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	<title>Hormuz &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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		<title>Oltre l&#8217;unipolarismo: il miraggio della tokenizzazione nel deserto geopolitico</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 10:47:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La fine dell’ordine monetario del 1971. Dal controllo dei mari al dominio delle piattaforme private, mentre l&#8217;Eurasia riconnette i propri binari ovvero la sfida tra la realtà fisica dell’Isola Mondiale e la sovrastruttura digitale della finanza privata statunitense L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non è un semplice rimescolamento di quote produttive, ma il segnale&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Oltre l&#039;unipolarismo: il miraggio della tokenizzazione nel deserto geopolitico' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/05/04/oltre-lunipolarismo-il-miraggio-della-tokenizzazione-nel-deserto-geopolitico/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="la-fine-dell-ordine-monetario-del-1971-dal-controllo-dei-mari-al-dominio-delle-piattaforme-private-mentre-l-eurasia-riconnette-i-propri-binari-ovvero-la-sfida-tra-la-realta-fisica-dell-isola-mondiale-e-la-sovrastruttura-digitale-della-finanza-privata-statunitense">La fine dell’ordine monetario del 1971. Dal controllo dei mari al dominio delle piattaforme private, mentre l&#8217;Eurasia riconnette i propri binari ovvero la sfida tra la realtà fisica dell’Isola Mondiale e la sovrastruttura digitale della finanza privata statunitense</h2>



<p class="has-medium-font-size">L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non è un semplice rimescolamento di quote produttive, ma il segnale inequivocabile del crollo definitivo di quell’ordine mondiale nato nel 1971, quando il dollaro abbandonò la parità aurea per legarsi indissolubilmente al petrolio. Per decenni, il sistema del petrodollaro ha garantito agli Stati Uniti una domanda globale perpetua per la propria valuta, permettendo a Washington di esportare inflazione e finanziare il proprio deficit in cambio di una protezione militare che oggi appare sempre più incrinata. <br>Oggi, la decisione di Abu Dhabi di slegarsi dai vincoli dell&#8217;OPEC e dell&#8217;Arabia Saudita segna la fine dell&#8217;obbligo di detenere dollari per l&#8217;acquisto di energia, aprendo la strada a una frammentazione monetaria che vede il riemergere di nuove rotte e nuovi poteri.<br>Per comprendere questa trasformazione, è necessario guardare alla mappa fisica del pianeta e al<strong> passaggio da una dottrina di dominio marittimo, la &#8220;talassocrazia&#8221; teorizzata da Alfred Mahan, a una dottrina di dominio continentale, centrata sull’Isola Mondiale di Halford Mackinder</strong> (vedi nota 2). La talassocrazia americana, basata sul controllo degli stretti e delle rotte oceaniche tramite le portaerei, sta cedendo il passo a <strong>un’integrazione eurasica che vede la Russia, la Cina e l&#8217;Iran compattarsi in un blocco geografico autosufficiente</strong>. È la rinascita dell’Isola Mondiale: un immenso spazio terrestre che sta costruendo infrastrutture come il Corridoio Nord-Sud (INSTC) e la Via della Seta, capaci di rendere irrilevanti i blocchi navali occidentali. In questo scenario, <strong>gli stretti di Suez, Hormuz e Malacca non sono più solo punti di passaggio, ma veri e propri &#8220;choke points&#8221; dove l&#8217;Occidente sta perdendo la capacità di proiezione della forza</strong>.<br>Tuttavia, mentre il mondo fisico torna a essere dominato dalla geografia continentale, stiamo assistendo a un <strong>tentativo disperato di &#8220;smaterializzazione&#8221; del potere da parte dell&#8217;Occidente</strong>. Come ho analizzato nel mio percorso sulla tecnocrazia commerciale digitalizzata (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">Da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private?</a>) , la risposta americana alla perdita della propria base industriale &#8211; ormai priva di infrastrutture moderne e di una classe operaia capace di sostenere una produzione bellica &#8211; è la fuga verso le piattaforme private. Non potendo più imporre il suo potere talassocratico, l&#8217;oligarchia finanziaria cerca di imporre la legge del codice informatico, attraverso la tokenizzazione degli asset e l&#8217;uso di stablecoin private come USD1. <strong>L&#8217;idea è quella di trasformare il petrolio e le altre materie prime in &#8220;token&#8221; digitali scambiabili su piattaforme sottratte al controllo degli stati, cercando di blindare la circolazione del dollaro in una bolla tecnologica privata che prescinda dal controllo fisico del territorio</strong> (Vedi nota 1).</p>



<p class="has-medium-font-size">Questo scontro tra la realtà geografica dell&#8217;Isola Mondiale e il miraggio digitale delle piattaforme private trova il suo sismografo più sensibile negli Emirati Arabi Uniti (vedi nota 3). <strong>La dirigenza di Abu Dhabi, guidata da Mohammed bin Zayed, ha tentato per anni di smarcarsi dal ruolo di semplice stato rentier del petrolio, puntando tutto sul &#8220;modello Dubai&#8221;: finanza, logistica portuale e turismo di lusso</strong>. Questo modello, tuttavia, è entrato in una crisi profonda. La guerra contro l&#8217;Iran e il blocco delle rotte marittime hanno provocato <strong>un&#8217;emorragia di capitali verso piazze più sicure come Hong Kong e Singapore</strong>. Per sopravvivere, <strong>Abu Dhabi si è spinta verso un&#8217;alleanza sempre più stretta con Israele e l&#8217;India, sperando che la protezione tecnologica e militare di Tel Aviv e Washington potesse compensare la propria vulnerabilità geografica</strong>.<br>Ma la complessità della federazione emiratina introduce una variabile che rischia di far crollare l&#8217;intero progetto. Gli Emirati Arabi Uniti non sono un blocco monolitico. Mentre Abu Dhabi persegue l&#8217;agenda dei petrodollari digitali e della normalizzazione con Israele, <strong>l&#8217;emirato di Sharjah</strong> mantiene una linea molto più conservatrice e solidale con la causa palestinese. Questa non è solo una divergenza morale: è un pericolo strategico vitale. Sharjah controlla infatti il territorio attraverso cui transita <strong>l&#8217;oleodotto Habshan-Fujairah</strong>, l&#8217;unica infrastruttura che permette alla federazione di esportare greggio verso l&#8217;Oceano Indiano evitando il rischio di un blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. Le indiscrezioni su una <strong>possibile secessione di Sharjah</strong> per proclamarsi repubblica indipendente minacciano di tagliare l&#8217;unica via di fuga fisica degli Emirati, <strong>rendendo più difficile ogni strategia di tokenizzazione digitale</strong>.<br>Il quadro che emerge è quello di un impero americano che, <strong>consapevole della propria impotenza industriale e dell&#8217;obsolescenza della propria flotta</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">reagisce con una &#8220;furia economica&#8221; fatta di sanzioni, sabotaggi e pressioni per la creazione di aree di libero scambio digitalizzate</mark></strong>. Gli Stati Uniti del 2026 non sono più quelli del 1973; non hanno più la capacità di stabilizzare il mondo e <strong>si limitano a vampirizzare i propri alleati</strong>, imponendo loro di sostenere i costi di una transizione energetica e monetaria tutta a vantaggio della finanza di Wall Street. In questo contesto,<strong> l&#8217;Europa </strong>si pone come un attore tragicamente passivo, incapace di identificare i propri interessi nazionali e succube di una parabola imperiale che ha già imboccato la fase del tramonto.<br>In conclusione, la battaglia per il dominio globale si gioca oggi su due tavoli paralleli e conflittuali. <strong>Da una parte c&#8217;è la realtà di cemento armato e acciaio delle potenze eurasiche, che stanno riconnettendo l&#8217;Isola Mondiale tramite binari e oleodotti terrestri invulnerabili alle portaerei</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Dall&#8217;altra c&#8217;è il tentativo occidentale di rifugiarsi in una tecnocrazia privata basata sulla tokenizzazione del mondo, dove il potere non è più esercitato tramite le navi, ma tramite il controllo delle piattaforme di scambio</mark></strong>. Tuttavia, la crisi degli Emirati ci insegna che non si può scappare dalla geografia per sempre: se le basi fisiche del potere &#8211; i territori, i gasdotti, gli stretti marittimi &#8211; sono instabili o contestate, anche il più sofisticato sistema di moneta digitale potrebbe essere destinato a svanire come un&#8217;illusione ottica nel deserto del nuovo secolo all’alba del nuovo mondo multipolare.</p>



<p>note di approfondimento</p>



<p><strong>Nota 1. La dematerializzazione del dominio: Tokenizzazione e Piattaforme Private vs Pubbliche</strong></p>



<p>Il passaggio cruciale voluto dai grandi privati dell’Occidente è la transizione da un ordine basato sulle leggi internazionali e sulla sovranità delle nazioni a un sistema regolato dai protocolli informatici di piattaforme digitali private. In risposta alla propria deindustrializzazione, <strong>l&#8217;Occidente a guida statunitense sta tentando di &#8220;smaterializzare&#8221; il petrolio e gli asset reali, trasformandoli in token digitali scambiabili su infrastrutture sottratte al controllo pubblico</strong>. Questo progetto, che vede l&#8217;emergere di stablecoin private (come la USD1) e il coinvolgimento diretto di <strong>nuove oligarchie tecnologiche</strong> (si pensi al ruolo della famiglia Trump nel settore delle DeFi), <strong>mira a mantenere l&#8217;egemonia del dollaro rendendolo indipendente dalla circolazione fisica delle merci</strong>. Esiste tuttavia una competizione feroce tra questo modello di &#8220;tecnocrazia privata&#8221; occidentale e le piattaforme pubbliche che stanno sorgendo in Oriente. Mentre il progetto americano punta sulla privatizzazione del valore per aggirare i blocchi geopolitici, le potenze dei BRICS e l&#8217;asse eurasico stanno sviluppando <strong>piattaforme di pagamento pubblico-statali, come il progetto mBridge/Chips</strong>. A differenza delle piattaforme private occidentali, queste infrastrutture sono progettate per facilitare il commercio tra banche centrali sovrane utilizzando valute locali, opponendo così alla &#8220;tokenizzazione privata&#8221; un sistema di scambi trasparenti e garantiti dagli Stati, radicati nell&#8217;economia reale e nella produzione manifatturiera che potrebbero potenzialmente evolvere in un modello analogo a quello proposto da John Lord Meynard Keynes a Breton Woods nel 44, un’unità di conto internazionale non emessa da alcuna Banca centrale con il compito di permettere gli scambi multilaterali in compensazione tra paesi ed evitare al contempo quegli squilibri che provocano tensioni che generano conflitti ovvero l’accumulo di surplus e di deficit da parte dei partecipanti al circuito. </p>



<p><strong>Nota 2. La vendetta della geografia: Il ritorno all&#8217;Isola Mondiale e la fine della Talassocrazia</strong></p>



<p>Per comprendere la posta in gioco nel Golfo Persico, occorre recuperare le categorie della geopolitica classica: lo scontro tra il potere marittimo (Talassocrazia) e quello terrestre (Tellurocrazia). <strong>Per l&#8217;intero &#8220;secolo americano&#8221;, il dominio globale è stato garantito</strong> <strong>dalla dottrina di Alfred Mahan: il controllo delle rotte oceaniche e dei &#8220;choke points&#8221;</strong> (Suez, Hormuz, Malacca) tramite la potenza navale. Tuttavia, l&#8217;attuale crisi tecnologica e industriale degli Stati Uniti ha reso vulnerabili le loro portaerei, trasformando questi stretti in trappole strategiche.<br><strong>In questo vuoto di potere sta rinascendo l&#8217;Isola Mondiale, il cuore pulsante dell&#8217;Eurasia teorizzato da Halford Mackinder</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Attraverso imponenti infrastrutture terrestri — ferrovie ad alta velocità, oleodotti transcontinentali e corridoi logistici come l&#8217;INSTC (Corridoio Nord-Sud) che collega Russia, Iran e India — l&#8217;Eurasia si sta ricompattando in un unico organismo economico autosufficiente</mark></strong>. Questa riconnessione terrestre rende inefficaci i blocchi navali occidentali e sposta il baricentro del mondo lontano dalle coste controllate da Washington. Gli Emirati Arabi, con il loro oleodotto di Habshan-Fujairah e la fragilità interna di Sharjah, rappresentano l&#8217;ultimo tentativo di un avamposto marittimo di restare connesso a questa massa continentale in movimento, cercando di sopravvivere in un mondo dove la sicurezza non viaggia più per mare, ma lungo i binari e i gasdotti del continente (<a href="https://www.francescocappello.com/2026/04/21/da-suez-a-hormuz-il-tramonto-dellegemonia-occidentale-e-la-rinascita-dellisola-mondiale/">Da Suez a Hormuz: Il tramonto dell’egemonia Occidentale e la rinascita dell’Isola Mondiale</a>).</p>



<p><strong>Nota 3. La federazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU)</strong>. Tensioni interne e rivalità esterne</p>



<p>La federazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) è un’entità politica complessa, nata nel 1971 dall&#8217;unione di sette emirati: <strong>Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Ras Al Khaima, Umm Al Quwain e Fujairah</strong>. Ogni emirato è una <strong>monarchia ereditaria</strong> con una propria amministrazione interna, ma <strong>la struttura federale è dominata da Abu Dhabi</strong>, che detiene la maggior parte delle riserve petrolifere e la presidenza, e da Dubai, centro economico e logistico globale. Sebbene la federazione sia stata creata per garantire sicurezza e una voce unita nel Golfo, oggi è attraversata da profonde spaccature che mettono in discussione la sua stessa tenuta.<br>Le tensioni interne più significative sorgono dalla diversa visione geopolitica e morale dei singoli emirati. <strong>Mentre Abu Dhabi e Dubai hanno abbracciato un modello liberale, orientato alla finanza e al turismo, e hanno normalizzato i rapporti con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, altri emirati mantengono posizioni molto più conservatrici</strong>. <strong>Sharjah, in particolare, si distingue per un rigore morale maggiore (come il divieto totale di alcolici) e per un forte sostegno alla causa palestinese</strong>, <strong>vedendo con crescente sospetto l&#8217;asse tra la leadership federale, Israele e gli Stati Uniti</strong>.<br>Un punto di rottura critico è rappresentato dalle recenti indiscrezioni sulla possibile secessione di Sharjah per proclamarsi repubblica indipendente. <strong>Questa tensione non è solo ideologica, ma altamente strategica: il territorio di Sharjah è attraversato dall&#8217;oleodotto Habshan-Fujairah, l&#8217;unica infrastruttura che permette agli Emirati di esportare petrolio evitando il pericoloso stretto di Hormuz</strong>. Una crisi interna a Sharjah metterebbe quindi a rischio la sopravvivenza economica dell&#8217;intera federazione, privandola della sua principale via di fuga logistica in caso di blocco navale iraniano.<br>A livello regionale, la coesione emiratina è messa a dura prova dalla crescente rivalità con l&#8217;Arabia Saudita. <strong>La decisione degli EAU di uscire dall&#8217;OPEC nel maggio 2026 riflette la volontà di Abu Dhabi di perseguire una politica economica autonoma, distanziandosi dall&#8217;egemonia di Riad</strong>. È il culmine di una divergenza strategica di lungo periodo quella con l&#8217;Arabia Saudita, <strong>manifestatasi chiaramente durante il conflitto in Yemen</strong>. Mentre Riad cerca di riaffermare la propria leadership regionale, Abu Dhabi ha perseguito per anni un&#8217;agenda autonoma volta al controllo dei porti e delle rotte logistiche globali &#8211; il cosiddetto<strong> &#8220;modello Dubai&#8221; &#8211; entrando spesso in collisione con gli interessi sauditi e turchi lungo le coste del Mar Rosso e del Corno d&#8217;Africa</strong>. <br>Così, se da un lato gli Emirati Arabi Uniti si sono progressivamente avvicinati all&#8217;asse composto da <strong>Israele, Stati Uniti e India</strong> &#8211; questo allineamento è motivato dalla percezione dell&#8217;Iran come minaccia esistenziale e dal desiderio di contrastare la pervasività cinese nell&#8217;area, trovando nell&#8217;India di Modi un partner ideologicamente affine e altrettanto ostile a certi assetti geopolitici &#8211; dall&#8217;altro lato, l&#8217;Arabia Saudita sembra muoversi verso una massa critica di stabilizzazione che include <strong>Egitto, Turchia e Qatar</strong>, cercando un equilibrio proprio come battitore libero piuttosto che agire come semplice partner subalterno di Washington. <br>Questi conflitti interni ed esterni nascono dalla necessità degli Emirati di reinventarsi come potenza autonoma (&#8220;middle power&#8221;) in un Medio Oriente che sta cambiando pelle, dove le vecchie alleanze non sono più considerate garanzie sufficienti di stabilità.<br>Le manovre degli Emirati Arabi Uniti (EAU) lungo le coste dello Yemen e nel Corno d&#8217;Africa rappresentano la proiezione fisica di quella &#8220;strategia dei porti&#8221; che rappresenta il tentativo di Abu Dhabi di farsi perno logistico tra l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente. Nello Yemen, gli Emirati hanno perseguito per anni il controllo dei punti nevralgici del commercio marittimo, occupando o influenzando scali fondamentali come il <strong>Porto di Aden</strong> e il <strong>Porto di Mokha</strong>. Attraverso il sostegno al Consiglio di Transizione del Sud (STC), Abu Dhabi ha cercato di instaurare un&#8217;area di influenza autonoma che garantisse la sicurezza del <strong>Bab al-Mandab</strong>, il &#8220;cancello delle lacrime&#8221; che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. <strong>Tuttavia, questa ambizione si è scontrata frontalmente con gli interessi dell&#8217;Arabia Saudita, che nel gennaio 2026 ha lanciato una controffensiva diplomatica e militare per reintegrare queste aree sotto l&#8217;autorità del Consiglio di Leadership Presidenziale (PLC)</strong>, costringendo gli Emirati ad un annuncio di ritiro formale e riprendendo il controllo dei governatorati strategici di <strong>Hadhramaut</strong> e <strong>Al Mahrah</strong>.<br>Nonostante il ritiro dal territorio continentale yemenita, gli Emirati mantengono una presenza granitica sulle isole strategiche, agendo spesso in simbiosi con gli interessi israeliani. L&#8217;arcipelago di <strong>Socotra</strong> e l&#8217;isola di <strong>Mayyun</strong> (nota anche come Perim), posta proprio nel cuore del Bab al-Mandab, sono diventate basi operative per il monitoraggio dei traffici e la difesa contro le minacce asimmetriche dei ribelli yemeniti. Su <strong>Abd al-Kuri</strong>, parte dell&#8217;arcipelago di Socotra, sono stati segnalati sensori e installazioni di intelligence congiunte tra Emirati e Israele, volte a creare uno scudo di sorveglianza contro l&#8217;influenza iraniana nella regione. Questa cooperazione è stata ulteriormente cementata dalla richiesta di Israele all&#8217;amministrazione Trump di ripristinare pienamente l&#8217;influenza militare emiratina su queste isole, viste come pedine fondamentali in caso di conflitto aperto con Teheran.<br>La partita si è poi spostata sulla sponda africana, dove la nascita del cosiddetto &#8220;Asse di Berbera&#8221; (<strong>Israele-Emirati-Etiopia</strong>) sta ridisegnando gli equilibri del Corno d&#8217;Africa. Il <strong>Porto di Berbera</strong>, gestito dal colosso emiratino <strong>DP World</strong>, è diventato il baricentro di questa nuova alleanza. Israele, che nel dicembre 2025 ha riconosciuto ufficialmente l&#8217;indipendenza del <strong>Somaliland</strong>, vede in Berbera una profondità strategica vitale per monitorare il Mar Rosso e contrastare gli attacchi yemeniti. Esistono piani concreti per lo stabilimento di una base militare israeliana nei pressi di Berbera, un&#8217;iniziativa che permetterebbe a Tel Aviv di proiettare la propria forza ben oltre i propri confini nazionali. <br>A questa proiezione di potenza si oppone<strong> l'&#8221;Asse di Mogadiscio&#8221;</strong>, che vede la Somalia allearsi con Turchia, Egitto e Arabia Saudita per difendere la propria sovranità territoriale contro le spinte secessioniste del Somaliland e l&#8217;espansionismo emiratino. Riad, percependo il rischio di essere aggirata, ha intensificato la propria presenza in Eritrea e ha utilizzato il proprio peso diplomatico nella Lega Araba per condannare gli accordi tra Abu Dhabi e il Somaliland. Questa rete di alleanze incrociate conferma come il controllo dei flussi fisici nel Mar Rosso sia diventato l&#8217;ultimo campo di battaglia di una talassocrazia che, non potendo più dominare l&#8217;intero oceano, cerca disperatamente di blindare i pochi passaggi obbligati rimasti, mentre l&#8217;Isola Mondiale continentale continua la sua marcia verso l&#8217;integrazione.</p>



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		<title>Non si può bombardare l&#8217;incertezza finanziaria</title>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Non si può bombardare l&#039;incertezza finanziaria' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/04/16/non-si-puo-bombardare-lincertezza-finanziaria/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<p class="has-medium-font-size">Siamo al cospetto di un cambiamento d&#8217;epoca, dove le vecchie certezze della forza militare e della globalizzazione dei consumi si stanno scontrando con una realtà tecnologica e finanziaria molto più complessa che stanno completamente scompigliando le carte in tavola.<br>Lo stretto di Hormuz chiuso selettivamente dagli iraniani a causa dell’attacco degli Stati Uniti e di Israele non può ora essere riaperto, come pretenderebbe Trump, utilizzando missili visibili o grandi navi da guerra che devono oggi vedersela con i piccoli droni sottomarini iraniani, economici, silenziosi e autonomi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questi strumenti, che costano quanto una berlina di lusso, possono infatti immobilizzare carichi da centinaia di milioni di dollari, introducendo il concetto di deterrenza asimmetrica. Non serve infatti che un drone affondi davvero una petroliera; è sufficiente che la sua semplice esistenza renda impossibile per i sonar individuare il pericolo che rappresentano con certezza, rendendo il rischio dovuto alla loro presenza non più misurabile. Quando il rischio non è più misurabile, il meccanismo si inceppa a un livello molto più profondo di quello militare.</p>



<p class="has-medium-font-size">In altre parole, un drone da 200.000 dollari può rendere insicura una rotta che muove miliardi. Anche se la Marina americana scortasse ogni singola petroliera, non potrebbe garantire al 100% che il fondale sia libero da &#8220;mine intelligenti&#8221; o droni silenti. Agli occhi di un assicuratore di Londra, il rischio rimane non quantificabile, e finché è così, i premi restano proibitivi o la copertura viene negata. Detto in breve: non si può &#8220;bombardare&#8221; l&#8217;incertezza finanziaria.</p>



<p class="has-medium-font-size">Trump può ordinare alla flotta di presidiare lo stretto, ma non può ordinare ai Lloyd&#8217;s di Londra di firmare una polizza. Se le navi non hanno l&#8217;assicurazione, gli armatori preferiranno comunque circumnavigare l&#8217;Africa (il Capo di Buona Speranza), anche se questo aggiunge 15 giorni di viaggio. La presenza militare massiccia, ironicamente, può persino aumentare la percezione di instabilità e far salire ulteriormente i costi assicurativi per il rischio di incidenti o &#8220;fuoco amico&#8221; in una zona così congestionata.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il vero campo di battaglia, paradossalmente, si è spostato dai ponti di comando delle portaerei agli uffici dei Lloyd&#8217;s di Londra. Nel mondo del commercio globale, una nave non si muove se non è assicurata, e gli assicuratori sono diventati i veri arbitri della crisi. Anche se la marina statunitense di Donald Trump decidesse di scortare ogni singola petroliera con una flotta imponente, non potrebbe comunque cancellare l&#8217;incertezza finanziaria. Gli assicuratori, non potendo quantificare il pericolo rappresentato dai droni invisibili, hanno risposto alzando i premi del 400% o inserendo clausole di cancellazione della polizza con sole 24 ore di preavviso!<br>In questo scenario, la forza bruta militare diventa uno strumento del secolo scorso applicato a un problema moderno: puoi anche minacciare di colpire, ma non puoi &#8220;bombardare&#8221; la paura di un investitore o l&#8217;analisi del rischio di una compagnia assicurativa. Se un armatore sa che domani potrebbe trovarsi senza copertura nel mezzo dello stretto, preferirà comunque la rotta più lunga intorno all&#8217;Africa, rendendo di fatto inutile il presidio militare dello stretto…<br>A complicare ulteriormente questa matassa c’è una trappola legale legata al diritto internazionale del mare. L&#8217;Iran sta usando come arma diplomatica il fatto che gli Stati Uniti, pur agendo come poliziotti dei mari, non hanno mai ratificato ufficialmente il trattato UNCLOS del 1982. Teheran sostiene quindi che le navi americane non abbiano un diritto automatico di transito nelle acque dello stretto, che rivendica come proprie. Questa mossa trasforma un&#8217;operazione di sicurezza in una violazione di sovranità, isolando diplomaticamente gli Stati Uniti e rendendo ogni loro mossa militare più rischiosa e non legittima agli occhi del mondo. La superiorità bellica da sola non è più sufficiente a garantire l&#8217;ordine mondiale se mancano le fondamenta giuridiche condivise.<br>Le conseguenze di questo stallo arrivano dritte nelle case di tutti noi sotto forma di inflazione e rincari energetici. Abbiamo vissuto per trent&#8217;anni in un sistema &#8220;Just-in-Time&#8221;, dove tutto doveva arrivare nel momento esatto in cui serviva per minimizzare i costi. Ma questo sistema ha eliminato ogni scorta e ogni rotta alternativa per pura efficienza economica. Oggi scopriamo che quella mancanza di &#8220;cuscinetti&#8221; si è tradotta in vulnerabilità fatale. Se le navi devono circumnavigare l&#8217;Africa per evitare Hormuz, aggiungendo quindici giorni di viaggio, l&#8217;intero castello dell&#8217;efficienza globale crolla. Il petrolio che sale a 150 dollari al barile e la benzina che potrà di conseguenza arrivare a 3 euro al litro non sono solo numeri su un tabellone, ma il segnale che il vecchio modello di globalizzazione è finito.<br>Le banche centrali si ritrovano impotenti. Alzare i tassi di interesse serve a poco se l’inflazione è un’inflazione da offerta, perché la merce fisicamente non arriva o perché assicurarla costa troppo.<br>In ultima analisi, la strategia del blocco militare e della prova di forza si sta rivelando un tentativo di riparare un software sofisticato usando una mazza.<br>La sicurezza economica non è più un bene che si può garantire solo con i cannoni, ma è il risultato di un delicatissimo intreccio di fiducia tra assicuratori, diplomatici e produttori.<br>In questo stato di cose sarà necessario accettare costi strutturalmente più alti in cambio di maggiore sicurezza. Le nazioni che sapranno adattarsi meglio non saranno necessariamente quelle con le armi più potenti, ma quelle capaci di creare catene di approvvigionamento regionali, scorte fisiche e infrastrutture terrestri alternative, riducendo la dipendenza da singoli colli di bottiglia marittimi. Stiamo passando da un&#8217;era di efficienza estrema a un&#8217;era di sopravvivenza strategica, dove la fiducia collettiva nel sistema conta molto più della potenza di fuoco.</p>



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		<title>Verso razionamenti e lockdown energetici?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 13:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fuori l'Italia dalla guerra]]></category>
		<category><![CDATA[geoeconomia]]></category>
		<category><![CDATA[Hormuz]]></category>
		<category><![CDATA[Suez]]></category>
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					<description><![CDATA[Crescono, per Italia ed Europa, le difficoltà di approvvigionamento delle risorse energetiche. Tuttavia persiste il masochistico rifiuto, da parte dei paesi dell&#8217;Unione, della mano tesa della Russia, a discapito dei popoli europei L&#8217;allargamento del conflitto in Medio Oriente, con l&#8217;ingresso diretto e determinato degli yemeniti a fianco dell&#8217;Iran, sta trasformando la regione in una trappola&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Verso razionamenti e lockdown energetici?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/03/30/verso-razionamenti-e-lockdown-energetici/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="crescono-per-italia-ed-europa-le-difficolta-di-approvvigionamento-delle-risorse-energetiche-tuttavia-persiste-il-masochistico-rifiuto-da-parte-dei-paesi-dell-unione-della-mano-tesa-della-russia-a-discapito-dei-popoli-europei">Crescono, per Italia ed Europa, le difficoltà di approvvigionamento delle risorse energetiche. Tuttavia persiste il masochistico rifiuto, da parte dei paesi dell&#8217;Unione, della mano tesa della Russia, a discapito dei popoli europei </h2>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;allargamento del conflitto in Medio Oriente, con <strong>l&#8217;ingresso diretto e determinato degli yemeniti a fianco dell&#8217;Iran</strong>, sta trasformando la regione in una trappola mortale per l&#8217;economia globale, con l&#8217;Europa che si trova, ancora una volta, nel ruolo della vittima più esposta e vulnerabile. Non è unicamente una questione di prezzi del petrolio, ma di un potenziale collasso logistico ed energetico che rischia di paralizzare il vecchio continente.</p>



<p class="has-medium-font-size">La Presidente Christine Lagarde ha dichiarato che la BCE è &#8220;<strong>pronta ad alzare i tassi se l&#8217;inflazione persiste</strong>&#8220;, a causa dei rischi al rialzo derivanti dalla crisi energetica nel Mediterraneo e in Medio Oriente.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Inversione di rotta:</strong> Il ciclo di tagli che molti attendevano è stato ufficialmente accantonato.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Prossimi aumenti:</strong> Si ipotizzano fino a <strong>tre rialzi dei tassi</strong> nel corso del 2026. Il primo potrebbe arrivare già nella riunione del <strong>30 aprile</strong> o di <strong>giugno</strong>, con scatti di 25 punti base.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Target finale:</strong> Il tasso sui depositi potrebbe salire dall&#8217;attuale 2% fino al <strong>2,5% o 2,75%</strong> entro la fine dell&#8217;anno per tentare di raffreddare l&#8217;inflazione, che la stessa BCE ha rivisto al rialzo per il 2026 portandola dal precedente 1,9% al <strong>2,6%</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Al blocco dello Stretto di Hormuz rischia ora di aggiungersi la negazione dell&#8217;accesso al Canale di Suez</strong>.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">Significa che non si teme più solo un&#8217;interruzione a monte (Hormuz), ma un blocco totale dell&#8217;arteria principale che collega Asia ed Europa. Per i Paesi del Mediterraneo,<strong> l&#8217;unica apertura rimarrebbe Gibilterra</strong>, un&#8217;immagine cupa di isolamento. <strong>Quindici giorni</strong> in più di navigazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Per l&#8217;Europa, questa prospettiva è drammatica. Avendo rinunciato al gas russo via tubo, il Continente si è reso dipendente dal Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via mare. <strong>Ma il GNL proveniente dal Qatar, uno dei principali fornitori, e da altri partner asiatici transita proprio per Hormuz e Suez</strong>.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">Con queste rotte bloccate, l&#8217;unica opzione sarebbe la circumnavigazione dell&#8217;Africa via Gibilterra, un tragitto molto più lungo, lento ed infinitamente più costoso. Le scorte europee, già fragili, verrebbero rapidamente esaurite, portando a razionamenti di energia per industrie e famiglie.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>I prezzi del petrolio, oggi a $110, potrebbero &#8220;volare a $150 o addirittura $200 al barile&#8221;</strong> nel caso di un blocco totale delle rotte. Un simile picco energetico, sommato ai costi logistici alle stelle per i trasporti via mare (su cui viaggia il 90% dei volumi del commercio mondiale e l&#8217;80% del valore), scatenerebbe un&#8217;inflazione globale fuori controllo, azzerando qualsiasi speranza di ripresa economica.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">In un mondo dove merci ed energia devono passare per pochissimi <strong>snodi strategici (choke points)</strong>, l&#8217;illusione di mercati aperti e stabili naufraga tragicamente di fronte alla realtà imposta dalla guerra di aggressione all’Iran.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Gli europei e i paesi del G7 si trovano in gravissima difficoltà economica, con i rendimenti dei titoli di stato in forte rialzo e l&#8217;inflazione che morde sempre più ferocemente</strong>.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;euro ha perso valore rispetto al dollaro</mark></strong> a causa della chiusura all&#8217;Europa dei transiti attraverso Hormuz e Suez rendendo ancora più oneroso l&#8217;acquisto delle materie prime energetiche per i paesi della zona euro. </p>



<p>La prospettiva di condividere l&#8217;immenso onere finanziario di una nuova guerra eterna terrestre in Iran (un altro Afghanistan) è l’eternizzazione di un incubo.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;Iran e i suoi alleati stanno giocando una partita più sofisticata di quella puramente militare facendo leva sulle catene di approvvigionamento globali.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">Colpiscono l&#8217;economia occidentale là dove è più vulnerabile. Di fronte a questo scenario, l&#8217;acquisizione di un peso ancora più rilevante dello Stretto dei Dardanelli e del Mar Nero (per i cereali e, potenzialmente, altre risorse) non fa che accentuare la complessità e la frammentazione geopolitica.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>L&#8217;Europa intrappolata tra la propria dipendenza energetica e la servitù politica agli aggressori dell’Iran, USA e Israele, insistono come un disco rotto a voler continuare a fare meno del gas e del petrolio Russo, ed anzi, mentre corrono verso la recessione e la depressione economica continuano psichiatricamente&nbsp; a volersi preparare alla guerra contro la superpotenza nucleare russa…&nbsp;</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Il regime change dobbiamo operarlo urgentemente noi cittadini nei confronti di questi politici da rinchiudere in una camicia di forza prima che sia troppo tardi.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La benzina russa serve alla Russia</strong></p>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il vice primo ministro Alexander Novak ha infatti confermato che, a partire dal 1° aprile e per la durata di quattro mesi, la Russia interromperà tutte le esportazioni di benzina per dare priorità al fabbisogno interno e contrastare l&#8217;aumento dei prezzi alla pompa</mark></strong>. Questa misura si è resa necessaria a causa di una combinazione di fattori critici, tra cui i ripetuti attacchi di droni ucraini che hanno gravemente danneggiato diverse raffinerie chiave, riducendo drasticamente la capacità produttiva nazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La situazione è ulteriormente complicata dalle sanzioni internazionali che rendono estremamente difficile e lenta la riparazione degli impianti, poiché mancano i componenti tecnologici occidentali necessari per il ripristino dei macchinari di raffinazione</strong>.<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> Il blocco di circa 117.000 barili al giorno di benzina russa, che solitamente alimentano i mercati globali, avviene in un momento di estrema fragilità energetica mondiale, aggravata dalla chiusura dello stretto di Hormuz a seguito dell&#8217;escalation militare in Medio Oriente</mark></strong>.<strong> Di conseguenza, la decisione di Mosca di trattenere quasi 5 milioni di tonnellate di carburante entro i propri confini sta esercitando una pressione senza precedenti sulle catene di approvvigionamento internazionali e sui costi energetici globali</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;impatto previsto sui mercati europei per il mese di aprile 2026 è estremamente critico, poiché il divieto russo si inserisce in un quadro di &#8220;tempesta perfetta&#8221; energetica. Le principali analisi di mercato indicano tre direttrici di crisi che colpiranno l&#8217;Europa nelle prossime settimane.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Previsione di aumenti in Europa</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Innanzitutto, <strong>si prevede un forte aumento dei prezzi alla pompa</strong>. Già a fine marzo, in Italia e nel resto dell&#8217;UE, si sono registrati <strong>rincari della</strong> <strong>benzina vicini al 10%, con punte del 23% per il diesel</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Gli analisti di Shell e diverse testate economiche avvertono che, se la chiusura dello stretto di Hormuz dovesse perdurare parallelamente al blocco russo, il prezzo della benzina in Europa potrebbe spingersi verso la soglia psicologica dei 3 euro al litro entro la fine di aprile</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">In secondo luogo, l&#8217;Europa si trova ad affrontare una crisi di approvvigionamento strutturale. Anche se l&#8217;UE ha ridotto drasticamente la dipendenza diretta dal greggio russo, molte raffinerie europee dipendono ancora da semilavorati o devono competere sui mercati globali per accaparrarsi la benzina raffinata che ora Mosca non esporta più. La sottrazione di 117.000 barili al giorno costringe gli importatori europei a cercare fornitori alternativi molto più distanti, come gli Stati Uniti o l&#8217;Asia, aumentando drasticamente i costi di trasporto e i tempi di consegna proprio all&#8217;inizio della stagione dei viaggi e dei lavori agricoli primaverili.</p>



<p class="has-medium-font-size">Infine, la situazione sta creando una forte pressione politica sulla strategia di indipendenza energetica dell&#8217;Unione. Nonostante gli accordi REPowerEU del 2025 mirino a eliminare definitivamente ogni importazione russa entro il 2027, l&#8217;attuale carenza sta spingendo alcuni governi a valutare deroghe o riaperture tattiche per evitare la paralisi dei trasporti su gomma. Vladimir Putin ha già iniziato a usare questa leva, offrendo forniture energetiche ai Paesi europei disposti a stipulare nuovi contratti a lungo termine, cercando di incrinare il fronte comune proprio nel momento di massima vulnerabilità causato dalla crisi in Medio Oriente.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Italia e Azerbaigian</strong><br>L&#8217;Italia è pericolosamente esposta attraverso uno dei suoi partner energetici più importanti e, al contempo, più vulnerabile: l’Azerbaigian. Baku, dopo che abbiamo rinunciato stupidamente all’apporto energetico russo, sicuro e a basso costo, non è più solo un fornitore lontano, ma è diventata la più importante pompa di benzina del Paese. <strong>La compagnia di Stato azera, la Socar, sta, infatti, completando l&#8217;acquisizione del 99,8% di Italiana Petroli (IP). Parliamo di migliaia di stazioni di servizio e di un&#8217;infrastruttura logistica imponente che, proprio in questo inizio di 2026, sta passando sotto il controllo diretto di un Paese che si trova oggi sulla linea del fronte</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Già oggi l&#8217;Azerbaigian garantisce quasi il 20% del nostro fabbisogno di gas tramite il gasdotto TAP e circa un quarto del nostro petrolio totale</mark></strong>. Siamo passati dalla storica dipendenza russa a un legame con<strong> una nazione che Israele e Stati Uniti stanno cercando deliberatamente di trascinare nel baratro del conflitto</strong>. I segnali di questa escalation sono già incisi nella cronaca di questo mese. <strong>Lo scorso 5 marzo, droni che sono stati fatti subdolamente passare per avere un’origine iraniana hanno squarciato il cielo di Nakhchivan, l&#8217;exclave azera, colpendo l&#8217;aeroporto e sfiorando una scuola in un attacco che ha lasciato sul campo civili feriti e una tensione diplomatica senza precedenti</strong>. Teheran ne ha immediatamente negato la paternità parlando di provocazioni di terzi, ma il messaggio per l’Italia è chiaro: le infrastrutture energetiche azere, come quelle delle dittature familiari del golfo, potrebbero essere coinvolte nel conflitto. Per l’Italia, questo non significa solo un rischio geopolitico astratto, ma una minaccia materiale ulteriore e diretta alla stabilità dei prezzi. Se i pozzi del Caspio o i terminali del TAP in Puglia dovessero subire rallentamenti, l&#8217;energia in Italia subirebbe uno shock enorme.Tuttavia, il timore più profondo che agita i palazzo di Baku non è solo militare, ma demografico e sociale. Oltre il confine iraniano vivono circa venti milioni di azeri etnici, una popolazione che supera numericamente quella dello stesso Azerbaigian. Il governo di Aliyev osserva con terrore la possibilità che il conflitto destabilizzi il nord dell&#8217;Iran, innescando un esodo biblico verso i propri confini. Gestire milioni di potenziali profughi azeri non sarebbe solo una crisi umanitaria insostenibile, ma un terremoto politico capace di scuotere la tenuta stessa dello Stato azero. Baku vuole evitare a ogni costo di diventare il polo di attrazione di un nazionalismo pan-azero che l&#8217;Iran reprimerebbe trascinando definitivamente il Caucaso in una guerra civile transfrontaliera.In questo scenario, la Turchia, alleata dell’Azerbaigian protegge l&#8217;integrità del Corridoio Meridionale del Gas per i propri interessi, ma la sua mediazione è messa a dura prova dall&#8217;ostilità iraniana verso la presenza di tecnologie militari straniere ai suoi confini. L&#8217;Azerbaigian sta tentando quindi un equilibrismo disperato: da un lato dichiara formalmente che il proprio territorio non sarà utilizzato per lanciare attacchi contro l&#8217;Iran, cercando di rassicurare l’Iran e scongiurare il collasso del confine; dall&#8217;altro continua a ricevere tecnologia militare avanzata per proteggere le proprie rotte energetiche. Ma la neutralità è un lusso che scarseggia quando si è seduti su una polveriera.Il paradosso tutto italiano è che proprio mentre cerchiamo la sicurezza energetica legandoci a Baku, ci stiamo saldando a un Paese che potrebbe diventare il teatro di una crisi umanitaria ed energetica devastante. Se l&#8217;Azerbaigian venisse travolto da questa ondata di instabilità, l&#8217;Italia non perderebbe solo un fornitore chiave, ma vedrebbe la propria rete di distribuzione interna controllata da un attore paralizzato dall&#8217;emergenza. Quello che potrebbe accadere oggi ai confini del Caucaso non è una questione estera, potrebbe piuttosto diventare la cronaca del nostro prossimo inverno. </p>



<p class="has-normal-font-size">A seguire <a href="https://www.saba.ye/en/news3673456.htm">la dichiarazione ufficiale</a> rilasciata dagli yemeniti:</p>



<p class="has-normal-font-size">“In attuazione di quanto affermato nell&#8217;ultimo comunicato delle Forze Armate yemenite <strong>riguardo all&#8217;intervento militare diretto a sostegno della Repubblica Islamica dell&#8217;Iran e dei fronti di resistenza in Libano, Iraq e Palestina, e in considerazione della continua escalation militare, degli attacchi alle infrastrutture e dei crimini e massacri perpetrati contro i nostri fratelli in Libano, Iran, Iraq e Palestina, le Forze Armate yemenite</strong>, con l&#8217;aiuto di Allah Onnipotente e confidando in Lui, hanno condotto la prima operazione militare con un lancio di missili balistici contro siti militari israeliani sensibili nella Palestina meridionale occupata.</p>



<p class="has-normal-font-size">Questa operazione ha coinciso con le eroiche operazioni condotte dai nostri fratelli mujahidin in Iran e da Hezbollah in Libano. Per grazia di Allah Onnipotente, l&#8217;operazione ha raggiunto con successo i suoi obiettivi.Le nostre operazioni, con l&#8217;aiuto di Allah, continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati, come affermato nel precedente comunicato delle Forze Armate, e fino a quando non cesserà l&#8217;aggressione contro tutti i fronti della resistenza.”</p>



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		<title>Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 18:48:14 +0000</pubDate>
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<p class="has-medium-font-size">L&#8217;attuale deriva energetica dell&#8217;Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all&#8217;inizio di quest&#8217;anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel <strong>Regolamento (UE) 2026/261</strong>, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal <strong>25 aprile 2026</strong>, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.</p>



<p class="has-medium-font-size">La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell&#8217;escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il <strong>28 febbraio 2026</strong>, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell&#8217;economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l&#8217;Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all&#8217;unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l&#8217;Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l&#8217;accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell&#8217;Italia, che l&#8217;interscambio con l&#8217;Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell&#8217;Italia il secondo partner commerciale dell&#8217;Iran nell&#8217;Unione dopo la Germania.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il panico che inizia a serpeggiare tra i vertici di Bruxelles e nelle cancellerie nazionali, con le prime timide richieste di rinviare i divieti di aprile, è la conferma tardiva di un errore di calcolo colossale. Nonostante la propaganda sulla diversificazione, i dati di mercato parlano chiaro: con il prezzo del gas nuovamente lievitante, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">l&#8217;Europa si avvia verso una recessione strutturale</mark></strong>. La pretesa di sostituire una risorsa abbondante, sicura e storicamente integrata come quella russa con forniture d&#8217;oltreoceano costose e soggette ai capricci trumpiani e delle rotte marittime globali si è rivelata un castello di carte. In questo scenario, il mantenimento dei bandi energetici non è più una misura di pressione politica, ma un atto di sottomissione strategica che sacrifica il benessere dei cittadini europei sull&#8217;altare di interessi geopolitici del tutto estranei al continente.</p>



<p class="has-medium-font-size">Pur essendo sempre stata la Russia un fornitore affidabile di risorse energetiche a basso costo per i paesi europei, solo Slovacchia e Ungheria si sono svincolati dal diktat masochista della Commissione Europea.  </p>



<h3 id="l-italia-e-l-europa-sotto-assedio-energetico">L’Italia e l’Europa sotto assedio energetico</h3>



<p class="has-medium-font-size">L’Italia si trova nell&#8217;occhio del ciclone: siamo il sesto importatore mondiale di GNL (Gas Naturale Liquefatto) dall’area del Golfo e il primo nell’Unione Europea. Con il blocco totale delle navi da parte di QatarEnergy, i rigassificatori nazionali di Piombino, Ravenna e Livorno stanno vedendo esaurirsi i flussi programmati. Il Governo ha già stimato un impatto potenziale di 33 miliardi di euro nei prossimi sei mesi, una cifra che mette a rischio la crescita del PIL, già ferma sotto l’1%.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Europa, la realtà di oggi è fatta di mercati fuori controllo: in particolare, durante le fasi più acute di panico speculativo seguite all&#8217;attacco della <em>Arctic Metagaz</em> (vedi nota [3])e alle interruzioni nello Stretto di Hormuz, i contratti <em>futures</em> hanno toccato picchi compresi tra i <strong>58 e i 59 euro/MWh</strong>, segnando un rincaro superiore al <strong>90%</strong> rispetto ai mesi precedenti mentre il prezzo del petrolio Brent è letteralmente decollato: se a fine febbraio oscillava ancora intorno ai 70-72 dollari, nella seduta del <strong>6 marzo 2026</strong> ha sfondato la resistenza psicologica dei 90 dollari, attestandosi a <strong>93,04 dollari al barile</strong>. Questo balzo rappresenta un aumento del <strong>27% in una sola settimana</strong> con proiezioni che vedono i 100 dollari come realtà imminente se il passaggio non dovesse essere ripristinato. <strong>Circa il 25-30% del petrolio importato dall&#8217;Italia proviene da paesi che si affacciano sul Golfo Persico</strong>. Naturalmente, la quota di importazione dagli Stati Uniti è destinata a crescere con un ulteriore aumento dei prezzi. Non è solo un problema di energia: <strong>l&#8217;alluminio e i fertilizzanti sono già rincarati del 4%</strong>, <strong>minacciando di colpire duramente la nostra filiera agricola e manifatturiera</strong> (vedi nota [4]). Il Ministro dell&#8217;Ambiente Pichetto Fratin ha persino ventilato l&#8217;ipotesi di <strong>riattivare le centrali a carbone</strong> come misura di emergenza estrema.</p>



<h3 id="il-collasso-delle-rotte-asiatiche">Il collasso delle rotte asiatiche</h3>



<p class="has-medium-font-size">Se l&#8217;Europa trema, anche l&#8217;Asia teme il collasso delle forniture. Solo pochissime navi hanno tentato il transito, e molte hanno cambiato la segnalazione di bordo in &#8220;proprietario cinese&#8221; sperando in un salvacondotto diplomatico di Teheran.<strong> Il Giappone e la Corea del Sud hanno già iniziato a intaccare le loro massicce riserve strategiche</strong> (rispettivamente di 230 e 208 giorni) <strong>per evitare il blackout industriale</strong>, ma il costo dei noli marittimi è aumentato del 10%, rendendo ogni barile residuo prezioso come oro.</p>



<h3 id="la-realta-dei-numeri-sul-campo">La realtà dei numeri sul campo</h3>



<p class="has-medium-font-size">Oggi nello stretto ci sono circa 1.000 navi bloccate, di cui metà sono petroliere e gasiere. Il valore del carico fermo supera i 25 miliardi di dollari. <strong>Per un&#8217;economia come quella italiana, che vede passare il 40% del proprio traffico commerciale marittimo tra Suez e il Mar Rosso, la chiusura di Hormuz è il colpo di grazia a una logistica già sotto stress</strong>. Le grandi compagnie come <strong>MSC e Maersk </strong>hanno sospeso le prenotazioni nell&#8217;area, <strong>preferendo la lunga e costosa rotta che doppia l&#8217;Africa</strong>, con un aggravio diretto sui costi del gasolio per l&#8217;autotrasporto italiano stimato tra i 6.000 e i 12.000 euro all&#8217;anno per singolo bilico.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;attuale crisi nello Stretto di Hormuz non rappresenta più una minaccia teorica, ma una realtà che sta ridefinendo gli equilibri economici globali con effetti immediati e profondi sul sistema produttivo italiano ed europeo. <strong>L’Italia si trova oggi in una condizione di estrema vulnerabilità, con una dipendenza energetica primaria che oscilla tra il 75% e l&#8217;80%, un dato nettamente superiore alla media europea del 60%. </strong>Questa fragilità strutturale è stata amplificata dall&#8217;abbandono del gas russo, che ha spinto il Paese a legarsi alle forniture americane e al GNL qatariota, il quale deve obbligatoriamente transitare per il &#8220;collo di bottiglia&#8221; di Hormuz per raggiungere i nostri rigassificatori. <strong>Nel 2025, gli Stati Uniti sono diventati il primo fornitore di gas per l&#8217;Italia, seguiti dal Qatar che copre circa l&#8217;11% dei consumi nazionali.</strong> Il blocco di questa rotta strategica sta già colpendo duramente il cuore della nostra economia, <strong>con il settore industriale che ha perso quasi il 20% dei consumi di gas a causa del rincaro dei prezzi e della conseguente distruzione della domanda</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;impatto sulla produzione industriale italiana è drammatico e diffuso a macchia d&#8217;olio tra tutti i comparti del Made in Italy. Secondo i dati Istat, <strong>la produzione generale è scesa del 6,1% rispetto al periodo pre-crisi, con punte di sofferenza estrema nei settori energivori</strong>. Oltre alla <strong>petrolchimica</strong>, la <strong>metallurgia</strong> e la <strong>siderurgia</strong> mostrano segnali di cedimento con una <strong>contrazione dei volumi produttivi superiore al 14%</strong>, mentre<strong> la filiera della ceramica e del vetro ha subito un calo stimato fino al 20% a causa dell&#8217;impossibilità di assorbire l&#8217;impennata dei costi energetici</strong>. Anche i pilastri storici dell&#8217;export nazionale come <strong>il sistema moda, il tessile e l&#8217;automotive</strong> sono schiacciati tra l&#8217;aumento dei costi logistici e il rincaro delle materie prime sintetiche derivate dal petrolio, con <strong>l&#8217;automotive che ha registrato crolli della produzione fino al 23,6%</strong>. Persino<strong> l&#8217;industria alimentare e il settore del packaging</strong> soffrono per la polverizzazione dei margini dovuta a <strong>bollette elettriche che in Italia rimangono tra le più care d&#8217;Europa.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Mentre l&#8217;Europa gestisce stoccaggi ancora considerati bassi per garantire una sicurezza assoluta, con l&#8217;Italia ferma al 46-48% e la Germania al 21%, le potenze asiatiche affrontano la medesima crisi partendo da presupposti geografici ancora più critici ma con difese strategiche imponenti. <strong>Il Giappone</strong> vive una condizione di <strong>esposizione quasi totale, poiché l&#8217;80-90% del suo petrolio deve necessariamente attraversare lo Stretto di Hormuz</strong>, ma ha eretto una vera fortezza energetica mantenendo <strong>riserve per circa 230 giorni</strong>. La <strong>Corea del Sud</strong> segue un modello simile, blindando il proprio sistema con <strong>scorte per 200-220 giorni</strong> a fronte di una <strong>dipendenza dal Golfo superiore al 70%.</strong> La <strong>Cina</strong>, pur avendo diversificato le rotte tramite oleodotti russi, vede ancora <strong>metà del suo greggio passare per Hormuz</strong> e mantiene <strong>un&#8217;autonomia di circa 100 giorni.</strong> In coda troviamo <strong>l&#8217;Australia, che appare come l&#8217;anello debole del Pacifico con appena 50-60 giorni di scorte per i carburanti liquidi</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">In questo scenario di guerra economica, ogni singola superpetroliera bloccata rappresenta un asset da 2 milioni di barili del valore di circa 150 milioni di dollari, una massa critica di energia che, se sottratta al mercato, spinge i prezzi del Brent verso la soglia psicologica dei 100-120 dollari al barile. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La realtà odierna è quella di una competizione feroce tra Europa e Asia per l&#8217;accaparramento dei pochi carichi disponibili sul mercato spot, con l&#8217;Italia che paga il prezzo più alto a causa della fine dei contratti a lungo termine con la Russia che in passato garantivano stabilità</mark></strong>. La mancanza di una strategia energetica autonoma ha trasformato il barile di petrolio e il carico di GNL da semplici variabili economiche a veri e propri strumenti di pressione geopolitica, capaci di mettere in discussione la stessa sopravvivenza di interi settori manifatturieri nazionali.</p>



<h3 id="la-speculazione-finanziaria-al-rialzo">La speculazione finanziaria al rialzo</h3>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Sebbene Algeria, Stati Uniti, Norvegia e Russia non abbiano, ad oggi, ridotto i volumi esportati verso l&#8217;Europa, il mercato europeo ha subito impennate violente perché il valore di beni come il gas e il petrolio non è determinato solo dallo scambio fisico, ma soprattutto dalle aspettative future scambiate sui mercati finanziari</strong>. In pratica gli aumenti che stiamo registrando oggi sono sulle vecchie scorte pagate ai vecchi prezzi&#8230; </p>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il meccanismo della speculazione al rialzo agisce come una profezia che si autoavvera partendo da un timore collettivo</mark></strong>. Quando gli operatori prevedono una possibile instabilità, si precipitano ad acquistare contratti derivati per assicurarsi un profitto o proteggersi dai rischi. Questa ondata massiccia di acquisti &#8220;di carta&#8221; gonfia artificialmente la domanda, spingendo il prezzo verso l&#8217;alto in pochissimo tempo, esattamente come accaduto con il petrolio balzato verso i 100 dollari.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa dinamica trasforma il sospetto in realtà tangibile. <strong>Gli attori economici, vedendo i prezzi salire sugli schermi delle borse, iniziano a comportarsi come se la scarsità fosse già in atto, alimentando ulteriormente i rincari in un circolo vizioso dove il prezzo non riflette più quanto gas c&#8217;è nei depositi, ma quanta paura c&#8217;è tra gli investitori</strong>. La finanza anticipa un problema che non esiste ancora fisicamente e, facendolo, lo crea sotto forma di costi insostenibili per l&#8217;economia reale. <br>I veri beneficiari del rincaro non sono i fornitori di materia prima, ma i creatori degli strumenti finanziari che permettono di scommettere su tali rialzi.<strong> In Europa, il colosso di riferimento per la produzione di ETC (Exchange Traded Commodities) sul gas è WisdomTree</strong>, una società che detiene una quota di mercato dominante in questo settore. Il punto cruciale è che WisdomTree non è un&#8217;entità isolata, ma è <strong>controllata dai tre giganti della finanza mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street </strong>(vedi nota [2]).</p>



<p class="has-medium-font-size">Si aggiungano, a quanto precede, le giuste considerazioni di Putin quale reazione alla suicida volontà europea di blocco totale delle importazioni russe:</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Le compagnie americane naturalmente si sposteranno verso quei mercati dove si paga di più è naturale non c&#8217;è nulla di particolare in questo non c&#8217;è alcun retroscena politico è solo business e basta perciò lo ripeto ancora una volta questo è il risultato della politica sbagliata delle autorità europee e per di più portata avanti per molti anni. A questo proposito ecco cosa penso: come è stato appena detto tra un mese prevedono di introdurre restrizioni all&#8217;acquisto di gas russo compreso quello liquefatto; il 24 aprile sarà l&#8217;ultimo giorno e dal 25 entreranno in vigore le limitazioni e tra un anno nel 2027 ulteriori restrizioni fino al divieto totale ma nel frattempo si stanno aprendo altri mercati <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">e forse per noi potrebbe essere più conveniente interrompere proprio ora le forniture al mercato europeo andare verso quei mercati che si stanno aprendo e consolidarci lì</mark></strong>. Qui non c&#8217;è, voglio che sia chiaro, alcun retroscena politico. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Se tanto tra un mese o tra due ci chiuderanno comunque allora non sarebbe meglio interrompere noi stessi già adesso e spostarci verso quei mercati e verso quei paesi che sono partner affidabili e consolidarci lì?</mark></strong> Ma questa non è una decisione in questo caso, sono per così dire riflessioni ad alta voce, darò certamente incarico al governo di esaminare questa questione insieme alle nostre aziende.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Assai significativa infine, nel corso della stessa intervista, la risposta di Putin in merito alla metaniera russa che è stata attaccata nel mediterraneo (vedi nota [3]):</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><strong>Si tratta di un attacco terroristico </strong>non è la prima volta che ci troviamo di fronte a cose di questo tipo ma ciò che sorprende è soltanto che <strong>questo aggrava la situazione sui mercati energetici globali</strong> anche sui mercati del gas e in questo caso soprattutto <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"><strong>per l&#8217;Europa ne risulta che</strong> <strong>il regime di Kiev in realtà morde la mano da cui si nutre cioè la mano dell&#8217;Unione Europea</strong></mark>. <strong>L&#8217;Unione Europea fornisce al regime di Kiev un sostegno senza fine con armi e denaro il regime di Kiev crea per l&#8217;Unione Europea problemi uno dopo l&#8217;altro</strong>. Per quanto riguarda in generale il comportamento del regime di Kiev esso ha un carattere piuttosto aggressivo ed è molto pericoloso. Ne ho già parlato secondo i dati di cui dispongono i nostri servizi speciali <strong>così come un tempo furono fatti esplodere i gasdotti Nordstream, ora a Kiev, con il sostegno di alcuni servizi speciali occidentali si sta preparando un&#8217;azione per far saltare il Blue Stream e il Turkstream.</strong> Abbiamo già informato i nostri amici turchi su questa questione vedremo cosa accadrà in questo ambito ma si tratta di un gioco molto pericoloso soprattutto oggi.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">La tempesta finanziaria scatenata nel settore energetico dalla guerra in corso ha creato un effetto calamita sul dollaro americano, <strong>che si è rafforzato notevolmente rispetto all&#8217;euro (1,2%) e alle altre valute</strong>. In tempi di guerra, il dollaro agisce come il porto sicuro per eccellenza; la domanda globale aumenta vertiginosamente poiché investitori e governi cercano la stabilità della valuta statunitense. Inoltre, <strong>poiché il petrolio si paga in dollari, l&#8217;aumento del prezzo del greggio costringe i paesi importatori a vendere le proprie monete locali per acquistare biglietti verdi</strong>, <strong>indebolendo ulteriormente l&#8217;euro</strong>. La vulnerabilità energetica europea rende il continente meno attraente per i capitali, che preferiscono spostarsi verso l&#8217;economia americana, percepita come più isolata e protetta dagli shock diretti del Medio Oriente.</p>



<h3 id="inflazione-e-stagflazione">Inflazione e stagflazione</h3>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ombra più scura che incombe sull&#8217;Europa è quella della <strong>stagflazione</strong>, una combinazione micidiale di <strong>stagnazione economica e inflazione galoppante</strong>. La strozzatura dei trasporti e l&#8217;allungamento dei tempi di consegna delle merci con aumenti dei costi container e noli marittimi contribuiranno all&#8217;innalzamento generalizzato dei prezzi. L&#8217;aumento dei costi energetici agisce come una tassa che colpisce le imprese, costringendole ad alzare i prezzi dei prodotti finali e dei servizi. <strong>Tuttavia, questo aumento dei prezzi non è figlio di una crescita economica sana, ma di uno shock dei costi che sottrae reddito alle famiglie</strong>. Il risultato è un <strong>blocco dei consumi che ferma la produzione industriale</strong> e mette le banche centrali in una posizione difficilissima: alzare i tassi per combattere l&#8217;inflazione rischierebbe di soffocare definitivamente un&#8217;economia già ferma, mentre non farlo lascerebbe correre i prezzi senza controllo, erodendo il potere d&#8217;acquisto e i risparmi dei cittadini.<br>Ovviamente in questo stato di cose i nostri titoli di Stato avranno meno <em>appeal</em> e bisognerà alzare i rendimenti che promettono per renderli appetibili con ulteriore aggravio sulla spesa per interessi che è ormai prossima ai 100 miliardi anno e questo si aggiungerà all&#8217;aumento dei tassi che la BCE imporrà per tenere a bada l&#8217;inflazione da costi. Ovviamente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all&#8217;inflazione. L&#8217;aumento dei tassi determinerà un aumenta della rata mensile dei muti contratti a tasso variabile e in generale salirà il costo del denaro con conseguente depressione degli investimenti produttivi. </p>



<p class="has-medium-font-size">Uscire dalla guerra, ricostruire i ponti bruciati con la Russia e in generale sottrarsi all&#8217;isolamento intensificando i rapporti con il complesso dei paesi BRICS nonché riavviare una nostra politica estera pienamente rispondente agli interessi del Paese, quale mediatore di Pace, senza più genuflettersi a quelli statunitensi  è ormai urgente e obbligatorio se si vorrà evitare l&#8217;incombente tsunami in corso di rapido avvicinamento. </p>



<p>Aggiornamento dell&#8217;8 marzo:</p>



<p>[Un inferno di fuoco dí combustibili fossili iraniani dati alle fiammele infrastrutture energetiche iraniane sono state colpite da una massiccia ondata di attacchi condotti da Stati Uniti e Israele nella notte tra sabato 7 e domenica 8 marzo. A confermarlo diverse testate internazionali e agenzie (come Xinhua e ISW) Sono state colpite la raffineria di Tondgouyan (una delle più grandi del Paese) a Shahr Rey e quella di Shahran.Diversi depositi di carburante nelle province di Teheran e Alborz (inclusa la città di Karaj) sono stati centrati da missili, causando vasti incendi visibili a chilometri di distanza.Troppo facile prevedere che questi danni aggraveranno la crisi energetica globale portando a rincari stratosferici e blackout diffusi. La ritorsione Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver risposto colpendo una raffineria a Haifa, in Israele, con missili Kheibarshekan.Già il Qatar ha sospeso la produzione di GNL (Gas Naturale Liquefatto) nei giorni scorsi a causa di attacchi alle sue strutture (come Ras Laffan), innescando un&#8217;impennata dei prezzi del gas in Europa e Asia.Tutto questo si aggiunge al blocco parziale dello Stretto di Hormuz e ai rischi per la navigazione delle petroliere.Il conflitto è entrato in una fase di &#8220;guerra energetica&#8221; aperta, dove ora entrambe le parti mirano a colpire la capacità di sopravvivenza economica ed energetica dell&#8217;avversario.Ovviamente a perderci sono tutti gli importatori di materie prime energetiche dall’Iran e quindi l’Europa e paesi asiatici A guadagnarci gli Stati Uniti quale paese esportatore.]</p>



<p> </p>



<p class="has-small-font-size">[1] L&#8217;impianto di liquefazione del GNL, a <strong>Ras Laffan</strong>, in Qatar, considerato il fulcro della produzione mondiale di gas, è stato colpito ieri da droni nel corso di un&#8217;escalation militare che ha coinvolto diverse infrastrutture strategiche nel Golfo. Secondo quanto confermato dal Ministero della Difesa del Qatar, le esplosioni hanno interessato sia la <strong>Ras Laffan Industrial City che l&#8217;area di Mesaieed</strong>, dove è stato centrato un serbatoio idrico di una centrale elettrica.<br>Sebbene le autorità locali abbiano inizialmente rassicurato sull&#8217;assenza di vittime e su danni strutturali definiti &#8220;gestibili&#8221;, la reazione operativa è stata drastica. <strong>QatarEnergy ha sospeso l&#8217;intera produzione di gas naturale liquefatto e dei sottoprodotti energetici per ragioni di sicurezza nazionale e per valutare l&#8217;integrità dei sistemi</strong>. Questa decisione ha portato alla dichiarazione dello stato di forza maggiore sui contratti internazionali, <strong>congelando di fatto le esportazioni verso l&#8217;Asia e l&#8217;Europa fino a data da destinarsi</strong>. L&#8217;impatto sui mercati energetici globali, immediato e violento, con il prezzo del gas europeo che ha subito un&#8217;impennata vicina al 50% in una singola sessione è in corso. Poiché <strong>il complesso di Ras Laffan soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL</strong>, il timore di un vuoto di offerta prolungato sta spingendo le economie occidentali a cercare forniture affannosamente alternative in un clima di estrema incertezza geopolitica. La portata di questo evento potrà superare per gravità lo shock petrolifero degli anni &#8217;70, data la dipendenza attuale dell&#8217;Europa dal gas qatariota dopo il suicida distacco dalle forniture russe.<br>[2] Questi tre gruppi sono i principali azionisti di <strong>WisdomTree</strong> e, contemporaneamente, i maggiori emittenti globali di ETF (Exchange Traded Funds). Si viene così a creare un sistema circolare dove gli stessi soggetti che gestiscono i grandi flussi di capitale globale possiedono anche le &#8220;piattaforme&#8221; su cui si scommette sul prezzo delle risorse energetiche. <strong>Quando la speculazione accelera e i prezzi del gas salgono, queste società guadagnano due volte: attraverso le commissioni di gestione degli strumenti che emettono e attraverso l&#8217;aumento del valore degli asset nei loro portafogli</strong>. Di fatto, il mercato finanziario europeo del gas è dominato da una struttura a matrioska dove i grandi fondi d&#8217;investimento americani hanno il controllo dei principali strumenti di speculazione. <strong>Questo significa che, mentre le bollette delle famiglie e delle imprese aumentano a causa di una &#8220;profezia che si autoavvera&#8221;, i profitti derivanti da quel meccanismo finiscono nelle mani dei pochi attori che gestiscono l&#8217;architettura finanziaria globale</strong>.<br>[3] L’attacco senza precedenti avvenuto all&#8217;alba del <strong>3 marzo 2026</strong> nel Mediterraneo centrale ha segnato un punto di non ritorno nella sicurezza energetica europea. La <strong>Arctic Metagaz</strong>, una gigantesca nave gasiera russa con un carico di <strong>140000 metri cubi di GNL</strong>, è stata sventrata da droni marini ucraini mentre navigava a circa 30 miglia a nord-est della costa libica. L’impatto ha innescato incendi a bordo hanno incendiato parzialmente il relitto, monitorato dai ricognitori decollati dalla base USA di <strong>Sigonella</strong>.<br>Per ore, la nave è rimasta alla deriva come una &#8220;bomba a orologeria&#8221;, spinta dalle correnti verso le acque siciliane, maltesi e libiche. Il pericolo era immane: se rigassificato, quel carico si sarebbe espanso fino a superare i <strong>100 milioni di metri cubi di gas</strong>, un potenziale energetico equivalente a oltre 50 bombe di Hiroshima. Oltre al gas, il rischio ecologico per le spiagge siciliane era rappresentato da <strong>3.000 metri cubi di olio combustibile denso (Bunker C)</strong> pronti a riversarsi in mare. Il timore principale degli esperti riguardava l&#8217;innesco di un <strong>BLEVE</strong> (<em>Boiling Liquid Expanding Vapor Explosion</em>). Questo fenomeno si verifica quando il calore di un incendio esterno surriscalda il liquido criogenico all&#8217;interno di un serbatoio sigillato o con valvole ostruite; l&#8217;indebolimento dell&#8217;acciaio combinato con l&#8217;aumento vertiginoso della pressione interna porta a un cedimento strutturale catastrofico, trasformando istantaneamente il liquido in gas con un volume 600 volte superiore. Fortunatamente, i sistemi automatici di <strong>venting</strong> (valvole di sfiato) della Arctic Metagaz hanno retto, rilasciando il gas in eccesso attraverso &#8220;fiamme pilota&#8221; controllate che, pur alimentando l&#8217;incendio in coperta e impedendo l&#8217;avvicinamento dei soccorsi della Marina Italiana, hanno evitato l&#8217;esplosione totale del carico. Il destino della nave si è compiuto il <strong>4 marzo 2026</strong>. Le ultime rilevazioni satellitari e le conferme delle autorità internazionali indicano che la gasiera è affondata a circa 130 miglia a nord di <strong>Sirte</strong>. Nel momento del naufragio, anziché un BLEVE, si è probabilmente verificato un <strong>RPT</strong> (<em>Rapid Phase Transition</em>): un&#8217;esplosione fisica, non chimica, causata dal contatto brutale tra il GNL a <strong>-162°C</strong> e l&#8217;acqua del mare a <strong>+15°C</strong>. Questo shock termico di quasi 180 gradi causa un&#8217;evaporazione istantanea e violenta, simile all&#8217;effetto di una goccia d&#8217;acqua su una piastra rovente, che genera onde d&#8217;urto potenti ma non necessariamente palle di fuoco, a meno che non vi sia una precisa miscela di ossigeno (tra il 5% e il 15%) e un innesco. Questo disastro, il primo caso al mondo di una metaniera persa in mare per atto bellico, solleva interrogativi inquietanti sulla vulnerabilità delle rotte commerciali nel &#8220;cortile di casa&#8221; italiano. Mentre la diplomazia tra Mosca e l&#8217;Occidente si incendia, l&#8217;evento proietta un&#8217;ombra sinistra sulle scelte infrastrutturali nazionali. L&#8217;incidente della Arctic Metagaz dimostra infatti quanto sia estremo il rischio connesso a queste unità, sollevando forti critiche sulla decisione di posizionare rigassificatori di pari portata nel cuore di porti abitati, come accaduto a <strong>Piombino</strong>, dove navi identiche a quella affondata fanno regolarmente scalo per alimentare il rigassificatore stazionante nel porto, a pochi metri dai centri abitati, operando in deroga alle normali normative ambientali e di sicurezza.<br>[4] Le conseguenze della guerra all&#8217;Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz delineano uno scenario di insicurezza alimentare ed economica senza precedenti per l&#8217;Europa e, in particolare, per l&#8217;Italia. <strong>Da quel braccio di mare transita circa il 15% dei fertilizzanti mondiali</strong>, in particolare <strong>urea e ammoniaca provenienti da Qatar e Arabia Saudita</strong>, che sono <strong>decisivi per la produzione agricola globale</strong>, la cui dipendenza dai nutrienti sintetici è stimata intorno al 40%. Il blocco toglie dal mercato una fetta rilevante di queste forniture, generando una <strong>tendenza al rialzo immediata spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago</strong> (CBOT), dove <strong>i prezzi dei future sui fertilizzanti sono saliti da dicembre 2025 del 64%.</strong> L&#8217;aspetto più rilevante è costituito dall&#8217;identità degli esportatori che non dipendono dal passaggio per Hormuz e che risultano dunque avvantaggiati dall&#8217;aumento dei prezzi. <strong>Circa il 22% dei fertilizzanti mondiali proviene dalla Russia</strong>, che diventa così il perno decisionale per le agricolture globali attraverso società come <strong>PhosAgro, Uralkali ed EuroChem</strong>, saldamente nelle mani di oligarchi vicini al Cremlino. Quote minori, circa <strong>il 10%, provengono da Canada e Stati Uniti</strong>. In questi ultimi due casi, i giganti del settore come <strong>Nutrien</strong> (il più grande produttore mondiale), <strong>The Mosaic Company (leader nei fosfati e potassio) e CF Industries (specializzata in azoto) vedono tra i loro principali azionisti i grandi fondi di investimento BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.</strong> Esiste poi il polo produttivo della <strong>Cina</strong>, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare drasticamente le esportazioni per garantire l&#8217;approvvigionamento interno a costi contenuti, isolando ulteriormente il mercato internazionale. <strong>In questo scacchiere, a essere danneggiati pesantemente sono i produttori e i consumatori europei</strong>, già afflitti dalla speculazione generata dall&#8217;impennata del gas e del petrolio. Per l&#8217;Italia, l&#8217;impatto è diretto e si manifesta attraverso un&#8217;erosione immediata dei margini di profitto agricoli:<strong> il costo del gasolio agricolo ha superato la soglia critica di 1,15 €/l</strong>, mentre <strong>le quotazioni dell&#8217;urea sono aumentate del 30% in una sola settimana</strong>. Per un&#8217;azienda cerealicola italiana, ciò significa un aumento dei costi fissi per ettaro che rende la produzione spesso antieconomica. <strong>Le ripercussioni sul carrello della spesa degli italiani sono altrettanto gravi, con una stima di aumento del costo alimentare mensile per famiglia tra i 20 e i 40 euro a causa dell&#8217;inflazione da costi</strong>. Poiché l&#8217;80% della logistica alimentare italiana avviene su gomma, il caro carburante si trasferisce istantaneamente sui prezzi di pane, latte e ortofrutta fresca. <strong>Parallelamente, il blocco di Hormuz paralizza l&#8217;export di eccellenze Made in Italy verso i mercati del Golfo, come la Mela Rossa Cuneo IGP e i kiwi, che subiscono ritardi insostenibili o la cancellazione degli ordini</strong>.</p>



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		<title>La guerra ibrida finanziaria all’Iran condotta da Bessent su mandato di Trump</title>
		<link>https://www.francescocappello.com/2026/01/24/la-guerra-ibrida-finanziaria-alliran-condotta-da-bessent-su-mandato-di-trump/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 21:25:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#natoexit]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo è economic statecraft. Nessun colpo sparato. &#8220;Non sono in grado di ottenere importazioni, ed è per questo che la gente è scesa in strada&#8221; La strategia di aggressione finanziaria degli Stati Uniti all’Iran è stata recentemente svelata sfacciatamente dal suo autore, il Segretario al Tesoro Scott Bessent. Egli l’ha esplicitamente descritta come un&#8217;operazione di &#8220;cambio di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La guerra ibrida finanziaria all’Iran condotta da Bessent su mandato di Trump' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/01/24/la-guerra-ibrida-finanziaria-alliran-condotta-da-bessent-su-mandato-di-trump/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="questo-e-economic-statecraft-nessun-colpo-sparato-non-sono-in-grado-di-ottenere-importazioni-ed-e-per-questo-che-la-gente-e-scesa-in-strada">Questo è <strong>economic statecraft</strong>. Nessun colpo sparato. &#8220;Non sono in grado di ottenere importazioni, ed è per questo che la gente è scesa in strada&#8221;</h2>



<p class="has-medium-font-size">La strategia di aggressione finanziaria degli Stati Uniti all’Iran è stata recentemente svelata sfacciatamente dal suo autore, <strong>il Segretario al Tesoro</strong> <strong>Scott Bessent</strong>. Egli l’ha esplicitamente descritta come un&#8217;operazione di <strong>&#8220;cambio di regime&#8221; (regime change)</strong>. Alla domanda dell’intervistatrice di <a href="https://www.foxbusiness.com/video/6387990032112">Fox Business Maria Bartiromo</a>, avvenuta il 20 gennaio 2026, a margine del World economic forum di Davos:<br> &#8220;Molti critici dicono che la vostra politica di sanzioni stia colpendo solo la popolazione civile. Come risponde? L&#8217;obiettivo finale è un cambio di regime?&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Scott Bessent risponde<strong>:</strong> &#8220;L&#8217;obiettivo è la sicurezza degli Stati Uniti e la stabilità del Medio Oriente. Finché questo regime rimarrà al potere, non ci sarà pace. <strong>Quello che sta accadendo non è un cambio di regime imposto militarmente dall&#8217;esterno, ma un&#8217;implosione naturale accelerata dalla nostra pressione economica</strong>. Il popolo iraniano è nelle strade perché ha fame e vuole libertà; <strong>noi stiamo solo togliendo l&#8217;ossigeno finanziario ai loro oppressori</strong>.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Bessent ha spiegato che la strategia consiste nell&#8217;utilizzare il potere del Dipartimento del Tesoro e dell&#8217;OFAC (L&#8217;Ufficio per il controllo dei beni stranieri) per esercitare la&nbsp;<strong>&#8220;massima pressione&#8221;</strong>&nbsp;sull&#8217;Iran. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;obiettivo dichiarato è quello di&nbsp;schiacciare l&#8217;economia iraniana&nbsp;attraverso sanzioni mirate</mark></strong>. Bessent nel corso della stessa intervista dichiara infatti:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Il Presidente Trump ha ordinato al <strong>Tesoro e alla nostra divisione OFAC</strong> di esercitare la <strong>massima pressione</strong> sull&#8217;Iran, e ha funzionato. <strong>In dicembre la loro economia è crollata. Abbiamo visto una banca importante fallire</strong>. La banca centrale ha iniziato a stampare moneta. C&#8217;è carenza di dollari. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Non sono in grado di ottenere importazioni, ed è per questo che la gente è scesa in strada.</mark></strong>&#8220;</p>



<p class="has-medium-font-size">A Davos, Bessent ha descritto l&#8217;azione del Tesoro non solo come una punizione, ma come uno <strong>strumento deliberato per ottenere risultati politici senza l&#8217;uso delle armi</strong>:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Questo è <strong>economic statecraft</strong> [arte di governo economica]. Nessun colpo sparato. Le cose si stanno muovendo in modo molto positivo qui. [&#8230;] <strong>La nostra strategia è chiara: applicheremo la pressione economica nella misura massima possibile per interrompere l&#8217;accesso del regime iraniano alle risorse finanziarie che alimentano le sue attività destabilizzanti</strong>.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">In un discorso precedente, ha specificato l&#8217;ampiezza dell&#8217;intervento mirato: &#8220;Il Tesoro ha lanciato una <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"><strong>campagna di sanzioni globale</strong>, <strong>colpendo ogni fase della catena di approvvigionamento petrolifero dell&#8217;Iran, dall&#8217;estrazione alla vendita fino al regolamento finanziario</strong></mark>. L&#8217;obiettivo finale, come indicato dal Presidente nel memorandum di febbraio, è <strong>portare le esportazioni di petrolio dell&#8217;Iran a zero</strong>.&#8221;[1]</p>



<p class="has-medium-font-size">Bessent ha ammesso apertamente che il deterioramento economico è l&#8217;effetto desiderato per indebolire il potere centrale: <br>&#8220;Il regime iraniano è impegnato in un rituale di <strong>auto-immolazione economica</strong>, un processo che è stato accelerato dalla campagna di massima pressione del Presidente Trump. [&#8230;] <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Useremo ogni strumento a nostra disposizione per ritenere il regime responsabile.</mark></strong>&#8221; <br><br>In pratica le parole di Bessent confermano candidamente che il Tesoro americano considera l&#8217;OFAC come la &#8220;punta di lancia&#8221; di questa operazione, agendo con l&#8217;intento dichiarato di soffocare le linee di credito e le esportazioni energetiche fino a rendere il regime insostenibile dall&#8217;interno.</p>



<p class="has-medium-font-size">Riassumendo, Bessent ha rivendicato con orgoglio che questa &#8220;diplomazia economica&#8221; ha portato al <strong>crollo della valuta iraniana</strong> e al fallimento di una grande banca nel dicembre precedente. Secondo il Segretario al Tesoro, la carenza di dollari e l&#8217;impossibilità di ottenere importazioni hanno spinto la popolazione a <strong>scendere in strada</strong>, un risultato che egli definisce &#8220;molto positivo&#8221;.</p>



<p><strong>La moneta iraniana (il Rial) è infatti sostenuta solo dalle vendite di petrolio. Bloccando le navi di petrolio e i conti esteri, Bessent toglie all’Iran l’unica cosa che tiene in piedi la moneta: il dollaro. Quando la gente capisce che il governo non ha più dollari per difendere la moneta, corre a cambiare i propri risparmi. Il valore del Rial precipita a zero.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">La banca iraniana portata al fallimento dalla strategia di &#8220;massima pressione&#8221; è la <strong>Mellat Bank</strong> (o Bank Mellat). Bessent ha citato il collasso di questo primario istituto di credito come la &#8220;prova provata&#8221; che il sistema finanziario iraniano ha raggiunto il punto di rottura nel dicembre 2025. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La Mellat Bank, storicamente legata al finanziamento dei settori energetici e delle attività dei Pasdaran, è stata impossibilitata a far fronte ai propri obblighi a causa della totale carenza di riserve in valuta estera (dollari)</mark></strong>. Il fallimento è stato accelerato dall&#8217;azione dell&#8217;<strong>OFAC</strong>, che ha chiuso i canali di regolamento finanziario per le esportazioni di petrolio della &#8220;flotta ombra&#8221; (shadow fleet). <br>Senza l&#8217;afflusso di petrodollari, la banca non ha potuto sostenere le lettere di credito per le importazioni, portando all&#8217;insolvenza. <br>Il crack di questa banca avrebbe innescato una reazione a catena:<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> la Banca Centrale iraniana è stata costretta a stampare moneta in modo incontrollato per coprire i depositi, alimentando l&#8217;iperinflazione che ha poi spinto la popolazione a scendere in piazza per le proteste attualmente in corso</mark></strong>.<br>Nelle sue interviste (in particolare con Maria Bartiromo), Bessent ha usato questo specifico fallimento bancario per sostenere che il regime è ormai in una fase di <strong>&#8220;auto-immolazione economica&#8221;</strong> e che i leader stanno trasferendo i propri capitali personali all&#8217;estero proprio perché consapevoli che il sistema bancario nazionale è distrutto.</p>



<p class="has-medium-font-size">Bessent è stato scelto per questo ruolo non per competenze di politica fiscale o economica generale, ma per la sua esperienza passata negli <strong>hedge fund</strong>, dove era noto per la capacità di far crollare le valute (come accaduto con la sterlina inglese e la lira italiana [2]). <br>Il suo &#8220;lavoro&#8221; in Iran è stato quello di&nbsp;<strong>distruggere la sua valuta nazionale</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ovviamente si tratta di una guerra condotta con mezzi finanziari&nbsp;totalmente contraria al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite. </p>



<p class="has-medium-font-size">Nonostante la totale illegalità di questa politica che tenta deliberatamente di provocare un&nbsp;<strong>collasso economico totale</strong>&nbsp;per destabilizzare il governo iraniano dall&#8217;interno insieme ai precedenti bombardamenti subiti dall&#8217;Iran nel giugno scorso da parte di Stati Uniti e Israele, i leader europei continuano a rimanere in silenzio chiedendo, paradossalmente, moderazione solo all&#8217;Iran.<br>L’Alto Rappresentante per la politica estera dell&#8217;UE, Kaja Kallas, ha dichiarato il 3 gennaio 2026:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;L&#8217;Unione Europea segue con estrema preoccupazione le notizie di morti e violenze. Chiediamo alle autorità iraniane di esercitare la massima moderazione [maximum restraint] nei confronti dei manifestanti e di garantire il diritto alla libertà di espressione e di associazione.<br><br>Il nostro ineffabile ministro degli esteri Antonio Tajani pur convocando l&#8217;ambasciatore iraniano a Roma (13 gennaio 2026), ha mantenuto una linea che punta alla &#8220;de-escalation&#8221;, termine che spesso in diplomazia serve a evitare di avallare la linea dura americana del cambio di regime:<br>&#8220;L&#8217;Italia chiede al governo di Teheran di fermare immediatamente le esecuzioni e la repressione violenta. Lavoriamo con i partner del G7 per una de-escalation che eviti un conflitto regionale dalle conseguenze incalcolabili.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">La Segretaria di Stato britannica Yvette Cooper, nel suo aggiornamento al Parlamento del 13 gennaio 2026, ha usato i soliti toni duri contro “la violenza del regime” ribadendo che il futuro dell&#8217;Iran appartiene ai suoi cittadini ovviamente distanziandosi sottilmente dall&#8217;idea di un&#8217;operazione guidata dall&#8217;esterno:<br>&#8220;Condanniamo nei termini più forti la violenza dello Stato iraniano. Esortiamo il regime a proteggere il diritto di protesta. Tuttavia, le decisioni sul futuro dell&#8217;Iran sono per il popolo iraniano.&#8221;<br><br>Mentre l&#8217;Europa chiede &#8220;moderazione&#8221; all&#8217;Iran per evitare il sangue, Scott Bessent ha Incredibilmentedefinito le preoccupazioni europee come &#8220;incendiarie&#8221; o dettate dalla debolezza, dichiarando:<br>&#8220;I leader europei proiettano debolezza, mentre gli Stati Uniti proiettano forza. Capiranno presto che devono restare sotto l&#8217;ombrello di sicurezza americano e che la nostra strategia di pressione è l&#8217;unica via d&#8217;uscita.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;Europa teme che se il regime crollasse improvvisamente sotto la pressione USA (senza un&#8217;alternativa pronta), l&#8217;Iran diventerebbe una &#8220;nuova Siria&#8221; o un &#8220;nuovo Afghanistan&#8221; ai confini del mondo occidentale. Se l&#8217;obiettivo di Bessent è il collasso finanziario totale; l&#8217;obiettivo europeo è la stabilizzazione dei diritti umani senza distruggere l&#8217;apparato statale iraniano, per timore di un vuoto di potere. Teheran ha definito &#8220;interferenze ipocrite&#8221; quelle della diplomazia europea, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">la cui preoccupazione principale, in realtà, non è solo di natura umanitaria o politica, ma è profondamente legata alla sicurezza energetica</mark></strong>.<br>Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia più vitale al mondo: nel 2026, si stima che vi transiti circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del Gas Naturale Liquefatto (GNL). <strong>Per l&#8217;Europa, questo significa che una chiusura o un&#8217;instabilità dello Stretto porterebbe a un&#8217;impennata immediata dei costi energetici e dell&#8217;inflazione, vanificando i suoi sforzi di ripresa economica</strong>.<br>Kaja Kallas ha detto chiaramente che la libertà di navigazione è una &#8220;linea rossa&#8221; per l&#8217;Europa, legandola direttamente alla stabilità dei prezzi:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;La sicurezza delle rotte marittime globali, in particolare nello Stretto di Hormuz, non è negoziabile. Qualsiasi interruzione dei flussi energetici avrebbe conseguenze dirette e gravi sull&#8217;economia europea e sulla stabilità dei prezzi per i nostri cittadini. Esortiamo tutte le parti a evitare azioni che possano mettere a rischio il commercio internazionale.&#8221;<br>— Kaja Kallas, dichiarazione al Consiglio Affari Esteri, gennaio 2026.<br><br>Emmanuel Macron è stato tra i più espliciti nel sottolineare che il collasso dell&#8217;Iran non deve avvenire a scapito della sicurezza globale:<br>&#8220;Non possiamo permettere che una crisi politica interna si trasformi in una catastrofe energetica globale. L&#8217;Europa ha bisogno di stabilità nei suoi approvvigionamenti. Chiediamo moderazione a Teheran, ma ricordiamo anche ai nostri alleati che una regione in fiamme non giova a nessuno. La protezione dello Stretto di Hormuz è una priorità strategica per la sovranità europea.&#8221;<br>— Emmanuel Macron, conferenza stampa a Parigi, 15 gennaio 2026.</p>



<p class="has-medium-font-size">Annalena Baerbock pare si stia rinvenendo relativamente al fatto che dopo il sabotaggio del Nord stream la Germania risulta ancora sensibile ai prezzi del gas, ed ha così espresso il timore di una &#8220;nuova crisi sistemica&#8221;:<br>&#8220;L&#8217;economia europea è ancora in una fase di vulnerabilità. Un&#8217;escalation militare o un blocco nello Stretto di Hormuz porterebbe a uno shock dei prezzi che le nostre industrie non possono permettersi. La nostra richiesta di moderazione all&#8217;Iran serve a proteggere non solo i diritti umani, ma anche l&#8217;integrità delle catene di approvvigionamento globali.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Dopo il distacco dal gas russo, l&#8217;Europa dipende fortemente dal GNL proveniente dal Qatar, che deve necessariamente passare per Hormuz. Un aumento del greggio sopra i 100 dollari (scenario previsto in caso di blocco) porterebbe l&#8217;inflazione nell&#8217;Eurozona sopra il 5-6% in poche settimane.</strong><br><strong>In sintesi, mentre Bessent vede nello &#8220;schiacciare l&#8217;economia iraniana&#8221; la soluzione finale, i leader europei temono che, nel processo, venga schiacciata anche la fragile stabilità energetica del Vecchio Continente.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Proprio a causa di queste preoccupazioni, Scott Bessent ha risposto piccatamente ai leader europei durante il World Economic Forum di Davos. Le sue parole testuali spiegano bene la divergenza:<br>&#8220;Gli europei parlano di &#8216;stabilità energetica&#8217; perché hanno paura. Ma la vera stabilità arriverà solo quando questo regime non sarà più in grado di ricattare il mondo chiudendo i rubinetti o minacciando lo Stretto. La loro moderazione è un finanziamento indiretto al caos. Gli Stati Uniti garantiranno la navigazione, ma l&#8217;Europa deve smettere di tremare per il prezzo del gas e sostenere la fine di questa minaccia.</strong>&#8220;<br>In altre parole, Bessent sta dichiarando che quando gli Stati Uniti controlleranno anche le risorse energetiche dell’Iran dopo quelle venezuelane <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">l’Europa potrà comprare il gas e il petrolio iraniano con la sicura mediazione degli Stati Uniti</mark></strong>…</p>



<p class="has-medium-font-size">Gioverà infine ricordare il pronunciamento sul suo ‘Truth’ di Trump a proposito delle manifestazioni in corso in Iran:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Se l&#8217;Iran ucciderà violentemente manifestanti pacifici, com&#8217;è sua abitudine, gli Stati Uniti d&#8217;America andranno in loro soccorso. Siamo carichi, pronti e operativi.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Ebbene , leggiamo ora le parole di Mike Pompeo che spavaldamente ci dice che dietro le rivolte in Iran c’è il Mossad, in pratica una rivoluzione colorata:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Il regime iraniano è nei guai. Portare mercenari è la sua ultima speranza. Rivolte in dozzine di città e i Basij sotto assedio — Mashhad, Teheran, Zahedan. Prossima tappa: Baluchistan. 47 anni di questo regime; POTUS 47. Coincidenza? Buon anno a ogni iraniano nelle strade. E anche a ogni agente del Mossad che cammina accanto a loro.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Per chi non lo ricordasse Mike Pompeo è stato segretario di Stato, congressista, direttore della CIA e molto altro.&nbsp;</p>



<p>[1] La dichiarazione specifica proviene da un <strong>comunicato ufficiale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti</strong> (U.S. Department of the Treasury), emesso a metà gennaio 2026, e ripreso poi da Scott Bessent durante i suoi interventi pubblici e nelle note tecniche dell&#8217;<strong>OFAC</strong> (Office of Foreign Assets Control). Il testo compare in una nota ufficiale intitolata <strong>&#8220;Treasury Targets Iran’s Global Oil Supply Chain and Shadow Fleet&#8221;</strong>. In questo documento, il Tesoro descrive l&#8217;escalation delle sanzioni contro la cosiddetta &#8220;flotta ombra&#8221; (shadow fleet) che l&#8217;Iran usa per aggirare l&#8217;embargo. <br>Il passaggio che menziona l&#8217;obiettivo di portare le esportazioni a zero &#8220;come indicato dal Presidente nel memorandum di febbraio&#8221; è un riferimento cruciale. Si riferisce a un <strong>National Security Presidential Memorandum</strong> (NSPM) firmato da Donald Trump poco dopo il suo insediamento che stabilisce come priorità assoluta la neutralizzazione economica delle entrate energetiche iraniane. vedi sito ufficiale <strong>home.treasury.gov</strong> (nella sezione Press Releases).<br>[2] Per capire come Scott Bessent stia muovendo i fili contro il Rial iraniano oggi, bisogna guardare a quello che ha fatto negli anni &#8217;90.<br>A quel tempo, Bessent era il braccio destro di George Soros (gestiva la sede di Londra del Quantum Fund). La sua specialità non era &#8220;investire&#8221; nel senso tradizionale (comprare qualcosa sperando che il suo valore salga), ma individuare governi che stavano cercando di sostenere il valore della propria moneta in modo artificiale, oltre le proprie possibilità.<br>vediamo come funzionava la sua strategia nel modo più semplice possibile: <br>Per capire la &#8220;Scommessa contro una moneta&#8221; (Short Selling) immaginiamo di sapere che un oggetto che oggi costa 10€, domani ne varrà solo 5€. Ecco allora cosa puoi fare:</p>



<ul><li>Ti fai prestare quell&#8217;oggetto da un amico oggi.</li><li>Lo vendi subito a 10€.</li><li>Domani lo ricompri a 5€.</li><li>Lo restituisci al tuo amico.</li><li>Ti restano in tasca 5€ di guadagno.</li></ul>



<p>Bessent ha fatto questo con la Sterlina e la Lira nel 1992, ma su una scala di miliardi. Il Mercoledì Nero del 1992 (L&#8217;attacco alla Lira e alla Sterlina). All&#8217;epoca esisteva il SME (Sistema Monetario Europeo), un accordo che obbligava le valute europee a restare entro certi limiti di valore l&#8217;una rispetto all&#8217;altra.<br>L&#8217;Italia e il Regno Unito avevano un&#8217;inflazione alta e un&#8217;economia debole, ma per restare nell&#8217;accordo dovevano mantenere il valore della Lira e della Sterlina obbligatoriamente &#8220;alto&#8221;.<br>La strategia di Bessent e Soros. Bessent capì che le banche centrali d&#8217;Inghilterra e d&#8217;Italia stavano finendo le riserve (i risparmi in dollari o marchi tedeschi) per &#8220;comprare&#8221; la propria moneta e tenerne su il prezzo.n Cominciarono così a vendere quantità industriali di Lire e Sterline sul mercato. Più loro vendevano, più il prezzo crollava. Le Banche Centrali cercarono di resistere comprando, ma Bessent e Soros avevano &#8220;più proiettili&#8221; ovvero più soldi da scommettere. Alla fine, l&#8217;Italia e l&#8217;Inghilterra dovettero arrendersi, uscire dallo SME e svalutare. In una notte, la Lira e la Sterlina persero gran parte del loro valore, e il fondo di Soros (grazie alle intuizioni di Bessent) guadagnò miliardi.<br>La strategia di Bessent oggi è identica, ma invece di usare &#8220;scommesse finanziarie&#8221; private, usa il potere dello Stato americano: La moneta iraniana (il Rial) è sostenuta solo dalle vendite di petrolio. Bloccando le navi di petrolio e i conti esteri, Bessent toglie all&#8217;Iran l&#8217;unica cosa che tiene in piedi la moneta: il dollaro. Quando la gente capisce che il governo non ha più dollari per difendere la moneta, corre a cambiare i propri risparmi. Il valore del Rial precipita a zero.<br>Bessent agisce come un ingegnere dei crolli. Cerca il pilastro che regge l&#8217;edificio economico di un Paese e, una volta individuato, usa tutta la forza che ha a disposizione per abbatterlo, nella speranza che il crollo della moneta porti inevitabilmente alla caduta di chi governa.</p>



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