto e i risparmi dei cittadini.<br>Ovviamente in questo stato di cose i nostri titoli di Stato avranno meno <em>appeal</em> e bisognerà alzare i rendimenti che promettono per renderli appetibili con ulteriore aggravio sulla spesa per interessi che è ormai prossima ai 100 miliardi anno e questo si aggiungerà all&#8217;aumento dei tassi che la BCE imporrà per tenere a bada l&#8217;inflazione da costi. Ovviamente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all&#8217;inflazione. L&#8217;aumento dei tassi determinerà un aumenta della rata mensile dei muti contratti a tasso variabile e in generale salirà il costo del denaro con conseguente depressione degli investimenti produttivi. </p>



<p class="has-medium-font-size">Uscire dalla guerra, ricostruire i ponti bruciati con la Russia e in generale sottrarsi all&#8217;isolamento intensificando i rapporti con il complesso dei paesi BRICS nonché riavviare una nostra politica estera pienamente rispondente agli interessi del Paese, quale mediatore di Pace, senza più genuflettersi a quelli statunitensi  è ormai urgente e obbligatorio se si vorrà evitare l&#8217;incombente tsunami in corso di rapido avvicinamento. </p>



<p>Aggiornamento dell&#8217;8 marzo:</p>



<p>[Un inferno di fuoco dí combustibili fossili iraniani dati alle fiammele infrastrutture energetiche iraniane sono state colpite da una massiccia ondata di attacchi condotti da Stati Uniti e Israele nella notte tra sabato 7 e domenica 8 marzo. A confermarlo diverse testate internazionali e agenzie (come Xinhua e ISW) Sono state colpite la raffineria di Tondgouyan (una delle più grandi del Paese) a Shahr Rey e quella di Shahran.Diversi depositi di carburante nelle province di Teheran e Alborz (inclusa la città di Karaj) sono stati centrati da missili, causando vasti incendi visibili a chilometri di distanza.Troppo facile prevedere che questi danni aggraveranno la crisi energetica globale portando a rincari stratosferici e blackout diffusi. La ritorsione Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver risposto colpendo una raffineria a Haifa, in Israele, con missili Kheibarshekan.Già il Qatar ha sospeso la produzione di GNL (Gas Naturale Liquefatto) nei giorni scorsi a causa di attacchi alle sue strutture (come Ras Laffan), innescando un&#8217;impennata dei prezzi del gas in Europa e Asia.Tutto questo si aggiunge al blocco parziale dello Stretto di Hormuz e ai rischi per la navigazione delle petroliere.Il conflitto è entrato in una fase di &#8220;guerra energetica&#8221; aperta, dove ora entrambe le parti mirano a colpire la capacità di sopravvivenza economica ed energetica dell&#8217;avversario.Ovviamente a perderci sono tutti gli importatori di materie prime energetiche dall’Iran e quindi l’Europa e paesi asiatici A guadagnarci gli Stati Uniti quale paese esportatore.]</p>



<p> </p>



<p class="has-small-font-size">[1] L&#8217;impianto di liquefazione del GNL, a <strong>Ras Laffan</strong>, in Qatar, considerato il fulcro della produzione mondiale di gas, è stato colpito ieri da droni nel corso di un&#8217;escalation militare che ha coinvolto diverse infrastrutture strategiche nel Golfo. Secondo quanto confermato dal Ministero della Difesa del Qatar, le esplosioni hanno interessato sia la <strong>Ras Laffan Industrial City che l&#8217;area di Mesaieed</strong>, dove è stato centrato un serbatoio idrico di una centrale elettrica.<br>Sebbene le autorità locali abbiano inizialmente rassicurato sull&#8217;assenza di vittime e su danni strutturali definiti &#8220;gestibili&#8221;, la reazione operativa è stata drastica. <strong>QatarEnergy ha sospeso l&#8217;intera produzione di gas naturale liquefatto e dei sottoprodotti energetici per ragioni di sicurezza nazionale e per valutare l&#8217;integrità dei sistemi</strong>. Questa decisione ha portato alla dichiarazione dello stato di forza maggiore sui contratti internazionali, <strong>congelando di fatto le esportazioni verso l&#8217;Asia e l&#8217;Europa fino a data da destinarsi</strong>. L&#8217;impatto sui mercati energetici globali, immediato e violento, con il prezzo del gas europeo che ha subito un&#8217;impennata vicina al 50% in una singola sessione è in corso. Poiché <strong>il complesso di Ras Laffan soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL</strong>, il timore di un vuoto di offerta prolungato sta spingendo le economie occidentali a cercare forniture affannosamente alternative in un clima di estrema incertezza geopolitica. La portata di questo evento potrà superare per gravità lo shock petrolifero degli anni &#8217;70, data la dipendenza attuale dell&#8217;Europa dal gas qatariota dopo il suicida distacco dalle forniture russe.<br>[2] Questi tre gruppi sono i principali azionisti di <strong>WisdomTree</strong> e, contemporaneamente, i maggiori emittenti globali di ETF (Exchange Traded Funds). Si viene così a creare un sistema circolare dove gli stessi soggetti che gestiscono i grandi flussi di capitale globale possiedono anche le &#8220;piattaforme&#8221; su cui si scommette sul prezzo delle risorse energetiche. <strong>Quando la speculazione accelera e i prezzi del gas salgono, queste società guadagnano due volte: attraverso le commissioni di gestione degli strumenti che emettono e attraverso l&#8217;aumento del valore degli asset nei loro portafogli</strong>. Di fatto, il mercato finanziario europeo del gas è dominato da una struttura a matrioska dove i grandi fondi d&#8217;investimento americani hanno il controllo dei principali strumenti di speculazione. <strong>Questo significa che, mentre le bollette delle famiglie e delle imprese aumentano a causa di una &#8220;profezia che si autoavvera&#8221;, i profitti derivanti da quel meccanismo finiscono nelle mani dei pochi attori che gestiscono l&#8217;architettura finanziaria globale</strong>.<br>[3] L’attacco senza precedenti avvenuto all&#8217;alba del <strong>3 marzo 2026</strong> nel Mediterraneo centrale ha segnato un punto di non ritorno nella sicurezza energetica europea. La <strong>Arctic Metagaz</strong>, una gigantesca nave gasiera russa con un carico di <strong>140000 metri cubi di GNL</strong>, è stata sventrata da droni marini ucraini mentre navigava a circa 30 miglia a nord-est della costa libica. L’impatto ha innescato incendi a bordo hanno incendiato parzialmente il relitto, monitorato dai ricognitori decollati dalla base USA di <strong>Sigonella</strong>.<br>Per ore, la nave è rimasta alla deriva come una &#8220;bomba a orologeria&#8221;, spinta dalle correnti verso le acque siciliane, maltesi e libiche. Il pericolo era immane: se rigassificato, quel carico si sarebbe espanso fino a superare i <strong>100 milioni di metri cubi di gas</strong>, un potenziale energetico equivalente a oltre 50 bombe di Hiroshima. Oltre al gas, il rischio ecologico per le spiagge siciliane era rappresentato da <strong>3.000 metri cubi di olio combustibile denso (Bunker C)</strong> pronti a riversarsi in mare. Il timore principale degli esperti riguardava l&#8217;innesco di un <strong>BLEVE</strong> (<em>Boiling Liquid Expanding Vapor Explosion</em>). Questo fenomeno si verifica quando il calore di un incendio esterno surriscalda il liquido criogenico all&#8217;interno di un serbatoio sigillato o con valvole ostruite; l&#8217;indebolimento dell&#8217;acciaio combinato con l&#8217;aumento vertiginoso della pressione interna porta a un cedimento strutturale catastrofico, trasformando istantaneamente il liquido in gas con un volume 600 volte superiore. Fortunatamente, i sistemi automatici di <strong>venting</strong> (valvole di sfiato) della Arctic Metagaz hanno retto, rilasciando il gas in eccesso attraverso &#8220;fiamme pilota&#8221; controllate che, pur alimentando l&#8217;incendio in coperta e impedendo l&#8217;avvicinamento dei soccorsi della Marina Italiana, hanno evitato l&#8217;esplosione totale del carico. Il destino della nave si è compiuto il <strong>4 marzo 2026</strong>. Le ultime rilevazioni satellitari e le conferme delle autorità internazionali indicano che la gasiera è affondata a circa 130 miglia a nord di <strong>Sirte</strong>. Nel momento del naufragio, anziché un BLEVE, si è probabilmente verificato un <strong>RPT</strong> (<em>Rapid Phase Transition</em>): un&#8217;esplosione fisica, non chimica, causata dal contatto brutale tra il GNL a <strong>-162°C</strong> e l&#8217;acqua del mare a <strong>+15°C</strong>. Questo shock termico di quasi 180 gradi causa un&#8217;evaporazione istantanea e violenta, simile all&#8217;effetto di una goccia d&#8217;acqua su una piastra rovente, che genera onde d&#8217;urto potenti ma non necessariamente palle di fuoco, a meno che non vi sia una precisa miscela di ossigeno (tra il 5% e il 15%) e un innesco. Questo disastro, il primo caso al mondo di una metaniera persa in mare per atto bellico, solleva interrogativi inquietanti sulla vulnerabilità delle rotte commerciali nel &#8220;cortile di casa&#8221; italiano. Mentre la diplomazia tra Mosca e l&#8217;Occidente si incendia, l&#8217;evento proietta un&#8217;ombra sinistra sulle scelte infrastrutturali nazionali. L&#8217;incidente della Arctic Metagaz dimostra infatti quanto sia estremo il rischio connesso a queste unità, sollevando forti critiche sulla decisione di posizionare rigassificatori di pari portata nel cuore di porti abitati, come accaduto a <strong>Piombino</strong>, dove navi identiche a quella affondata fanno regolarmente scalo per alimentare il rigassificatore stazionante nel porto, a pochi metri dai centri abitati, operando in deroga alle normali normative ambientali e di sicurezza.<br>[4] Le conseguenze della guerra all&#8217;Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz delineano uno scenario di insicurezza alimentare ed economica senza precedenti per l&#8217;Europa e, in particolare, per l&#8217;Italia. <strong>Da quel braccio di mare transita circa il 15% dei fertilizzanti mondiali</strong>, in particolare <strong>urea e ammoniaca provenienti da Qatar e Arabia Saudita</strong>, che sono <strong>decisivi per la produzione agricola globale</strong>, la cui dipendenza dai nutrienti sintetici è stimata intorno al 40%. Il blocco toglie dal mercato una fetta rilevante di queste forniture, generando una <strong>tendenza al rialzo immediata spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago</strong> (CBOT), dove <strong>i prezzi dei future sui fertilizzanti sono saliti da dicembre 2025 del 64%.</strong> L&#8217;aspetto più rilevante è costituito dall&#8217;identità degli esportatori che non dipendono dal passaggio per Hormuz e che risultano dunque avvantaggiati dall&#8217;aumento dei prezzi. <strong>Circa il 22% dei fertilizzanti mondiali proviene dalla Russia</strong>, che diventa così il perno decisionale per le agricolture globali attraverso società come <strong>PhosAgro, Uralkali ed EuroChem</strong>, saldamente nelle mani di oligarchi vicini al Cremlino. Quote minori, circa <strong>il 10%, provengono da Canada e Stati Uniti</strong>. In questi ultimi due casi, i giganti del settore come <strong>Nutrien</strong> (il più grande produttore mondiale), <strong>The Mosaic Company (leader nei fosfati e potassio) e CF Industries (specializzata in azoto) vedono tra i loro principali azionisti i grandi fondi di investimento BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.</strong> Esiste poi il polo produttivo della <strong>Cina</strong>, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare drasticamente le esportazioni per garantire l&#8217;approvvigionamento interno a costi contenuti, isolando ulteriormente il mercato internazionale. <strong>In questo scacchiere, a essere danneggiati pesantemente sono i produttori e i consumatori europei</strong>, già afflitti dalla speculazione generata dall&#8217;impennata del gas e del petrolio. Per l&#8217;Italia, l&#8217;impatto è diretto e si manifesta attraverso un&#8217;erosione immediata dei margini di profitto agricoli:<strong> il costo del gasolio agricolo ha superato la soglia critica di 1,15 €/l</strong>, mentre <strong>le quotazioni dell&#8217;urea sono aumentate del 30% in una sola settimana</strong>. Per un&#8217;azienda cerealicola italiana, ciò significa un aumento dei costi fissi per ettaro che rende la produzione spesso antieconomica. <strong>Le ripercussioni sul carrello della spesa degli italiani sono altrettanto gravi, con una stima di aumento del costo alimentare mensile per famiglia tra i 20 e i 40 euro a causa dell&#8217;inflazione da costi</strong>. Poiché l&#8217;80% della logistica alimentare italiana avviene su gomma, il caro carburante si trasferisce istantaneamente sui prezzi di pane, latte e ortofrutta fresca. <strong>Parallelamente, il blocco di Hormuz paralizza l&#8217;export di eccellenze Made in Italy verso i mercati del Golfo, come la Mela Rossa Cuneo IGP e i kiwi, che subiscono ritardi insostenibili o la cancellazione degli ordini</strong>.</p>



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<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/03/07/europa-a-secco-chi-ci-guadagna-e-chi-ci-perde/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/03/07/europa-a-secco-chi-ci-guadagna-e-chi-ci-perde/' data-app-id-name='category_below_content'></div>]]></content:encoded>
					
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		<title>Se non si svincola, l&#8217;euro affonderà, trascinato giù dal dollaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2026 21:20:57 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Se non si svincola, l&#039;euro affonderà, trascinato giù dal dollaro' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/02/01/se-non-si-svincola-leuro-affondera-trascinato-giu-dal-dollaro/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="se-non-ci-svincoliamo-dalla-moneta-unica-affonderemo-con-essa-la-salvezza-nel-clearing-e-nella-moneta-comune">Se non ci svincoliamo dalla moneta unica, affonderemo con essa. La salvezza nel Clearing e nella moneta comune</h2>



<p class="has-medium-font-size">Il processo di de-dollarizzazione, dal 2022 (congelamento delle riserve russe) e nel corso del 2025, ha subito un&#8217;accelerazione senza precedenti. Il dato attuale, febbraio 2026, vede un dollaro che sebbene rimanga ancora la valuta più usata, nelle riserve globali è ormai scesa sotto il 58% (era al 70% vent&#8217;anni fa). L&#8217;Arabia Saudita, patria del petrodollaro, ha iniziato ad accettare Yuan per il petrolio, rompendo un tabù che durava dal 1974. Russia e Cina scambiano ormai quasi tutto in Rubli e Yuan. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il progressivo abbandono del biglietto verde rappresenta, per molti aspetti, una reazione di autodifesa coordinata contro quella che viene definita la &#8220;militarizzazione della finanza&#8221;, ovvero l’uso del dollaro come arma impropria. Il punto di non ritorno di questo processo è stato identificato nel congelamento/rapina senza precedenti delle riserve sovrane russe nel 2022 (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2025/12/05/asset-russi-congelati-o-rubati/">Asset russi: congelati o rapinati?</a>) . Quell’atto ha infranto il dogma dell&#8217;inviolabilità del risparmio statale, inviando un segnale d&#8217;allarme globale: in un sistema dominato dall&#8217;Occidente, la proprietà dei propri capitali è diventata condizionata alla fedeltà politica verso Washington e Bruxelles.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa rottura del patto di fiducia ha spinto nazioni come l’Arabia Saudita, l’India e il Brasile a riconsiderare la sicurezza dei propri forzieri. Se le riserve accumulate in decenni di esportazioni possono essere evaporate con un semplice clic di una banca centrale straniera, il concetto stesso di &#8220;bene rifugio&#8221; legato alla valuta cartacea viene meno. In questo contesto, l&#8217;imposizione sistematica di dazi e sanzioni non ha fatto altro che accelerare la costruzione di una rete di sicurezza alternativa. <strong>Quello che l&#8217;Occidente ha interpretato come uno strumento di pressione per mantenere l&#8217;ordine internazionale è stato percepito dal resto del mondo come un atto di arroganza strategica, che ha trasformato il dollaro da bene pubblico globale a strumento di coercizione politica</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">La BCE (Banca Centrale Europea) è spesso costretta a inseguire le decisioni della FED (Federal Reserve). Se la FED alza i tassi, la BCE deve spesso adeguarsi per evitare che l&#8217;Euro si svaluti troppo, rendendo le importazioni energetiche (pagate in dollari) insostenibili. Finché il petrolio e il gas si comprano in dollari, l&#8217;Euro avrà, infatti, sempre bisogno di accumulare riserve di dollari, mantenendo intatto il potere americano. D&#8217;altronde se i tassi USA sono più alti di quelli Europei, i capitali scappano verso il Dollaro, indebolendo l&#8217;Euro. <br><strong>Tradizionalmente accadeva che quando il Dollaro si rafforzava, l&#8217;Euro e l&#8217;Oro scendevano insieme e viceversa</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Oggi, però, questa regola si è spezzata, rivelando una realtà molto più cruda per la moneta europea</mark></strong>. Mentre l&#8217;Oro sta vivendo una corsa storica verso i 6.000 dollari l&#8217;oncia, l&#8217;Euro non sta affatto beneficiando della debolezza relativa del Dollaro. Al contrario, stiamo assistendo al &#8220;<strong>decoupling</strong>&#8221; (disaccoppiamento) <strong>da rifugio.</strong> L&#8217;oro sale perché il mondo sta cercando una via d&#8217;uscita dal sistema delle valute cartacee (fiat), ma l&#8217;Euro sta affondando proprio perché è percepito come la &#8220;valuta satellite&#8221; più fragile in questo crollo sistemico. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;Euro viene percepito come un dollaro di serie B</mark></strong>. <strong>Con l&#8217;avanzare della de-dollarizzazione, chi scappa dal Dollaro non cerca più l&#8217;Euro</strong>. Gli investitori asiatici e i BRICS preferiscono l&#8217;oro fisico. Inoltre le minacce di dazi americani (come quelle recenti sul caso Groenlandia e i dazi sulle esportazioni europee) colpiscono il cuore produttivo dell&#8217;Europa. Se l&#8217;oro sale per paura della guerra finanziaria, l&#8217;Euro scende perché l&#8217;Europa è il campo di battaglia su cui questa guerra viene combattuta. <strong>A differenza dell&#8217;oro, che non ha debiti</strong>, <strong>l&#8217;Euro è schiacciato dai debiti pubblici dei suoi Stati membri</strong>. Mentre le banche centrali di tutto il mondo (Cina, India, persino alcune europee &#8220;sottobanco&#8221;) accumulano oro per proteggersi dal collasso del debito, <strong>l&#8217;Euro resta incatenato a un sistema bancario che non può più garantire il valore reale dei risparmi</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La verità difficile da accettare è che l&#8217;Euro sta perdendo la sua funzione di alternativa al Dollaro</strong>. Se un tempo era il &#8220;piano B&#8221;, oggi è diventato la zavorra. <strong>L&#8217;aumento del prezzo dell&#8217;oro non è solo un segnale di inflazione, ma il certificato di morte della fiducia nel sistema euro-atlantico</strong>. In questo scenario, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">l&#8217;Euro non sta &#8220;scendendo rispetto al dollaro&#8221;, ma sta evaporando rispetto ai beni reali. Questa frattura tra Oro ed Euro è il segnale che il tempo della finanza virtuale sta scadendo</mark></strong>.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">&nbsp;Viviamo in un paradosso storico dove proprio l’eccesso di potere finanziario esercitato dagli Stati Uniti e dall&#8217;Europa sta ora producendo il declino della loro egemonia. Più il sistema occidentale utilizza i congelamenti e le esclusioni dal circuito SWIFT per &#8220;punire&#8221; gli avversari, più incentiva la creazione di quel <strong>club dei non-allineati</strong> che oggi cerca rifugio in monete locali o in beni tangibili. Non è un caso che, parallelamente ai discorsi sulla de-dollarizzazione, si assista a una corsa frenetica delle banche centrali verso l&#8217;accumulo di oro o argento fisico. È il ritorno alla materia dopo la fine dell&#8217;illusione della neutralità della moneta: <strong>in un mondo dove la fiducia è stata sacrificata sull&#8217;altare della politica, il possesso di ciò che non può essere cancellato da un computer diventa l&#8217;unica vera garanzia di sovranità.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">In parallelo all&#8217;orientamento verso i beni tangibili, i BRICS stanno testando sistemi come <br><strong><em>BRICS Pay</em></strong> per aggirare il circuito SWIFT controllato dall&#8217;Occidente. Difficile vedere un cambio di rotta nell&#8217;attuale tendenza che sta portando gran parte del commercio mondiale a viaggiare su binari russi o cinesi; se la politica europea dovesse insistere nel suo vassallaggio suicida a supporto del dollaro, l&#8217;Euro perderebbe la sua funzione di &#8220;valuta di scambio&#8221; internazionale, indebolendo il potere politico della BCE. </p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Il tramonto del monopolio finanziario occidentale è una realtà che rischia di trasformare l’Euro da protagonista globale a spettatore regionale</strong>. La dedollarizzazione incoraggiata da dazi, sanzioni e rapina di fondi sovrani esteri sta scardinando i binari su cui ha viaggiato per decenni il benessere del Vecchio Continente. Se per lungo tempo <strong>l’Euro ha goduto della posizione di seconda valuta di riserva mondiale</strong>, oggi il rischio concreto è quello di un isolamento finanziario che rischia di colpire il cuore del sistema economico della zona euro dell&#8217;Unione, con ripercussioni in grado di aggravare ulteriormente i conti pubblici dei paesi membri e di svuotare le tasche dei cittadini comuni.</p>



<p class="has-medium-font-size">Assisteremo alla perdita dei cosiddetti &#8220;pedaggi&#8221; internazionali. <strong>Per anni, le banche europee hanno agito come intermediari obbligati per scambi commerciali tra nazioni lontane, incassando fior di commissioni su ogni bonifico transfrontaliero</strong>. Con la nascita di sistemi di pagamento alternativi, come il <strong>BRICS Pay</strong>, questo flusso di denaro rischia di deviare altrove, sottraendo alle istituzioni finanziarie dell&#8217;eurozona miliardi di euro in ricavi automatici. Ma il danno non è solo economico, è soprattutto una questione di visione: perdere la gestione dei flussi significa perdere gli occhi sul mondo. Attraverso il sistema SWIFT, l’Europa aveva finora esercitato un monitoraggio capillare che svanirebbe nel momento in cui i capitali iniziassero a viaggiare su circuiti chiusi e opachi ai controlli occidentali.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa cecità finanziaria porta con sé un drastico indebolimento del potere politico. La forza dell&#8217;Euro, usata come arma diplomatica,<strong> permettendo di imporre sanzioni capaci di isolare chiunque violasse l&#8217;ordine internazionale imposto dall&#8217;Occidente, ha ora un effetto boomerang.</strong> Nel momento in cui una nazione può semplicemente cambiare binario e rifugiarsi in un sistema monetario concorrente, il potere di deterrenza della Banca Centrale Europea svanisce, rendendo le minacce di Bruxelles poco più che masochistici ammonimenti simbolici. In questo scenario, la stessa BCE vede ridotto il proprio raggio d&#8217;azione, passando da arbitro del mercato mondiale a semplice amministratrice di una moneta locale, legata esclusivamente alle sorti di un’economia europea sempre più stanca e meno influente. </p>



<p class="has-medium-font-size">Le conseguenze concrete per le famiglie dell&#8217;area euro sarebbero immediate e tangibili, a partire dal costo dell&#8217;energia. <strong>Se l&#8217;Euro perde rilevanza negli scambi internazionali, non potremo più contare su una moneta &#8220;forte&#8221; per acquistare petrolio e gas di cui siamo praticamente privi</strong>.<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> Pagare le materie prime con una valuta indebolita significa importare inflazione</mark></strong>: ogni pieno di benzina o bolletta del riscaldamento costerebbe sensibilmente di più, poiché il nostro potere d&#8217;acquisto verrebbe eroso dal nuovo peso delle valute emergenti. Anche il mercato immobiliare ne uscirebbe stravolto.<strong> Per tentare di trattenere i capitali in fuga verso i mercati dei BRICS e difendere il valore dell&#8217;Euro, la BCE potrebbe essere costretta a mantenere i tassi d&#8217;interesse</strong> artificialmente alti come, in qualche misura, ha già fatto, anche nel tentativo vano di calmierare un inflazione non da domanda ma da costi! <strong>Questo si traduce in mutui più cari per chi vuole comprare casa e prestiti più onerosi per le imprese, soffocando consumi ed investimenti.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Se l&#8217;Euro smettesse di essere necessario per acquistare le grandi materie prime, perderebbe quella domanda globale che ne ha garantito la stabilità. Il rischio è di trovarsi in una via commerciale secondaria, con una moneta che non serve più a dettare le regole del gioco ma solo a gestire i consumi interni in un contesto di carovita strutturale.<strong> L&#8217;Europa si trova davanti a un bivio storico: riuscire a rinnovare il prestigio dell&#8217;Euro o rassegnarsi a un declino di perdita del controllo sui mercati dell&#8217;energia e del credito</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Avere indotto i BRICS a crearsi il loro circuito chiuso non è stata una buona strategia. L&#8217;Europa non è più il centro del mondo. Sarà sempre più un negozio bellissimo in una via dove non passa più nessuno, perché è stata costruita una nuova autostrada che porta i clienti altrove. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;Europa si trova in una trappola di cristallo, un vicolo cieco dove la forza politica necessaria per smarcarsi esiste sulla carta, ma è paralizzata da dipendenze strutturali profonde. L&#8217;Unione Europea non è un partner paritario degli Stati Uniti, ma un suo satellite economico che sta pagando il prezzo più alto per la strategia atlantica a cui si è legata stringendosi un cappio al collo.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Ogni volta che l&#8217;Europa ha tentato di creare circuiti di pagamento indipendenti per aggirare le sanzioni americane</strong> &#8211; <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">come accadde con il sistema INSTEX per commerciare con l&#8217;Iran</mark></strong> (vedi nota [1])- <strong>il progetto è fallito miseramente sotto la minaccia di ritorsioni americane contro le aziende europee</strong>. Questa è la verità che fa male: la finanza europea è ostaggio della protezione ed occupazione militare americana.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Smarcarsi dalla strategia statunitense significherebbe per l&#8217;Europa riaprire canali commerciali con l&#8217;Oriente e con il blocco dei BRICS, i principali fornitori di materie prime e mercati di sbocco futuri</mark></strong>. Tuttavia, seguendo la linea dei dazi e delle sanzioni, l&#8217;Europa ha tagliato i ponti con l&#8217;energia a basso costo, rendendo le proprie industrie meno competitive e spingendo i capitali europei a fuggire proprio verso gli Stati Uniti, attirati da sussidi e costi energetici inferiori (Inflaction Act). In questo senso, l&#8217;Europa non sta solo seguendo le sorti americane, ma <strong>sta agendo come uno scudo che assorbe i danni economici della dedollarizzazione per permettere al dollaro di resistere più a lungo</strong>.</p>



<h3 id="la-fragilita-di-un-sistema-che-si-credeva-invincibile-l-eurodollaro"><strong>La </strong>fragilità di un sistema che si credeva invincibile. L&#8217;Eurodollaro</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il termine eurodollaro non indica, come molti potrebbero pensare, un legame tra l&#8217;Euro e il Dollaro, ma rappresenta storicamente una delle invenzioni più ambigue e potenti della finanza internazionale. Si tratta di dollari depositati in banche al di fuori degli Stati Uniti (principalmente a Londra o nei paradisi fiscali), inizialmente in Europa, <strong>nati paradossalmente durante la Guerra Fredda quando l&#8217;Unione Sovietica, temendo che Washington potesse congelare i suoi fondi depositati sul suolo americano, decise di spostarli in banche londinesi</strong>. Questo meccanismo creò un mercato del dollaro totalmente &#8220;offshore&#8221;, ovvero libero da ogni regolamentazione della Federal Reserve. Nel precedente ordine economico, <strong>l&#8217;eurodollaro ha svolto la funzione di vero lubrificante del capitalismo globale</strong>, <strong>permettendo alle banche di creare moneta dal nulla attraverso un sistema di debito infinito che non rispondeva a nessun governo</strong>, <strong>diventando di fatto la base del dominio finanziario anglo-americano e permettendo di finanziare il deficit statunitense con capitali che formalmente erano fuori dal suo controllo</strong>. In altre parole un sistema di creazione di moneta privata totalmente fuori dal controllo delle banche centrali. Le banche europee e asiatiche creano &#8220;dollari virtuali&#8221; attraverso prestiti e derivati, alimentando una massa monetaria gigantesca che non appare in nessuna statistica ufficiale della Federal Reserve.<br><br>Nel corso del tempo, <strong>il ruolo dell&#8217;eurodollaro è mutato profondamente, passando da strumento di flessibilità commerciale a mostro finanziario che ha alimentato le bolle speculative globali</strong>. </p>



<p class="has-medium-font-size">La dinamica dell&#8217;Eurodollaro (da non confondere con il semplice cambio EUR/USD) è uno dei meccanismi più oscuri e potenti della finanza moderna. Per capire come si sia trasformato in un &#8220;mostro&#8221; capace di alimentare bolle speculative globali, dobbiamo distinguere tra la moneta che usiamo in Europa e il sistema bancario &#8220;ombra&#8221; che domina il mondo.<br>Il mercato dell&#8217;Eurodollaro è diventato un sistema di creazione di moneta privata totalmente fuori dal controllo delle banche centrali. Le banche europee e asiatiche creano &#8220;dollari virtuali&#8221; attraverso prestiti e derivati, alimentando una massa monetaria gigantesca che non appare in nessuna statistica ufficiale della Federal Reserve.<br>Il mostro dell&#8217;Eurodollaro funziona come un moltiplicatore di liquidità senza freni. Gli speculatori prendono in prestito Eurodollari (spesso a tassi bassissimi in mercati poco regolamentati in una sorta di Carry Trade Globale) per investirli in asset rischiosi ovunque: dalle azioni tecnologiche di Wall Street all&#8217;immobiliare in Cina o alle criptovalute, Bigpharma, Bigarma ecc.. Questo flusso costante di &#8220;dollari offshore&#8221; gonfia i prezzi degli asset ben oltre il loro valore reale.<br><strong>Poiché questo mercato non è regolato dalle riserve obbligatorie della Fed, le banche possono prestare 10, 20 o 50 volte il capitale che realmente possiedono. Ogni prestito genera nuova liquidità che finisce per alimentare la bolla successiva&#8230;</strong><br>Poiché tutto il sistema si basa sul debito in dollari creato fuori dagli USA, se il dollaro si raffredda o i tassi salgono (come oggi), si scatena una scarsità di dollari globale. Accade allora che le banche che hanno creato questi Eurodollari dal nulla vanno in panico. Per recuperare dollari reali e chiudere i buchi nei bilanci, devono vendere tutto: azioni, oro, obbligazioni. Questa vendita d&#8217;urgenza può causare il crollo simultaneo di tutte le bolle che il sistema stesso aveva alimentato.<br>In questa dinamica, l&#8217;Euro si comporta spesso come il fratello debole del dollaro. Le banche europee sono tra i più grandi attori del mercato dell&#8217;Eurodollaro. <strong>Quando il sistema entra in crisi, la domanda di dollari reali diventa così alta che l&#8217;Euro viene svenduto per comprare la salvezza in dollari, portando al suo deprezzamento e all&#8217;importazione di inflazione</strong>.<br>In altri termini il mercato dell&#8217;Eurodollaro è il cuore pulsante della finanza ombra: ha permesso decenni di crescita artificiale e bolle speculative, ma ha anche reso l&#8217;economia mondiale dipendente da un debito in dollari che nessuno può più controllare pienamente.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;eurodollaro è stato perciò il cavallo di Troia attraverso cui la finanza ha preso il sopravvento sulla politica: un immenso mare di liquidità privata che ha reso le banche centrali nazionali semplici spettatrici. Tuttavia, questo sistema basato sulla fiducia cieca in una moneta senza patria ha iniziato a mostrare crepe insanabili. Se un tempo l&#8217;eurodollaro garantiva che il mondo intero fosse incatenato al destino di Washington, <strong>oggi è diventato il punto di massima fragilità di un impero monetario che non riesce più a garantire la stabilità e la solvibilità del suo debito</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nella congiuntura attuale, caratterizzata dalla perdita di valore reale del biglietto verde e dall&#8217;avanzata della de-dollarizzazione, l&#8217;eurodollaro rappresenta il capitolo finale di un’epoca di finanza virtuale che deve fare i conti con la realtà fisica delle materie prime, della deindustrializzazione e della finanziarizzazione delle economie occidentali. <strong>La contrazione del mercato dell&#8217;eurodollaro è il segnale definitivo del collasso del sistema: le banche internazionali, spaventate dal rischio di insolvenza e dalle sanzioni geopolitiche, stanno drenando questa liquidità, provocando una fame di dollari che paradossalmente ne fa salire il prezzo a breve termine mentre ne distrugge l&#8217;egemonia a lungo termine</strong>. In questo scenario, l&#8217;eurodollaro non è più il ponte che unisce le economie, ma la miccia di un’implosione finanziaria che costringe l&#8217;Occidente a riscoprire il valore delle riserve tangibili dopo decenni di ebbrezza monetaria basata su promesse cartacee ormai prive di garanzie.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;Euro, quale <strong>moneta unica</strong>, rimane una costruzione fragile che ha bisogno della stabilità del sistema dollaro per sopravvivere. L&#8217;Europa pare ora destinata a seguire la strategia americana fino in fondo non per convinzione, ma per inerzia e paura del vuoto. Per smarcarsi servirebbe un atto di coraggio politico che implicherebbe una ristrutturazione totale del progetto europeo avviandosi in maniera decisa verso la ristrutturazione dell&#8217;euro quale <strong>moneta comune</strong> e non più unica. Seppure dal 1950 al 1958 l&#8217;Europa del dopoguerra ha sperimentato con enorme successo la moneta comune nell&#8217;allora Unione Europea dei Pagamenti (UEP) (vedi nota [*]) che ne risollevò le sorti dalle macerie del dopoguerra &#8211; assai più che il ruffiano e strumentale piano Marshall (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2025/02/15/quale-soluzione-per-squilibri-economici-che-degenerano-in-guerra/">Quale soluzione per squilibri economici che degenerano in guerra</a>) &#8211; oggi, l&#8217;attuale classe dirigente è culturalmente e strutturalmente incapace o semplicemente venduta e collusa con gli interessi della finanza speculativa, preferendo un lento declino all&#8217;ombra di un&#8217;egemonia d&#8217;oltreoceano, in pericolosissima caduta libera. <br>L&#8217;euro come moneta comune sarebbe virtuosamente realizzabile anche senza riesumare le monete nazionali dell&#8217;eurozona (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2019/09/29/il-target-da-centrare/">Il Target da centrare</a>). Alle strette, il ritorno alle monete nazionali, insieme all&#8217;adozione di una nuova edizione dell&#8217;Unione Europea dei Pagamenti, con l&#8217;uscita virtuosa dall&#8217;isolamento suicida rispetto al resto del mondo, sarebbe la migliore delle soluzioni possibili, in grado di far rinascere il Vecchio Continente sottraendolo alla finanza speculativa globale e restituendolo ai suoi cittadini. </p>



<p>[*] L&#8217;Unione Europea dei Pagamenti (UEP) è stata un esperimento straordinario, una &#8220;stanza di compensazione&#8221; che permise all&#8217;Europa distrutta dalla guerra di rialzarsi senza restare strozzata dalla mancanza di dollari. Si trattò della messa in pratica del sogno di Keynes: un sistema dove il commercio serve a far crescere tutti, non a far accumulare ricchezze a uno solo come è avvenuto con la moneta unica che ha permesso l&#8217;accumulo di un enorme surplus tedesco a discapito dei cosiddetti paesi PIGS&#8230;<br>Ecco come funzionava<br>Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le nazioni europee volevano commerciare tra loro, ma c&#8217;era un ostacolo insormontabile: nessuno si fidava delle monete altrui (lire, franchi, marchi) perché non valevano quasi nulla a livello internazionale. Tutti volevano essere pagati in dollari, ma i dollari erano pochissimi e servivano per comprare beni vitali dagli Stati Uniti. Il risultato? Il commercio tra vicini di casa era praticamente bloccato.<br>La soluzione di Keynes (applicata da Carli): Il &#8220;Baratto&#8221; Multilaterale in compensazione!<br>Invece di costringere ogni paese a pagare ogni singola spesa in dollari, l&#8217;UEP creò un sistema di contabilità intelligente. Immaginiamo un grande tavolo comune dove ogni mese i paesi portavano le loro &#8220;ricevute&#8221;.<br>Ecco come funzionava la compensazione. Se l&#8217;Italia vendeva scarpe alla Francia, e la Francia vendeva vino all&#8217;Italia, alla fine del mese si faceva il calcolo della differenza. Non c&#8217;era bisogno di scambiarsi valuta per ogni transazione; si pagava solo il saldo finale.<br>L&#8217;aggiunta del multilateralismo è la vera magia. Se l&#8217;Italia era in debito con la Francia, ma in credito con la Germania, l&#8217;UEP cancellava i debiti usando i crediti. Non importava con chi avevi commerciato, contava solo la tua posizione netta verso tutta l&#8217;Europa! Se un paese alla fine del mese risultava in debito, l&#8217;UEP non chiedeva subito il pagamento in oro o dollari. Concedeva un &#8220;credito automatico&#8221;, permettendo al paese debitore di continuare a comprare merci e far ripartire la sua industria. <br>La UEP, ricalcava su scala europea la proposta di  Keynes a Bretton Woods, dove egli aveva presentato una stanza di compensazione, <em>l&#8217;International Clearing Union</em>, per la regolazione del commercio globale e una moneta, quale semplice unità di conto, non emessa da nessuna banca centrale, chiamata Bancor che sarebbe servita a misurare il valore degli scambi tra i Paesi (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2020/01/11/dalleconomia-di-guerra-ad-uneconomia-di-pace/">Dall’economia di guerra <br>ad un’economia di pace</a>). La sua idea era che non solo chi è in debito deve correggersi, ma anche chi è troppo in credito deve essere &#8220;penalizzato&#8221; o spinto a spendere, per evitare che il denaro si accumuli patologicamente, creando tensioni insostenibili come accade oggi tra chi è troppo indebitato e chi vanta crediti eccessivi sfociando in conflitti anche militari e bloccando l&#8217;economia globale. <br>Gli Stati Uniti rifiutarono perché, essendo allora i grandi creditori del mondo, non accettavano limiti al loro potere. In Europa, però, sotto la guida di figure come Guido Carli, questo sistema funzionò perfettamente.<br><strong>Eliminò la necessità di avere dollari per ogni scambio</strong>. <strong>Favorì la solidarietà tra i paesi più forti che aiutavano indirettamente i più deboli a ripartire</strong>. Preparò il terreno per il Mercato Comune.<br>L&#8217;UEP fu un sistema in cui<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> il denaro tornò a essere ciò che dovrebbe essere: un semplice strumento per facilitare lo scambio di merci reali, e non una merce essa stessa su cui speculare o con cui ricattare gli altri stati. </mark></strong>L&#8217;UEP fu malauguratamente sciolta, ma rimane l&#8217;esempio di come si possa gestire l&#8217;economia mettendo al centro, gli investimenti produttivi, il bene comune, la produzione e il lavoro invece della finanza speculativa.<br>Oggi un sistema simile all&#8217;Unione Europea dei Pagamenti (UEP) pur essendo necessario come l&#8217;aria si scontra con un ostacolo insormontabile: la natura stessa della nostra economia, che è passata da un modello basato sulla produzione a uno dominato dalla finanza speculativa.<br>Il motivo principale per cui un nuovo &#8220;meccanismo di compensazione alla Keynes&#8221; scatenerebbe uno scontro feroce risiede nel ruolo delle banche private e dei mercati dei capitali. Nell&#8217;epoca di Guido Carli, il credito era uno strumento governativo per far crescere l&#8217;industria. Oggi, il credito è un prodotto commerciale venduto dalle grandi banche d&#8217;affari. Un sistema che compensa i debiti automaticamente, senza passare per i mercati e senza pagare interessi o commissioni di cambio, sottrarrebbe ai colossi finanziari miliardi di profitti. In breve: la finanza privata perderebbe il suo pedaggio sui flussi di denaro mondiali.<br>Inoltre, c&#8217;è una questione di potere politico legata alla disciplina del debito.<strong> Il sistema attuale usa il debito come una catena: se un Paese è in difficoltà, deve rivolgersi ai mercati o a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, che in cambio del soccorso impongono riforme, tagli e privatizzazioni</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Un&#8217;unione dei pagamenti, invece, garantiva credito automatico e solidale. Questo toglierebbe ai Paesi creditori e ai mercati finanziari la &#8220;frusta&#8221; con cui oggi dirigono le politiche economiche degli Stati sovrani</mark></strong>.<br>Infine, la trasparenza di un sistema di compensazione multilaterale <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">renderebbe molto più difficile la speculazione sulle valute</mark></strong>. Gran parte della ricchezza finanziaria moderna si basa sulla scommessa contro questa o quella moneta. <strong>Se i saldi venissero regolati in una camera di compensazione chiusa, lo spazio per i &#8220;predatori&#8221; delle valute si restringerebbe drasticamente</strong> (vedi quanto è recentemente successo a danno dell&#8217;Iran (<a href="https://www.francescocappello.com/2026/01/24/la-guerra-ibrida-finanziaria-alliran-condotta-da-bessent-su-mandato-di-trump/">La guerra ibrida finanziaria all’Iran condotta da Bessent su mandato di Trump</a>). Per questo motivo, ogni tentativo di smarcarsi dal dollaro o dall&#8217;intermediazione bancaria globale viene visto come una minaccia esistenziale all&#8217;ordine stabilito.<br>Non è a caso che a ritirare in ballo un sistema monetario basato sul modello del Clearing (compensazione) proposto a Bretton Woods da Keynes sono stati i BRIC sin dal 2009 (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2023/05/11/un-mondo-nuovo-e-in-costruzione-una-seconda-occasione-che-il-mondo-non-deve-mancare/">Un mondo nuovo è in costruzione. Una seconda occasione che il mondo non deve mancare</a>). Oggi continuano a pensare ad un modello che possa trarre ispirazione dal clearing superando finalmente il modello fondato sulla liquidità ed una moneta di potenza costruita ai fini dell&#8217;imposizione del dominio imperiale a discapito della collaborazione win win tra tutti i player globali come si dice nella teoria dei giochi. </p>



<p>[1] <strong>Il sistema INSTEX</strong> rappresenta uno dei capitoli più amari e significativi della recente storia diplomatica europea, poiché ha incarnato il <strong>tentativo fallito dell&#8217;Europa di costruire un binario finanziario parallelo per sottrarsi al ricatto del dollaro</strong>. Questa vicenda non è stata solo un incidente tecnico, ma una vera e propria umiliazione della sovranità europea. <strong>Tutto ebbe inizio nel 2018, quando gli Stati Uniti decisero di uscire unilateralmente dall&#8217;accordo sul nucleare iraniano, minacciando sanzioni pesantissime contro chiunque continuasse a commerciare con Teheran</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Francia, Germania e Regno Unito, non volendo rinunciare ai propri interessi economici ma terrorizzati dall&#8217;idea di essere esclusi dal sistema dei pagamenti in dollari, progettarono INSTEX come una camera di compensazione basata sul principio del baratto multilaterale</mark></strong>.<br>Il funzionamento teorico di <strong>INSTEX ricalcava l&#8217;intuizione di Keynes</strong>: una società con sede a Parigi <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">che permetteva di compensare i crediti e i debiti tra aziende europee e iraniane senza che un solo centesimo dovesse mai transitare per il sistema bancario globale o toccare il suolo americano.</mark></strong> Se un&#8217;azienda tedesca vendeva macchinari all&#8217;Iran, veniva pagata con il denaro versato da un&#8217;azienda francese che, nel frattempo, aveva acquistato beni iraniani. Nonostante la genialità del meccanismo, la verità che molti preferiscono tacere è che INSTEX è nato già morto, processando una sola transazione umanitaria in anni di attività prima di essere definitivamente liquidato nel 2023.<br><strong>Il fallimento è stato determinato da una cronica mancanza di coraggio politico</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Per far funzionare il sistema, l&#8217;Europa avrebbe dovuto continuare a comprare petrolio dall&#8217;Iran per generare la liquidità necessaria, ma Bruxelles ha ceduto immediatamente al timore delle ritorsioni americane, bloccando le importazioni energetiche</mark></strong>. Le grandi multinazionali europee, dal canto loro, hanno preferito obbedire ai diktat di Washington piuttosto che affidarsi a una protezione politica europea percepita come fragile e inconsistente. Questa resa ha dimostrato al mondo intero che l&#8217;Euro sotto il dominio atlantico resta una moneta a sovranità limitata.<br>Oggi il fallimento di INSTEX funge da lezione per il blocco dei BRICS, che ha capito come non basti creare una &#8220;scappatoia&#8221; tecnica per sfidare l&#8217;egemonia del dollaro. Mentre l&#8217;Europa cercava timidamente di negoziare la propria indipendenza senza disturbare troppo l&#8217;alleato d&#8217;oltreoceano, nazioni come la Cina e la Russia hanno intrapreso la strada dello scontro frontale, costruendo infrastrutture che ignorano deliberatamente il sistema occidentale. Questa esperienza lascia l&#8217;Europa in una posizione di estrema debolezza: aver mostrato l&#8217;intenzione di ribellarsi senza averne avuto la forza ha solo confermato la sua condizione di satellite economico, spingendo gli altri attori globali a cercare soluzioni radicali dove l&#8217;Occidente non ha più alcun diritto di cronaca.<br>Questa capitolazione ha segnato la fine delle illusioni di un&#8217;Europa capace di guidare un terzo polo finanziario. Nel caso dell&#8217;Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Gheddafi, che avevano preferito pagamenti in euro piuttosto che in dollari per i pagamenti del loro petrolio, è stato drammaticamente chiara l&#8217;inettitudine codarda dell&#8217;élite europea&#8230;  </p>



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