Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali
La resistenza civile in Albania e la spoliazione agraria in Italia svelano la metamorfosi delle istituzioni pubbliche, ridotte ad agenzie di sicurezza per i signori del mercato globale. Tra la “Patria Blu” turca e i fondi USA-Israele, la baia di Valona diventa il simbolo di una nuova feudalità globale, dove lo Stato abdica per farsi guardia giurata dei capitali privati
Premessa. Tra speculazione immobiliare ed equilibri di forza nel Mediterraneo
La baia di Valona non è semplicemente una perla turistica, ma uno dei passaggi marittimi più sensibili dell’Adriatico e del Canale d’Otranto. Sazan [1], l’isola fortezza su cui Jared Kushner intende edificare il suo resort di lusso, chiude a nord la baia di Valona. Esattamente sul lato opposto, nella parte meridionale della medesima insenatura, sorge la base navale di Pasha Limani [1], storica roccaforte prima sovietica e oggi perno della proiezione militare della Turchia nei Balcani, rimodernata e utilizzata da Ankara in virtù di storici accordi bilaterali con il governo albanese.


La faglia geopolitica nella baia di Valona
La privatizzazione di Sazan e delle coste di Zvërnec di cui si parlerà più avanti risponde a una logica che va oltre il comparto della protezione ambientale e turistico-alberghiero. L’asse composto da Grecia, Cipro e Israele ha strutturato negli ultimi anni un’intensa cooperazione militare ed energetica proprio in funzione di contenimento delle ambizioni turche nel Mediterraneo orientale, note come dottrina della “Patria Blu” (Mavi Vatan) [2]. L’inserimento del fondo privato di Kushner, la Affinity Partners, nel cuore di un’area a forte influenza turca introduce un elemento di rottura geopolitica radicale. Sebbene Kushner agisca come investitore privato, i suoi viscerali legami con l’establishment israeliano, di cui è stato il principale architetto diplomatico tramite gli Accordi di Abramo, e il fatto che il suo fondo sia massicciamente capitalizzato dai veicoli finanziari sovrani dei paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti [*], configurano l’operazione come l’estensione fisica di quell’asse mediorientale sul suolo adriatico. Per la Grecia e per gli alleati regionali, vedere un asset strategico adiacente a Pasha Limani passare sotto il controllo di una piattaforma finanziaria saldamente ancorata a Washington e Tel Aviv rappresenta un formidabile fattore di bilanciamento geopolitico contro la penetrazione di Ankara nei Balcani.
La natura della protesta interna albanese
Le migliaia di cittadini albanesi, che in questi giorni stanno riempiendo le strade di Tirana scontrandosi con la sicurezza privata a Zvërnec, oltre ad essere radicati nella difesa del territorio, nell’istanza ecologista e nell’opposizione alla corruzione interna, come vedremo diffusamente più avanti, manifesta in chiave anti-israeliana, e sembra consapevole delle dinamiche della competizione marittima tra Ankara e l’asse contrapposto.


Così, accanto ai cartelli esibiti dai dimostranti, che recitano slogan come “L’Albania non è in vendita” o “Ivanka, torna a casa”, uniti all’uso simbolico di fenicotteri gonfiabili, dove il bersaglio della contestazione è il Primo Ministro Edi Rama, accusato di svendere il patrimonio naturale della nazione e di aver modificato ad hoc le leggi sulle aree protette per compiacere i grandi capitali d’oltreoceano con cui la popolazione locale percepisce l’operazione come un abuso coloniale e una spoliazione dei propri beni comuni a favore della famiglia del Presidente Donald Trump, ce ne sono altri che provano che la piazza albanese protesta anche contro Israele, identificando Benjamin Netanyahu come la vera forza politica ed economica dietro il progetto di Kushner. La narrazione dei manifestanti non è solo ecologista ma sovranista e anti-israeliana. Essi vedono l’investimento non come un’opportunità di sviluppo, ma come un atto di saccheggio e di controllo geopolitico. Netanyahu e Kushner non sono percepiti come semplici investitori. Il primo è descritto come il burattinaio che, attraverso il Primo Ministro locale asservito, sta confiscando e smembrando il territorio albanese per inserirlo nell’asse strategico israelo-americano del Mediterraneo. Gli albanesi o almeno una parte di loro sembrano consapevoli dei risvolti militari e dei sotterranei posizionamenti strategici dietro la mappa di Valona.
L’Albania non è in vendita: il “Capitalismo d’Estrazione” dei miliardari e la fine della sovranità locale?
Una formula classica del diritto internazionale afferma che un soggetto può essere considerato uno Stato se ha un territorio definito, una popolazione stabile e un governo espresso dal popolo sovrano che esercita il controllo su quel territorio. È questa la base della definizione moderna di Stato. Nel caso albanese siamo in presenza di un governo che cede il territorio ad entità private straniere che mentre intendono speculare su di esso si riposizionano geostrategicamente nell’area.
Per comprendere lo scandalo che si sta consumando in questi giorni sulle sponde dell’Adriatico, bisogna immaginare uno degli ultimi paradisi naturali rimasti intatti in Europa. La laguna di Narta, situata a nord di Valona, e la vicina area di Pishë Poro sono distese di sabbia selvaggia, zone umide popolate da stormi di fenicotteri e lambite dal delta del Vjosa, l’ultimo grande fiume incontaminato del continente. Per generazioni, le comunità locali hanno vissuto in simbiosi con questo ecosistema, un luogo dove i pescatori traggono il proprio sostentamento e la biodiversità globale trova un rifugio insostituibile. Ma quasi dall’oggi al domani, questo silenzio millenario è stato interrotto dal rombo dei bulldozer, dalla posa di recinzioni di filo spinato e dalla comparsa di guardie private armate.

L’origine di questa improvvisa trasformazione risiede in un accordo multimiliardario che intreccia i destini di questa costa a quelli dei vertici del potere finanziario e geopolitico globale. Al centro della vicenda ci sono investitori americani d’altissimo profilo legati direttamente alla famiglia dell’attuale presidente statunitense Donald Trump. Suo genero, Jared Kushner, attraverso la sua società di private equity Affinity Partners, ha messo gli occhi sulle gemme naturalistiche dell’Albania per convertirle in resort di ultra-lusso accessibili solo a un’élite globale. I progetti sul tavolo sono mastodontici e prevedono un investimento da 1,4 miliardi di dollari per trasformare l’isola incontaminata di Sazan, situata all’interno di un parco marino protetto, in un complesso a cinque stelle gestito dal prestigioso marchio Aman Resorts tramite la sussidiaria Atlantic Incubation Partners LLC. Poco più a sud, a Zvërnec, il piano si fa ancora più colossale, con un mega-resort da ben 4 miliardi di euro destinato a coprire circa 618 acri all’interno dell’ecosistema protetto della laguna, modificando per sempre un paesaggio costiero collegato alla terraferma solo da un fragile ponticello di legno lungo 270 metri.
La sartoria legislativa e l’opacità del potere
Lo scandalo politico e giuridico che sta sollevando l’indignazione della società civile risiede, tra l’altro, nel modo in cui la strada a questi imperi di cemento è stata spianata. Per consentire operazioni immobiliari di tale portata in zone teoricamente inviolabili, nel 2024 il governo albanese ha modificato radicalmente le leggi nazionali sullo status delle aree protette, alleggerendone i vincoli ambientali. Jared Kushner aveva presentato i piani del progetto nell’agosto del 2024, e all’inizio del 2026 aveva visitato la zona insieme alla moglie Ivanka Trump. Su queste repentine manovre legislative e sulla dubbia transizione delle proprietà dei terreni ha ora aperto un’indagine la SPAK, la Procura speciale anticorruzione albanese, che opera in modo indipendente e sta cercando di fare luce su quello che molti definiscono un vero e proprio “legalismo di facciata”, ovvero la riscrittura delle regole dello Stato per favorire gli interessi di pochi miliardari stranieri. Si ricordi che nel 2025, la società di Kushner (Affinity Partners) aveva avviato un progetto simile su larga scala in Serbia, poi naufragato e abbandonato proprio a causa delle dure contestazioni e delle indagini degli organismi anticorruzione locali.
A esasperare gli animi vi è una totale e sistematica assenza di trasparenza. Le istituzioni statali hanno concesso permessi nell’opacità più assoluta, tanto che la comunità locale ha scoperto l’esistenza dei cantieri solo a cose fatte. Soltanto l’ostinazione degli attivisti ha permesso di scoprire che dietro i lavori a Pishë Poro-Narta si cela la “Zvërnec South Adriatic Development”, una misteriosa società autorizzata con un permesso blindato del Consiglio Territoriale Nazionale del 29 aprile 2026, che non è mai stato reso pubblico. Dietro questa sigla si nascondono un cittadino olandese e una bulgara, fino ad allora del tutto sconosciuti all’opinione pubblica albanese. Il Primo Ministro, Edi Rama, difende strenuamente le trattative in corso con il gruppo di Kushner, minimizzando l’impatto ambientale e sostenendo che lo studio definitivo non è ancora completato, ma i fatti sul terreno lo smentiscono, mostrando una realtà in cui i bulldozer avanzano spediti prima ancora che qualsiasi valutazione scientifica sia stata conclusa.
Questo schema di espropriazione violenta e silenziosa non si limita alla costa di Valona, ma si configura come un assalto coordinato all’intero territorio nazionale. Nel nord del Paese, tra le vette delle Alpi Albanesi a Theth, gli abitanti locali sono scesi in piazza per opporsi alla demolizione coatta delle proprie case, venendo caricati con violenza dalla polizia. Il filo conduttore è drammaticamente identico, sia che si tratti delle vette alpine che delle spiagge adriatiche: le decisioni vengono prese nelle stanze del potere di Tirana, i territori vengono svenduti a investitori stranieri in cerca di profitti immediati e le comunità locali vengono private della propria sovranità.
Il cuore della resistenza: la voce di Brunela
La risposta della società civile si è immediatamente trasformata in una resistenza organizzata e diffusa. All’inizio dell’anno una coalizione di oltre quaranta organizzazioni nazionali e internazionali, guidata da REC Albania, ha inviato una lettera aperta al governo chiedendo lo stop immediato ai progetti, denunciando come il turismo di massa promosso da Kushner minacci l’habitat critico della foca monaca del Mediterraneo, una specie a grave rischio di estinzione. Gli scienziati di BirdLife International e dell’associazione albanese PPNEA continuano ad ammonire che si sta distruggendo una delle ultime coste selvagge rimaste nel Mediterraneo, un patrimonio ecologico globale immolato sull’altare del turismo d’élite.
Le testimonianze umane che emergono dalle proteste sono strazianti e cariche di dignità, e hanno trovato il loro simbolo in un video che sta circolando viralmente in rete. Una giovane donna di nome Brunela, nata e cresciuta in quei luoghi, ha pronunciato un discorso pubblico di fronte ai bulldozer che esprime il dolore profondo di un’intera comunità. Guardando dritto verso gli scavi, ha pronunciato parole che sono diventate il manifesto emotivo della rivolta:
“Lì ho imparato a nuotare, a riconoscere i pesci sott’acqua, a raccogliere cozze in acque profonde. Per me è uno di quei posti che si sentono come casa, e ogni pezzo di cemento che vi viene versato mi spezza il cuore.”
Nel suo intervento, Brunela ha denunciato lo scandalo di vedere tre spiagge recintate da un giorno all’altro, senza alcun preavviso o cartello informativo per la cittadinanza. La forza della sua dichiarazione pubblica risiede nell’aver ricordato che dietro quei fili spinati non c’è solo un danno ecologico, ma la perdita immediata del lavoro per i pescatori locali e per gli allevatori della zona, privati dei loro spazi di vita e della loro sicurezza finanziaria. A peggiorare il clima sono state alcune dichiarazioni di Ivanka Trump, la quale ha descritto l’isola di Sazan come un’isola privata che loro avrebbero “scoperto”.
Nel video documento che segue, l’ecologista Joni Vorpsi, esponente dell’organizzazione PPNEA BirdLife Albania, esprime profonda preoccupazione evidenziando come l’entità dell’opera che prevede la costruzione di oltre 10.000 stanze, configuri di fatto la nascita di una vera e propria nuova città in un corridoio di fauna selvatica, decretando la totale distruzione dell’area protetta della foce del Vjosa.
Il Primo Ministro albanese, Edi Rama, difende fermamente l’investimento, dichiarando che non vi è alcuna possibilità che il progetto venga bloccato finché lui sarà alla guida del governo, pur dicendosi aperto al confronto con chi solleva obiezioni. Parallelamente, Asher Abisera, presidente di Sazan Real Estate Development LLC, ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica sostenendo l’impegno degli sviluppatori verso una gestione responsabile, il potenziamento ambientale e la creazione di posti di lavoro a lungo termine per le comunità locali. Questo progetto si inserisce in una più ampia strategia d’investimento internazionale condotta da Kushner nella regione balcanica; un piano analogo, proposto a Belgrado, in Serbia, era stato infatti abbandonato l’anno precedente proprio a causa delle forti proteste popolari.
Le prove video e l’escalation della violenza
La tensione, accumulata in mesi di silenzi istituzionali, è inevitabilmente sfociata in scontro fisico e la verità di quanto sta accadendo è emersa con brutalità grazie ai documenti video rintracciabili in rete. I filmati diffusi nei reportage internazionali dell’agenzia Associated Press e da media indipendenti come SpirintePress, mostrano la crudezza degli scontri avvenuti il 30 maggio nei pressi del cantiere di Portonovo. Nelle immagini si vedono attivisti e residenti che tentano pacificamente di contestare l’avanzamento dei lavori e vengono respinti con violenza inaudita dai cordoni della sicurezza privata della società costruttrice.
Le sequenze video documentano momenti scioccanti: guardie giurate che trascinano di peso un manifestante lungo un dirupo sabbioso, spintoni, l’uso massiccio di spray al peperoncino a distanza ravvicinata e persino il lancio di sassi e oggetti contundenti da parte del personale di vigilanza contro gli ambientalisti inermi. La reazione iniziale delle autorità ha rincarato la dose dello scandalo, traducendosi nell’apertura di procedimenti penali contro quindici manifestanti. Tuttavia, la pressione mediatica esercitata dalla diffusione di questi video ha consigliato le istituzioni a fare un parziale passo indietro, portando alla revoca delle licenze per due delle società di sicurezza privata coinvolte e alla sospensione di alcuni agenti di polizia accusati di non essere intervenuti a fermare le aggressioni.
La marea umana a Tirana
L’ondata di sdegno ha raggiunto il suo culmine spostando il cuore della protesta direttamente nella capitale. Una marea umana ha invaso Piazza Scanderbeg a Tirana, sfilando in un corteo compatto davanti al Ministero dell’Ambiente e all’ufficio del Primo Ministro Edi Rama. I manifestanti hanno scelto come simbolo visivo della loro battaglia dei grandi fenicotteri gonfiabili, un richiamo alla fauna della laguna di Narta che rischia l’estinzione, esponendo cartelli con lo slogan “Da Rrjolli al Pishë-Poro — Basta!”, un grido che unisce il nord e il sud del paese accomunati dalla stessa paura di perdere la propria terra, consegnata in silenzio a interessi stranieri. Sulle strade della capitale risuonavano i cori “L’Albania appartiene agli albanesi” e “Non vogliamo un’Albania come Dubai”.
Di fronte a questa imponente mobilitazione, il premier Rama ha tentato una mossa di pacificazione dell’ultimo minuto, offrendo un incontro a una delegazione di venti attivisti. Il movimento civile ha però risposto con un netto e categorico rifiuto. I manifestanti pretendono il blocco immediato di tutti i macchinari pesanti e l’annullamento dei contratti opachi, rifiutando di farsi complici di una trattativa al ribasso e pretendendo il ripristino della legalità.
Una prospettiva geopolitica globale
Oltre a quanto riportato in premessa questa vicenda assume rilevanza anche in considerazione del fatto che l’Albania è un Paese ufficialmente candidato all’ingresso nell’Unione Europea. Il percorso di adesione imporrebbe il rispetto rigoroso degli standard comunitari in materia di democrazia ambientale, trasparenza e conservazione della biodiversità, come la rete Natura 2000 e la Convenzione di Aarhus. Calpestare queste tutele per compiacere l’oligarchia finanziaria americana non dovrebbe essere compatibile con il percorso europeo di Tirana svelando la debolezza di un sistema politico disposto a sacrificare i propri beni comuni per ottenere un ritorno d’immagine o una forma di protezione politica internazionale, legandosi a filo doppio con i futuri assetti geopolitici di Washington.
Oltretutto, ciò che sta accadendo in Albania è il riflesso speculare di un dramma globale, un esempio da manuale di capitalismo d’estrazione in cui pochi multimiliardari, forti dei loro capitali transnazionali, riescono a spadroneggiare su intere nazioni vulnerabili. La resistenza civile ha però superato il punto di non ritorno: la cittadinanza ha compreso che non si tratta solo di difendere i nidi delle tartarughe marine o i fenicotteri della Vjosa-Narta, ma di difendere il principio stesso di democrazia e sovranità territoriale. Se pochi grandi investitori possono ridisegnare i confini geografici e legali di una nazione a colpi di miliardi e spray al peperoncino, allora la terra non appartiene più a chi la abita e la custodisce, ma al miglior offerente.
Siamo di fronte ad una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali. Esistono tre grandi direttrici analitiche che collegano direttamente questi due scenari apparentemente distanti.
L’asse transazionale e la sovrapposizione degli attori
Il primo elemento di convergenza è puramente strutturale e riguarda la sovrapposizione delle figure chiave. Jared Kushner siede contemporaneamente nel comitato esecutivo del Board of Peace (l’organismo internazionale fortemente voluto dal Presidente Donald Trump per gestire la ricostruzione post-conflitto) e alla guida di Affinity Partners, il fondo privato che sta promuovendo il resort da 1,4 miliardi di euro sulle coste adriatiche. L’anello di congiunzione geopolitico è rappresentato dal Primo Ministro albanese Edi Rama. Quest’ultimo, da un lato ha difeso a oltranza l’investimento di Kushner a Vjosa-Narta contro il dissenso interno, e dall’altro ha firmato l’adesione dell’Albania come membro fondatore del Board of Peace, impegnando persino truppe albanesi nella forza di stabilizzazione internazionale per Gaza. Ci troviamo di fronte a un perfetto esempio di diplomazia transazionale personalizzata, in cui l’allineamento geopolitico di uno Stato e la concessione di asset naturali strategici si fondono in un unico circuito di relazioni familiari e d’affari, scavalcando i tradizionali canali diplomatici multilaterali.
La logica del “Club dei Soci” e la mercificazione dei territori
Un secondo parallelismo profondo risiede nella trasformazione dei processi decisionali in logiche puramente societarie. Lo statuto del Board of Peace introduce un modello organizzativo inedito, in cui l’accesso permanente richiede una quota d’ingresso di un miliardo di dollari e il peso politico è proporzionale al capitale iniettato. La risoluzione dei conflitti e la ricostruzione non vengono più trattate come beni pubblici globali o diritti, ma come un portafoglio di investimenti in grado di generare contratti e ritorni economici per investitori lungimiranti. Questa identica “logica da consiglio d’amministrazione” si riflette sulle coste di Zvërnec e sull’isola di Sazan. Il patrimonio ecologico e la protezione ambientale della laguna non sono visti come beni collettivi da tutelare, bensì come risorse non sfruttate da mettere a profitto. Le leggi di tutela territoriale e i vincoli internazionali vengono trattati alla stregua di ostacoli burocratici da rimuovere con decreti governativi dall’alto, riducendo di fatto la sovranità statale a una joint venture privata.
L’esclusione programmatica del dissenso locale
Il Board of Peace è strutturato in modo da accentrare il potere assoluto nelle mani della presidenza e di una cerchia ristretta di donatori, miliardari e leader nominati, escludendo dal tavolo proprio le comunità che dovranno subire i piani di ricostruzione. Questa asimmetria di potere è specularmente visibile in Albania. Il futuro del delta del Vjosa viene deciso all’interno di uffici finanziari a New York o a Tirana, mentre i residenti, gli scienziati e gli attivisti ambientali che manifestano in piazza vengono respinti da recinzioni di filo spinato e guardie giurate private. In entrambi i casi, l’architettura decisionale si sposta dall’arena pubblica e dalle regole collettive all’arbitrio del capitale privato. La popolazione locale diventa così un dettaglio secondario di un piano economico già confezionato, confermando il trend verso un ordine mondiale in cui l’influenza politica e lo spazio geografico vengono progressivamente assegnati al miglior offerente.
La gestione dei territori e la finanza internazionale si rifondano in un nuovo paradigma geopolitico.
In un altro contesto mi sono ritrovato ad analizzare la transizione storica da un ordine mondiale fondato sugli Stati-nazione e sulle leggi pubbliche a un sistema dominato da piattaforme private e accordi transazionali (vedi Da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private?) che mi pare trovi qui, nel progetto adriatico, un’altra manifestazione altrettanto nitida e allarmante. Dall’esame delle analogie profonde tra il modello emiratino e quello albanese mi pare emerga come entrambi rispondano alla medesima matrice di privatizzazione della geopolitica e di scomposizione della sovranità territoriale.
Il primo e più evidente parallelismo risiede nella simbiosi strutturale tra il potere politico apicale e i veicoli finanziari privati della cerchia familiare di Donald Trump e Jared Kushner. L’acquisto del quarantanove per cento di World Liberty Financial da parte dello sceicco Tahnoun bin Zayed per cinquecento milioni di dollari funge da collante per grandi progetti infrastrutturali come il corridoio economico IMEC. In modo del tutto speculare, in Albania assistiamo alla concessione di asset territoriali di inestimabile valore strategico ed ecologico, come l’isola di Sazan e l’area protetta di Vjosa-Narta, al fondo Affinity Partners di Kushner, operante in joint venture con la Sazan Real Estate Development. In entrambi gli scenari, la diplomazia internazionale cessa di essere una prerogativa diplomatica regolata da trattati multilaterali e si trasforma in un accordo societario privato. Gli Stati non agiscono più come garanti del diritto pubblico, ma come facilitatori d’affari per un ristretto gruppo di investitori globali.
Questo fenomeno si traduce in una sorte di sovranità infrastrutturale, un concetto che nel caso albanese assume una connotazione geografica e ambientale drammatica. Se nel contesto degli Emirati Arabi Uniti la sovranità si sposta sul controllo dei cavi in fibra ottica, dei server dell’intelligenza artificiale con la Pax Silica e della blockchain di pagamento legata alla stablecoin USD1, in Albania la medesima logica si applica alla riconfigurazione fisica del territorio. La creazione di un’enclave turistica da oltre diecimila stanze, protetta da recinzioni di filo spinato e guardie giurate private, configura la nascita di una vera e propria piattaforma spaziale privata inserita nel cuore dell’Europa. Lo Stato albanese abdica alla sua funzione primaria di tutela del patrimonio naturale e di pianificazione urbanistica, delegando la gestione di centinaia di ettari di coste a un consiglio d’amministrazione estero. Il territorio cessa di essere un bene comune regolato dalle leggi nazionali ed europee sulla biodiversità e diventa una proprietà privata sottratta alla giurisdizione collettiva.
Un ulteriore punto di convergenza assoluta riguarda il deficit di responsabilità democratica e l’insorgere di un modello tecnocratico che può fare del tutto a meno del consenso popolare. Anche il Board of Peace per Gaza è un organismo che opera secondo logiche di profitto e stabilità tecnica, escludendo i diritti civili e le popolazioni locali. Questa esatta dinamica si sta materializzando a Tirana e lungo le coste di Zvërnec. Di fronte alle proteste di migliaia di cittadini e ai rapporti scientifici degli ecologisti che denunciano la distruzione dell’ecosistema della laguna, la risposta del Primo Ministro Edi Rama, che ha dichiarato l’impossibilità di fermare l’investimento finché sarà al governo, incarna perfettamente lo spirito dello Stato minimo neoliberista. Le decisioni pubbliche vengono sottratte al dibattito democratico e blindate all’interno di accordi transazionali insindacabili. La legge, intesa come espressione della volontà popolare e del bilanciamento degli interessi sociali, viene sostituita dall’efficienza del piano di investimenti e dall’autorità del capitale.
Il triangolo geopolitico tra Washington, Abu Dhabi e Tirana pare chiudersi attorno a una visione comune in cui i governi nazionali vengono ridotti a meri fornitori di sicurezza, con il compito principale di proteggere le infrastrutture e gli asset dei grandi fondi globali. La scelta dell’Albania di aderire come membro fondatore al Board of Peace e di schierare le proprie forze nella missione di stabilizzazione a Gaza non è isolata dal favore concesso ai progetti costieri di Affinity Partners. Si tratta del medesimo circuito di scambi in cui la concessione di hardware tecnologico avanzato o di licenze territoriali esclusive serve a cementare un ordine globale parallelo, immune alle sanzioni e impermeabile ai mutamenti politici interni. Attraverso questa saldatura, il caso albanese cessa di essere una isolata speculazione immobiliare per rivelarsi come un tassello fondamentale di quel mondo di piattaforme private dove il codice, il contratto e il recinto privato comandano stabilmente sopra i confini e le leggi delle nazioni.
Ripensando al mio articolo sull’imbroglio energetico (vedi L’Imbroglio Energetico: la stretta relazione tra emergenza energetica e speculazione privata) alla luce della faglia geopolitica che contrappone l’asse israelo-americano-emiratino alla Turchia nel Mediterraneo, mi pare che emerga una saldatura strategica con quanto fin qui descritto che vorrei provare a far emergere. Il caso italiano lungi dall’essere interpretabile come una vicenda di ordinaria speculazione domestica o di pura transizione ecologica fallimentare, sembra rivelarsi piuttosto come il terminale logistico e strutturale della medesima partita che si gioca a Valona, a Gaza e ad Abu Dhabi. C’è un filo rosso che unisce la spoliazione dei territori italiani attraverso gli espropri per impianti FER, l’imposizione delle infrastrutture fossili, con la militarizzazione strisciante e la privatizzazione della baia di Valona.
La sottrazione forzata delle terre ai coltivatori diretti italiani e alle aziende agricole locali per l’installazione di mega-impianti di energia rinnovabile non è una semplice stortura burocratica, ma rappresenta la manifestazione più intima, materiale e violenta del cambio di paradigma globale che stiamo indagando. Quando si uniscono i fili che collegano le piazze albanesi in rivolta, i progetti speculativi a Gaza del Board of Peace e la sovranità tecnologica degli Emirati, l’aggressione ai campi coltivati italiani rivela la sua vera natura: la scomposizione fisica della sovranità alimentare e territoriale a beneficio delle piattaforme private.
Il nesso operativo tra il dramma degli agricoltori italiani e i casi internazionali risiede nell’uso perverso della legislazione d’urgenza. Nel contesto italiano, la “crisi climatica” e l’“emergenza energetica” vengono brandite dalle istituzioni come scudi giuridici per concedere a società private multinazionali e fondi di investimento poteri d’esproprio quasi illimitati. Attraverso la dichiarazione di pubblica utilità e corsie autorizzative straordinarie, i terreni fertili che per generazioni hanno garantito l’economia reale e la sussistenza delle comunità locali vengono sottratti ai loro legittimi custodi. Questi spazi, strappati alla produzione di cibo, vengono istantaneamente ricoperti da distese di specchi fotovoltaici o pale eoliche industriali, del tutto slegati dai bisogni energetici del territorio circostante. Si tratta dello stesso identico dispositivo coloniale applicato dal governo di Tirana a sud di Valona: lì l’emergenza del necessario “sviluppo economico” legittima la riscrittura delle leggi sulle aree protette per consegnare le spiagge di Zvërnec e l’isola di Sazan alla Affinity Partners di Jared Kushner; in Italia, la medesima urgenza emergenziale legalizza la spoliazione delle campagne. Il recinto privato, protetto dai gendarmi statali o dalle guardie giurate, diventa il nuovo confine della terra.
Questa sistematica spoliazione agraria acquisisce un significato ancora più profondo se inserita nella mappa dello scontro marittimo e strategico nel Mediterraneo. Mentre si muove la faglia geopolitica che contrappone l’asse israelo-americano all’espansionismo navale turco della “Patria Blu” nei pressi di Pasha Limani, sul terreno si consuma una colonizzazione silenziosa dei vettori interni. Per blindare i corridoi logistici del gas, del GNL e delle nuove matrici elettriche centralizzate, l’ordine tecnocratico ha bisogno di azzerare qualsiasi forma di autosufficienza e resistenza locale. Il modello del Board of Peace applicato a Gaza sfrutta l’emergenza umanitaria della ricostruzione per fare tabula rasa del territorio, cancellare i diritti nativi e ridefinire la Striscia come una piattaforma commerciale e immobiliare d’avanguardia. Allo stesso modo, la trasformazione delle campagne italiane in hub di speculazione rinnovabile mira a spezzare il legame simbiotico tra le comunità e la loro terra, sostituendo la piccola proprietà e l’agricoltura di territorio con una griglia estrattiva governata da consigli d’amministrazione transazionali.
In quest’ottica, la convergenza con il modello emiratino delle piattaforme private si fa totale. Se gli Emirati Arabi Uniti esercitano la propria sovranità infrastrutturale controllando i flussi immateriali dei dati, dei server e delle stablecoin, i colossi delle rinnovabili in Italia esercitano un controllo feudale sulla materia fisica del suolo. Lo Stato-nazione abdica definitivamente alla sua funzione originaria di tutela della sicurezza alimentare e dell’integrità paesaggistica dei propri cittadini, riducendosi a mero esecutore e protettore degli interessi finanziari privati. L’agricoltore espropriato in Puglia o in Sardegna, il pescatore albanese allontanato dalle dune recintate di Valona e il profugo palestinese escluso dai piani miliardari di ricostruzione condividono la medesima condizione esistenziale: sono i soggetti sacrificabili sull’altare dell’efficienza dei flussi di capitale. L’imbroglio energetico si svela così in tutta la sua interezza, dimostrando che l’imposizione delle tecnologie verdi serve innanzitutto come grimaldello normativo per compiere l’atto più antico della storia del potere: recintare i beni comuni, espellere le popolazioni locali e trasformare la terra dei popoli nella piattaforma privata dei signori del mercato.
Considerazioni a margine
Il lavoro di contro-narrazione qui delineato mira a permettere di svelare la metamorfosi profonda della forma Stato, che cessa di essere il rappresentante dell’interesse pubblico per ridursi all’agenzia di sicurezza e facilitazione delle piattaforme stesse. Quando nelle comunità locali si diffonderà la consapevolezza che i decreti d’urgenza, i poteri commissariali e le leggi di esproprio facilitato non sono eccezioni temporanee dovute al momento di crisi, bensì la nuova modalità ordinaria con cui le istituzioni pubbliche gestiscono il territorio per conto terzi, la protesta potrà mutare radicalmente natura. Non si chiederà più alla politica una correzione di rotta o una trattativa al ribasso sulle compensazioni economiche; si contesterà frontalmente la legittimità di un sistema che ha sostituito il diritto e la sovranità con l’arbitrio del contratto privato. La vera consapevolezza trasformativa nasce quando l’agricoltore italiano espropriato riconosce nel manifestante di Valona che difende la laguna dal filo spinato, o nelle popolazioni escluse dai grandi tavoli diplomatici mediorientali, lo stesso identico destino all’interno di un unico, immenso perimetro di colonizzazione tecnocratica.
Per spezzare il meccanismo in atto, il primo passo politico e intellettuale da compiere può essere individuato nella disattivazione del ricatto morale dell’emergenza permanente. L’emergenza, sia essa energetica, climatica, umanitaria o geopolitica, agisce come un potentissimo anestetico sociale. Essa impone una dicotomia falsa e brutale: accettare il sacrificio immediato del territorio e dei beni comuni o rendersi complici di una catastrofe imminente, che si tratti del blackout nazionale, del collasso del pianeta, dell’instabilità militare o del collasso pandemico. Scardinare questo nodo significa mostrare l’hardware finanziario nascosto dietro il software ideologico della transizione. È necessario dimostrare, dati alla mano, che dietro la pala eolica che devasta un’azienda agricola o il mega-impianto fotovoltaico che cancella il suolo fertile non c’è una visione ecologica, ma lo stesso identico algoritmo estrattivo e transazionale che muove il fondo di Jared Kushner nei Balcani per contenere la “Patria Blu” turca, o i piani di ricostruzione a scopo di profitto del Board of Peace.
L’altro nodo critico urgente e strategico da scardinare per risvegliare le comunità risiede nella frammentazione della consapevolezza, ovvero nell’illusione che ogni singola battaglia territoriale sia un fatto isolato, una sfortuna geografica o una mera questione tecnica e settoriale. Finché gli agricoltori italiani vedranno l’esproprio dei loro campi coltivati come una sconsiderata gestione burocratica della transizione verde, e i cittadini albanesi percepiranno il resort di Sazan solo come un caso di corruzione del governo locale, l’imbroglio sovranazionale rimarrà protetto dalla sua stessa complessità. Il dispositivo di potere più efficace delle piattaforme private è proprio la capacità di parcellizzare il dissenso, costringendo le comunità a difendersi dentro recinti microscopici e corporativi mentre il capitale opera su scala globale.
[1] L’isola fortezza di Sazan. Situata nella parte settentrionale della baia di Valona, l’isola di Sazan chiude l’accesso a nord dell’insenatura. Il sito è storicamente qualificato come un’isola fortezza, un avamposto militare strategico che oggi si trova al centro delle contestazioni geopolitiche e ambientali poiché destinato a ospitare il resort turistico di lusso progettato dalla Affinity Partners di Jared Kushner. L’isola incontaminata di Sazan, all’interno di un parco marino, è stata ceduta a Jared Kushner per un investimento da 1,4 miliardi di dollari destinato alla realizzazione di un resort a cinque stelle. La transizione di questo spazio da presidio fortificato a enclave turistica privata costituisce uno dei nodi centrali della spoliazione territoriale e della perdita di controllo pubblico denunciata dai manifestanti albanesi.
La base navale di Pasha Limani. Sul lato diametralmente opposto rispetto a Sazan, nell’estremità meridionale della medesima insenatura di Valona, sorge il porto militare e base navale di Pasha Limani. Questo sito rappresenta una storica roccaforte militare, originariamente sotto l’influenza sovietica e attualmente in uso alla Turchia. In virtù di storici accordi bilaterali siglati con il governo albanese, Ankara ha provveduto a rimodernare la base, utilizzandola come perno centrale della propria proiezione militare nei Balcani. La coesistenza nella stessa baia tra una base navale attiva a controllo turco e le imminenti concessioni territoriali alla piattaforma finanziaria di Kushner delinea la fitta trama di interessi geopolitici, marittimi e militari che insistono sull’area.
[2] Il termine “Mavi Vatan” si traduce letteralmente dalla lingua turca come “Patria Blu”. Si tratta di una dottrina strategica, militare e geopolitica di grande importanza, teorizzata originariamente nei primi anni Duemila da alti ufficiali della Marina turca e successivamente adottata come linea guida ufficiale della politica estera del governo di Ankara.
Questa dottrina definisce l’estensione dei confini marittimi, delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) e della piattaforma continentale che la Turchia rivendica come propria area di sovranità geopolitica ed economica nei tre mari che la circondano: il Mar Nero, il Mar Egeo e, soprattutto, il Mediterraneo orientale. L’assunto di fondo del Mavi Vatan è che la sicurezza, la ricchezza e l’indipendenza di una nazione non si difendano soltanto lungo le frontiere terrestri, ma richiedano il controllo assoluto e proattivo degli spazi marittimi adiacenti, considerati a tutti gli effetti un’estensione del territorio nazionale.
La dottrina si scontra in modo frontale con l’architettura dei confini marittimi sostenuta dalla Grecia e dalla Repubblica di Cipro in conformità con il diritto internazionale. Secondo la visione della “Patria Blu”, le isole, comprese quelle greche densamente abitate e situate a ridosso delle coste anatoliche, non possiedono il diritto a una propria piattaforma continentale o a una ZEE estesa. Questa interpretazione ridurrebbe drasticamente lo spazio marittimo di Atene e Nicosia, espandendo simmetricamente la giurisdizione di Ankara su enormi porzioni di mare ricche di giacimenti di gas naturale.
Sul piano pratico, il Mavi Vatan ha offerto la giustificazione ideologica e strategica a una serie di mosse aggressive nello scacchiere mediterraneo. Tra queste spiccano il massiccio programma di potenziamento della flotta navale turca, l’invio di navi da guerra a scorta delle piattaforme di trivellazione nei fondali ciprioti e, non ultimo, lo storico accordo di delimitazione marittima siglato nel 2019 con il governo di Tripoli in Libia. Questo trattato ha tracciato un corridoio virtuale nel Mediterraneo volto a tagliare in due i collegamenti tra la Grecia, Cipro e il Medio Oriente, intralciando i progetti energetici europei e posizionando la Turchia in una postura di aperto contrasto rispetto all’asse concorrente formato da Atene, Nicosia, Il Cairo e Tel Aviv.
[*] L’origine dei capitali: Durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, Kushner ha gestito direttamente le relazioni diplomatiche e politiche con i governi del Golfo Persico. Una volta lasciato l’incarico politico nel 2021, ha fondato la Affinity Partners ottenendo nel giro di pochi mesi un investimento di ben 2 miliardi di dollari dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita (nonostante i pareri contrari dei consulenti del fondo stesso), a cui si sono aggiunti 500 milioni dal Qatar e ingenti capitali dagli Emirati Arabi Uniti.
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