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	<title>geoeconomia &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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	<title>geoeconomia &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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		<title>Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:21:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell&#8217;Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l&#8217;intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/01/il-crollo-dello-yen-e-il-ritiro-dei-capitali-cinesi-verso-i-beni-rifugio-e-la-scarsita-di-dollari-offshore/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 class="p3"><span class="s2">Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell&#8217;Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l&#8217;intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo</span></h2>
<p class="p1"><span class="s1">il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant&#8217;anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di <strong>162 yen per dollaro</strong>. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d&#8217;allarme che riguarda la salute dell&#8217;intera economia globale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di salvare la propria moneta, la Banca del Giappone ha infatti interrotto l&#8217;era dei tassi d&#8217;interesse negativi e ha alzato il tasso di riferimento fino all&#8217;1%, un livello massimo che non si vedeva dal 1995. Inoltre, <strong>le autorità di Tokyo hanno speso la cifra record</strong> di 11.730 miliardi di yen (circa <strong>72,5 miliardi di dollari</strong>) in interventi diretti sul mercato dei cambi, <strong>vendendo cioè riserve in dollari per ricomprare massicciamente yen e sostenerne artificialmente il prezzo</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Secondo i manuali di economia tradizionali, queste mosse avrebbero dovuto far risalire immediatamente il valore dello yen. Nella realtà, <strong>la valuta ha continuato a perdere valore</strong>. In pratica vediamo che le forze di mercato sottostanti sono molto più potenti delle decisioni dei banchieri centrali e che gli strumenti tradizionali della politica monetaria non stanno funzionando.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il mistero del sistema dell&#8217;Eurodollaro</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il crollo dello yen è la manifestazione visibile di un problema invisibile: <span style="color: #ff0000;"><strong>una forte contrazione della liquidità globale di dollari, regolata dal cosiddetto sistema dell&#8217;Eurodollaro</strong></span>.</span></p>
<p>Con questo termine non si intende la moneta europea, ma l&#8217;enorme <strong>mercato di dollari che vengono depositati, prestati e scambiati interamente al di fuori degli Stati Uniti (ad esempio tra banche europee o asiatiche). Questo mercato internazionale è il vero motore invisibile che finanzia il commercio e il credito mondiale</strong>.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando il sistema dell&#8217;Eurodollaro si irrigidisce a causa della diffidenza o della paura, si crea una vera e propria carenza di dollari a livello globale. Le banche e le grandi istituzioni finanziarie di tutto il mondo iniziano a competere per accaparrarsi quanti più dollari possibili per mettere in sicurezza i propri bilanci. <span style="color: #ff0000;"><strong>Questa caccia globale alla moneta americana fa salire il valore del dollaro e schiaccia inevitabilmente le altre valute, a partire da quelle asiatiche come lo yen, a prescindere da quanto i governi locali provino ad alzare i propri tassi di interesse interni.</strong></span></span></p>
<p class="p3"><span class="s2">Il legame nascosto con la Cina</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mentre lo yen mostra la pressione del sistema all&#8217;esterno attraverso il crollo del suo tasso di cambio, il mercato finanziario cinese mostra la stessa identica pressione all&#8217;interno della propria economia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>Nello stesso momento in cui lo yen affonda, in Cina i rendimenti dei titoli di Stato stanno scendendo a nuovi minimi storici, con un fenomeno tecnico che segnala una forte ricerca di protezione</strong>.<br />
In parole semplici, i grandi gestori di fondi cinesi hanno<span style="color: #ff0000;"><strong> paura di un&#8217;ondata di declassamenti (ossia una riduzione del giudizio di affidabilità) </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">sui debiti delle aziende e delle banche locali</span></strong></span><span class="s1">. <strong>Per questo motivo, stanno togliendo i soldi dagli investimenti produttivi e rischiosi per rifugiarsi in massa nei titoli di Stato sicuri</strong>. Quando tutti vogliono comprare questi titoli, il loro rendimento scende. Questo comportamento non è il segnale di un&#8217;economia che corre o di una banca centrale che stimola la crescita, ma rivela un sistema finanziario che si sta ritirando spaventato, riducendo il credito interno a causa della debolezza economica.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">L&#8217;illusione del petrolio e i segnali deflazionistici</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il Giappone importa quasi tutta la sua energia e la paga in dollari; di conseguenza, quando il prezzo del petrolio sale, il paese deve vendere più yen per comprare dollari, indebolendo la propria valuta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tuttavia, recentemente i prezzi del petrolio hanno iniziato a scendere, ma lo yen ha continuato a perdere valore comunque. Se la causa fosse stata solo il costo dell&#8217;energia, il calo del greggio avrebbe dovuto dare immediato sollievo al Giappone. Il fatto che lo yen continui a scendere suggerisce uno scenario più cupo: <span style="color: #ff0000;"><strong>il petrolio non sta diminuendo perché c&#8217;è più offerta, </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">ma per una distruzione della domanda</span></strong></span><span class="s1">. Significa che l&#8217;economia mondiale sta rallentando a tal punto da consumare meno energia. Questo è un <strong><span style="color: #ff0000;">forte </span><span style="color: #ff0000;">segnale deflazionistico</span>, cioè di contrazione dell&#8217;attività economica e dei consumi mondiali</strong> e di conseguenza un sistema finanziario globale in forte difficoltà.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per quale motivo le grandi banche europee si stanno muovendo in direzione esattamente opposta rispetto alle dichiarazioni e alle intenzioni dei banchieri centrali?</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il paradosso dei titoli di Stato</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Nei primi cinque mesi del 2026, <strong>le banche commerciali europee hanno fatto il pieno di titoli di Stato</strong> (i bond emessi dai governi), acquistandone per un valore enorme che supera i <strong>220 miliardi di euro</strong> (di cui ben 46,5 miliardi solo nel mese di maggio).</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A prima vista, <strong>questo comportamento sembra del tutto irrazionale</strong>. La Banca Centrale Europea (BCE), guidata da Christine Lagarde, ha recentemente alzato i tassi d&#8217;interesse e continua a minacciare nuovi aumenti per combattere il rischio che lo shock sui prezzi dell&#8217;energia si trasformi in un&#8217;inflazione permanente. </span><span class="s4">Chiunque abbia una minima base di economia sa che <strong>quando i tassi d&#8217;interesse salgono, i prezzi dei vecchi titoli di Stato scendono, provocando perdite a chi li possiede</strong></span><span class="s1">. Di conseguenza, se le banche credessero davvero ai continui aumenti dei tassi promessi dalla BCE, <span style="color: #ff0000;"><strong>dovrebbero stare alla larga dai bond statali. Il fatto che li stiano comprando in massa dimostra che i banchieri commerciali non credono affatto alla narrazione ufficiale della banca centrale</strong></span>.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s2">Le banche si preparano alla recessione</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Le banche europee sembrano piuttosto prepararsi ad una massiccia strategia difensiva perché prevedono una forte debolezza economica e un aumento del rischio di credito nei prossimi mesi, rifiutando di fatto il modello sull&#8217;inflazione della BCE.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Invece di concentrarsi sul pericolo che i prezzi continuino a salire, le banche guardano all&#8217;economia reale e vedono famiglie e imprese in forte difficoltà. Un aumento del costo dell&#8217;energia agisce come una tassa sul potere d&#8217;acquisto delle persone: se i cittadini spendono di più per benzina e bollette, avranno meno soldi per tutto il resto, a partire dai servizi e dai consumi non essenziali. Le aziende, di fronte a una domanda debole e a costi di produzione più alti, vedono crollare i propri profitti. <span style="color: #ff0000;"><strong>In uno scenario così fragile, prestare denaro a un&#8217;impresa o a una famiglia diventa estremamente rischioso per una banca, perché aumenta la probabilità che quel prestito non venga ripagato</strong></span>. Ecco risolto il paradosso: <span style="color: #ff0000;"><strong>le banche preferiscono comprare titoli di Stato, che pur rischiando piccole svalutazioni restano scommesse più sicure dal punto di vista del rimborso, piuttosto che rischiare di perdere capitali facendo prestiti all&#8217;economia privata</strong></span>. I titoli di Stato servono alle banche come scudo di sicurezza, liquidità immediata e garanzia di alta qualità.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Il &#8220;broncio&#8221; del mercato dei derivati</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Se si considera l&#8217;andamento del mercato dei derivati finanziari, nello specifico i contratti futuri legati al tasso Euribor (il tasso di riferimento a cui le banche europee si prestano denaro a vicenda) e si analizza la forma di questa curva finanziaria nel tempo, si nota<span class="Apple-converted-space">  </span>una curva a forma di broncio o di arco triste. Questa forma particolare indica che gli investitori istituzionali si aspettano sì la possibilità di un ultimissimo e ravvicinato aumento dei tassi da parte della BCE (la parte iniziale della curva), ma prevedono che subito dopo la curva si piegherà verso il basso. Se il mercato si aspettasse un&#8217;inflazione forte e duratura, la curva continuerebbe a salire costantemente verso l&#8217;alto. Il fatto che si pieghi verso il basso dimostra che <strong>il mercato finanziario sta scommettendo su un imminente &#8220;errore di politica monetaria&#8221;: la BCE alzerà troppo i tassi in un&#8217;economia già debole, costringendola a fare marcia indietro e a tagliare i tassi molto presto per correre ai ripari contro la recessione</strong>.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">I dati macroeconomici reali e il fattore lavoro</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;inflazione in Germania (l&#8217;economia più grande dell&#8217;eurozona) è inaspettatamente scesa <strong>al 2,4% a giugno</strong>, frenata dal calo del prezzo del petrolio, e l&#8217;inflazione di fondo si è stabilizzata. Non c&#8217;è quindi traccia di quel temuto effetto a catena sui salari o sui prezzi di cibo e servizi che tanto spaventa la BCE.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;elemento più decisivo è però il mercato del lavoro</strong></span>. I sondaggi della Commissione Europea mostrano che la fiducia economica è debole e, soprattutto, che le intenzioni di assunzione delle imprese sono ferme su livelli molto bassi. <strong>Le aziende non stanno assumendo</strong>; al contrario, <strong>molte piccole e medie imprese, schiacciate dai costi energetici passati e dal calo delle vendite, stanno rimandando gli investimenti e iniziano a valutare il taglio delle ore di lavoro o del personale</strong>. L&#8217;occupazione è il termometro che distingue una vera fiammata inflazionistica da una crisi economica: se le aziende riducono i posti di lavoro e i consumatori hanno paura di spendere, non può esistere alcuna spirale di prezzi fuori controllo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La BCE ha già commesso lo stesso identico errore nel 2008 e nel 2011, quando alzò i tassi d&#8217;interesse spaventata da un temporaneo aumento del prezzo del petrolio, senza accorgersi della fragilità strutturale dell&#8217;economia, finendo per aggravare la successiva crisi finanziaria. <strong>Il forte acquisto di bond da parte delle banche e la forma del mercato dei derivati indicano che la storia rischia di ripetersi</strong>: mentre la banca centrale combatte con gli strumenti di oggi un problema di ieri (il vecchio picco del petrolio), le banche commerciali si stanno già portando avanti e si stanno mettendo al sicuro per proteggersi dalla debolezza economica di domani.</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">(*) Già nel 1982 ci sono state diverse dichiarazioni storiche dell&#8217;ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, che dimostrano un fatto clamoroso: da oltre cinquant&#8217;anni le banche centrali hanno ammesso di non saper più definire né misurare la reale quantità di moneta in circolazione nel mondo (i vecchi indicatori come M1, M2 ed M3 sono ormai obsoleti).</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">L&#8217;evoluzione dei mercati ha creato canali di finanziamento paralleli e internazionali (come il mercato dei pronti contro termine, detti &#8220;repo&#8221;, e i depositi offshore), che sfuggono al controllo delle autorità. Non sapendo come misurare la moneta, la Federal Reserve e le altre banche centrali hanno smesso di guardare il sistema monetario e si sono concentrate solo sulla fine del processo, cioè sui dati macroeconomici come l&#8217;inflazione (indice CPI) o la disoccupazione. Il sistema monetario secondo alcuni, analisti somiglia sempre più a un &#8220;buco nero&#8221;: non lo si può vedere direttamente, ma si possono capire i suoi movimenti osservando come la sua gravità influenza tutto ciò che lo circonda. Le banche centrali usano modelli matematici teorici astratti che ignorano il funzionamento reale del credito, finendo regolarmente per provocare disastri o leggere i segnali al contrario.</span></p>
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		<title>Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 13:28:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti ad un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/25/economia-occidentale-un-castello-di-carte-su-cui-si-sta-levando-un-forte-vento/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2>L’economia occidentale, in questa metà del 2026, assomiglia a un castello di carte su cui si sta levando un forte vento. Gli indici azionari corrono apparentemente inconsapevoli del rischio incombente di disastro finanziario. Siamo davanti ad un rischio di rottura sistemica del sistema monetario che tiene in piedi il commercio mondiale, quello che tecnicamente chiamiamo sistema degli eurodollari</h2>
<p>Questo sistema ovvero il cosiddetto <strong>Shadow Banking</strong>, o sistema bancario ombra, è un universo parallelo di crediti e prestiti che opera lontano dal controllo delle istituzioni ufficiali [1]. È qui, in questo <strong>vasto oceano di denaro privato creato dalle banche commerciali internazionali</strong>, che nasce la vera liquidità che fa funzionare le navi, le fabbriche e le rotte commerciali. <span style="color: #ff0000;"><strong>Non si tratta di banconote stampate dalle banche centrali</strong></span>; la linfa vitale del mondo moderno nasce da una stretta di mano tra banchieri. Ricordiamo che le banche hanno bisogno di prestarsi soldi a vicenda principalmente perché, ogni giorno, i flussi di denaro in entrata e in uscita non sono mai perfettamente bilanciati. A fine giornata, una banca potrebbe trovarsi con un surplus di liquidità, mentre un&#8217;altra ha un temporaneo bisogno di contanti per far fronte ai prelievi dei clienti o per rispettare le soglie di riserva imposte dalle autorità di vigilanza. Invece di vendere asset o bloccare operazioni, le banche preferiscono prestarsi denaro tra loro per poche ore o giorni: è il modo più rapido ed efficiente per mantenere i conti in ordine e garantire che il sistema finanziario resti fluido e operativo senza intoppi.</p>
<p>Tuttavia, questo fiume invisibile non scorre sulla fiducia astratta, ma su garanzie concrete: <strong>il collaterale</strong>. Immaginate il mercato Repo [2], che è il vero &#8220;banco dei pegni&#8221; del sistema finanziario globale. <strong>Ogni giorno, le banche si scambiano migliaia di miliardi di dollari dandosi in pegno dei titoli, i collaterali</strong>, come garanzia per la notte&#8230; Se la Banca A presta denaro alla Banca B, vuole in cambio un titolo di Stato di qualità eccelsa. <strong>Finché il mercato si fida della qualità di quel titolo, l&#8217;ingranaggio gira</strong>.</p>
<p>Qui nasce la patologia. Quando il sistema entra in crisi, accade una reazione a catena definita &#8220;<strong>scarsità di collaterale</strong>&#8220;. Succede che i titoli considerati &#8220;sicuri&#8221; iniziano a perdere di valore o diventano difficili da scambiare. Improvvisamente, la Banca A guarda al collaterale offerto dalla Banca B e dice: &#8220;Non mi fido più di questo titolo, temo che domani valga meno&#8221;. A quel punto la Banca A rifiuta il prestito. La Banca B, non ricevendo il credito, non può finanziare i propri clienti. Il &#8220;fiume&#8221; degli eurodollari si interrompe. Non è una scelta politica o un piano deliberato: è un blocco meccanico. Il denaro sparisce non per cattiva volontà delle banche ma perché il loro &#8220;collante&#8221;, la fiducia nella garanzia, è evaporato. Un segnale molto preoccupante verificatosi nella settimana del 18 marzo era stata <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/04/verso-una-recessione-globale/">l’impennata dei “Repo Fails”</a> (mancate consegne nel mercato dei pronti contro termine), che avevano raggiunto i 379 miliardi di dollari, un blocco nel flusso del collaterale che aveva provocato una forte e sintomatica tensione monetaria ora solo parzialmente rientrata.</p>
<p>È qui che l’errore delle banche centrali diventa fatale. La Federal Reserve e i suoi pari continuano a pensare di poter governare la situazione alzando o abbassando i tassi di interesse, convinti di combattere l’inflazione. Ma stanno combattendo la guerra sbagliata basandosi su una mappa vecchia di cinquant&#8217;anni. <span style="color: #ff0000;"><strong>Credono che il problema sia il &#8220;costo&#8221; del denaro, quando in realtà il problema è la &#8220;disponibilità&#8221; del credito garantito</strong></span>. È come cercare di curare un malato di idropisia, ovvero un accumulo di liquidi nel corpo, cercando di pompare sangue fresco in un sistema dove le arterie ossia le banche, sono indurite e ostruite dal dubbio. I<strong>nutile abbassare i tassi se il meccanismo dei Repo è intasato perché nessuno si fida più dei collaterali</strong>.</p>
<p>I segnali di questo disastro incombente sono già evidenti, ma vengono ignorati. Basti <span style="color: #ff0000;"><strong>guardare a cosa succede al mercato obbligazionario svizzero</strong></span>: i rendimenti dei titoli a breve termine sono tornati a scendere verso lo zero, e in alcuni casi minacciano di tornare <strong>negativi</strong>. Perché succede? Non perché la Svizzera sia diventata il motore del mondo, ma perché <strong>gli investitori, spaventati, stanno fuggendo verso l&#8217;unico porto che considerano ancora sicuro, svendendo tutto il resto</strong>. Questa è <span style="color: #ff0000;"><strong>una &#8220;fuga verso la qualità&#8221; che dice quanto sia fragile il resto del sistema</strong></span>.</p>
<p>Siamo di fronte a una divergenza pericolosa: da un lato, i mercati azionari continuano a sognare un futuro radioso, comportandosi come un maratoneta che corre un&#8217;ultima gara ignorando di avere un infarto in corso. Dall&#8217;altro, il mercato obbligazionario e le tensioni nel credito privato ci avvertono che la tempesta è in corso.<strong> Il sistema bancario privato, stretto tra la scarsità di collaterale e il timore di un crollo, sta operando una contrazione involontaria</strong>: sta chiudendo i rubinetti del credito globale nonostante le rassicurazioni delle autorità.</p>
<p>Il castello di carte continua a crescere in altezza e fragilità. Quando la realtà del blocco del credito dovesse scontrarsi con la percezione di ricchezza delle borse il castello di carte potrebbe essere spazzato via. Chi oggi ignora questi segnali, convinto che la banca centrale possa stampare la soluzione, si troverà a navigare in mezzo alla tempesta con una cartina stradale che non descrive più il territorio. La vera domanda, non è cosa farà il politico di turno, ma <strong>quanta fiducia è rimasta nei circuiti bancari privati</strong>. Perché se quella fiducia dovesse evaporare definitivamente, il castello di carte non avrà alcuna speranza di restare in piedi.</p>
<p>Il nuovo mondo dei BRICS non è ancora del tutto immune rispetto al mercato dei Repo statunitense e, più in generale, al sistema basato sul dollaro. Sebbene sia in corso un rapido processo di de-dollarizzazione, la realtà operativa descrive piuttosto un percorso di diversificazione, non di isolamento.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Il mercato dei Repo è il sistema nervoso centrale della liquidità globale e, finché il dollaro rimane la valuta di riserva dominante e il collaterale preferito per le transazioni internazionali, è pressoché impossibile per qualsiasi economia globalizzata dirsi totalmente immune dai suoi sussulti</strong></span>. Quando si verificano tensioni nel mercato dei Repo americano, come l&#8217;aumento delle mancate consegne o la contrazione della liquidità, l&#8217;effetto non si ferma ai confini degli Stati Uniti. Si propaga attraverso i tassi di cambio, i flussi di capitale e il costo del credito globale. Anche le istituzioni finanziarie dei paesi BRICS, pur potenziando le loro infrastrutture alternative come i circuiti di pagamento basati su valute nazionali o l&#8217;esplorazione di ponti tra le rispettive valute digitali delle banche centrali (CBDC), continuano a operare all&#8217;interno di un ecosistema dove il dollaro funge ancora da &#8220;asset di ultima istanza&#8221;.<br />
Ciò che stiamo osservando in questo momento è la costruzione di &#8220;binari paralleli&#8221;. I paesi del blocco stanno sperimentando sistemi di regolamento che bypassano i circuiti tradizionali come lo SWIFT, cercando di ridurre la dipendenza dal <em>greenback</em> (dollaro statunitense) per proteggersi dal rischio di sanzioni o da shock esogeni legati alla politica monetaria americana. Tuttavia, questi sforzi sono ancora nella fase di sperimentazione controllata e/o di integrazione regionale. Le banche centrali dei paesi BRICS mantengono ancora enormi riserve in titoli del Tesoro USA, rendendo la loro stabilità finanziaria intrinsecamente legata alla salute e alla profondità del mercato dei Treasury.<br />
Quindi, non siamo di fronte a una separazione, ma a una sorta di &#8220;copertura assicurativa&#8221;. <span style="color: #ff0000;"><strong>I paesi BRICS non cercano di ignorare il mercato dei Repo, ma cercano di creare dei compartimenti stagni che permettano loro di continuare a operare anche qualora il sistema principale dovesse subire gravi inefficienze o venire utilizzato come leva di pressione geopolitica</strong></span>. Il paradosso è che, nel tentativo di rendersi immuni, queste nazioni continuano a monitorare il mercato dei Repo con la stessa ansia di un operatore di Wall Street: perché se il mercato del collaterale americano dovesse bloccarsi, l&#8217;onda d&#8217;urto finanziaria colpirebbe inevitabilmente anche le loro economie, indipendentemente dai nuovi circuiti digitali che stanno cercando di implementare. La vera protezione che stanno cercando di costruire non è contro il mercato in sé, ma contro la vulnerabilità che deriva dall&#8217;avere un&#8217;unica, incontestata porta d&#8217;uscita per la propria liquidità internazionale.<br />
L&#8217;unica vera via di uscita sarebbe l&#8217;implementazione della <a href="https://www.francescocappello.com/2023/05/11/un-mondo-nuovo-e-in-costruzione-una-seconda-occasione-che-il-mondo-non-deve-mancare/">moneta internazionale</a> come proposta da J.L.M. Keynes a Bretton Woods nel 1944.</p>
<p>[1] Il rapporto tra il sistema degli eurodollari e lo Shadow Banking, ovvero il sistema bancario ombra, è così profondo da rendere i due elementi inseparabili: se immaginiamo l&#8217;economia globale come una macchina finanziaria, l&#8217;eurodollaro rappresenta il carburante necessario per il movimento, mentre lo Shadow Banking è il motore invisibile che brucia questo carburante per far avanzare l&#8217;intero sistema. Non sono due entità distinte che interagiscono, ma due lati della stessa medaglia finanziaria.<br />
Per comprendere questa unione bisogna prima sfatare il mito che il denaro sia creato solo dalle banche centrali. Le banche commerciali tradizionali, quelle che conosciamo e che offrono tutela ai nostri depositi, rappresentano solo la facciata illuminata del sistema finanziario. <strong>Lo Shadow Banking, al contrario, è costituito da una vasta rete di istituzioni come hedge fund, società finanziarie specializzate e filiali estere di grandi gruppi che svolgono funzioni bancarie (prestano denaro e creano liquidità) pur non essendo banche nel senso stretto del termine</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>All&#8217;interno di questo universo parallelo, il &#8220;prodotto&#8221; che viene costantemente generato e scambiato è proprio l&#8217;eurodollaro</strong></span>. Ogni volta che un intermediario finanziario al di fuori degli Stati Uniti crea un prestito o un contratto in dollari, sta dando vita a un eurodollaro. È un atto di creazione di credito privato che avviene interamente lontano dagli occhi dei regolatori.<br />
Il termine &#8220;ombra&#8221; non indica necessariamente qualcosa di illegale, ma descrive la natura di <strong>questo sistema </strong>che<strong> opera fuori dal raggio d&#8217;azione delle banche centrali</strong>. Mentre <strong>la Federal Reserve supervisiona le banche nazionali, non ha un controllo diretto su questa enorme rete di scambi internazionali</strong>. Possiamo immaginare la Federal Reserve come un vigile urbano che controlla il traffico sulla strada principale, ignaro però del fatto che il vero movimento di merci e capitali mondiali avviene su un&#8217;autostrada sotterranea privata, gestita da attori che rispondono solo alle leggi della domanda, dell&#8217;offerta e della fiducia reciproca.<br />
È proprio in questa autostrada sotterranea che la relazione diventa critica, attraverso il cosiddetto <strong>mercato Repo [2]</strong>. In questo meccanismo, le banche e gli istituti dello Shadow Banking<span style="color: #ff0000;"><strong> si scambiano continuamente contanti, ovvero eurodollari, usando titoli di Stato come garanzia, chiamata tecnicamente collaterale</strong></span>. Questo è il punto di giuntura fondamentale: finché il sistema ha piena fiducia nella qualità dei titoli offerti come garanzia, l&#8217;ingranaggio gira fluidamente. Gli eurodollari circolano e l&#8217;economia cresce. La patologia sorge quando questa fiducia viene meno. Se il sistema dello Shadow Banking inizia a dubitare della validità di quel collaterale &#8211; temendo che il titolo dato in pegno possa perdere valore o non essere più scambiabile &#8211; il meccanismo si blocca rapidamente.<br />
Siamo quindi di fronte a un paradosso strutturale. <strong>L&#8217;intera economia globale dipende da questo sistema di credito privato</strong>, che però è intrinsecamente instabile poiché non può contare sul supporto ufficiale di una banca centrale in caso di emergenza. Quando leggiamo sui giornali che le banche centrali alzano o abbassano i tassi di interesse, stiamo osservando manovre che influenzano solo la superficie del sistema bancario tradizionale. Il vero terremoto finanziario, quello che minaccia la stabilità globale, avviene invece nel buio dei circuiti dello Shadow Banking, dove gli eurodollari si prosciugano non per scarsità di moneta stampata, ma per una crisi di fiducia nelle garanzie che sostengono il sistema. Stiamo cercando di pilotare un&#8217;astronave con i comandi di una vecchia automobile: finché il sistema dello Shadow Banking è lubrificato dalla fiducia e dal buon collaterale, tutto sembra funzionare, ma nel momento in cui il dubbio blocca le &#8220;tubature&#8221; di questo credito privato, la banca centrale si ritrova incapace di intervenire, perché non possiede gli strumenti per riparare un motore che opera interamente fuori dalla sua portata.</p>
<p>[2] Il <strong>mercato Repo</strong> &#8211; abbreviazione di <strong>Repurchase Agreement</strong>, ovvero accordo di riacquisto, può essere descritto, senza troppi giri di parole, come il banco dei pegni del sistema finanziario globale. <span style="color: #ff0000;"><strong>È il luogo invisibile, ma fondamentale, dove banche, fondi speculativi e grandi istituzioni finanziarie si scambiano ogni giorno migliaia di miliardi di dollari per gestire le proprie necessità di liquidità a brevissimo termine, spesso da un giorno all&#8217;altro</strong></span>.</p>
<p>Funziona in modo estremamente lineare, almeno in teoria. Un partecipante ha bisogno di contanti immediati e offre in garanzia un titolo, solitamente un titolo di Stato di alta qualità, come una sorta di pegno. L&#8217;altro partecipante accetta di prestare il denaro in cambio di quel titolo, ma con un impegno scritto: chi ha ricevuto il denaro promette di ricomprare lo stesso titolo il giorno successivo o dopo un breve periodo concordato <strong>a un prezzo leggermente superiore</strong>. Questa piccola differenza di prezzo rappresenta l&#8217;interesse che viene pagato per il prestito. In questo gioco, il titolo consegnato è quello che chiamiamo collaterale, e rappresenta la chiave di volta di tutta l&#8217;operazione.</p>
<p>Il motivo per cui il mercato Repo è considerato<strong> il tubo principale dell&#8217;economia mondiale</strong> è che <span style="color: #3366ff;"><strong>esso permette a chi ha troppa liquidità di farla fruttare e a chi ne ha bisogno di ottenerla in totale sicurezza</strong></span>. Se un grande istituto finanziario si sveglia la mattina e scopre di avere un buco di cassa dovuto alle operazioni quotidiane, non chiede un prestito a lungo termine, ma va sul mercato Repo e impegna i propri titoli di Stato per ottenere i dollari necessari. Senza questo meccanismo, le banche non potrebbero gestire le proprie posizioni giornaliere e il flusso di credito necessario per sostenere il commercio globale si paralizzerebbe istantaneamente.</p>
<p>Il problema sorge quando questo ingranaggio, che dovrebbe essere un perfetto meccanismo di oliatura, inizia a incepparsi.<strong> Poiché il mercato Repo <span style="color: #ff0000;">si basa interamente sulla qualità del collaterale</span>, basta un soffio di incertezza per trasformare quello che era un sistema fluido in un campo minato</strong>. Se i prestatori iniziano a dubitare che il titolo ricevuto in pegno manterrà il suo valore, o se semplicemente temono che il mercato sia troppo instabile, iniziano a chiedere garanzie più forti o, peggio ancora, si rifiutano di prestare denaro a prescindere dal titolo offerto. È proprio questa la cosiddetta &#8220;scarsità di collaterale&#8221; che stiamo osservando in questa fase economica: quando la fiducia vacilla, il banco dei pegni chiude le porte. E quando il mercato Repo si blocca, la crisi di liquidità si propaga in pochi minuti a tutto il resto del sistema economico, dimostrando come un meccanismo nato per dare sicurezza possa diventare, nel momento della crisi, il punto in cui tutto l&#8217;edificio finanziario rischia di implodere per mancanza di lubrificante.</p>
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		<title>La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 12:51:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione Proviamo a smontare la narrazione della &#8220;scelta ecologica&#8221; o dello &#8220;sviluppo geopolitico&#8221; e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all&#8217;Albania, all&#8217;Ucraina, alla Sardegna e altrove&#8230; È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un&#8217;astrazione teorica, ma&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/07/la-macchina-finanziaria-che-azzera-le-sovranita-e-trasforma-la-terra-fisica-in-rendita-finanziaria-liquida-e-blindata/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2>Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione</h2>
<h3>Proviamo a smontare la narrazione della &#8220;scelta ecologica&#8221; o dello &#8220;sviluppo geopolitico&#8221; e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all&#8217;Albania, all&#8217;Ucraina, alla Sardegna e altrove&#8230;</h3>
<p>È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un&#8217;astrazione teorica, ma un protocollo operativo standardizzato che si applica indifferentemente a una campagna coltivata espropriata in Sicilia, a un&#8217;area protetta nei Balcani esattamente come in Sardegna [*] o a una striscia di terra ridotta in macerie in Medioriente o a Cuba nell’immediato futuro… (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali)</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Questa macchina finanziaria agisce secondo precise fasi, coordinate per azzerare la sovranità statale e trasformare la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata</strong></span>.</p>
<p>Il primo pilastro dell&#8217;algoritmo in atto è l&#8217;assoluta indifferenza del capitale rispetto all&#8217;oggetto dell&#8217;investimento. A monte della filiera non ci sono ecologisti, urbanisti o diplomatici, ma <strong>fondi di private equity, hedge fund e veicoli finanziari offshore</strong> (vedi nota [1]) esattamente come la <strong>Affinity Partners</strong> di J.Kushner e tutta la Trump family o<strong> i grandi conglomerati</strong> che gestiscono i portafogli delle multinazionali dell&#8217;energia. <strong>Questi attori non investono in &#8220;energia verde&#8221;, in &#8220;turismo di lusso&#8221; o in &#8220;piani di pace&#8221;, ma in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico</strong>.</p>
<p>Investire in <strong>differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico</strong> significa andare a caccia di profitti altissimi e fuori mercato, avendo però la certezza matematica che, anche se l&#8217;economia mondiale dovesse colare a picco, quel guadagno è blindato da leggi speciali, incentivi pubblici e beni reali.</p>
<p>Si tratta del sogno di ogni grande speculatore: <strong>avere i guadagni stratosferici del casinò finanziario, ma con le spalle parate dallo Stato e dalle tasche dei cittadini…</strong></p>
<p>Vediamo meglio cosa significa con un esempio<br />
Un comune investitore che lasciasse i suoi soldi in banca o comprasse normali titoli di Stato, oggi potrebbe ottenere un rendimento basso, ad esempio il 2% o 3%.<br />
<strong>Gli investitori di cui parliamo mirano a leggi speciali</strong>. Pensiamo a una legge speciale varata in emergenza energetica in Italia che garantisca incentivi statali enormi per vent&#8217;anni se si piazzano pannelli fotovoltaici sui campi agricoli ed ecco che il rendimento può schizzare al 10% o 12%…<br />
<strong>Quel 8%-9% di guadagno in più rispetto al mercato normale degli investimenti comuni è il &#8220;differenziale&#8221;</strong>.<br />
Il grande fondo d&#8217;investimento si sposta solo dove si creano questi squilibri artificiali, tramite decreti e incentivi (spesso creati da governi compiacenti e/o infiltrati), snobbando gli investimenti tradizionali.</p>
<p>Il &#8220;<strong>rischio sistemico</strong>&#8221; è il rischio che l&#8217;intero sistema economico o geopolitico crolli (come è successo nella crisi finanziaria del 2008, o come accadrebbe in caso di un&#8217;inflazione fuori controllo o di una guerra su vasta scala).<br />
<strong>Dire che un investimento è protetto da questo rischio significa che è stato blindato in modo tale da essere immune alle crisi globali. Questo è possibile attraverso lo Stato con un processo definito di De-risking</strong>. Pensiamo ad una multinazionale dell&#8217;energia che firma un contratto con lo Stato italiano (o a Kushner che stringe un <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">accordo blindato con il governo albanese</a>, o al devastante <a href="https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/06/04/news/rinnovabili-il-governo-da-ascolto-alla-regione-via-libera-a-tre-progetti-ecco-quali-sono-1.100878667">progetto della Canadian Solar alle pendici del monte Arcosu</a> o al master plan brasiliano &#8220;<a href="https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/06/06/news/cala-finanza-via-libera-del-governo-al-resort-davanti-a-tavolara-la-regione-prepara-il-ricorso-1.100879178">Tavolara Bay</a>&#8221; ecc.), le eventuali perdite che ci saranno con quasi certezza verranno scaricate sulla collettività… <strong>Se i prezzi dell&#8217;energia crollano o se l&#8217;inflazione sale, i contratti emergenziali prevedono che lo Stato continui a pagare il privato a prezzo fisso, finanziandosi con le tasse o le bollette dei cittadini</strong>. In questo modo il privato non perde mai…</p>
<p>L’altra modalità è <strong>attraverso i beni fisici (Asset tangibili)</strong>. Se i mercati finanziari o le monete cartacee perdono valore a causa di una crisi di sistema, possedere fisicamente la terra (il suolo agricolo in Italia, l&#8217;isola strategica di Sazan in Albania ecc.) o <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/">controllare l&#8217;infrastruttura vitale che produce l&#8217;energia</a> garantisce che quel capitale rimanga reale e convertibile. <strong>La terra e l&#8217;energia servono sempre, qualunque cosa accada alle borse</strong>… Più in grande l’Occidente in declino fa la guerra alla Russia al fine di smantellarla (balcanizzarla) e colonizzare economicamente le sue risorse, appropriandosene… allo stesso obbiettivo hanno mirato <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/31/il-buco-nero-deuropa-chi-guadagna-davvero-con-le-macerie-ucraine/">gli investimenti dei grandi fondi in Ucraina</a> (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/31/il-buco-nero-deuropa-chi-guadagna-davvero-con-le-macerie-ucraine/">https://www.francescocappello.com/2026/05/31/il-buco-nero-deuropa-chi-guadagna-davvero-con-le-macerie-ucraine/</a>).</p>
<p>Il “software” ideologico interviene qui come un&#8217;interfaccia di marketing geopolitico <strong>per fabbricare il consenso e neutralizzare il dissenso</strong>. Se il capitale deve colonizzare le pianure agricole italiane, indosserà <strong>l&#8217;abito della transizione ecologica e della salvezza planetaria</strong>; se deve occupare la baia strategica di Valona per posizionarsi di fronte alla &#8220;Patria Blu&#8221; turca (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/">https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/</a>), indosserà <strong>l&#8217;abito dello sviluppo economico e dell&#8217;attrattività internazionale</strong>; se deve ristrutturare i territori del Medio Oriente, <strong>si presenterà con la veste umanitaria della ricostruzione post-bellica del Board of Peace</strong>.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;hardware a monte è identico: immensi bacini di liquidità globale che necessitano di essere ancorati a beni fisici per proteggersi dall&#8217;inflazione e dalla volatilità dei mercati azionari.</strong></span></p>
<p>L&#8217;algoritmo in atto prevede quindi che il rischio venga interamente trasferito sulla collettività attraverso<strong> il meccanismo del de-risking</strong>, operato da uno <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">Stato programmaticamente asservito alle piattaforme private</a> (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/</a>). <strong>Lo strumento giuridico per compiere questa operazione è lo stato d&#8217;eccezione o l&#8217;emergenza permanente</strong>.</p>
<p>In Italia, la crisi energetica e gli obiettivi europei di decarbonizzazione diventano il pretesto normativo per concedere a srl private e multinazionali ecc. [1] <strong>il potere di esproprio per</strong> &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>pubblica utilità</strong></span>&#8220;. La terra di un&#8217;azienda agricola viene sottratta al proprietario non per un reale interesse collettivo, ma per garantire a una società per azioni il possesso del suolo necessario a generare profitto (vedi il mio <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/">https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/</a>).</p>
<p>In modo perfettamente speculare, in Albania (così come in Sardegna) il governo adotta la legislazione d&#8217;urgenza per riscrivere i vincoli ambientali del parco nazionale di Vjosa-Narta, permettendo l&#8217;ingresso del filo spinato e dei cantieri di Kushner.</p>
<p>Il codice operativo è il medesimo: <span style="color: #ff0000;"><strong>lo Stato abdica alla sua funzione di custode del diritto pubblico e si trasforma nel braccio esecutivo e giudiziario che legalizza l&#8217;esproprio a favore del privato</strong></span>.</p>
<p>C’è poi il <strong>processo di dematerializzazione del suolo finalizzato al rendimento garantito</strong></p>
<p>Una volta ottenuto il controllo fisico della terra tramite il grimaldello delle leggi emergenziali, l&#8217;algoritmo finanziario in uso dai grandi privati procede alla <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/"><strong>dematerializzazione dell&#8217;asset ridotti a token digitali</strong></a>. Per la finanza speculativa, il campo di grano, l&#8217;uliveto o la duna costiera (o il barile di petrolio) non hanno un valore d&#8217;uso biologico o culturale, ma sono semplicemente una superficie bidimensionale su cui calcolare un flusso di cassa.</p>
<p>Nel caso dell&#8217;infestazione di mega-impianti fotovoltaici o pale eoliche nelle campagne italiane, il vero prodotto estratto non è l&#8217;energia elettrica che peraltro è spesso inefficiente o persino disconnessa dalle reali necessità della rete locale, <strong>ma il pacchetto di incentivi statali, certificati verdi e contratti di acquisto a lungo termine (PPA) garantiti dalle bollette dei cittadini che diventano il sottostante della liquidità</strong> emessa a dismisura nei processi di quantitativi leasing inaugurati con la crisi del 2007, 2008 che è ora gestita dalla plutocrazia finanziaria occidentale.</p>
<p>Questo flusso di cassa sicuro e indicizzato <span style="color: #ff0000;"><strong>viene immediatamente cartolarizzato</strong></span>: <strong>trasformato cioè in un titolo finanziario</strong>, inserito in fondi d&#8217;investimento con etichetta ESG (Environmental, Social, Governance) <strong>e scambiato sulle borse internazionali</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>La terra è stata trasformata in un coupon</strong></span> (vedi nota [2]).</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;agricoltore viene espulso dal processo produttivo perché il suolo, sotto la governance della piattaforma privata, è molto più redditizio se produce cedole finanziarie anziché cibo</strong></span>.</p>
<p><strong>Si tratta di una catena di montaggio in grado di trasformare un pezzo di terra in un flusso di denaro digitale scambiato a Wall Street…</strong></p>
<p>Nel senso comune, una pala eolica o un mega-impianto fotovoltaico servono a produrre elettricità. <strong>Ma per la finanza non è così</strong>. L&#8217;elettricità è solo un effetto collaterale, a volte persino un fastidio, perché se la rete locale non è in grado di assorbirla, quell&#8217;energia va letteralmente perduta.<br />
Il vero &#8220;oro&#8221; che viene estratto da quel campo non si misura in Kilowattora, ma in fogli di carta.<br />
Per capirci, immaginiamo di aver aperto un ristorante in un paese isolato dove non va nessuno e di cucinare piatti che nessuno mangia e che spesso finiscono nella spazzatura. <strong>Tuttavia, se lo Stato ci ha firmato un contratto per cui basterà tenere le serrande alzate per avere garantito un assegno fisso mensile per vent&#8217;anni, pagato prelevando i soldi direttamente dalle tasse, in questo caso il vero business non è la ristorazione: è quel contratto statale blindato</strong>. Ecco. Nel caso delle rinnovabili, quel contratto si chiama PPA (<strong>Power Purchase Agreement</strong>) o incentivo, ed è<span style="color: #ff0000;"><strong> garantito per legge dalle bollette elettriche che i cittadini pagano ogni mese</strong></span>.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I contratti delle rinnovabili in Italia diventano una delle ancore perfette per la liquidità finanziaria in eccesso alla ricerca di un sottostante</strong></span>. Sono considerati più sicuri dell&#8217;oro perché <strong>il loro guadagno non dipende dal mercato o dal successo dell&#8217;azienda, ma è garantito per legge dallo Stato</strong> e prelevato coattivamente dalle tasche dei consumatori tramite le bollette.</p>
<p>Il miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci della finanza. A questo punto interviene &#8220;l&#8217;algoritmo&#8221; dei grandi fondi d&#8217;investimento internazionali, che compie la magia finale attraverso<strong> la cartolarizzazione</strong>. Il fondo non compra un solo campo fotovoltaico. Ne prende ad esempio 500 sparsi per l&#8217;Italia, ognuno con il suo contratto statale ventennale in tasca.<br />
<strong>Prende tutti questi 500 contratti, li mette insieme e li trasforma in un unico grande titolo finanziario</strong> (un&#8217;azione o un&#8217;obbligazione) <strong>che può essere venduto in borsa</strong>. Il bollino &#8220;ESG&#8221; (Environmental, Social, Governance), <span style="color: #ff0000;"><strong>il marchio della finanza &#8220;verde&#8221; e politicamente corretta serve a rendere questo titolo super appetibile</strong></span>.<br />
<strong>Grandi fondi pensione, banche e investitori globali fanno la fila per comprare questi titoli, perché permettono loro di speculare mostrando al mondo una facciata ecologica</strong>…</p>
<p>L&#8217;ultima fase del processo consiste nella<span style="color: #ff0000;"><strong> territorializzazione del recinto privato e nella cancellazione della democrazia locale</strong></span>. Sia che si tratti delle recinzioni industriali che blindano i mega-campi fotovoltaici nelle pianure italiane, sia che si tratti delle guardie giurate che pattugliano i confini del futuro resort di Sazan e Zvërnec, o di cala Finanza in Sardegna &#8211; ironia del nome &#8211; o dei militari dell’IDF che controllano la Striscia l&#8217;esito finale è la creazione di un&#8217;enclave sottratta al controllo pubblico e alla pianificazione territoriale dei cittadini.</p>
<p>Nel modello del <strong>Board of Peace per Gaza</strong>, questa logica raggiunge la sua massima espressione spaziale, <strong>dove interi distretti geografici vengono pianificati come piattaforme logistiche e commerciali private e militarizzate, dove il diritto di cittadinanza è subordinato alle metriche di sicurezza e profitto della joint venture</strong>.<br />
La forma Stato viene svuotata dall&#8217;interno: i consigli comunali, le assemblee locali e le comunità non hanno più alcuna voce in capitolo perché le decisioni strategiche sullo spazio fisico sono già state blindate all&#8217;interno di contratti transazionali privati firmati nei grattacieli di Milano, Tirana, New York o Abu Dhabi.<br />
Questo è l&#8217;hardware finanziario che l&#8217;indagine critica deve mettere a nudo: una struttura matematica globale e standardizzata che utilizza maschere ideologiche interscambiabili per compiere <span style="color: #ff0000;"><strong>la più grande operazione di recinzione e privatizzazione della terra dall&#8217;inizio dell&#8217;era industriale</strong></span>.</p>
<p>[1] Per capire come miliardi di dollari possano piombare improvvisamente su una spiaggia protetta dell&#8217;Albania partendo dai grattacieli di New York o dai fondi del Golfo Persico, è necessario sollevare il velo sui meccanismi della finanza globale. Espressioni come <strong>private equity, hedge fund e veicoli offshore</strong> sembrano un gergo per addetti ai lavori, ma in realtà sono semplicemente gli attrezzi da lavoro che i multimiliardari utilizzano per muovere montagne di denaro, aggirare le tasse e, molto spesso, nascondersi agli occhi del pubblico.<br />
<strong>I fondi di private equity, come la Affinity Partners di Jared Kushner che sta guidando le operazioni sui paradisi costieri albanesi</strong>, possono essere immaginati come dei <strong>club d&#8217;investimento esclusivi e blindati</strong>. In questi club, pochissimi soggetti incredibilmente ricchi – come oligarchi, grandi istituzioni finanziarie o persino i fondi sovrani, cioè le casseforti dei governi stranieri – mettono insieme i propri capitali in un unico, immenso calderone. <strong>A differenza del piccolo risparmiatore che compra qualche azione in borsa, un fondo di private equity non acquista una quota di minoranza: compra l&#8217;intera torta</strong>. Il suo obiettivo è prendere il controllo totale di un&#8217;azienda, di una riserva naturale o di un&#8217;isola, stravolgerla, edificarla per aumentarne enormemente il valore commerciale, e poi rivenderla nel giro di pochi anni al miglior offerente. <strong>È il braccio operativo di chi non vuole solo investire</strong>, <strong>ma vuole ridisegnare da zero un territorio per estrarne il massimo profitto possibile</strong>.<br />
Accanto a loro si muovono gli hedge fund, che della finanza globale sono i cugini più aggressivi e speculativi. Se il private equity pianifica un assalto a medio termine per costruire qualcosa, gli hedge fund cercano il guadagno rapido sfruttando qualsiasi oscillazione o anomalia del mercato. Sono fondi che utilizzano strategie estremamente complesse e spregiudicate, scommettendo sia sulla crescita che sul crollo di valute, materie prime o intere economie. <strong>In un contesto di grandi trasformazioni territoriali e geopolitiche, gli hedge fund agiscono spesso nell&#8217;ombra, speculando sul debito di uno Stato vulnerabile o muovendo capitali ad altissima velocità per sfruttare i cambiamenti politici a proprio vantaggio</strong>. Sono, in estrema sintesi, gli squali finanziari che nuotano dove l&#8217;acqua è più agitata.<br />
Per far funzionare tutta questa gigantesca macchina senza dare troppo nell&#8217;occhio e, soprattutto, senza pagare pegno, entrano in gioco <strong>i veicoli finanziari offshore</strong>. Dietro questa definizione tecnica si nascondono quelle che comunemente chiamiamo &#8220;<strong>società fantasma</strong>&#8221; o <strong>scatole cinesi, registrate in paradisi fiscali dove vige il segreto bancario e le tasse sono ridotte a zero.</strong> Questi veicoli fungono da vera e propria cortina fumogena. <strong>Quando i miliardi si riversano sui cantieri di Zvërnec o di Sazan, non arrivano mai direttamente dai conti correnti personali dei protagonisti, ma transitano attraverso queste strutture anonime. Questo permette ai grandi investitori di raggiungere due scopi fondamentali: non pagare tasse sui profitti colossali che otterranno e nascondere la propria identità dietro prestanome o sigle indecifrabili. È l&#8217;esatto motivo per cui le comunità locali in Albania o in Sardegna si siano svegliate vedendo il filo spinato sulle loro spiagge senza che nessuno, dalle istituzioni ai cittadini, sapesse chi ci fosse davvero dietro quel cemento</strong>.<br />
[2] In finanza, <strong>il coupon</strong> (la cedola) è il pezzetto di carta che il proprietario di un&#8217;obbligazione ritaglia periodicamente per andare a riscuotere il suo interesse fisso.<br />
La terra trasformata in un coupon significa che per i padroni della finanza globale quel campo di grano in Puglia o in Sicilia ha perso completamente la sua natura biologica, agricola e umana. Non è più un luogo dove si produce cibo per la comunità. <strong>È diventato semplicemente il piedistallo fisico, la giustificazione geometrica sulla crosta terrestre, necessaria a tenere in piedi la struttura eolica che permette a un investitore di Londra o New York di staccare ogni mese la sua cedola finanziaria garantita</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>La terra è stata dematerializzata e ridotta a un prodotto finanziario da borsa</strong></span>.<br />
[*] Da Gazzetta Sarda. &#8220;Roma sblocca il progetto turistico sui terreni vincolati di Cala Finanza e la Regione Sardegna trascina il Governo davanti ai giudici amministrativi. L&#8217;esecutivo nazionale respinge l&#8217;opposizione degli enti locali e autorizza la trasformazione di dieci ettari costieri a Loiri Porto San Paolo. L&#8217;assessore Spanedda annuncia il ricorso immediato al Tar per bloccare le nuove strutture. Il braccio di ferro istituzionale sul destino della costa gallurese si sposta nelle aule di tribunale. Il Governo nazionale ha deciso di respingere formalmente l&#8217;opposizione presentata dalla Regione Sardegna, spianando così la strada al nuovo progetto edilizio previsto a Cala Finanza, nell&#8217;area di Punta la Greca, all&#8217;interno del territorio comunale di Loiri Porto San Paolo. L&#8217;intervento statale autorizza la trasformazione di circa dieci ettari di terreni, attualmente classificati dalle mappe urbanistiche come zona di salvaguardia, in una nuova area a vocazione turistica e ricettiva. Il piano approvato prevede la costruzione di strutture a ridosso del litorale marino, andando a incidere su un tratto di costa caratterizzato da rigidi vincoli di tutela paesaggistica e classificato come zona a elevato rischio incendi. La decisione presa da Roma scavalca il muro eretto dalle amministrazioni locali. A opporsi all&#8217;intervento urbanistico erano stati infatti tutti gli enti territoriali preposti al controllo e alla difesa del paesaggio: il municipio di Loiri Porto San Paolo, gli uffici tecnici regionali e la Soprintendenza, l&#8217;organo periferico del ministero della Cultura incaricato di proteggere i beni storici e ambientali. L&#8217;unico semaforo verde all&#8217;operazione è arrivato dalla Struttura di missione della ZES Unica, l&#8217;ufficio governativo creato per gestire la Zona Economica Speciale, uno strumento statale che garantisce procedure burocratiche accelerate e agevolazioni fiscali per favorire gli investimenti privati nelle regioni del Mezzogiorno. Una dinamica decisionale duramente contestata dal titolare regionale all&#8217;Urbanistica: “Su Cala Finanza &#8211; dichiara l’assessore degli Enti locali e Urbanistica, Francesco Spanedda &#8211; tutti gli enti chiamati a tutelare il territorio si sono espressi in modo contrario: il Comune, la Regione e la stessa Soprintendenza. L’unico parere favorevole è stato quello della Struttura di missione della ZES Unica. Il Governo ha scelto di ignorare queste valutazioni e di confermare un intervento previsto in un’area di straordinario pregio ambientale e paesaggistico”. Per bloccare i cantieri, l&#8217;amministrazione isolana ha varato il contrattacco giudiziario, annunciando il deposito di un ricorso immediato al Tar, il Tribunale Amministrativo Regionale, ovvero l&#8217;organo della giustizia amministrativa competente a valutare e annullare gli atti illegittimi emessi dagli enti pubblici. Secondo la linea dettata dalla giunta, l&#8217;applicazione delle procedure accelerate non può giustificare l&#8217;azzeramento dei limiti imposti a livello locale per la protezione della costa. “La semplificazione amministrativa non può diventare un grimaldello per aggirare la pianificazione territoriale, le norme paesaggistiche e l’autonomia della Sardegna. Lo sviluppo non si costruisce sacrificando aree di inedificabilità assoluta né svuotando di significato il lavoro delle istituzioni chiamate a difendere il territorio”, prosegue l&#8217;assessore, che traccia il perimetro della battaglia legale ormai imminente: “Difenderemo prontamente le nostre ragioni in tutte le sedi. Cala Finanza non è soltanto una vicenda urbanistica: è una questione che riguarda il rispetto delle regole, delle competenze della Regione e del diritto delle comunità a decidere il futuro del proprio territorio”.&#8221;</p>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 20:30:44 +0000</pubDate>
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<h3 id="premessa-tra-speculazione-immobiliare-ed-equilibri-di-forza-nel-mediterraneo">Premessa. Tra speculazione immobiliare ed equilibri di forza nel Mediterraneo</h3>



<p class="has-medium-font-size">La baia di Valona non è semplicemente una perla turistica, ma uno dei passaggi marittimi più sensibili dell&#8217;Adriatico e del Canale d&#8217;Otranto. <strong>Sazan</strong> [1], l&#8217;isola fortezza su cui Jared Kushner intende edificare il suo resort di lusso, chiude a nord la baia di Valona. Esattamente sul lato opposto, nella parte meridionale della medesima insenatura, sorge <strong>la base navale di Pasha Limani</strong> [1], storica roccaforte prima sovietica e <strong>oggi perno della proiezione militare della Turchia nei Balcani</strong>, rimodernata e utilizzata da Ankara in virtù di storici accordi bilaterali con il governo albanese.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1007" height="1024" data-id="18815"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-1007x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18815" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-1007x1024.jpeg 1007w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-295x300.jpeg 295w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-768x781.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-1510x1536.jpeg 1510w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-640x651.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090.jpeg 1640w" sizes="(max-width: 1007px) 100vw, 1007px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1006" height="1024" data-id="18816"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-1006x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18816" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-1006x1024.jpeg 1006w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-295x300.jpeg 295w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-768x782.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-1508x1536.jpeg 1508w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-640x652.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091.jpeg 1571w" sizes="(max-width: 1006px) 100vw, 1006px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>
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<h2 id="la-faglia-geopolitica-nella-baia-di-valona">La faglia geopolitica nella baia di Valona</h2>



<p class="has-medium-font-size">La privatizzazione di Sazan e delle coste di Zvërnec di cui si parlerà più avanti risponde a una logica che va oltre il comparto della protezione ambientale e turistico-alberghiero. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;asse composto da Grecia, Cipro e Israele ha strutturato negli ultimi anni un&#8217;intensa cooperazione militare ed energetica proprio in funzione di contenimento delle ambizioni turche nel Mediterraneo orientale, note come dottrina della &#8220;Patria Blu&#8221;</mark></strong> (<em>Mavi Vatan</em>) [2]. <strong>L&#8217;inserimento del fondo privato di Kushner, la <em>Affinity Partners</em>, nel cuore di un&#8217;area a forte influenza turca introduce un elemento di rottura geopolitica radicale</strong>. Sebbene Kushner agisca come investitore privato, i suoi viscerali legami con l&#8217;establishment israeliano, di cui è stato il <strong>principale architetto diplomatico tramite gli Accordi di Abramo</strong>, e il fatto che <strong>il suo fondo sia massicciamente capitalizzato dai veicoli finanziari sovrani dei paesi del Golfo, come l&#8217;Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti</strong> [*], <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">configurano l&#8217;operazione come l&#8217;estensione fisica di quell&#8217;asse mediorientale sul suolo adriatico</mark></strong>. <strong>Per la Grecia e per gli alleati regionali, vedere un asset strategico adiacente a Pasha Limani passare sotto il controllo di una piattaforma finanziaria saldamente ancorata a Washington e Tel Aviv rappresenta un formidabile fattore di bilanciamento geopolitico contro la penetrazione di Ankara nei Balcani</strong>.</p>



<h3 id="la-natura-della-protesta-interna-albanese">La natura della protesta interna albanese</h3>



<p class="has-medium-font-size">Le migliaia di cittadini albanesi, che in questi giorni stanno riempiendo le strade di Tirana <strong>scontrandosi con la sicurezza privata a Zvërnec</strong>, oltre ad essere radicati nella difesa del territorio, nell&#8217;istanza ecologista e nell&#8217;opposizione alla corruzione interna, come vedremo diffusamente più avanti, manifesta in chiave anti-israeliana, e sembra consapevole delle dinamiche della competizione marittima tra Ankara e l&#8217;asse contrapposto.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="665" height="1024" data-id="18812"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-665x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18812" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-665x1024.jpeg 665w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-195x300.jpeg 195w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-768x1183.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-640x986.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086.jpeg 837w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="745" height="1024" data-id="18811"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-745x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18811" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-745x1024.jpeg 745w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-218x300.jpeg 218w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-768x1056.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-640x880.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087.jpeg 842w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>
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<p class="has-medium-font-size">Così, accanto ai cartelli esibiti dai dimostranti, che recitano slogan come &#8220;L&#8217;Albania non è in vendita&#8221; o &#8220;Ivanka, torna a casa&#8221;, uniti all&#8217;uso simbolico di fenicotteri gonfiabili, dove il bersaglio della contestazione è il Primo Ministro Edi Rama, accusato di svendere il patrimonio naturale della nazione e di aver modificato ad hoc le leggi sulle aree protette per compiacere i grandi capitali d&#8217;oltreoceano con cui la popolazione locale percepisce l&#8217;operazione come un abuso coloniale e una spoliazione dei propri beni comuni a favore della famiglia del Presidente Donald Trump, ce ne sono altri che provano che <strong>la piazza albanese protesta anche contro Israele</strong>, identificando Benjamin Netanyahu come la vera forza politica ed economica dietro il progetto di Kushner. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La narrazione dei manifestanti non è solo ecologista ma sovranista e anti-israeliana</mark></strong>. Essi vedono l&#8217;investimento non come un&#8217;opportunità di sviluppo, ma come un atto di <strong>saccheggio</strong> e di <strong>controllo geopolitico</strong>. Netanyahu e Kushner non sono percepiti come semplici investitori. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il primo è descritto come il burattinaio che, attraverso il Primo Ministro locale asservito, sta confiscando e smembrando il territorio albanese per inserirlo nell&#8217;asse strategico israelo-americano del Mediterraneo</mark></strong>. Gli albanesi o almeno una parte di loro sembrano consapevoli dei  risvolti militari e dei sotterranei posizionamenti strategici dietro la mappa di Valona.</p>



<h2 id="l-albania-non-e-in-vendita-il-capitalismo-d-estrazione-dei-miliardari-e-la-fine-della-sovranita-locale">L’Albania non è in vendita: il &#8220;Capitalismo d&#8217;Estrazione&#8221; dei miliardari e la fine della sovranità locale?</h2>



<p class="has-medium-font-size">Una formula classica del diritto internazionale afferma che un soggetto può essere considerato uno Stato se ha un territorio definito, una popolazione stabile e un governo espresso dal popolo sovrano che esercita il controllo su quel territorio. È questa la base della definizione moderna di Stato. Nel caso albanese siamo in presenza di un governo che cede il territorio ad entità private straniere che mentre intendono speculare su di esso si riposizionano geostrategicamente nell’area. </p>



<p class="has-medium-font-size"><br>Per comprendere lo scandalo che si sta consumando in questi giorni sulle sponde dell&#8217;Adriatico, bisogna immaginare uno degli ultimi paradisi naturali rimasti intatti in Europa. <strong>La laguna di Narta</strong>, situata a nord di Valona, e la vicina <strong>area di Pishë Poro</strong> sono distese di sabbia selvaggia, zone umide popolate da stormi di fenicotteri e lambite dal <strong>delta del Vjosa</strong>, l&#8217;ultimo grande fiume incontaminato del continente. Per generazioni, le comunità locali hanno vissuto in simbiosi con questo ecosistema, un luogo dove i pescatori traggono il proprio sostentamento e la biodiversità globale trova un rifugio insostituibile. Ma quasi dall&#8217;oggi al domani, questo silenzio millenario è stato interrotto dal rombo dei bulldozer, dalla posa di recinzioni di filo spinato e dalla comparsa di guardie private armate.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png" alt="" class="wp-image-18834" width="392" height="261" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png 599w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/image-2-300x200.png 300w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></figure></div>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;origine di questa improvvisa trasformazione risiede in un accordo multimiliardario che intreccia i destini di questa costa a quelli dei vertici del potere finanziario e geopolitico globale. Al centro della vicenda ci sono investitori americani d&#8217;altissimo profilo legati direttamente alla famiglia dell&#8217;attuale presidente statunitense <strong>Donald Trump</strong>. Suo genero, <strong>Jared Kushner</strong>, attraverso la sua società di private equity <strong>Affinity Partners</strong>, ha messo gli occhi sulle gemme naturalistiche dell&#8217;Albania per convertirle in <strong>resort di ultra-lusso accessibili solo a un&#8217;élite globale</strong>.<mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> <strong>I progetti sul tavolo sono mastodontici e prevedono un investimento da 1,4 miliardi di dollari per trasformare l&#8217;isola incontaminata di Sazan, situata all&#8217;interno di un parco marino protetto, in un complesso a cinque stelle</strong></mark> gestito dal prestigioso marchio <strong>Aman Resorts</strong> tramite la sussidiaria <strong>Atlantic Incubation Partners LLC</strong>. Poco più a sud, a <strong>Zvërnec</strong>, il piano si fa ancora più colossale, con un <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mega-resort da ben 4 miliardi di euro destinato a coprire circa 618 acri all&#8217;interno dell&#8217;ecosistema protetto della laguna</mark></strong>, modificando per sempre un paesaggio costiero collegato alla terraferma solo da un fragile ponticello di legno lungo 270 metri. </p>



<h3 id="la-sartoria-legislativa-e-l-opacita-del-potere">La sartoria legislativa e l&#8217;opacità del potere</h3>



<p class="has-medium-font-size">Lo scandalo politico e giuridico che sta sollevando l&#8217;indignazione della società civile risiede, tra l’altro, nel modo in cui la strada a questi imperi di cemento è stata spianata. <strong>Per consentire operazioni immobiliari di tale portata in zone teoricamente inviolabili, nel 2024 il governo albanese ha modificato radicalmente le leggi nazionali sullo status delle aree protette, alleggerendone i vincoli ambientali</strong>. Jared Kushner aveva presentato i piani del progetto nell’agosto del 2024, e all’inizio del 2026 aveva visitato la zona insieme alla moglie Ivanka Trump. Su queste repentine manovre legislative e sulla dubbia transizione delle proprietà dei terreni ha ora aperto un&#8217;indagine la <strong>SPAK</strong>, la Procura speciale anticorruzione albanese, che opera in modo indipendente e sta cercando di fare luce su quello che molti definiscono un vero e proprio &#8220;legalismo di facciata&#8221;, ovvero la riscrittura delle regole dello Stato per favorire gli interessi di pochi miliardari stranieri. Si ricordi che nel 2025, la società di Kushner (Affinity Partners) aveva avviato un progetto simile su larga scala in Serbia, poi naufragato e abbandonato proprio a causa delle dure contestazioni e delle indagini degli organismi anticorruzione locali.<br>A esasperare gli animi vi è una totale e sistematica assenza di trasparenza. <strong>Le istituzioni statali hanno concesso permessi nell&#8217;opacità più assoluta, tanto che la comunità locale ha scoperto l&#8217;esistenza dei cantieri solo a cose fatte</strong>. Soltanto l&#8217;ostinazione degli attivisti ha permesso di scoprire che dietro i lavori a Pishë Poro-Narta si cela la <strong>&#8220;Zvërnec South Adriatic Development&#8221;</strong>, una misteriosa società autorizzata con un permesso blindato del <strong>Consiglio Territoriale Nazionale del 29 aprile 2026</strong>, che non è mai stato reso pubblico. Dietro questa sigla si nascondono un cittadino olandese e una bulgara, fino ad allora del tutto sconosciuti all&#8217;opinione pubblica albanese. <strong>Il Primo Ministro, Edi Rama, difende strenuamente le trattative in corso con il gruppo di Kushner, minimizzando l&#8217;impatto ambientale e sostenendo che lo studio definitivo non è ancora completato, ma i fatti sul terreno lo smentiscono, mostrando una realtà in cui i bulldozer avanzano spediti prima ancora che qualsiasi valutazione scientifica sia stata conclusa</strong>.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questo schema di espropriazione violenta e silenziosa</mark></strong> non si limita alla costa di Valona, ma <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">si configura come un assalto coordinato all&#8217;intero territorio nazionale</mark></strong>. Nel nord del Paese, <strong>tra le vette delle Alpi Albanesi a Theth</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">gli abitanti locali sono scesi in piazza per opporsi alla demolizione coatta delle proprie case, venendo caricati con violenza dalla polizia</mark></strong>. Il filo conduttore è drammaticamente identico, sia che si tratti delle <strong>vette alpine</strong> che delle <strong>spiagge adriatiche</strong>: le decisioni vengono prese nelle stanze del potere di Tirana, i territori vengono svenduti a investitori stranieri in cerca di profitti immediati e le comunità locali vengono private della propria sovranità.</p>



<h3 id="il-cuore-della-resistenza-la-voce-di-brunela">Il cuore della resistenza: la voce di Brunela</h3>



<p class="has-medium-font-size">La risposta della società civile si è immediatamente trasformata in una resistenza organizzata e diffusa. All&#8217;inizio dell&#8217;anno una coalizione di oltre <strong>quaranta organizzazioni nazionali e internazionali</strong>, guidata da <strong>REC Albania</strong>, ha inviato una lettera aperta al governo chiedendo lo stop immediato ai progetti, denunciando come il turismo di massa promosso da Kushner minacci l&#8217;habitat critico della foca monaca del Mediterraneo, una specie a grave rischio di estinzione. Gli scienziati di <strong>BirdLife International</strong> e dell&#8217;associazione albanese <strong>PPNEA</strong> continuano ad ammonire che si sta distruggendo una delle ultime coste selvagge rimaste nel Mediterraneo, un patrimonio ecologico globale immolato sull&#8217;altare del turismo d&#8217;élite.<br>Le testimonianze umane che emergono dalle proteste sono strazianti e cariche di dignità, e hanno trovato il loro simbolo in un video che sta circolando viralmente in rete. Una giovane donna di nome Brunela, nata e cresciuta in quei luoghi, ha pronunciato un discorso pubblico di fronte ai bulldozer che esprime il dolore profondo di un&#8217;intera comunità. Guardando dritto verso gli scavi, ha pronunciato parole che sono diventate il manifesto emotivo della rivolta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>&#8220;Lì ho imparato a nuotare, a riconoscere i pesci sott&#8217;acqua, a raccogliere cozze in acque profonde. Per me è uno di quei posti che si sentono come casa, e ogni pezzo di cemento che vi viene versato mi spezza il cuore.&#8221;</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Nel suo intervento, Brunela ha denunciato lo scandalo di vedere tre spiagge recintate da un giorno all&#8217;altro, senza alcun preavviso o cartello informativo per la cittadinanza. La forza della sua dichiarazione pubblica risiede nell&#8217;aver ricordato che<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> dietro quei fili spinati non c&#8217;è solo un danno ecologico, ma la perdita immediata del lavoro per i pescatori locali e per gli allevatori della zona, privati dei loro spazi di vita e della loro sicurezza finanziaria</mark></strong>. A peggiorare il clima sono state alcune dichiarazioni di Ivanka Trump, la quale ha descritto l’isola di Sazan come un&#8217;isola privata che loro avrebbero &#8220;scoperto&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel video documento che segue, l&#8217;ecologista Joni Vorpsi, esponente dell&#8217;organizzazione PPNEA BirdLife Albania, esprime profonda preoccupazione evidenziando come l&#8217;entità dell&#8217;opera che <strong>prevede la costruzione di oltre 10.000 stanze, configuri di fatto la nascita di una vera e propria nuova città in un corridoio di fauna selvatica, decretando la totale distruzione dell&#8217;area protetta della foce del Vjosa</strong>. <br>Il Primo Ministro albanese, Edi Rama, difende fermamente l&#8217;investimento, dichiarando che non vi è alcuna possibilità che il progetto venga bloccato finché lui sarà alla guida del governo, pur dicendosi aperto al confronto con chi solleva obiezioni. Parallelamente, <strong>Asher Abisera</strong>, <strong>presidente di Sazan Real Estate Development LLC</strong>, ha cercato di rassicurare l&#8217;opinione pubblica sostenendo l&#8217;impegno degli sviluppatori verso una gestione responsabile, il potenziamento ambientale e la creazione di posti di lavoro a lungo termine per le comunità locali. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questo progetto si inserisce in una più ampia strategia d&#8217;investimento internazionale condotta da Kushner nella regione balcanica</mark></strong>; un piano analogo, proposto <strong>a Belgrado, in Serbia,</strong> era stato infatti abbandonato l&#8217;anno precedente proprio a causa delle forti proteste popolari.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe class='youtube-player' width='1170' height='659' src='https://www.youtube.com/embed/0YsZmAyFHoI?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;autohide=2&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' allowfullscreen='true' style='border:0;'></iframe>
</div><figcaption>&nbsp;“This Will Completely Destroy Us&#8221; Thousands Protest Jared Kushner&#8217;s $1.6B Resort in Albania, pubblicato dal canale DRM News<br></figcaption></figure>



<h3 id="le-prove-video-e-l-escalation-della-violenza">Le prove video e l&#8217;escalation della violenza</h3>



<p class="has-medium-font-size">La tensione, accumulata in mesi di silenzi istituzionali, è inevitabilmente sfociata in scontro fisico e la verità di quanto sta accadendo è emersa con brutalità grazie ai documenti video rintracciabili in rete. I filmati diffusi nei reportage internazionali dell&#8217;agenzia <em>Associated Press</em> e da media indipendenti come <em>SpirintePress</em>, mostrano la crudezza degli scontri avvenuti il 30 maggio nei pressi del cantiere di Portonovo. Nelle immagini si vedono attivisti e residenti che tentano pacificamente di contestare l&#8217;avanzamento dei lavori e vengono respinti con violenza inaudita dai cordoni della sicurezza privata della società costruttrice.<br>Le sequenze video documentano momenti scioccanti: guardie giurate che trascinano di peso un manifestante lungo un dirupo sabbioso, spintoni, l&#8217;uso massiccio di spray al peperoncino a distanza ravvicinata e persino il lancio di sassi e oggetti contundenti da parte del personale di vigilanza contro gli ambientalisti inermi. La reazione iniziale delle autorità ha rincarato la dose dello scandalo, traducendosi nell&#8217;apertura di procedimenti penali contro quindici manifestanti. Tuttavia, la pressione mediatica esercitata dalla diffusione di questi video ha consigliato le istituzioni a fare un parziale passo indietro, portando alla revoca delle licenze per due delle società di sicurezza privata coinvolte e alla sospensione di alcuni agenti di polizia accusati di non essere intervenuti a fermare le aggressioni.</p>



<h3 id="la-marea-umana-a-tirana">La marea umana a Tirana</h3>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ondata di sdegno ha raggiunto il suo culmine spostando il cuore della protesta direttamente nella capitale. Una marea umana ha invaso Piazza Scanderbeg a Tirana, sfilando in un corteo compatto davanti al Ministero dell&#8217;Ambiente e all&#8217;ufficio del Primo Ministro Edi Rama. I manifestanti hanno scelto come simbolo visivo della loro battaglia dei grandi fenicotteri gonfiabili, un richiamo alla fauna della laguna di Narta che rischia l&#8217;estinzione, esponendo cartelli con lo slogan <em>&#8220;Da Rrjolli al Pishë-Poro — Basta!&#8221;</em>, un grido che unisce il nord e il sud del paese accomunati dalla stessa paura di perdere la propria terra, consegnata in silenzio a interessi stranieri. Sulle strade della capitale risuonavano i cori <em>&#8220;L&#8217;Albania appartiene agli albanesi&#8221;</em> e <em>&#8220;Non vogliamo un&#8217;Albania come Dubai&#8221;</em>.<br>Di fronte a questa imponente mobilitazione, il premier Rama ha tentato una mossa di pacificazione dell&#8217;ultimo minuto, offrendo un incontro a una delegazione di venti attivisti. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il movimento civile ha però risposto con un netto e categorico rifiuto. I manifestanti pretendono il blocco immediato di tutti i macchinari pesanti e l&#8217;annullamento dei contratti opachi, rifiutando di farsi complici di una trattativa al ribasso e pretendendo il ripristino della legalità</mark></strong>.</p>



<h3 id="una-prospettiva-geopolitica-globale">Una prospettiva geopolitica globale</h3>



<p class="has-medium-font-size">Oltre a quanto riportato in premessa questa vicenda assume rilevanza anche in considerazione del fatto che l&#8217;Albania è un Paese ufficialmente candidato all&#8217;ingresso nell&#8217;Unione Europea. Il percorso di adesione imporrebbe il rispetto rigoroso degli standard comunitari in materia di democrazia ambientale, trasparenza e conservazione della biodiversità, come la rete Natura 2000 e la Convenzione di Aarhus. <strong>Calpestare queste tutele per compiacere l&#8217;oligarchia finanziaria americana non dovrebbe essere compatibile con il percorso europeo di Tirana</strong> svelando la debolezza di un sistema politico disposto a sacrificare i propri beni comuni <strong>per ottenere un ritorno d&#8217;immagine o una forma di protezione politica internazionale, legandosi a filo doppio con i futuri assetti geopolitici di Washington</strong>.<br>Oltretutto, ciò che sta accadendo in Albania è il riflesso speculare di un dramma globale, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">un esempio da manuale di capitalismo d&#8217;estrazione in cui pochi multimiliardari, forti dei loro capitali transnazionali, riescono a spadroneggiare su intere nazioni vulnerabili</mark></strong>. La resistenza civile ha però superato il punto di non ritorno: la cittadinanza ha compreso che non si tratta solo di difendere i nidi delle tartarughe marine o i fenicotteri della Vjosa-Narta, ma di difendere il principio stesso di democrazia e sovranità territoriale. Se pochi grandi investitori possono ridisegnare i confini geografici e legali di una nazione a colpi di miliardi e spray al peperoncino, allora la terra non appartiene più a chi la abita e la custodisce, ma al miglior offerente. </p>



<p class="has-medium-font-size">Siamo di fronte ad una radicale transizione verso la <strong>privatizzazione della diplomazia</strong> e <strong>la corporatizzazione dei beni pubblici globali</strong>. Esistono tre grandi direttrici analitiche che collegano direttamente questi due scenari apparentemente distanti.</p>



<h3 id="l-asse-transazionale-e-la-sovrapposizione-degli-attori">L&#8217;asse transazionale e la sovrapposizione degli attori</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il primo elemento di convergenza è puramente strutturale e riguarda la sovrapposizione delle figure chiave. Jared Kushner siede contemporaneamente nel comitato esecutivo del <strong>Board of Peace</strong> (l&#8217;organismo internazionale fortemente voluto dal Presidente Donald Trump per gestire la ricostruzione post-conflitto) e alla guida di <strong>Affinity Partners</strong>, il fondo privato che sta promuovendo il resort da 1,4 miliardi di euro sulle coste adriatiche. L&#8217;anello di congiunzione geopolitico è rappresentato dal Primo Ministro albanese Edi Rama. <strong>Quest’ultimo, da un lato ha difeso a oltranza l&#8217;investimento di Kushner a Vjosa-Narta contro il dissenso interno, e dall&#8217;altro ha firmato l&#8217;adesione dell&#8217;Albania come membro fondatore del Board of Peace</strong>, impegnando persino truppe albanesi nella forza di stabilizzazione internazionale per Gaza. Ci troviamo di fronte a un perfetto esempio di diplomazia transazionale personalizzata, in cui <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">l&#8217;allineamento geopolitico di uno Stato e la concessione di asset naturali strategici si fondono in un unico circuito di relazioni familiari e d&#8217;affari, scavalcando i tradizionali canali diplomatici multilaterali</mark></strong>.</p>



<h3 id="la-logica-del-club-dei-soci-e-la-mercificazione-dei-territori">La logica del &#8220;Club dei Soci&#8221; e la mercificazione dei territori</h3>



<p class="has-medium-font-size">Un secondo parallelismo profondo risiede nella <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">trasformazione dei processi decisionali in logiche puramente societarie</mark></strong>. <strong>Lo statuto del Board of Peace introduce un modello organizzativo inedito, in cui l&#8217;accesso permanente richiede una quota d&#8217;ingresso di un miliardo di dollari e il peso politico è proporzionale al capitale iniettato</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La risoluzione dei conflitti e la ricostruzione non vengono più trattate come beni pubblici globali o diritti, ma come un portafoglio di investimenti in grado di generare contratti e ritorni economici per investitori lungimiranti</mark></strong>. Questa identica &#8220;logica da consiglio d&#8217;amministrazione&#8221; si riflette sulle coste di Zvërnec e sull&#8217;isola di Sazan. Il patrimonio ecologico e la protezione ambientale della laguna non sono visti come beni collettivi da tutelare, <strong>bensì come risorse non sfruttate da mettere a profitto</strong>. Le leggi di tutela territoriale e i vincoli internazionali vengono trattati alla stregua di <strong>ostacoli burocratici da rimuovere con decreti governativi dall&#8217;alto</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">riducendo di fatto la sovranità statale a una joint venture privata</mark></strong>.</p>



<h3 id="l-esclusione-programmatica-del-dissenso-locale">L&#8217;esclusione programmatica del dissenso locale</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il Board of Peace è strutturato in modo da accentrare il potere assoluto nelle mani della presidenza e di una cerchia ristretta di donatori, miliardari e leader nominati, <strong>escludendo dal tavolo proprio le comunità che dovranno subire i piani di ricostruzione</strong>. <strong>Questa asimmetria di potere è specularmente visibile in Albania</strong>. Il futuro del delta del Vjosa viene deciso all&#8217;interno di uffici finanziari a New York o a Tirana, mentre i residenti, gli scienziati e gli attivisti ambientali che manifestano in piazza vengono respinti da recinzioni di filo spinato e guardie giurate private. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">In entrambi i casi, l&#8217;architettura decisionale si sposta dall&#8217;arena pubblica e dalle regole collettive all&#8217;arbitrio del capitale privato</mark></strong>. La popolazione locale diventa così un dettaglio secondario di un piano economico già confezionato, confermando il trend verso un ordine mondiale in cui l&#8217;influenza politica e lo spazio geografico vengono progressivamente assegnati al miglior offerente.<br>La gestione dei territori e la finanza internazionale si rifondano in un nuovo paradigma geopolitico.</p>



<p class="has-medium-font-size">In un altro contesto mi sono ritrovato ad analizzare <strong>la transizione storica da un ordine mondiale fondato sugli Stati-nazione e sulle leggi pubbliche a un sistema dominato da piattaforme private e accordi transazionali</strong> (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">Da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private?</a>) che mi pare trovi qui, nel progetto adriatico, un’altra manifestazione altrettanto nitida e allarmante. Dall’esame delle analogie profonde tra il modello emiratino e quello albanese <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mi pare emerga come entrambi rispondano alla medesima matrice di privatizzazione della geopolitica e di scomposizione della sovranità territoriale</mark></strong>.<br>Il primo e più evidente parallelismo risiede nella <strong>simbiosi strutturale tra il potere politico apicale e i veicoli finanziari privati della cerchia familiare di Donald Trump e Jared Kushner</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;acquisto del quarantanove per cento di World Liberty Financial da parte dello sceicco Tahnoun bin Zayed per cinquecento milioni di dollari funge da collante per grandi progetti infrastrutturali come il corridoio economico IMEC</mark></strong>. <strong>In modo del tutto speculare, in Albania assistiamo alla concessione di asset territoriali di inestimabile valore strategico ed ecologico, come l&#8217;isola di Sazan e l&#8217;area protetta di Vjosa-Narta, al fondo Affinity Partners di Kushner, operante in joint venture con la Sazan Real Estate Development</strong>. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color"><strong>In entrambi gli scenari, la diplomazia internazionale cessa di essere una prerogativa diplomatica regolata da trattati multilaterali e si trasforma in un accordo societario privato</strong></mark>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Gli Stati non agiscono più come garanti del diritto pubblico, ma come facilitatori d&#8217;affari per un ristretto gruppo di investitori globali</mark></strong>.<br>Questo fenomeno si traduce in una sorte di <em>sovranità infrastrutturale</em>, un concetto che nel caso albanese assume una connotazione geografica e ambientale drammatica. <strong>Se nel contesto degli Emirati Arabi Uniti la sovranità si sposta sul controllo dei cavi in fibra ottica, dei server dell&#8217;intelligenza artificiale con la Pax Silica e della blockchain di pagamento legata alla stablecoin USD1, in Albania la medesima logica si applica alla riconfigurazione fisica del territorio</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La creazione di un&#8217;enclave turistica da oltre diecimila stanze, protetta da recinzioni di filo spinato e guardie giurate private, configura la nascita di una vera e propria piattaforma spaziale privata inserita nel cuore dell&#8217;Europa</mark></strong>. Lo Stato albanese abdica alla sua funzione primaria di tutela del patrimonio naturale e di pianificazione urbanistica, <strong>delegando la gestione di centinaia di ettari di coste a un consiglio d&#8217;amministrazione estero</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il territorio cessa di essere un bene comune regolato dalle leggi nazionali ed europee sulla biodiversità e diventa una proprietà privata sottratta alla giurisdizione collettiva</mark></strong>.<br>Un ulteriore punto di convergenza assoluta riguarda il <strong>deficit di responsabilità democratica e l&#8217;insorgere di un modello tecnocratico che può fare del tutto a meno del consenso popolare</strong>. Anche il Board of Peace per Gaza è un organismo che opera secondo logiche di profitto e stabilità tecnica, <strong>escludendo i diritti civili e le popolazioni locali</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questa esatta dinamica si sta materializzando a Tirana e lungo le coste di Zvërnec</mark></strong>. Di fronte alle proteste di migliaia di cittadini e ai rapporti scientifici degli ecologisti che denunciano la distruzione dell&#8217;ecosistema della laguna, la risposta del Primo Ministro Edi Rama, che ha dichiarato l&#8217;impossibilità di fermare l&#8217;investimento finché sarà al governo, <strong>incarna perfettamente lo spirito dello Stato minimo neoliberista</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Le decisioni pubbliche vengono sottratte al dibattito democratico e blindate all&#8217;interno di accordi transazionali insindacabili. La legge, intesa come espressione della volontà popolare e del bilanciamento degli interessi sociali, viene sostituita dall&#8217;efficienza del piano di investimenti e dall&#8217;autorità del capitale</mark></strong>.<br>Il triangolo geopolitico tra Washington, Abu Dhabi e Tirana pare chiudersi attorno a una visione comune in cui <strong>i governi nazionali vengono ridotti a meri fornitori di sicurezza, con il compito principale di proteggere le infrastrutture e gli asset dei grandi fondi globali</strong>. La scelta dell&#8217;Albania di aderire come membro fondatore al Board of Peace e di schierare le proprie forze nella missione di stabilizzazione a Gaza non è isolata dal favore concesso ai progetti costieri di Affinity Partners. <strong>Si tratta del medesimo circuito di scambi in cui la concessione di hardware tecnologico avanzato o di licenze territoriali esclusive serve a cementare un ordine globale parallelo, immune alle sanzioni e impermeabile ai mutamenti politici interni</strong>. Attraverso questa saldatura, il caso albanese cessa di essere una isolata speculazione immobiliare per rivelarsi come un tassello fondamentale di quel <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mondo di piattaforme private dove il codice, il contratto e il recinto privato comandano stabilmente sopra i confini e le leggi delle nazioni</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ripensando al mio articolo sull’<em>imbroglio energetico</em> (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/">L’Imbroglio Energetico: la stretta relazione tra emergenza energetica e speculazione privata</a>) alla luce della faglia geopolitica che contrappone l’asse israelo-americano-emiratino alla Turchia nel Mediterraneo, mi pare che emerga una saldatura strategica con quanto fin qui descritto che vorrei provare a far emergere. Il caso italiano lungi dall’essere interpretabile come una vicenda di ordinaria speculazione domestica o di pura transizione ecologica fallimentare, sembra rivelarsi piuttosto come il terminale logistico e strutturale della medesima partita che si gioca a Valona, a Gaza e ad Abu Dhabi. C&#8217;è un filo rosso che unisce la spoliazione dei territori italiani attraverso gli espropri per impianti FER, l&#8217;imposizione delle infrastrutture fossili, con la militarizzazione strisciante e la privatizzazione della baia di Valona.</p>



<p class="has-medium-font-size">La sottrazione forzata delle terre ai coltivatori diretti italiani e alle aziende agricole locali per l&#8217;installazione di mega-impianti di energia rinnovabile non è una semplice stortura burocratica, ma rappresenta la manifestazione più intima, materiale e violenta del cambio di paradigma globale che stiamo indagando. Quando si uniscono i fili che collegano le piazze albanesi in rivolta, i progetti speculativi a Gaza del <em>Board of Peace</em> e la sovranità tecnologica degli Emirati, l&#8217;aggressione ai campi coltivati italiani rivela la sua vera natura: <strong>la scomposizione fisica della sovranità alimentare e territoriale a beneficio delle piattaforme private</strong>.<br>Il nesso operativo tra il dramma degli agricoltori italiani e i casi internazionali risiede <strong>nell&#8217;uso perverso della legislazione d&#8217;urgenza</strong>. Nel contesto italiano, la <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">&#8220;crisi climatica&#8221; e l&#8217;“emergenza energetica” vengono brandite dalle istituzioni come scudi giuridici per concedere a società private multinazionali e fondi di investimento poteri d&#8217;esproprio quasi illimitati.</mark></strong> Attraverso la dichiarazione di pubblica utilità e corsie autorizzative straordinarie, i terreni fertili che per generazioni hanno garantito l&#8217;economia reale e la sussistenza delle comunità locali vengono sottratti ai loro legittimi custodi. Questi spazi, strappati alla produzione di cibo, vengono istantaneamente ricoperti da distese di specchi fotovoltaici o pale eoliche industriali, del tutto slegati dai bisogni energetici del territorio circostante. <strong>Si tratta dello stesso identico dispositivo coloniale applicato dal governo di Tirana a sud di Valona: lì l&#8217;emergenza del necessario &#8220;sviluppo economico&#8221; legittima la riscrittura delle leggi sulle aree protette per consegnare le spiagge di Zvërnec e l&#8217;isola di Sazan alla Affinity Partners di Jared Kushner; in Italia, la medesima urgenza emergenziale legalizza la spoliazione delle campagne. Il recinto privato, protetto dai gendarmi statali o dalle guardie giurate, diventa il nuovo confine della terra</strong>.<br>Questa sistematica spoliazione agraria acquisisce un significato ancora più profondo se inserita nella mappa dello scontro marittimo e strategico nel Mediterraneo. Mentre si muove la faglia geopolitica che contrappone l&#8217;asse israelo-americano all&#8217;espansionismo navale turco della &#8220;Patria Blu&#8221; nei pressi di Pasha Limani, sul terreno si consuma una colonizzazione silenziosa dei vettori interni. Per blindare i corridoi logistici del gas, del GNL e delle nuove matrici elettriche centralizzate, <strong>l&#8217;ordine tecnocratico ha bisogno di azzerare qualsiasi forma di autosufficienza e resistenza locale</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il modello del <em>Board of Peace</em> applicato a Gaza sfrutta l&#8217;emergenza umanitaria della ricostruzione per fare tabula rasa del territorio, cancellare i diritti nativi e ridefinire la Striscia come una piattaforma commerciale e immobiliare d&#8217;avanguardia</mark></strong>. <strong>Allo stesso modo, la trasformazione delle campagne italiane in hub di speculazione rinnovabile mira a spezzare il legame simbiotico tra le comunità e la loro terra, sostituendo la piccola proprietà e l&#8217;agricoltura di territorio con una griglia estrattiva governata da consigli d&#8217;amministrazione transazionali</strong>.<br>In quest&#8217;ottica, la convergenza con il modello emiratino delle piattaforme private si fa totale. <strong>Se gli Emirati Arabi Uniti esercitano la propria sovranità infrastrutturale controllando i flussi immateriali dei dati, dei server e delle stablecoin, i colossi delle rinnovabili in Italia esercitano un controllo feudale sulla materia fisica del suolo</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Lo Stato-nazione abdica definitivamente alla sua funzione originaria di tutela della sicurezza alimentare e dell&#8217;integrità paesaggistica dei propri cittadini, riducendosi a mero esecutore e protettore degli interessi finanziari privati</mark></strong>. L&#8217;agricoltore espropriato in Puglia o in Sardegna, il pescatore albanese allontanato dalle dune recintate di Valona e il profugo palestinese escluso dai piani miliardari di ricostruzione condividono la medesima condizione esistenziale: <strong>sono i soggetti sacrificabili sull&#8217;altare dell&#8217;efficienza dei flussi di capitale</strong>. L&#8217;imbroglio energetico si svela così in tutta la sua interezza, dimostrando che l&#8217;imposizione delle tecnologie verdi serve innanzitutto come grimaldello normativo per compiere l&#8217;atto più antico della storia del potere: <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">recintare i beni comuni, espellere le popolazioni locali e trasformare la terra dei popoli nella piattaforma privata dei signori del mercato</mark></strong>.</p>



<h3 id="considerazioni-a-margine">Considerazioni a margine</h3>



<p>Il lavoro di contro-narrazione qui delineato mira a permettere di svelare <strong>la metamorfosi profonda della forma Stato, che cessa di essere il rappresentante dell&#8217;interesse pubblico per ridursi all&#8217;agenzia di sicurezza e facilitazione delle piattaforme stesse</strong>. Quando nelle comunità locali si diffonderà la consapevolezza che i decreti d&#8217;urgenza, i poteri commissariali e le leggi di esproprio facilitato non sono eccezioni temporanee dovute al momento di crisi, <strong>bensì la nuova modalità ordinaria con cui le istituzioni pubbliche gestiscono il territorio per conto terzi</strong>, la protesta potrà mutare radicalmente natura. Non si chiederà più alla politica una correzione di rotta o una trattativa al ribasso sulle compensazioni economiche; <strong>si contesterà frontalmente la legittimità di un sistema che ha sostituito il diritto e la sovranità con l&#8217;arbitrio del contratto privato</strong>. La vera consapevolezza trasformativa nasce quando l&#8217;agricoltore italiano espropriato riconosce nel manifestante di Valona che difende la laguna dal filo spinato, o nelle popolazioni escluse dai grandi tavoli diplomatici mediorientali, lo stesso identico destino all&#8217;interno di un unico, immenso perimetro di colonizzazione tecnocratica.</p>



<p>Per spezzare il meccanismo in atto, il primo passo politico e intellettuale da compiere può essere individuato nella<strong> disattivazione del ricatto morale dell&#8217;emergenza permanente</strong>. L&#8217;emergenza, sia essa energetica, climatica, umanitaria o geopolitica, <strong>agisce come un potentissimo anestetico sociale</strong>. Essa impone una dicotomia falsa e brutale: accettare il sacrificio immediato del territorio e dei beni comuni o rendersi complici di una catastrofe imminente, che si tratti del blackout nazionale, del collasso del pianeta, dell&#8217;instabilità militare o del collasso pandemico. Scardinare questo nodo significa mostrare l&#8217;hardware finanziario nascosto dietro il software ideologico della transizione. <strong>È necessario dimostrare, dati alla mano, che dietro la pala eolica che devasta un&#8217;azienda agricola o il mega-impianto fotovoltaico che cancella il suolo fertile non c&#8217;è una visione ecologica, ma lo stesso identico algoritmo estrattivo e transazionale che muove il fondo di Jared Kushner nei Balcani per contenere la &#8220;Patria Blu&#8221; turca, o i piani di ricostruzione a scopo di profitto del Board of Peace</strong>.</p>



<p>L’altro nodo critico urgente e strategico da scardinare per risvegliare le comunità risiede nella <strong>frammentazione della consapevolezza</strong>, ovvero nell&#8217;illusione che ogni singola battaglia territoriale sia un fatto isolato, una sfortuna geografica o una mera questione tecnica e settoriale. Finché gli agricoltori italiani vedranno l&#8217;esproprio dei loro campi coltivati come una sconsiderata gestione burocratica della transizione verde, e i cittadini albanesi percepiranno il resort di Sazan solo come un caso di corruzione del governo locale, <strong>l&#8217;imbroglio sovranazionale</strong> rimarrà protetto dalla sua stessa complessità. <strong>Il dispositivo di potere più efficace delle piattaforme private è proprio la capacità di parcellizzare il dissenso, costringendo le comunità a difendersi dentro recinti microscopici e corporativi mentre il capitale opera su scala globale</strong>.</p>



<p class="has-normal-font-size">[1] <strong>L&#8217;isola fortezza di Sazan</strong>. Situata nella parte settentrionale della baia di Valona, l&#8217;isola di Sazan chiude l&#8217;accesso a nord dell&#8217;insenatura. Il sito è storicamente qualificato come un&#8217;isola fortezza, un avamposto militare strategico che oggi si trova al centro delle contestazioni geopolitiche e ambientali poiché destinato a ospitare il resort turistico di lusso progettato dalla Affinity Partners di Jared Kushner. L’isola incontaminata di Sazan, all’interno di un parco marino, è stata ceduta a Jared Kushner per un investimento da 1,4 miliardi di dollari destinato alla realizzazione di un resort a cinque stelle. La transizione di questo spazio da presidio fortificato a enclave turistica privata costituisce uno dei nodi centrali della spoliazione territoriale e della perdita di controllo pubblico denunciata dai manifestanti albanesi.<br><strong>La base navale di Pasha Limani</strong>. Sul lato diametralmente opposto rispetto a Sazan, nell&#8217;estremità meridionale della medesima insenatura di Valona, sorge il porto militare e base navale di Pasha Limani. Questo sito rappresenta una storica roccaforte militare, originariamente sotto l&#8217;influenza sovietica e <strong>attualmente in uso alla Turchia</strong>. In virtù di storici accordi bilaterali siglati con il governo albanese, Ankara ha provveduto a rimodernare la base, utilizzandola come perno centrale della propria proiezione militare nei Balcani. <strong>La coesistenza nella stessa baia tra una base navale attiva a controllo turco e le imminenti concessioni territoriali alla piattaforma finanziaria di Kushner delinea la fitta trama di interessi geopolitici, marittimi e militari che insistono sull&#8217;area</strong>.</p>



<p class="has-normal-font-size">[2] Il termine <strong>&#8220;Mavi Vatan&#8221;</strong> si traduce letteralmente dalla lingua turca come <strong>&#8220;Patria Blu&#8221;</strong>. Si tratta di una dottrina strategica, militare e geopolitica di grande importanza, teorizzata originariamente nei primi anni Duemila da alti ufficiali della Marina turca e successivamente adottata come linea guida ufficiale della politica estera del governo di Ankara.<br>Questa dottrina definisce l&#8217;estensione dei confini marittimi, delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) e della piattaforma continentale che la Turchia rivendica come propria area di sovranità geopolitica ed economica nei tre mari che la circondano: <strong>il Mar Nero, il Mar Egeo e, soprattutto, il Mediterraneo orientale</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;assunto di fondo del Mavi Vatan è che la sicurezza, la ricchezza e l&#8217;indipendenza di una nazione non si difendano soltanto lungo le frontiere terrestri, ma richiedano il controllo assoluto e proattivo degli spazi marittimi adiacenti, considerati a tutti gli effetti un&#8217;estensione del territorio nazionale</mark></strong>.<br>La dottrina si scontra in modo frontale con l&#8217;architettura dei confini marittimi sostenuta dalla Grecia e dalla Repubblica di Cipro in conformità con il diritto internazionale. Secondo la visione della &#8220;Patria Blu&#8221;, le isole, comprese quelle greche densamente abitate e situate a ridosso delle coste anatoliche, non possiedono il diritto a una propria piattaforma continentale o a una ZEE estesa. <strong>Questa interpretazione ridurrebbe drasticamente lo spazio marittimo di Atene e Nicosia, espandendo simmetricamente la giurisdizione di Ankara su enormi porzioni di mare ricche di giacimenti di gas naturale</strong>.<br>Sul piano pratico, il Mavi Vatan ha offerto la giustificazione ideologica e strategica a una serie di mosse aggressive nello scacchiere mediterraneo. <strong>Tra queste spiccano il massiccio programma di potenziamento della flotta navale turca, l&#8217;invio di navi da guerra a scorta delle piattaforme di trivellazione nei fondali ciprioti e, non ultimo, lo storico accordo di delimitazione marittima siglato nel 2019 con il governo di Tripoli in Libia</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questo trattato ha tracciato un corridoio virtuale nel Mediterraneo volto a tagliare in due i collegamenti tra la Grecia, Cipro e il Medio Oriente, intralciando i progetti energetici europei e posizionando la Turchia in una postura di aperto contrasto rispetto all&#8217;asse concorrente formato da Atene, Nicosia, Il Cairo e Tel Aviv</mark></strong>.<br><br>[*] <strong>L&#8217;origine dei capitali:</strong> Durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, Kushner ha gestito direttamente le relazioni diplomatiche e politiche con i governi del Golfo Persico. Una volta lasciato l&#8217;incarico politico nel 2021, ha fondato la Affinity Partners ottenendo nel giro di pochi mesi un investimento di ben <strong>2 miliardi di dollari</strong> dal fondo sovrano dell&#8217;Arabia Saudita (nonostante i pareri contrari dei consulenti del fondo stesso), a cui si sono aggiunti 500 milioni dal Qatar e ingenti capitali dagli Emirati Arabi Uniti.</p>



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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 10:47:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La fine dell’ordine monetario del 1971. Dal controllo dei mari al dominio delle piattaforme private, mentre l&#8217;Eurasia riconnette i propri binari ovvero la sfida tra la realtà fisica dell’Isola Mondiale e la sovrastruttura digitale della finanza privata statunitense L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non è un semplice rimescolamento di quote produttive, ma il segnale&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Oltre l&#039;unipolarismo: il miraggio della tokenizzazione nel deserto geopolitico' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/05/04/oltre-lunipolarismo-il-miraggio-della-tokenizzazione-nel-deserto-geopolitico/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="la-fine-dell-ordine-monetario-del-1971-dal-controllo-dei-mari-al-dominio-delle-piattaforme-private-mentre-l-eurasia-riconnette-i-propri-binari-ovvero-la-sfida-tra-la-realta-fisica-dell-isola-mondiale-e-la-sovrastruttura-digitale-della-finanza-privata-statunitense">La fine dell’ordine monetario del 1971. Dal controllo dei mari al dominio delle piattaforme private, mentre l&#8217;Eurasia riconnette i propri binari ovvero la sfida tra la realtà fisica dell’Isola Mondiale e la sovrastruttura digitale della finanza privata statunitense</h2>



<p class="has-medium-font-size">L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non è un semplice rimescolamento di quote produttive, ma il segnale inequivocabile del crollo definitivo di quell’ordine mondiale nato nel 1971, quando il dollaro abbandonò la parità aurea per legarsi indissolubilmente al petrolio. Per decenni, il sistema del petrodollaro ha garantito agli Stati Uniti una domanda globale perpetua per la propria valuta, permettendo a Washington di esportare inflazione e finanziare il proprio deficit in cambio di una protezione militare che oggi appare sempre più incrinata. <br>Oggi, la decisione di Abu Dhabi di slegarsi dai vincoli dell&#8217;OPEC e dell&#8217;Arabia Saudita segna la fine dell&#8217;obbligo di detenere dollari per l&#8217;acquisto di energia, aprendo la strada a una frammentazione monetaria che vede il riemergere di nuove rotte e nuovi poteri.<br>Per comprendere questa trasformazione, è necessario guardare alla mappa fisica del pianeta e al<strong> passaggio da una dottrina di dominio marittimo, la &#8220;talassocrazia&#8221; teorizzata da Alfred Mahan, a una dottrina di dominio continentale, centrata sull’Isola Mondiale di Halford Mackinder</strong> (vedi nota 2). La talassocrazia americana, basata sul controllo degli stretti e delle rotte oceaniche tramite le portaerei, sta cedendo il passo a <strong>un’integrazione eurasica che vede la Russia, la Cina e l&#8217;Iran compattarsi in un blocco geografico autosufficiente</strong>. È la rinascita dell’Isola Mondiale: un immenso spazio terrestre che sta costruendo infrastrutture come il Corridoio Nord-Sud (INSTC) e la Via della Seta, capaci di rendere irrilevanti i blocchi navali occidentali. In questo scenario, <strong>gli stretti di Suez, Hormuz e Malacca non sono più solo punti di passaggio, ma veri e propri &#8220;choke points&#8221; dove l&#8217;Occidente sta perdendo la capacità di proiezione della forza</strong>.<br>Tuttavia, mentre il mondo fisico torna a essere dominato dalla geografia continentale, stiamo assistendo a un <strong>tentativo disperato di &#8220;smaterializzazione&#8221; del potere da parte dell&#8217;Occidente</strong>. Come ho analizzato nel mio percorso sulla tecnocrazia commerciale digitalizzata (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">Da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private?</a>) , la risposta americana alla perdita della propria base industriale &#8211; ormai priva di infrastrutture moderne e di una classe operaia capace di sostenere una produzione bellica &#8211; è la fuga verso le piattaforme private. Non potendo più imporre il suo potere talassocratico, l&#8217;oligarchia finanziaria cerca di imporre la legge del codice informatico, attraverso la tokenizzazione degli asset e l&#8217;uso di stablecoin private come USD1. <strong>L&#8217;idea è quella di trasformare il petrolio e le altre materie prime in &#8220;token&#8221; digitali scambiabili su piattaforme sottratte al controllo degli stati, cercando di blindare la circolazione del dollaro in una bolla tecnologica privata che prescinda dal controllo fisico del territorio</strong> (Vedi nota 1).</p>



<p class="has-medium-font-size">Questo scontro tra la realtà geografica dell&#8217;Isola Mondiale e il miraggio digitale delle piattaforme private trova il suo sismografo più sensibile negli Emirati Arabi Uniti (vedi nota 3). <strong>La dirigenza di Abu Dhabi, guidata da Mohammed bin Zayed, ha tentato per anni di smarcarsi dal ruolo di semplice stato rentier del petrolio, puntando tutto sul &#8220;modello Dubai&#8221;: finanza, logistica portuale e turismo di lusso</strong>. Questo modello, tuttavia, è entrato in una crisi profonda. La guerra contro l&#8217;Iran e il blocco delle rotte marittime hanno provocato <strong>un&#8217;emorragia di capitali verso piazze più sicure come Hong Kong e Singapore</strong>. Per sopravvivere, <strong>Abu Dhabi si è spinta verso un&#8217;alleanza sempre più stretta con Israele e l&#8217;India, sperando che la protezione tecnologica e militare di Tel Aviv e Washington potesse compensare la propria vulnerabilità geografica</strong>.<br>Ma la complessità della federazione emiratina introduce una variabile che rischia di far crollare l&#8217;intero progetto. Gli Emirati Arabi Uniti non sono un blocco monolitico. Mentre Abu Dhabi persegue l&#8217;agenda dei petrodollari digitali e della normalizzazione con Israele, <strong>l&#8217;emirato di Sharjah</strong> mantiene una linea molto più conservatrice e solidale con la causa palestinese. Questa non è solo una divergenza morale: è un pericolo strategico vitale. Sharjah controlla infatti il territorio attraverso cui transita <strong>l&#8217;oleodotto Habshan-Fujairah</strong>, l&#8217;unica infrastruttura che permette alla federazione di esportare greggio verso l&#8217;Oceano Indiano evitando il rischio di un blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. Le indiscrezioni su una <strong>possibile secessione di Sharjah</strong> per proclamarsi repubblica indipendente minacciano di tagliare l&#8217;unica via di fuga fisica degli Emirati, <strong>rendendo più difficile ogni strategia di tokenizzazione digitale</strong>.<br>Il quadro che emerge è quello di un impero americano che, <strong>consapevole della propria impotenza industriale e dell&#8217;obsolescenza della propria flotta</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">reagisce con una &#8220;furia economica&#8221; fatta di sanzioni, sabotaggi e pressioni per la creazione di aree di libero scambio digitalizzate</mark></strong>. Gli Stati Uniti del 2026 non sono più quelli del 1973; non hanno più la capacità di stabilizzare il mondo e <strong>si limitano a vampirizzare i propri alleati</strong>, imponendo loro di sostenere i costi di una transizione energetica e monetaria tutta a vantaggio della finanza di Wall Street. In questo contesto,<strong> l&#8217;Europa </strong>si pone come un attore tragicamente passivo, incapace di identificare i propri interessi nazionali e succube di una parabola imperiale che ha già imboccato la fase del tramonto.<br>In conclusione, la battaglia per il dominio globale si gioca oggi su due tavoli paralleli e conflittuali. <strong>Da una parte c&#8217;è la realtà di cemento armato e acciaio delle potenze eurasiche, che stanno riconnettendo l&#8217;Isola Mondiale tramite binari e oleodotti terrestri invulnerabili alle portaerei</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Dall&#8217;altra c&#8217;è il tentativo occidentale di rifugiarsi in una tecnocrazia privata basata sulla tokenizzazione del mondo, dove il potere non è più esercitato tramite le navi, ma tramite il controllo delle piattaforme di scambio</mark></strong>. Tuttavia, la crisi degli Emirati ci insegna che non si può scappare dalla geografia per sempre: se le basi fisiche del potere &#8211; i territori, i gasdotti, gli stretti marittimi &#8211; sono instabili o contestate, anche il più sofisticato sistema di moneta digitale potrebbe essere destinato a svanire come un&#8217;illusione ottica nel deserto del nuovo secolo all’alba del nuovo mondo multipolare.</p>



<p>note di approfondimento</p>



<p><strong>Nota 1. La dematerializzazione del dominio: Tokenizzazione e Piattaforme Private vs Pubbliche</strong></p>



<p>Il passaggio cruciale voluto dai grandi privati dell’Occidente è la transizione da un ordine basato sulle leggi internazionali e sulla sovranità delle nazioni a un sistema regolato dai protocolli informatici di piattaforme digitali private. In risposta alla propria deindustrializzazione, <strong>l&#8217;Occidente a guida statunitense sta tentando di &#8220;smaterializzare&#8221; il petrolio e gli asset reali, trasformandoli in token digitali scambiabili su infrastrutture sottratte al controllo pubblico</strong>. Questo progetto, che vede l&#8217;emergere di stablecoin private (come la USD1) e il coinvolgimento diretto di <strong>nuove oligarchie tecnologiche</strong> (si pensi al ruolo della famiglia Trump nel settore delle DeFi), <strong>mira a mantenere l&#8217;egemonia del dollaro rendendolo indipendente dalla circolazione fisica delle merci</strong>. Esiste tuttavia una competizione feroce tra questo modello di &#8220;tecnocrazia privata&#8221; occidentale e le piattaforme pubbliche che stanno sorgendo in Oriente. Mentre il progetto americano punta sulla privatizzazione del valore per aggirare i blocchi geopolitici, le potenze dei BRICS e l&#8217;asse eurasico stanno sviluppando <strong>piattaforme di pagamento pubblico-statali, come il progetto mBridge/Chips</strong>. A differenza delle piattaforme private occidentali, queste infrastrutture sono progettate per facilitare il commercio tra banche centrali sovrane utilizzando valute locali, opponendo così alla &#8220;tokenizzazione privata&#8221; un sistema di scambi trasparenti e garantiti dagli Stati, radicati nell&#8217;economia reale e nella produzione manifatturiera che potrebbero potenzialmente evolvere in un modello analogo a quello proposto da John Lord Meynard Keynes a Breton Woods nel 44, un’unità di conto internazionale non emessa da alcuna Banca centrale con il compito di permettere gli scambi multilaterali in compensazione tra paesi ed evitare al contempo quegli squilibri che provocano tensioni che generano conflitti ovvero l’accumulo di surplus e di deficit da parte dei partecipanti al circuito. </p>



<p><strong>Nota 2. La vendetta della geografia: Il ritorno all&#8217;Isola Mondiale e la fine della Talassocrazia</strong></p>



<p>Per comprendere la posta in gioco nel Golfo Persico, occorre recuperare le categorie della geopolitica classica: lo scontro tra il potere marittimo (Talassocrazia) e quello terrestre (Tellurocrazia). <strong>Per l&#8217;intero &#8220;secolo americano&#8221;, il dominio globale è stato garantito</strong> <strong>dalla dottrina di Alfred Mahan: il controllo delle rotte oceaniche e dei &#8220;choke points&#8221;</strong> (Suez, Hormuz, Malacca) tramite la potenza navale. Tuttavia, l&#8217;attuale crisi tecnologica e industriale degli Stati Uniti ha reso vulnerabili le loro portaerei, trasformando questi stretti in trappole strategiche.<br><strong>In questo vuoto di potere sta rinascendo l&#8217;Isola Mondiale, il cuore pulsante dell&#8217;Eurasia teorizzato da Halford Mackinder</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Attraverso imponenti infrastrutture terrestri — ferrovie ad alta velocità, oleodotti transcontinentali e corridoi logistici come l&#8217;INSTC (Corridoio Nord-Sud) che collega Russia, Iran e India — l&#8217;Eurasia si sta ricompattando in un unico organismo economico autosufficiente</mark></strong>. Questa riconnessione terrestre rende inefficaci i blocchi navali occidentali e sposta il baricentro del mondo lontano dalle coste controllate da Washington. Gli Emirati Arabi, con il loro oleodotto di Habshan-Fujairah e la fragilità interna di Sharjah, rappresentano l&#8217;ultimo tentativo di un avamposto marittimo di restare connesso a questa massa continentale in movimento, cercando di sopravvivere in un mondo dove la sicurezza non viaggia più per mare, ma lungo i binari e i gasdotti del continente (<a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/21/da-suez-a-hormuz-il-tramonto-dellegemonia-occidentale-e-la-rinascita-dellisola-mondiale/">Da Suez a Hormuz: Il tramonto dell’egemonia Occidentale e la rinascita dell’Isola Mondiale</a>).</p>



<p><strong>Nota 3. La federazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU)</strong>. Tensioni interne e rivalità esterne</p>



<p>La federazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) è un’entità politica complessa, nata nel 1971 dall&#8217;unione di sette emirati: <strong>Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Ras Al Khaima, Umm Al Quwain e Fujairah</strong>. Ogni emirato è una <strong>monarchia ereditaria</strong> con una propria amministrazione interna, ma <strong>la struttura federale è dominata da Abu Dhabi</strong>, che detiene la maggior parte delle riserve petrolifere e la presidenza, e da Dubai, centro economico e logistico globale. Sebbene la federazione sia stata creata per garantire sicurezza e una voce unita nel Golfo, oggi è attraversata da profonde spaccature che mettono in discussione la sua stessa tenuta.<br>Le tensioni interne più significative sorgono dalla diversa visione geopolitica e morale dei singoli emirati. <strong>Mentre Abu Dhabi e Dubai hanno abbracciato un modello liberale, orientato alla finanza e al turismo, e hanno normalizzato i rapporti con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, altri emirati mantengono posizioni molto più conservatrici</strong>. <strong>Sharjah, in particolare, si distingue per un rigore morale maggiore (come il divieto totale di alcolici) e per un forte sostegno alla causa palestinese</strong>, <strong>vedendo con crescente sospetto l&#8217;asse tra la leadership federale, Israele e gli Stati Uniti</strong>.<br>Un punto di rottura critico è rappresentato dalle recenti indiscrezioni sulla possibile secessione di Sharjah per proclamarsi repubblica indipendente. <strong>Questa tensione non è solo ideologica, ma altamente strategica: il territorio di Sharjah è attraversato dall&#8217;oleodotto Habshan-Fujairah, l&#8217;unica infrastruttura che permette agli Emirati di esportare petrolio evitando il pericoloso stretto di Hormuz</strong>. Una crisi interna a Sharjah metterebbe quindi a rischio la sopravvivenza economica dell&#8217;intera federazione, privandola della sua principale via di fuga logistica in caso di blocco navale iraniano.<br>A livello regionale, la coesione emiratina è messa a dura prova dalla crescente rivalità con l&#8217;Arabia Saudita. <strong>La decisione degli EAU di uscire dall&#8217;OPEC nel maggio 2026 riflette la volontà di Abu Dhabi di perseguire una politica economica autonoma, distanziandosi dall&#8217;egemonia di Riad</strong>. È il culmine di una divergenza strategica di lungo periodo quella con l&#8217;Arabia Saudita, <strong>manifestatasi chiaramente durante il conflitto in Yemen</strong>. Mentre Riad cerca di riaffermare la propria leadership regionale, Abu Dhabi ha perseguito per anni un&#8217;agenda autonoma volta al controllo dei porti e delle rotte logistiche globali &#8211; il cosiddetto<strong> &#8220;modello Dubai&#8221; &#8211; entrando spesso in collisione con gli interessi sauditi e turchi lungo le coste del Mar Rosso e del Corno d&#8217;Africa</strong>. <br>Così, se da un lato gli Emirati Arabi Uniti si sono progressivamente avvicinati all&#8217;asse composto da <strong>Israele, Stati Uniti e India</strong> &#8211; questo allineamento è motivato dalla percezione dell&#8217;Iran come minaccia esistenziale e dal desiderio di contrastare la pervasività cinese nell&#8217;area, trovando nell&#8217;India di Modi un partner ideologicamente affine e altrettanto ostile a certi assetti geopolitici &#8211; dall&#8217;altro lato, l&#8217;Arabia Saudita sembra muoversi verso una massa critica di stabilizzazione che include <strong>Egitto, Turchia e Qatar</strong>, cercando un equilibrio proprio come battitore libero piuttosto che agire come semplice partner subalterno di Washington. <br>Questi conflitti interni ed esterni nascono dalla necessità degli Emirati di reinventarsi come potenza autonoma (&#8220;middle power&#8221;) in un Medio Oriente che sta cambiando pelle, dove le vecchie alleanze non sono più considerate garanzie sufficienti di stabilità.<br>Le manovre degli Emirati Arabi Uniti (EAU) lungo le coste dello Yemen e nel Corno d&#8217;Africa rappresentano la proiezione fisica di quella &#8220;strategia dei porti&#8221; che rappresenta il tentativo di Abu Dhabi di farsi perno logistico tra l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente. Nello Yemen, gli Emirati hanno perseguito per anni il controllo dei punti nevralgici del commercio marittimo, occupando o influenzando scali fondamentali come il <strong>Porto di Aden</strong> e il <strong>Porto di Mokha</strong>. Attraverso il sostegno al Consiglio di Transizione del Sud (STC), Abu Dhabi ha cercato di instaurare un&#8217;area di influenza autonoma che garantisse la sicurezza del <strong>Bab al-Mandab</strong>, il &#8220;cancello delle lacrime&#8221; che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. <strong>Tuttavia, questa ambizione si è scontrata frontalmente con gli interessi dell&#8217;Arabia Saudita, che nel gennaio 2026 ha lanciato una controffensiva diplomatica e militare per reintegrare queste aree sotto l&#8217;autorità del Consiglio di Leadership Presidenziale (PLC)</strong>, costringendo gli Emirati ad un annuncio di ritiro formale e riprendendo il controllo dei governatorati strategici di <strong>Hadhramaut</strong> e <strong>Al Mahrah</strong>.<br>Nonostante il ritiro dal territorio continentale yemenita, gli Emirati mantengono una presenza granitica sulle isole strategiche, agendo spesso in simbiosi con gli interessi israeliani. L&#8217;arcipelago di <strong>Socotra</strong> e l&#8217;isola di <strong>Mayyun</strong> (nota anche come Perim), posta proprio nel cuore del Bab al-Mandab, sono diventate basi operative per il monitoraggio dei traffici e la difesa contro le minacce asimmetriche dei ribelli yemeniti. Su <strong>Abd al-Kuri</strong>, parte dell&#8217;arcipelago di Socotra, sono stati segnalati sensori e installazioni di intelligence congiunte tra Emirati e Israele, volte a creare uno scudo di sorveglianza contro l&#8217;influenza iraniana nella regione. Questa cooperazione è stata ulteriormente cementata dalla richiesta di Israele all&#8217;amministrazione Trump di ripristinare pienamente l&#8217;influenza militare emiratina su queste isole, viste come pedine fondamentali in caso di conflitto aperto con Teheran.<br>La partita si è poi spostata sulla sponda africana, dove la nascita del cosiddetto &#8220;Asse di Berbera&#8221; (<strong>Israele-Emirati-Etiopia</strong>) sta ridisegnando gli equilibri del Corno d&#8217;Africa. Il <strong>Porto di Berbera</strong>, gestito dal colosso emiratino <strong>DP World</strong>, è diventato il baricentro di questa nuova alleanza. Israele, che nel dicembre 2025 ha riconosciuto ufficialmente l&#8217;indipendenza del <strong>Somaliland</strong>, vede in Berbera una profondità strategica vitale per monitorare il Mar Rosso e contrastare gli attacchi yemeniti. Esistono piani concreti per lo stabilimento di una base militare israeliana nei pressi di Berbera, un&#8217;iniziativa che permetterebbe a Tel Aviv di proiettare la propria forza ben oltre i propri confini nazionali. <br>A questa proiezione di potenza si oppone<strong> l'&#8221;Asse di Mogadiscio&#8221;</strong>, che vede la Somalia allearsi con Turchia, Egitto e Arabia Saudita per difendere la propria sovranità territoriale contro le spinte secessioniste del Somaliland e l&#8217;espansionismo emiratino. Riad, percependo il rischio di essere aggirata, ha intensificato la propria presenza in Eritrea e ha utilizzato il proprio peso diplomatico nella Lega Araba per condannare gli accordi tra Abu Dhabi e il Somaliland. Questa rete di alleanze incrociate conferma come il controllo dei flussi fisici nel Mar Rosso sia diventato l&#8217;ultimo campo di battaglia di una talassocrazia che, non potendo più dominare l&#8217;intero oceano, cerca disperatamente di blindare i pochi passaggi obbligati rimasti, mentre l&#8217;Isola Mondiale continentale continua la sua marcia verso l&#8217;integrazione.</p>



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		<pubDate>Sat, 02 May 2026 11:29:05 +0000</pubDate>
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<h2 id="gli-eau-uscendo-dall-opec-si-sono-ufficialmente-candidati-a-essere-il-nodo-centrale-di-un-nuovo-ordine-tecnocratico-liberi-da-vecchi-vincoli-internazionali"><strong>Gli EAU, uscendo dall&#8217;OPEC, si sono ufficialmente candidati a essere il nodo centrale di un nuovo ordine tecnocratico, liberi da “vecchi” vincoli internazionali</strong>.<br><strong>Una trasformazione radicale dell&#8217;ordine mondiale</strong>. <strong>Stiamo assistendo al passaggio dall&#8217;egemonia del dollaro basata sui trattati (Petrodollaro) a una tecnocrazia privata basata su infrastrutture digitali e fisiche controllate dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) e da attori privati legati alla famiglia Trump</strong></h2>



<p class="has-medium-font-size">Lo scorso 28 aprile <strong>gli EAU hanno annunciato il ritiro dall&#8217;OPEC. Non si è trattato di una semplice uscita diplomatica, ma il segnale che l&#8217;architettura finanziaria mondiale guidata dagli USA dal 1971 (il sistema del petrodollaro) è finita.</strong> Come è noto il petrodollaro era un accordo per cui il petrolio mondiale veniva venduto solo in dollari e questo obbligava ogni nazione a detenere riserve di dollari, <strong>permettendo agli USA di stampare moneta e fare debito senza subire inflazione eccessiva all’interno né svalutazione all’esterno relativamente al valore delle altre monete nazionali</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Alla dipartita degli EAU ha certamente contribuito <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">il sistema delle &#8220;quote&#8221; dell&#8217;OPEC (che limita quanto petrolio ogni paese può produrre) impedisce agli Emirati di sfruttare la loro enorme capacità produttiva (5 milioni di barili al giorno) e di agire liberamente nel nuovo contesto di crisi.</mark></strong> Ovviamente il fattore scatenante è stato il blocco dello Stretto di Hormuz, punto di passaggio del 20% del petrolio mondiale, a seguito dell’aggressione militare che il simpatico duo USA/Israele ha compiuto ai danni dell’Iran.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1-1024x836.png" alt="" class="wp-image-18466" width="635" height="517" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1-1024x836.png 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1-300x245.png 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1-768x627.png 768w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></figure></div>



<p class="has-medium-font-size">Tuttavia, per capire più a fondo la strategia degli EAU bisogna notare che oggi, come sostenuto da Patrick Wood nel suo ”Boom! United Arab Emirates Exites OPEC”, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mentre il mondo è paralizzato dal blocco navale iraniano, gli EAU si erano già preparati a questa contingenza e ora sono pronti. Hanno, infatti, costruito negli anni l&#8217;oleodotto </mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Habshan-Fujairah</mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">, che bypassa lo stretto e porta il petrolio direttamente nell&#8217;Oceano Indiano.</mark></strong> Di conseguenza gli EAU possono esportare mentre gli altri sono bloccati. La leva strategica dell&#8217;Iran (chiudere lo stretto) diventa meno efficace ogni volta che una petroliera devia verso Fujairah.</p>



<h3 id="la-rivoluzione-tecnica-tokenizzazione-e-usd1">La rivoluzione tecnica: Tokenizzazione e USD1</h3>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Ma gli EAU non si sono preparati solo per un cambio di rotta fisica ma anche di &#8220;binari&#8221; finanziari. Stanno, infatti, sostituendo, in collaborazione con la famiglia Trump, il dollaro bancario con la tokenizzazione degli asset</mark></strong> <strong>scambiabili pagando il loro valore in stablecoin USD1</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">La tokenizzazione<strong> è quel processo che permette di trasformare un bene reale (un barile di petrolio) in un &#8220;gettone&#8221; digitale (token) su una blockchain</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Per capire meglio immaginiamo di avere un titolo di proprietà digitale per un barile di petrolio. Invece di passare per una banca, si invia il titolo tokenizzato direttamente al compratore via internet. Il petrolio diventa così liquido e scambiabile istantaneamente come una criptovaluta</mark></strong>, una USD1 (Stablecoin). <strong>Quest’ultima è una moneta digitale privata, ancorata al dollaro. Ed ecco il punto, la USD1 viene emessa da BitGo e usata dal World Liberty Financial (WLF) che è una società partecipata dagli EAU e dalla famiglia Trump</strong>. WLF e BitGo La prima fornisce il progetto commerciale che costruisce servizi supportati dalla USD1; la seconda è responsabile dell&#8217;infrastruttura e fa da garante della moneta.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Il sistema Token-USD1 (vedi nota [1]) è in grado di <em>bypassare</em> il sistema SWIFT (la rete bancaria controllata dagli USA)</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Sappiamo che se gli USA vogliono sanzionare un paese, di solito gli impediscono di usare il sistema bancario. Ma se la transazione avviene tramite token USD1 su una blockchain privata di proprietà degli EAU e di WLF, Washington non ha più il &#8220;bottone&#8221; per fermare il pagamento. </strong><br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il dollaro resta l&#8217;unità di misura, ma la banca centrale non ha più il controllo</mark>.</strong> In pratica, chi non volesse subire sanzioni deve trovare il modo di <em>bypassare</em> il sistema Swift &#8211; (la rete bancaria controllata dagli USA) &#8211; e il modo per farlo lo offrono gli EAU e il WLF invitando a far parte del nuovo sistema di transazioni che usano i token/USD1…</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="1024" height="559" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image.png" alt="" class="wp-image-18450" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image.png 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-300x164.png 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-768x419.png 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-640x349.png 640w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p> <strong>L&#8217;IMEC: La nuova Via della Seta occidentale privatizzata</strong>. Board of Peace. Pax Silica</p>



<p class="has-medium-font-size">Il corridoio <strong>IMEC</strong> (India-Middle East-Europe Economic Corridor) vuole essere la nuova spina dorsale del commercio mondiale. <strong>Il percorso: India &#8211; Porti EAU (Fujairah) &#8211; Ferrovia attraverso l&#8217;Arabia Saudita &#8211; Giordania &#8211; Haifa (Israele) &#8211; Europa (Grecia, Italia)</strong>. La ricostruzione di Gaza secondo il <strong>Board of Peace</strong> è tutt’altro che un atto umanitario, quanto la creazione di un nodo logistico (porto e zona economica) integrato nel corridoio IMEC. Il progetto, come è noto, è <strong>gestito privatamente</strong> da figure come Jared Kushner e Steve Witkoff che hanno un ruolo nel <strong>WLF</strong>. In questo contesto <strong>Pax Silica</strong> è l&#8217;accordo con cui gli USA di Trump forniscono tecnologia IA avanzata agli EAU, rendendoli il &#8220;cervello&#8221; logistico e finanziario del corridoio.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="606" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1024x606.jpeg" alt="" class="wp-image-18468" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1024x606.jpeg 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-300x178.jpeg 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-768x455.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-1536x910.jpeg 1536w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-2048x1213.jpeg 2048w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image-640x379.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/04/image.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p class="has-medium-font-size">Stiamo passando da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private. <strong>Chi controlla l&#8217;infrastruttura tecnica (la blockchain, i chip IA, i porti privati) controlla l&#8217;economia mondiale. Gli EAU, uscendo dall&#8217;OPEC, si sono ufficialmente candidati a essere il nodo centrale di questo nuovo ordine tecnocratico, liberi da vecchi vincoli internazionali.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Gli EAU hanno giocato una partita a scacchi lunga dieci anni: hanno costruito i tubi per evitare lo stretto di Hormuz (Fujairah) e hanno co-finanziato e realizzato la tecnologia finanziaria anti sanzioni (WLF/Tokenizzazione) mentre stringevano alleanze private per possedere le rotte del futuro (IMEC). Il 1° maggio 2026 segna l&#8217;inizio ufficiale di questa nuova era. È ora attivo <strong>un apparato di potere ristretto guidato dallo Sceicco Tahnoun bin Zayed</strong>. Il Quadrato Tecnocratico: <strong>IA, Cripto, Energia Fossile e Immobiliare</strong> costituiscono i quattro pilastri di un unico sistema digitale.<br>Tra lo sceicco e Trump si è stabilita una <strong>simbiosi</strong> tra l&#8217;agenda politica americana (nella visione di Trump) e le ambizioni strategiche degli Emirati Arabi Uniti, una <strong>convergenza d&#8217;interessi</strong> dove il confine tra &#8220;Stato&#8221; e &#8220;Impresa Privata&#8221; è diventato quasi invisibile.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ecco a seguire i pilastri che spiegano questa alleanza</p>



<h3 id="la-privatizzazione-della-geopolitica">La &#8220;Privatizzazione&#8221; della geopolitica</h3>



<p class="has-medium-font-size">In pratica Trump ha trasformato grandi progetti diplomatici (come l&#8217;IMEC) in infrastrutture gestite da entità private o fondi sovrani. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">L&#8217;acquisto del 49% di <em>World Liberty Financial</em> (la società dei Trump) da parte dello sceicco Tahnoun bin Zayed, per 500 milioni di dollari, è il collante dell&#8217;operazione</mark></strong>. Gli EAU non hanno solo un alleato politico alla Casa Bianca, ma un vero e proprio <strong>socio in affari</strong> nell&#8217;architettura che gestisce i pagamenti del petrolio e delle merci (tramite la stablecoin USD1).</p>



<h3 id="lo-scambio-tecnologia-contro-autonomia">Lo scambio: tecnologia contro autonomia</h3>



<p class="has-medium-font-size">Mentre l&#8217;amministrazione precedente <strong>(Biden) limitava l&#8217;esportazione di microchip</strong> avanzati per motivi di sicurezza, <strong>Trump ha rimosso questi vincoli</strong> con l&#8217;iniziativa <strong>Pax Silica</strong>. Gli EAU hanno così ottenuto l&#8217;accesso all&#8217;hardware necessario per diventare la potenza leader nell&#8217;Intelligenza Artificiale applicata alla logistica mentre Trump guadagna un Medio Oriente stabilizzato da un corridoio commerciale (IMEC) che indebolisce l&#8217;Iran e la Cina, finanziato interamente dai capitali del Golfo anziché dai contribuenti americani.</p>



<h3 id="la-visione-comune-la-tecnocrazia">La visione comune: la tecnocrazia</h3>



<p class="has-medium-font-size">Entrambe le parti sembrano condividere l&#8217;idea che il mondo non debba più essere governato da <strong>trattati tra nazioni</strong> (come l&#8217;OPEC o le regole dell&#8217;ONU), ma da <strong>piattaforme tecniche</strong> che controllano il cavo in fibra ottica, il porto, la blockchain di pagamento e i server dell&#8217;IA. Il potere essendo nelle mani di chi le controlla. Trump è l&#8217;architetto che ha fornito l&#8217;<strong>ombrello di sicurezza e legittimazione politica</strong> necessario affinché il progetto emiratino potesse scalare a livello globale, il <strong>facilitatore chiave</strong> che ha permesso agli Emirati di trasformarsi da produttori di petrolio a gestori dell&#8217;infrastruttura mondiale, ottenendo in cambio un sistema finanziario parallelo al dollaro tradizionale in cui la sua famiglia ha un ruolo centrale.</p>



<p class="has-medium-font-size"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Se il secolo scorso è stato definito dal potere degli Stati-nazione e dei loro confini geografici, quello attuale sembra scivolare verso una <strong>&#8220;Sovranità Infrastrutturale&#8221;</strong>, dove chi possiede il codice e i cavi comanda più di chi possiede il territorio</mark>.<br>Il passaggio da un sistema basato sul consenso democratico ad uno basato sull&#8217;efficienza tecnica (la Tecnocrazia) comporta rischi profondi e stratificati.</p>



<h3 id="l-erosione-della-sovranita-statale">L&#8217;erosione della sovranità statale</h3>



<p class="has-medium-font-size"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Se una piattaforma privata gestisce allo stesso tempo un <strong>livello di regolamento</strong> come la stablecoin <strong>USD1</strong> e un <strong>livello logistico</strong> come il corridoio <strong>IMEC</strong>, lo Stato perde i suoi strumenti di controllo principali: <strong>la moneta e le dogane</strong></mark>.<br>Se le transazioni avvengono su una blockchain privata fuori dal sistema SWIFT, gli Stati non possono più &#8220;congelare&#8221; i fondi di presunti attori ostili perdendo la leva sanzionatoria. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il governo rischia di diventare solo un fornitore di sicurezza</mark> (polizia ed esercito: <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Stato minimo neoliberista</mark></strong>) <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">per proteggere asset di proprietà privata, </mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-black-color">senza</mark> più voce in capitolo sulla gestione economica.</p>



<h3 id="il-deficit-di-responsabilita-accountability">Il deficit di responsabilità (Accountability)</h3>



<p class="has-medium-font-size"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Nelle democrazie occidentali, se un governo sbaglia, i cittadini possono votare per cambiarlo. Nelle piattaforme private, il potere risiede nel <strong>Board of Directors</strong> o nei proprietari dei fondi sovrani</mark>.<br>Entità come il citato <em>Board of Peace</em> per Gaza operano secondo logiche di profitto e stabilità tecnica, non secondo i diritti civili o il benessere delle popolazioni locali. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Si tratta di un governo che può fare a meno del consenso</mark></strong>. Le decisioni vengono prese da sistemi di IA per massimizzare l&#8217;efficienza dei flussi. Se un&#8217;intera regione viene esclusa da un corridoio commerciale per un &#8220;errore di calcolo&#8221; algoritmico, a chi ci si appella? In pratica<strong> l&#8217;algoritmo ha sostituito la legge…</strong></p>



<h3 id="sorveglianza-totale-e-controllo-comportamentale">Sorveglianza totale e controllo comportamentale</h3>



<p class="has-medium-font-size">La tecnocrazia non si basa solo sui prezzi, ma sui <strong>dati</strong>. Per far funzionare un corridoio come l&#8217;IMEC, ogni barile, ogni chip e ogni transazione deve essere monitorata in tempo reale. La stessa infrastruttura che rende efficiente il commercio può essere usata per monitorare il comportamento politico o sociale di chiunque interagisca con la piattaforma (un panottico digitale). Chi non si adegua agli standard tecnici della piattaforma (o ai valori dei suoi proprietari) rischia di essere &#8220;disconnesso&#8221; dall&#8217;economia globale, una condanna molto più efficace di una prigione fisica.</p>



<h3 id="squilibri-economici-globali-il-digital-divide-sovrano">Squilibri economici globali: Il &#8220;Digital Divide&#8221; Sovrano</h3>



<p class="has-medium-font-size">Questa transizione <strong>crea una nuova gerarchia mondiale basata sul possesso del distacco tecnologico in termini di IA, energia, dati.</strong><br>Stati come gli Emirati Arabi Uniti e grandi investitori privati si fondono in <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">una nuova élite tecnocratica</mark></strong> che controlla i punti di strozzatura del mondo (porti, cavi, data center). <br><strong>Le nazioni non tecnocratiche</strong> che non hanno accesso ai chip avanzati o che non fanno parte dei corridoi privati (come l&#8217;IMEC) <strong>vengono marginalizzate</strong> rischiando di sprofondare in una povertà irrimediabile, diventando zone d&#8217;ombra della mappa globale. <br>A seguire uno schema riassuntivo della malevola transizione in atto dalla democrazia alla tecnocrazia:</p>



<figure class="wp-block-table"><table><thead><tr><th>Caratteristica</th><th>Democrazia Occidentale</th><th>Tecnocrazia delle piattaforme</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Fonte di potere</strong></td><td>Voto e Costituzione</td><td>Proprietà dei dati e del codice &#8211; algoritmo</td></tr><tr><td><strong>Obiettivo</strong></td><td>Benessere pubblico e diritti</td><td>Efficienza del sistema e profitto</td></tr><tr><td><strong>Controllo economico</strong></td><td>Banche Centrali (Tasse/Tassi)</td><td>Blockchain e Tokenizzazione</td></tr><tr><td><strong>Risoluzione conflitti</strong></td><td>Magistratura e Leggi</td><td>Termini di servizio e Arbitrati privati</td></tr></tbody></table><figcaption>Tabella dei rischi: Democrazia vs. Tecnocrazia</figcaption></figure>



<p class="has-medium-font-size">Come si vede, il rischio è che la democrazia diventi una &#8220;scenografia&#8221; vuota, mentre le decisioni reali che muovono il mondo vengono prese in uffici privati a Dubai, Mar-a-Lago o nei data center della Silicon Valley, lontano da ogni scrutinio pubblico. Se il potere si sposta dalle leggi scritte nei codici civili ai codici informatici inscritti nelle piattaforme, le possibilità per i cittadini di esercitare una qualche forma di controllo si riducono al punto tale da ridurli a semplici &#8220;utenti&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">C’è una frattura profonda tra la <strong>&#8220;Ragion di Stato&#8221;</strong> degli USA e gli <strong>interessi della nuova élite tecnocratica</strong> (composta da Trump, dai suoi partner privati e dai sovrani degli EAU) che ora proviamo ad analizzare. </p>



<h3 id="il-controllo-sul-dollaro-egemonia-pubblica-vs-piattaforma-privata">Il controllo sul dollaro: Egemonia pubblica vs. Piattaforma Privata</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il potere degli Stati Uniti negli ultimi 50 anni si è basato sul fatto che il dollaro &#8220;passa&#8221; attraverso le banche americane e la Federal Reserve. Abbiamo visto il dollaro brandito come arma economica che lo Stato può usare tramite sanzioni. <strong>Se il Tesoro USA vuole bloccare un nemico, preme un bottone nel sistema SWIFT e lo taglia fuori dal mondo ma se il petrolio e le merci vengono tokenizzate e scambiate tramite USD1, gli USA come nazione perdono il potere di polizia finanziaria</strong>. Il dollaro resta forte (dollarizzazione), ma il governo americano diventa &#8220;cieco&#8221; e non può più controllare chi paga chi perché il dollaro viaggia ora su binari privati (Blockchain).</p>



<h3 id="il-finanziamento-del-debito-pubblico-americano">Il finanziamento del debito pubblico americano</h3>



<p class="has-medium-font-size">Questo è un aspetto tecnico vitale. Il sistema del &#8220;Petrodollaro&#8221; obbligava le nazioni a comprare titoli del tesoro USA per sostenere le loro riserve di dollari necessari per il petrolio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Per gli USA è vitale avere sempre acquirenti per il proprio debito pubblico (che è altissimo). Finché il petrolio è legato al sistema bancario classico, il debito americano è &#8220;protetto&#8221;. Lo spostamento dei flussi commerciali su piattaforme di <strong>tokenizzazione</strong> continuano a garantire che le stablecoin USD1 gestite da una società privata (WLF) malgrado i profitti e il controllo di quegli asset vadano ora ai proprietari della società, continuano a sostenere la stabilità del bilancio federale americano. Infatti il sottostante delle stablecoin (USD1) è previsto <strong>in dollari ma anche in titoli del tesoro</strong> americano.</p>



<h3 id="politica-estera-alleanze-storiche-vs-accordi-commerciali-privati">Politica estera: alleanze storiche vs. accordi commerciali privati</h3>



<p class="has-medium-font-size">La diplomazia americana si è sempre basata su alleanze stabili e trattati internazionali (come la NATO o gli accordi con l&#8217;Arabia Saudita). tradizionalmente la stabilità globale e il contenimento delle potenze regionali erano perseguite attraverso la diplomazia multilaterale che viene oggi sostituita con strumenti come  il <strong>&#8220;Board of Peace&#8221;</strong> (un ente privato): <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">se la ricostruzione di Gaza o la gestione dell&#8217;IMEC sono in mano a un consiglio privato presieduto da individui con interessi commerciali diretti,</mark><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color"> la politica estera americana appare essere dettata sempre più dal &#8220;</mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">ritorno sull&#8217;investimento</mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">&#8221; di pochi, anziché dalla sicurezza nazionale a lungo termine</mark></strong>.</p>



<h3 id="l-indipendenza-strategica-degli-eau">L&#8217;indipendenza strategica degli EAU</h3>



<p class="has-medium-font-size">Gli Emirati Arabi Uniti non vogliono più essere un &#8220;vassallo&#8221; degli Stati Uniti protetto in cambio di petrolio quanto piuttosto diventare un nodo sovrano globale che può parlare con la Cina, l&#8217;India e gli USA allo stesso livello. Uscire dall&#8217;OPEC e creare un bypass a Hormuz (Fujairah) dovrebbe servire a dire: &#8220;<strong>Non abbiamo più bisogno della flotta USA per sopravvivere</strong>&#8221; laddove gli USA avevano mantenuto il Medio Oriente dipendente dalla protezione militare americana per conservare influenza nella regione.</p>



<h3 id="sintesi-della-divergenza">Sintesi della divergenza</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><thead><tr><th>Aspetto</th><th>Interesse Nazionale USA (Stato)</th><th>Interesse Trump / EAU (Tecnocrazia)</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Moneta</strong></td><td>Dollaro regolato dallo Stato (potere sanzionatorio)</td><td>Stablecoin privata (USD1) fuori dal controllo statale</td></tr><tr><td><strong>Diplomazia</strong></td><td>Trattati tra nazioni e alleanze storiche</td><td>Accordi privati e &#8220;Board&#8221; aziendali</td></tr><tr><td><strong>Energia</strong></td><td>Petrolio prezzato per sostenere il debito USA</td><td>Petrolio tokenizzato per generare commissioni private</td></tr><tr><td><strong>Tecnologia</strong></td><td>Restrizioni (controllo dell’export) per sicurezza nazionale</td><td>Libero scambio di IA e chip (Pax Silica) per profitto</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="has-medium-font-size">In parole povere Trump e gli Emirati stanno costruendo un <strong>&#8220;Nuovo Ordine&#8221;</strong> che è molto vantaggioso per chi possiede le piattaforme, ma che potrebbe indebolire lo Stato americano inteso come istituzione pubblica, privandolo dei suoi strumenti di potere tradizionali.</p>



<h3 id="cos-e-la-compensazione-netting-clearing">Cos&#8217;è la &#8220;Compensazione&#8221; (netting/clearing)?</h3>



<p class="has-medium-font-size">La tokenizzazione non serve solo a rendere digitale un bene, ma è il presupposto tecnico per creare quello che gli esperti chiamano <strong>Sistema di Compensazione Multilaterale</strong> (o <em>Multilateral Netting</em>).<br>In un mondo senza questo sistema, ogni transazione è un debito isolato che va pagato. In un sistema di compensazione, conta solo il <strong>bilancio finale</strong>.<br>Ecco come la tokenizzazione rende questo processo incredibilmente facile e perché è così rivoluzionario nel contesto degli Emirati e dell&#8217;IMEC.</p>



<p class="has-medium-font-size">Immaginiamo tre amici al bar con queste reciproche posizioni debitorie e creditorie:</p>



<p class="has-medium-font-size">Marco deve 10€ a Paolo (Marco ha un debito di -10 mentre Paolo vanta un credito +10)</p>



<p class="has-medium-font-size">Paolo deve 10€ a Chiara (Paolo ha un debito di -10 mentre Chiara vanta un credito +10)</p>



<p class="has-medium-font-size">Chiara deve 10€ a Marco (Chiara ha un debito di -10 mentre Marco vanta un credito +10)<br><br>Invece di fare tre scambi di banconote, i tre amici si parlano e decidono che <strong>nessuno deve niente a nessuno</strong>. Debiti e crediti si sono reciprocamenti &#8220;compensati&#8221; perché ciascuono ha un debito ed un credito della stessa entità che si compensano esattamente. <br><strong>In economia globale, questo si fa con le merci: gli EAU mandano petrolio all&#8217;India, l&#8217;India manda grano all&#8217;Italia, l&#8217;Italia manda macchinari agli EAU</strong>. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Se tutto è tokenizzato, non serve muovere miliardi di dollari per ogni passaggio; basta aggiornare il registro digitale alla fine della giornata</mark>.</p>



<h3 id="la-tokenizzazione-agevola-enormemente-gli-scambi-multilaterali-in-compensazione">La Tokenizzazione agevola enormemente gli scambi multilaterali in compensazione</h3>



<p class="has-medium-font-size">Senza tokenizzazione, la compensazione è lenta e burocratica perché bisogna aspettare che le banche verifichino ogni contratto. Con i token sulla blockchain, tutto cambia grazie a tre fattori:</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Standardizzazione:</strong> Petrolio, grano e crediti in USD1 diventano tutti &#8220;gettoni&#8221; sullo stesso registro. È come se tutto parlasse la stessa lingua.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Frazionabilità:</strong> Puoi compensare anche micro-importi. Se l&#8217;Italia deve agli EAU 1 milione di euro, ma gli EAU devono all&#8217;Italia solo mezzo milione in brevetti, il sistema compensa automaticamente e resta solo un &#8220;saldo&#8221; di mezzo milione.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Atomicità (Scambio immediato):</strong> Il sistema può eseguire la compensazione in tempo reale. Non c&#8217;è rischio che uno dei tre &#8220;amici&#8221; non paghi, perché il trasferimento del token del petrolio avviene <em>solo se</em> il sistema vede che il credito è disponibile.</p>



<h3 id="un-esempio-nel-corridoio-imec">Un esempio nel corridoio IMEC</h3>



<p class="has-medium-font-size">Immaginiamo che l&#8217;India invia un carico di microchip agli <strong>EAU</strong>. Invece di ricevere dollari, riceve <strong>Token Credito</strong>. <strong>Gli EAU</strong> inviano petrolio all&#8217;<strong>Italia</strong> (via Fujairah). L&#8217;Italia non paga in contanti, ma cede <strong>Token Macchinari agricoli</strong>. L&#8217;Italia aveva bisogno di quei microchip indiani. Il sistema di compensazione vede che l&#8217;India ha dei crediti e l&#8217;Italia ha dei macchinari. Alla fine della fiera, il sistema sposta i token in modo che:</p>



<ul><li>L&#8217;Italia riceva i chip dall&#8217;India (tramite gli EAU).</li><li>L&#8217;India riceva i macchinari dall&#8217;Italia.</li><li>Gli EAU abbiano gestito il flusso e trattenuto una commissione in <strong>USD1</strong>.<br><strong>Il risultato?</strong> È avvenuto un commercio miliardario tra tre nazioni <strong>senza che un solo dollaro &#8220;fisico&#8221; sia uscito da una banca di New York.</strong></li></ul>



<h3 id="il-rischio-politico-chi-e-il-contabile">Il rischio politico: Chi è il &#8220;contabile&#8221;?</h3>



<p class="has-medium-font-size">In un sistema di compensazione tradizionale, il &#8220;contabile&#8221; è spesso una banca centrale o una camera di compensazione internazionale regolata da leggi statali. In questo nuovo scenario il &#8220;contabile&#8221; è lo <strong>Smart Contract</strong> (il software della blockchain) e il proprietario della &#8220;piattaforma&#8221; su cui gira il software è il <strong>Board of Peace</strong> o la <strong>World Liberty Financial</strong> (EAU + Trump).<br>Chi controlla il sistema di compensazione decide chi può partecipare al gioco e chi no. È un potere immenso: se vieni escluso dal &#8220;bar dei tre amici&#8221;, non puoi più scambiare le tue merci, anche se hai il petrolio più buono del mondo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quanto precede è una <strong>versione digitale e privatizzata del Bancor</strong> di Keynes, ma con una differenza fondamentale su chi tiene in mano le chiavi del sistema e su altro che vedremo più avanti.</p>



<h3 id="l-analogia-con-il-bancor-di-keynes">L&#8217;analogia con il Bancor di Keynes</h3>



<p class="has-medium-font-size">Nel 1944, a Bretton Woods, John Maynard Keynes propose il <strong>Bancor</strong>: non una moneta nazionale (come il dollaro), ma una &#8220;unità di conto ossia un’unità di misura del valore scambiato tra paesi&#8221; gestita da un&#8217;Unione Internazionale di Compensazione (<em>International Clearing Union</em>). Gli Stati non dovevano pagare in oro o dollari importazioni ed esportazioni, ma &#8220;compensare&#8221; i debiti e i crediti su un registro centrale. Se un paese esportava troppo, accumulava Bancor; se importava troppo, andava in debito di Bancor. <br>se un paese A esporta beni per un valore di 1000 Bancor l’unione internazionale di compensazione registrerà sul suo conto +1000. Viceversa immaginiamo un paese B, che importasse per un valore di 3000 Bancor. In questo caso l’unione internazionale di compensazione registrerà su conto di B, il valore -3000. Nel momento in cui il paese B dovesse esportare beni verso un qualsiasi altro paese C, ad esempio del valore 2000 Bancor , l’unione internazionale di compensazione segnerebbe sul conto di C una compensazione di debiti con crediti (-3000+2000= -1000) che porterebbe a 1000 Bancor il deficit del paese C. Il Bancor è solo una unità di misura che serve a tenere il conto delle situazioni debitorie e creditorie dei singoli paesi partecipanti agli scambi. <br>Il Bancor, in altri termini non è moneta emessa da una banca. si tratta dell’adozione del paradigma del clearing con compensazione in opposizione a quello della liquidità e questo ha enormi conseguenze positive nel sistema proposto da Keynes ma non in quello solo per alcuni aspetti equivalente proposto dal sistema EAU-Trump. </p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Il sistema EAU-Trump</strong> dal punto di vista della registrazione degli scambi funziona esattamente come quello proposto da Keynes. Esso usa efficacemente la <strong>Blockchain</strong> come registro e i <strong>Token/Stablecoin</strong> come unità di misura. La differenza principale? Il Bancor di Keynes doveva essere pubblico e governato dalle nazioni; il sistema EAU-Trump è <strong>privato</strong> e governato da piattaforme. Vedremo più avanti le altre differenze fondamentali.</p>



<h2 id="esiste-un-sistema-asiatico-concorrente">Esiste un sistema &#8220;Asiatico&#8221; concorrente </h2>



<p class="has-medium-font-size">Esso è già operativo in diverse forme e rappresenta la sfida principale al blocco EAU-Trump. I due progetti principali sono l’mBridge (Il &#8220;Bancor&#8221; delle Banche Centrali), iniziato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) con Cina, Hong Kong, Thailandia, Emirati, <strong>mBridge</strong> è entrato nella sua fase 3 proprio all&#8217;inizio del 2026. Esso, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">permette alle banche centrali di scambiare le proprie monete digitali (CBDC) istantaneamente</mark></strong>. Se la Cina vende all&#8217;India, il regolamento avviene in pochi secondi &#8220;saltando&#8221; il sistema americano.</p>



<h3 id="b-brics-bridge-il-bancor-politico">B. BRICS Bridge (Il &#8220;Bancor&#8221; Politico)</h3>



<p class="has-medium-font-size">L’altro è il <strong>BRICS Bridge</strong>, guidato dalla Russia (che è stata tagliata fuori dallo SWIFT).<mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color"> </mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">È la piattaforma blockchain che collega le monete digitali di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica</mark>. Dopo il vertice BRICS, il sistema ha iniziato a regolare i pagamenti petroliferi tra Russia e Cina e tra Russia e Iran, utilizzando lo <strong>Yuan digitale (e-CNY)</strong> e il <strong>Rublo digitale</strong> come pilastri.</p>



<h3 id="il-corridoio-nord-sud-e-la-via-della-seta">Il Corridoio Nord-Sud e la Via della Seta</h3>



<p class="has-medium-font-size">Ricordiamo che esistono oggi due grandi &#8220;autostrade&#8221; digitali e fisiche che competono con l&#8217;IMEC. L’<strong>INSTC (Corridoio Internazionale Nord-Sud),</strong> collega la Russia all&#8217;India passando per l&#8217;Iran. Questo corridoio è già &#8220;schermato&#8221; dalle sanzioni perché usa il sistema di pagamento blockchain russo-iraniano. È l&#8217;alternativa diretta all&#8217;IMEC per il commercio eurasiatico e<strong> la Nuova Via della Seta (la Belt and Road Initiative cinese)</strong>. La Cina sta integrando lo <strong>Yuan Digitale (e-CNY)</strong> in tutti i porti e le ferrovie che controlla in Africa e Asia. Dal gennaio 2026, lo Yuan digitale è diventato persino fruttifero (paga interessi), rendendolo una riserva di valore molto attraente per i paesi della Via della Seta.</p>



<h3 id="cosa-vieta-alla-piattaforma-asiatica-di-vincere">Cosa vieta alla piattaforma Asiatica di vincere?</h3>



<p class="has-medium-font-size">Nulla, se non la <strong>frizione tecnologica e politica</strong>. La vera battaglia del 2026 non è solo tra nazioni, ma tra <strong>standard tecnici</strong>. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Il sistema BRICS/Asiatico è</mark> <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>statale</strong> (<strong>controllato dalle banche centrali</strong>)</mark>. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Il sistema EAU-Trump è <strong>ibrido/privato</strong> (controllato da società e fondi)</mark>. Molti investitori occidentali preferiscono il sistema &#8220;Trump&#8221; perché promette meno interferenza governativa cinese, pur essendo fuori dal controllo dello Stato americano &#8220;classico&#8221;.<br>Proprio pochi giorni fa (aprile 2026), l&#8217;Unione Europea ha lanciato <strong>il suo 20° pacchetto di sanzioni contro la Russia, colpendo specificamente le stablecoin russe (come la RUBx) e le relative piattaforme di compensazione già qualificate quali <em>“piattaforme ombra”</em></strong>. È una guerra informatica per decidere quale registro digitale sarebbe &#8220;legale&#8221; e quale no…</p>



<h3 id="tabella-comparativa-i-due-mondi-digitali-nel-2026">Tabella Comparativa: I due mondi digitali nel 2026</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><thead><tr><th>Caratteristica</th><th>Blocco EAU-Trump (IMEC)</th><th>Blocco BRICS / Cina (Via della Seta)</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Piattaforma</strong></td><td>World Liberty Financial / WLF</td><td>BRICS Bridge / mBridge</td></tr><tr><td><strong>Unità di Conto</strong></td><td>USD1 (Stablecoin ancorata al $)</td><td>e-CNY (Yuan Digitale) / Basket di monete</td></tr><tr><td><strong>Geografia</strong></td><td>India -&gt; EAU -&gt; Israele -&gt; Europa</td><td>Russia -&gt; Iran -&gt; India / Cina -&gt; Global South</td></tr><tr><td><strong>Controllo</strong></td><td>Tecnocrazia Privata (EAU + Trump)</td><td>Tecnocrazia Statale (Banche Centrali russa e cinese)</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="has-medium-font-size">Esiste quindi un sistema speculare e concorrente. Il mondo si sta dividendo in <strong>&#8220;corridoi di compensazione&#8221;</strong>. Per un&#8217;azienda nel 2026, la domanda non è più &#8220;quanti dollari ho sul conto&#8221;, ma &#8220;su quale piattaforma di compensazione sono ammessi i miei token&#8221;. La gestione di queste piattaforme rappresenta un cambio di paradigma: si passa dal guadagno basato sulle commissioni bancarie tradizionali (modello SWIFT) a guadagni basati sulla <strong>proprietà dell&#8217;infrastruttura</strong> e sulla <strong>gestione dei flussi finanziari</strong>.<br><br>Ecco come si differenziano i due fronti nei loro modelli di business</p>



<h3 id="il-fronte-eau-trump-world-liberty-financial-wlf">Il fronte EAU-Trump: World Liberty Financial (WLF)</h3>



<p class="has-medium-font-size">Qui il modello è <strong>privato e speculativo</strong>. I proprietari (la famiglia Trump e i partner degli Emirati) guadagnano come se fossero i padroni di un casinò e, contemporaneamente, della banca che stampa le fiche. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">La famiglia Trump riceve circa il 75% dei profitti netti dalla vendita iniziale dei token WLFI</mark></strong>. Questi token funzionano come &#8220;azioni digitali&#8221; che permettono di votare sulla piattaforma. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Gli <strong>interessi sulle Riserve (Il &#8220;Tesoro&#8221; di USD1)</strong> è la fonte più ricca di profitti</mark>. Per ogni moneta <strong>USD1</strong> emessa, la società deve detenere un vero dollaro (o titoli di Stato USA) in cassaforte. <strong>Questi capitali (miliardi di dollari) vengono investiti in titoli sicuri che rendono interessi (es. il 4-5% annuo)</strong>. Per capirci meglio, se circolano 10 miliardi di USD1, la piattaforma può guadagnare circa <strong>400-500 milioni di dollari l&#8217;anno solo &#8220;tenendo fermi&#8221; i soldi di riserva</strong>. <br>Ci sono poi le <strong>commissioni DeFi (<mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Prestito e Scambio</mark>).</strong> WLF è una piattaforma di finanza decentralizzata (DeFi). <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Quando un utente scambia petrolio tokenizzato o chiede un prestito in USD1, la piattaforma trattiene una <strong>commissione di servizio</strong> (spesso tra lo 0,1% e lo 0,5% della transazione)</mark>.<br>I costi per l&#8217;utente sono il<strong> gas Fees</strong> ovvero i costi tecnici della blockchain per registrare l&#8217;operazione (che vanno ai &#8220;minatori&#8221; della rete, non a Trump) e i <strong>tassi di interesse</strong>; se prendi in prestito USD1 usando il tuo petrolio come garanzia, paghi un interesse alla piattaforma.</p>



<h3 id="il-fronte-asiatico-mbridge">Il fronte Asiatico: mBridge</h3>



<p class="has-medium-font-size"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Qui il modello è <strong>statale e cooperativo</strong>. mBridge non è nata per arricchire un singolo individuo, ma per proteggere l&#8217;economia delle nazioni coinvolte (Cina, Thailandia, Arabia Saudita).</mark><br>In mBridge, il concetto di &#8220;guadagno&#8221; è diverso. <strong>Il guadagno principale per lo Stato</strong> non è una commissione, ma il fatto <strong>che le sue aziende non devono più pagare le alte commissioni di SWIFT </strong>(che finivano nelle banche americane ed europee). C’è inoltre una ragione che possiamo definire di <strong>sovranità monetaria:</strong> potendo commerciare direttamente in Yuan o Rial digitali, queste nazioni <strong>non devono più pagare il &#8220;tributo&#8221; del cambio valuta in dollari</strong>. Se ci sono piccoli avanzi di gestione, questi restano nelle casse delle banche centrali (che non sono gestite da privati ma sono pubbliche con funzione pubblica) dei paesi membri per coprire i costi di manutenzione dei server.</p>



<p class="has-medium-font-size" id="i-costi-per-chi-la-usa"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">I costi per chi usa mBridge sono quasi nulli</mark></strong>. Le banche commerciali che usano la piattaforma pagano una tariffa minima per la manutenzione dell&#8217;infrastruttura. Il costo è drasticamente più basso di SWIFT perché non ci sono costi di intermediazione bancaria. Se inviare un milione di dollari con SWIFT costa 50 dollari più una percentuale sul cambio, con mBridge il costo potrebbe essere di pochi centesimi, indipendentemente dalla cifra.</p>



<h3 id="sintesi-comparativa-dei-modelli-di-business">Sintesi Comparativa dei Modelli di Business</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><thead><tr><th>Caratteristica</th><th>Piattaforma Trump/EAU (WLF)</th><th>Piattaforma Asiatica (mBridge)</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Obiettivo</strong></td><td>Profitto privato e controllo flussi</td><td>Efficienza economica e sovranità</td></tr><tr><td><strong>Principale Entrata</strong></td><td>Interessi sulle riserve e vendita token</td><td>Risparmio sui costi di transazione</td></tr><tr><td><strong>Beneficiario</strong></td><td>Famiglia Trump, Partner UAE, Investitori</td><td>Stati Nazionali e Banche Centrali</td></tr><tr><td><strong>Costi per l&#8217;utente</strong></td><td>Commissioni di mercato e interessi</td><td>Tariffe di rete minime (Public Good)</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="has-medium-font-size">Con <strong>Trump/EAU</strong> si paga un servizio a un privato per avere velocità e indipendenza; con <strong>mBridge</strong> si partecipa a <strong>un&#8217;infrastruttura pubblica pensata per abbattere i costi del commercio tra nazioni alleate</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il fronte privato (Trump/EAU) <strong>opera in senso opposto </strong>alle spinte di de-dollarizzazione e lo sta facendo non solo garantendo il cambio 1 a 1, ma agendo su diversi livelli strategici che rendono il dollaro &#8220;indispensabile&#8221; anche per chi vorrebbe abbandonarlo.</p>



<h3 id="il-sostegno-al-debito-pubblico-treasuries">Il sostegno al debito pubblico (Treasuries)</h3>



<p class="has-medium-font-size">Per ogni miliardo di <strong>USD1</strong> emesso, la società (WLF) deve acquistare circa un miliardo di dollari di asset sicuri, principalmente <strong>Titoli del Tesoro USA</strong> (US Treasuries). Questo trasforma le stablecoin private nel più grande acquirente &#8220;nuovo&#8221; di debito pubblico americano. Mentre Cina e Russia vendono i loro titoli di stato americani, le piattaforme come <strong>WLF o Circle</strong> ne comprano quantità massicce per &#8220;coprire&#8221; le loro monete digitali. Di fatto, finanziano lo Stato americano meglio di quanto facciano i partner esteri tradizionali.</p>



<h3 id="rendere-il-dollaro-inattaccabile-dalle-sanzioni">Rendere il dollaro &#8220;Inattaccabile&#8221; dalle sanzioni</h3>



<p class="has-medium-font-size">Questo è un punto geniale e allo stesso tempo controverso. Molti paesi (come quelli dei BRICS) vogliono uscire dal dollaro perché temono che gli USA possano &#8220;congelare&#8221; i loro conti in caso di dispute (come accaduto alla Russia) ma offrendo ora un dollaro digitale (USD1) che viaggia su una <strong>blockchain privata</strong> fuori dal controllo diretto della Federal Reserve e dello SWIFT, il fronte Trump/EAU sta dicend al mondo: <em>&#8220;Potete continuare a usare il dollaro senza temere che Washington ve lo tolga con un click&#8221;</em>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">In questo modo, <em>i paesi tentati di lasciare il dollaro</em> e passare allo Yuan cinese vengono convinti a restare legati al dollaro, ma nella sua versione &#8220;privata&#8221;</mark></strong>. Il dollaro vince come valuta, anche se lo Stato americano perde il potere di sanzionare.</p>



<h3 id="il-dollaro-come-lingua-universale-della-tokenizzazione">Il dollaro come &#8220;Lingua Universale&#8221; della Tokenizzazione</h3>



<p class="has-medium-font-size">Se il petrolio degli EAU, il gas dell&#8217;Arabia Saudita e le merci dell&#8217;India vengono prezzati e scambiati in <strong>USD1</strong>, il dollaro rimane l&#8217;<strong>unità di conto</strong> mondiale. È come se il dollaro diventasse l&#8217;inglese del commercio digitale. Anche se non usa la &#8220;grammatica&#8221; della banca centrale americana, stai comunque parlando la &#8220;lingua&#8221; del dollaro. Questo impedisce che si creino sistemi di prezzi basati su un paniere di monete orientali.</p>



<h3 id="la-velocita-contro-la-cina-corsa-agli-armamenti-digitali">La velocità contro la Cina (Corsa agli armamenti digitali)</h3>



<p class="has-medium-font-size">La Cina sta spingendo lo <strong>Yuan Digitale (e-CNY)</strong> per dominare il commercio in Asia e Africa. Lo Stato americano è stato lento a creare un &#8220;Dollaro Digitale&#8221; pubblico per via di dubbi sulla privacy e sulla politica. Trump e gli Emirati stanno ora &#8220;correndo&#8221; al posto dello Stato. Lanciando <strong>USD1</strong>, occupano lo spazio digitale prima della Cina. Forniscono una tecnologia moderna, veloce e sicura che sta tentando di battere lo Yuan digitale sul tempo, mantenendo l&#8217;Occidente (e i suoi partner) nell&#8217;area di influenza del dollaro. Questa &#8220;privatizzazione&#8221; della difesa del dollaro è un segnale di forza della visione capitalista americana e allo stesso tempo un sintomo che lo Stato americano non è più in grado di difendere la propria moneta da solo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il fronte privato non lotta per il dollaro come strumento della potenza di Washington, ma per il dollaro come <strong>&#8220;standard tecnologico globale&#8221;</strong>. Stanno trasformando il dollaro da uno strumento di politica estera a un&#8217;infrastruttura privata di mercato.</p>



<h3 id="la-nuova-faccia-del-dollaro">La &#8220;Nuova&#8221; faccia del Dollaro</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><thead><tr><th>Metodo</th><th>Come sostiene il Dollaro</th><th>Chi ne beneficia</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Asset di riserva</strong></td><td>Compra Titoli di Stato (Treasuries)</td><td>Il Tesoro USA (Stato)</td></tr><tr><td><strong>Bypass Sanzioni</strong></td><td>Rende il dollaro &#8220;sicuro&#8221; per chi teme gli USA</td><td>Commercianti globali e EAU</td></tr><tr><td><strong>Prezzi Asset</strong></td><td>Mantiene il dollaro come base per il petrolio</td><td>Investitori e mercati globali</td></tr><tr><td><strong>Concorrenza</strong></td><td>Blocca l&#8217;espansione dello Yuan digitale</td><td>Il fronte Tecnocrate (WLF/EAU)</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="has-medium-font-size">Il <strong>Bancor</strong> di Keynes non era solo un’unità di conto internazionale, ma un sistema progettato per la &#8220;stabilità forzata&#8221;: obbligava chi esportava troppo (i creditori) a spendere o a rivalutare la propria moneta, evitando che pochi paesi accumulassero tutta la ricchezza mondiale lasciando gli altri nei debiti.<br>Vediamo come si comportano i due nuovi blocchi del 2026 rispetto a questo concetto.</p>



<h3 id="il-sistema-privato-trump-eau-wlf-il-modello-autostradale">Il sistema Privato (Trump-EAU / WLF): Il Modello &#8220;Autostradale&#8221;</h3>



<p class="has-medium-font-size">A differenza del Bancor di Keynes, il sistema basato sulla piattaforma <strong>World Liberty Financial (WLF)</strong> e la stablecoin <strong>USD1</strong> non prevede alcun meccanismo automatico di riequilibrio. Al contrario, la sua logica è puramente <strong>estrattiva e di mercato</strong>. Non prevede <strong>nessun limite ai surplus:</strong> se un paese (o un privato) accumula miliardi di USD1, la piattaforma non lo &#8220;punisce&#8221;. Anzi, i proprietari della piattaforma (Trump e gli Emirati) sono contenti se i depositi aumentano, perché guadagnano dagli interessi sulle riserve di dollari che garantiscono quei token. WLF funziona come un&#8217;autostrada privata. Non importa se chi la percorre sta andando verso un enorme debito o un enorme surplus; importa solo che chi passa (fa una transazione), paghi il pedaggio (commissione). Evidentemente, senza riequilibrio, questo sistema può accentuare le disuguaglianze. Chi è già forte diventa più forte, usando una moneta digitale più veloce e sicura del vecchio dollaro, ma senza alcun vincolo di solidarietà internazionale.</p>



<h3 id="il-sistema-orientale-mbridge-brics-verso-un-bancor-multipolar">Il sistema Orientale (mBridge / BRICS): Verso un &#8220;Bancor Multipolar&#8221;?</h3>



<p class="has-medium-font-size">Nel caso dell’mBridge/BRICS la situazione è molto diversa e assai più vicina, almeno nelle intenzioni, al sogno di Keynes. Il blocco guidato da <strong>Cina, India e Russia</strong> sta cercando di risolvere proprio il problema degli squilibri, anche solo per motivi di sopravvivenza politica.<br>Proprio in questi giorni (aprile 2026), la Banca Centrale Indiana (RBI) ha proposto ufficialmente di inserire nell&#8217;agenda dei BRICS la creazione di meccanismi per <strong>&#8220;gestire gli squilibri commerciali tra valute digitali&#8221;</strong>. Piattaforme come <strong>mBridge</strong> sono, infatti, tecnicamente pronte per agire come una &#8220;stanza di compensazione&#8221;. Invece di accumulare una singola moneta (come il dollaro), i paesi scambiano le proprie CBDC (monete digitali nazionali). Se un paese accumula troppa moneta di un altro, il sistema può suggerire (o forzare in futuro) accordi di investimento per &#8220;pareggiare i conti&#8221; con l’obiettivo di evitare che si crei un nuovo &#8220;dominus&#8221; (come lo sono stati gli USA) e permettere a ogni nazione di mantenere la propria sovranità monetaria.</p>



<h3 id="confronto">Confronto</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><thead><tr><th>Caratteristica</th><th>Bancor (Keynes)</th><th>Sistema WLF (Trump-EAU)</th><th>Sistema mBridge (Oriente)</th></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Riequilibrio</strong></td><td><strong>Obbligatorio:</strong> Tasse sui surplus eccessivi.</td><td><strong>Assente:</strong> Mercato libero e accumulo illimitato.</td><td><strong>In fase di studio:</strong> Accordi di compensazione tra Stati.</td></tr><tr><td><strong>Proprietà</strong></td><td>Internazionale (Pubblica)</td><td>Privata (Individui/Società)</td><td>Cooperativa (Banche Centrali)</td></tr><tr><td><strong>Filosofia</strong></td><td>Stabilità globale.</td><td>Efficienza e profitto privato.</td><td>De-dollarizzazione e autonomia.</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="has-medium-font-size">In conclusione, mentre il sistema <strong>EAU-Trump</strong> è una &#8220;versione digitale e privata del dollaro&#8221; che premia chi accumula capitale, il sistema <strong>mBridge/BRICS</strong> sta evolvendo verso una forma di &#8220;Bancor moderno&#8221;.<br>Tuttavia, c&#8217;è un&#8217;ironia: il sistema privato è molto più <strong>veloce da usare</strong> perché non deve negoziare con nessuno (le regole le scrive il codice della piattaforma), mentre il sistema orientale deve mettere d&#8217;accordo governi molto diversi tra loro, rendendo il riequilibrio &#8220;alla Keynes&#8221; non facile da applicare politicamente.<br>Il primo è un sistema basato sulla libertà di accumulo privato incurante degli squilibri tra paesi che hanno storicamente causato i grandi conflitti mentre l’altro cerca un rapporto cooperativo e di equilibrio tra nazioni che previene le guerre e costruisce quotidianamente le condizioni della Pace.</p>



<p>NOTA [1]<br>Nel sistema economico che emerge da questo scenario del 2026, il rapporto tra <strong>Token</strong> e <strong>Stablecoin</strong> è esattamente quello che intercorre tra la <strong>merce</strong> e il <strong>denaro</strong>, anche se entrambi vivono esclusivamente in forma digitale su una blockchain. Sebbene dal punto di vista tecnico una stablecoin sia essa stessa un tipo di token, all&#8217;interno della piattaforma World Liberty Financial questi due strumenti ricoprono ruoli distinti ma perfettamente sincronizzati.<br>Il <strong>Token</strong> funge da <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">rappresentante digitale di un bene reale</mark></strong>, quello che nel settore viene chiamato <em>Real World Asset</em> (RWA). Per capirci: quando si va in discoteca e si lascia il cappotto al guardaroba, viene dato un <strong>numerino di plastica</strong>. Quel numerino non è il cappotto, ma <em>rappresenta</em> il cappotto. Chiunque possieda quel numerino può reclamare il cappotto. La <strong>tokenizzazione</strong> fa la stessa cosa: prende un barile di petrolio (il cappotto) e crea un &#8220;numerino digitale&#8221; (il token) su una blockchain. Immaginiamolo come <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">un certificato di proprietà evoluto</mark></strong>: se gli Emirati decidono di vendere un milione di barili di petrolio, non spostano fisicamente i barili per ogni singola transazione, ma emettono un milione di token petroliferi. <strong>Possedere uno di questi token equivale legalmente a possedere un barile stoccato nei depositi di Fujairah</strong>. Questa tecnologia permette di &#8220;frazionare&#8221; beni pesanti e complessi, <strong>trasformando una materia prima fisica in un oggetto digitale leggero e scambiabile con la stessa facilità con cui si invia un&#8217;email</strong>.<br>La <strong>Stablecoin</strong>, come il dollaro digitale <strong>USD1</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">rappresenta invece la liquidità</mark></strong>, ovvero <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">il mezzo di pagamento</mark></strong>. Facciamo un esempio: chi entra in un casinò dà 100 euro alla cassa e riceve 100 euro in <strong>fiche</strong>. Dentro il casinò, le fiche valgono esattamente come i soldi veri, ma sono più veloci da usare ai tavoli. Quando vuoi uscire, riconsegni le fiche e riprendi i tuoi euro. <strong>USD1</strong> funziona così: per ogni USD1 digitale che circola, la società (WLF) tiene un vero dollaro (o un titolo di stato sicuro) in cassaforte. <strong>Senza di essa, il sistema della tokenizzazione sarebbe monco, perché per comprare il petrolio digitale bisognerebbe comunque passare attraverso un bonifico bancario tradizionale, rientrando nei tempi lenti e nei controlli del sistema SWIFT</strong>. In pratica, se gli USA volessero bloccare i conti degli Emirati tramite il sistema bancario (SWIFT), non potrebbero farlo se gli Emirati usano <strong>USD1</strong>. Essendo una moneta gestita su una blockchain privata e non dalla Federal Reserve, il governo americano non ha il &#8220;telecomando&#8221; per spegnere quelle transazioni. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>La stablecoin permette, quindi, di chiudere il cerchio: è il contante digitale che mantiene sempre lo stesso valore del dollaro americano, fornendo la stabilità necessaria per il commercio internazionale senza subire le oscillazioni di valore (volatilità) tipiche delle criptovalute comuni come il Bitcoin</strong>.</mark><br>Il legame operativo tra i due è definito <strong>regolamento atomico</strong>. In una transazione tradizionale, il passaggio del denaro e il trasferimento del titolo di proprietà avvengono in momenti diversi e richiedono giorni di verifiche tra banche. In questo nuovo contesto, <strong>il contratto intelligente (<em>smart contract</em>) che governa la piattaforma assicura che il Token del petrolio e la Stablecoin passino di mano nello stesso identico istante</strong>. Se l&#8217;acquirente indiano invia 80 <strong>USD1</strong>, riceve immediatamente il <strong>Token</strong> del barile; se uno dei due elementi manca, la transazione semplicemente non avviene.<br>Questo rapporto simbiotico crea un&#8217;economia &#8220;a circuito chiuso&#8221; che è alla base della strategia degli Emirati e di Trump. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Poiché sia la merce che il denaro sono digitalizzati e gestiti su una piattaforma privata, l&#8217;intera compravendita di energia avviene al di fuori del raggio d&#8217;azione delle banche centrali e dei governi.</mark></strong> È questa integrazione totale tra l&#8217;asset tokenizzato e la valuta digitale che permette di rendere il petrolio un bene fluido, scambiabile istantaneamente e totalmente immune alle sanzioni finanziarie tradizionali, segnando la vera fine dell&#8217;era del petrodollaro inteso come strumento di potere statale. Il rapporto tra <strong>Token</strong> e <strong>Stablecoin</strong> è quello che c&#8217;è tra la <strong>merce</strong> e il <strong>denaro</strong>, ma in versione interamente digitale e &#8220;senza banche&#8221;.<br>Sebbene tecnicamente una Stablecoin sia essa stessa un tipo di token, nel sistema UAE-Trump (World Liberty Financial) svolgono due ruoli distinti e complementari.<br>Vediamo il sistema in azione: L&#8217;India compra petrolio dagli Emirati. Invece di inviare miliardi di dollari &#8220;vecchio stile&#8221; tramite banche americane, invia <strong>miliardi di token USD1</strong>. Gli Emirati ricevono il pagamento all&#8217;istante e lo usano per comprare tecnologia o investire altrove, il tutto senza che una singola banca a Washington possa mettere bocca o bloccare l&#8217;operazione. Riassumendo: La <strong>tokenizzazione</strong> trasforma il <strong>petrolio</strong> in un &#8220;gettone&#8221; digitale. <strong>USD1</strong> trasforma il <strong>dollaro</strong> in una &#8220;fiche&#8221; digitale veloce e non sanzionabile. Insieme, questi due strumenti permettono agli Emirati di commerciare con il resto del mondo su un mercato completamente digitale e privato, rendendo l&#8217;OPEC e il vecchio sistema dei petrodollari obsoleti.</p>



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		<title>L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è una crisi: è un piano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 11:23:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’uscita dall’OPEC non è un incidente ma il tassello di una strategia: Washington ridisegna il mercato globale del petrolio trasformandolo da bene universale a leva di potere politico Il prezzo del greggio stava scivolando verso i 60 dollari con una tendenza ad ulteriore discesa prima dell’aggressione all’Iran, segnalando una debolezza della domanda globale che avrebbe&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è una crisi: è un piano' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/04/29/luscita-degli-emirati-dallopec-non-e-una-crisi-e-un-piano/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="l-uscita-dall-opec-non-e-un-incidente-ma-il-tassello-di-una-strategia-washington-ridisegna-il-mercato-globale-del-petrolio-trasformandolo-da-bene-universale-a-leva-di-potere-politico">L’uscita dall’OPEC non è un incidente ma il tassello di una strategia: Washington ridisegna il mercato globale del petrolio trasformandolo da bene universale a leva di potere politico</h2>



<p class="has-medium-font-size">Il prezzo del greggio stava scivolando verso i 60 dollari con una tendenza ad ulteriore discesa prima dell’aggressione all’Iran, segnalando una debolezza della domanda globale che avrebbe dovuto, in teoria, spingere gli Stati Uniti a cercare stabilità. Invece, l&#8217;amministrazione Trump ha scelto la via della rottura definitiva.</p>



<h3 id="l-obiettivo-primario-di-questa-manovra-non-era-il-prezzo-del-barile-in-se-ma-la-sua-disponibilita-selettiva">L&#8217;obiettivo primario di questa manovra non era il prezzo del barile in sé, ma la sua disponibilità selettiva</h3>



<p class="has-medium-font-size">Creando un collo di bottiglia nello Stretto di Hormuz, <strong>Washington ha di fatto instaurato un regime di razionamento energetico che colpisce al cuore la Cina e le &#8220;tigri&#8221; asiatiche</strong>. Queste nazioni dipendono dai flussi costanti del Golfo per alimentare le loro industrie manifatturiere. Interrompere quel flusso significa costringere Pechino ad attingere alle proprie riserve strategiche o a negoziare termini politici durissimi con gli Stati Uniti per ottenere forniture alternative. È una forma di guerra economica che utilizza l&#8217;energia come arma di distruzione della competitività altrui.</p>



<h3 id="un-petrodollaro-caraibico">Un petrodollaro caraibico</h3>



<p class="has-medium-font-size">Questa strategia sembrava inizialmente un suicidio per il sistema del petrodollaro, ovvero quel patto storico per cui il mondo acquista petrolio solo in dollari, garantendo agli USA una domanda infinita della propria valuta. Ma qui entra in gioco la variabile venezuelana. <strong>L&#8217;aggressione politica e il successivo controllo delle risorse del Venezuela non sono stati eventi isolati, ma la preparazione del Piano B</strong>. Assicurandosi il controllo del bacino dell&#8217;Orinoco ( le riserve più grandi del mondo) e riabilitando il Venezuela nel circuito commerciale attraverso <strong>accordi come quello recentissimo con giganti come l&#8217;italiana Eni</strong>, Washington sta creando un polo energetico alternativo interamente sotto la propria sfera d&#8217;influenza. In questo scenario, <strong>il petrolio venezuelano funge da polmone di riserva per l&#8217;Occidente</strong>, sostituendo quello mediorientale che ora viene deliberatamente reso &#8220;difficile&#8221; e costoso per l&#8217;Asia. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;accordo Eni-Venezuela è il segnale che l&#8217;Europa è stata “invitata” a rifornirsi nel cortile di casa americano, abbandonando le rotte orientali. Questo sposta l&#8217;asse gravitazionale del mercato dal Medio Oriente all&#8217;asse Atlantico</mark></strong> (dottrina Monroe). </p>



<p class="has-medium-font-size">Trump sta accettando di indebolire il vecchio petrodollaro legato all&#8217;OPEC per sostituirlo con un <em>dollaro energetico americano</em>, <strong>dove il petrolio non è più una merce globale neutra</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">ma un club esclusivo a cui si accede solo se si è alleati politici di Washington</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Siamo quindi di fronte a un paradosso: <strong>gli Stati Uniti stanno smantellando l&#8217;ordine energetico che hanno creato nel 1945</strong> per costruirne uno nuovo, più piccolo, più rigido, ma totalmente controllabile. <strong>In un mercato saturo, dove la domanda globale stava già calando, Trump ha capito che l&#8217;industria dello shale americano stava per trovarsi in una crisi di sovrapproduzione [1]. Mantenere lo status quo avrebbe significato vedere i prezzi crollare comunque, <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">ma lasciando il controllo dell&#8217;offerta nelle mani dell&#8217;OPEC+</mark></strong>. Il danno subito dall&#8217;industria dello shale oil americano per i prezzi bassi è stato perciò considerato un <strong>costo di guerra accettabile</strong>, poiché <strong>il premio finale doveva essere la neutralizzazione della capacità industriale cinese e il ritorno dell&#8217;Europa sotto una dipendenza energetica totale dagli Stati Uniti e dai loro satelliti sudamericani a cui nel corso del tempo si dovranno aggiungere con le buone o con le cattive Groenlandia, Artico e forse Canada</strong>. È un ritorno alla geopolitica dei blocchi, dove chi controlla il rubinetto decide chi può produrre ricchezza e chi deve sprofondare nella recessione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Innescando la crisi con l&#8217;Iran, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Washington ha cambiato la natura del problema: ha trasformato un eccesso di offerta in una scarsità artificiale e selettiva</mark></strong>. Il prezzo &#8220;basso&#8221; di 60 dollari era un problema per i profitti dei petrolieri texani, ma <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">il vero obiettivo di Trump è stato quello di accettare un prezzo depresso pur di eliminare la concorrenza straniera e centralizzare il comando delle risorse</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">In questo quadro, il petrolio venezuelano diventa la &#8220;polizza assicurativa&#8221; perfetta. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Poiché l&#8217;estrazione in Venezuela (le più grandi riserve al mondo), una volta ripristinate le infrastrutture grazie a Eni e altre major, ha costi operativi potenzialmente molto bassi rispetto allo shale</mark></strong>, <strong>Washington può permettersi di veder soffrire i propri produttori nazionali sapendo di avere sotto controllo il rubinetto dell&#8217;Orinoco</strong>. Questo permette agli Stati Uniti di inondare il mercato o razionarlo a piacimento, <strong>tenendo i prezzi bassi per controllare i rivali (Russia e Iran) e distruggere la competitività asiatica</strong>, senza però restare mai a secco di greggio economico per i propri alleati atlantici.</p>



<p class="has-medium-font-size">In definitiva, Trump sta usando il basso prezzo del petrolio e la vulnerabilità dello shale non come una debolezza, ma come un&#8217;arma di logoramento. <strong>Accetta perdite nel proprio settore energetico nazionale per infliggere colpi mortali alle economie dei nemici che non hanno la flessibilità finanziaria degli Stati Uniti</strong>. Il controllo del Venezuela è il pezzo finale che chiude il cerchio, garantendo che, qualunque sia il destino dello shale oil texano, il comando americano sull&#8217;energia mondiale rimanga assoluto e svincolato dai capricci di un&#8217;OPEC (vedi nota) resa ormai moribonda.</p>



<p class="has-normal-font-size">Nota: L&#8217;<strong>OPEC</strong>&nbsp;è il &#8220;cuore&#8221; storico (Arabia Saudita, UAE, Iran, ecc.). L&#8217;<strong>OPEC+</strong>&nbsp;è l&#8217;alleanza allargata nata nel 2016 che include la&nbsp;<strong>Russia</strong>&nbsp;e altri produttori minori (Kazakistan, Messico, Oman). L&#8217;OPEC+ era nata per contrastare lo strapotere degli USA. Tuttavia, l&#8217;uscita degli Emirati (UAE) rompe il fronte unito. Lasciando sia l&#8217;OPEC che l&#8217;OPEC+, gli Emirati dicono: &#8220;Non mi interessano più i patti con la Russia o con i Sauditi&#8221;. Senza gli Emirati, l&#8217;OPEC+ perde il suo terzo produttore più importante. Trump non sta cercando di convincere l&#8217;OPEC+ con la gentilezza, ma sta usando la tattica del&nbsp;<strong>&#8220;dividi et impera&#8221;</strong>. Offrendo protezione militare e finanziaria (le famose linee di swap) agli Emirati, ha &#8220;comprato&#8221; la loro uscita dal cartello. Senza l&#8217;unione tra Arabia Saudita, Russia ed Emirati, l&#8217;OPEC+ diventa un &#8220;cane senza denti&#8221;; può abbaiare (minacciare tagli), ma non può più mordere (controllare i prezzi) perché c&#8217;è sempre qualcuno (gli UAE o gli USA) pronto a inondare il mercato di petrolio per abbassarne il prezzo.</p>



<p class="has-normal-font-size">[1] In altri termini, poiché la sopravvivenza per i produttori statunitensi di shale gas e shale oil con costi di estrazione tramite fratturazione idraulica che spesso superano i 50-55 dollari non è garanita per prezzi che scivolano sotto questa soglia che suonerebbero come una condanna a morte teorica per molte aziende del Texas, la strategia americana sembra aver previsto una sorta di &#8220;sacrificio d&#8217;altare&#8221;. tuttavia Trump scommette sulla capacità di resilienza del sistema finanziario americano per sostenere le aziende di shale nazionali tramite sussidi, sgravi fiscali massicci e deregolamentazione selvaggia, permettendo loro di restare a galla anche a prezzi minimi. L&#8217;obiettivo è resistere un minuto più a lungo della Russia o dell&#8217;Arabia Saudita, i cui bilanci statali crollano più facilmente se il petrolio non sta sopra gli 80 dollari.</p>



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		<title>L’eredità in ostaggio: Perché i Mattei hanno diffidato Palazzo Chigi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 11:07:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='L’eredità in ostaggio: Perché i Mattei hanno diffidato Palazzo Chigi' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/04/23/leredita-in-ostaggio-perche-i-mattei-hanno-diffidato-palazzo-chigi/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="dalla-guerra-delle-sabbie-del-1963-alla-rottura-diplomatica-del-2026-l-antica-ferita-tra-la-rivoluzione-algerina-e-la-monarchia-marocchina-e-lo-smascheramento-delle-contraddizioni-del-governo-italiano-viaggio-nel-furto-d-identita-ideologica-che-sta-trasformando-la-cooperazione-con-l-africa-in-una-nuova-frontiera-della-sicurezza-neocoloniale-euroatlantica">Dalla Guerra delle Sabbie del 1963 alla rottura diplomatica del 2026: l&#8217;antica ferita tra la rivoluzione algerina e la monarchia marocchina e lo smascheramento delle contraddizioni del governo italiano. Viaggio nel &#8220;furto d’identità ideologica&#8221; che sta trasformando la cooperazione con l’Africa in una nuova frontiera della sicurezza neocoloniale euroatlantica</h2>



<p class="has-medium-font-size">La complessa rete di relazioni tra Italia, Algeria e Francia, Marocco e Spagna non è solo una cronaca di dispute territoriali, ma <strong>un intricato gioco di potere in cui l’eredità del colonialismo si scontra con la moderna geopolitica dell’energia</strong>. Al centro di questo scontro risiede la divergenza ideologica nata negli anni Sessanta: da una parte <strong>l&#8217;Algeria, forgiata da una rivoluzione sanguinosa e profondamente legata al concetto di sovranità rivoluzionaria</strong>, e dall&#8217;altra <strong>il Marocco, una monarchia millenaria che ha sempre visto nell&#8217;espansione verso sud la chiave della propria integrità nazionale</strong>. Questa frattura si è manifestata per la prima volta con la &#8220;<strong>Guerra delle Sabbie</strong>&#8221; del 1963, un <strong>conflitto di confine</strong> che ha segnato la fine delle speranze di un Maghreb unito e l’inizio di una <strong>competizione per l&#8217;egemonia regionale che dura ancora oggi</strong>.</p>



<h3 id="tra-marocco-ed-algeria">tra Marocco ed Algeria</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il punto di rottura definitivo tra i due giganti nordafricani è arrivato nel <strong>1975</strong> con <strong>la questione del Sahara Occidentale</strong>. Il Marocco, approfittando del disimpegno spagnolo, ha lanciato <strong>la &#8220;Marcia Verde&#8221;</strong> per occupare il territorio, mentre <strong>l&#8217;Algeria ha risposto ospitando e armando il Fronte Polisario</strong> [1]. <strong>La Spagna</strong>, in quanto ex potenza coloniale, <strong>si è trovata per decenni stretta in un equilibrio impossibile: da un lato la responsabilità morale verso il popolo Saharawi e la dipendenza dal gas algerino, dall&#8217;altro la necessità di cooperare con il Marocco per il controllo dei flussi migratori e della sicurezza nello Stretto di Gibilterra</strong>. Questo equilibrio si è spezzato clamorosamente <strong>nel 2022</strong>, quando il governo di <strong>Pedro Sánchez</strong> ha compiuto una storica inversione di marcia, <strong>appoggiando il piano di autonomia marocchino per il Sahara</strong>. La reazione di Algeri è stata brutale: <strong>sospensione del trattato di amicizia con Madrid e chiusura dei rubinetti del gasdotto che attraversava il territorio marocchino</strong>, lasciando la Spagna in una posizione di estrema vulnerabilità diplomatica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa crisi tra Madrid e Algeri ha aperto <strong>un&#8217;autostrada diplomatica per l&#8217;Italia</strong>, che ha usato seppure strumentalmente l&#8217;eredità di Mattei. <strong>Mentre la Francia perdeva influenza nel Sahel e la Spagna veniva punita per il suo &#8220;voltafaccia&#8221;, Roma ha stretto un patto d&#8217;acciaio con l&#8217;Algeria</strong>, diventando il suo principale partner energetico in Europa e l&#8217;interlocutore privilegiato per la stabilità del Mediterraneo centrale. Con il rilancio del &#8220;Piano Mattei&#8221; l&#8217;Italia si propone come hub energetico europeo, sfruttando il gas algerino per compensare l&#8217;addio a quello russo (vedi scheda). Tuttavia, questo successo rende l&#8217;Italia un bersaglio delle frustrazioni francesi, poiché la leadership di Macron vede in ogni nuovo accordo tra Roma e Algeri un&#8217;ulteriore erosione del proprio &#8220;dominio&#8221; storico in Nord Africa.<br><br>Il risultato attuale è una regione divisa in due blocchi contrapposti: un<strong> asse Marocco-Francia</strong> (e ora <strong>parzialmente Spagna</strong>) <strong>che punta sulla stabilità monarchica e sul controllo territoriale del Sahara</strong>, e un <strong>asse Algeria-Italia che punta sulla centralità energetica e su una visione multipolare del Mediterraneo</strong>. Il Marocco, forte del riconoscimento statunitense e del sostegno francese, continua a premere per la chiusura definitiva della questione sahariana, mentre <strong>l&#8217;Algeria, sentendosi accerchiata, ha intensificato i legami militari con la Russia e quelli economici con l&#8217;Italia</strong>. In questo groviglio, la neutralità italiana è messa a dura prova: se da un lato il gas algerino è vitale, dall&#8217;altro l&#8217;Italia non può ignorare il ruolo del Marocco come guardiano delle frontiere meridionali d&#8217;Europa. La sfida per il futuro sarà di riuscire a non rimanere schiacciati dalla spirale di ostilità tra due vicini che, dal 2021, non si parlano più e continuano ad armarsi in vista di un confronto che nessuno può permettersi.</p>



<h3 id="c-era-una-volta-enrico-mattei"><strong>c&#8217;era una volta Enrico Mattei</strong></h3>



<p class="has-medium-font-size">In questo scenario, la figura di <strong>Enrico Mattei</strong> ha agito da sempre come un vero e proprio catalizzatore di cambiamenti tettonici. Sostenendo il <strong>Fronte di Liberazione Nazionale algerino</strong> mentre <strong>la Francia tentava disperatamente di mantenere il controllo coloniale</strong>, Mattei non ha solo assicurato all&#8217;Italia una posizione di privilegio energetico, ma ha inferto un colpo durissimo al prestigio di Parigi. Questo &#8220;tradimento&#8221; italiano, come venne percepito dai servizi segreti francesi e dall&#8217;<strong>OAS</strong> [2], ha creato un solco profondo tra Roma e Parigi che non si è mai del tutto rimarginato. <strong>Mentre la Francia si rifugiava in un rapporto privilegiato con il Marocco per bilanciare la perdita dell&#8217;Algeria, l&#8217;Italia costruiva con Algeri un rapporto basato sulla cooperazione tecnica e sul rispetto della sovranità</strong>, trasformando l&#8217;ENI in un ambasciatore ombra capace di dialogare con i rivoluzionari meglio di quanto potessero fare i diplomatici di carriera.</p>



<h3 id="diffida-all-utilizzo-del-nome-di-enrico-mattei-e-l-oggetto-di-una-pec-inviata-a-palazzo-chigi">&#8220;Diffida all&#8217;utilizzo del nome di Enrico Mattei&#8221; è l&#8217;oggetto di una PEC inviata a Palazzo Chigi </h3>



<p class="has-medium-font-size">Mentre il governo si preparava a ospitare a Roma il grande <strong>Vertice Italia-Africa (28-29 gennaio 2024)</strong>, Rosangela Mattei, la nipote di Enrico Mattei, ha inviato la <strong>PEC di diffida</strong> a Palazzo Chigi. La famiglia sceglie questo tempismo per evidenziare il dissenso proprio nel momento di massima esposizione internazionale del progetto. La notizia della diffida inizia a circolare sui media nazionali (come Il Fatto Quotidiano e La Repubblica) proprio nei giorni del summit. Nonostante le tensioni sollevate privatamente dagli eredi, la Camera dei Deputati approva definitivamente la conversione in legge del decreto sul Piano Mattei il 10 Gennaio 2024. <strong>Lo Stato ha proceduto dunque sul binario normativo, ignorando la richiesta di &#8220;cambio nome&#8221; avanzata nella diffida</strong>. Il ritorno d&#8217;attualità di questa vicenda proprio in questi giorni di <strong>aprile 2026</strong> non è casuale, ma è legato a una convergenza di scadenze istituzionali, risultati tecnici e nuove dichiarazioni della famiglia che hanno riacceso i riflettori sul contrasto tra &#8220;marchio&#8221; e &#8220;metodo&#8221;. Secondo la legge istitutiva del Piano Mattei (L. 2/2024), il Governo è tenuto a presentare una <strong>Relazione Annuale</strong> sullo stato di attuazione dei progetti. In queste settimane di aprile 2026, è stato depositato il <strong>rapporto che traccia il bilancio del primo biennio di attività</strong>. I media hanno ripreso la questione della diffida cercando di valutare e verificare se i progetti realizzati in Algeria ed Etiopia riflettano effettivamente il &#8220;metodo Mattei&#8221; (formazione e parità) o se si tratti piuttosto di semplici contratti di fornitura energetica camuffati, dando così nuova linfa alle critiche della nipote Rosangela e dal nipote Pietro. Proprio in questo mese sono stati tagliati i nastri dei primi centri di formazione agricola e tecnologica co-finanziati dall&#8217;Italia in Algeria. Questo evento, pur essendo un successo diplomatico, hanno spinto i nipoti Mattei a rilasciare nuove dichiarazioni e interviste. La loro posizione attuale è che, nonostante la concretezza dei progetti, l&#8217;uso del nome dello zio continui a essere un&#8217;operazione di <strong>&#8220;marketing politico&#8221;</strong> che lo Stato non ha ancora sanato legalmente con gli eredi, definendo il piano una &#8220;scatola diplomatica&#8221; che sfrutta un prestigio storico non suo.</p>



<p class="has-medium-font-size">La critica mossa dal nipote non si limita a una disputa sul nome, ma colpisce il cuore pulsante del progetto, accusando l’attuale esecutivo di aver compiuto un vero e proprio furto d’identità ideologica per scopi di comunicazione politica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il punto di rottura più evidente risiede nel contrasto tra l’approccio paritario originale e quello che viene percepito come un <strong>nuovo neo-atlantismo</strong>. <br><strong>La visione di Enrico Mattei, passata alla storia come &#8220;neo-atlantismo divergente&#8221;, mirava a spezzare il monopolio delle grandi compagnie petrolifere angloamericane, le famose Sette Sorelle</strong>. Mattei non si limitava a comprare energia, ma proponeva ai paesi produttori la rivoluzionaria <strong>formula 75/25</strong>, lasciando la gran parte dei profitti alle nazioni africane e arabe. <strong>Egli considerava l’Africa un partner politico a tutti gli effetti, arrivando a sostenere apertamente i movimenti di indipendenza, convinto che l’Italia potesse prosperare solo se i suoi fornitori diventavano nazioni sovrane e realmente autonome</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">La famiglia Mattei vede nel piano odierno una totale inversione di rotta, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">dove l&#8217;attuale strategia appare come una proiezione degli interessi di sicurezza energetica dell’Europa, con l’Italia nel ruolo di intermediario logistico per conto dell’Unione Europea piuttosto che di alleato dei popoli africani</mark></strong>. La sovranità energetica sognata da Enrico, che prevedeva una politica estera autonoma e spesso di sfida verso i grandi blocchi di potere, è stata sostituita da una <strong>logica di pura sicurezza emergenziale</strong>. In questo contesto, il Piano Mattei della Meloni non nasce da una spinta ideale di fratellanza tra i popoli, ma dalla necessità pragmatica di sostituire il gas russo e gestire le crisi derivanti dalla guerra in Iran, trasformando l’Africa in un &#8220;piano B&#8221; strategico dettato dalla necessità.</p>



<p class="has-medium-font-size">Un altro aspetto fondamentale che alimenta il dissenso riguarda <strong>il trasferimento delle competenze e il cosiddetto dono tecnologico</strong>. Il metodo Mattei originale era celebre per la <strong>creazione di una classe dirigente locale</strong>: i tecnici africani venivano formati a Metanopoli per poi tornare nei loro paesi a gestire autonomamente le proprie risorse. <strong>Viceversa, nell’attuale impostazione si ravvisa il rischio che i nuovi centri di formazione siano strumenti di soft power finalizzati a mantenere un legame di subalternità, piuttosto che a generare una reale indipendenza tecnologica per il continente africano</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Esiste inoltre un forte timore legato al <strong>rischio di estrattivismo verde</strong>. Mentre Enrico Mattei puntava sul petrolio come chiave dello sviluppo industriale classico per l&#8217;Italia e per l&#8217;Africa, <strong>oggi il continente è visto come un immenso hub per l’idrogeno verde e le rinnovabili destinate quasi esclusivamente al consumo europeo</strong>. I Mattei denunciano il pericolo che si stia replicando il <strong>vecchio schema coloniale sotto una nuova veste ecologica, producendo energia pulita per l&#8217;Europa mentre i territori locali restano privi di benefici strutturali</strong> (per inciso, sta succedendo qualcosa di analogo nel Sud di Italia: vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2025/01/06/sei-proprietario-della-tua-terra-finche-una-qualche-grande-impresa-nazionale-o-estera-non-sia-interessata-ad-essa/">Sei proprietario della tua terra finché una qualche grande impresa nazionale o estera non sia interessata ad essa</a>). Associare il cognome dello zio a un’operazione che potrebbe essere percepita come <strong>un nuovo colonialismo verde</strong> è, per gli eredi, moralmente inaccettabile.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tutto questo si traduce in una <strong>battaglia legale sul diritto all’identità personale post-mortale</strong>. La legge italiana tutela la memoria dei defunti illustri, impedendo che il loro nome venga usato per promuovere idee o progetti che il personaggio ha combattuto in vita. Pietro Mattei, il nipote del fondatore dell&#8217;ENI, sostiene che il governo stia usando il prestigio etico di Enrico, l’uomo che sfidava l’imperialismo, come una sorta di <strong>copertura morale per un’operazione che è invece puramente pragmatica e strettamente legata agli equilibri della NATO</strong>, proprio quegli equilibri dai quali Enrico Mattei cercò sempre di smarcarsi per garantire all’Italia un futuro di reale indipendenza. Scrive sul quotidiano la Stampa: &#8220;All’inizio ho detto vediamo che fanno. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo&#8221;. Un altro punto di rottura totale riguarda l&#8217;associazione tra investimenti energetici e controllo dei flussi migratori. <strong>Per Pietro Mattei, l&#8217;uso del nome dello zio per coprire accordi che prevedono la costruzione di centri di detenzione o il pattugliamento delle coste è un &#8220;tradimento etico&#8221;</strong>. Per Enrico lo sviluppo industriale era fondamentale per creare ricchezza in loco e rendere i paesi africani padroni del proprio destino. <strong>Viceversa, il piano attuale è usato come uno strumento di &#8220;polizia di frontiera&#8221; mascherato da cooperazione, un approccio che Enrico, sostenitore della decolonizzazione, avrebbe trovato ripugnante</strong>. <br>Pietro Mattei solleva inoltre un dubbio economico che molti cittadini condividono in questo 2026: se l&#8217;Italia è diventata il partner privilegiato dell&#8217;Algeria (grazie al nome di Mattei), perché le bollette e i costi energetici per le imprese e le famiglie restano così elevati?<br>Enrico Mattei utilizzava il gas per garantire <strong>energia a basso costo</strong> all&#8217;industria italiana, <strong>sacrificando i margini di profitto dell&#8217;Eni per il bene del sistema-paese</strong>. Pietro afferma che oggi il &#8220;<strong>Piano Mattei&#8221; serva più a garantire i dividendi degli azionisti delle grandi partecipate che a ridurre il carico economico sugli italiani</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">In ultima analisi, gli eredi di Mattei difendono la credibilità diplomatica dell&#8217;Italia che rischia di subire un colpo durissimo. Non è solo una lite tra parenti e Palazzo Chigi per un nome sulla carta, ma una disputa sulla <strong>direzione etico-diplomatica</strong> dell&#8217;Italia nel Mediterraneo. </p>



<p>Scheda:<strong> Il rapporto energetico tra Italia e Algeria </strong><br>Il rapporto energetico tra Italia e Algeria rappresenta oggi il pilastro fondamentale della sicurezza nazionale, un legame che si è evoluto radicalmente passando da una collaborazione strategica a una vera e propria simbiosi industriale. Consultando i dati tecnici di Eni e Snam, emerge come l&#8217;Algeria non sia più soltanto un fornitore, ma il partner principale di un asse vitale dal momento che l&#8217;Italia, oggi vittima della sua subalternità atlantica, ha masochisticamente rinunciato allo storico apporto energetico russo.<br><strong>Eni e la sinergia estrattiva con Sonatrach</strong><br>L&#8217;attività di Eni in Algeria, consolidata attraverso una partnership decennale con la società di stato Sonatrach, si concentra su una produzione massiccia che oggi si attesta intorno ai <strong>137.000 barili di olio equivalente al giorno</strong>. Questa presenza non riguarda solo l&#8217;acquisto di idrocarburi, ma una gestione congiunta dei giacimenti che permette all&#8217;Italia di avere un controllo diretto sulla fonte. Negli ultimi anni, la strategia di Eni si è spostata verso l&#8217;ottimizzazione delle riserve esistenti e la firma di nuovi contratti di esplorazione, come quelli nell&#8217;area di Zemoul El Kbar, finalizzati a garantire flussi costanti di gas naturale per i prossimi decenni. Sebbene l&#8217;Algeria disponga di riserve petrolifere ingenti, il greggio rappresenta per l&#8217;Italia una quota secondaria rispetto al gas, pesando <strong>tra il 5% e il 10% del totale delle nostre importazioni petrolifere</strong>, poiché la priorità strategica è stata data alla diversificazione del mix energetico nazionale verso combustibili a minore impatto carbonico.<br><strong>Snam e l&#8217;infrastruttura strategica del Transmed</strong><br>Dal punto di vista del trasporto, il ruolo di Snam è cruciale nella gestione del <strong>gasdotto Transmed</strong>, intitolato proprio a Enrico Mattei, che costituisce l&#8217;arteria vitale che pompa energia dal deserto algerino fino alla Pianura Padana. Attraverso l&#8217;operazione <strong><em>SeaCorridor</em></strong>, Snam ha acquisito il controllo paritario dei tratti internazionali del gasdotto che attraversano il Canale di Sicilia e la Tunisia, blindando l&#8217;infrastruttura contro instabilità geopolitiche esterne. Questo corridoio tecnologico ha oggi una <strong>capacità di trasporto superiore ai 30 miliardi di metri cubi l&#8217;anno</strong> e rappresenta l&#8217;opera ingegneristica che ha trasformato l&#8217;Italia in una porta d&#8217;ingresso per l&#8217;energia nordafricana verso l&#8217;intera Europa centrale.<br>In passato, il gas algerino copriva circa il 25-30% del fabbisogno nazionale, ma con la rinuncia alle forniture russe, l&#8217;Algeria è diventata il primo fornitore assoluto, <strong>coprendo oltre il 40% del gas importato</strong>. Nel solo 2024, il valore degli scambi commerciali legati all&#8217;energia ha superato i 9 miliardi di euro, riflettendo non solo un aumento dei volumi ma anche una stabilità contrattuale che ha permesso all&#8217;Italia di evitare i picchi di prezzo più estremi registrati sui mercati internazionali.<br><strong>L&#8217;orizzonte dell&#8217;idrogeno e il corridoio SoutH2</strong><br>Guardando al futuro, la partnership non si limiterà ai combustibili fossili, ma punta a trasformare l&#8217;Italia nel principale hub europeo per <strong>l&#8217;idrogeno verde</strong>. Il progetto <em>SoutH2 Corridor</em>, promosso da Snam con il supporto delle istituzioni europee, <strong>prevede la conversione e il potenziamento delle attuali pipeline per trasportare idrogeno prodotto tramite impianti solari ed eolici nel Sahara</strong>. L&#8217;obiettivo <strong>al 2030</strong> è l&#8217;importazione di <strong>4 milioni di tonnellate di idrogeno l&#8217;anno</strong>, un volume che coprirebbe quasi la <strong>metà del target di importazione dell&#8217;intera Unione Europea</strong>. Parallelamente, il <strong>progetto GALSI</strong>, originariamente concepito come nuovo gasdotto sottomarino per la Sardegna, è stato <strong>riprogettato come un ponte energetico sottomarino dedicato al trasporto di energia elettrica e ammoniaca verde</strong>, integrando definitivamente le reti energetiche delle due sponde del Mediterraneo in un unico sistema integrato.</p>



<p class="has-normal-font-size">[1] Il Fronte Polisario, il cui nome esteso è <strong>Fronte Popolare di Liberazione di Saguía el Hamra e Río de Oro</strong>, rappresenta l&#8217;organizzazione politica e militare <strong>nata nel 1973</strong> con<strong> l&#8217;obiettivo fondamentale di ottenere l&#8217;indipendenza del Sahara Occidentale</strong>. Questa entità agisce come <strong>voce ufficiale del popolo Saharawi, ovvero gli abitanti nativi dell&#8217;ex colonia spagnola, e si batte per l&#8217;autodeterminazione di un territorio che considera attualmente sotto occupazione marocchina</strong>. Nel 1976 il movimento ha proclamato la nascita della RASD, <strong>Repubblica Araba Saharawi Democratica</strong>, uno Stato in esilio che, pur essendo riconosciuto da numerose nazioni dell&#8217;Unione Africana, non gode del riconoscimento ufficiale delle Nazioni Unite. Poiché il controllo effettivo della regione è limitato, il governo della RASD opera principalmente dai campi profughi di Tindouf, situati in territorio algerino.<br>La storia del Polisario è profondamente intrecciata con il conflitto bellico. Dopo una prima fase di resistenza contro il colonialismo spagnolo, l&#8217;organizzazione ha intrapreso una lunga guerriglia contro il Marocco e la Mauritania in seguito all&#8217;annessione del territorio avvenuta nel 1975. Per contrastare queste incursioni, il Marocco ha edificato un imponente sistema di fortificazioni noto come <strong>Muro di Sabbia</strong>, che si estende per oltre 2.700 chilometri e separa le zone costiere ricche di risorse, controllate da Rabat, dalle aree desertiche interne rimaste sotto il controllo del Polisario.<br>Attualmente la situazione vive una <strong>fase di stallo diplomatico che perdura dal 1991, anno in cui l&#8217;ONU ha mediato un cessate il fuoco</strong>. Nonostante gli accordi prevedessero lo svolgimento di un referendum per l&#8217;indipendenza, la consultazione non è mai avvenuta a causa di insanabili disaccordi sull&#8217;identificazione degli aventi diritto al voto. <strong>Mentre il Marocco continua a proporre un piano di ampia autonomia sotto la propria sovranità, il Fronte Polisario resta fermo sulla richiesta di una piena indipendenza, al punto che dal 2020 le ostilità armate sono riprese in modo sporadico</strong>. Questo scontro rappresenta inoltre un punto di rottura geopolitica fondamentale, poiché <strong>il Polisario riceve uno storico sostegno dall&#8217;Algeria, </strong>alimentando le tensioni costanti tra quest&#8217;ultima e il Marocco.<br>[2] L&#8217;<strong>OAS</strong> (Organisation Armée Secrète) è stata un&#8217;organizzazione paramilitare clandestina francese di estrema destra, attiva tra il 1961 e il 1962. Il suo obiettivo primario era impedire, con ogni mezzo necessario — inclusi il terrorismo e il sabotaggio — l&#8217;indipendenza dell&#8217;Algeria, che all&#8217;epoca era considerata territorio metropolitano francese. <br>L&#8217;OAS nacque ufficialmente a Madrid nel gennaio del 1961, fondata da figure militari e politiche dissidenti (tra cui il generale Raoul Salan) che si sentivano tradite dal presidente Charles de Gaulle. Mentre De Gaulle stava avviando i negoziati per l&#8217;autodeterminazione dell&#8217;Algeria, l&#8217;OAS sosteneva lo slogan &#8220;Algérie française&#8221;, convinta che l&#8217;abbandono della colonia sarebbe stato un suicidio geopolitico e morale per la Francia.<br>L&#8217;OAS attuò una violenta campagna di terrore tra l&#8217;Algeria e la Francia continentale, impiegando migliaia di cariche esplosive contro sedi istituzionali, organi di stampa e intellettuali favorevoli all&#8217;indipendenza. Questa strategia repressiva si basava sull&#8217;esecuzione mirata di funzionari statali, ufficiali lealisti e membri del Fronte di Liberazione Nazionale, giungendo a organizzare complotti diretti contro il presidente De Gaulle, come il celebre agguato di Petit-Clamart.<br>Al termine del conflitto, in seguito agli accordi di Evian del 1962, l&#8217;organizzazione adottò la politica della terra bruciata per lasciare al nascente stato algerino solo macerie. Attraverso la distruzione sistematica di infrastrutture civili, scuole e impianti petroliferi, l&#8217;OAS cercò di rendere ingovernabile il territorio, provocando una radicalizzazione tale da trascinare la società francese alle soglie della guerra civile.</p>



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		<title>Tutto regge… finché qualcuno ci crede. Il castello di carta del credito privato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 13:46:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tra guerra energetica, credito privato fuori controllo e finanza ombra, il sistema entra nella fase più pericolosa: la scoperta dei prezzi. Se si incrina la protezione delle agenzie di rating, l’equilibrio su cui si regge l’eccezionalismo finanziario americano può saltare. Ecco i segnali che convergono a segnalare l’arrivo di una fase di instabilità strutturale dell’economia&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Tutto regge… finché qualcuno ci crede. Il castello di carta del credito privato' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/04/19/tutto-regge-finche-qualcuno-ci-crede-il-castello-di-carta-del-credito-privato/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="tra-guerra-energetica-credito-privato-fuori-controllo-e-finanza-ombra-il-sistema-entra-nella-fase-piu-pericolosa-la-scoperta-dei-prezzi-se-si-incrina-la-protezione-delle-agenzie-di-rating-l-equilibrio-su-cui-si-regge-l-eccezionalismo-finanziario-americano-puo-saltare-ecco-i-segnali-che-convergono-a-segnalare-l-arrivo-di-una-fase-di-instabilita-strutturale-dell-economia-mondiale">Tra guerra energetica, credito privato fuori controllo e finanza ombra, il sistema entra nella fase più pericolosa: la scoperta dei prezzi.  Se si incrina la protezione delle agenzie di rating, l’equilibrio su cui si regge l’eccezionalismo finanziario americano può saltare. Ecco i segnali che convergono a segnalare l’arrivo di una fase di instabilità strutturale dell’economia mondiale</h2>



<p class="has-medium-font-size">Il mondo non sta andando verso una recessione: ci sta già entrando. I segnali sono ovunque: crescita in calo, consumi deboli, debito in aumento. Le tensioni geopolitiche e le guerre stanno colpendo il cuore dell’economia: l’energia. L’inflazione erode il potere d’acquisto, mentre i tassi alti frenano investimenti e credito. La finanza, gonfiata da anni di liquidità, diventa sempre più fragile. Basta poco per innescare una crisi a catena. Il meccanismo è noto: meno fiducia, meno spesa, meno crescita. Non è una crisi isolata ma sistemica, che coinvolge più livelli insieme. L’apparente stabilità nasconde squilibri profondi. La vera domanda non è “se”, ma <strong>quanto sarà intensa e chi ne pagherà il prezzo</strong>. Ne scrivevo in <em><a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/04/verso-una-recessione-globale/" data-type="post" data-id="18222">Verso una recessione globale?</a>:</em> il conflitto in Iran e i danni alle infrastrutture energetiche, specialmente nello Stretto di Hormuz, potrebbero causare una recessione globale prolungata. Le banche centrali, alzando i tassi per combattere l’inflazione, rischiano di aggravare la situazione, mentre la “fame di dollari” e i “Repo Fails” segnalano una crisi di liquidità sistemica. Il mercato obbligazionario prevede una recessione, vedendo il caro petrolio come una tassa che soffoca la domanda.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il mondo della finanza globale si sta muovendo silenziosamente verso un territorio pericoloso, ricalcando per molti versi i passi falsi che portarono al crollo del 2008.<strong> Al centro di questa tempesta invisibile non ci sono più i mutui delle case americane, ma il cosiddetto credito privato</strong>: un vasto oceano di prestiti concessi da entità non bancarie a società spesso già pesantemente indebitate. Per anni, questo sistema ha prosperato nell&#8217;ombra, lontano dai radar dei regolatori, alimentato da tassi di interesse bassissimi e da una fame insaziabile di rendimenti facili. Oggi, però, quel meccanismo si è inceppato e i grandi attori del mercato hanno iniziato a scappare, cercando di lasciare il cerino acceso in mano a qualcun altro.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il primo segnale di allarme è arrivato, infatti, dalle grandi banche d&#8217;affari, che hanno attivato una manovra di sganciamento preventivo. <strong>I giganti del credito, come JP Morgan e Goldman Sachs, hanno iniziato a guardare con estremo sospetto ai titoli che i fondi di investimento offrono loro come garanzia in cambio di liquidità</strong>. In termini semplici, le banche stanno dicendo a questi fondi che le loro promesse di pagamento non valgono più quanto valevano ieri. Questa svalutazione forzata sta creando una stretta finanziaria: i fondi si ritrovano con meno ossigeno per operare e sono costretti a cercare freneticamente altri modi per restare a galla, spesso svendendo i propri asset migliori o alzando i costi per chiunque chieda loro un prestito.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Il vero dramma, tuttavia, si sta consumando dietro le quinte delle grandi compagnie assicurative e dei gestori di fondi pensione</strong>. Attratti da rendimenti che le obbligazioni statali non potevano più garantire, gli assicuratori hanno riversato i risparmi di milioni di persone in questo mercato del credito privato, diventandone di fatto il bancomat principale. Il problema è che queste istituzioni, considerate tradizionalmente come porti sicuri, hanno utilizzato tecniche finanziarie rischiose per gonfiare i profitti, nascondendo una leva finanziaria che oggi rischia di diventare insostenibile. <strong>Se il mercato obbligazionario iniziasse a trattare il debito delle assicurazioni come &#8220;rifiuto tossico&#8221;, il contagio colpirebbe direttamente il risparmio previdenziale e le polizze vita dei cittadini</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Si aggiunga che le agenzie di rating stanno funzionando come uno scudo invisibile del sistema finanziario americano</strong>. Garantiscono credibilità al debito USA, permettendo deficit enormi a costi contenuti. Senza questo supporto, il mercato inizierebbe a prezzare il rischio reale. Un downgrade significativo farebbe salire rapidamente i tassi sul debito americano.<br>La fiducia globale nel dollaro verrebbe scossa col risultato che i capitali inizierebbero a spostarsi verso altri poli, soprattutto asiatici. Il privilegio del dollaro come valuta dominante verrebbe messo in discussione e l’oro tornerebbe, a maggior ragione, ad essere un riferimento di sicurezza. <strong>L’eccezionalismo finanziario USA si regge quindi anche su un fattore reputazionale</strong>. Se lo “scudo” delle agenzie si abbassasse, l’intero equilibrio globale potrebbe cambiare <em>(vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/03/22/se-si-abbassasse-lo-scudo-delle-agenzie-di-rating-sarebbe-la-fine-delleccezionalismo-finanziario-americano-perche-dollaro-su-oro-giu/">Se si abbassasse lo scudo delle agenzie di rating sarebbe la fine dell’eccezionalismo finanziario americano</a>)</em>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Indipendentemente dalla copertura offerta dalle agenzie di rating, siamo entrati in quella che gli analisti chiamano <strong>la fase della scoperta dei prezzi</strong>, il momento più brutale di ogni crisi finanziaria. Fino ad oggi, molti di questi prestiti privati esistevano solo sulla carta a valori puramente teorici, poiché non venivano scambiati pubblicamente. <strong>Ora che la fiducia sta svanendo e le banche richiedono rientri immediati, i fondi sono costretti a vendere per davvero, rivelando che il valore reale di quegli investimenti è molto più basso di quanto dichiarato nei bilanci</strong>. Questa discrepanza tra realtà e finzione contabile sta scatenando un <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">effetto domino: meno valore significa meno garanzie, meno garanzie significano meno prestiti, e meno prestiti portano inevitabilmente a un blocco dell&#8217;economia reale</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il rischio incombente è che questa spirale diventi fuori controllo prima che il grande pubblico o le autorità possano intervenire. Mentre l&#8217;attenzione mediatica è spesso catalizzata da conflitti geopolitici o oscillazioni del mercato azionario, <strong>il cuore del sistema monetario sta soffrendo una crisi di fiducia interna</strong>. Se le compagnie assicurative, sotto la pressione delle perdite, dovessero chiudere definitivamente i rubinetti del credito, migliaia di aziende medie e grandi si ritroverebbero impossibilitate a rifinanziare i propri debiti, portando a una ondata di fallimenti. In questo scenario, il &#8220;rifiuto tossico&#8221; del credito privato non resterebbe confinato nei computer dei broker di Wall Street, ma busserebbe alle porte di chiunque abbia un conto corrente o una pensione integrativa.</p>



<p class="has-normal-font-size">articoli correlati a cura dell’autore<br>La guerra economica è caotica e colpisce in modo diseguale.<br>Mentre molti subiscono crisi e perdita di potere d’acquisto, alcuni attori ne traggono vantaggio.<br>Il conflitto genera una redistribuzione selettiva di ricchezza e potere.<br>I veri vincitori restano spesso poco visibili.<br>Nel disordine, più che distruggersi tutto, si ridefiniscono gli equilibri globali. Ne parlavo in <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/14/la-guerra-economica-e-cruenta-e-disordinata-ma-non-per-tutti-tra-i-litiganti-ce-chi-gode/">La guerra economica è cruenta e caotica, ma non per tutti; tra i litiganti c’è chi gode</a></p>



<p class="has-normal-font-size">In <a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/05/effetto-boomerang-tutti-i-segnali-di-un-mondo-che-sta-gia-pianificando-il-proprio-futuro-oltre-legemonia-del-dollaro/" data-type="URL" data-id="https://www.francescocappello.com/2026/04/05/effetto-boomerang-tutti-i-segnali-di-un-mondo-che-sta-gia-pianificando-il-proprio-futuro-oltre-legemonia-del-dollaro/"><em>Effetto boomerang. Tutti i segnali di un mondo che sta già pianificando il proprio futuro oltre l’egemonia del dollaro</em></a> mettevo in evidenza che l’uso geopolitico del dollaro come strumento di pressione sta producendo un effetto boomerang.<br>Sempre più Paesi cercano alternative per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.<br>Emergono sistemi di pagamento, accordi commerciali e riserve in valute diverse dal dollaro.<br>Il sistema globale si sta lentamente riorganizzando in senso multipolare.<br>Non è un evento futuro, ma una trasformazione già in corso che ridimensiona l’egemonia americana.</p>



<p><a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/04/verso-una-recessione-globale/">VERSO UNA RECESSIONE GLOBALE?</a><br><a href="https://www.francescocappello.com/2026/03/22/se-si-abbassasse-lo-scudo-delle-agenzie-di-rating-sarebbe-la-fine-delleccezionalismo-finanziario-americano-perche-dollaro-su-oro-giu/">Se si abbassasse lo scudo delle agenzie di rating sarebbe la fine dell’eccezionalismo finanziario americano. Perché dollaro su oro giù?</a></p>



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		<title>Il trucco del &#8220;denaro dal nulla&#8221; e l&#8217;agenda di Trump. Fuga dal dollaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 09:14:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crisieconomica]]></category>
		<category><![CDATA[Dollaro]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Fuori l'Italia dalla guerra]]></category>
		<category><![CDATA[geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Regulatory Reset]]></category>
		<category><![CDATA[Scott Bessent]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il trucco del &quot;denaro dal nulla&quot; e l&#039;agenda di Trump. Fuga dal dollaro' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/04/16/il-trucco-del-denaro-dal-nulla-e-lagenda-di-trump-fuga-dal-dollaro/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<p class="has-medium-font-size">Gli USA non hanno abbastanza soldi per armi e nuove tecnologie come l&#8217;intelligenza artificiale e altro ed ecco che il governo decide di cambiare le regole per le banche. Normalmente, una banca deve tenere una parte dei soldi al sicuro in forma di riserva come garanzia. <strong>Con le nuove regole proposte da Scott Bessent, il segretario al tesoro USA, le banche possono tenere molto meno denaro reale e usare come garanzia una semplice promessa di prestito da parte della banca centrale</strong> (è un po&#8217; come se tu andassi a fare la spesa e il negoziante accettasse come pagamento non i tuoi soldi, ma la promessa che tuo padre ti presterà dei soldi in futuro se ne avrai bisogno) (vedi nota [1]). <strong>Questo permette alle banche di creare una valanga di nuovo denaro da investire nei settori che interessano al governo, come le industrie militari</strong>.</p>



<p><strong>INFLAZIONE DA SPESE MILITARI SUPPLEMENTARI</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Ovviamente, in questo stato di cose, mentre le grandi aziende e chi possiede azioni in borsa diventano sempre più ricchi grazie a questo fiume di denaro, il cittadino comune subisce l&#8217;effetto opposto. Questo accade perché quando circola troppo denaro, ma la quantità di beni che è possibile comprare (pane, benzina, ortofrutticoli ecc.) non aumenta, i prezzi salgono inevitabilmente. È il concetto di inflazione. Se in un&#8217;isola ci sono solo 10 cocchi e 10 monete, ogni cocco costa 1 moneta. Se improvvisamente arrivano altre 90 monete ma i cocchi sono sempre 10, ogni cocco inizierà a costarne 10. Tu hai più monete in tasca, ma compri le stesse cose di prima, anzi, spesso meno, perché gli stipendi non salgono alla stessa velocità dei prezzi dei cocchi. </p>



<p><strong>LA RIVOLTA DEGLI INVESTITORI STRANIERI</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Per finanziare le sue spese, lo Stato americano emette dei &#8220;pezzi di carta&#8221; chiamati titoli di Stato: chi li compra presta soldi allo Stato e lui ti promette di ridarteli con un piccolo interesse dopo qualche anno. Per decenni, tutto il mondo ha comprato questi titoli perché considerati sicurissimi. Tuttavia, l&#8217;ultima &#8220;asta&#8221; (il momento in cui lo Stato vende questi titoli) è andata male. Molti investitori stranieri hanno iniziato a dire &#8220;no grazie&#8221;. Questo accade perché hanno paura che l&#8217;America stia stampando troppi soldi e che, quando arriverà il momento di restituire il prestito, quei dollari varranno molto meno di oggi a causa dell&#8217;inflazione, della de-dollarizzazione e della de-industrializzazione statunitense. Se nessuno vuole più prestare soldi all&#8217;America, gli USA si trovano nei guai anche perché già a condizioni normalidevono trovare entro la fine dell’anno compratori del debito pubblico americano per un valore di 10.000 miliardi di dollari.</p>



<p><strong>IL RITORNO ALL’ORO COME ANCORA DI SALVEZZA</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Poiché la fiducia nel dollaro sta calando, le banche centrali di tutto il mondo stanno facendo una mossa storica: stanno vendendo i loro titoli di Stato americani per comprare oro vero, fisico e asset fisici. L&#8217;oro è considerato l&#8217;unico &#8220;denaro reale&#8221; perché, a differenza del dollaro, non può essere stampato all&#8217;infinito da un governo: bisogna scavare per trovarlo ed è limitato. Per la prima volta dopo moltissimo tempo, il valore dell&#8217;oro conservato nelle banche mondiali ha superato quello dei titoli di debito americani. Questo è un segnale d&#8217;allarme potentissimo: significa che il mondo si sta preparando a un futuro in cui il dollaro non sarà più il re indiscusso dell&#8217;economia.</p>



<p><strong>LA TRAPPOLA DELLA STAGFLAZIONE E DELLA GUERRA</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">La guerra in Iran peggiora tutto questo scenario. Le guerre costano tantissimo e interrompono i commerci, facendo salire i prezzi dell&#8217;energia e delle materie prime. Questo crea &#8220;stagflazione&#8221;, una situazione terribile in cui i prezzi salgono (inflazione) ma l&#8217;economia non cresce (stagnazione). Per chi investe in borsa o in oro, i prezzi che salgono sono un&#8217;ottima notizia perché il valore dei loro beni aumenta. Per chi invece vive di stipendio, è un disastro: i costi della vita aumentano, i tassi d&#8217;interesse sui mutui o sui prestiti per l&#8217;auto restano altissimi e il potere d&#8217;acquisto evapora. In questo contesto fidarsi dei &#8220;pezzi di carta&#8221; è sempre più rischioso e bisogna guardare ai beni fisici concreti, proprio come stanno facendo i grandi investitori e le banche centrali.</p>



<p><strong>L’EUROPA E LA VOGLIA DI “CAMBIARE MONETA”</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Immaginiamo di aver usato per anni una sola marca di carta di credito (il dollaro americano) perché era l&#8217;unica accettata ovunque. Tuttavia, ultimamente il proprietario di quella marca è diventato imprevedibile e ha iniziato a minacciare i tuoi amici (come la Spagna, la Danimarca e altri) o a bloccare i conti di chi non gli piace. Euroclear, che è una delle più grandi istituzioni al mondo incaricate di gestire i pagamenti e i titoli finanziari, ha avvertito che gli investitori europei e asiatici sono stanchi di questa situazione. Molti ora vogliono iniziare a investire e risparmiare usando la moneta cinese, lo Yuan. Questo sta accadendo perché la guerra in Iran e le politiche imprevedibili di Trump hanno reso il dollaro meno rassicurante rispetto al passato.</p>



<p><strong>IL RINCARO DELLA VITA IN EUROPA A CAUSA DELLA GUERRA</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Le scelte degli Stati Uniti hanno un impatto diretto sul portafoglio degli europei. La guerra in Iran ha fatto raddoppiare il prezzo del petrolio (da 60 a 120 dollari al barile), causando un aumento dei prezzi che è già arrivato, ma è destinato ad accentuarsinei supermercati e nelle bollette in Italia,Spagna, Germania, Francia ecc.. Quando Trump minaccia di tagliare i commerci con i paesi alleati che non seguono i suoi ordini militari, questi paesi iniziano a capire che non possono più permettersi di tenere tutti i loro risparmi (le &#8220;riserve&#8221;) in dollari. Se il dollaro perde valore o viene usato come &#8220;arma&#8221; politica, l&#8217;Europa rischia di restare al verde.</p>



<p><strong>PERCHÉ I RISPARMIATORI COMINCIANO A PREFERIRE LA CINA AGLI USA</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Normalmente, se presti soldi a qualcuno, vuoi un interesse, il più alto possibile. Gli Stati Uniti offrono interessi più alti della Cina, ma c&#8217;è un trucco: <strong>il valore della moneta</strong>. Se presti 100 dollari all&#8217;America e ricevi il 4% di interesse, ma nel frattempo il dollaro perde il 4% del suo valore rispetto all&#8217;Euro, alla fine non hai guadagnato nulla. Al contrario, nell&#8217;ultimo anno lo Yuan cinese ha guadagnato valore rispetto all&#8217;Euro, mentre il dollaro lo ha perso. Gli investitori hanno capito che, pur con interessi più bassi, investire in Cina oggi permette di avere un guadagno reale più alto perché la moneta cinese è più forte e stabile in questo momento.</p>



<p><strong>IL CANADA SI ALLONTANA DAL “VICINO DI CASA”</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Il Canada è sempre stato il miglior amico e partner commerciale degli Stati Uniti, ma le cose stanno cambiando. I leader canadesi hanno capito che dipendere al 100% dal mercato americano è pericoloso. Per questo motivo, <strong>le grandi banche canadesi stanno andando a Pechino per aprire nuove filiali</strong>. L&#8217;obiettivo è creare un sistema di pagamenti diretto tra Canada e Cina, senza dover passare per le banche americane. Questo non solo fa risparmiare sulle commissioni, ma <strong>rende il commercio &#8220;a prova di sanzioni&#8221;</strong>: se l&#8217;America decidesse di bloccare i pagamenti internazionali (sistema SWIFT), Canada e Cina potrebbero continuare a fare affari tra loro usando i propri sistemi interni.</p>



<p>I<strong>L PETROLIO CANADESE VIAGGIA VERSO L’ASIA</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Un dato che descrive perfettamente questo cambiamento riguarda l&#8217;energia. <strong>Il Canada sta triplicando le sue esportazioni di petrolio verso la Cina</strong> grazie a nuovi oleodotti sulla costa del Pacifico. Oggi il Canada vende alla Cina il doppio del petrolio che vende agli Stati Uniti. <strong>Se questo commercio verrà pagato in Yuan invece che in dollari, il dollaro americano diventerà ancora meno importante a livello globale</strong>. </p>



<p class="has-medium-font-size">Nel mondo i paesi asiatici affiliati agli Stati Uniti come il Giappone, la Corea del sud, le Filippine e l’Indonesia e altri che dipendono enormemente dalle risorse energetiche dello stretto vivono il tradimento di Trump. Allo stesso modo i paesi del Golfo tradizionalmente alleati degli Stati Uniti che si sono visti bombardare non solo 17 basi militari statunitensi che dovevano proteggerli, ma le stesse infrastrutture per la produzione e commercializzazione delle loro risorse energetiche. Ovviamente anche tutto il settore turistico di quei paesi, che continuava a crescere, è collassato in pochissimo tempo. <strong>Trump non si è reso conto che l’Iran avrebbe potuto bombardare così come ha fatto il cuore della produzione di petrodollari, che hanno tradizionalmente sostenuto sia il dollaro che il debito pubblico americano</strong>. Se per giusta ritorsione al blocco del blocco dello stretto gli iraniani bombardassero quel che ancora rimane in piedi in quei paesi compresi i loro grandi desalinizzatori, di loro non rimarrebbe che un miraggio nel deserto…<br>Si pensi, infine, all’Arabia Saudita che ancora spera di esportare una parte residua delle proprie risorse energetiche via terra, attraverso lo stretto di Suez, con il rischio però che il blocco di Trump attivi nuovamente gli yemeniti a sigillare completamente anche quella via di commercializzazione delle residue risorse dell’Arabia Saudita.<br>Per fare un esempio, propriamente<strong> l’Arabia Saudita, possiede più di 300 miliardi di dollari in titoli di debito americani e in questo stato di cose potrebbe vedersi costretta a venderli</strong>, provocando un vero e proprio tsunami economico a danno dei titoli statunitensi in un momento in cui, come dicevamo, gli Stati Uniti devono trovare compratori per un valore di 10 trilioni di dollari entro la fine dell’anno per rinnovare i loro titoli di debito in scadenza mentre la crescita dell’inflazione costringe la FED ad alzare i tassi e quindi ad incrementare il costo per interessi del debito. Insomma, il rischio di default per gli Stati Uniti si fa sempre più vicino.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il &#8220;vecchio ordine&#8221; guidato dall&#8217;America sta scricchiolando, e paesi insospettabili come Canada e membri dell&#8217;Unione Europea stanno iniziando a costruire scialuppe di salvataggio fatte di moneta e investimenti cinesi.</p>



<p class="has-normal-font-size">[1] Il &#8220;Regulatory Reset&#8221; di Scott Bessent<br>La riforma mira a trasformare radicalmente la gestione della liquidità bancaria, passando da un modello basato sul <strong>possesso fisico di asset</strong> a un modello basato sull&#8217;<strong>accesso garantito al credito</strong>.</p>



<ol class="has-normal-font-size"><li><strong>Integrazione della &#8220;Discount Window&#8221;</strong>: La novità principale è permettere alle banche di includere nel calcolo del <em>Liquidity Coverage Ratio</em> (LCR) le linee di credito non utilizzate presso la Federal Reserve. In pratica, la &#8220;promessa&#8221; di prestito della Banca Centrale viene equiparata a contante reale.</li><li><strong>Sblocco del Capitale</strong>: L&#8217;obiettivo è liberare circa <strong>2.000-3.000 miliardi di dollari</strong> oggi immobilizzati in riserve liquide o Titoli di Stato (Treasuries). Questi fondi dovrebbero, nelle intenzioni del Tesoro, essere rincanalati verso prestiti a imprese e investimenti produttivi.</li><li><strong>Prevenzione dei &#8220;Bank Run&#8221;</strong>: La proposta nasce dall&#8217;analisi dei fallimenti bancari del 2023 (come quello di SVB). Bessent sostiene che la velocità dei prelievi digitali moderni rende inutile avere &#8220;contante nel forziere&#8221; se non si ha un collegamento immediato e pre-approvato con la Banca Centrale.</li><li><strong>Semplificazione Normativa</strong>: Si tratta di una deregolamentazione parziale rispetto agli accordi di <em>Basilea III</em>, voluta per ridare competitività alle banche americane rispetto a quelle internazionali.</li></ol>



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<h3 class="has-small-font-size" id="fonti">Fonti</h3>



<ul class="has-small-font-size"><li><strong>U.S. Department of the Treasury (Treasury.gov):</strong> sito ufficiale guidato da Scott Bessent. Qui vengono pubblicati i <em>Press Releases</em> e i discorsi ufficiali del Segretario riguardanti le politiche di stabilità finanziaria e le proposte di riforma del settore bancario.</li><li><strong>Federal Register:</strong> È il &#8220;diario ufficiale&#8221; del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi modifica formale alle regole sul capitale e sulla liquidità (proposta congiuntamente da Tesoro, Fed e FDIC) deve essere pubblicata qui per il periodo di consultazione pubblica.</li><li><strong>Federal Reserve Board (Federalreserve.gov):</strong> Poiché la riforma tocca la <em>Discount Window</em> e il regolamento LCR, i rapporti tecnici e i verbali delle riunioni (Minutes) della Fed sono la fonte primaria per capire come l&#8217;autorità monetaria stia recependo la proposta del Tesoro.</li></ul>



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