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	<title>Ambiente e salute &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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	<title>Ambiente e salute &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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		<title>TERRA BRUCIATA PER FAR SPAZIO AI GIGAWATT DELLA SPECULAZIONE ENERGETICA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 09:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Incendi, criminalità e finanza: l’ipotesi di un nuovo sacco del territorio siciliano, tra speculazione sui suoli, grandi impianti FER e debolezze del controllo pubblico Quando la Sicilia brucia durante i mesi estivi, il racconto mediatico e istituzionale tende spesso a confinare la tragedia nell&#8217;alveo della fatalità climatica, dell&#8217;incuria o dell&#8217;opera isolata di piromani instabili. La&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='TERRA BRUCIATA PER FAR SPAZIO AI GIGAWATT DELLA SPECULAZIONE ENERGETICA' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/08/12/terra-bruciata-per-far-spazio-ai-gigawatt-della-speculazione-energetica/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 class="p1"><b>Incendi, criminalità e finanza: l’ipotesi di un nuovo sacco del territorio siciliano, tra speculazione sui suoli, grandi impianti FER e debolezze del controllo pubblico</b></h2>
<p class="p1">Quando la Sicilia brucia durante i mesi estivi, il racconto mediatico e istituzionale tende spesso a confinare la tragedia nell&#8217;alveo della fatalità climatica, dell&#8217;incuria o dell&#8217;opera isolata di piromani instabili. La ricerca accademica condotta da <strong>Lauren R. Pearson dell&#8217;Università di California, Berkeley, insieme agli studi di ecologia politica e ai dossier investigativi sulle ecomafie, ribalta radicalmente questa narrazione</strong>, svelando un meccanismo sistemico e lucidamente pianificato. Pearson dimostra che <strong>lo spazio geografico</strong> non è un semplice fondale inerte su cui accadono eventi casuali, ma un prodotto sociale ed economico plasmato dai rapporti di potere. Negli anni del dopoguerra, la mafia siciliana ha ridefinito il tessuto urbano attraverso il cosiddetto <strong>&#8220;Sacco di Palermo&#8221;, trasformando il verde agricolo in colate di cemento per la speculazione edilizia.</strong> Oggi, nell&#8217;era della crisi energetica/climatica, lo stesso fenomeno si riproduce in chiave rurale ed ecologica: il <strong>territorio</strong> viene sistematicamente distrutto per essere riprogrammato e <strong>asservito ai grandi interessi della speculazione energetico/finanziaria</strong>.</p>
<p class="p1">In questa dinamica, <strong>il fuoco</strong> cessa di essere un elemento naturale e <strong>diventa un&#8217;arma</strong> vera e propria. Pearson evidenzia come le organizzazioni criminali mettano a sistema le condizioni meteorologiche estreme, sfruttando le forti siccità, le temperature record e i venti di scirocco come un &#8220;<strong>moltiplicatore di forza</strong>&#8220;. Innescare un incendio in queste specifiche condizioni meteorologiche permette da un lato di <strong>massimizzare la devastazione con il minimo sforzo operativo</strong>, e dall&#8217;altro di mimetizzare l&#8217;azione criminale dietro la facciata del cambiamento climatico incontrollabile.</p>
<p class="p1">Il fuoco viene così impiegato come <strong>strumento di rimodellamento territoriale</strong> per azzerare il valore socio-economico esistente su un determinato appezzamento di terra.</p>
<p class="p1">Il nodo centrale di questa strategia risiede nel <strong>legame diretto tra l&#8217;incendio doloso e la successiva valorizzazione finanziaria dei suoli devastati</strong>, spinta dai <strong>capitali della transizione energetica e dai fondi europei come quelli del PNRR</strong>. Il meccanismo operativo si sviluppa secondo una sequenza precisa. In prima battuta, <strong>il rogo distrugge</strong> le colture, i pascoli e le infrastrutture agricole, <strong>piegando la resistenza economica dei proprietari terrieri e dei piccoli agricoltori già indebitati</strong>. Un terreno agricolo a bassa produttività, se costantemente minacciato dalle fiamme perde ulteriormente valore di mercato, <strong>trasformandosi in un peso economico insostenibile per chi lo possiede</strong>. È in questa fase di forte vulnerabilità che si inserisce la speculazione energetica.</p>
<p class="p1"><strong>Grandi gruppi finanziari, intermediari e società dello sviluppo rinnovabile</strong> sono alla costante ricerca di enormi superfici di suolo per l&#8217;installazione di impianti industriali fotovoltaici a terra e eolici. L&#8217;incendio funge da acceleratore di questo processo di &#8220;<strong>green grabbing</strong>&#8220;, ovvero<strong> l&#8217;accaparramento verde delle terre</strong>. Come documentato dalle inchieste e dai report delle commissioni antimafia, laddove un proprietario rifiuta di cedere o affittare i propri terreni per far posto ai pannelli solari, l&#8217;incendio doloso interviene come <strong>atto ritorsivo e intimidatorio</strong>. Viceversa, una volta che la terra è stata ridotta in cenere, gli stessi intermediari si ripresentano offrendo contratti di locazione o d&#8217;acquisto a prezzi d&#8217;occasione. <strong>La devastazione ambientale diventa così la premessa necessaria per giustificare la riconversione industriale del suolo, trasformando un paesaggio agricolo o naturale in una centrale elettrica a cielo aperto</strong>.</p>
<p class="p1">A favorire questa catena speculativa contribuisce una profonda debolezza istituzionale e normativa. Sulla carta, la legislazione italiana, in particolare la <strong>Legge 353 del 2000</strong>, stabilisce vincoli severissimi sulle aree percorse dal fuoco, <strong>vietando per diversi anni il cambio di destinazione d&#8217;uso, la caccia, il pascolo e la realizzazione di nuove strutture</strong>. Tuttavia, l&#8217;efficacia di questa tutela si scontra con la fragilità della catena amministrativa. <span style="color: #ff0000;"><strong>Per applicare i divieti, i Comuni devono catalogare e aggiornare tempestivamente il &#8220;Catasto degli Incendi&#8221;. I cronici ritardi, le lacune mappali e la scarsità di risorse di molti enti locali creano ampie zone grigie legislative. All&#8217;interno di questi vuoti burocratici, le società speculative riescono ad avviare e far approvare le procedure autorizzative per i mega-impianti energetici prima che il vincolo sul terreno bruciato venga formalizzato e digitalmente registrato</strong></span>.</p>
<p class="p1">Il lavoro di Pearson si intreccia così con gli studi sull&#8217;<strong>estrattivismo verde</strong> e con i rapporti periodici di realtà come <strong>associazioni ambientaliste e la Direzione Investigativa Antimafia</strong>. Il quadro che ne emerge mostra come la transizione energetica, gestita senza la necessaria rigorosa pianificazione pubblica e il controllo del territorio, viene parassitata dalle logiche criminali da un lato e da quelle finanziarie speculative dall’altro.</p>
<p class="p1">La mafia non ha bisogno di trasformarsi in un produttore diretto di energia; le basta operare come custode e mediatore dell&#8217;accesso alla risorsa primaria, cioè la terra. <strong>Attraverso l&#8217;uso strategico del fuoco, la criminalità organizzata svaluta il territorio, ne scaccia la presenza umana tradizionale e lo consegna al capitale speculativo</strong>, completando una vera e propria colonizzazione energetica dell&#8217;isola condotta all&#8217;ombra della sostenibilità ambientale.</p>
<p class="p1">In Italia <strong>esistono diversi casi</strong> di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (FER) (in particolare fotovoltaici ed eolici) autorizzati, avviati o oggetto di complessi contenziosi amministrativi e giudiziari <strong>su terreni colpiti da roghi</strong> nel periodo di efficacia dei <strong>vincoli decennali e quindicennali prescritti dall&#8217;articolo 10 della Legge Quadro sugli Incendi Boschivi (L. 353/2000)</strong>.</p>
<p class="p1">Le autorizzazioni e i tentativi di superamento del blocco normativo si fondano principalmente su <strong>quattro</strong> leve giuridiche e falle amministrative:</p>
<h3 class="p1"><b>Inefficacia per mancato aggiornamento del Catasto Incendi Comunale</b></h3>
<p class="p1">Il vincolo dell&#8217;art. 10 dell&#8217;art. 353/2000 si applica su base perimetrale, ma <span style="color: #ff0000;"><strong>la sua opponibilità formale nei procedimenti autorizzativi</strong></span> (come le Conferenze di Servizi per l&#8217;Autorizzazione Unica o i procedimenti PAUR [1]) <strong><span style="color: #ff0000;">dipende dal censimento dei Comuni, che devono approvare e aggiornare il &#8220;Catasto Incendi&#8221;</span></strong>.</p>
<p class="p1">Qualora il Comune omissionario o in ritardo non abbia formalmente registrato e perimetrato la particella colpita dal fuoco nel Catasto degli Incendi, <span style="color: #800080;"><strong>la Regione o l&#8217;ente procedente considera l&#8217;area giuridicamente &#8220;libera&#8221;</strong></span>. Nelle valutazioni di impatto ambientale e nelle verifiche di idoneità del sito, <strong><span style="color: #ff0000;">l&#8217;assenza del dato formale nel catasto comunale viene argomentata dagli sviluppatori come assenza del vincolo <i>ope legis</i></span></strong>.</p>
<h3 class="p1"><b>Interpretazione estensiva della deroga sulle preesistenze (Art. 10, comma 1, quarto periodo)</b></h3>
<p class="p1">L&#8217;art. 10 prevede un&#8217;<strong>eccezione al divieto</strong> di edificazione e trasformazione <strong>per le opere che risultino</strong> &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>già previste dagli strumenti urbanistici vigenti</strong></span>&#8221; o per le quali sia stata rilasciata un&#8217;autorizzazione in data antecedente all&#8217;incendio.</p>
<p class="p1">Parte della giurisprudenza amministrativa e diverse difese private adottano un&#8217;interpretazione elastica della norma (in contrapposizione alla più rigida Cassazione Penale). Si sostiene che sia sufficiente la <i>generica compatibilità</i> della destinazione urbanistica (es. area agricola) con la realizzabilità di impianti energetici preesistente al rogo per ritenere applicabile la deroga.</p>
<p class="p1">In altri casi (es. TAR Salerno n. 642/2023), <strong>si è cercato di far valere precedenti Autorizzazioni Uniche concesse prima dell&#8217;incendio per una diversa tecnologia</strong> (es. un impianto eolico) come titolo <strong>per legittimare la conversione a nuovi impianti</strong> (es. fotovoltaico a terra).</p>
<h3 class="p1"><b>Tesi della compatibilità agricola senza cambio di destinazione d&#8217;uso</b></h3>
<p class="p1">Il vincolo quindicennale vieta di dare alle aree boscate e ai pascoli una &#8220;destinazione diversa da quella preesistente all&#8217;incendio&#8221;.<b> </b><span style="color: #ff0000;"><strong>Le società proponenti argomentano che l&#8217;installazione di impianti FER (in particolare i sistemi agrivoltaici sospesi o integrati) non costituisca un vero e proprio &#8220;cambio di destinazione d&#8217;uso urbanistico&#8221; della particella, né la realizzazione di un insediamento edilizio/produttivo tradizionale. Sostenendo che la qualificazione catastale del terreno resti agricola</strong></span> e che l&#8217;attività primaria possa teoricamente proseguire al di sotto o attorno ai pannelli, si afferma il mancato contrasto con il divieto di modifica della destinazione d&#8217;uso prescritto dalla legge antincendio.</p>
<p class="p1"><b>Qualificazione come &#8220;Opera di Pubblica Utilità&#8221; e variante automatica</b></p>
<p class="p1">L&#8217;articolo 12 del Decreto Legislativo 387/2003 qualifica gli impianti di produzione di energia rinnovabile come <span style="color: #ff0000;"><strong>opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti</strong></span>. <strong>Nelle sedi autorizzative</strong> <strong>viene frequentemente invocata la prevalenza dell&#8217;interesse pubblico alla decarbonizzazione e alla transizione energetica</strong> (rinforzato dalla disciplina semplificatoria per il PNRR e per le &#8220;aree idonee&#8221; ex D.Lgs. 199/2021). <span style="color: #ff0000;"><strong>Poiché il rilascio dell&#8217;Autorizzazione Unica regionale comporta variante allo strumento urbanistico comunale, i proponenti sostengono che il provvedimento autorizzatorio abbia l&#8217;efficacia giuridica di superare le preclusioni locali e le limitazioni d&#8217;uso del suolo</strong></span>.</p>
<p class="p1"><span style="color: #ff0000;"><strong>Il protocollo operativo d&#8217;inchiesta</strong></span> dovrebbe avviarsi con l&#8217;identificazione territoriale, dove i perimetri vettoriali degli incendi estratti dai database del Corpo Forestale, dell&#8217;ISPRA o dei Comuni vengono sovrapposti alle mappe dell&#8217;Agenzia delle Entrate all&#8217;interno di un software GIS per isolare gli identificativi catastali esatti di ogni terreno colpito dai roghi, appuntando la data precisa dell&#8217;evento per calcolare la decorrenza dei vincoli di edificabilità e cambio di destinazione d&#8217;uso. Successivamente, tali codici particellari dovrebbero essere interrogati nei portali ambientali regionali, nei Bollettini Ufficiali e nei sistemi Terna e GAUDÌ per rintracciare l&#8217;eventuale presenza di istanze per impianti eolici o fotovoltaici, estraendo sia la data di deposito della richiesta sia quella dell&#8217;eventuale provvedimento autorizzatorio finale.</p>
<p class="p1">La costruzione della matrice cronologica consentirebbe così di far emergere le diverse tipologie di anomalia. Nel caso in cui l&#8217;istanza autorizzativa e il successivo titolo venissero protocollati dopo l&#8217;incendio entro il perimetro temporale dei vincoli di legge, si paleserebbe l&#8217;omissione dell&#8217;inserimento nel Catasto Incendi o la falsa attestazione dell&#8217;assenza di preclusioni; qualora l&#8217;evento distruttivo si collocasse temporalmente tra il deposito dell&#8217;istanza e il suo accoglimento, si evidenzierebbe il possibile uso del fuoco come strumento di coercizione durante la conferenza di servizi o la trattativa fondiaria; infine, se la stipula delle opzioni d&#8217;acquisto o dei diritti di superficie seguisse immediatamente il rogo, si configurerebbe l&#8217;ipotesi di svalutazione indotta del terreno agricolo finalizzata all&#8217;accaparramento speculativo.</p>
<p class="p1">L&#8217;ultima fase dovrebbe estendere l&#8217;indagine al tracciamento societario e dei capitali attraverso la consultazione delle visure catastali storiche, dei contratti di affitto o superficie e delle visure camerali della società di scopo proponente. Questo passaggio permetterebbe di ricostruire i mutamenti della compagine sociale, rilevando le operazioni di vendita delle quote a fondi d&#8217;investimento o grandi sviluppatori prima o dopo l&#8217;ottenimento dell&#8217;Autorizzazione Unica, fino all&#8217;incroco dei nominativi di amministratori e procuratori con l&#8217;Anagrafe del Registro Imprese e i database antiriciclaggio per far emergere l&#8217;eventuale presenza di prestanome o soggetti legati alla criminalità organizzata.</p>
<p class="p1">FONTI</p>
<p class="p1">La fonte accademica fondamentale su cui si struttura l&#8217;analisi è lo studio condotto da Lauren R. Pearson, ricercatrice presso il Dipartimento di Geografia della University of California, Berkeley. Il suo articolo, intitolato &#8220;Land on fire: The spatial production of the mafia&#8221;, è stato pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Criminology &amp; Criminal Justice (SAGE Publications, identificativo DOI: 10.1177/17488958241286117) all&#8217;interno del numero speciale New Geographies of Organised Crime. L&#8217;indagine offre una disamina etno-geografica incentrata sulle devastanti stagioni degli incendi in Sicilia del 2021 e 2023, analizzando l&#8217;uso tattico del fuoco come strumento di controllo socio-spaziale.</p>
<p class="p1">Sul versante investigativo e istituzionale, la ricostruzione si avvale dei resoconti della Commissione Regionale Antimafia dell&#8217;Assemblea Regionale Siciliana, che ha documentato l&#8217;operato di intermediari legati alla speculazione sul fotovoltaico a terra e sull&#8217;eolico nelle aree colpite dai roghi nell&#8217;entroterra dell&#8217;isola. A questi contributi si sommano le relazioni semestrali presentate al Parlamento italiano dalla Direzione Investigativa Antimafia, focalizzate sui tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nella filiera della transizione ecologica e nei fondi europei del PNRR, unitamente ai Rapporti Ecomafia pubblicati annualmente da Legambiente per monitorare i crimini contro il patrimonio boschivo e i fenomeni di accaparramento fondiario.</p>
<p class="p1">Il quadro teorico e normativo si completa infine attraverso il pensiero del filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre, la cui opera La production de l&#8217;espace del 1974 fornisce la lente interpretativa per comprendere la riprogrammazione criminale del territorio. Il caposaldo legislativo di riferimento è l&#8217;articolo 10 della Legge 21 novembre 2000, n. 353 (Legge quadro sugli incendi boschivi), che impone rigidi vincoli di inedificabilità e di stasi nella destinazione d&#8217;uso per i terreni percorsi dal fuoco, integrato dalla letteratura scientifica sull&#8217;ecologia politica, sull&#8217;estrattivismo verde e sul fenomeno del green grabbing nel bacino del Mediterraneo.</p>
<p class="p1">I riferimenti normativi fondamentali alla base dell&#8217;analisi si radicano nell&#8217;articolo 10 della Legge 21 novembre 2000, n. 353, norma cardine che stabilisce il vincolo quindicennale di inalterabilità della destinazione d&#8217;uso di pascoli e aree boscate, il divieto decennale di edificazione e l&#8217;obbligo di tenuta del Catasto Incendi da parte dei Comuni. A questa si aggiunge l&#8217;articolo 12 del Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, che qualifica le infrastrutture per fonti rinnovabili quali opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti, consentendo il superamento della pianificazione locale tramite il rilascio dell&#8217;Autorizzazione Unica. Completa la cornice legislativa statale il Decreto Legislativo 8 novembre 2021, n. 199, unitamente al Decreto Legge 31 maggio 2021, n. 77 sul PNRR, che introduce regimi di semplificazione procedurale e definisce i criteri per l&#8217;individuazione delle aree idonee.</p>
<p class="p1">Sul versante della giurisprudenza amministrativa, un punto di riferimento cruciale è la sentenza n. 642 del 20 marzo 2023 della Terza Sezione del TAR Campania Salerno, la quale ha applicato il principio interpretativo secondo cui la deroga dell&#8217;articolo 10 per le opere già previste trova riscontro nella semplice compatibilità urbanistica della destinazione agricola antecedentemente all&#8217;incendio. A questa lettura si affiancano la sentenza n. 2240 del 2023 del TAR Sicilia Palermo, riguardante il rapporto tra destinazione agricola e insediamenti fotovoltaici, e le decisioni del Consiglio di Stato, tra cui la sentenza n. 3206 del 2019, incentrate sull&#8217;efficacia giuridica delle perimetrazioni comunali e sull&#8217;inopponibilità del vincolo antincendio nei procedimenti autorizzativi in caso di omesso o ritardato aggiornamento del Catasto degli Incendi.</p>
<p class="p1">I riscontri istituzionali e d&#8217;inchiesta derivano principalmente dalle relazioni e dagli atti delle audizioni svolte tra il 2021 e il 2023 dalla Commissione Regionale Antimafia dell&#8217;Assemblea Regionale Siciliana, focalizzate sugli incendi dolosi nelle province dell&#8217;entroterra e sulle contestuali pressioni speculative per l&#8217;installazione di impianti eolici e solari. Questo materiale trova ulteriore fondamento analitico nei Rapporti Ecomafia redatti annualmente da Legambiente e nelle relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia presentate al Parlamento, fonti fondamentali per monitorare i reati contro il patrimonio boschivo, le dinamiche di accaparramento delle terre e il rischio di infiltrazione criminale nei finanziamenti pubblici destinati alla transizione energetica.</p>
<p>[1] <b>PAUR</b> <em>Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale</em>. È stato introdotto dall’art. 27-bis del D.Lgs. 152/2006 (Codice dell’Ambiente), inserito dal D.Lgs. 104/2017 per integrare le autorizzazioni necessarie ai progetti sottoposti a VIA di competenza regionale.<br />
Si applica soprattutto a impianti da fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico) che richiedono Valutazione di Impatto Ambientale regionale. Il procedimento passa da una conferenza di servizi che raccoglie tutti gli enti coinvolti, e si conclude con un unico atto. Attenzione però a un punto giuridico importante chiarito di recente dal Consiglio di Stato: il PAUR non assorbe né sostituisce i singoli titoli autorizzatori, ma li ricomprende nella determinazione finale della conferenza di servizi &#8211; è quindi un contenitore procedurale unificato, non un atto che li rimpiazza giuridicamente.<br />
<b>I</b>l PAUR è lo strumento con cui la maggior parte dei grandi impianti rinnovabili ottiene le autorizzazioni a livello regionale, quindi la sua rapidità incide direttamente sul raggiungimento degli obiettivi di burden sharing verso il 2030. Il quadro è stato ulteriormente semplificato dal D.Lgs. 190/2024, e diverse Regioni stanno intervenendo con norme proprie per velocizzare l’iter &#8211; la Sicilia, ad esempio, ha approvato di recente una riforma che semplifica le procedure PAUR per gli impianti da energia pulita, in un contesto in cui l’isola punta a circa 10,5 gigawatt di capacità rinnovabile installata entro il 2030.</p>
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		<title>Incendi, prevenzione e speculazione. Gli incendi si possono fermare. Perché continuiamo ad arrivare troppo tardi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 12:33:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Dai satelliti con intelligenza artificiale ai sensori installati sugli alberi, oggi esistono tecnologie capaci di individuare un incendio quando è ancora un principio di combustione. Eppure in Italia la prevenzione resta il punto più debole: pochi investimenti strutturali, carenza di personale, ritardi amministrativi e una legislazione che continua a lasciare aperti spazi alle speculazioni sulle&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Incendi, prevenzione e speculazione. Gli incendi si possono fermare. Perché continuiamo ad arrivare troppo tardi?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/30/incendi-prevenzione-e-speculazione-gli-incendi-si-possono-fermare-perche-continuiamo-ad-arrivare-troppo-tardi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 class="p1">Dai satelliti con intelligenza artificiale ai sensori installati sugli alberi, oggi esistono tecnologie capaci di individuare un incendio quando è ancora un principio di combustione. Eppure in Italia la prevenzione resta il punto più debole: pochi investimenti strutturali, carenza di personale, ritardi amministrativi e una legislazione che continua a lasciare aperti spazi alle speculazioni sulle aree percorse dal fuoco</h2>
<p class="p1"><span class="s1">Quando un incendio devasta una foresta, l&#8217;impatto visivo immediato è quello dei tronchi anneriti e del paesaggio spoglio. Tuttavia, la perdita reale supera di gran lunga ciò che l&#8217;occhio umano percepisce in superficie. La copertura forestale non è semplicemente un insieme di alberi, ma un&#8217;infrastruttura viva e complessa che eroga servizi sistemici fondamentali per l&#8217;equilibrio del pianeta [*].</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Negli ultimi anni, la protezione civile e i ministeri dell’ambiente di diversi Paesi hanno compiuto un salto d&#8217;innovazione fondamentale, passando <span style="color: #ff0000;"><strong>da una logica puramente reattiva a un modello predittivo e ultra-precoce</strong></span>. Questo approccio è capace di intercettare gli inneschi nei primi minuti o di calcolare il rischio con ore di anticipo, articolandosi su <strong>tre livelli di monitoraggio coordinato</strong>: <span style="color: #ff0000;"><strong>spaziale, terrestre e sub-canopia, cioè sotto la chioma degli alberi</strong></span>. L&#8217;Italia ha avuto esperienze all&#8217;avanguardia (vedi </span><a href="https://www.francescocappello.com/2026/07/14/chi-ha-interesse-agli-incendi-distruttivi-nelle-aree-boschive-il-sistema-di-prevenzione-bsds-aveva-un-difetto-funzionava-troppo-bene/">Chi ha interesse agli incendi distruttivi nelle aree boschive? Il sistema di prevenzione BSDS aveva un difetto. Funzionava troppo bene</a>).</p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Costellazioni satellitari e intelligenza artificiale spaziale</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Il monitoraggio dall&#8217;orbita terrestre non si limita più alle sole immagini satellitari tradizionali a bassa frequenza, ma impiega micro-satelliti dotati di sensori agli infrarossi termici ad alta risoluzione e modelli di intelligenza artificiale integrati a bordo. In Grecia, l&#8217;attivazione della <strong>rete di micro-satelliti</strong> dell&#8217;<strong>Hellenic Fire System</strong>, sviluppata in partnership con la spacetech OroraTech, permette di scansionare costantemente il territorio nazionale. Questo sistema rileva le anomalie termiche anche nelle ore notturne, inviando allerte in tempo reale alle sale operative dei vigili del fuoco. In modo analogo, Paesi come il Cile e il Canada, in particolare nella provincia dell&#8217;Alberta, utilizzano costellazioni satellitari termiche per monitorare vaste aree forestali remote ed estinguere i focolai prima che evolvano nei devastanti megafires.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Torri intelligenti con computer vision</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Parallelamente al monitoraggio orbitale, le tradizionali torri di avvistamento con operatori umani sono state progressivamente convertite o affiancate da stazioni ottiche automatizzate. Negli Stati Uniti, in stati come California, Arizona e Colorado, la rete <strong>ALERTCalifornia</strong> curata dall&#8217;Università della California San Diego conta oltre 1.000 telecamere ad alta definizione a 360 gradi distribuite sul territorio [1]. In questo contesto, le utility elettriche e le agenzie forestali utilizzano piattaforme di computer vision come Pano AI, il cui algoritmo analizza continuamente i flussi video per identificare pennacchi di fumo entro 10-15 chilometri di raggio, distinguendo la polvere o le nuvole dal fumo reale in meno di 60 secondi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Turchia, la piattaforma predittiva <strong>FireAId</strong>, sviluppata con il contributo di Microsoft, Google e dati NASA, incrocia i dati storici, la velocità del vento e l&#8217;umidità del suolo con le riprese di terra, generando mappe di rischio interattive con un&#8217;accuratezza nell&#8217;individuazione dell&#8217;80% circa con 24 ore di anticipo rispetto all&#8217;innesco.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Italia, l&#8217;attenzione della protezione civile si è concentrata sul riutilizzo delle infrastrutture di telecomunicazione esistenti, come le <strong>torri INWIT</strong> situate all&#8217;interno di aree protette tra cui i Parchi Nazionali d&#8217;Abruzzo e Lazio. Equipaggiate con telecamere ottico-termiche e sensori IoT (Internet of Trees), queste stazioni impiegano un&#8217;intelligenza artificiale di bordo in grado di cancellare i falsi allarmi, come il fumo dei comignoli nei borghi storici, segnalando tempestivamente le vere anomalie alle autorità locali. In Australia, l&#8217;integrazione di torri dotate di sensori termici e tecnologia Pano AI viene impiegata per il monitoraggio continuo delle piantagioni commerciali e degli ecosistemi a rischio, riducendo drasticamente i tempi di risposta dei soccorsi nelle aree più isolate.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Sensori sottobosco e droni autonomi</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Uno dei limiti strutturali dei satelliti e delle telecamere è che il fumo deve superare la chioma degli alberi prima di diventare visibile. Per superare questo ostacolo, diversi Paesi europei, tra cui la Germania, stanno adottando la tecnologia del cosiddetto Internet of Trees attraverso il sistema <strong>Dryad Silvanet</strong>. Si tratta di piccoli nasi elettronici alimentati a energia solare e privi di batterie al litio, installati direttamente sui tronchi degli alberi. Questi dispositivi rilevano la firma chimica dei gas prodotti dalla pirolisi, ossia il monossido di carbonio, i composti organici volatili e il micro-particolato PM2.5, durante la fase di combustione lenta, intercettando l&#8217;evento ore prima che si sviluppino fiamme libere e trasmettendo i dati tramite reti radio a lungo raggio LoRaWAN o via satellite.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I droni autonomi completano la rete di protezione e vengono impiegati per pattugliare le zone a più alto rischio d&#8217;innesco o per raccogliere dati tattici in condizioni di scarsa visibilità. Negli Stati Uniti, il progetto NASA <strong>FireSense</strong> conduce test in Alabama e Montana utilizzando droni autonomi dotati di sensori di vento 3D e radiosonde che misurano temperatura, pressione e umidità dell&#8217;aria a bassa quota, alimentando i modelli predittivi sulla dispersione del fumo e sulla velocità di propagazione del fronte del fuoco. In Germania, l&#8217;Agenzia Spaziale Tedesca (DLR) ha sviluppato sistemi di fotocamere<strong> aeree modulari MACS</strong> e droni connessi in rete 5G, pronti a decollare automaticamente non appena un sensore a terra o un satellite segnala un&#8217;anomalia termica.</span></p>
<h3 class="p3"><span class="s2">Valutazione sull&#8217;efficacia</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Nessuna tecnologia funziona al meglio se utilizzata in modo isolato, ma dall&#8217;analisi operativa sul campo emerge una chiara gerarchia di successo a seconda dell&#8217;obiettivo specifico di protezione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se si valuta il </span><span class="s3">successo operativo immediato</span><span class="s1"> nella riduzione dei tempi di intervento in aree popolate o ad alto rischio antropico, le </span><span class="s3">torri intelligenti con Computer Vision e IA (come ALERTCalifornia e Pano AI)</span><span class="s1"> rappresentano oggi la soluzione di maggior successo pratico. Questo primato è dovuto alla loro maturità tecnologica e all&#8217;ottimo bilanciamento tra raggio di copertura e rapidità: individuano un pennacchio di fumo entro 1-3 minuti dall&#8217;innesco visibile entro un raggio di 15 chilometri, riducendo quasi a zero i falsi allarmi e fornendo alle sale operative immagini video ad alta definizione in tempo reale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se invece si considera la </span><span class="s3">prevenzione ultra-precoce assoluta</span><span class="s1">, il primato spetta ai </span><span class="s3">sensori IoT da sottobosco (nasi elettronici come Dryad Silvanet)</span><span class="s1">. Questi sistemi vantano il tasso di successo teorico più alto in assoluto perché sono gli unici capaci di rilevare l&#8217;incendio durante la fase di pirolisi e combustione covante, ossia prima ancora che si generino fiamme visibili o fumo denso. Il loro limite risiede nei costi di scala, rendendoli perfetti per parchi naturali e zone d&#8217;interfaccia urbano-forestale ma difficili da applicare su intere regioni selvagge.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per la prevenzione in </span><span class="s3">immense aree remote prive di infrastrutture terrestri</span><span class="s1">, come le foreste del Canada o del Cile, le </span><span class="s3">costellazioni di micro-satelliti a infrarossi termici (come OroraTech)</span><span class="s1"> si dimostrano il sistema di maggior successo, garantendo la copertura di aree sterminate altrimenti inaccessibili ai sensori di terra.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In conclusione, il modello che registra il </span><span class="s3">massimo tasso di successo globale</span><span class="s1"> è l&#8217;architettura integrata del </span><span class="s3">Gemello Digitale (Digital Twin)</span><span class="s1">. Questa piattaforma unifica la rilevazione chimica a terra dei sensori IoT, la verifica visiva intermedia delle telecamere e dei droni e il tracciamento macroscopico dei satelliti, convogliando tutte le informazioni in un unico simulatore dinamico che modella con precisione l&#8217;evoluzione del fuoco per le ore successive.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Italia la prevenzione degli incendi boschivi soffre di un profondo paradosso economico e strutturale. Sebbene i danni diretti e indiretti causati dai roghi, dall&#8217;erosione del suolo e dal dissesto idrogeologico pesino sull&#8217;economia nazionale per miliardi di euro all&#8217;anno, le risorse finanziarie destinate in modo specifico alla prevenzione vera e propria ovvero alla manutenzione dei boschi, alla pulizia del sottobosco, alla gestione delle fasce parafuoco e alla silvicoltura preventiva — rimangono estremamente risicate. Nel bilancio dello Stato e nelle allocazioni regionali, la spesa annua destinata in senso stretto alla prevenzione degli incendi boschivi si attesta su poche centinaia di milioni di euro. Gran parte di questi fondi non deriva da stanziamenti ordinari e stabili, ma da risorse straordinarie legate a programmi europei, al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza o a provvedimenti legislativi d&#8217;emergenza come il Decreto Incendi, che stanziano risorse una tantum senza tuttavia garantire una copertura finanziaria strutturale e costante per la gestione del territorio nel lungo periodo.</span></p>
<h3>Limiti del rilevamento ad alta tecnologia</h3>
<p><span class="s1">ll rilevamento ad alta tecnologia rappresenta una condizione </span><span class="s2">necessaria ma non sufficiente</span><span class="s1"> per evitare gli incendi boschivi come si può verificare in vari paesi che l&#8217;hanno adottata. </span><span class="s1">La tecnologia risponde con precisione alla domanda su dove e quando stia nascendo l&#8217;incendio, ma lascia del tutto irrisolta la sfida logistica e meccanica di come portare tonnellate d&#8217;acqua o creare linee tagliafuoco nel giro di pochi minuti in aree impervie o travolte da raffiche a ottanta chilometri orari. S</span><span class="s1">ussiste, infatti, un&#8217;invalicabile asimmetria cinematica tra la velocità dell&#8217;informazione, che viaggia alla velocità della luce fino alle sale operative, e la velocità della risposta fisica, un divario temporale che rende del tutto inefficace la visibilità fornita dai satelliti se l&#8217;incendio si propaga a una velocità superiore a quella con cui uomini e mezzi possono raggiungere fisicamente il luogo dell&#8217;innesco.<br />
Bisognerebbe che l&#8217;umanità si alleasse nel combattere questa guerra che minaccia concretamente gli habitat umani smettendola di impiegare risorse ed energia nei confronti di nemici immaginari come quello russo creato dalla propaganda guerrafondaia dell&#8217;Unione europea.  </span></p>
<h3 class="p2"><span class="s1"><b>ITALIA. Risorse umane e strumenti a disposizione</b></span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">Sul fronte del personale e delle dotazioni operative, l&#8217;architettura antincendio italiana si fonda su un modello composito e frammentato tra strutture statali ed enti locali. Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco conta una forza operativa complessiva di circa <strong>35000 unità</strong>, le quali devono però coprire tutte le tipologie di soccorso pubblico sul territorio nazionale, dalla protezione civile ai crolli, e non soltanto gli incendi di bosco. A queste si affiancano i circa <strong>6000 operatori</strong> del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari <strong>dell&#8217;Arma dei Carabinieri</strong>, oltre a una rete disomogenea di circa quarantamila volontari antincendio boschivo regionali e a una quota contratta di operai forestali dipendenti dagli enti locali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per quanto riguarda i mezzi aerei, l&#8217;Italia dispone di una delle flotte pubbliche più consistenti d&#8217;Europa per il contrasto dall&#8217;alto, il cui nucleo principale è composto da diciotto velivoli Canadair [2] CL415 gestiti dai Vigili del Fuoco, integrati da elicotteri di pesante pescaggio Erickson S64 e da circa novanta elicotteri leggeri e medi ingaggiati dalle singole Regioni durante i mesi estivi di massima allerta. Tuttavia, la disponibilità di squadre terrestri e di mezzi d&#8217;attacco diretto soffre di forti disparità territoriali, lasciando spesso proprio le regioni meridionali e insulari più esposte in forte affanno d&#8217;organico durante le emergenze.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"><b>Il confronto diretto con le spese militari</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sproporzione economica emerge con estrema nitidezza quando si mette a confronto il budget dell&#8217;antincendio e della tutela del territorio con la spesa militare italiana. Secondo i dati del <strong>Documento Programmatico Pluriennale della Difesa</strong>, la spesa militare complessiva dell&#8217;Italia è in costante crescita ed ha superato la soglia dei trentuno miliardi di euro all&#8217;anno.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Il divario delle cifre:</b> L&#8217;Italia stanzia ogni anno per la Difesa e gli armamenti una cifra che è oltre cento volte superiore all&#8217;intero budget nazionale destinato alla prevenzione e al contrasto degli incendi boschivi. Il solo bilancio militare annuo supera di oltre dieci volte l&#8217;intero costo di funzionamento dell&#8217;intero Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco per tutte le emergenze del Paese.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In termini pratici, il costo finanziario legato all&#8217;acquisto o alla manutenzione di un singolo programma d&#8217;arma complesso o di una moderna unità navale da guerra equivale a più di quanto lo Stato italiano investa nell&#8217;arco di un triennio per la messa in sicurezza e la prevenzione degli incendi nell&#8217;intero patrimonio forestale nazionale.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"><b>Decenni di tagli alla spesa pubblica e impatto della riforma Madia</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo profondo sbilanciamento è il risultato di anni di tagli alla spesa pubblica, politiche di spending review e blocco del turnover del personale negli enti locali. Il momento di svolta più critico sul piano istituzionale si è verificato nel 2016 con la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, una forza storica che contava circa <span style="color: #ff0000;"><strong>8500 agenti specializzati, il cui personale è stato in larga parte assorbito dall&#8217;Arma dei Carabinieri e in misura minore dai Vigili del Fuoco e da altri corpi</strong></span> [2].</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La scomparsa del Corpo Forestale ha spezzato una catena unitaria di presidio, prevenzione quotidiana e monitoraggio capillare del territorio forestale. Le competenze di lotta attiva agli incendi sono state trasferite ai Vigili del Fuoco, senza che a questo trasferimento corrispondesse un adeguato e proporzionale aumento di risorse finanziarie e di organico dedicato al presidio preventivo dei boschi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Contemporaneamente, il blocco del turnover nella pubblica amministrazione regionale ha causato un invecchiamento e un drastico svuotamento del corpo degli operai forestali regionali, ovvero le maestranze che storicamente si occupavano della pulizia dei sentieri, dei diradamenti e delle opere di ingegneria naturalistica. La logica della spesa pubblica italiana si è così progressivamente concentrata sulla gestione dell&#8217;emergenza e sull&#8217;estinzione attiva — finanziando a caro prezzo le ore di volo della flotta aerea e i contratti di soccorso speciale — a scapito della prevenzione primaria e della cura costante del territorio, che rappresenterebbero l&#8217;unico vero strumento in grado di evitare che un semplice innesco si trasformi in un incendio ingovernabile.</span></p>
<h3><span class="s1">Il 2026 si sta caratterizzando per un </span><span class="s2">anticipo anomalo della stagione degli incendi</span><span class="s1"> e per un&#8217;intensità dei roghi superiore alla norma storica</span></h3>
<p class="p1"><span class="s1">I dati aggiornati a fine luglio 2026 dal sistema europeo di monitoraggio satellitare </span><span class="s2">EFFIS (Copernicus)</span><span class="s1">, integrati con i rilevamenti dell&#8217;</span><span class="s2">ISPRA</span><span class="s1"> e le analisi della Protezione Civile e di Legambiente, tracciano un quadro di forte criticità per l&#8217;Italia. </span><span class="s1">I dati evidenziano una forte concentrazione geografica dei roghi nel Mezzogiorno e nelle isole maggiori.<br />
</span><span class="s1"><strong>La Sicilia si conferma la regione in assoluto più devastata d&#8217;Italia</strong>. Tra l&#8217;inizio dell&#8217;anno e la terza decade di luglio, la regione ha registrato oltre </span><span class="s2">24.400 ettari andati in cenere</span><span class="s1"> (pari a oltre il 70% di tutta la superficie bruciata nell&#8217;intero Sud Italia). I territori comunali più colpita includono Bivona (con oltre 2.400 ettari distrutti), Butera, Castronovo di Sicilia, Enna, Agrigento, Resuttano e Francofonte.<br />
</span><span class="s1">Segue al secondo posto <strong>la Calabria</strong> per estensione dei danni e primato per numero di roghi distinti. La provincia di Cosenza è risultata la più penalizzata a livello nazionale per frequenza di inneschi. <strong>La </strong></span><span class="s2"><strong>Campania</strong> al 3° Posto.</span><span class="s1"> Completa il &#8220;triangolo del fuoco&#8221; meridionale. Insieme, Sicilia, Calabria e Campania concentrano oltre il </span><span class="s2">70% di tutta la superficie forestale bruciata</span><span class="s1"> in Italia.<br />
</span><span class="s2"><strong>Basilicata e Sardegna</strong> r</span><span class="s1">egistrano un livello di pressione medio-alto, con roghi estesi in aree costiere e collinari (come l&#8217;incendio che ha colpito la fascia costiera di Maratea).</span></p>
<p>La <strong>Puglia</strong> si attesta stabilmente tra le regioni italiane a più alta criticità, posizionandosi subito a ridosso di Sicilia e Calabria per frequenza degli inneschi e pressione operativa sui soccorsi. Nel 2026 la situazione pugliese presenta peculiarità drammatiche che aggravano l&#8217;estensione dei danni. <strong>Il dramma del Salento e degli uliveti secchi:</strong> Una quota rilevante della superficie percorsa dal fuoco in Puglia non riguarda solo la macchia mediterranea o i boschi tradizionali, ma le enormi distese di ulivi colpiti dalla <em>Xylella fastidiosa</em>. Il legno morto e la vegetazione spontanea non gestita trasformano queste aree in vere e proprie &#8220;polveriere&#8221;, dove il fuoco si propaga con una velocità spaventosa spinto dai venti di Scirocco e Libeccio.<strong> </strong>Il promontorio del Gargano e le pinete dell&#8217;arco ionico tarantino (da Castellaneta a Marina di Ginosa) continuano a subire roghi ad altissimo impatto ecologico e turistico. In queste zone, l&#8217;elevata densità di campeggi e strutture ricettive nell&#8217;interfaccia urbano-forestale costringe continuamente la Protezione Civile a interventi prioritari di evacuazione e contenimento per evitare perdite umane. L&#8217;altopiano delle Murge e le gravine tarantine registrano un numero elevatissimo di micro-inneschi di origine dolosa e colposa (legati alle bruciature delle stoppie), che in giornate di caldo estremo e bassa umidità si saldano rapidamente in incendi di vaste dimensioni. Nel quadro complessivo del 2026, la Puglia si colloca al <strong>quarto posto nazionale</strong> per superficie totale percorsa dal fuoco e al <strong>terzo per numero complessivo di interventi della flotta aerea (Canadair ed elicotteri)</strong>, rappresentando uno dei fronti più complessi d&#8217;Italia per la concomitanza tra incendi boschivi tradizionali, roghi agricoli e perdita di patrimonio arboreo secolare.<br />
<span class="s2">Nord e Centro Italia:</span><span class="s1"> Sebbene in misura minore rispetto al Sud, si sono avuti episodi significativi e precoci fin dalla primavera, come i roghi che hanno interessato le vallate alpine del Piemonte (tra Oulx e Bardonecchia).<br />
</span><span class="s1">I dati confermano che il 2026 si sta rivelando </span><span class="s2">più distruttivo della media storica recente</span><span class="s1">, con un volume di territorio colpito decisamente superiore rispetto al recente passato.<br />
</span><span class="s1">Alla data attuale (fine luglio), la superficie totale percorsa dal fuoco in Italia supera i </span><span class="s2">69.000 ettari</span><span class="s1">, segnando un </span><span class="s2">+21% / +26% rispetto alla media storica degli ultimi vent&#8217;anni</span><span class="s1"> per lo stesso periodo dell&#8217;anno. <strong>Il numero di roghi rilevati da inizio anno ad oggi è quasi raddoppiato rispetto alla media stagionale di riferimento</strong>.<br />
</span><span class="s2">Rispetto al 2024</span><span class="s1">, il 2026 sta mostrando un trend quasi doppio per numero di eventi e superficie colpita rispetto allo stesso periodo del 2024, che si era rivelato un anno con livelli d&#8217;incendio relativamente più contenuti.<br />
</span><span class="s1">Il 2025 si era chiuso con circa 96.500 ettari (965 km²) percorsi dal fuoco nell&#8217;arco di tutti i dodici mesi (rappresentando il quinto valore più alto dal 2006). Il 2026 viaggia su ritmi che rischiano di eguagliare o superare il totale del 2025, a causa dell&#8217;anticipo estivo.<br />
</span><span class="s1">Ciò che rende il 2026 particolarmente severo non è solo l&#8217;estensione finale dei danni, ma l&#8217;</span><span class="s2">anticipo temporale del picco</span><span class="s1">. Già nella prima settimana di maggio si è registrato un record storico giornaliero (820 ettari bruciati in sole 24 ore). Da fine marzo a giugno la superficie bruciata settimanale si è mantenuta costantemente al di sopra delle medie pluriennali, anticipando di oltre due mesi la tradizionale finestra critica estiva.<br />
</span><span class="s1">Nonostante il 2026 non abbia ancora toccato i picchi assoluti delle &#8220;annate nere&#8221; storiche (come il 2007 con oltre 150.000 ettari o i picchi del 2017 e 2021), l&#8217;effetto combinato di siccità prolungata, inneschi dolosi/colposi (che rappresentano il 99% delle cause) e temperature elevate sta rendendo la stagione 2026 una delle più critiche dell&#8217;ultimo decennio.</span></p>
<p>INCENDI ED IMPIANTI EOLICI. La gestione delle aree percorse dal fuoco. La lotta agli incendi sul fronte giudiziario legislativo<br />
A proposito di incendi e gestione del post incendio, l&#8217;integrazione del quadro normativo non può prescindere dal Decreto-Legge 120/2021, noto come Decreto Incendi e convertito nella Legge 155/2021. Questo provvedimento è intervenuto proprio per rafforzare l&#8217;efficacia dell&#8217;articolo 10 della Legge 353/2000, introducendo poteri sostitutivi statali nel caso in cui i Comuni ritardino la redazione e l&#8217;aggiornamento del Catasto delle aree percorse dal fuoco.<br />
Dalle analisi svolte da associazioni ambientaliste e nei rapporti Ecomafia e dagli studi di settore emerge che il vero vulnus operativo non risiede primariamente in una lacuna del testo della Legge quadro sugli incendi boschivi 353/2000 che all&#8217;articolo 10 prevede correttamente le scadenze temporali fondamentali, quali i quindici anni di vincolo di destinazione d&#8217;uso e i dieci anni di divieto di edificazione dalla data dell’incendio bensì nella diffusa inerzia dei Comuni nell&#8217;aggiornare il Catasto degli incendi. In assenza dell&#8217;iscrizione formale del vincolo negli atti catastali, le società sviluppatrici possono presentare istanze di autorizzazione unica o procedura abilitativa semplificata su terreni bruciati senza che l&#8217;incendio risulti formalmente dagli atti amministrativi della procedura accelerata, creando una zona grigia basata sulla mancata tracciabilità del vincolo…<br />
La Legge 155/2021 (di conversione del D.L. 120/2021 &#8220;Decreto Incendi&#8221;) nasceva proprio con l&#8217;obiettivo di superare la paralisi applicativa della Legge 353/2000. Sulla carta, la norma ha introdotto due novità sostanziali: ha centralizzato la mappatura dei roghi affidandola al Comando Unità Forestali dell&#8217;Arma dei Carabinieri (CUFAA) tramite rilievi satellitari e ha fissato scadenze stringenti per i Comuni (90 giorni dal recepimento dei dati per aggiornare il Catasto Incendi), prevedendo l&#8217;attivazione di un potere sostitutivo regionale o prefettizio in caso di inerzia.<br />
Nella realtà operativa, tuttavia, la Legge 155 ha rivelato importanti fallimenti applicativi e cortocircuiti giuridici che continuano a lasciare finestre di opportunità per iniziative speculative su terreni percorsi dal fuoco.<br />
<strong>Sono quattro i nodi in cui la Legge 155 ha mostrato i suoi limiti<br />
</strong><em>Il blocco dei poteri sostitutivi</em><br />
L&#8217;idea di inviare un commissario ad acta nei Comuni che non aggiornano il Catasto Incendi entro i termini stabiliti si scontra con la realtà della pubblica amministrazione. Centinaia di enti locali, specialmente nelle aree interne di Sicilia, Calabria, Sardegna e Puglia, risultano sistematicamente inadempienti.<br />
Le Regioni e le Prefetture non dispongono delle risorse umane per commissariare contemporaneamente decine o centinaia di enti. In Sicilia la Regione si è trovata a dover commissariare 147 Comuni in un solo provvedimento, arrivando ad attivare la procedura con due o tre anni di ritardo rispetto alla data dell&#8217;evento criminoso. Durante questo lungo intervallo temporale, il territorio rimane privo di una perimetrazione comunale ufficiale, lasciando aperta una prolungata finestra di vulnerabilità amministrativa.<br />
<em>La frattura tra dati satellitari e valore giuridico del vincolo<br />
</em>I Carabinieri Forestali elaborano le perimetrazioni digitali con estrema precisione entro 45 giorni dall&#8217;estinzione del rogo. Tuttavia, secondo la giurisprudenza amministrativa e la prassi urbanistica, il dato geografico del CUFAA costituisce un presupposto tecnico, non un atto amministrativo direttamente espropriativo o limitativo dei diritti privati. Per diventare un vincolo giuridicamente opponibile ai soggetti terzi nelle procedure edilizie ed energetiche, la perimetrazione deve essere formalmente recepita con una Delibera comunale e pubblicata all&#8217;Albo Pretorio.<br />
Se il Comune non compie questo passaggio, nelle Conferenze di Servizi regionali o provinciali per il rilascio dell&#8217;Autorizzazione Unica (AU) o della Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) per impianti eolici e fotovoltaici, i tecnici della società proponente e i funzionari esaminano il Piano Regolatore Generale e il Catasto comunale ufficiale. Se il vincolo non vi risulta ancora trascritto, il procedimento autorizzativo prosegue come se il rogo non fosse mai avvenuto!<br />
<em>L&#8217;assenza della nullità automatica dei titoli autorizzativi<br />
</em>La Legge 155/2021 ha inasprito le sanzioni penali per i reati di incendio boschivo (articolo 423-bis del Codice Penale), ma non ha introdotto la nullità automatica d&#8217;ufficio delle autorizzazioni energetiche o urbanistiche rilasciate su aree che risultano bruciate nelle banche dati dell&#8217;Arma dei Carabinieri.<br />
Se una società ottiene un&#8217;Autorizzazione Unica regionale per un parco eolico su un terreno bruciato ma non ancora recepito dal Catasto comunale, il titolo amministrativo resta valido ed efficace!<br />
Per annullarlo, le associazioni ambientaliste o i cittadini devono ricorrere al TAR entro i rigidi termini di decadenza di 60 giorni, facendosi carico di costi elevati e affrontando il problema di venire a conoscenza dell&#8217;avvio dei lavori spesso quando questi sono già in corso.<br />
<em>Il sovraccarico strutturale dei piccoli Comuni<br />
</em>Gli incendi colpiscono in prevalenza le aree collinari e montane, spesso amministrate da Comuni di piccole dimensioni con uffici tecnici ridotti al minimo e privi di personale specializzato nell&#8217;uso dei software territoriali GIS. La Legge 155 ha imposto nuovi adempimenti senza stanziare risorse finanziarie dedicate agli enti locali per l&#8217;adeguamento dei sistemi informativi urbanistici. Il risultato è la paralisi: l&#8217;Ufficio Tecnico riceve i dati dai Carabinieri ma non ha la capacità operativa di tradurli tempestivamente in particelle catastali e delibere di vincolo.</p>
<p><strong>L&#8217;impatto sul settore eolico</strong>: L&#8217;eolico industriale richiede solitamente ampie porzioni di crinali e pascoli incolti, aree che storicamente risultano più semplici da perimetrare e trasformare rispetto ai boschi fitti. Il ritardo nel censimento comunale consente di far passare il progetto come un intervento compatibile su suolo agricolo ordinario, eludendo la finalità preventiva stabilita dalla legge quadro.<br />
Per superare queste criticità, giuristi ambientali e associazioni di tutela del territorio indicano due interventi decisivi:<br />
L&#8217;attribuzione per legge dell&#8217;efficacia vincolante diretta alle perimetrazioni dell&#8217;Arma dei Carabinieri. Il rilievo digitale satellitare del CUFAA diventerebbe vincolo vincolante erga omnes dal momento dell&#8217;inserimento nel Geoportale Nazionale, a prescindere dal recepimento o dall&#8217;inerzia del singolo Comune.<br />
Inoltre le piattaforme regionali e ministeriali in cui le aziende caricano le coordinate geografiche dei progetti rinnovabili dovrebbero dialogare automaticamente con il Geoportale dei Carabinieri Forestali. L&#8217;inserimento di coordinate ricadenti in un&#8217;area bruciata nei precedenti 10 o 15 anni genererebbe un blocco informatico immediato della procedura di autorizzazione.</p>
<p><strong>Finiamo con una nota di speranza che vale per la nostra macchia mediterranea</strong><br />
La macchia mediterranea costituisce uno degli ecosistemi più complessi, antichi e straordinariamente resilienti del pianeta. Nel corso dei millenni, questa comunità vegetale non si è limitata a subire le condizioni estreme del clima estivo e arido, ma ha intessuto un legame intimo con gli incendi stagionali, incorporandoli direttamente all&#8217;interno del proprio ciclo vitale. In ecologia, le specie che popolano questo ambiente vengono definite <strong>pirofite</strong> o <strong>piro-adattate</strong>, proprio perché la loro riproduzione e la loro sopravvivenza sono legate al passaggio delle fiamme.<br />
Alcune piante, come il cisto, affidano il proprio futuro a una banca di semi sotterranea protetta da un involucro duro e impermeabile. Per queste specie, lo shock termico provocato dall&#8217;incendio rappresenta la chiave necessaria a rompere la dormienza del seme, consentendogli di germogliare in massa non appena sopraggiungono le prime piogge autunnali su un terreno sgombro da vegetazione concorrente e arricchito dai sali minerali delle ceneri. Altre specie, come il corbezzolo e il leccio, hanno invece sviluppato imponenti ceppaie e strutture radicali sotterranee cariche di riserve nutritive che permettono alla pianta di emettere nuovi e vigorosi polloni già poche settimane dopo la distruzione della parte aerea, mentre la sughera protegge i propri tessuti vitali dal calore grazie a una spessa corteccia isolante.</p>
<p class="p1">Tuttavia l&#8217;equilibrio di questo sistema si regge su un fattore temporale fondamentale noto come <b>intervallo di ritorno del fuoco</b>. In condizioni naturali, la macchia necessita di una pausa di diversi anni o decenni tra un evento e l&#8217;altro, un periodo indispensabile affinché le giovani piante germinate raggiungano la maturità per produrre nuove sementi e gli alberi ricacciati dalle radici possano ricostituire le proprie scorte energetiche di amido&#8230;</p>
<p>Note</p>
<p>[*] <span class="s2">Il primo e più profondo livello di devastazione riguarda <strong>la biodiversità</strong>. Una foresta matura ospita una rete trofica complessa che si sviluppa in altezza e in profondità. Il fuoco non distrugge soltanto la flora visibile e la fauna selvatica che non riesce a fuggire, ma annienta la banca dei semi sotterranea e la rete di micorrize (i funghi simbionti che collegano le radici e consentono lo scambio di nutrienti). Con l&#8217;incenerimento dell&#8217;humus, lo strato organico fertile impiega decenni, se non secoli, per ricostituirsi, interrompendo catene evolutive e nicchie ecologiche irripetibili.<br />
</span><em><span class="s1">Lo scudo idrogeologico e la difesa del suolo<br />
</span></em><span class="s2">Un bosco funge da gigantesca spugna naturale. Il reticolo radicale trattiene il terreno, stabilizza i pendii ed evita il dilavamento superficiale durante le piogge intense. Quando la vegetazione scontra il fuoco, il suolo subisce il fenomeno dell&#8217;idrofobia indotta dal calore: le elevate temperature creano uno strato ceroso e impermeabile che impedisce all&#8217;acqua di penetrare. Di conseguenza, le precipitazioni successive non alimentano più le falde acquifere sotterranee, ma scorrono veloci in superficie, innescando erosione accelerata, frane, colate di fango e alluvioni a valle. </span><span class="s2">Una copertura forestale intatta intercetta fino al 30-40% delle piogge direttamente sulla chioma, riducendo l&#8217;energia cinetica delle gocce e permettendo una ricarica lenta e costante delle risorse idriche sotterranee.<br />
</span><em><span class="s1">La regolazione termica e la mitigazione microclimatica<br />
</span></em><span class="s2">I boschi sono veri e propri regolatori termici del territorio. Attraverso l&#8217;evapotraspirazione (il processo con cui le piante rilasciano vapore acqueo nell&#8217;atmosfera), gli alberi raffreddano l&#8217;aria circostante e modulano i picchi di calore. La distruzione della massa arborea altera radicalmente <strong>l&#8217;albedo locale</strong>, ovvero la capacità della superficie terrestre di riflettere la radiazione solare. Il terreno nudo e annerito assorbe invece il calore e lo riemette nell&#8217;ambiente, esacerbando le bolle termiche locali e alterando i regimi delle brezze e delle precipitazioni a scala regionale.<br />
</span><em><span class="s1">Il bilancio del carbonio e la dinamica geochimica<br />
</span></em><span class="s2">A livello globale, la foresta rappresenta uno dei più efficaci pozzi di assorbimento del carbonio (</span><strong><span class="s3">carbon sink</span></strong><span class="s2">). Durante l&#8217;incendio, questa dinamica si inverte istantaneamente: il carbonio stoccato per secoli nella biomassa legnosa e nel suolo viene rilasciato massicciamente nell&#8217;atmosfera sotto forma di anidride carbonica e metano, trasformando il bosco da alleato contro la crisi climatica a fonte primaria di emissioni climalteranti. Viene inoltre compromesso il ciclo dell&#8217;azoto e del fosforo, privando il territorio della sua naturale fertilità geochimica.<br />
</span><em><span class="s1">Il patrimonio socio-economico, sanitario e culturale<br />
</span></em><span class="s2">La perdita si riflette direttamente sulla sfera umana e sociale. Le foreste erogano beni tangibili come legname, riserve idriche potabili e risorse officinali, ma sostengono anche le economie locali basate sul turismo sostenibile e sul presidio del territorio. A ciò si aggiunge il valore intangibile legato alla salute psicofisica, alla qualità dell&#8217;aria, drammaticamente compromessa dai fumi e dalle polveri sottili generate dalla combustione, e al patrimonio identitario. Il paesaggio forestale è memoria storica e culturale; la sua scomparsa genera una frattura profonda nel senso di appartenenza e nella stabilità ecologica delle comunità locali.</span></p>
<p>[1] Le tecnologie avanzate in California non erano già ampiamente operative durante i grandi incendi devastanti tra il 2017 e il 2021, ma ne sono state la diretta ed immediata conseguenza. I catastrofici incendi di quel quinquennio hanno agito come un vero e proprio &#8220;shock di sistema&#8221;, mettendo a nudo i fallimenti dei metodi tradizionali e costringendo lo Stato della California a una radicale riconversione tecnologica gestita a posteriori.<br />
Tra il 2017 e il 2021, la California è stata colpita dai peggiori roghi della sua storia, come il <em>Tubbs Fire</em> nel 2017, il <em>Camp Fire</em> nel 2018 che distrusse la città di Paradise causando 85 vittime, e il <em>Dixie Fire</em> nel 2021. Durante quegli eventi drammatici, la situazione tecnologica sul campo presentava enormi fragilità.<br />
In primo luogo, la rilevazione era affidata quasi interamente alle chiamate al 911 da parte dei cittadini. Nelle zone rurali o durante le ore notturne, questo comportava che, prima che qualcuno notasse il fumo e avvertisse i soccorsi, l&#8217;incendio si fosse già propagato al punto da diventare ingovernabile.<br />
Inoltre, vi era una quasi totale mancanza di visione notturna e di sistemi di Computer Vision automatizzati. Le poche telecamere montate sulle montagne erano sperimentali e richiedevano l&#8217;osservazione manuale da parte degli operatori, con una capacità di monitoraggio notturno pressoché azzerata.<br />
Un altro grande ostacolo riguardava le informazioni frammentate fornite ai Vigili del Fuoco. Le squadre a terra giungevano sul posto senza conoscere con esattezza l&#8217;evoluzione del fronte del fuoco, la velocità del vento a quota terreno o la presenza di linee elettriche a rischio nelle vicinanze.<br />
Infine, le reti elettriche gestite da società come la PG&amp;E erano del tutto &#8220;cieche&#8221;. Non disponevano di sensori sufficienti per rilevare se un cavo spezzato dal vento stesse sfregando contro la vegetazione secca, fattore che ha rappresentato la causa primaria di innesco dei roghi più mortali.<br />
I drammi umani ed economici di quel periodo hanno spinto il Governatore della California e l&#8217;agenzia forestale statale CAL FIRE a cambiare radicalmente strategia. Anziché limitarsi a investire in nuovi camion o aerei antincendio, <strong>la California ha deciso di trasformare il territorio in un&#8217;unica rete digitale integrata</strong>. Le tecnologie di punta sono state dispiegate proprio per evitare il ripetersi di quelle tragedie.<br />
Mentre nel 2018 la rete era poco più di un progetto pilota denominato <strong><em>ALERT Wildfire</em></strong> con poche decine di postazioni, tra il 2019 e il 2023 il numero di sensori è stato più che raddoppiato, superando la quota di 1.000 telecamere in alta definizione a 360 gradi. Solo a partire dal settembre 2023 l&#8217;algoritmo di Intelligenza Artificiale per la rilevazione automatica del fumo è stato ufficialmente integrato in tutti i 21 centri di risposta d&#8217;emergenza della California. Nel suo primo anno di piena operatività, tra il 2023 e il 2024, l&#8217;IA ha rilevato oltre 1.200 incendi prima ancora che arrivasse la prima chiamata al 911 nel 30% dei casi.<br />
In risposta agli incendi che hanno travolto i centri abitati e la cosiddetta interfaccia urbano-forestale, lo Stato ha avviato una mappatura ad altissima risoluzione tramite sensori laser aerei LiDAR. Questo strumento, inesistente durante i grandi roghi del passato, viene impiegato per calcolare con precisione millimetrica i punti in cui la vegetazione secca accumulata vicino alle abitazioni rappresenta un pericolo mortale.<br />
Dopo che le cause del <em>Camp Fire</em> del 2018 furono attribuite alle scintille delle linee elettriche, le compagnie energetiche sono state obbligate per legge a installare sensori di sbilanciamento e micro-centraline meteo sui tralicci. Oggi, se un sensore individua un&#8217;anomalia o raffiche di vento estreme, la corrente viene tagliata in pochi millisecondi in quella specifica sezione di rete.<br />
Comprendere questo ordine cronologico è fondamentale: <strong>la California non ha evitato i grandi incendi grazie alla tecnologia; al contrario, ha sviluppato la tecnologia perché è stata devastata dai grandi incendi.<br />
</strong><strong>Il principio guida della nuova strategia.</strong> I roghi catastrofici del 2017-2021 hanno dimostrato che la sola forza bruta, fatta di aerei antincendio e squadre di terra, è del tutto impotente di fronte a incendi su aree vaste alimentati da siccità e venti estremi. L&#8217;unica vera difesa individuata dallo Stato è stata la riduzione drastica del tempo di ingaggio, riuscendo a portare i soccorsi sull&#8217;innesco nei primi 5-10 minuti, prima che l&#8217;incendio superi la dimensione critica di pochi ettari oltre la quale diventa inattaccabile.</p>
<p>[2] Il 2017, primo anno intero senza il Corpo Forestale dello Stato, è stato uno dei peggiori della serie storica: solo tra maggio e luglio sono andati in fumo <strong>72.039 ettari di bosco</strong>, più del doppio dello stesso periodo nel 2022, e per l’intero anno la stima si aggira sui 150.000 ettari, un livello paragonabile al 2021 (uno dei due picchi peggiori del decennio). Un altro dato interessante: ISPRA segnala che nel 2017 la quota di superficie bruciata composta da vero e proprio bosco (anziché macchia, pascoli o incolti) è salita fino al 70%, contro una media storica del 40-50%, un’anomalia che si distingue dal resto della serie.<br />
Il Corpo Forestale dello Stato è stato soppresso con il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 177, meglio noto come “<strong>riforma Madia</strong>”, con effetto dal 1° gennaio 2017. Si tratta di un <strong>decreto attuativo</strong> della più ampia riforma della pubblica amministrazione, presentata nel 2015 dal governo Renzi e dalla allora ministra della Funzione Pubblica Marianna Madia, con approvazione definitiva della <strong>legge delega da parte del Senato nell’estate 2015</strong>.<br />
Cosa prevedeva e perché<br />
Le funzioni del Corpo Forestale (circa <strong>8.000 unità</strong>) sono state smembrate e assorbite da più enti: la maggior parte è confluita nell’Arma dei Carabinieri, dando vita al<strong> Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari</strong> (CUFAA), mentre <strong>gli specialisti antincendio sono passati ai Vigili del Fuoco, con quote residue assegnate anche a Polizia di Stato e Guardia di Finanza</strong>. Il personale, da civile, è diventato militare.<strong><span style="color: #ff0000;"> In pratica abbiamo smesso di avere un corpo specializzato negli incendi boschivi e nella loro prevenzione</span></strong>.<br />
L’obiettivo dichiarato era il risparmio<br />
Il motivo ufficiale della soppressione, richiamato in più disegni di legge parlamentari successivi che ne hanno chiesto il ripristino, era la logica della spending review: l’obiettivo era risparmiare circa 100 milioni di euro in tre anni.<br />
Oggi è tutto affidato ai <strong>canadair</strong> con interventi che costano sino a <strong>20 mila euro l’ora</strong> ed un costo complessivo per evento che può raggiungere i <strong>400-500 mila euro</strong><br />
<strong>Gli aerei sono pubblici, ma la gestione operativa è affidata a privati</strong>.<br />
Gli aeromobili appartengono allo Stato<br />
I Canadair (CL-415, ora prodotti da Viking Air/De Havilland) sono di proprietà del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, quindi pubblici a tutti gli effetti.<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong>Lo Stato però non ha piloti né personale tecnico propri per farli volare, quindi appalta il servizio “chiavi in mano” (piloti, manutenzione, carburante, basi operative) a una società privata tramite gara pubblica</strong></span>. Negli ultimi anni questa gestione è passata di mano più volte: fino a poco tempo fa era <strong>Babcock Italia</strong>, controllata dal colosso londinese Babcock; nel 2026 il servizio è passato ad <strong>Avincis</strong>, il maggiore operatore europeo di servizi aerei di emergenza, con sede tra Lussemburgo e Regno Unito, controllata a sua volta da un fondo di investimento infrastrutturale (Ancala Partners) che nel 2023 ha rilevato le attività italiane, spagnole, portoghesi, norvegesi, svedesi e finlandesi di Babcock per un’operazione complessiva di 136,2 milioni di euro.<br />
<strong>Lo Stato paga un canone fisso più un costo per ogni ora di volo effettivamente svolta</strong>.</p>
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<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Incendi, prevenzione e speculazione. Gli incendi si possono fermare. Perché continuiamo ad arrivare troppo tardi?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/30/incendi-prevenzione-e-speculazione-gli-incendi-si-possono-fermare-perche-continuiamo-ad-arrivare-troppo-tardi/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Incendi, prevenzione e speculazione. Gli incendi si possono fermare. Perché continuiamo ad arrivare troppo tardi?' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/30/incendi-prevenzione-e-speculazione-gli-incendi-si-possono-fermare-perche-continuiamo-ad-arrivare-troppo-tardi/' data-app-id-name='category_below_content'></div>]]></content:encoded>
					
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		<title>I VERI COSTI DELLE RINNOVABILI SONO SOSTENIBILI SOLO GRAZIE AD ENORMI RISORSE PUBBLICHE DI CUI SI APPROPRIANO GLI SPECULATORI CHE STANNO DISTRUGGENDO IL NOSTRO TERRITORIO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 12:52:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[FinanzaSpeculativa]]></category>
		<category><![CDATA[Transizione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[Dietro il mito dell’energia a basso costo si nasconde un sistema che scarica sulla collettività i costi di rete, accumulo e riserva, garantendo profitti privati grazie a sussidi pubblici e alla trasformazione del territorio in una ininterrotta area industriale. In pratica una gigantesca socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti È dominante una narrazione seducente&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='I VERI COSTI DELLE RINNOVABILI SONO SOSTENIBILI SOLO GRAZIE AD ENORMI RISORSE PUBBLICHE DI CUI SI APPROPRIANO GLI SPECULATORI CHE STANNO DISTRUGGENDO IL NOSTRO TERRITORIO' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/26/i-veri-costi-delle-rinnovabili-sono-sostenibili-solo-grazie-ad-enormi-risorse-pubbliche-di-cui-si-appropriano-gli-speculatori-che-stanno-distruggendo-il-nostro-territorio/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div dir="auto">
<h2 class="p1">Dietro il mito dell’energia a basso costo si nasconde un sistema che scarica sulla collettività i costi di rete, accumulo e riserva, garantendo profitti privati grazie a sussidi pubblici e alla trasformazione del territorio in una ininterrotta area industriale. In pratica una gigantesca socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti</h2>
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<div dir="auto">È dominante una narrazione seducente ed interessata secondo cui l&#8217;energia solare ed eolica sarebbe ormai diventata la forma di elettricità più economica della storia humana. Tuttavia, se si guarda ai bilanci delle reti e alle leggi della fisica, la realtà che emerge è radicalmente diversa.</div>
<div dir="auto">È importante chiedersi come si calcola davvero il costo dell&#8217;energia e perché l&#8217;approccio attuale sta portando a un gigantesco abbaglio economico di cui usufruiscono solamente le società energetiche private che speculano utilizzando fondi pubblici sfruttando una messe di leggi, finanziamenti ed incentivi senza cui sarebbe stato loro impossibile piazzare i loro ecomostri al posto di campi con vocazione agricola infestando i crinali delle colline italiane.</div>
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<div dir="auto">L&#8217;inganno della metrica LCOE e la Potenza Stabile Equivalente</div>
<div dir="auto">Il punto di partenza di questo malinteso risiede in una cifra ampiamente pubblicizzata: circa 35 euro per megawattora, ovvero 3,5 centesimi per kilowattora, presentata come il costo dell&#8217;energia eolica e solare. Questo valore si basa su una metrica chiamata costo livellato dell&#8217;energia, nota in gergo come LCOE.</div>
<div dir="auto">Il problema del LCOE è che misura soltanto il costo di fabbrica per produrre un singolo kilowattora sulla pala o sul pannello, esattamente nel momento in cui soffia il vento o brilla il sole. È l&#8217;equivalente di calcolare il prezzo di un&#8217;automobile considerando unicamente il suo prezzo di listino dimenticando l&#8217;assicurazione, le tasse, la manutenzione, il carburante, eccetera…</div>
<div dir="auto">Come sottolinea Sir Dieter Helm, docente di politica energetica all&#8217;Università di Oxford e autore di celebri revisioni contabili per il governo britannico, valutare la convenienza delle rinnovabili intermittenti con il LCOE è un errore metodologico primario. Il sole e il vento producono infatti energia intermittente, variabile e non programmabile, scaricando sull&#8217;intero sistema elettrico tutti i costi necessari per colmare i loro vuoti di produzione. Per correggere questa distorsione, Helm ha introdotto il concetto di Potenza Stabile Equivalente, spiegando che un impianto eolico o solare dovrebbe essere valutato solo in base alla sua capacità di fornire energia garantita 24 ore su 24, pagando di tasca propria le riserve e gli accumuli necessari per quando la natura sospende la produzione di energia da rinnovabile.</div>
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<div dir="auto">Quando questi elementi vengono inclusi nel calcolo, i numeri cambiano in modo drammatico. Gli studi condotti dal ricercatore Terigi Ciccone e ripresi dalle analisi del Dott. Peter Meyer mostrano che i costi nascosti di integrazione aumentano la spesa complessiva tra il 135% e il 235%. Il risultato è che i tanto declamati 35 euro per megawattora si trasformano in un costo effettivo dell&#8217;energia consegnata alla rete di circa 440 euro per megawattora, ossia 44 centesimi per kilowattora.</div>
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<div dir="auto">Se ti stessi chiedendo come i produttori evitano che le aziende falliscano a causa di questi alti costi di produzione, sappi che gli Stati utilizzano strumenti come i Contratti per Differenza o le aste a tariffa garantita.</div>
<div dir="auto">Grazie a questi contratti trentennali, lo Stato (con i nostri soldi) garantisce al produttore un prezzo fisso per ogni megawattora immesso. Se il prezzo sul mercato reale crolla a zero, è lo Stato che versa all&#8217;azienda la differenza con denaro pubblico, azzerando del tutto il rischio d&#8217;impresa e garantendo rendimenti certi agli investitori. Il produttore privato incassa i guadagni vendendo la singola molecola di energia prodotta a basso costo alla spina, mentre l&#8217;enorme conto aggiuntivo necessario per rendere quell&#8217;energia stabile, sicura e disponibile ogni volta che schiacciamo un interruttore viene pagato ogni mese dai consumatori e dai contribuenti.</div>
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<div dir="auto">La realtà della rete: frequenza, tensione e cannibalizzazione dei prezzi</div>
<div dir="auto">Per comprendere da dove nascano questi costi enormi, bisogna guardare a cosa accade concretamente dentro la rete elettrica. Una rete richiede un perfetto equilibrio secondo per secondo tra l&#8217;energia immessa e quella consumata.</div>
<div dir="auto">L&#8217;economista dell&#8217;energia Lion Hirth, della Hertie School di Berlino, insieme ai ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha documentato a lungo i cosiddetti costi d&#8217;integrazione. Hirth ha dimostrato che quando la presenza di eolico e solare cresce in una rete, si verifica il fenomeno della cannibalizzazione del prezzo. Durante le giornate di sole e vento, tutti gli impianti producono contemporaneamente, inondando il mercato di energia in eccesso e facendo crollare il valore di quell&#8217;elettricità a zero o persino a valori negativi. Quando invece il tempo cambia, il valore dell&#8217;energia impenna, ma gli impianti rinnovabili non sono in grado di produrla.</div>
<div dir="auto">A questo problema economico si aggiunge una complessa sfida ingegneristica. Le centrali tradizionali a gas, nucleari o idroelettriche usano enormi turbine rotanti la cui massa fornisce una naturale inerzia di sistema, indispensabile per stabilizzare la frequenza della rete a 50 Hertz. I pannelli solari e le pale eoliche ne sono totalmente sprovvisti. Di conseguenza, i gestori sono costretti a tenere accese le centrali convenzionali a carico parziale, facendole funzionare in modo inefficiente e costoso, solo per garantire l&#8217;inerzia necessaria a evitare blackout dell’erogazione elettrica.</div>
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<div dir="auto">C&#8217;è poi la questione della tensione e della potenza reattiva. L&#8217;energia immessa in modo frammentato da migliaia di impianti diffusi crea costanti fluttuazioni di tensione. Gli ingegneri usano spesso l&#8217;analogia del boccale di birra: la birra liquida rappresenta la potenza attiva utile che alimenta i nostri elettrodomestici, mentre la schiuma rappresenta la potenza reattiva necessaria a creare i campi magnetici nelle linee. L&#8217;energia instabile di pale e pannelli aumenta a dismisura la presenza di questa schiuma inutile, riducendo lo spazio per la birra e mettendo a rischio la stabilità della rete, costringendo i gestori a installare costosi macchinari di compensazione.</div>
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<div dir="auto">Infine, poiché i parchi eolici e fotovoltaici sono spesso costruiti lontano dalle città, si rende necessario realizzare migliaia di chilometri di nuove linee ad alta tensione con investimenti da miliardi di euro e la conseguente perdita di energia in calore proprio a causa del suo trasporto a grandi distanze. Dalle centrali alle prese di case si perde dal 6 all’8% di energia.</div>
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<div dir="auto">Anche l&#8217;Agenzia per l&#8217;Energia Nucleare dell&#8217;OCSE, nei suoi report sui costi della decarbonizzazione, giunge alle medesime conclusioni: negli scenari a fortissima penetrazione di rinnovabili variabili, la spesa complessiva del sistema impenna a causa del potenziamento delle infrastrutture e della drastica perdita di efficienza di tutto il sistema elettrico di supporto.</div>
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<div dir="auto">Il mito delle batterie e la matematica del sovradimensionamento</div>
<div dir="auto">Un&#8217;obiezione comune sostiene che le batterie possano risolvere facilmente ogni problema di intermittenza. Tuttavia, l&#8217;analisi dei dati reali smentisce questa speranza.</div>
<div dir="auto">Si consideri il progetto solare MTerra nelle Filippine, annunciato da Meralco PowerGen e Actis, uno dei più grandi impianti al mondo dotati di accumulo. Il progetto prevede complessivamente 3.500 megawatt di fotovoltaico e 4.500 megawattora di batterie al litio. Eppure, nonostante questa mole monumentale di tecnologia, l&#8217;impianto riesce a garantire l&#8217;energia richiesta solo per 12-13 ore al giorno. Per le restanti ore della notte, o durante i periodi di maltempo prolungato e i tifoni tipici della regione, è comunque indispensabile mantenere attiva e pronta all&#8217;uso un&#8217;intera rete di centrali elettriche tradizionali. In sostanza, si continua a pagare il doppio sistema.</div>
<div dir="auto">Questa necessità di riserva costante porta a una conseguenza matematica inevitabile: il sovradimensionamento spaventoso degli impianti. Gli studi quantitativi citati da National Wind Watch mettono a confronto cosa serva realmente per erogare 1 gigawatt di potenza affidabile e garantita al 99,9% della disponibilità.</div>
<div dir="auto">Una moderna centrale a gas a ciclo combinato ha un costo di investimento di circa 920 euro per kilowatt e produce energia affidabile a un costo totale di sistema di circa 475 milioni di euro all&#8217;anno, pari a 6,3 centesimi per kilowattora, senza richiedere grandi opere di trasmissione perché situata vicino ai consumi.</div>
<div dir="auto">Per ottenere lo stesso risultato dall&#8217;eolico terrestre, sapendo che la sua capacità effettiva nei momenti di picco della domanda è pari ad appena il 10%, occorre installare una potenza pari a 10 gigawatt, cioè dieci volte la capacità necessaria! Aggiungendo 4 gigawattora di batterie al litio, le centrali a gas di emergenza da tenere pronte al 90% della capacità, le linee di trasmissione e le sottostazioni, il costo totale annuo sale a 2,64 miliardi di euro, ossia 5,6 volte più alto del gas, arrivando a 35,7 centesimi per kilowattora! Se si rimuovessero del tutto i sussidi statali, la spesa annua sale a 3,38 miliardi di euro.</div>
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<div dir="auto">Nel caso dell&#8217;eolico offshore in mare, la situazione diventa ancora più onerosa. Con una capacità effettiva del 15%, serve un sovradimensionamento di sette volte (7 gigawatt nominali)! Considerati i costi di installazione marina, i cavi sottomarini e le sottostazioni offshore, la spesa annua schizza a 3,43 miliardi di euro, cioè 7,2 volte il costo di una centrale a gas, per un prezzo dell&#8217;energia fornita di 44 centesimi per kilowattora!</div>
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<div dir="auto">Il dato sconcertante che emerge da queste analisi è che circa il 70% dei budget destinati all&#8217;energia eolica non serve a produrre elettricità, ma a pagare il sovradimensionamento e la riserva necessaria a coprire la sua intrinseca inaffidabilità, generando una spesa inefficiente stimata a livello globale in circa 1.650 miliardi di euro all&#8217;anno.</div>
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<div dir="auto">I limiti fisici, il consumo di risorse e il degrado degli impianti</div>
<div dir="auto">Guardando oltre l&#8217;aspetto puramente finanziario, la comunità scientifica evidenzia da tempo pesanti vincoli fisici e ambientali. Il professor Vaclav Smil dell&#8217;Università del Manitoba, uno dei massimi esperti mondiali di transizioni energetiche, ha dimostrato come l&#8217;eolico e il solare soffrano di una bassissima densità di potenza. Per produrre la stessa quantità di energia di una centrale tradizionale, richiedono una superficie di suolo fino a dieci volte superiore.</div>
<div dir="auto">Inoltre, la produzione di questa enorme quantità di infrastrutture richiede una quantità di materie prime senza precedenti. Per lavorare l&#8217;acciaio delle torri eoliche, il silicio dei pannelli e il vetro dei moduli, la catena di approvvigionamento globale consuma circa due miliardi di tonnellate di carbone nei processi industriali ad alta temperatura. A questo si aggiunge l&#8217;imminente emergenza dei rifiuti: entro il 2050 si stima la generazione di 78 milioni di tonnellate di rifiuti non riciclabili derivanti dalla dismissione di pale eoliche e pannelli giunti a fine vita.</div>
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<div dir="auto">A completare questo quadro interviene il lavoro dell&#8217;economista Gordon Hughes dell&#8217;Università di Edimburgo, ex consulente della Banca Mondiale. Hughes ha condotto approfonditi studi empirici sulle prestazioni reali di centinaia di parchi eolici in Europa, rilevando che l&#8217;usura meccanica e il degrado delle turbine avvengono a un ritmo molto più rapido di quanto dichiarato dai costruttori. Le spese di gestione e manutenzione aumentano notevolmente con il passare degli anni, mentre l&#8217;efficienza degli impianti crolla ben prima del termine della loro vita utile teorica, riducendo ulteriormente il rendimento economico dell&#8217;investimento.</div>
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<div dir="auto">La visione condivisa da questo vasto corpo di ricerca non è un rifiuto ideologico delle tecnologie rinnovabili, ma un richiamo alla realtà fisica ed economica. Pretendere che il solare e l&#8217;eolico possano da soli mandare avanti una società industriale avanzata a costi irrisori significa ignorare le leggi dell&#8217;elettrotecnica e della contabilità industriale.</div>
<div dir="auto">Finché i costi reali di sistema continueranno a essere nascosti sotto la voce dei sussidi statali, della fiscalità generale e dei debiti pubblici, l&#8217;illusione dell&#8217;energia verde a basso costo potrà reggere nel dibattito politico. Tuttavia, i nodi tornano inevitabilmente al pettine sotto forma di bollette più alte, reti instabili, blackout e risorse pubbliche sprecate. Bisognerebbe abbandonare le metriche fuorvianti come il LCOE ma tenerle fa comodo a troppi interessati a realizzare profitti a scapito delle risorse pubbliche.</div>
<div dir="auto">Un modo razionale ed economicamente sostenibilissimo di valorizzare le fonti rinnovabili c’è ma non interessa promuoverlo perché in quel caso a guadagnare dalla transizione energetica sarebbero i cittadini (puoi leggerlo qui <span class="html-span xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak xexx8yu xyri2b x18d9i69 x1c1uobl x1hl2dhg x16tdsg8 x1vvkbs"><a class="x1i10hfl xjbqb8w x1ejq31n x18oe1m7 x1sy0etr xstzfhl x972fbf x10w94by x1qhh985 x14e42zd x9f619 x1ypdohk xt0psk2 x3ct3a4 xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak xexx8yu xyri2b x18d9i69 x1c1uobl x16tdsg8 x1hl2dhg xggy1nq x1a2a7pz xkrqix3 x1sur9pj x1fey0fg x1s688f" tabindex="0" role="link" href="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.francescocappello.com%2F2026%2F07%2F22%2Fle-comunita-cooperative-energetico-alimentari-dellassociazione-nazionale-filiere-virtuose-italia-fanno-la-differenza%2F%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHq61xnSljdVqguG3FeuA0RtVbIqPzhdBrA9WhgwcEmA_bc9x65UYVCMPr-2F_aem_lQ3IjZMaaVZDRSA0qr5DIg&amp;h=AUCga-Tzgh_mcRhnc8e-7v9NRw12x-B1aU12GX-SGa202eqxGEymdKee5uOKBgcvBkJylf1GdgUs1Z8Q3LnTz3eWxDBZm5eOF6ElgYdLdX_Pc9US-_0KAmLP86EK6iviHrrrdcvXJJscpmllh14&amp;__tn__=-UK-R&amp;c[0]=AUDNcMuiFOiHHT9Lu82kvnw0DnVSAVbU0dxykf8V2qvX5CkJQGkaH5a_BkFOfJ_1kw3BnNA_ZbV7GgYoRj5lE44AmUPYUMoje7c0WXZskikWqN7yGJSopi4c5PetN1o0JZpjnNHqk1tagZ_uRPEXQpv6LfvErNuX_wdbIFO8WJBLhkBSc-KnkBRubCst621MBWya829oCxPXmYM" target="_blank" rel="nofollow noopener noreferrer">https://www.francescocappello.com/&#8230;/le-comunita&#8230;/</a></span> ) e non quella massa di speculatori che stanno trasformando (con profitti garantiti a spese nostre) il nostro territorio in puzzolente ed invivibile oltre che inguardabile zona industriale.</div>
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<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='I VERI COSTI DELLE RINNOVABILI SONO SOSTENIBILI SOLO GRAZIE AD ENORMI RISORSE PUBBLICHE DI CUI SI APPROPRIANO GLI SPECULATORI CHE STANNO DISTRUGGENDO IL NOSTRO TERRITORIO' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/26/i-veri-costi-delle-rinnovabili-sono-sostenibili-solo-grazie-ad-enormi-risorse-pubbliche-di-cui-si-appropriano-gli-speculatori-che-stanno-distruggendo-il-nostro-territorio/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='I VERI COSTI DELLE RINNOVABILI SONO SOSTENIBILI SOLO GRAZIE AD ENORMI RISORSE PUBBLICHE DI CUI SI APPROPRIANO GLI SPECULATORI CHE STANNO DISTRUGGENDO IL NOSTRO TERRITORIO' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/26/i-veri-costi-delle-rinnovabili-sono-sostenibili-solo-grazie-ad-enormi-risorse-pubbliche-di-cui-si-appropriano-gli-speculatori-che-stanno-distruggendo-il-nostro-territorio/' data-app-id-name='category_below_content'></div>]]></content:encoded>
					
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		<title>La grande invasione dei data center. Dietro la retorica del cloud si nasconde un’industria pesante che consuma territorio, acqua ed energia, svuota la sovranità locale e arruola l’Italia nell’infrastruttura della guerra digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 12:37:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Data Center]]></category>
		<category><![CDATA[finanza di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza Artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Centro dati]]></category>
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					<description><![CDATA[I data center non sono semplici magazzini di dati: sono infrastrutture strategiche che consumano enormi risorse e rendono il territorio parte integrante della nuova guerra tecnologica L&#8217;illusione dell&#8217;immateriale  Da anni ci raccontano la fiaba della transizione digitale come un processo etereo, una dematerializzazione pulita fatta di nuvole (clouds) e algoritmi incorporei. Ma se si osserva&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La grande invasione dei data center. Dietro la retorica del cloud si nasconde un’industria pesante che consuma territorio, acqua ed energia, svuota la sovranità locale e arruola l’Italia nell’infrastruttura della guerra digitale' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/25/la-grande-invasione-dei-data-center-dietro-la-retorica-del-cloud-si-nasconde-unindustria-pesante-che-consuma-territorio-acqua-ed-energia-svuota-la-sovranita-locale-e-arruola-lital/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p class="p1"><span class="s1"><b>I data center non sono semplici magazzini di dati: sono infrastrutture strategiche che consumano enormi risorse e rendono il territorio parte integrante della nuova guerra tecnologica</b></span></p>
<p class="p1"><b>L&#8217;illusione dell&#8217;immateriale </b></p>
<p class="p2">Da anni ci raccontano la fiaba della transizione digitale come un processo etereo, una dematerializzazione pulita fatta di nuvole (clouds) e algoritmi incorporei. Ma se si osserva da vicino la geografia fisica e sociale dell&#8217;Italia contemporanea, ci si accorge che la realtà è ben diversa: la cosiddetta &#8220;nuvola&#8221; è in verità un&#8217;industria pesante ed estrattiva, fatta di colate di cemento, sottostazioni elettriche ad alta tensione, sterminate batterie di generatori diesel e idrovore energetiche e idriche. È urgente squarciare questo velo di immaterialità per analizzare la colonizzazione digitale che sta ridefinendo il paesaggio italiano.</p>
<p class="p1"><b>La mappa della bolla. Numeri e geografia dell&#8217;espansione</b></p>
<p class="p2">L&#8217;Italia sta attraversando quello che i promotori del settore definiscono con tono trionfalistico un vero e proprio superciclo infrastrutturale. Se fino a un paio di anni fa la capacità energetica installata dei centri dati nel nostro Paese si attestava attorno ai trecento megawatt (300 milioni di watt), la proiezione attuale descrive una traiettoria di crescita esponenziale: le stime indicano che supereremo il traguardo di un gigawatt (un miliardo di watt) entro il 2028, fino ad arrivare a oltre due gigawatt nel 2031. Una corsa alimentata da più di venti miliardi di euro di investimenti previsti nel breve e medio periodo, promossi dai giganti statunitensi dell&#8217;hyperscale come <strong>Microsoft, Amazon Web Services </strong>e<strong> Google</strong>, affiancati da fondi di investimento immobiliare e speculativo.</p>
<div style="width: 441px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" src="https://assets.ilmanifesto.it/66a551c8-2065-4592-a64f-f450a1a654f4/66a551c8-2065-4592-a64f-f450a1a654f4.jpg" alt="Stop data center selvaggi. Il presidio a Lacchiarella | il manifesto" width="431" height="269" /><p class="wp-caption-text">Lacchiarella</p></div>
<p class="p2">Tuttavia, questo flusso irruento di capitali non si distribuisce in modo omogeneo, ma crea concentrazioni ipertrofiche su determinati territori. <strong>La Lombardia rappresenta l&#8217;epicentro assoluto del fenomeno</strong>, assorbendo oltre il <strong>settanta per cento</strong> dell&#8217;intera capacità installata nazionale. L&#8217;area metropolitana di Milano e la sua provincia meridionale sono diventate il teatro principale di questa trasformazione: località come <strong>Lacchiarella, Rozzano, Cornaredo, Settimo Milanese o la bergamasca Ponte San Pietro</strong> compongono il cosiddetto &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>triangolo dei data center</strong></span>&#8220;, dove interi ettari di terreno agricolo e aree golenali vengono convertiti in distretti industriali blindati e ad altissima intensità energetica. A questa concentrazione lombarda si affianca la crescente direttrice romana e laziale, ambita per la vicinanza alle infrastrutture della pubblica amministrazione, mentre nodi costieri come Genova operano da testa di ponte per l&#8217;approdo dei cavi sottomarini intercontinentali.</p>
<p class="p1"><b>Il cannibalismo energetico e il saccheggio delle risorse idriche</b></p>
<p class="p2">Gli impatti ambientali di questa febbre edilizia sono devastanti e strutturalmente insostenibili. Il primo elemento critico è l&#8217;immane assorbimento di energia elettrica necessario sia per alimentare ininterrottamente i server dell&#8217;intelligenza artificiale e del cloud, sia per far funzionare gli imponenti impianti di raffreddamento. <strong>Nella sola provincia di Milano, le richieste di allacciamento avanzate al gestore della rete ad alta tensione superano di decine di volte la capacità erogabile della rete stessa</strong>. Questo porta a una contraddizione ecologica palese: <strong>mentre ai cittadini e alle piccole imprese si chiede di contenere i consumi nel nome della transizione ecologica, i centri dati monopolizzano la capacità energetica e accaparrano la produzione da fonti rinnovabili tramite contratti di acquisto a lungo termine</strong>, costringendo le reti pubbliche a ricorrere ai combustibili fossili per soddisfare il resto della domanda sociale o mantenendo pronti nei propri complessi centinaia di mega-generatori diesel d&#8217;emergenza.</p>
<p class="p2">A questo <strong>cannibalismo elettrico</strong> si aggiunge <strong>l&#8217;impatto idrico</strong>, spesso taciuto dai report aziendali. <strong>I sistemi di raffreddamento ad evaporazione diretta consumano milioni di litri d&#8217;acqua dolce al giorno</strong>. In una regione come la Pianura Padana, già duramente provata da siccità ricorrenti, dallo stress idrico delle falde e dalla crisi dei bacini fluviali, <span style="color: #ff0000;"><strong>destinare volumi d&#8217;acqua potabile o industriale paragonabili al fabbisogno di intere città per raffreddare i computer delle multinazionali</strong></span> rappresenta una scelta di profonda iniquità sociale e climatica.</p>
<p class="p2">Si sommano poi la <strong>cementificazione irreversibile del suolo</strong>, la distruzione di corridoi ecologici nei parchi agricoli periurbani, la creazione di <strong>microclimi alterati dall&#8217;enorme calore di scarto rigettato nell&#8217;atmosfera</strong> e un <strong>inquinamento acustico</strong> costante. Il <strong>ronzio a bassa frequenza emesso giorno e notte dalle ventole di raffreddamento e dai chillers trasforma radicalmente la qualità della vita dei quartieri e dei paesi adiacenti</strong>, provocando disturbi del sonno e stress cronico nelle popolazioni residenti.</p>
<p class="p2"><b>Il mito del lavoro digitale<br />
</b>A fronte di complessi industriali dal costo di centinaia di milioni di euro che occupano superfici gigantesche, i posti di lavoro permanenti generati a cantiere chiuso si contano nell&#8217;ordine delle poche decine di unità, per lo più concentrati nella vigilanza e nella manutenzione di base.</p>
<p class="p1"><b>Colonialismo digitale e svuotamento democratico</b></p>
<p class="p2">Dal punto di vista economico e politico, la retorica dei posti di lavoro e dell&#8217;innovazione diffusa crolla di fronte alla realtà dei fatti. <strong>I data center sono cattedrali nel deserto ad altissima intensità di capitale ma a bassissima intensità di lavoro</strong>. Una volta completata la fase di costruzione, una struttura da centinaia di milioni di euro impiega stabilmente soltanto una pugno di tecnici specializzati, addetti alle pulizie e guardie giurate. <span style="color: #ff0000;"><strong>Il valore economico e i profitti generati dai dati fluiscono interamente verso i mercati finanziari globali e i quartier generali delle Big Tech</strong></span>, lasciando alle comunità locali unicamente le esternalità negative: <span style="color: #800080;"><strong>svalutazione degli immobili residenziali, congestione delle reti e degrado del paesaggio</strong></span>.</p>
<p class="p2">Infine, ciò che appare più preoccupante sotto il profilo democratico è il progressivo esproprio della sovranità territoriale. <strong>Per favorire l&#8217;afflusso di questi investimenti, le istituzioni nazionali e regionali tendono a scavalcare la pianificazione urbanistica ordinaria</strong>. Attraverso corsie preferenziali, la velocizzazione delle autorizzazioni ambientali, l&#8217;uso del silenzio-assenso e la deroga ai piani di governo del territorio comunale, le amministrazioni locali vengono spesso private degli strumenti per opporsi o per contrattare la presenza di questi colossi. <strong>Il territorio cessa così di essere inteso come un bene comune, uno spazio di vita, di agricoltura e di relazioni, per essere ridotto a mero supporto logistico passivo, sacrificato sull&#8217;altare dell&#8217;accumulazione e del profitto digitale globale</strong>.</p>
<h3>La fusione tra guerra e algoritmi. la vera natura dei centri dati</h3>
<p>Per comprendere fino in fondo la proliferazione dei centri dati, è però necessario superare la narrazione riduttiva che li descrive come mere infrastrutture commerciali per il commercio elettronico o lo streaming di contenuti. Dal punto di vista della geopolitica critica e dell&#8217;ecologia politica, <strong>i data center rappresentano la spina dorsale materiale del complesso militare-industriale e cibernetico contemporaneo</strong>. <strong><span style="color: #800080;">La presunta distinzione tra sfera civile e sfera militare si è ormai dissolta</span></strong>: le stesse piattaforme cloud che conservano le nostre fotografie o gestiscono la burocrazia pubblica costituiscono l&#8217;architettura su cui poggiano la sorveglianza di massa, il tracciamento dei confini, l&#8217;elaborazione dell&#8217;intelligence e i sistemi di puntamento per i droni e l&#8217;intelligenza artificiale ad uso bellico.</p>
<p>I giganti della tecnologia, i cosiddetti <em>hyperscaler statunitensi</em>, sono a tutti gli effetti grandi fornitori della difesa. Attraverso contratti miliardari, mettere a disposizione la propria potenza di calcolo per le forze armate e le agenzie di sicurezza è diventato il segmento più redditizio del mercato del cloud. Di conseguenza, installare un grande centro dati sul territorio nazionale non significa semplicemente accogliere un impianto per l&#8217;innovazione digitale, ma integrare fisicamente quel territorio nelle catene logistiche e informative della guerra ad alta tecnologia.</p>
<h3>L&#8217;Italia hub strategico. Il Polo Strategico Nazionale e il ruolo dell&#8217;industria bellica</h3>
<p>Nel contesto italiano, questo intreccio tra infrastruttura digitale e settore militare assume contorni estremamente precisi e sistematici. L&#8217;esempio più plastico di questa convergenza è la struttura del <strong>Polo Strategico Nazionale</strong>, la società creata per gestire il cloud sovrano della Pubblica Amministrazione. L&#8217;ingresso massiccio e il ruolo centrale assunti da <strong>Leonardo</strong>, il principale colosso industriale della difesa e della produzione di armamenti del nostro Paese, dimostrano come la sicurezza dei dati pubblici sia stata impostata fin dall&#8217;inizio con parametri e logiche spiccatamente militare-securitarie.</p>
<p>La scelta del Ministero della Difesa di migrare i propri dati e le proprie applicazioni strategiche all&#8217;interno delle infrastrutture del Polo Strategico Nazionale, <strong>distribuite tra i nodi di Acilia e Pomezia nel Lazio e quelli di Rozzano e Santo Stefano Ticino in Lombardia</strong>, suggella questa sovrapposizione. L&#8217;Italia viene così progressivamente trasformata in una <strong>vera e propria portaerei cibernetica nel Mediterraneo</strong>. Le enormi quantità di dati raccolte dalle basi militari storiche situate sul nostro suolo, come le stazioni di controllo per droni e sorveglianza ad alta quota di Sigonella in Sicilia o le strutture navali e aeree distribuite nella penisola, necessitano di una <strong>rete ad altissima velocità e di centri dati a bassissima latenza</strong> per essere elaborate e trasmesse in tempo reale alle centrali di comando europee e atlantiche. I punti di approdo dei cavi sottomarini, come la dorsale di Genova, e i vicini poli di calcolo lombardi non servono dunque soltanto l&#8217;economia civile, ma garantiscono il flusso ininterrotto delle comunicazioni tattiche della NATO e delle forze armate.</p>
<p><strong>Da infrastruttura civile a bersaglio geopolitico.</strong> Nel momento in cui un centro dati ospita algoritmi di difesa, banche dati della sicurezza e servizi a doppio uso, <span style="color: #800080;"><strong>cessa di essere un privato edificio industriale e diventa un obiettivo militare primario negli scenari di conflitto contemporanei</strong></span>.</p>
<h3>Militarizzazione del territorio e servitù cibernetiche per la popolazione</h3>
<p>Questa sovrapposizione porta con sé conseguenze drammatiche per le comunità locali e per la sicurezza delle popolazioni residenti. La prima conseguenza è la nascita di nuove &#8220;<strong>servitù cibernetiche</strong>&#8220;. <span style="color: #ff0000;"><strong>Un territorio che ospita un data center ad alto valore strategico viene sottoposto a processi di progressiva blindatura e militarizzazione dello spazio pubblico</strong></span>. Le garanzie di trasparenza urbanistica e la partecipazione democratica dei cittadini vengono annullate nel nome del segreto di Stato, della sicurezza nazionale o della protezione delle infrastrutture critiche. I comuni e i residenti si ritrovano a convivere con <strong>complessi recintati, sottoposti a sorveglianza continua</strong> e privi di qualsiasi possibilità di controllo civico su ciò che accade o viene elaborato al loro interno.</p>
<p>La seconda conseguenza è <strong>l&#8217;esposizione diretta ai rischi dei conflitti geopolitici moderni</strong>. Come dimostrato dai recenti eventi internazionali, nei quali attacchi con droni e incursioni cibernetiche hanno preso di mira direttamente le strutture fisiche dei centri dati nel Medio Oriente, l&#8217;illusione che il cloud sia intangibile si è definitivamente spezzata. <span style="color: #ff0000;"><strong>I data center sono infrastrutture vulnerabili e altamente sensibili ad attacchi fisici</strong></span>, <span style="color: #ff0000;"><strong>sabotaggi o guerre ibride</strong></span>. Trasformare le periferie agricole o le zone industriali italiane in contenitori di dati militari e a doppio uso significa esporre le popolazioni locali al rischio di rappresaglie o danni collaterali in caso di escalation bellica.</p>
<p>Per di più, si consuma una beffa ecologica ed economica: i cittadini pagano un costo altissimo in termini di consumo di suolo, prosciugamento delle risorse idriche locali e sovraccarico delle reti elettriche pubbliche per sostenere una macchina di calcolo che non produce benessere sociale, ma alimenta la corsa agli armamenti e la sorveglianza globale. Il territorio italiano viene così doppiamente espropriato, costretto a subire i costi ambientali di un&#8217;industria altamente inquinante e al contempo i pericoli derivanti dalla sua piena integrazione nelle strategie di guerra del XXI secolo.</p>
<p><span class="s1"><strong>Il controllo e la vigilanza sui data center in Italia</strong> non fanno capo a un&#8217;unica autorità, ma si articolano in una fitta <strong>rete di competenze</strong> che separano l&#8217;impatto ecologico da quello tecnologico. Per quanto riguarda gli aspetti ambientali ed energetici, la supervisione principale è affidata al </span><strong><span class="s2">MASE</span></strong><span class="s1"> (Ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza Energetica), che opera in sinergia con le singole </span><span class="s2">Regioni</span><span class="s1"> e con le </span><strong><span class="s2">ARPA</span></strong><span class="s1"><strong> locali</strong> (Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale). Questi enti avrebbero il compito di controllare da vicino i volumi di acqua consumata per il raffreddamento dei server, l&#8217;impatto acustico degli impianti, il riscaldamento microclimatico locale e le emissioni atmosferiche prodotte dai grossi generatori diesel di emergenza.<br />
</span><span class="s1">Sul fronte della sicurezza logistica e informatica interviene invece l&#8217;</span><strong><span class="s2">ACN</span></strong><span class="s1"> (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale), incaricata di monitorare la resilienza digitale delle strutture, in particolar modo quelle connesse al Polo Strategico Nazionale che ospita i dati sensibili della Pubblica Amministrazione. Infine, l&#8217;</span><strong><span class="s2">AGCOM</span></strong><span class="s1"> (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) ha il compito di vigilare sulla solidità delle reti di telecomunicazione e sui nodi fisici di interconnessione.<br />
</span><strong><span class="s2">Quanti e dove<br />
</span></strong><span class="s1">Secondo le rilevazioni dell&#8217;Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano e di Statista, l&#8217;Italia occupa attualmente il </span><span class="s2">10° posto nella classifica mondiale</span><span class="s1"> per presenza di queste infrastrutture, potendo contare su un totale di circa </span><span class="s2">209 data center attivi</span><span class="s1">. La distribuzione geografica mostra un mercato fortemente concentrato nel Nord del Paese. La </span><span class="s2">provincia di Milano</span><span class="s1">, con storici insediamenti industriali nei comuni di Cornaredo, Settimo Milanese e Basiglio, catalizza da sola ben il </span><span class="s2">68% della potenza elettrica complessiva installata</span><span class="s1"> a livello nazionale.<br />
</span><span class="s1">Negli ultimi mesi si assiste all&#8217;ascesa di un secondo grande hub nel Centro Italia, denominato tecnicamente </span><span class="s2">Rome Cloud Region</span><span class="s1">. Il <strong>Lazio e l&#8217;area metropolitana di Roma</strong> stanno diventando la destinazione prediletta per garantire la necessaria ridondanza geografica rispetto a Milano. Altre realtà strategiche minori ma iper-connesse sono distribuite in <strong>Emilia-Romagna</strong>, trainata dal supercomputer europeo Leonardo situato a Bologna, e in Toscana.<br />
</span><strong><span class="s3">Autorizzazioni e saturazione della rete<br />
</span></strong><span class="s1">Il mercato italiano sta vivendo un&#8217;ondata di investimenti privati imponenti che hanno già superato i </span><span class="s2">7 miliardi di euro</span><span class="s1"> e mostrano proiezioni pronte a triplicare entro il 2028. Questa spinta si traduce in decine di nuove richieste di autorizzazione attualmente depositate sui tavoli ministeriali e regionali. <strong>Soltanto nella nuova area di sviluppo intorno a Roma si contano circa </strong></span><strong><span class="s2">20 grandi progetti</span></strong><span class="s1"> in corso d&#8217;opera promossi da giganti mondiali del tech come Microsoft, Amazon Web Services, Google e Oracle.<br />
</span><span class="s1">Questa mole di richieste si scontra tuttavia con un serio collo di bottiglia strutturale. <span style="color: #ff0000;"><strong>La fortissima concentrazione di impianti attorno alla periferia milanese ha portato la rete elettrica locale vicino ai limiti di saturazione</strong></span>. Per governare gli allacciamenti energetici e proteggere il territorio, la Città Metropolitana di Milano e la Regione Lombardia hanno dovuto varare linee guida specifiche volte a limitare la sottrazione di suolo agricolo e a imporre criteri costruttivi e di sostenibilità si spera più severi.<br />
</span><strong><span class="s3">Il quadro legislativo nazionale ed europeo<br />
</span></strong><span class="s1">Per superare la vecchia frammentazione normativa che delegava i permessi alla discrezionalità dei singoli comuni, la legislazione italiana è stata completamente accentrata attraverso il recente </span><span class="s2"><strong>Decreto Bollette</strong>, convertito nella <strong>Legge n. 49 del 10 aprile 2026</strong></span><span class="s1">. Questa norma rappresenta il pilastro del settore poiché istituisce un </span><strong><span class="s2" style="color: #ff0000;">Procedimento Unico</span></strong><span class="s1"><strong><span style="color: #ff0000;"> per l&#8217;autorizzazione alla costruzione e alla gestione dei centri dati</span></strong>. La legge fissa in </span><strong><span class="s2">10 mesi</span></strong><span class="s1"> (prorogabili al massimo di altri 3 mesi in casi eccezionali) il tempo limite per ottenere tutti i visti ambientali, paesistici ed edilizi, dimezzando inoltre i tempi per la </span><span class="s2">VIA</span><span class="s1"> (Valutazione di Impatto Ambientale) da 150 a 75 giorni.<br />
</span><span class="s1">Questo testo si affianca al </span><span class="s2">Codice dell&#8217;Ambiente</span><span class="s1"> (<strong>Decreto Legislativo 152/2006</strong>), che gestisce gli scarichi idrici e le emissioni dei sistemi di raffreddamento integrando le linee guida ministeriali specifiche introdotte ad agosto del 2024. Dal punto di vista della sicurezza informatica, l&#8217;intero comparto è regolato dalla </span><strong><span class="s2">Direttiva europea NIS 2</span></strong><span class="s1">, che classifica i data center come infrastrutture critiche ed essenziali, imponendo severi obblighi di notifica immediata degli attacchi informatici e prevedendo pesanti responsabilità penali per gli amministratori in caso di violazione della sicurezza fisica o logica delle strutture.<br />
</span><strong><span class="s3">I meccanismi di incentivazione economica<br />
</span></strong><span class="s1">I data center non beneficiano di contributi pubblici a fondo perduto erogati per la loro semplice apertura, ma lo Stato mette a disposizione <strong>forti agevolazioni fiscali condizionate alla transizione ecologica ed energetica</strong>. Attraverso il </span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s2">Piano Transizione 5.0</span></strong></span><span class="s1">, le società possono accedere a un <span style="color: #800080;"><strong>credito d&#8217;imposta che arriva fino al </strong></span></span><span style="color: #800080;"><strong><span class="s2">45% degli investimenti</span></strong></span><span class="s1"><span style="color: #800080;"><strong> sostenuti per l&#8217;acquisto di server digitali avanzati ad alta efficienza e per la costruzione di impianti a fonti rinnovabili, come i parchi fotovoltaici dedicati all&#8217;autoconsumo del sito</strong></span>.<br />
</span><span class="s1">Le strutture che consumano volumi elevati di elettricità possono inoltre richiedere l&#8217;<span style="color: #ff0000;"><strong>accesso alle </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s2">Agevolazioni Energivori</span></strong></span><span class="s1">, che garantiscono consistenti <strong>sconti sulle accise e sulle tariffe di rete in bolletta</strong>, a patto che l&#8217;operatore dimostri l&#8217;adozione di un sistema di gestione energetica certificato secondo lo standard internazionale </span><span class="s2">ISO 50001</span><span class="s1">. Esistono infine ingenti </span><span class="s2">incentivi indiretti legati ai fondi del PNRR</span><span class="s1"> stanziati per la digitalizzazione e la migrazione al Cloud della Pubblica Amministrazione. Questi capitali alimentano la domanda di mercato, poiché spingono gli enti pubblici a stipulare contratti di fornitura con le infrastrutture private abilitate a ospitare i flussi di dati statali.</span></p>
<p>[1] I Centri Dati o <span style="color: #ff0000;"><strong>Data Centers</strong></span> (DC) assorbono molta energia e tanta acqua per il raffreddamento e provocano un riscaldamento del microclima locale. In cambio pochi posti di lavoro. A New York l’amministrazione è stata costretta a imporre un freno.<br />
Negli USA si registra una fortissima opposizione dei cittadini ai DC. La fisica alla base dell&#8217;impatto dei data center è lineare:<strong> quasi il 100% dell&#8217;energia elettrica consumata da queste infrastrutture si trasforma in calore di scarto</strong>. Con l&#8217;esplosione dei server dedicati all&#8217;Intelligenza Artificiale, <strong>questo calore deve essere evacuato nell&#8217;ambiente circostante</strong> in volumi sempre più imponenti <strong>per evitare il surriscaldamento dei processori ad alte prestazioni</strong>, finendo per influenzare in modo diretto il microclima locale.<br />
Gli studi scientifici pubblicati nei primi mesi del 2026 hanno quantificato questo fenomeno analizzando sia l&#8217;impatto sul terreno sia quello sull&#8217;aria circostante.<br />
Un importante studio internazionale di <strong>telerilevamento satellitare</strong> ha analizzato la temperatura superficiale del suolo, coniando l&#8217;espressione &#8220;<strong>Isola di calore dei dati</strong>&#8221; (Data Heat Island). I ricercatori hanno rilevato che nei mesi successivi all&#8217;entrata in funzione di un data center AI la temperatura del terreno circostante aumenta in media di <strong>2 °C</strong>, registrando <strong>picchi estremi di 9,1 °C</strong> in concomitanza con le fasi di massimo calcolo. Questo riscaldamento del suolo non si limita al perimetro dell&#8217;impianto, ma si estende a raggiera fino a un raggio di<strong> 7-10 chilometri di distanza dalla struttura</strong>, riducendosi solo del 30% una volta superata la soglia dei 7 chilometri. Tale dinamica è alimentata sia dall<strong>&#8216;aria calda espulsa sia dalla massiccia cementificazione necessaria per realizzare questi mega-campus, che sostituisce la vegetazione naturale con asfalto e tetti.<br />
</strong>Parallelamente, una ricerca sul campo condotta dall&#8217;Arizona State University nell&#8217;area metropolitana di Phoenix ha misurato per la prima volta l&#8217;impatto diretto sulla temperatura dell&#8217;aria nei quartieri residenziali adiacenti. <strong>I sistemi di raffreddamento ad aria rilasciano nell&#8217;atmosfera flussi termici che risultano da 8 °C a 14 °C più caldi</strong> <strong>rispetto alla temperatura ambiente</strong>. Questa massa d&#8217;aria genera vere e proprie &#8220;<strong>piume termiche</strong>&#8221; che si propagano a seconda dei <strong>venti</strong> dominanti. Nei quartieri situati sottovento rispetto ai data center, l&#8217;innalzamento dell&#8217;aria oscilla mediamente tra 0,7 °C e 0,9 °C, con picchi locali che raggiungono i <strong>2,2 °C</strong>. Questo surriscaldamento atmosferico rimane chiaramente<strong> misurabile fino a circa 500 metri, equivalenti a circa 5 isolati, dal perimetro della struttura</strong>.<br />
Il problema principale risiede nel ciclo di<strong> feedback microclimatico</strong> che si innesca quando l&#8217;impatto termico si somma all&#8217;effetto dell&#8217;isola di calore urbana preesistente. Quando un data center innalza la temperatura dell&#8217;aria di uno o due gradi in un quartiere già caldo,<strong> la popolazione reagisce aumentando l&#8217;uso dei condizionatori domestici per trovare refrigerio</strong>. A loro volta, i condizionatori delle abitazioni espellono ulteriore calore nell&#8217;ambiente urbano, generando un <strong>circolo vizioso</strong>, un loop di retroazione che surriscalda il microclima locale e sovraccarica la rete elettrica…<br />
Il consumo idrico totale per il raffreddamento dei data center statunitensi si attesta su circa <strong>mille miliardi di litri all&#8217;anno</strong>, con proiezioni di crescita fino a <strong>1,44 mila miliardi di litri entro il 2030. </strong><strong>Un data center standard consuma in media 300.000 galloni (circa 1,1 milioni di litri) di acqua al giorno</strong>, pari al fabbisogno di circa <strong>1.000 famiglie</strong>.<br />
<strong>I mega-campus</strong> o i siti in fase di collaudo e lavaggio delle tubazioni (fill-and-flush) possono arrivare a consumare fino a 5 milioni di galloni (circa <strong>19 milioni di litri</strong>) <strong>al giorno</strong>: una quantità pari al consumo giornaliero complessivo di una cittadina di 50.000 abitanti.<br />
Secondo data center map USA, il numero totale di Data Center censiti negli USA è di <strong>4.551 strutture</strong>. Sono 1.875 le società che li gestiscono. Grazie all&#8217;automazione estrema e all&#8217;adozione diffusa di software di intelligenza artificiale per il monitoraggio predittivo e la manutenzione dei sistemi, i data center moderni richiedono pochissimo personale in presenza. Un centro di dimensioni medie può impiegare una trentina di persone. Nei mega-campus, l&#8217;efficienza dei sistemi è talmente spinta che i modelli operativi attuali prevedono un rapporto di appena 0,2 o 0,3 dipendenti a tempo pieno per ogni Megawatt di potenza installata.<br />
Si tratta di <strong>Tecnici di ambiente critico, Ingegneri termotecnici, Operatori NOC (Network Operations Center), Tecnici informatici, Guardie giurate h24</strong>. La stragrande maggioranza dei posti di lavoro di alto livello (ingegneri software strutturali, sviluppatori di piattaforme cloud, direttori commerciali e uffici legali degli operatori) non risiede nelle aree rurali o nelle piccole cittadine di provincia dove vengono fisicamente edificati i capannoni dei server, ma resta concentrata nei grandi hub aziendali storici situati nelle aree metropolitane.<br />
Gli oltre <strong>4.500 data center attivi negli USA</strong> consumano circa <strong>176 TWh (Terawattora) di elettricità all&#8217;anno</strong>, una quota che rappresenta il 4,4% dell&#8217;intera domanda elettrica nazionale.<br />
Un gigawatt di elettricità può alimentare più di 600.000 case. In questo momento, ci sono enormi strutture in attesa di autorizzazione che avrebbero bisogno di estrarre <strong>12 gigawatt</strong> dalla rete elettrica di New York ed ecco perché la governatrice <strong>Kathy Hochul</strong> ha appena premuto il pulsante di pausa. New York ha infatti imposto un severo divieto di costruzione per i nuovi centri dati a scala utile. Hanno bisogno di 12 mesi per capire cosa stanno facendo questi edifici enormi con le forze idriche e le infrastrutture pubbliche.<br />
Un singolo centro dati può consumare la stessa quantità di energia di un&#8217;intera piccola città. La moratoria di un anno riguarderà la costruzione dei nuovi grandi data center, quelli con una potenza richiesta pari o superiore a 50 megawatt. È il primo stop di questo tipo deciso da uno Stato americano. <strong>La decisione nasce dalla preoccupazione che la rapidissima espansione dei data center, alimentata soprattutto dalla corsa all’intelligenza artificiale, possa mettere sotto pressione la rete elettrica</strong>, provocare sovraccarichi e blackout, aumentare le bollette, consumare enormi quantità di acqua per il raffreddamento e avere un impatto significativo sulle comunità locali. Durante questo anno lo Stato definirà nuove regole ambientali ed energetiche prima di autorizzare altri impianti.<br />
<strong>L&#8217;opposizione dei cittadini statunitensi</strong> alla costruzione dei data center ha raggiunto proporzioni straordinarie, trasformandosi in un vero e proprio movimento di resistenza di massa che sta ridisegnando la geografia industriale del paese. I sondaggi d&#8217;opinione condotti da Gallup rivelano un dato sorprendente: <strong>ben il 71% degli americani dichiara di opporsi fermamente</strong> all&#8217;installazione di nuovi centri dati nel proprio quartiere o comune. Per dare un&#8217;idea dell&#8217;entità del fenomeno, l&#8217;ostilità locale verso queste infrastrutture tecnologiche ha superato persino quella storicamente legata alle centrali nucleari,<strong> che si ferma al 53%</strong>. La popolazione percepisce questi enormi blocchi di cemento non come simboli di progresso, ma come una minaccia immediata alla stabilità del proprio territorio.<br />
L&#8217;impatto economico di questa mobilitazione è tangibile e in forte accelerazione. Se nel corso del 2025 l&#8217;opposizione locale aveva già causato ritardi e cancellazioni di progetti per un valore complessivo di 156 miliardi di dollari, nei soli primi tre mesi del 2026 la protesta ha bloccato o rallentato 75 infrastrutture pianificate, arrivando a congelare investimenti per ben 130 miliardi di dollari in un solo trimestre. Attualmente si contano oltre 188 gruppi organizzati di cittadini attivi in ben 40 stati americani. Questa pressione dal basso ha costretto la politica a intervenire con decisioni drastiche. Lo stato di New York ha emesso una moratoria totale di un anno sui permessi per i grandi impianti, mentre città in Wisconsin e stati come la Georgia, il Maryland e la Virginia stanno approvando leggi d&#8217;urgenza o referendum locali per limitare l&#8217;espansione dei giganti della Silicon Valley.<br />
Le motivazioni concrete che spingono i cittadini a scendere in piazza riguardano innanzitutto il consumo insostenibile delle risorse pubbliche essenziali, in particolare acqua ed energia elettrica. Circa la metà di chi si oppone teme il collasso della rete elettrica locale e il prosciugamento delle riserve idriche. I residenti delle aree suburbane e rurali lamentano il fatto che i data center assorbano quote enormi di energia pulita, costringendo i vecchi impianti a carbone a rimanere accesi più a lungo e, soprattutto, facendo lievitare le bollette dei normali cittadini per finanziare i costosi potenziamenti della rete elettrica necessari alle Big Tech. Questa preoccupazione ha spinto diversi governatori a firmare patti di protezione dei consumatori per obbligare le aziende tecnologiche a pagare interamente i costi infrastrutturali derivati dai loro consumi.<br />
Un&#8217;altra forte preoccupazione è legata alla drastica degradazione della qualità della vita e all&#8217;inquinamento ambientale a livello micro-locale. I cittadini descrivono i data center come ecomostri che deturpano il paesaggio naturale e sottraggono prezioso suolo agricolo. Una volta operativi, il problema principale diventa l&#8217;inquinamento acustico: i giganteschi sistemi di ventilazione industriale e i sistemi di raffreddamento evaporativo generano un ronzio continuo, a bassa frequenza, attivo 24 ore su 24, che impedisce il riposo e disturba la fauna locale. A questo si aggiunge la paura per la salute pubblica legata ai massicci banchi di generatori diesel di emergenza che, durante i test periodici o i frequenti blackout, rilasciano nell&#8217;aria sostanze inquinanti pericolose per le vie respiratorie dei residenti nei quartieri adiacenti.</p>
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		<title>Le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari dell&#8217;Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia fanno la differenza</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 08:12:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come funzionano davvero PNRR, ZES Unica e incentivi del GSE. Perché il modello oggi prevalente rischia di favorire i grandi sviluppatori e quale alternativa propone la Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare che punta sulla proprietà diffusa, la cooperazione e la sovranità energetica dei territori rendendo protagonisti i cittadini  Quadro generale degli incentivi. PNRR e ZES Unica Il&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari dell&#039;Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia fanno la differenza' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/22/le-comunita-cooperative-energetico-alimentari-dellassociazione-nazionale-filiere-virtuose-italia-fanno-la-differenza/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 class="p1"><b>Come funzionano davvero PNRR, ZES Unica e incentivi del GSE. Perché il modello oggi prevalente rischia di favorire i grandi sviluppatori e quale alternativa propone la Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare che </b><b>punta sulla proprietà diffusa, la cooperazione e la sovranità energetica dei territori rendendo protagonisti i cittadini </b></h2>
<h3 class="p1"><span class="s1">Quadro generale degli incentivi. PNRR e ZES Unica</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">Il panorama italiano della transizione energetica è guidato da importanti strumenti di finanziamento pubblico, tra cui spiccano le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le agevolazioni fiscali previste per la Zona Economica Speciale Unica del Mezzogiorno. Questi strumenti mettono a disposizione contributi a fondo perduto che possono coprire fino al 40% dei costi di investimento o crediti d&#8217;imposta che arrivano fino al 60%. Tuttavia, la normativa definisce con precisione i requisiti tecnici e i destinatari, distinguendo due modalità principali di intervento: l&#8217;agrivoltaico innovativo e le Comunità Energetiche Rinnovabili.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Agrivoltaico e Comunità Energetiche a confronto</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">L&#8217;agrivoltaico innovativo rappresenta una soluzione specifica per le aziende agricole che operano su terreni agricoli. La norma impone che la produzione di energia e le attività agricole o zootecniche coesistano sullo stesso terreno. Per questa ragione, non è consentito installare i tradizionali impianti fotovoltaici a terra, ma occorre realizzare strutture rialzate che permettano il passaggio dei macchinari e il pascolo del bestiame al di sotto dei pannelli, garantendo al contempo un sistema di monitoraggio agronomico continuo.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">La Comunità Energetica Rinnovabile, nota come CER, si rivolge invece a una platea molto più ampia, che comprende cittadini, piccole e medie imprese, enti locali ed enti del terzo settore. Gli impianti associati a una CER possono essere installati sia sui tetti di capannoni industriali ed edifici pubblici, sia su terreno. Sebbene nei messaggi promozionali di alcuni fornitori privati vengano definite soglie minime aziendali di potenza per la presa in carico dei progetti, la legge non stabilisce alcun limite minimo di spesa o di potenza per fondare una comunità energetica. L&#8217;unico vincolo normativo riguarda la taglia del singolo generatore, che non deve superare la potenza di 1 Megawatt per accedere agli incentivi erogati dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). Una singola comunità può comunque integrare più impianti al suo interno, superando nel complesso anche diversi Megawatt di potenza totale.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Il funzionamento economico, la virtualità e la cabina primaria</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">Un impianto fotovoltaico genera valore economico attraverso due canali distinti. Il primo è dato dal risparmio diretto sulle bollette tramite l&#8217;autoconsumo o dal ricavo derivante dalla vendita dell&#8217;energia immessa nel mercato elettrico. Il secondo canale è rappresentato dalla tariffa incentivante ventennale, un premio in denaro che il GSE garantisce per vent&#8217;anni su ogni Megawattora di energia prodotta e condivisa. Il valore di questa tariffa è decrescente all&#8217;aumentare della dimensione dell&#8217;impianto e varia da circa 100 a 120 euro per Megawattora, con piccole maggiorazioni territoriali previste per le regioni del Centro e del Nord Italia.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Un aspetto fondamentale riguarda il concetto di autoconsumo virtuale e il ruolo della cabina primaria. Nelle comunità energetiche non vengono stesi cavi elettrici fisici tra i pannelli e le abitazioni dei membri. L&#8217;energia prodotta dall&#8217;impianto viene immessa nella normale rete elettrica pubblica e i cittadini continuano a prelevare l&#8217;elettricità pagando le consuete bollette al proprio fornitore. La condivisione avviene in maniera puramente contabile e virtuale: ogni mese il GSE confronta i dati dei contatori elettronici e verifica quanta energia è stata immessa dall&#8217;impianto e quanta ne è stata contemporaneamente consumata dai soci della comunità collegati sotto la medesima cabina primaria. La cabina primaria è l&#8217;infrastruttura di alta tensione che distribuisce l&#8217;energia a uno specifico ambito territoriale, corrispondente in media a un quartiere di una grande città o a un piccolo comune. Quando la produzione e il consumo coincidono nello stesso intervallo orario all&#8217;interno di questo confine tecnico, quell&#8217;energia viene registrata come condivisa e matura il diritto alla tariffa premio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Tuttavia, l&#8217;accesso agli incentivi è regolato da severe norme europee sugli aiuti di Stato volte a evitare il fenomeno del doppio finanziamento pubblico. Se un investitore decide di richiedere il contributo a fondo perduto del 40% messo a disposizione dal PNRR per coprire i costi iniziali di costruzione dell&#8217;impianto, la tariffa incentivante ventennale erogata dal GSE sull&#8217;energia condivisa subirà una riduzione del 50%, scendendo a circa 50 o 60 euro per Megawattora.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Inoltre, la legge richiede che la comunità energetica sia costituita come un ente senza scopo di lucro prevalente. Questo vincolo non vieta alla comunità di generare entrate, ma impone che gli eventuali avanzi di gestione non vengano distribuiti ai soci come profitti personali, bensì obbligatoriamente reinvestiti in progetti sociali o ambientali per il territorio, come il contrasto alla povertà energetica delle famiglie indigenti o la riqualificazione di spazi pubblici.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">La distorsione del modello corporate e la ZES Unica</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">Nonostante le premesse solidaristiche della normativa, l&#8217;incastro tra le regole delle comunità energetiche e le agevolazioni fiscali della ZES Unica nel Mezzogiorno rischia di innescare una dinamica speculativa nota come cattura societaria o modello del terzo sviluppatore.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Il fattore critico è rappresentato dalla soglia minima d&#8217;accesso stabilita per il credito d&#8217;imposta ZES Unica, fissata a duecentomila euro. Un importo di questa entità impedisce ai piccoli gruppi di cittadini o alle associazioni locali di promuovere autonomamente l&#8217;iniziativa, lasciando spazio quasi esclusivo alle grandi aziende industriali, ai colossi della logistica o ai fondi immobiliari. Una grande società può così realizzare un impianto da 1 Megawatt sul tetto dei propri capannoni ottenendo dal credito d&#8217;imposta ZES una copertura pubblica che può raggiungere il 60% dei costi dell&#8217;opera.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">In questa configurazione, l&#8217;azienda privata trattiene direttamente nei propri bilanci il maxi-sgravio fiscale e incassa la totalità dei ricavi derivanti dalla vendita dell&#8217;energia sul mercato. La comunità energetica viene costituita solo in un secondo momento, invitando i residenti della zona a iscriversi per figurare come consumatori. Tuttavia, le clausole contrattuali predisposte dall&#8217;azienda assegnano la quasi totalità dell&#8217;incentivo GSE al proprietario dell&#8217;impianto con la causale di ripagare l&#8217;investimento, riservando alla popolazione locale quote marginali del beneficio. L&#8217;operazione assume così i tratti di un&#8217;azione di facciata, utilizzata dai grandi gruppi per ottenere iter autorizzativi semplificati e costruire una rendita finanziaria protetta con risorse pubbliche.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">La proposta alternativa. Comunità Cooperative Energetico-Alimentari</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">Per superare queste criticità e restituire autonomia ai territori, <strong>l&#8217;Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia</strong> propone un modello alternativo fondato sulla <strong>Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare di Prosumer e Consumer (</strong></span><span class="s1">CCEA). </span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Questa contro-proposta intende sostituire la ripartizione virtuale dei sussidi con la proprietà diretta e condivisa dell&#8217;infrastruttura. I cittadini non partecipano come utenti passivi, ma diventano comproprietari effettivi di una quota fisica dell&#8217;impianto comunitario, dimensionata sui consumi reali del proprio nucleo familiare. La costruzione di un unico impianto cooperativo frazionato in quote individuali consente di sfruttare importanti economie di scala, riducendo drasticamente i costi di acquisto e installazione rispetto ai singoli impianti domestici e integrando meccanismi di solidarietà per garantire l&#8217;accesso anche alle fasce sociali meno abbienti.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Il progetto unisce la produzione di energia pulita allo sviluppo delle filiere agricole ed ecologiche del territorio, creando una rete circolare di sostentamento locale. L&#8217;obiettivo finale di questa impostazione è affrancare le comunità locali dai ricatti dei mercati energetici e dall&#8217;intermediazione dei grandi sviluppatori privati, costruendo una reale sovranità energetica e alimentare basata sull&#8217;autogestione, senza gravare sulla spesa pubblica o sulle bollette della collettività.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Il cardine del sistema. La cooperativa a mutualità prevalente. L&#8217;autosufficienza finanziaria delle CCEA</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">La vera chiave di volta dell&#8217;intero modello risiede nella costituzione di Comunità organizzate secondo il principio giuridico ed economico della cooperativa a mutualità prevalente. Questa forma societaria garantisce che l&#8217;attività sia svolta per soddisfare i bisogni dei soci e del territorio, e non per alimentare il profitto di investitori esterni.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">In questo quadro, le Comunità operano in totale autosufficienza finanziaria, rifiutando l&#8217;utilizzo di fondi strutturali e sussidi pubblici. Questa scelta è strategica: i finanziamenti statali o europei non sono mai davvero gratuiti, poiché comportano sempre un obbligo di restituzione e l&#8217;accettazione di vincoli burocratici che compromettono l&#8217;autonomia locale.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">L&#8217;operatività si fonda su una sinergia diretta tra le utenze domestiche, che agiscono come Prosumer e proprietarie degli impianti, e le imprese locali, che partecipano come utenti consumatori. In virtù della mutualità, le aziende mettono a disposizione i tetti dei propri capannoni e i propri terreni senza richiedere affitti; in cambio, i Prosumer installano gli impianti ed erogano all&#8217;impresa energia a un prezzo fisso e calmierato nel tempo, azzerando per quest&#8217;ultima la necessità di fare investimenti iniziali e proteggendola dai rincari del mercato.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">La potenza della generazione diffusa. Il confronto con il nucleare</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">La capacità produttiva di questo sistema va ben oltre una semplice risposta di emergenza. Se in una singola ora trecentocinquantamila utenze domestiche forniscono ciascuna tre chilowatt, la potenza istantanea erogata raggiunge un milione e cinquantamila chilowatt, una quota superiore a quella di una grande centrale nucleare a fissione da 1GW. Ma l&#8217;estensione dell&#8217;architettura a livello nazionale svela una portata ancora più imponente.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Considerando il bacino complessivo di circa venticinque milioni di utenze abitative in Italia, la moltiplicazione di tre chilowatt per utenza genera una potenza installata complessiva di settantacinque milioni di chilowatt, equivalenti a settantacinque Gigawatt. Questo volume di potenza corrisponde alla capacità generativa di circa settantacinque centrali nucleari di grande taglia.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Mentre il fotovoltaico garantisce questa spinta energetica per oltre dieci ore giornaliere, le Comunità possono estendere la produzione a ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro e per 365 giorni l&#8217;anno. Questo avviene integrando non soltanto il solare, ma un paniere diversificato di fonti rinnovabili che comprende impianti eolici, idroelettrici e centrali a biogas alimentate da biomasse locali ad alta resa come la canna selvatica Arundo Donax.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Il confronto con la tecnologia nucleare evidenzia un vantaggio strutturale incolmabile: il modello cooperativo azzera i costi di acquisto del combustibile, cancella gli imponenti costi di manutenzione e sicurezza, ed elimina del tutto la gestione delle scorie radioattive per oltre trecento anni, oltre a evitare i rischi sanitari e i costi di bonifica ambientale delle aree sfruttate.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Mirando ad un nuovo player energetico nazionale e alla compravendita Inter-Regionale</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">Le singole Comunità Cooperative possono unirsi e coordinarsi a livello inter-regionale, cessando di essere piccole realtà isolate per trasformarsi a tutti gli effetti in un nuovo grande player energetico nazionale. </span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Questa federazione dal basso permetterebbe di gestire la compravendita di elettricità su due livelli geografici perfettamente bilanciati.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">A livello regionale, si realizza un pareggio diretto tra produzione e consumo: un&#8217;azienda associata situata ad esempio in Veneto che consumasse un Gigawatt viene direttamente compensata dall&#8217;immissione in rete di un Gigawatt da parte delle Comunità Cooperative presenti nella medesima regione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">A livello inter-regionale, la rete potrebbe garantire la stessa compensazione su scala nazionale: la quota di consumo di un Gigawatt richiesta da un&#8217;industria veneta può essere coperta dall&#8217;immissione simultanea di un Gigawatt prodotto dalle Comunità residenti in Sicilia, in Abruzzo o in altre regioni d&#8217;Italia. L&#8217;energia prodotta localmente acquisisce così una dimensione di scambio nazionale, rendendo la rete cooperativa il principale garante della stabilità energetica del Paese.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Accumulo diffuso, mobilità leggera e defiscalizzazione mutualistica</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">La gestione dell&#8217;intermittenza tipica delle fonti rinnovabili oltre che nella diversificazione delle fonti può trovare un’altra risposta concreta e capillare nella configurazione delle utenze domestiche tramite sistemi di accumulo di grande capacità. Aggiornando il quadro tecnologico, normativo e fiscale per ripristinare e valorizzare l&#8217;immissione dell&#8217;energia in Rete, la produzione e la riserva energetica vengono distribuite direttamente all&#8217;interno dei quartieri. Questa infrastruttura micro-diffusa riduce drasticamente la necessità di realizzare enormi impianti centralizzati da diversi Megawatt, alleggerendo la pressione sui territori.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">A questa rete domestica si integra una soluzione innovativa per la mobilità leggera in e-sharing, che include biciclette, tricicli e quadricicli elettrici. Invece di attendere i tempi di ricarica con la classica presa elettrica, il sistema si basa sulla sostituzione rapida della batteria scarica con una già carica, il cosiddetto </span><span class="s3">battery swapping</span><span class="s2">. Sotto i condomini vengono installati appositi totem di ricarica alimentati direttamente dagli impianti dei Prosumer attraverso una linea elettrica dedicata. Poiché la ricarica avviene in locale senza far transitare l&#8217;energia sulla rete elettrica pubblica, il servizio è del tutto esente dagli Oneri di Sistema.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Sul piano fiscale, l&#8217;architettura valorizza la natura sociale dell&#8217;iniziativa: le utenze domestiche Prosumer non sono attività commerciali, non possiedono partita IVA e operano per scopi esclusivamente mutualistici e di sostegno comunitario. Attraverso una cornice normativa mirata, i ricavi derivanti dalla ricarica a pagamento delle batterie vengono riconosciuti come totalmente deducibili e privi di tassazione, assicurando che ogni beneficio economico rimanga interamente nelle mani dei cittadini e del territorio.</span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Indipendenza per le famiglie e trasformazione del mercato</span></h3>
<p class="p2"><span class="s2">I vantaggi per i singoli Prosumer rimangono centrali. Installando un impianto fotovoltaico dotato di sistema di accumulo Off-Grid presso la propria abitazione, la famiglia conquista la totale indipendenza energetica per i propri consumi domestici, ricavando al contempo un&#8217;entrata economica costante dalla vendita dell&#8217;energia in eccesso alle aziende consumatrici della cooperativa. A ciò si aggiunge la possibilità di usufruire dei tradizionali incentivi fiscali sotto forma di detrazione fino al cinquanta per cento delle spese di installazione, </span>ottenendo un contestuale aumento della Classe Energetica APE (Attestato di Prestazione Energetica) dell’immobile e del suo valore di mercato.</p>
<p class="p2"><span class="s2">Gli effetti indiretti sul sistema economico generale sono profondi. L&#8217;autosufficienza finanziaria delle Comunità elimina la necessità di fare ricorso a fondi pubblici vincolanti e dimostra la possibilità di azzerare gradualmente gli Oneri di Sistema e le altre imposte che gravano sulle bollette. Di conseguenza, vengono prosciugati i margini di guadagno che rendono il settore energetico un terreno di speculazione per le multinazionali e in generale per tutte quelle società private che speculano con scopo di lucro.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Allo stesso tempo, la presenza di una rete diffusa e autonoma renderebbe ulteriormente superflua la costruzione di nuove centrali nucleari, compresi i piccoli reattori modulari SMR al di sotto dei trecento megawatt, risparmiando alla collettività enormi risorse finanziarie e scongiurando rischi ambientali e sanitari a breve, medio e lungo termine.</span></p>
<p class="p2"><span class="s2">Nota<br />
</span><span class="s3">Attualmente un terzo delle domande presentate al bando Pnrr per le Cer risulta non finanziabile per esaurimento delle risorse disponibili. Le comunità energetiche rinnovabili attive sono 3.630, con 303 MW complessivi installati.<br />
</span><span class="s2">Secondo i nuovi dati pubblicati dal Gse s</span><span class="s1">u un totale di </span><span class="s2">48.750 richieste</span><span class="s1"> presentate al GSE tra l’8 aprile 2024 e il 30 novembre 2025, </span><span class="s2">15.465</span><span class="s1"> risultano al momento escluse dalle risorse disponibili (quasi 1 domanda su 3). Queste domande “fuori” valgono 572,8 milioni di euro di contributi richiesti e impianti per 1,329 GW di potenza.<br />
</span><span class="s1">Delle 48.750 richieste totali, il GSE ne ha finora </span><span class="s2">ammesse 29.820</span><span class="s1"> (dato aggiornato al 30 novembre 2025), con Lombardia, Sicilia, Veneto e Piemonte in testa per numero di domande.<br />
</span><span class="s1">Il quadro finanziario: la dotazione originaria era stata </span><span class="s2">tagliata da 2,2 miliardi a 795,5 milioni di euro</span><span class="s1"> dopo la revisione del 21 novembre 2025, a fronte di richieste complessive che avevano toccato circa 1,4-1,5 miliardi di euro. </span><span class="s1">I fondi si erano esauriti il </span><span class="s2">21 novembre 2025</span><span class="s1">: chi ha presentato domanda dopo quel momento è rimasto escluso, senza graduatoria di riequilibrio.</span></p>
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		<title>Chi ha interesse agli incendi distruttivi nelle aree boschive? Il sistema di prevenzione BSDS aveva un difetto. Funzionava troppo bene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 14:11:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[brevetto 1.316.243]]></category>
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		<category><![CDATA[Elena Pinna]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pelosio]]></category>
		<category><![CDATA[Legge 353/2000]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando prevenire costa meno che spegnere, ma si sceglie di rinunciare alla prevenzione, è inevitabile chiedersi a chi convenga. La vicenda del sistema di prevenzione BSDS solleva interrogativi su decisioni pubbliche, milioni di euro sprecati, boschi perduti e possibili interessi che potrebbero trarre vantaggio dagli incendi e dalla successiva trasformazione dei territori. È la storia&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Chi ha interesse agli incendi distruttivi nelle aree boschive? Il sistema di prevenzione BSDS aveva un difetto. Funzionava troppo bene' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/07/14/chi-ha-interesse-agli-incendi-distruttivi-nelle-aree-boschive-il-sistema-di-prevenzione-bsds-aveva-un-difetto-funzionava-troppo-bene/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 class="p1">Quando prevenire costa meno che spegnere, ma si sceglie di rinunciare alla prevenzione, è inevitabile chiedersi a chi convenga. La vicenda del sistema di prevenzione BSDS solleva interrogativi su decisioni pubbliche, milioni di euro sprecati, boschi perduti e possibili interessi che potrebbero trarre vantaggio dagli incendi e dalla successiva trasformazione dei territori. È la storia di un’invenzione italiana che aveva dimostrato di poter prevenire gli incendi boschivi e che, invece di essere valorizzata, è stata progressivamente dismessa. <b>Perché un sistema che aveva quasi azzerato gli incendi è stato spento e demolito? </b></h2>
<p><strong>Giorgio Pelosio</strong> è un imprenditore, <strong>progettista ed esperto italiano di elettronica applicata alla tutela ambientale</strong>, noto per essere il <strong>fondatore della società Teletron Electronics</strong>. Da oltre <strong>quarant&#8217;anni</strong> dedica la sua attività allo sviluppo di tecnologie d&#8217;avanguardia per la salvaguardia dei boschi, settore in cui è considerato un pioniere. <strong>È l&#8217;inventore del sistema brevettato BSDS</strong> (<span style="color: #ff0000;"><strong>Bright Spot Detection System</strong></span>), un&#8217;avanzata <span style="color: #ff0000;"><strong>tecnologia di telerilevamento a doppia banda (ottico e infrarosso) in grado di scovare i focolai d&#8217;incendio entro un paio di minuti dall&#8217;innesco</strong></span>. La sua figura unisce lo spessore dell&#8217;innovatore tecnico, i cui impianti hanno azzerato i danni da incendio in aree protette come <strong>la pineta di Castel Fusano</strong>, a quello del cittadino impegnato in una lunga e determinata battaglia legale e amministrativa per difendere l&#8217;utilità pubblica delle sue invenzioni contro gli sprechi della burocrazia.</p>
<h3>Il sistema BSDS. Come funziona e la tecnologia del brevetto</h3>
<p>Il cuore tecnologico sviluppato da Teletron Electronics prende il nome di BSDS (Bright Spot Detection System &#8211; Sistema di rilevamento dei punti luminosi). Si tratta di <strong>un sistema integrato di telerilevamento progettato per individuare focolai d&#8217;incendio entro un raggio d&#8217;azione che va dai 10 ai 20 chilometri per ogni singola postazione.</strong></p>
<p>Il funzionamento si basa su una combinazione intelligente di hardware e software d&#8217;avanguardia. La tecnologia di telerilevamento mista (Visibile e Infrarosso)</p>
<p><strong>Le torri di avvistamento non utilizzano semplici telecamere, ma un complesso sistema ottico montato su supporti motorizzati ad alta precisione (brandeggi) che compiono una perlustrazione continua del territorio a 360 gradi</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>Il sistema analizza lo scenario combinando due bande dello spettro elettromagnetico: la banda del visibile (per rilevare le colonne di fumo durante il giorno) e la banda dell&#8217;infrarosso medio e termico (per individuare i &#8220;punti caldi&#8221; o anomalie termiche invisibili a occhio nudo, anche di notte o in presenza di fitte barriere di fumo)</strong></span>.</p>
<h3>L&#8217;elaborazione algoritmica e l&#8217;abbattimento dei tempi di reazione</h3>
<p>Il software di bordo <strong>analizza le immagini ogni 100-120 secondi</strong>. Tramite algoritmi proprietari, il sistema è in grado di distinguere una variazione termica naturale (come il riscaldamento di una roccia sotto il sole) dall&#8217;accensione improvvisa di un fuoco. <strong>Quando viene rilevata un&#8217;anomalia, il sistema genera un preallarme automatico georeferenziando l&#8217;evento su una <span style="color: #ff0000;">mappa GIS</span> (Sistema Informativo Geografico)</strong>. <span style="color: #3366ff;"><strong>Questo riduce il tempo di individuazione del focolaio a meno di due minuti, permettendo di inviare squadre di terra quando l&#8217;incendio è ancora un piccolo cerchio di sterpaglie facilmente domabile, prima che le fiamme raggiungano le chiome degli alberi trasformandosi in tempeste di fuoco impossibili da contenere</strong></span>.</p>
<h3>Il brevetto industriale</h3>
<p>Il sistema fa capo a specifici brevetti industriali, tra cui il <strong>brevetto italiano registrato con il numero 1.316.243</strong> (domanda RM 2000A000629) e la relativa estensione brevettuale europea (N 10165726.00), denominati ufficialmente &#8220;<span style="color: #3366ff;"><strong>Sistema di sorveglianza del territorio, particolarmente adatto per la sorveglianza degli incendi</strong></span>&#8220;. <strong>La proprietà  intellettuale tutela l&#8217;architettura di integrazione tra i sensori ottici a doppia banda, il sistema di rotazione programmato e l&#8217;interfaccia cartografica in tempo reale in grado di inviare allerte mirate direttamente ai dispositivi mobili degli operatori sul territorio (attraverso ponti radio e sistemi di messaggistica dedicati)</strong>.</p>
<h3>I risultati sul campo dove il sistema è stato realizzato</h3>
<p>Contrariamente alla triste parabola sarda di abbandono e smantellamento, il sistema BSDS e le tecnologie correlate di Teletron Electronics hanno trovato applicazione in diverse aree di pregio naturalistico in Italia, dimostrando nei fatti la propria straordinaria efficacia.</p>
<h4>Il caso emblematico di Castel Fusano e Castelporziano (Lazio)</h4>
<p>Citato nell&#8217;intervista e supportato dalle relazioni dell&#8217;Agenzia Spaziale Europea, <span style="color: #3366ff;"><strong>questo impianto ha sorvegliato un&#8217;area costantemente minacciata dai piromani alle porte di Roma</strong></span>. <span style="color: #3366ff;"><strong>In cinque anni di funzionamento,<span style="color: #ff0000;"> la superficie boschiva andata distrutta dalle fiamme è passata da una media storica di circa 20-30 ettari all&#8217;anno a una media di appena 0,1 ettari complessivi</span></strong></span>. <span style="color: #3366ff;"><strong>Gli incendi sono stati appiccati in numero quasi analogo rispetto al passato (circa 400 tentativi), ma l&#8217;allarme tempestivo entro 100 secondi ha permesso la neutralizzazione immediata di ogni singolo focolaio prima che potesse estendersi</strong></span>.</p>
<h4>Altre installazioni nazionali ed estere</h4>
<p>Sistemi basati su questa tecnologia sono stati installati con successo in altre regioni italiane come la <strong>Basilicata</strong> (ad esempio nella <strong>Riserva Naturale Statale di Metaponto</strong>), in <strong>Piemonte</strong>, <strong>Puglia</strong>, <strong>Calabria</strong> e in grandi parchi nazionali come<strong> il Pollino</strong>, <strong>il Parco delle Madonie in Sicilia</strong>, <strong>l&#8217;Appia Antica </strong>e<strong> il Parco di Veio</strong>. In tutti questi contesti, la presenza del sistema ha agito anche come potente deterrente psicologico: la consapevolezza che il territorio è monitorato 24 ore su 24 da &#8220;occhi elettronici&#8221; invisibili riduce drasticamente i tentativi di innesco doloso, abbattendo al contempo i costi esorbitanti legati alle ore di volo dei mezzi aerei della flotta antincendio dello Stato.</p>
<h3>Lo scontro tra tecnologia e burocrazia</h3>
<p>Nel corso di <a href="https://youtu.be/WkkLW0XImpw?is=WhC1GpTP4Xipq1ha">un&#8217;intervista</a> (leggibile sotto) a Giorgio Pelosio, condotta da Elena Pinna del movimento Surra emerge una profonda contraddizione italiana: lo sviluppo di una tecnologia d&#8217;avanguardia nata sul territorio nazionale, esportata con successo in diverse regioni, che viene progressivamente abbandonata e infine smantellata nella sua terra d&#8217;origine (la Sardegna) a causa di conflitti burocratici, resistenze interne ed opacità  amministrative.</p>
<p><iframe class='youtube-player' width='1170' height='659' src='https://www.youtube.com/embed/WkkLW0XImpw?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;autohide=2&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' allowfullscreen='true' style='border:0;'></iframe></p>
<p>Il racconto di Giorgio Pelosio si snoda attraverso tre nodi fondamentali:</p>
<p><strong>Il sabotaggio politico e burocratico.</strong> Pelosio denuncia la decisione, risalente al 2005, di spegnere e in seguito smantellare una rete di monitoraggio costata milioni di euro di denaro pubblico. La tesi dell&#8217;inventore è che la tecnologia sia stata percepita come una minaccia corporativa rispetto alla tradizionale rete di vedette umane (mentre il sistema era progettato per affiancarle) e che sia prevalso l&#8217;interesse economico legato alla gestione attiva dei roghi (fondi per elicotteri, Canadair e interventi di emergenza) piuttosto che alla loro prevenzione.</p>
<p><strong>La battaglia legale e lo spreco di denaro pubblico.</strong> L&#8217;intervista evidenzia l&#8217;assurdità  di impianti che, sebbene giudicati perfettamente funzionanti e collaudati con sentenze definitive (come quella della Corte d&#8217;Appello di Cagliari nel 2022), sono stati rimossi fisicamente e gettati in discarica. Solo il valore delle infrastrutture fisiche demolite (tralicci, basamenti, ponti radio) è stimato in oltre <strong>10 milioni di euro</strong>.</p>
<p><strong>Il sospetto della speculazione energetica.</strong> Pelosio solleva un dubbio inquietante, ovvero la coincidenza geografica tra le aree boschive lasciate senza protezione tecnologica (e successivamente colpite da incendi) e la successiva progettazione di parchi eolici in quelle stesse zone, aggirando di fatto i vincoli di inedificabilità  della Legge 353/2000 attraverso la depenalizzazione e la rimozione dei vincoli nelle aree sottoposte a &#8220;controfuoco&#8221; o fuoco prescritto.<br />
<strong><span class="s2">Pelosio cita un caso molto specifico: un sistema di monitoraggio realizzato e collaudato nel 2000 nell&#8217;area di Orani, Ottana e Oniferi, poi abbandonato dalle istituzioni. Successivamente, la stessa zona è diventata oggetto di progetti per l&#8217;installazione di mega-centrali eoliche.</span></strong></p>
<p class="p3"><span class="s2">La Sardegna vive una fase di forte tensione legata alla cosiddetta &#8220;speculazione energetica&#8221;. Con un fabbisogno reale dell&#8217;isola di circa <strong>2 GW</strong>, le richieste di connessione alla rete per impianti eolici e fotovoltaici superano i<strong> 58 GW</strong> (circa 30 volte la potenza necessaria). Gran parte di queste proposte insistono su territori montani, collinari o su creste interne precedentemente coperte da fitta vegetazione o pascoli, zone storicamente ad alto rischio di incendi.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">La Legge 353/2000 e i suoi vincoli</span></h4>
<p class="p2"><span class="s2">Per capire l&#8217;allarme lanciato da Pelosio, occorre partire dalla Legge Quadro sugli incendi boschivi (Legge n. 353 del 21 novembre 2000). <strong>All&#8217;articolo 10, questa norma impone vincoli estremamente severi per scoraggiare le speculazioni edilizie e d&#8217;uso del suolo sulle aree colpite dal fuoco</strong>. Tra i principali divieti figurano <span style="color: #ff0000;"><strong>i</strong></span></span><span class="s2"><span style="color: #ff0000;"><strong>l divieto di cambiare la destinazione d&#8217;uso della zona boscata o del pascolo per almeno quindici anni</strong></span> (non poi così tanti per le mire di certi investimenti).<br />
</span><span style="color: #ff0000;"><strong>Il divieto di realizzare edifici, strutture o infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili o produttivi per dieci anni (salvo autorizzazioni preesistenti all&#8217;incendio)</strong></span>.<br />
<span class="s2">Sulla carta, questi divieti renderebbero impossibile installare aerogeneratori o elettrodotti su un&#8217;area percorsa dal fuoco. Tuttavia, l&#8217;intreccio tra pratiche di spegnimento d&#8217;emergenza e l&#8217;evoluzione della normativa penale ha aperto quello che molti considerano un <strong>potenziale e pericoloso varco normativo</strong>.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">L&#8217;escamotage del &#8220;Controfuoco&#8221; e del &#8220;Fuoco Prescritto&#8221;</span></h4>
<p class="p2"><span class="s2">Il fulcro dell&#8217;inquietante dinamica descrittiva di Pelosio risiede in una sottile distinzione giuridica tra ciò che viene catalogato come &#8220;incendio boschivo&#8221; (che fa scattare automaticamente i vincoli della Legge 353/2000) e ciò che invece rientra nell&#8217;uso legittimo delle &#8220;<strong>tecniche di fuoco prescritto e controfuoco</strong>&#8220;.</span></p>
<p class="p6"><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s2">Il </span><span class="s3">controfuoco</span></strong></span><span class="s2"> è una tecnica di lotta attiva usata durante l&#8217;emergenza: <strong>consiste nell&#8217;appiccare intenzionalmente del fuoco lungo una linea d&#8217;arresto per consumare il combustibile vegetale prima dell&#8217;arrivo del fronte principale dell&#8217;incendio, privandolo così di vigore</strong>.<span style="color: #ff0000;"><strong> Il </strong></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong><span class="s3">fuoco prescritto</span></strong></span><span class="s2"> è invece <strong>un&#8217;azione programmata e preventiva di riduzione controllata della biomassa vegetale tramite l&#8217;uso del fuoco, condotta da personale abilitato</strong>.</span></p>
<p class="p6"><strong><span style="color: #ff0000;"><span class="s2">Sotto il profilo penale, l&#8217;introduzione di modifiche al Codice Penale (in particolare con il Decreto Legge Incendi n. 120/2021, poi convertito nella Legge 155/2021) ha modificato l&#8217;articolo 423-bis c.p.<span style="color: #000000;"> inserendo una </span></span><span class="s3" style="color: #000000;">clausola di esclusione della punibilità</span></span></strong><span class="s2"><strong><span style="color: #ff0000;"> (depenalizzazione) per i danni provocati dall&#8217;uso legittimo delle tecniche di controfuoco e di fuoco prescritto</span></strong>.</span></p>
<h4 class="p1"><span class="s1">La deroga ai vincoli di inedificabilità</span></h4>
<p class="p2"><span class="s2">Il punto critico sollevato da Pelosio risiede nel fatto che, <span style="color: #800080;"><strong>per esplicito dettato normativo o per prassi interpretative, </strong></span></span><span style="color: #800080;"><strong><span class="s3">le aree trattate con il fuoco prescritto (o colpite da controfuoco durante uno spegnimento operato dalle autorità) non vengono considerate, ai fini della legge, come &#8220;interessate da incendio boschivo&#8221;</span></strong></span><span class="s2">.</span></p>
<p class="p6"><span class="s2"><strong>Diverse legislazioni regionali</strong> che regolano la materia antincendio stabiliscono chiaramente che le superfici percorse dal fuoco prescritto o da manovre di controfuoco autorizzate <span style="color: #800080;"><strong>non sono soggette alla perimetrazione del Catasto Incendi</strong></span> e, di conseguenza, rimangono del tutto </span><span class="s3">escluse dai vincoli quindicennali e decennali di inedificabilità</span><span class="s2"> previsti dall&#8217;articolo 10 della Legge 353/2000.</span></p>
<p class="p6"><span class="s2">Se un incendio doloso aggredisce un bosco, la legge blocca qualsiasi speculazione per un decennio. <span style="color: #800080;"><strong>Se però l&#8217;intervento di spegnimento prevede l&#8217;applicazione massiccia del controfuoco, l&#8217;area bruciata per effetto del &#8220;controfuoco&#8221; rischia di uscire dalla perimetrazione dei vincoli. Questo meccanismo genera una pericolosa zona grigia: un territorio teoricamente protetto, se privato di sistemi di rilevamento tempestivi (come le stazioni BSDS che avrebbero spento il focolaio nei primi 100 secondi) e aggredito dalle fiamme, può essere &#8220;ripulito&#8221; e de-vincolato molto più rapidamente proprio grazie alle metodologie usate per spegnerlo, spianando di fatto la strada alla successiva installazione di grandi infrastrutture energetiche come le pale eoliche</strong></span>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p1"><span class="s1">A seguire <strong>la trascrizione integrale del testo dell&#8217;intervista</strong>, ricostruita fedelmente parola per parola sulla base dei contenuti e del parlato del video. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Introduzione</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><em>Giorgio Pelosio</em></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Prevenire si poteva, ma spegnere rende molto di più. Ho realizzato una tecnologia per prevenire gli incendi boschivi, ma qualcuno in Sardegna ha deciso che non doveva funzionare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mi chiamo Giorgio Pelosio, sono in Sardegna da 40 anni e da 40 anni mi occupo di un settore importante che è quello della prevenzione degli incendi boschivi. Ho realizzato il primo sistema di rilevamento degli incendi boschivi nel 1985. E perché? Perché per me il bosco è una delle priorità assolute per l&#8217;uomo.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda di E. Pinna</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Qual è stato il tuo contributo in questo senso?</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il fatto di essere riuscito con una tecnologia che ho brevettato – una tecnologia brevettata a livello internazionale – a salvare centinaia di migliaia di ettari di bosco con questa tecnologia, sia in Sardegna e a livello nazionale e estero. È stata una grande soddisfazione personale e il fatto di sapere che non sono andati a fuoco tanti, tante migliaia di ettari di bosco. E abbiamo ridotto anche, sicuramente nel nostro piccolissimo, una buona quantità di CO2.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E dove ci sono ancora gli alberi, gli alberi sono in grado quindi di assorbirla la CO2. Se noi abbiamo ettari, ettari e ettari di bosco che possono assorbire la CO2, abbiamo risolto un problema importantissimo. Cioè, perché oggi abbiamo necessità di mettere tanto fotovoltaico eccetera? Ci sono le piante che svolgono questa azione di assorbimento della CO2, però sembra che ce lo siamo dimenticato.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">In che modo venne messa in piedi questa tecnologia di rilevamento incendi e quanto era efficiente?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1"><em>Giorgio Pelosio</em></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il primo impianto che abbiamo realizzato per la prevenzione di incendi boschivi è un impianto finanziato, tra l&#8217;altro cofinanziato dalla Comunità Europea. È stato il primo, che è quello brevettato, nell&#8217;agro di Arzana, mi ricordo ancora. E permetteva di rilevare con una tecnica mista, infrarosso-visibile, gli incendi fino a una distanza di 10-15 km e rilevarlo tempestivamente. <strong>Allora, mi ricordo, ci mettevamo 3 minuti circa per rilevare gli incendi, oggi ci mettiamo 100 secondi circa</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La cosa importante per la prevenzione incendi, è rilevare il fuoco nel più breve tempo possibile, in tempi di secondi, non in tempi di ore. <strong>Perché se tu rilevi un principio di incendio entro un centinaio di secondi, allora può essere spento in maniera rapidissima e con pochi mezzi, semplicemente. Se invece il fuoco finisce in chioma, avviene una distillazione immediata delle essenze, soprattutto delle resinose, e quindi si formano delle bolle di gas incandescenti che vanno di albero in albero, e ogni albero diventa un piromane</strong>. <strong><span style="color: #ff0000;">E quindi eh significa che poi l&#8217;incendio diventa incontrollabile</span></strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Come nel settore della medicina, se uno fa prevenzione, evita la diffusione di un qualcosa e può risolvere il problema perché va alle origini, all&#8217;inizio. <span style="color: #800080;"><strong>Se tu invece questa cosa qui non la fai e lasci che il fuoco vada a finire in chioma, possiamo arrivare a una velocità di propagazione dell&#8217;ordine di 5 ettari al minuto</strong></span>. 5 ettari&#8230; cioè, voi immaginate cosa significa 5 ettari. <span style="color: #ff0000;"><strong>È un&#8217;energia tale di fuoco che nessuno è in grado di spegnere</strong></span>. Tant&#8217;è vero che negli incendi che ci sono stati sia in Italia sia all&#8217;estero – negli Stati Uniti, Canada, Australia eccetera, o purtroppo anche l&#8217;anno scorso in Amazzonia – sono bruciati milioni di ettari. Perché? Perché l&#8217;energia, quando è talmente elevata, non c&#8217;è più nessuna possibilità di spegnerlo. Uno può mettere tutti gli aerei e elicotteri che vuoi: niente, l&#8217;incendio si spegne per motivi naturali o perché finisce la vegetazione.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">E poi che è successo? La rete che avevamo fatto, quella del BSDS, quella della Teletron&#8230;?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1"><em>Giorgio Pelosio</em></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Allora, è entrato in funzione nel 1986 ed è andata avanti fino al, possiamo dire, fino al 2005. Ci sono un sacco di riviste, di pubblicazioni, giornali, RAI, televisioni, di tutto eh sull&#8217;efficacia dei sistemi, che stavano dando un sacco di buoni risultati.<span style="color: #800080;"> <strong>Tant&#8217;è vero che la Regione ha deciso progressivamente di ampliare queste tecnologie in altri territori. E nel 2005 si è deciso di spegnere questi impianti senza dare nessuna motivazione logica</strong></span>. Perché, devo dire, con tutti i soldi investiti per fare questi impianti, visti i risultati, perché uno spegne gli impianti? Cioè, questo è un qualcosa che non è comprensibile, cioè è un fatto incomprensibile.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Chi è stato materialmente? Diciamo, tutto questo è successo quando il presidente era Soru&#8230;</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma<strong> Soru</strong> è una persona che io reputo comunque colta e intelligente, sicuramente non è lui. È stato qualcuno vicino a lui che l&#8217;ha consigliato malissimo sul fatto di abbandonare gli impianti. Ma c&#8217;era, per esempio, una rete eccezionale che aveva proprio ridotto drasticamente gli incendi nella zona dell&#8217;Ogliastra, e sarebbe la stazione di Monte Armidda. La Monte Armidda era il centro stella di altre sei stazioni e quindi faceva da ripetitore. Guarda caso, hanno deciso di smantellare completamente quella stazione che era stata appena ristrutturata con un<strong> finanziamento deciso dalla Corte dei Conti</strong>, che aveva detto&#8230; che aveva detto alla Regione Sardegna: &#8220;<strong>Quegli impianti vanno adeguati</strong>&#8220;. E quindi, dopo un adeguamento fatto, che ha avuto un costo anche rilevante, <strong>hanno deciso di esportarlo</strong>&#8230; e di spegnere questa, cioè di staccare tutto e smaltire.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>E quindi, mancando questa stazione ripetitore, le altre cinque stazioni hanno smesso di funzionare</strong>. Nel 2007 mi ricordo un episodio molto, molto curioso. Allora, il responsabile che si occupava dei sistemi di rilevamento incendi era un certo <strong>Gianluca Cocco</strong>, che attualmente è il comandante attuale del Corpo Forestale. Eh ci ha richiesto, a noi e altre società che erano del consorzio di Finmeccanica, di poter mettere a disposizione tutte le referenze degli impianti che erano stati fatti per mandarle alla Comunità Europea e per avere un finanziamento di 9 milioni di euro, no? Tutto questo è stato coordinato da Gianluca Cocco, il comandante attuale. <span style="color: #800080;"><strong>E però questi 9 milioni di euro, che servivano per poter ripristinare o adeguare o fare manutenzione agli impianti, non si sa dove sono andati a finire. 9 milioni di euro.</strong></span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Peraltro, prima di quel momento si era parlato, a un certo punto, male dei sistemi, dicendo che davano falsi allarmi, che venivano individuate le cose eccetera. Poi, immediatamente nel momento della richiesta di questi finanziamenti andava tutto benissimo: hanno utilizzato i nostri brevetti, le nostre referenze, i nostri collaudi, no? E dopodiché, dal 2008-2009, hanno ricominciato alcuni dei dirigenti della Forestale a parlare male di questi impianti,<strong> e quindi gli impianti sono rimasti fermi</strong>. Questa è la situazione. Abbiamo messo a disposizione nel 2008, gratuitamente per il<strong> parco di Molentargios</strong> per 2 anni, un impianto: sono finiti, proprio finiti, gli incendi per 2 anni. Questa è la situazione. <span style="color: #800080;"><strong>Quindi gli impianti c&#8217;erano, funzionavano, erano definitivamente collaudati, però sono stati, appunto, alla fine sono stati abbandonati</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Possiamo definire lo smantellamento una strategia ben organizzata?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Certo,<strong> lo smantellamento sono convinto che sia proprio una strategia ben organizzata</strong>, cioè quella di evitare che ci fossero i sistemi. Ma c&#8217;è da dire che nel 2018 in un contenzioso che c&#8217;è stato tra la commissione di collaudo di un impianto fatto tra la Finmeccanica, noi e un&#8217;altra azienda – e noi eravamo piccoli dentro quel progetto – però, però è successo che in quel contenzioso la Regione nel 2018&#8230; c&#8217;è stata una sentenza contro la Regione Sardegna nel 2018, una sentenza di primo grado. A quel punto, <span style="color: #800080;"><strong>siccome il collaudo era considerato un collaudo che era stato fatto bene, la Regione non avrebbe dovuto assolutamente pensare di smantellare gli impianti</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Lo ha fatto a partire dal 2020, facendo un accordo col raggruppamento di imprese di Finmeccanica, e c&#8217;era anche la Teletron. <span style="color: #800080;"><strong>Ha fatto un accordo per lo smantellamento di tutti gli impianti</strong></span>. Noi eravamo totalmente in disaccordo, ma essendo una pulce rispetto a queste mega aziende, noi abbiamo dovuto accettare che venisse fatto tutto questo. <strong><span style="color: #800080;">L&#8217;assessore Lampis, che ha firmato la delibera, lui come responsabile non avrebbe mai dovuto fare questo, perché doveva aspettare la sentenza definitiva che poi è avvenuta nel 2022 prima di toccare gli impianti. Invece, con quella delibera ha fatto smantellare tutti gli impianti</span></strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Prima della delibera, è finito nel &#8217;24, addirittura nel 2024 hanno terminato di smantellare gli impianti. Ma uno dice: &#8220;Ma ti sta antipatico l&#8217;infrarosso? Ti sta antipatica la telecamera?&#8221;. Eh cambiali, mettine un&#8230; No,<strong> hanno deciso di smantellare dei tralicci costosissimi, basamenti, alimentazioni, ponti radio, cioè tutta la tecnologia di supporto che poteva essere utilizzata per mille altre situazioni</strong>. Quando ho fatto un calcolo, oggi, solo per tutte le infrastrutture che sono state smantellate, ci vorrebbero più di<strong> 10 milioni di euro</strong>, solo per le infrastrutture. <strong>Buttato tutto in discarica</strong>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Cioè questa è una cosa che non lo so, <strong>penso che ci potrà essere un intervento della magistratura</strong>, <strong>perché non potevano assolutamente smontarle e buttarle in discarica </strong>perché era un bene pubblico definitivamente collaudato per effetto della sentenza del 2022. Per cui <strong>attualmente la situazione è questa: risulta un impianto definitivamente collaudato, smontato definitivamente</strong>. Cioè, questo è un fatto incomprensibile, perché l&#8217;impianto era stato finanziato con i famosi<strong> 90 miliardi</strong>, <strong>Sicilia-Liguria-Sardegna</strong>. Nel 1991 sono stati dati a Sicilia, Liguria e Sardegna.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Addirittura il direttore generale di allora, <strong>Alessandrini</strong>, mi aveva chiesto a me&#8230; sono andato io a parlare al ministero, e mi diceva Alessandrini: &#8220;Senta, ma io ho necessità di&#8230; siccome ci sono stati quei disastri a Porto San Paolo, a Curraggia eccetera, ci sono stati molti morti purtroppo,&#8221; ha detto, &#8220;noi dobbiamo fare assolutamente qualche cosa per proteggerci dall&#8217;incendio. Abbiamo visto gli impianti che voi avevate fatto per il Corpo Forestale dello Stato all&#8217;<strong>isola di Caprera</strong> e altri impianti, quindi vorremmo fare questa protezione a livello delle tre regioni&#8221;. E allora mi ha chiesto proprio quanti impianti dobbiamo fare, quanto potrebbe costare. <span style="color: #ff0000;"><strong>Io gli ho dato una stima, e su questa stima hanno fatto la legge, la 389/1990, che assegnava dei fondi importanti a Sicilia, Liguria e Sardegna</strong></span>. Fondi statali, dal Ministero alla Protezione Civile, e la Protezione Civile li ha dati alla Regione Sardegna per fare impianti di monitoraggio. Di cui, diciamo che diciamo una grande parte di questi fondi sono andati alla Finmeccanica per fare questa rete. Noi abbiamo fatto una parte minore, però assolutamente collaudata e funzionante. Per cui questi erano fondi che sono stati erogati dallo Stato per risolvere un problema che c&#8217;era in Sardegna. <strong><span style="color: #800080;">Adesso questo impianto è definitivamente collaudato, ma contemporaneamente è stato smantellato</span></strong>.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Il personale forestale e tutti coloro che si battevano in prima linea contro gli incendi quale posizione assunsero rispetto a questa tecnologia?</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">C&#8217;è stato un momento nel &#8217;99 dove l&#8217;allora comandante del corpo forestale si chiamava dottor <strong>Enea Beccu</strong>. Decise di fare, in un momento di forte contrasto con l&#8217;assessorato lì dell&#8217;ambiente – aveva un forte contrasto, mi ricordo ancora – che in una riunione ha detto: &#8220;Ah, lo vedremo se questi impianti funzionano&#8221;. E quindi ha fatto tutta una serie di esercizi, di prove; ha preso tutti quanti i dati provenienti dalle varie stazioni alterando i dati e fornendo una relazione totalmente negativa, falsa, totalmente falsa e negativa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per esempio, ha confrontato il funzionamento di 10 stazioni di di monitoraggio incendi con una rete di 46 vedette. Cioè, come fai a confrontare 10 punti d&#8217;osservazione con 46 punti? È chiaro che uno direbbe: &#8220;Beh, è ovvio che è perdente la tecnologia di fronte a punti diversi&#8221;. Invece malgrado questa situazione, i risultati del rilevamento degli incendi sono stati tutti analoghi a quelli delle vedette, anzi alcuni in anticipo, e tutti totalmente registrati. A quel punto succede che noi abbiamo fatto una querela al comandante dicendo che sono dati assolutamente fuorvianti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E l&#8217;assessore di allora, Mario Pani, cosa fa? Decide di affidare a un consulente esterno una&#8230; di fare tutta una verifica puntuale di tutto quello che è successo, vedere i dati di questo del dottor Beccu che aveva fatto questa relazione e i dati che avevamo a disposizione noi. Cioè, <span style="color: #ff0000;"><strong>nella relazione finale dell&#8217;ingegnere incaricato è uscito fuori che tutto quanto era stato registrato, tutti gli impianti avevano funzionato regolarmente e non c&#8217;era stata nessuna anomalia</strong></span>. Gli impianti quindi rispondevano perfettamente e contrattualmente alle specifiche di progetto. La Corte dei Conti, preso atto di questa situazione, decise di fare in maniera tale che fossero finanziati per 900.000 euro il ripristino e adeguamento di impianti che erano già lì. Praticamente alcuni erano un po&#8217; obsoleti, ma malgrado questo erano riusciti a rilevare tutti gli incendi in maniera puntuale.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Perché questo accanimento su un sistema di rilevamento tanto efficiente?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>È stato creato un contrasto tra la tecnologia e la rete di vedette</strong>,<strong> come se questo sistema potesse essere sostitutivo delle vedette</strong>. Ma anche nelle relazioni di questo ingegner <strong>Sergio Tanca</strong> è specificato a caratteri cubitali che<span style="color: #ff0000;"><strong> il sistema è un sistema non sostitutivo della rete di vedette, è uno strumento adatto anche per le vedette</strong></span>. E invece la campagna denigratoria che è stata fatta per anni era quella di creare questo contrasto tra la tecnologia e le vedette, come se la la tecnologia dovesse in qualche maniera sostituire le vedette. Non è assolutamente così.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Addirittura adesso negli impianti, gli ultimi che abbiamo realizzato per&#8230; in altre regioni, regione Lazio no, abbiamo il sistema che rileva l&#8217;incendio e lo manda via Telegram ai vari addetti. Per cui è una grande sicurezza in più per chi si trova nel bosco, e permette una grande libertà di movimento agli osservatori. <strong>Perché un osservatore dopo un quarto d&#8217;ora che osserva uno scenario</strong>, per un effetto che io non sono un biologo né sono un chimico, <strong>però mi hanno spiegato che dopo un quarto d&#8217;ora c&#8217;è un ormone dell&#8217;attenzione che decade</strong>. Per cui uno può essere che perde di vista delle variazioni di eventi che ci possono essere in uno scenario, no?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E allora invece la possibilità di una macchina che continuamente, <strong>ogni 100 secondi</strong>, può rilevare qualsiasi cosa, <strong>fiamma o fumo, in una zona anche molto vasta</strong>&#8230; ecco, <strong>in questa situazione è normale che si possa essere avvisati tempestivamente con le coordinate e andare lì a a intervenire in tempi rapidi</strong>.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Ora la Regione Sardegna ha una governatrice che si dice molto attenta alle avanguardie in ambito tecnologico, basti pensare al tanto decantato <strong>Einstein Telescope</strong> la cui realizzazione in suolo sardo è per la presidente <strong>Todde</strong> motivo di vanto. Hai tentato con lei un confronto?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Pochi mesi dopo che si era insediata, sapendo che lei appunto ha una una cultura tecnica piuttosto importante, ho chiesto un appuntamento e sono andato a parlarle. <span style="color: #ff0000;"><strong>Abbiamo parlato a lungo e lei è rimasta colpita ed entusiasta del fatto che ci fosse un sistema di prevenzione di incendi boschivi che fosse stato realizzato in Sardegna</strong></span>. Le ho fatto vedere anche delle cose realizzate e pubblicate sul sito dell&#8217;Agenzia Spaziale Europea, in particolare l&#8217;impianto che abbiamo fatto a Castelfusano, Castelporziano. Quando ha visto che in 5 anni – allora erano 4 anni, perché 5 anni è quest&#8217;anno, allora 4 anni – sono stati praticamente rilevati tutti gli incendi, si è passati dalle superfici di 20-30 ettari all&#8217;anno a zero, a un ettaro in 3-4 anni, ecco. E allora ha detto: &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>Beh, allora noi dobbiamo assolutamente dotarci di questa tecnologia</strong></span>&#8220;.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E mi sembrava estremamente interessata perché le ho fatto vedere il sito dell&#8217;Agenzia Spaziale Europea e i risultati. Quindi io sono uscito da questa riunione pensando: &#8220;Ah bene, lei ha capito perfettamente, adesso nell&#8217;interesse della Sardegna, dei boschi della Sardegna, siamo a posto&#8221;. <span style="color: #800080;"><strong>Dopo quella riunione non è successo più niente. Questi adesso sono i misteri della politica, i grandi misteri</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dopo un paio di mesi ho avuto modo di parlare anche con<strong> l&#8217;assessore all&#8217;ambiente, la signora Racoli</strong>, e lei mi ha detto le stesse cose. Ha detto: &#8220;<span style="color: #ff0000;"><strong>Ah, intervenire tempestivamente su un incendio è fondamentale e quindi se c&#8217;è un un sistema di questo tipo, non solo vorrei che fosse ripristinato&#8230;&#8221;. Ma addirittura mi ha chiesto un progetto per sistemare impianti in tutta la Sardegna di questo tipo</strong></span>. <strong>Di fatto è scomparsa pure lei</strong>. Aveva detto che avrebbe fatto una riunione con la Protezione Civile, la Forestale, per chiarire tutto quanto e e trovare una soluzione. Tutto questo non è avvenuto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E purtroppo l&#8217;anno scorso abbiamo visto come sono andate le cose, insomma, che ci sono stati molti incendi importanti con un impiego smisurato di elicotteri, aerei, costosissimi elicotteri. Quindi questo è il mio ultimo tentativo. Ultimo tentativo con i dirigenti della Regione Sardegna per trovare un modo per far rimettere a posto questi impianti, che sono stati investimenti importanti pubblici, impianti definitivamente collaudati, entrati in esercizio con tutti i dati che dimostrano il funzionamento e la riduzione drastica degli incendi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A questo punto, visto che la Regione ha abbandonato tutti questi impianti e che quindi sono stati, o molti sono stati proprio dismessi,<strong> la Regione avrebbe anche potuto dismettere gli impianti prendendosi tutte le responsabilità, ma non avrebbe assolutamente dovuto denigrare la tecnologia oppure dare false dichiarazioni, falsi documenti, che hanno recato un danno grandissimo alla mia società che era la la Teletron Electronics e e al brevetto BSDS, brevetto internazionale certificato ad altissimo livello anche da governi della Grecia, della Spagna eccetera</strong>. Ho fatto quest&#8217;ultimo tentativo perché mi stava molto a cuore il fatto di essere riuscito a ridurre gli incendi boschivi in Sardegna.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;unica via d&#8217;uscita&#8230; siccome questa questa presa di posizione, queste inutili informazioni che hanno dato, che sono finite anche sulla stampa e rilasciate anche da&#8230; mi ricordo, dall&#8217;assessore Lampis, gravissime informazioni che purtroppo sono finite su internet e quindi sono finite anche all&#8217;estero&#8230; Mi hanno telefonato dall&#8217;estero e mi hanno detto: &#8220;<strong>Abbiamo saputo che in Sardegna gli impianti, l&#8217;ha detto l&#8217;assessore, non sono funzionanti e quindi hanno idee diverse, vogliono trovare altre soluzioni, cioè non sono contrari alla tecnologia</strong>&#8220;. Questo è stato un danno. È un danno che è stato quantificato da un gruppo di esperti che stanno fuori dalla Sardegna, e purtroppo ho dovuto fare l&#8217;unica cosa possibile, cioè <span style="color: #ff0000;"><strong>fare causa alla Regione</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Giuseppe De Logu, il dottor De Logu che è stato ex comandante della Forestale, mi sembra per un periodo molto breve, forse un anno, non so che cosa è successo, comunque un anno&#8230;</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Beh, lui in diverse occasioni<strong> ha parlato in maniera estremamente negativa degli impianti, però è molto strano perché lui stesso era direttore dei lavori e ha controfirmato uno dei collaudi, uno dei primi collaudi di un impianto realizzato sui Sette Fratelli.</strong> E quindi approvando quel collaudo, approvando quello che era stato fatto bene. Allora a questo punto mi viene in mente una cosa, che potrei citare esattamente su cosa ha detto il dottor De Logu in un documento citato all&#8217;interno della sentenza della Corte d&#8217;Appello di Cagliari del 2022. Un attimo che mi metto gli occhiali, ecco qua. Dice:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">&#8220;<strong>Durante il periodo di formazione e gestione, il sistema è stato operativo e il personale regionale ha potuto verificarne funzionalità, efficienza ed efficacia</strong>&#8220;.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo lo dice&#8230; l&#8217;ha detto lui! <strong><span style="color: #ff0000;">È un documento che è stato inserito all&#8217;interno della sentenza definitiva della Corte d&#8217;Appello di Cagliari che ha condannato la Regione Sardegna</span></strong>. C&#8217;è una contraddizione tra quello che dice, no? Divulgato in maniera forse esagerata, non so, con astio in vari convegni, in varie situazioni. Ne ha parlato pubblicamente. Quindi, parlandone pubblicamente, per sfortuna del dottor De Logu io c&#8217;ho la registrazione di queste cose che ha detto. Perché uno, per poter dire delle cose, deve avere della documentazione. Ma se uno ha rilasciato dei documenti ufficiali nei quali invece dice l&#8217;opposto, poi davanti a un giudice non lo so, cioè cosa succederà. Noi attualmente l&#8217;azione l&#8217;abbiamo fatta contro la Regione Sardegna, e poi la Regione Sardegna si rivarrà su chi ha detto delle cose sbagliate attraverso la Corte dei Conti, perché questa è la prassi normale.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Ti faccio una domanda molto diretta: c&#8217;è un legame tra gli incendi e la speculazione energetica?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ecco, c&#8217;è una cosa curiosa che ho notato nella zona centrale della Sardegna. Noi avevamo fatto un impianto verso Orani, Ottana, Oniferi, quella zona lì. Abbiamo fatto un sistema con diverse stazioni funzionante, con un collaudo definitivo effettuato nel 2000. Dopo questo collaudo definitivo, la Regione non ha preso in carico l&#8217;impianto – il Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale – e questo impianto è andato completamente abbandonato, e oggi è ancora lì abbandonato a distanza di tanti anni. <span style="color: #800080;"><strong>Abbiamo visto che esattamente nella stessa zona dove c&#8217;era questo impianto che avrebbe potuto prevenire gli incendi, c&#8217;è un progetto di fare un parco eolico, non so di queste mega torri, adesso non mi ricordo quale società sia. E proprio esattamente nella stessa zona, nella stessa area</strong></span>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><span style="color: #800080;"><strong>Quindi dopo gli incendi, le pale eoliche</strong></span>. Allora, è un po&#8217; misteriosa questa cosa, perché allora ci chiediamo: ma come mai hanno spento quegli impianti, non hanno potuto quindi rilevare gli incendi, e dopo gli incendi proprio lì ci vai a mettere le pale eoliche? Questi sono fatti reali. Nonostante la legge 353/2000 dica che non si può costruire, però c&#8217;è un&#8217;altra cosa. C&#8217;è una legge nazionale – mi dicono, però io non sono avvocato – che era <strong>partita da Cagliari</strong> questa&#8230; questa idea dalla Sardegna, che nelle <strong>zone soggette a controfuoco o fuoco prescritto</strong>&#8230; cioè, <span style="color: #ff0000;"><strong>è una tecnica che qualcuno si è inventato di dar fuoco per spegnere il fuoco</strong></span>. Io non lo so chi l&#8217;ha inventata, comunque ho parlato con grandissimi esperti del Corpo Forestale, ex Corpo Forestale dello Stato, e hanno detto che è una cosa assurda.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Comunque, nelle zone in cui viene applicato il fuoco e il controfuoco succede un qualcosa di particolare: è depenalizzato un intervento di fuoco e controfuoco per legge. Ed è ancora&#8230; è ancora meglio: <span style="color: #800080;"><strong>nelle zone dove è applicato fuoco e controfuoco, si è liberi da tutti i vincoli della legge 353 del 2000</strong></span>. Cioè, il giorno dopo il costruttore che vuole costruire o mettere qualsiasi tipo di energia, pale eoliche, cose eccetera, lo può fare senza nessuna limitazione.</span></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Domanda</span></em></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Quali sono ora i tuoi obiettivi e cosa ti auspichi per il futuro?</span></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giorgio Pelosio</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una volta che sono state chiarite tutte le cose, che la Regione ristorerà tutto quello che deve ristorare, sarà quello di fare una <strong>scuola di formazione</strong> per&#8230; per tutti gli studenti che vogliono imparare come si può fare la prevenzione degli incendi. E fare grandi <strong>campagne di rimboschimento di specie autoctone nelle zone bruciate</strong>. Ecco, fare questo tipo di attività, proprio di formazione. Ma formazione ai ragazzi, a partire dai bambini, e spiegargli cosa succede se uno appicca un fuoco.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E bisogna assolutamente ricordarsi che è molto semplice, il principio è semplice: <span style="color: #ff0000;"><strong>evitare che parta il fuoco; se parte, bisogna spegnerlo immediatamente</strong></span>. Invece oggi che cosa c&#8217;è? Sembra che più tardi si intervenga e meglio sia. Cioè, è inutile fare come è stato fatto anche quest&#8217;estate – ma tutti gli anni succede in Sardegna – che parte un incendio, oppure come è stato sul Montiferru, chiami&#8230; chiami gli aerei, chiami gli elicotteri e questi arrivano dopo ore, dopo ore. Poi magari si arriva alle 7-8 di sera, non possono più volare, e quindi tutta la notte brucia tutto quanto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Cioè, non è possibile questo. Bisogna capire che bisogna evitare che l&#8217;incendio parta; se non si può evitare, spegnerlo immediatamente quando è piccolo. Quando diventa grosso, non c&#8217;è più niente da fare.</span></p>
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		<title>CO2 molecola della vita o inquinante? (parte 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 15:42:35 +0000</pubDate>
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<h2 data-path-to-node="1">Mentre il territorio frana, spendiamo cifre astronomiche contro la molecola della vita. Tra la rinascita verde del pianeta e il grande affare della transizione ecologica, i fatti biologici ed economici oltre la retorica dell&#8217;allarmismo. Un&#8217;analisi tra biologia e finanza</h2>
<p data-path-to-node="1">Per comprendere l&#8217;impatto reale del biossido di carbonio sul pianeta, è necessario spogliare questa molecola dalle definizioni puramente giuridiche o politiche e analizzarla sotto la lente della biologia e della storia della Terra. Da un punto di vista strettamente scientifico, definire la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="291">CO2</span> un inquinante è un paradosso biologico. Questo gas costituisce infatti l&#8217;alimento fondamentale per tutto il regno vegetale, il mattone primordiale che permette la fotosintesi clorofilliana. Attraverso questo affascinante processo, le piante catturano l&#8217;energia solare e, combinando l&#8217;acqua del suolo con il carbonio atmosferico, sintetizzano glucosio e cellulosa che costituiscono il corpo stesso delle piante necessario, liberando l&#8217;ossigeno che respiriamo (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/18/il-carbonio-di-cui-e-composto-il-corpo-delle-piante-degli-alberi-e-di-tutte-le-creature-viventi-origina-dalla-famigerata-anidride-carbonica/">Il carbonio di cui è composto il corpo delle piante, degli alberi e di tutte le creature viventi origina dalla “famigerata” anidride carbonica</a>)</p>
<p data-path-to-node="1">Secondo scienziati del clima come <em>William Happer</em> e altri, l&#8217;attuale atmosfera terrestre si trova in una condizione di relativa scarsità di questo nutrimento rispetto alla storia geologica. Secondo questa prospettiva, l&#8217;aumento recente delle concentrazioni di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="334">CO2</span> non sta avvelenando la Terra, ma sta agendo come una potente e provvidenziale fertilizzazione naturale, restituendo alla flora globale una vitalità che era rimasta sopita per millenni a causa di livelli di carbonio eccezionalmente bassi.</p>
<h3 data-path-to-node="3">Il sesto continente verde e l&#8217;ipotesi della terra resiliente</h3>
<p data-path-to-node="4">La prova tangibile di questo risveglio vegetale è scritta nei <strong>dati raccolti in oltre tre decenni di osservazioni satellitari</strong>, che hanno immortalato una progressiva e spettacolare espansione delle aree verdi del pianeta. Questo incremento della biomassa, stimato intorno al venti per cento, ha regalato alla Terra <strong>una superficie di nuove foglie talmente vasta da superare più di trenta volte l&#8217;estensione della Francia</strong>, un fenomeno così imponente da essere ribattezzato dagli esperti come <strong>un vero e proprio sesto continente verde</strong>.</p>
<p data-path-to-node="5">I climatologi che attribuiscono il cambiamento climatico a fattori prevalentemente naturali, tra cui <em>Richard Lindzen</em> e <em>Roy Spencer</em> e <em>François Gervais</em> solo per citarne alcuni, vedono in questo<strong> inverdimento globale</strong> una smentita dei modelli matematici catastrofisti. Secondo la loro visione, <span style="color: #339966;"><strong>l&#8217;espansione della biosfera è la dimostrazione empirica che la Terra possiede potenti meccanismi di autoregolazione, noti come feedback negativi</strong></span>. Invece di scivolare verso un riscaldamento fuori controllo, <strong>il sistema planetario reagisce all&#8217;aumento di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="498">CO2</span> potenziando la sua stessa vegetazione, la quale assorbe più carbonio, rilascia umidità e contribuisce a stabilizzare il microclima attraverso una maggiore copertura nuvolosa e vegetale</strong>, mostrando una resilienza intrinseca.</p>
<h3 data-path-to-node="6">L&#8217;efficienza idrica e la rinascita delle zone aride</h3>
<p data-path-to-node="7">Uno dei risvolti più straordinari della <span style="color: #339966;"><strong>fertilizzazione da carbonio</strong></span> si manifesta nelle regioni più vulnerabili e aride del mondo, come la delicata <em>fascia saheliana</em> in Africa. A livello microscopico, <strong>l&#8217;abbondanza di anidride carbonica permette alle piante di ottimizzare l&#8217;uso dell&#8217;acqua</strong>. <span style="color: #339966;"><strong>Avendo a disposizione più carbonio nell&#8217;aria, i vegetali possono parzialmente chiudere i loro stomi, i piccoli pori sulle foglie attraverso cui respirano. Questo accorgimento riduce drasticamente la quantità di vapore acqueo che la pianta disperde nell&#8217;atmosfera per traspirazione</strong></span>, aumentando quella che in fisiologia vegetale viene chiamata <strong>efficienza nell&#8217;uso dell&#8217;acqua</strong>.</p>
<p data-path-to-node="8">Gli studiosi della variabilità climatica naturale evidenziano che il progressivo rinverdimento di intere aree desertiche non è un&#8217;anomalia pericolosa, ma un beneficio concreto. Essi argomentano che i cambiamenti nelle precipitazioni in queste zone sono storicamente legati a grandi cicli oceanici naturali, come <strong>l&#8217;Oscillazione Multidecadale Atlantica</strong>. Quando l&#8217;azione di questi cicli si combina con la maggiore resistenza alla sete sviluppata dalle piante grazie alla <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="468">CO2</span>, la natura riesce a rigenerare pascoli e foreste laddove prima regnava sabbia priva di humus, offrendo risorse preziose per l&#8217;allevamento e contrastando l&#8217;erosione del suolo senza alcuna necessità di interventi umani.</p>
<h3 data-path-to-node="9">La sicurezza alimentare e il mito dei modelli matematici</h3>
<p data-path-to-node="10">In ambito agricolo, l&#8217;incremento di questo gas si traduce in un immenso vantaggio economico e sociale, calcolato in migliaia di miliardi di euro di cibo prodotto in più negli ultimi cinquant&#8217;anni. <span style="color: #339966;"><strong>Gli esperimenti condotti in ambienti controllati confermano che un&#8217;atmosfera più ricca di carbonio accelera la crescita e aumenta la resa di colture essenziali per l&#8217;umanità come il riso, il grano e gli ortaggi, con picchi straordinari soprattutto per i tuberi e le radici</strong></span>.</p>
<p data-path-to-node="11">I climatologi scettici riguardo all&#8217;origine antropica del riscaldamento, tra cui <em>John Christy</em>, fanno notare come i benefici storici della <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="138">CO2</span> sulle rese agricole siano dati reali, misurati e tangibili, mentre gli scenari di carestie globali legati al clima rimangano proiezioni ipotetiche basate su simulazioni al computer che tendono sistematicamente a sovrastimare il riscaldamento dell&#8217;atmosfera. Da questa prospettiva, l&#8217;aumento delle temperature e del carbonio atmosferico ricalca le condizioni favorevoli dei periodi caldi del passato, come <strong>il Periodo Caldo Medievale o quello Romano</strong>, epoche storiche in cui l&#8217;umanità ha vissuto fioriture culturali e agricole eccezionali, suggerendo che l&#8217;attuale trend possa in realtà contribuire ad allontanare lo spettro della denutrizione per una popolazione mondiale in costante crescita.</p>
<h3 data-path-to-node="12">Il respiro biologico degli oceani e l&#8217;alternanza delle stagioni</h3>
<p data-path-to-node="13">Il dinamismo del carbonio non risparmia il regno marino, dove la vita microscopica sembra rispondere con la stessa prontezza di quella terrestre. La proliferazione di particolari organismi planctonici come i coccolitofori dimostra che l&#8217;abbondanza di carbonio stimola la base della catena alimentare oceanica, fornendo energia preziosa a pesci e mammiferi marini. <span style="color: #3366ff;"><strong>Questo continuo scambio tra cielo e acqua trova un parallelo perfetto nel respiro stagionale del pianeta</strong></span>: ogni anno, durante la stagione vegetativa, la concentrazione di anidride carbonica nell&#8217;aria subisce un crollo verticale,<span style="color: #ff0000;"><strong> un battito cardiaco chimico il cui vigore è aumentato di oltre un terzo negli ultimi decenni proprio a causa della maggiore massa vegetale in espansione che consuma questo nutrimento</strong></span>.</p>
<p data-path-to-node="14">Gli scienziati che guardano alle cause naturali del clima ricordano che, in base alla legge dei gas nota come <strong>legge di Henry</strong>, la concentrazione di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="147">CO2</span> in atmosfera è fortemente influenzata dalla temperatura degli oceani, i quali rilasciano spontaneamente gas quando si scaldano e lo assorbono quando si raffreddano. <strong>Secondo questa interpretazione, una parte significativa del moderno aumento della <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="399">CO2</span> potrebbe essere la conseguenza, e non la causa principale, del naturale riscaldamento della Terra successivo alla Piccola Era Glaciale terminata nell&#8217;Ottocento</strong>, <span style="color: #339966;"><strong>mentre l&#8217;enorme incremento del consumo stagionale da parte delle piante dimostra che la biosfera possiede un&#8217;elasticità tale da mitigare autonomamente gli effetti di attività umane come la deforestazione</strong></span>.</p>
<h3 data-path-to-node="15">La lezione della storia geologica e i veri motori del clima</h3>
<p data-path-to-node="16">Per collocare correttamente l&#8217;attuale dibattito sul clima, è infine indispensabile allargare l&#8217;orizzonte temporale alla storia profonda del nostro pianeta. Se guardiamo alle ere geologiche passate, scopriamo che <strong><span style="color: #339966;">la Terra ha ospitato concentrazioni di anidride carbonica anche dieci o venti volte superiori a quelle odierne, coincise con l&#8217;esplosione della biodiversità nel Cambriano o con l&#8217;era dei dinosauri nel Giurassico</span></strong>. In quelle epoche la vita non è andata incontro a un&#8217;estinzione per calore, ma ha prosperato in modo rigoglioso entro immensi parchi naturali planetari.</p>
<p data-path-to-node="17">Climatologi e geologi estranei al consenso antropico evidenziano come, su scale temporali di milioni di anni, non esista una correlazione rigida e lineare tra i livelli di <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="172">CO2</span> e la temperatura globale. <strong>I veri motori del clima terrestre vanno ricercati in forze cosmiche e geologiche di portata ben superiore alle attività umane</strong>: <span style="color: #ff9900;"><strong>i cicli dell&#8217;attività solare</strong></span>,<strong><span style="color: #0000ff;"> le variazioni dell&#8217;orbita terrestre</span></strong> e <span style="color: #666699;"><strong>il flusso dei raggi cosmici</strong></span> che influenzano la formazione delle nuvole, come teorizzato dal fisico <em>Henrik Svensmark</em>. L&#8217;anidride carbonica resta così una molecola insostituibile e benefica nel grande ciclo della vita, la cui crescita attuale sta regalando al pianeta un patrimonio di verde aggiuntivo senza alcun costo economico per l&#8217;umanità se non quello dovuto alla cantonata che insiste a voler ridurre la concentrazione di CO2 in atmosfera. Il climatologo francese F. <span class="ng-star-inserted" data-start-index="229">Gervais cita una stima della </span><b class="ng-star-inserted" data-start-index="259">Banca Mondiale</b><span class="ng-star-inserted" data-start-index="273"> secondo cui la lotta al riscaldamento globale richiederebbe </span><b class="ng-star-inserted" data-start-index="334">89.000 miliardi di dollari entro il 2030. </b><span class="ng-star-inserted" data-start-index="374">Questa cifra equivarrebbe a una spesa di circa </span><b class="ng-star-inserted" data-start-index="423">19 miliardi di dollari al giorno </b>una<span class="ng-star-inserted" data-start-index="482"> somma dell&#8217;ordine di grandezza del PIL mondiale che porterà ad un raddoppio del debito sovrano globale e alla creazione della <b class="ng-star-inserted" data-start-index="1360">&#8220;bolla finanziaria green&#8221;</b>, alimentata da fondi pubblici e obbligazioni verdi come nelle grandi operazioni di speculazione finanziaria travestite da transizione ecologica. In questo contesto vengono fatte varie proposte ingegneristiche semplicemente assurde come quella di interrare la CO2 o di schermare la radiazione solare come nel caso dell&#8217;azienda</span><span class="s1"> israelo-americana Stardust Solutions, che ha già raccolto 60 milioni di dollari di capitali, promettendo di sviluppare particelle riflettenti da disperdere in stratosfera entro la fine del decennio&#8230; (ne parleremo).<br />
</span><span class="ng-star-inserted" data-start-index="482">Nel contempo i necessari ed adeguati, soprattutto urgenti, interventi sul dissesto idrogeologico del territorio vengono rimandati perché mancherebbero le risorse finanziarie necessarie salvo poi dare la colpa nei casi di prevedibilissime alluvioni e frane al capro espiatorio per eccellenza, il biossido di carbonio, la molecola della vita.  </span></p>
<p data-path-to-node="17">FONTI</p>
<p data-path-to-node="4"><b data-path-to-node="4" data-index-in-node="0">Lo studio sull&#8217;inverdimento di Zhu (2016)</b></p>
<p data-path-to-node="4">Questo gruppo di ricercatori ha analizzato le immagini scattate dai satelliti in trent&#8217;anni. Hanno dimostrato che la Terra è diventata più verde e che la causa principale (per il 70%) è proprio l&#8217;anidride carbonica che fa da fertilizzante.</p>
<p data-path-to-node="5"><b data-path-to-node="5" data-index-in-node="0">Lo studio sui nutrienti di Myers (2014)</b></p>
<p data-path-to-node="5">È una ricerca fondamentale che ha scoperto un effetto collaterale del cibo &#8220;gonfiato&#8221; con troppa <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="137">CO2</span>. Gli scienziati hanno coltivato piante come grano e riso in ambienti con molto carbonio, scoprendo che i raccolti finali contengono meno ferro, meno zinco e meno proteine.</p>
<p data-path-to-node="11"><b data-path-to-node="11" data-index-in-node="0">William Happer</b></p>
<p data-path-to-node="11">Fisico dell&#8217;Università di Princeton, è uno dei più convinti sostenitori della <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="93">CO2 molecola della vita</span>. Spiega che se guardiamo alla storia della Terra, oggi siamo in un periodo di &#8220;carestia&#8221; di carbonio e che l&#8217;aumento attuale sta solo restituendo vigore alle piante.</p>
<p data-path-to-node="12"><b data-path-to-node="12" data-index-in-node="0">Richard Lindzen e Roy Spencer</b></p>
<p data-path-to-node="12">Il primo è un famoso fisico dell&#8217;atmosfera del MIT di Boston, il secondo ha lavorato per la NASA. Entrambi sostengono che i modelli al computer usati per calcolare il riscaldamento futuro siano sbagliati perché esagerano la sensibilità del clima. Secondo loro, la Terra ha dei sistemi naturali di &#8220;autolavaggio&#8221; e autoregolazione (come le nuvole) che frenano il riscaldamento.</p>
<p data-path-to-node="13"><b data-path-to-node="13" data-index-in-node="0">John Christy</b></p>
<p data-path-to-node="13">È il climatologo che gestisce i dati delle temperature globali prese dai satelliti. Christy mostra che, storicamente, la Terra ha già vissuto periodi caldi come questo (ad esempio nel Medioevo) e che l&#8217;agricoltura e l&#8217;umanità hanno sempre prosperato quando il pianeta era più caldo.</p>
<p data-path-to-node="14"><b data-path-to-node="14" data-index-in-node="0">Henrik Svensmark</b></p>
<p data-path-to-node="14">Un fisico danese che ha proposto la teoria secondo cui il vero motore del clima non è la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="109">CO2</span>, ma il Sole. Quando il Sole è molto attivo, fa da scudo ai raggi cosmici che arrivano dallo spazio profondo; quando arrivano meno raggi cosmici, si formano meno nuvole, e il pianeta si scalda in modo del tutto naturale.</p>
<p data-path-to-node="0"><strong>François Gervais</strong><br />
una delle voci critiche più note in Europa, specialmente nel mondo francofono. È un fisico francese, professore emerito di fisica e scienze dei materiali all&#8217;Università di Tours, ed è autore di libri dai titoli molto espliciti come <i data-path-to-node="0" data-index-in-node="312">L&#8217;innocenza del carbonio</i> o <i data-path-to-node="0" data-index-in-node="339">L&#8217;urgenza climatica è un&#8217;illusione</i>.<br />
La figura di Gervais è particolarmente interessante nel dibattito perché la sua specializzazione accademica riguarda la fisica termica e la spettroscopia a infrarossi, che è proprio la branca della fisica che studia come i gas assorbono il calore e danno origine all&#8217;effetto serra.<br />
Il suo argomento scientifico cardine si basa sul concetto di <b data-path-to-node="2" data-index-in-node="61">saturazione dell&#8217;effetto serra</b>. Gervais sostiene che la quantità di anidride carbonica già presente nell&#8217;atmosfera sia più che sufficiente ad assorbire la quasi totalità dei raggi infrarossi che è in grado di trattenere. Secondo i suoi calcoli, l&#8217;aggiunta di ulteriore <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="330">CO2</span> di origine umana ha un effetto termico logaritmico, cioè matematicamente decrescente: ogni tonnellata in più riscalda molto meno della precedente, rendendo l&#8217;impatto futuro sulla temperatura globale praticamente trascurabile.<br />
Per spiegare questo concetto in modo semplificato, viene spesso usata l&#8217;analogia della vernice sui vetri: se passi una mano di vernice nera su una finestra, blocchi la maggior parte della luce; se passi una seconda o una terza mano di vernice, la stanza non diventerà molto più buia, perché la prima mano aveva già fatto quasi tutto il lavoro. Per Gervais, la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="359">CO2</span> in atmosfera ha già fatto &#8220;quasi tutto il lavoro&#8221; e quella aggiunta dall&#8217;uomo cambia pochissimo le carte in tavola.<br />
Inoltre, nei suoi lavori Gervais analizza i dati storici delle temperature individuando un ciclo naturale di riscaldamento e raffreddamento della durata di circa sessant&#8217;anni, che secondo lui coincide con i movimenti ciclici degli oceani e del Sole. Di conseguenza, egli attribuisce il riscaldamento osservato alla fine del Novecento a questo ciclo naturale, prevedendo una fase di stabilizzazione o di lieve raffreddamento nei decenni successivi, e difendendo la <span class="math-inline" data-math="CO_2" data-index-in-node="464">CO2</span> come una molecola esclusivamente benefica per la vegetazione e per la vita.</p>
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		<title>Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 20:30:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La resistenza civile in Albania e la spoliazione agraria in Italia svelano la metamorfosi delle istituzioni pubbliche, ridotte ad agenzie di sicurezza per i signori del mercato globale. Tra la &#8220;Patria Blu&#8221; turca e i fondi USA-Israele, la baia di Valona diventa il simbolo di una nuova feudalità globale, dove lo Stato abdica per farsi&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/04/albania-una-radicale-transizione-verso-la-privatizzazione-della-diplomazia-e-la-corporatizzazione-dei-beni-pubblici-globali/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="la-resistenza-civile-in-albania-e-la-spoliazione-agraria-in-italia-svelano-la-metamorfosi-delle-istituzioni-pubbliche-ridotte-ad-agenzie-di-sicurezza-per-i-signori-del-mercato-globaleterritori-delle-comunita-locali-svenduti-a-investitori-stranieri-tra-cui-trump-e-il-genero">La resistenza civile in Albania e la spoliazione agraria in Italia svelano la metamorfosi delle istituzioni pubbliche, ridotte ad agenzie di sicurezza per i signori del mercato globale. Tra la &#8220;Patria Blu&#8221; turca e i fondi USA-Israele, la baia di Valona diventa il simbolo di una nuova feudalità globale, dove lo Stato abdica per farsi guardia giurata dei capitali privati</h2>



<h3 id="premessa-tra-speculazione-immobiliare-ed-equilibri-di-forza-nel-mediterraneo">Premessa. Tra speculazione immobiliare ed equilibri di forza nel Mediterraneo</h3>



<p class="has-medium-font-size">La baia di Valona non è semplicemente una perla turistica, ma uno dei passaggi marittimi più sensibili dell&#8217;Adriatico e del Canale d&#8217;Otranto. <strong>Sazan</strong> [1], l&#8217;isola fortezza su cui Jared Kushner intende edificare il suo resort di lusso, chiude a nord la baia di Valona. Esattamente sul lato opposto, nella parte meridionale della medesima insenatura, sorge <strong>la base navale di Pasha Limani</strong> [1], storica roccaforte prima sovietica e <strong>oggi perno della proiezione militare della Turchia nei Balcani</strong>, rimodernata e utilizzata da Ankara in virtù di storici accordi bilaterali con il governo albanese.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-4 is-cropped">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1007" height="1024" data-id="18815"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-1007x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18815" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-1007x1024.jpeg 1007w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-295x300.jpeg 295w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-768x781.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-1510x1536.jpeg 1510w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090-640x651.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0090.jpeg 1640w" sizes="(max-width: 1007px) 100vw, 1007px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1006" height="1024" data-id="18816"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-1006x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18816" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-1006x1024.jpeg 1006w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-295x300.jpeg 295w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-768x782.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-1508x1536.jpeg 1508w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091-640x652.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0091.jpeg 1571w" sizes="(max-width: 1006px) 100vw, 1006px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>
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<h2 id="la-faglia-geopolitica-nella-baia-di-valona">La faglia geopolitica nella baia di Valona</h2>



<p class="has-medium-font-size">La privatizzazione di Sazan e delle coste di Zvërnec di cui si parlerà più avanti risponde a una logica che va oltre il comparto della protezione ambientale e turistico-alberghiero. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;asse composto da Grecia, Cipro e Israele ha strutturato negli ultimi anni un&#8217;intensa cooperazione militare ed energetica proprio in funzione di contenimento delle ambizioni turche nel Mediterraneo orientale, note come dottrina della &#8220;Patria Blu&#8221;</mark></strong> (<em>Mavi Vatan</em>) [2]. <strong>L&#8217;inserimento del fondo privato di Kushner, la <em>Affinity Partners</em>, nel cuore di un&#8217;area a forte influenza turca introduce un elemento di rottura geopolitica radicale</strong>. Sebbene Kushner agisca come investitore privato, i suoi viscerali legami con l&#8217;establishment israeliano, di cui è stato il <strong>principale architetto diplomatico tramite gli Accordi di Abramo</strong>, e il fatto che <strong>il suo fondo sia massicciamente capitalizzato dai veicoli finanziari sovrani dei paesi del Golfo, come l&#8217;Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti</strong> [*], <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">configurano l&#8217;operazione come l&#8217;estensione fisica di quell&#8217;asse mediorientale sul suolo adriatico</mark></strong>. <strong>Per la Grecia e per gli alleati regionali, vedere un asset strategico adiacente a Pasha Limani passare sotto il controllo di una piattaforma finanziaria saldamente ancorata a Washington e Tel Aviv rappresenta un formidabile fattore di bilanciamento geopolitico contro la penetrazione di Ankara nei Balcani</strong>.</p>



<h3 id="la-natura-della-protesta-interna-albanese">La natura della protesta interna albanese</h3>



<p class="has-medium-font-size">Le migliaia di cittadini albanesi, che in questi giorni stanno riempiendo le strade di Tirana <strong>scontrandosi con la sicurezza privata a Zvërnec</strong>, oltre ad essere radicati nella difesa del territorio, nell&#8217;istanza ecologista e nell&#8217;opposizione alla corruzione interna, come vedremo diffusamente più avanti, manifesta in chiave anti-israeliana, e sembra consapevole delle dinamiche della competizione marittima tra Ankara e l&#8217;asse contrapposto.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="665" height="1024" data-id="18812"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-665x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18812" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-665x1024.jpeg 665w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-195x300.jpeg 195w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-768x1183.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086-640x986.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0086.jpeg 837w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="745" height="1024" data-id="18811"  src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-745x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-18811" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-745x1024.jpeg 745w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-218x300.jpeg 218w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-768x1056.jpeg 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087-640x880.jpeg 640w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/IMG_0087.jpeg 842w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /><figcaption>Screenshot</figcaption></figure>
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<p class="has-medium-font-size">Così, accanto ai cartelli esibiti dai dimostranti, che recitano slogan come &#8220;L&#8217;Albania non è in vendita&#8221; o &#8220;Ivanka, torna a casa&#8221;, uniti all&#8217;uso simbolico di fenicotteri gonfiabili, dove il bersaglio della contestazione è il Primo Ministro Edi Rama, accusato di svendere il patrimonio naturale della nazione e di aver modificato ad hoc le leggi sulle aree protette per compiacere i grandi capitali d&#8217;oltreoceano con cui la popolazione locale percepisce l&#8217;operazione come un abuso coloniale e una spoliazione dei propri beni comuni a favore della famiglia del Presidente Donald Trump, ce ne sono altri che provano che <strong>la piazza albanese protesta anche contro Israele</strong>, identificando Benjamin Netanyahu come la vera forza politica ed economica dietro il progetto di Kushner. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La narrazione dei manifestanti non è solo ecologista ma sovranista e anti-israeliana</mark></strong>. Essi vedono l&#8217;investimento non come un&#8217;opportunità di sviluppo, ma come un atto di <strong>saccheggio</strong> e di <strong>controllo geopolitico</strong>. Netanyahu e Kushner non sono percepiti come semplici investitori. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il primo è descritto come il burattinaio che, attraverso il Primo Ministro locale asservito, sta confiscando e smembrando il territorio albanese per inserirlo nell&#8217;asse strategico israelo-americano del Mediterraneo</mark></strong>. Gli albanesi o almeno una parte di loro sembrano consapevoli dei  risvolti militari e dei sotterranei posizionamenti strategici dietro la mappa di Valona.</p>



<h2 id="l-albania-non-e-in-vendita-il-capitalismo-d-estrazione-dei-miliardari-e-la-fine-della-sovranita-locale">L’Albania non è in vendita: il &#8220;Capitalismo d&#8217;Estrazione&#8221; dei miliardari e la fine della sovranità locale?</h2>



<p class="has-medium-font-size">Una formula classica del diritto internazionale afferma che un soggetto può essere considerato uno Stato se ha un territorio definito, una popolazione stabile e un governo espresso dal popolo sovrano che esercita il controllo su quel territorio. È questa la base della definizione moderna di Stato. Nel caso albanese siamo in presenza di un governo che cede il territorio ad entità private straniere che mentre intendono speculare su di esso si riposizionano geostrategicamente nell’area. </p>



<p class="has-medium-font-size"><br>Per comprendere lo scandalo che si sta consumando in questi giorni sulle sponde dell&#8217;Adriatico, bisogna immaginare uno degli ultimi paradisi naturali rimasti intatti in Europa. <strong>La laguna di Narta</strong>, situata a nord di Valona, e la vicina <strong>area di Pishë Poro</strong> sono distese di sabbia selvaggia, zone umide popolate da stormi di fenicotteri e lambite dal <strong>delta del Vjosa</strong>, l&#8217;ultimo grande fiume incontaminato del continente. Per generazioni, le comunità locali hanno vissuto in simbiosi con questo ecosistema, un luogo dove i pescatori traggono il proprio sostentamento e la biodiversità globale trova un rifugio insostituibile. Ma quasi dall&#8217;oggi al domani, questo silenzio millenario è stato interrotto dal rombo dei bulldozer, dalla posa di recinzioni di filo spinato e dalla comparsa di guardie private armate.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png" alt="" class="wp-image-18834" width="392" height="261" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png 599w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/06/image-2-300x200.png 300w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></figure></div>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;origine di questa improvvisa trasformazione risiede in un accordo multimiliardario che intreccia i destini di questa costa a quelli dei vertici del potere finanziario e geopolitico globale. Al centro della vicenda ci sono investitori americani d&#8217;altissimo profilo legati direttamente alla famiglia dell&#8217;attuale presidente statunitense <strong>Donald Trump</strong>. Suo genero, <strong>Jared Kushner</strong>, attraverso la sua società di private equity <strong>Affinity Partners</strong>, ha messo gli occhi sulle gemme naturalistiche dell&#8217;Albania per convertirle in <strong>resort di ultra-lusso accessibili solo a un&#8217;élite globale</strong>.<mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> <strong>I progetti sul tavolo sono mastodontici e prevedono un investimento da 1,4 miliardi di dollari per trasformare l&#8217;isola incontaminata di Sazan, situata all&#8217;interno di un parco marino protetto, in un complesso a cinque stelle</strong></mark> gestito dal prestigioso marchio <strong>Aman Resorts</strong> tramite la sussidiaria <strong>Atlantic Incubation Partners LLC</strong>. Poco più a sud, a <strong>Zvërnec</strong>, il piano si fa ancora più colossale, con un <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mega-resort da ben 4 miliardi di euro destinato a coprire circa 618 acri all&#8217;interno dell&#8217;ecosistema protetto della laguna</mark></strong>, modificando per sempre un paesaggio costiero collegato alla terraferma solo da un fragile ponticello di legno lungo 270 metri. </p>



<h3 id="la-sartoria-legislativa-e-l-opacita-del-potere">La sartoria legislativa e l&#8217;opacità del potere</h3>



<p class="has-medium-font-size">Lo scandalo politico e giuridico che sta sollevando l&#8217;indignazione della società civile risiede, tra l’altro, nel modo in cui la strada a questi imperi di cemento è stata spianata. <strong>Per consentire operazioni immobiliari di tale portata in zone teoricamente inviolabili, nel 2024 il governo albanese ha modificato radicalmente le leggi nazionali sullo status delle aree protette, alleggerendone i vincoli ambientali</strong>. Jared Kushner aveva presentato i piani del progetto nell’agosto del 2024, e all’inizio del 2026 aveva visitato la zona insieme alla moglie Ivanka Trump. Su queste repentine manovre legislative e sulla dubbia transizione delle proprietà dei terreni ha ora aperto un&#8217;indagine la <strong>SPAK</strong>, la Procura speciale anticorruzione albanese, che opera in modo indipendente e sta cercando di fare luce su quello che molti definiscono un vero e proprio &#8220;legalismo di facciata&#8221;, ovvero la riscrittura delle regole dello Stato per favorire gli interessi di pochi miliardari stranieri. Si ricordi che nel 2025, la società di Kushner (Affinity Partners) aveva avviato un progetto simile su larga scala in Serbia, poi naufragato e abbandonato proprio a causa delle dure contestazioni e delle indagini degli organismi anticorruzione locali.<br>A esasperare gli animi vi è una totale e sistematica assenza di trasparenza. <strong>Le istituzioni statali hanno concesso permessi nell&#8217;opacità più assoluta, tanto che la comunità locale ha scoperto l&#8217;esistenza dei cantieri solo a cose fatte</strong>. Soltanto l&#8217;ostinazione degli attivisti ha permesso di scoprire che dietro i lavori a Pishë Poro-Narta si cela la <strong>&#8220;Zvërnec South Adriatic Development&#8221;</strong>, una misteriosa società autorizzata con un permesso blindato del <strong>Consiglio Territoriale Nazionale del 29 aprile 2026</strong>, che non è mai stato reso pubblico. Dietro questa sigla si nascondono un cittadino olandese e una bulgara, fino ad allora del tutto sconosciuti all&#8217;opinione pubblica albanese. <strong>Il Primo Ministro, Edi Rama, difende strenuamente le trattative in corso con il gruppo di Kushner, minimizzando l&#8217;impatto ambientale e sostenendo che lo studio definitivo non è ancora completato, ma i fatti sul terreno lo smentiscono, mostrando una realtà in cui i bulldozer avanzano spediti prima ancora che qualsiasi valutazione scientifica sia stata conclusa</strong>.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questo schema di espropriazione violenta e silenziosa</mark></strong> non si limita alla costa di Valona, ma <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">si configura come un assalto coordinato all&#8217;intero territorio nazionale</mark></strong>. Nel nord del Paese, <strong>tra le vette delle Alpi Albanesi a Theth</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">gli abitanti locali sono scesi in piazza per opporsi alla demolizione coatta delle proprie case, venendo caricati con violenza dalla polizia</mark></strong>. Il filo conduttore è drammaticamente identico, sia che si tratti delle <strong>vette alpine</strong> che delle <strong>spiagge adriatiche</strong>: le decisioni vengono prese nelle stanze del potere di Tirana, i territori vengono svenduti a investitori stranieri in cerca di profitti immediati e le comunità locali vengono private della propria sovranità.</p>



<h3 id="il-cuore-della-resistenza-la-voce-di-brunela">Il cuore della resistenza: la voce di Brunela</h3>



<p class="has-medium-font-size">La risposta della società civile si è immediatamente trasformata in una resistenza organizzata e diffusa. All&#8217;inizio dell&#8217;anno una coalizione di oltre <strong>quaranta organizzazioni nazionali e internazionali</strong>, guidata da <strong>REC Albania</strong>, ha inviato una lettera aperta al governo chiedendo lo stop immediato ai progetti, denunciando come il turismo di massa promosso da Kushner minacci l&#8217;habitat critico della foca monaca del Mediterraneo, una specie a grave rischio di estinzione. Gli scienziati di <strong>BirdLife International</strong> e dell&#8217;associazione albanese <strong>PPNEA</strong> continuano ad ammonire che si sta distruggendo una delle ultime coste selvagge rimaste nel Mediterraneo, un patrimonio ecologico globale immolato sull&#8217;altare del turismo d&#8217;élite.<br>Le testimonianze umane che emergono dalle proteste sono strazianti e cariche di dignità, e hanno trovato il loro simbolo in un video che sta circolando viralmente in rete. Una giovane donna di nome Brunela, nata e cresciuta in quei luoghi, ha pronunciato un discorso pubblico di fronte ai bulldozer che esprime il dolore profondo di un&#8217;intera comunità. Guardando dritto verso gli scavi, ha pronunciato parole che sono diventate il manifesto emotivo della rivolta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>&#8220;Lì ho imparato a nuotare, a riconoscere i pesci sott&#8217;acqua, a raccogliere cozze in acque profonde. Per me è uno di quei posti che si sentono come casa, e ogni pezzo di cemento che vi viene versato mi spezza il cuore.&#8221;</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Nel suo intervento, Brunela ha denunciato lo scandalo di vedere tre spiagge recintate da un giorno all&#8217;altro, senza alcun preavviso o cartello informativo per la cittadinanza. La forza della sua dichiarazione pubblica risiede nell&#8217;aver ricordato che<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> dietro quei fili spinati non c&#8217;è solo un danno ecologico, ma la perdita immediata del lavoro per i pescatori locali e per gli allevatori della zona, privati dei loro spazi di vita e della loro sicurezza finanziaria</mark></strong>. A peggiorare il clima sono state alcune dichiarazioni di Ivanka Trump, la quale ha descritto l’isola di Sazan come un&#8217;isola privata che loro avrebbero &#8220;scoperto&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel video documento che segue, l&#8217;ecologista Joni Vorpsi, esponente dell&#8217;organizzazione PPNEA BirdLife Albania, esprime profonda preoccupazione evidenziando come l&#8217;entità dell&#8217;opera che <strong>prevede la costruzione di oltre 10.000 stanze, configuri di fatto la nascita di una vera e propria nuova città in un corridoio di fauna selvatica, decretando la totale distruzione dell&#8217;area protetta della foce del Vjosa</strong>. <br>Il Primo Ministro albanese, Edi Rama, difende fermamente l&#8217;investimento, dichiarando che non vi è alcuna possibilità che il progetto venga bloccato finché lui sarà alla guida del governo, pur dicendosi aperto al confronto con chi solleva obiezioni. Parallelamente, <strong>Asher Abisera</strong>, <strong>presidente di Sazan Real Estate Development LLC</strong>, ha cercato di rassicurare l&#8217;opinione pubblica sostenendo l&#8217;impegno degli sviluppatori verso una gestione responsabile, il potenziamento ambientale e la creazione di posti di lavoro a lungo termine per le comunità locali. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questo progetto si inserisce in una più ampia strategia d&#8217;investimento internazionale condotta da Kushner nella regione balcanica</mark></strong>; un piano analogo, proposto <strong>a Belgrado, in Serbia,</strong> era stato infatti abbandonato l&#8217;anno precedente proprio a causa delle forti proteste popolari.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe class='youtube-player' width='1170' height='659' src='https://www.youtube.com/embed/0YsZmAyFHoI?version=3&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;autohide=2&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;wmode=transparent' allowfullscreen='true' style='border:0;'></iframe>
</div><figcaption>&nbsp;“This Will Completely Destroy Us&#8221; Thousands Protest Jared Kushner&#8217;s $1.6B Resort in Albania, pubblicato dal canale DRM News<br></figcaption></figure>



<h3 id="le-prove-video-e-l-escalation-della-violenza">Le prove video e l&#8217;escalation della violenza</h3>



<p class="has-medium-font-size">La tensione, accumulata in mesi di silenzi istituzionali, è inevitabilmente sfociata in scontro fisico e la verità di quanto sta accadendo è emersa con brutalità grazie ai documenti video rintracciabili in rete. I filmati diffusi nei reportage internazionali dell&#8217;agenzia <em>Associated Press</em> e da media indipendenti come <em>SpirintePress</em>, mostrano la crudezza degli scontri avvenuti il 30 maggio nei pressi del cantiere di Portonovo. Nelle immagini si vedono attivisti e residenti che tentano pacificamente di contestare l&#8217;avanzamento dei lavori e vengono respinti con violenza inaudita dai cordoni della sicurezza privata della società costruttrice.<br>Le sequenze video documentano momenti scioccanti: guardie giurate che trascinano di peso un manifestante lungo un dirupo sabbioso, spintoni, l&#8217;uso massiccio di spray al peperoncino a distanza ravvicinata e persino il lancio di sassi e oggetti contundenti da parte del personale di vigilanza contro gli ambientalisti inermi. La reazione iniziale delle autorità ha rincarato la dose dello scandalo, traducendosi nell&#8217;apertura di procedimenti penali contro quindici manifestanti. Tuttavia, la pressione mediatica esercitata dalla diffusione di questi video ha consigliato le istituzioni a fare un parziale passo indietro, portando alla revoca delle licenze per due delle società di sicurezza privata coinvolte e alla sospensione di alcuni agenti di polizia accusati di non essere intervenuti a fermare le aggressioni.</p>



<h3 id="la-marea-umana-a-tirana">La marea umana a Tirana</h3>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ondata di sdegno ha raggiunto il suo culmine spostando il cuore della protesta direttamente nella capitale. Una marea umana ha invaso Piazza Scanderbeg a Tirana, sfilando in un corteo compatto davanti al Ministero dell&#8217;Ambiente e all&#8217;ufficio del Primo Ministro Edi Rama. I manifestanti hanno scelto come simbolo visivo della loro battaglia dei grandi fenicotteri gonfiabili, un richiamo alla fauna della laguna di Narta che rischia l&#8217;estinzione, esponendo cartelli con lo slogan <em>&#8220;Da Rrjolli al Pishë-Poro — Basta!&#8221;</em>, un grido che unisce il nord e il sud del paese accomunati dalla stessa paura di perdere la propria terra, consegnata in silenzio a interessi stranieri. Sulle strade della capitale risuonavano i cori <em>&#8220;L&#8217;Albania appartiene agli albanesi&#8221;</em> e <em>&#8220;Non vogliamo un&#8217;Albania come Dubai&#8221;</em>.<br>Di fronte a questa imponente mobilitazione, il premier Rama ha tentato una mossa di pacificazione dell&#8217;ultimo minuto, offrendo un incontro a una delegazione di venti attivisti. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il movimento civile ha però risposto con un netto e categorico rifiuto. I manifestanti pretendono il blocco immediato di tutti i macchinari pesanti e l&#8217;annullamento dei contratti opachi, rifiutando di farsi complici di una trattativa al ribasso e pretendendo il ripristino della legalità</mark></strong>.</p>



<h3 id="una-prospettiva-geopolitica-globale">Una prospettiva geopolitica globale</h3>



<p class="has-medium-font-size">Oltre a quanto riportato in premessa questa vicenda assume rilevanza anche in considerazione del fatto che l&#8217;Albania è un Paese ufficialmente candidato all&#8217;ingresso nell&#8217;Unione Europea. Il percorso di adesione imporrebbe il rispetto rigoroso degli standard comunitari in materia di democrazia ambientale, trasparenza e conservazione della biodiversità, come la rete Natura 2000 e la Convenzione di Aarhus. <strong>Calpestare queste tutele per compiacere l&#8217;oligarchia finanziaria americana non dovrebbe essere compatibile con il percorso europeo di Tirana</strong> svelando la debolezza di un sistema politico disposto a sacrificare i propri beni comuni <strong>per ottenere un ritorno d&#8217;immagine o una forma di protezione politica internazionale, legandosi a filo doppio con i futuri assetti geopolitici di Washington</strong>.<br>Oltretutto, ciò che sta accadendo in Albania è il riflesso speculare di un dramma globale, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">un esempio da manuale di capitalismo d&#8217;estrazione in cui pochi multimiliardari, forti dei loro capitali transnazionali, riescono a spadroneggiare su intere nazioni vulnerabili</mark></strong>. La resistenza civile ha però superato il punto di non ritorno: la cittadinanza ha compreso che non si tratta solo di difendere i nidi delle tartarughe marine o i fenicotteri della Vjosa-Narta, ma di difendere il principio stesso di democrazia e sovranità territoriale. Se pochi grandi investitori possono ridisegnare i confini geografici e legali di una nazione a colpi di miliardi e spray al peperoncino, allora la terra non appartiene più a chi la abita e la custodisce, ma al miglior offerente. </p>



<p class="has-medium-font-size">Siamo di fronte ad una radicale transizione verso la <strong>privatizzazione della diplomazia</strong> e <strong>la corporatizzazione dei beni pubblici globali</strong>. Esistono tre grandi direttrici analitiche che collegano direttamente questi due scenari apparentemente distanti.</p>



<h3 id="l-asse-transazionale-e-la-sovrapposizione-degli-attori">L&#8217;asse transazionale e la sovrapposizione degli attori</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il primo elemento di convergenza è puramente strutturale e riguarda la sovrapposizione delle figure chiave. Jared Kushner siede contemporaneamente nel comitato esecutivo del <strong>Board of Peace</strong> (l&#8217;organismo internazionale fortemente voluto dal Presidente Donald Trump per gestire la ricostruzione post-conflitto) e alla guida di <strong>Affinity Partners</strong>, il fondo privato che sta promuovendo il resort da 1,4 miliardi di euro sulle coste adriatiche. L&#8217;anello di congiunzione geopolitico è rappresentato dal Primo Ministro albanese Edi Rama. <strong>Quest’ultimo, da un lato ha difeso a oltranza l&#8217;investimento di Kushner a Vjosa-Narta contro il dissenso interno, e dall&#8217;altro ha firmato l&#8217;adesione dell&#8217;Albania come membro fondatore del Board of Peace</strong>, impegnando persino truppe albanesi nella forza di stabilizzazione internazionale per Gaza. Ci troviamo di fronte a un perfetto esempio di diplomazia transazionale personalizzata, in cui <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">l&#8217;allineamento geopolitico di uno Stato e la concessione di asset naturali strategici si fondono in un unico circuito di relazioni familiari e d&#8217;affari, scavalcando i tradizionali canali diplomatici multilaterali</mark></strong>.</p>



<h3 id="la-logica-del-club-dei-soci-e-la-mercificazione-dei-territori">La logica del &#8220;Club dei Soci&#8221; e la mercificazione dei territori</h3>



<p class="has-medium-font-size">Un secondo parallelismo profondo risiede nella <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">trasformazione dei processi decisionali in logiche puramente societarie</mark></strong>. <strong>Lo statuto del Board of Peace introduce un modello organizzativo inedito, in cui l&#8217;accesso permanente richiede una quota d&#8217;ingresso di un miliardo di dollari e il peso politico è proporzionale al capitale iniettato</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La risoluzione dei conflitti e la ricostruzione non vengono più trattate come beni pubblici globali o diritti, ma come un portafoglio di investimenti in grado di generare contratti e ritorni economici per investitori lungimiranti</mark></strong>. Questa identica &#8220;logica da consiglio d&#8217;amministrazione&#8221; si riflette sulle coste di Zvërnec e sull&#8217;isola di Sazan. Il patrimonio ecologico e la protezione ambientale della laguna non sono visti come beni collettivi da tutelare, <strong>bensì come risorse non sfruttate da mettere a profitto</strong>. Le leggi di tutela territoriale e i vincoli internazionali vengono trattati alla stregua di <strong>ostacoli burocratici da rimuovere con decreti governativi dall&#8217;alto</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">riducendo di fatto la sovranità statale a una joint venture privata</mark></strong>.</p>



<h3 id="l-esclusione-programmatica-del-dissenso-locale">L&#8217;esclusione programmatica del dissenso locale</h3>



<p class="has-medium-font-size">Il Board of Peace è strutturato in modo da accentrare il potere assoluto nelle mani della presidenza e di una cerchia ristretta di donatori, miliardari e leader nominati, <strong>escludendo dal tavolo proprio le comunità che dovranno subire i piani di ricostruzione</strong>. <strong>Questa asimmetria di potere è specularmente visibile in Albania</strong>. Il futuro del delta del Vjosa viene deciso all&#8217;interno di uffici finanziari a New York o a Tirana, mentre i residenti, gli scienziati e gli attivisti ambientali che manifestano in piazza vengono respinti da recinzioni di filo spinato e guardie giurate private. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">In entrambi i casi, l&#8217;architettura decisionale si sposta dall&#8217;arena pubblica e dalle regole collettive all&#8217;arbitrio del capitale privato</mark></strong>. La popolazione locale diventa così un dettaglio secondario di un piano economico già confezionato, confermando il trend verso un ordine mondiale in cui l&#8217;influenza politica e lo spazio geografico vengono progressivamente assegnati al miglior offerente.<br>La gestione dei territori e la finanza internazionale si rifondano in un nuovo paradigma geopolitico.</p>



<p class="has-medium-font-size">In un altro contesto mi sono ritrovato ad analizzare <strong>la transizione storica da un ordine mondiale fondato sugli Stati-nazione e sulle leggi pubbliche a un sistema dominato da piattaforme private e accordi transazionali</strong> (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/02/da-un-mondo-di-nazioni-e-leggi-a-un-mondo-di-piattaforme-private/">Da un mondo di nazioni e leggi a un mondo di piattaforme private?</a>) che mi pare trovi qui, nel progetto adriatico, un’altra manifestazione altrettanto nitida e allarmante. Dall’esame delle analogie profonde tra il modello emiratino e quello albanese <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mi pare emerga come entrambi rispondano alla medesima matrice di privatizzazione della geopolitica e di scomposizione della sovranità territoriale</mark></strong>.<br>Il primo e più evidente parallelismo risiede nella <strong>simbiosi strutturale tra il potere politico apicale e i veicoli finanziari privati della cerchia familiare di Donald Trump e Jared Kushner</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;acquisto del quarantanove per cento di World Liberty Financial da parte dello sceicco Tahnoun bin Zayed per cinquecento milioni di dollari funge da collante per grandi progetti infrastrutturali come il corridoio economico IMEC</mark></strong>. <strong>In modo del tutto speculare, in Albania assistiamo alla concessione di asset territoriali di inestimabile valore strategico ed ecologico, come l&#8217;isola di Sazan e l&#8217;area protetta di Vjosa-Narta, al fondo Affinity Partners di Kushner, operante in joint venture con la Sazan Real Estate Development</strong>. <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color"><strong>In entrambi gli scenari, la diplomazia internazionale cessa di essere una prerogativa diplomatica regolata da trattati multilaterali e si trasforma in un accordo societario privato</strong></mark>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Gli Stati non agiscono più come garanti del diritto pubblico, ma come facilitatori d&#8217;affari per un ristretto gruppo di investitori globali</mark></strong>.<br>Questo fenomeno si traduce in una sorte di <em>sovranità infrastrutturale</em>, un concetto che nel caso albanese assume una connotazione geografica e ambientale drammatica. <strong>Se nel contesto degli Emirati Arabi Uniti la sovranità si sposta sul controllo dei cavi in fibra ottica, dei server dell&#8217;intelligenza artificiale con la Pax Silica e della blockchain di pagamento legata alla stablecoin USD1, in Albania la medesima logica si applica alla riconfigurazione fisica del territorio</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">La creazione di un&#8217;enclave turistica da oltre diecimila stanze, protetta da recinzioni di filo spinato e guardie giurate private, configura la nascita di una vera e propria piattaforma spaziale privata inserita nel cuore dell&#8217;Europa</mark></strong>. Lo Stato albanese abdica alla sua funzione primaria di tutela del patrimonio naturale e di pianificazione urbanistica, <strong>delegando la gestione di centinaia di ettari di coste a un consiglio d&#8217;amministrazione estero</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il territorio cessa di essere un bene comune regolato dalle leggi nazionali ed europee sulla biodiversità e diventa una proprietà privata sottratta alla giurisdizione collettiva</mark></strong>.<br>Un ulteriore punto di convergenza assoluta riguarda il <strong>deficit di responsabilità democratica e l&#8217;insorgere di un modello tecnocratico che può fare del tutto a meno del consenso popolare</strong>. Anche il Board of Peace per Gaza è un organismo che opera secondo logiche di profitto e stabilità tecnica, <strong>escludendo i diritti civili e le popolazioni locali</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questa esatta dinamica si sta materializzando a Tirana e lungo le coste di Zvërnec</mark></strong>. Di fronte alle proteste di migliaia di cittadini e ai rapporti scientifici degli ecologisti che denunciano la distruzione dell&#8217;ecosistema della laguna, la risposta del Primo Ministro Edi Rama, che ha dichiarato l&#8217;impossibilità di fermare l&#8217;investimento finché sarà al governo, <strong>incarna perfettamente lo spirito dello Stato minimo neoliberista</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Le decisioni pubbliche vengono sottratte al dibattito democratico e blindate all&#8217;interno di accordi transazionali insindacabili. La legge, intesa come espressione della volontà popolare e del bilanciamento degli interessi sociali, viene sostituita dall&#8217;efficienza del piano di investimenti e dall&#8217;autorità del capitale</mark></strong>.<br>Il triangolo geopolitico tra Washington, Abu Dhabi e Tirana pare chiudersi attorno a una visione comune in cui <strong>i governi nazionali vengono ridotti a meri fornitori di sicurezza, con il compito principale di proteggere le infrastrutture e gli asset dei grandi fondi globali</strong>. La scelta dell&#8217;Albania di aderire come membro fondatore al Board of Peace e di schierare le proprie forze nella missione di stabilizzazione a Gaza non è isolata dal favore concesso ai progetti costieri di Affinity Partners. <strong>Si tratta del medesimo circuito di scambi in cui la concessione di hardware tecnologico avanzato o di licenze territoriali esclusive serve a cementare un ordine globale parallelo, immune alle sanzioni e impermeabile ai mutamenti politici interni</strong>. Attraverso questa saldatura, il caso albanese cessa di essere una isolata speculazione immobiliare per rivelarsi come un tassello fondamentale di quel <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">mondo di piattaforme private dove il codice, il contratto e il recinto privato comandano stabilmente sopra i confini e le leggi delle nazioni</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ripensando al mio articolo sull’<em>imbroglio energetico</em> (vedi <a href="https://www.francescocappello.com/2026/05/27/limbroglio-energetico-come-le-emergenze-e-la-speculazione-privata-stanno-spogliando-i-territori/">L’Imbroglio Energetico: la stretta relazione tra emergenza energetica e speculazione privata</a>) alla luce della faglia geopolitica che contrappone l’asse israelo-americano-emiratino alla Turchia nel Mediterraneo, mi pare che emerga una saldatura strategica con quanto fin qui descritto che vorrei provare a far emergere. Il caso italiano lungi dall’essere interpretabile come una vicenda di ordinaria speculazione domestica o di pura transizione ecologica fallimentare, sembra rivelarsi piuttosto come il terminale logistico e strutturale della medesima partita che si gioca a Valona, a Gaza e ad Abu Dhabi. C&#8217;è un filo rosso che unisce la spoliazione dei territori italiani attraverso gli espropri per impianti FER, l&#8217;imposizione delle infrastrutture fossili, con la militarizzazione strisciante e la privatizzazione della baia di Valona.</p>



<p class="has-medium-font-size">La sottrazione forzata delle terre ai coltivatori diretti italiani e alle aziende agricole locali per l&#8217;installazione di mega-impianti di energia rinnovabile non è una semplice stortura burocratica, ma rappresenta la manifestazione più intima, materiale e violenta del cambio di paradigma globale che stiamo indagando. Quando si uniscono i fili che collegano le piazze albanesi in rivolta, i progetti speculativi a Gaza del <em>Board of Peace</em> e la sovranità tecnologica degli Emirati, l&#8217;aggressione ai campi coltivati italiani rivela la sua vera natura: <strong>la scomposizione fisica della sovranità alimentare e territoriale a beneficio delle piattaforme private</strong>.<br>Il nesso operativo tra il dramma degli agricoltori italiani e i casi internazionali risiede <strong>nell&#8217;uso perverso della legislazione d&#8217;urgenza</strong>. Nel contesto italiano, la <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">&#8220;crisi climatica&#8221; e l&#8217;“emergenza energetica” vengono brandite dalle istituzioni come scudi giuridici per concedere a società private multinazionali e fondi di investimento poteri d&#8217;esproprio quasi illimitati.</mark></strong> Attraverso la dichiarazione di pubblica utilità e corsie autorizzative straordinarie, i terreni fertili che per generazioni hanno garantito l&#8217;economia reale e la sussistenza delle comunità locali vengono sottratti ai loro legittimi custodi. Questi spazi, strappati alla produzione di cibo, vengono istantaneamente ricoperti da distese di specchi fotovoltaici o pale eoliche industriali, del tutto slegati dai bisogni energetici del territorio circostante. <strong>Si tratta dello stesso identico dispositivo coloniale applicato dal governo di Tirana a sud di Valona: lì l&#8217;emergenza del necessario &#8220;sviluppo economico&#8221; legittima la riscrittura delle leggi sulle aree protette per consegnare le spiagge di Zvërnec e l&#8217;isola di Sazan alla Affinity Partners di Jared Kushner; in Italia, la medesima urgenza emergenziale legalizza la spoliazione delle campagne. Il recinto privato, protetto dai gendarmi statali o dalle guardie giurate, diventa il nuovo confine della terra</strong>.<br>Questa sistematica spoliazione agraria acquisisce un significato ancora più profondo se inserita nella mappa dello scontro marittimo e strategico nel Mediterraneo. Mentre si muove la faglia geopolitica che contrappone l&#8217;asse israelo-americano all&#8217;espansionismo navale turco della &#8220;Patria Blu&#8221; nei pressi di Pasha Limani, sul terreno si consuma una colonizzazione silenziosa dei vettori interni. Per blindare i corridoi logistici del gas, del GNL e delle nuove matrici elettriche centralizzate, <strong>l&#8217;ordine tecnocratico ha bisogno di azzerare qualsiasi forma di autosufficienza e resistenza locale</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il modello del <em>Board of Peace</em> applicato a Gaza sfrutta l&#8217;emergenza umanitaria della ricostruzione per fare tabula rasa del territorio, cancellare i diritti nativi e ridefinire la Striscia come una piattaforma commerciale e immobiliare d&#8217;avanguardia</mark></strong>. <strong>Allo stesso modo, la trasformazione delle campagne italiane in hub di speculazione rinnovabile mira a spezzare il legame simbiotico tra le comunità e la loro terra, sostituendo la piccola proprietà e l&#8217;agricoltura di territorio con una griglia estrattiva governata da consigli d&#8217;amministrazione transazionali</strong>.<br>In quest&#8217;ottica, la convergenza con il modello emiratino delle piattaforme private si fa totale. <strong>Se gli Emirati Arabi Uniti esercitano la propria sovranità infrastrutturale controllando i flussi immateriali dei dati, dei server e delle stablecoin, i colossi delle rinnovabili in Italia esercitano un controllo feudale sulla materia fisica del suolo</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Lo Stato-nazione abdica definitivamente alla sua funzione originaria di tutela della sicurezza alimentare e dell&#8217;integrità paesaggistica dei propri cittadini, riducendosi a mero esecutore e protettore degli interessi finanziari privati</mark></strong>. L&#8217;agricoltore espropriato in Puglia o in Sardegna, il pescatore albanese allontanato dalle dune recintate di Valona e il profugo palestinese escluso dai piani miliardari di ricostruzione condividono la medesima condizione esistenziale: <strong>sono i soggetti sacrificabili sull&#8217;altare dell&#8217;efficienza dei flussi di capitale</strong>. L&#8217;imbroglio energetico si svela così in tutta la sua interezza, dimostrando che l&#8217;imposizione delle tecnologie verdi serve innanzitutto come grimaldello normativo per compiere l&#8217;atto più antico della storia del potere: <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">recintare i beni comuni, espellere le popolazioni locali e trasformare la terra dei popoli nella piattaforma privata dei signori del mercato</mark></strong>.</p>



<h3 id="considerazioni-a-margine">Considerazioni a margine</h3>



<p>Il lavoro di contro-narrazione qui delineato mira a permettere di svelare <strong>la metamorfosi profonda della forma Stato, che cessa di essere il rappresentante dell&#8217;interesse pubblico per ridursi all&#8217;agenzia di sicurezza e facilitazione delle piattaforme stesse</strong>. Quando nelle comunità locali si diffonderà la consapevolezza che i decreti d&#8217;urgenza, i poteri commissariali e le leggi di esproprio facilitato non sono eccezioni temporanee dovute al momento di crisi, <strong>bensì la nuova modalità ordinaria con cui le istituzioni pubbliche gestiscono il territorio per conto terzi</strong>, la protesta potrà mutare radicalmente natura. Non si chiederà più alla politica una correzione di rotta o una trattativa al ribasso sulle compensazioni economiche; <strong>si contesterà frontalmente la legittimità di un sistema che ha sostituito il diritto e la sovranità con l&#8217;arbitrio del contratto privato</strong>. La vera consapevolezza trasformativa nasce quando l&#8217;agricoltore italiano espropriato riconosce nel manifestante di Valona che difende la laguna dal filo spinato, o nelle popolazioni escluse dai grandi tavoli diplomatici mediorientali, lo stesso identico destino all&#8217;interno di un unico, immenso perimetro di colonizzazione tecnocratica.</p>



<p>Per spezzare il meccanismo in atto, il primo passo politico e intellettuale da compiere può essere individuato nella<strong> disattivazione del ricatto morale dell&#8217;emergenza permanente</strong>. L&#8217;emergenza, sia essa energetica, climatica, umanitaria o geopolitica, <strong>agisce come un potentissimo anestetico sociale</strong>. Essa impone una dicotomia falsa e brutale: accettare il sacrificio immediato del territorio e dei beni comuni o rendersi complici di una catastrofe imminente, che si tratti del blackout nazionale, del collasso del pianeta, dell&#8217;instabilità militare o del collasso pandemico. Scardinare questo nodo significa mostrare l&#8217;hardware finanziario nascosto dietro il software ideologico della transizione. <strong>È necessario dimostrare, dati alla mano, che dietro la pala eolica che devasta un&#8217;azienda agricola o il mega-impianto fotovoltaico che cancella il suolo fertile non c&#8217;è una visione ecologica, ma lo stesso identico algoritmo estrattivo e transazionale che muove il fondo di Jared Kushner nei Balcani per contenere la &#8220;Patria Blu&#8221; turca, o i piani di ricostruzione a scopo di profitto del Board of Peace</strong>.</p>



<p>L’altro nodo critico urgente e strategico da scardinare per risvegliare le comunità risiede nella <strong>frammentazione della consapevolezza</strong>, ovvero nell&#8217;illusione che ogni singola battaglia territoriale sia un fatto isolato, una sfortuna geografica o una mera questione tecnica e settoriale. Finché gli agricoltori italiani vedranno l&#8217;esproprio dei loro campi coltivati come una sconsiderata gestione burocratica della transizione verde, e i cittadini albanesi percepiranno il resort di Sazan solo come un caso di corruzione del governo locale, <strong>l&#8217;imbroglio sovranazionale</strong> rimarrà protetto dalla sua stessa complessità. <strong>Il dispositivo di potere più efficace delle piattaforme private è proprio la capacità di parcellizzare il dissenso, costringendo le comunità a difendersi dentro recinti microscopici e corporativi mentre il capitale opera su scala globale</strong>.</p>



<p class="has-normal-font-size">[1] <strong>L&#8217;isola fortezza di Sazan</strong>. Situata nella parte settentrionale della baia di Valona, l&#8217;isola di Sazan chiude l&#8217;accesso a nord dell&#8217;insenatura. Il sito è storicamente qualificato come un&#8217;isola fortezza, un avamposto militare strategico che oggi si trova al centro delle contestazioni geopolitiche e ambientali poiché destinato a ospitare il resort turistico di lusso progettato dalla Affinity Partners di Jared Kushner. L’isola incontaminata di Sazan, all’interno di un parco marino, è stata ceduta a Jared Kushner per un investimento da 1,4 miliardi di dollari destinato alla realizzazione di un resort a cinque stelle. La transizione di questo spazio da presidio fortificato a enclave turistica privata costituisce uno dei nodi centrali della spoliazione territoriale e della perdita di controllo pubblico denunciata dai manifestanti albanesi.<br><strong>La base navale di Pasha Limani</strong>. Sul lato diametralmente opposto rispetto a Sazan, nell&#8217;estremità meridionale della medesima insenatura di Valona, sorge il porto militare e base navale di Pasha Limani. Questo sito rappresenta una storica roccaforte militare, originariamente sotto l&#8217;influenza sovietica e <strong>attualmente in uso alla Turchia</strong>. In virtù di storici accordi bilaterali siglati con il governo albanese, Ankara ha provveduto a rimodernare la base, utilizzandola come perno centrale della propria proiezione militare nei Balcani. <strong>La coesistenza nella stessa baia tra una base navale attiva a controllo turco e le imminenti concessioni territoriali alla piattaforma finanziaria di Kushner delinea la fitta trama di interessi geopolitici, marittimi e militari che insistono sull&#8217;area</strong>.</p>



<p class="has-normal-font-size">[2] Il termine <strong>&#8220;Mavi Vatan&#8221;</strong> si traduce letteralmente dalla lingua turca come <strong>&#8220;Patria Blu&#8221;</strong>. Si tratta di una dottrina strategica, militare e geopolitica di grande importanza, teorizzata originariamente nei primi anni Duemila da alti ufficiali della Marina turca e successivamente adottata come linea guida ufficiale della politica estera del governo di Ankara.<br>Questa dottrina definisce l&#8217;estensione dei confini marittimi, delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) e della piattaforma continentale che la Turchia rivendica come propria area di sovranità geopolitica ed economica nei tre mari che la circondano: <strong>il Mar Nero, il Mar Egeo e, soprattutto, il Mediterraneo orientale</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;assunto di fondo del Mavi Vatan è che la sicurezza, la ricchezza e l&#8217;indipendenza di una nazione non si difendano soltanto lungo le frontiere terrestri, ma richiedano il controllo assoluto e proattivo degli spazi marittimi adiacenti, considerati a tutti gli effetti un&#8217;estensione del territorio nazionale</mark></strong>.<br>La dottrina si scontra in modo frontale con l&#8217;architettura dei confini marittimi sostenuta dalla Grecia e dalla Repubblica di Cipro in conformità con il diritto internazionale. Secondo la visione della &#8220;Patria Blu&#8221;, le isole, comprese quelle greche densamente abitate e situate a ridosso delle coste anatoliche, non possiedono il diritto a una propria piattaforma continentale o a una ZEE estesa. <strong>Questa interpretazione ridurrebbe drasticamente lo spazio marittimo di Atene e Nicosia, espandendo simmetricamente la giurisdizione di Ankara su enormi porzioni di mare ricche di giacimenti di gas naturale</strong>.<br>Sul piano pratico, il Mavi Vatan ha offerto la giustificazione ideologica e strategica a una serie di mosse aggressive nello scacchiere mediterraneo. <strong>Tra queste spiccano il massiccio programma di potenziamento della flotta navale turca, l&#8217;invio di navi da guerra a scorta delle piattaforme di trivellazione nei fondali ciprioti e, non ultimo, lo storico accordo di delimitazione marittima siglato nel 2019 con il governo di Tripoli in Libia</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questo trattato ha tracciato un corridoio virtuale nel Mediterraneo volto a tagliare in due i collegamenti tra la Grecia, Cipro e il Medio Oriente, intralciando i progetti energetici europei e posizionando la Turchia in una postura di aperto contrasto rispetto all&#8217;asse concorrente formato da Atene, Nicosia, Il Cairo e Tel Aviv</mark></strong>.<br><br>[*] <strong>L&#8217;origine dei capitali:</strong> Durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, Kushner ha gestito direttamente le relazioni diplomatiche e politiche con i governi del Golfo Persico. Una volta lasciato l&#8217;incarico politico nel 2021, ha fondato la Affinity Partners ottenendo nel giro di pochi mesi un investimento di ben <strong>2 miliardi di dollari</strong> dal fondo sovrano dell&#8217;Arabia Saudita (nonostante i pareri contrari dei consulenti del fondo stesso), a cui si sono aggiunti 500 milioni dal Qatar e ingenti capitali dagli Emirati Arabi Uniti.</p>



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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 10:39:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='L’inganno del Mercosur: la regia dei fondi USA dietro il trattato' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/06/02/linganno-del-mercosur-la-regia-dei-fondi-usa-dietro-il-trattato-neo-coloniale/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="da-blackrock-a-vanguard-ecco-come-i-giganti-della-finanza-globale-vorrebbero-controllare-contemporaneamente-chimica-agrobusiness-e-big-pharma-stringendo-l-europa-in-una-morsa-commerciale-e-sanitaria-pesticidi-vietati-esportati-in-sudamerica-e-carne-a-basso-costo-sulle-nostre-tavole-il-business-a-tre-stadi-dei-fondi-d-investimento-che-bruxelles-tenta-di-imporre-aggirando-i-giudici-europei">Da BlackRock a Vanguard, ecco come i giganti della finanza globale vorrebbero controllare contemporaneamente chimica, agrobusiness e Big Pharma, stringendo l&#8217;Europa in una morsa commerciale e sanitaria. Pesticidi vietati esportati in Sudamerica e carne a basso costo sulle nostre tavole. Il business a tre stadi dei fondi d&#8217;investimento che Bruxelles tenta di imporre aggirando i giudici europei</h2>



<p class="has-medium-font-size">Se proviamo a sollevare il velo di propaganda che avvolge il Trattato Mercosur, ci accorgiamo che non siamo di fronte a un accordo di cooperazione, ma a un gigantesco meccanismo di sottomissione economica.<strong> Si tratta di un patto di stampo neo-coloniale fondato sullo scambio ineguale</strong>. Da una parte l&#8217;Europa, disperatamente a caccia di mercati per piazzare le sue automobili e i suoi prodotti chimici; dall&#8217;altra i colossi del Sudamerica, pronti a invadere i nostri mercati con prodotti agricoli e produzioni animali di bassa qualità a basso costo. Dietro questa facciata commerciale si nasconde un&#8217;architettura finanziaria spietata, che mette a rischio la nostra salute, l&#8217;ambiente e la sopravvivenza stessa delle nostre aziende e campagne.</p>



<h3 id="i-direttori-d-orchestra-il-filo-rosso-dei-grandi-fondi-d-investimento">I direttori d&#8217;orchestra: il filo rosso dei grandi fondi d&#8217;investimento</h3>



<p class="has-medium-font-size">La prima grande insidia, la più profonda e invisibile ai non addetti ai lavori, riguarda i veri registi di questa operazione. Non sono semplicemente gli Stati a volere questo trattato, e nemmeno le singole multinazionali. <strong>Il vero <em>trait d&#8217;union</em> è rappresentato dai grandi fondi di investimento internazionali, colossi finanziari globali come BlackRock, Vanguard e State Street</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Questi giganti della finanza non siedono da una sola parte del tavolo: controllano contemporaneamente le quote azionarie sia delle multinazionali europee che di quelle sudamericane</mark></strong>.<br>Si tratta di un circuito chiuso perfetto. Gli stessi fondi che possiedono pacchetti azionari decisivi in aziende chimiche, farmaceutiche e automobilistiche europee sono anche i principali azionisti dei colossi dell&#8217;agrobusiness oltreoceano. <strong>Per questi registi globali, il trattato Mercosur è il capolavoro definitivo: permette di massimizzare i profitti da entrambi i lati del pianeta</strong>, abbattendo le barriere doganali e costringendo i cittadini a pagare il prezzo sociale e ambientale di questa enorme operazione di speculazione.</p>



<h3 id="il-paradosso-chimico-la-triangolazione-dei-pesticidi-vietati"><strong>Il paradosso chimico: la triangolazione dei pesticidi vietati</strong></h3>



<p class="has-medium-font-size">Se scendiamo di un livello nella piramide del potere, troviamo i colossi industriali che beneficeranno direttamente del trattato. <strong>Da un lato abbiamo i giganti europei dell&#8217;automotive e della chimica, come i gruppi <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Volkswagen, BMW, Stellantis, Bayer e BASF</mark>. Dall&#8217;altro lato siedono i re dell&#8217;agrobusiness sudamericano, a cominciare da <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">JBS</mark>, la più grande azienda di lavorazione della carne al mondo, e <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Marfrig</mark>, imperi degli allevamenti intensivi cresciuti parallelamente alla distruzione delle foreste</strong>. <strong>Accanto a loro ci sono i dominatori mondiali del commercio di cereali e soia transgenica, i colossi americani <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Cargill e Bunge</mark></strong>.<br>Questa alleanza produce un mostro normativo che si riflette direttamente nei nostri piatti. <strong>Aziende europee come <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">la tedesca Bayer</mark> producono ed esportano in Brasile tonnellate di pesticidi contenenti sostanze chimiche che l&#8217;Europa ha vietato da decenni sui propri campi perché tossiche o letali per gli ecosistemi</strong>. <strong>Oltreoceano, immensi cartelli agricoli come il <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Gruppo Amaggi</mark>, guidato dalla famiglia del potente ex ministro brasiliano Blairo Maggi, o colossi como <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">SLC Agrícola</mark>, acquistano questa chimica vietata e la irrorano su milioni di ettari di monoculture</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-purple-color">Quella stessa soia intrisa di veleni viene poi comprata da Cargill, spedita nei porti europei per nutrire gli animali dei nostri allevamenti intensivi, mentre la carne di JBS arriva sulle nostre tavole a prezzi stracciati</mark></strong>.<br>Questa massiccia immissione nei nostri mercati di cibo coltivato con standard sanitari degradati e contaminato da residui chimici non provocherà solo un danno economico, ma colpirà a lungo termine il benessere della popolazione, generando un incremento della morbilità diffusa, ovvero un <strong>aumento di patologie croniche e disturbi della salute sul lungo periodo</strong>. Ed è qui che si chiude il cerchio perfetto dei grandi fondi d&#8217;investimento, entrando in gioco l&#8217;altro grande settore strategico in cui questi stessi fondi detengono quote miliardarie: <strong>le multinazionali farmaceutiche</strong>. Per i giganti di Big Pharma, la prospettiva di una popolazione europea esposta a cibi meno sani e a micro-intossicazioni costanti si traduce in un mercato di sbocco formidabile e inesauribile per i propri prodotti. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Il sistema, cinicamente, guadagna tre volte: prima vendendo i pesticidi vietati in Sudamerica, poi importando il cibo low-cost prodotto con quei veleni, e infine vendendo i farmaci necessari a trattare le patologie che quel medesimo modello alimentare contribuirà a diffondere</mark></strong>.<br>Tutto questo avviene mentre l&#8217;Unione Europea impone ai propri agricoltori regole severissime e costose in nome della sostenibilità, creando una concorrenza sleale che rischia di decimare la nostra economia rurale.</p>



<h3 id="la-bomba-ecologica-e-il-costo-umano">La bomba ecologica e il costo umano</h3>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;aumento della domanda europea di carne e soia offre un incentivo formidabile ai grandi latifondisti sudamericani per continuare a radere al suolo la Foresta Amazzonica e il Cerrado. Il capitolo del trattato dedicato allo sviluppo sostenibile, sbandierato da Bruxelles per tranquillizzare l&#8217;opinione pubblica, è un colossale esercizio di <em>greenwashing</em>: non prevede alcuna sanzione economica o blocco dei commerci in caso di violazione degli accordi sul clima, il tormentone europeo.<br>Questo modello economico basato sul profitto ad ogni costo si regge anche su una <strong>sistematica violazione dei diritti umani</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Per fare spazio alle sterminate distese di pascoli e alle monoculture transgeniche, le comunità indigene e i piccoli contadini sudamericani vengono cacciati con la violenza dalle loro terre ancestrali</mark></strong>. Il trattato cementa questo squilibrio, condannando interi paesi del Sudamerica a rimanere semplici esportatori di materie prime grezze e importatori di tecnologia europea, bloccando di fatto il loro sviluppo industriale autonomo.</p>



<h3 id="l-europa-all-angolo-una-scelta-dettata-dalla-disperazione">L&#8217;Europa all&#8217;angolo: una scelta dettata dalla disperazione</h3>



<p class="has-medium-font-size">Viene da chiedersi perché i vertici di Bruxelles stiano spingendo così tanto per un accordo così penalizzante. La risposta risiede nell&#8217;attuale isolamento geopolitico del vecchio continente. Dopo i radicali mutamenti nello scenario internazionale e la rottura diplomatica ed economica con la Russia, l&#8217;Europa ha perso l&#8217;accesso all&#8217;energia e alle materie prime a basso costo che per quarant&#8217;anni hanno sostenuto la sua manifattura. Al contempo, il progressivo e forzato distacco commerciale dalla Cina sta privando le nostre aziende del loro principal mercato di sbocco.<br>Spaventata dal declino industriale e rimasta drammaticamente sola sullo scacchiere globale, l&#8217;Unione Europea ha visto nel Sudamerica l&#8217;ultima spiaggia per recuperare mercati e assicurarsi risorse strategiche per il futuro, come il <strong>litio argentino per le batterie elettriche</strong>. Ma negoziare in una condizione di assoluta debolezza significa accettare le condizioni dettate dai mercati e dai grandi fondi speculativi, sacrificando l&#8217;agricoltura e la sicurezza alimentare dei propri cittadini pur di salvare i bilanci delle grandi multinazionali.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La storia dei rapporti commerciali tra l&#8217;Europa e il continente americano</strong> è costellata di mega-accordi nati sotto la spinta delle grandi lobby industriali e finanziarie, ma poi naufragati a causa delle proteste popolari, della difesa degli standard alimentari o della tutela della privacy e della sovranità statale. Passiamoli brevemente in rassegna</p>



<h3 id="il-ttip-e-la-rivolta-contro-i-tribunali-privati">Il TTIP e la rivolta contro i tribunali privati</h3>



<p class="has-medium-font-size">Avviato ufficialmente nel corso del duemilatredici, <strong>il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti</strong> mirava a fondere i mercati di Europa e Stati Uniti nella più grande area di libero scambio del pianeta. I movimenti civili lo ribattezzarono subito <strong>il trattato segreto</strong> poiché i negoziati si svolgevano a porte blindatissime, al punto che persino i parlamentari europei potevano consultare i testi solo in stanze di massima sicurezza, senza telefoni e sotto stretta sorveglianza.<br>L&#8217;opinione pubblica europea è letteralmente insorta quando sono emersi i dettagli sui rischi di vedere invaso il mercato interno dal famigerato pollo lavato al cloro americano, dalla carne trattata con ormoni della crescita e dagli organismi geneticamente modificati senza un&#8217;etichettatura trasparente. L&#8217;ostacolo più insormontabile si è rivelato però <strong>la clausola di arbitrato privato</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">un meccanismo giuridico che avrebbe concesso alle multinazionali statunitensi il potere di citare in giudizio i singoli governi europei qualora una legge nazionale a tutela della salute o dell&#8217;ambiente avesse intralciato i loro profitti industriali</mark></strong>. Con il cambio di amministrazione a Washington le trattative si sono arenate, finché l&#8217;Unione Europea non ha dichiarato l&#8217;accordo ufficialmente obsoleto.</p>



<h3 id="l-acta-e-la-battaglia-per-la-liberta-della-rete">L&#8217;ACTA e la battaglia per la libertà della rete</h3>



<p class="has-medium-font-size">Sebbene fosse un accordo multilaterale esteso anche a partner come Giappone e Canada, l&#8217;asse portante dell&#8217;<strong>Accordo commerciale anticontraffazione</strong> poggiava solidamente sul legame tra Washington e Bruxelles. Firmato formalmente da molti governi europei, il trattato si è rivelato ben presto un pericoloso cavallo di Troia volto a limitare le libertà digitali, violare la privacy dei cittadini e bloccare l&#8217;accesso globale ai farmaci generici.<br><strong>Le norme interne avrebbero costretto i fornitori di servizi internet a monitorare e spiare costantemente il traffico web degli utenti, criminalizzando la condivisione di file online a esclusivo vantaggio delle grandi multinazionali americane del copyright</strong>. Nel luglio dello stesso anno, dopo che milioni di cittadini erano scesi in piazza a protestare in tutte le principali città del continente, il Parlamento Europeo ha respinto l&#8217;accordo con una maggioranza schiacciante, infliggendo una storica sconfitta alle pressioni delle lobby industriali.</p>



<h3 id="il-mai-e-il-tentativo-di-superare-la-sovranita-degli-stati">Il MAI e il tentativo di superare la sovranità degli Stati</h3>



<p class="has-medium-font-size">Facendo un salto indietro fino alla fine degli anni Novanta, l&#8217;<strong>Accordo multilaterale sugli investimenti</strong>, negoziato in segreto all&#8217;interno dell&#8217;OCSE, rappresenta l&#8217;autentico antenato di tutti i moderni patti commerciali contestati. Fortemente caldeggiato dalle élite finanziarie statunitensi, <strong>il testo stabiliva un principio radicale, elevando lo status giuridico degli investitori stranieri a un livello pari o superiore a quello degli Stati sovrani</strong>.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">I governi firmatari non avrebbero più potuto imporre vincoli ambientali, tutele sul lavoro o norme di salute pubblica alle multinazionali, poiché tali leggi sarebbero state etichettate come barriere commerciali illegittime</mark></strong>. Fu una delle prime grandi vittorie dei movimenti civili globali e del neonato popolo del web: la Francia, sotto la pressione di una mobilitazione di massa del mondo della cultura e dei sindacati, ritirò ufficialmente la propria partecipazione, provocando il definitivo collasso di tutta la struttura negoziale.</p>



<h3 id="il-tisa-e-lo-spettro-delle-privatizzazioni-permanenti">Il TiSA e lo spettro delle privatizzazioni permanenti</h3>



<p class="has-medium-font-size">Meno celebre nelle cronache ma altrettanto pervasivo, l&#8217;<strong>Accordo sul commercio dei servizi</strong> è stato discusso in segreto per anni tra oltre venti membri dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio, inclusi Stati Uniti e Unione Europea. <strong>L&#8217;obiettivo profondo dell&#8217;intesa era la liberalizzazione e la privatizzazione di settori cruciali per il welfare come la sanità, la gestione delle reti idriche, i trasporti pubblici e la gestione dei dati digitali.<br><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">L&#8217;insidia più drammatica nascosta nel testo era la cosiddetta </mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-black-color">clausola cricco</mark><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">, un meccanismo burocratico secondo cui, una volta che un governo avesse deciso di privatizzare un determinato servizio pubblico, nessun governo futuro avrebbe mai più potuto nazionalizzarlo o riportarlo sotto il controllo statale, indipendentemente dal voto dei cittadini</mark></strong>. Le rivelazioni e le fughe di notizie della piattaforma WikiLeaks scatenarono il panico nell&#8217;opinione pubblica europea, svelando l&#8217;intenzione di deregolamentare ulteriormente persino i mercati finanziari, portando al blocco totale e definitivo delle trattative.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La radice dello scontro: due filosofie opposte</strong><br>Questi fallimenti storici nascevano da una distanza culturale profonda tra le due sponde dell&#8217;Atlantico. L&#8217;Europa ha avuto come guida e per legge <strong>il Principio di Precauzione</strong> (significativamente violato nell’epoca dell’emergenza pandemica con l’accettazione europea delle nuove biotecnologie come i vaccini mRNA ecc.), secondo cui un prodotto o una sostanza chimica non può essere immessa sul mercato finché non è scientificamente dimostrato che sia sicura per l&#8217;uomo e per l&#8217;ambiente. Al contrario, il modello americano applica <strong>il principio del rischio</strong>, in base al quale un prodotto si vende liberamente finché qualcuno non dimostra in tribunale, spesso dopo anni di danni e controversie, la sua nocività. Finché i grandi trattati commerciali cercheranno di assimilare il modello europeo a quello delle multinazionali d&#8217;oltreoceano, si spera che la resistenza dei cittadini e dei parlamenti rimarrà un ostacolo insormontabile. Ma ci sono purtroppo molti segnali di cedimento facilitati dall’isolamento geopolitico in cui l’Unione europea si è costretta a causa della politica suicida della Commissione nei confronti della Russia. </p>



<h3 id="la-trincea-giuridica-il-voto-di-gennaio-congelamento-della-corte-ue-e-blitz-burocratico-di-bruxelles">La trincea giuridica: il voto di gennaio. Congelamento della Corte UE e blitz burocratico di Bruxelles</h3>



<p class="has-medium-font-size">In questo scenario apparentemente senza via d&#8217;uscita, una speranza concreta è arrivata cinque mesi fa, precisamente il <strong>21 gennaio 2026</strong>. Come riportato dalle cronache dell&#8217;ANSA in quei giorni, un gruppo trasversale di 140 eurodeputati è riuscito a portare in aula una mozione durissima contro il trattato, approvata con una maggioranza risicatissima: 334 voti favorevoli contro 324 contrari.<br>Grazie a quel voto, <strong>l&#8217;accordo Mercosur è stato ufficialmente deferito alla Corte di Giustizia dell&#8217;Unione Europea</strong>. Questo significa che l&#8217;iter politico è attualmente <strong>congelato</strong>: i giudici di Lussemburgo dovranno valutare nei prossimi due anni se il trattato violi i principi fondamentali dell&#8217;Unione in materia di ambiente e salute.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il congelamento legale della ratifica rappresenta una boccata d&#8217;ossigeno ma la partita non è affatto chiusa.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nelle ultime settimane, infatti, la Commissione Europea, spinta con forza dai vertici industriali tedeschi, sta tentando un pericoloso contropiede burocratico: <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">la cosiddetta &#8220;applicazione provvisoria&#8221;</mark></strong>. <strong>Bruxelles vorrebbe scorporare l&#8217;accordo, facendo partire immediatamente la sola parte commerciale di sua esclusiva competenza, aggirando così sia l&#8217;attesa della Corte di Giustizia che il voto dei singoli parlamenti nazionali</strong>. Questa forzatura sta esasperando gli animi a Bruxelles, trovando la ferma opposizione della Francia e riaccendendo le proteste di piazza degli agricoltori in tutta Europa. La battaglia istituzionale è entrata nel vivo, e l&#8217;esito deciderà se il futuro del nostro cibo e del pianeta rimarrà nelle mani dei cittadini o in quelle dei direttori d&#8217;orchestra della grande finanza.</p>



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		<title>Il carbonio di cui è composto il corpo delle piante, degli alberi e di tutte le creature viventi origina dalla “famigerata” anidride carbonica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Cappello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 09:31:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Ambiente e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza e Contemplazione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il carbonio di cui è composto il corpo delle piante, degli alberi e di tutte le creature viventi origina dalla “famigerata” anidride carbonica' data-link='https://www.francescocappello.com/2026/05/18/il-carbonio-di-cui-e-composto-il-corpo-delle-piante-degli-alberi-e-di-tutte-le-creature-viventi-origina-dalla-famigerata-anidride-carbonica/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 id="dall-antico-enigma-del-salice-ai-segreti-della-fisica-quantistica-come-i-giganti-della-foresta-e-i-nostri-stessi-corpi-nascono-da-un-invisibile-soffio-d-aria-che-la-luce-del-sole-ha-imparato-a-rendere-solido"><strong>Dall’antico enigma del salice ai segreti della fisica quantistica: come i giganti della foresta, e i nostri stessi corpi, nascono da un invisibile soffio d’aria che la luce del sole ha imparato a rendere solido</strong></h2>



<p class="has-medium-font-size">Eccoci al cospetto di una quercia secolare, un gigante silenzioso che sorge dalla terra sollevando tonnellate di legno verso il cielo. La nostra intuizione, nutrita da secoli di logica apparente, ci suggerisce una bugia rassicurante: che quel colosso sia figlio della terra, cresciuto divorando il suolo attraverso le sue radici. Eppure, se potessimo pesare il terreno attorno a quel gigante, scopriremmo che quasi nulla è andato perduto. La verità è molto più simile a un incantesimo: <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">quell’albero immenso, solido e pesante, non è altro che “aria solidificata”</mark></strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="1024" height="559" src="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/05/image-2.png" alt="" class="wp-image-18619" srcset="https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/05/image-2.png 1024w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/05/image-2-300x164.png 300w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/05/image-2-768x419.png 768w, https://www.francescocappello.com/wp-content/uploads/2026/05/image-2-640x349.png 640w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="has-medium-font-size">Come noto i logogrammi della scrittura cinese non rappresentano suoni ma parole o concetti. Il <strong>logogramma arcaico dell’albero è costituito</strong>&nbsp;(pittogramma) da un tronco da cui si dipartono simmetricamente radici che affondano nella terra, così come nella parte superiore radici aeree che si abbarbicano nel cielo.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Il tronco (il tratto verticale)</strong>&nbsp;rappresenta l&#8217;asse del mondo, ciò che connette il basso con l&#8217;alto.&nbsp;<strong>I rami,&nbsp;</strong>nel carattere arcaico, si protendono verso l&#8217;alto e verso l&#8217;esterno. Sono, a tutti gli effetti, &#8220;<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">radici aeree</mark></strong>&#8221; che cercano la luce e l’aria (in cui è presente l’anidride carbonica).&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Le radici</strong>, i tratti in basso si specchiano quasi perfettamente con quelli superiori, affondando simbolicamente nella terra.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L&#8217;albero ha radici verso il cielo</mark></strong>. È una creatura speculare con una simmetria che suggerisce come esso tragga nutrimento da entrambi i regni: dalla&nbsp;<strong>Terra</strong>, attraverso le radici invisibili, dal&nbsp;<strong>Cielo</strong>, attraverso le &#8220;radici&#8221; visibili, <strong>i rami che si nutrono di luce ed aria</strong>…</p>



<p class="has-medium-font-size">L’albero più grande del mondo in termini di volume e di massa complessiva è il&nbsp;<strong>Generale Sherman</strong>&nbsp;(<em>General Sherman</em>), una sequoia gigante (<em>Sequoiadendron giganteum</em>) situata nel Sequoia National Park, in California. Il peso stimato del Generale Sherman è di circa&nbsp;<strong>2.000 tonnellate</strong>&nbsp;(circa 2 milioni di chilogrammi). pari al peso di circa 400 elefanti africani adulti o a 15 aerei di linea Boeing 737 a pieno carico. Il suo tronco alla base supera gli 11 metri. Tra due e tre millenni l’età stimata.</p>



<h3 id="l-enigma-del-salice-quando-l-aria-si-fece-legno"><strong>L&#8217;enigma del salice: quando l&#8217;aria si fece legno</strong></h3>



<p class="has-medium-font-size">Nel ‘600, uno scienziato fiammingo mise alla prova questa apparente certezza: piantò un piccolo salice in novanta chili di terra perfettamente asciugata e lo innaffiò per cinque anni. L’albero crebbe di ben settantaquattro chilogrammi, ma il terreno, una volta essiccato e pesato di nuovo, aveva perso appena sessanta grammi. I numeri frantumarono la convinzione di secoli: la materia dell&#8217;albero non proveniva dal suolo.<br>Nella penombra del suo laboratorio a Bruxelles, il medico e alchimista <strong>Jan Baptist van Helmont</strong> osservava il mondo con l&#8217;inquietudine tipica dei pionieri. Da secoli l&#8217;umanità si cullava in una certezza tanto ovvia quanto ingenua: le piante crescono divorando la terra. Si pensava che il suolo fosse una sorta di immenso stomaco e che le radici fossero bocche silenziose pronte a inghiottirne i nutrimenti. Ma a Van Helmont quell&#8217;ovvietà non bastava. Voleva i numeri. Voleva costringere la natura a confessare il suo segreto. Con la precisione metodica che avrebbe gettato le basi della chimica moderna, lo scienziato fiammingo diede inizio a un viaggio lungo cinque anni. Prese un enorme vaso d&#8217;argilla e vi versò esattamente <strong>90 chilogrammi di terra</strong>, precedentemente essiccata in un forno per eliminare ogni traccia d&#8217;umidità interna. Al centro di quel deserto in miniatura piantò un giovane ramoscello di salice, un fuscello esile del peso di appena <strong>due chilogrammi</strong>. Per evitare che la polvere trasportata dal vento potesse alterare il peso del terreno, coprì il bordo del vaso con una lamina di ferro traforata: solo l&#8217;acqua e l&#8217;aria avrebbero avuto accesso a quella terra prigioniera. Da quel giorno, per cinque lunghi anni, il compito di Van Helmont si ridusse a un gesto quotidiano, quasi rituale: annaffiare il salice. Nient&#8217;altro. Solo acqua piovana o distillata, e una pazienza sconfinata. Il salice, stagione dopo stagione, affondò le radici, allargò le sue fronde, rispose al richiamo della luce e crebbe, diventando un albero robusto e frondoso. Nel 1613 arrivò il momento della verità. Van Helmont estrasse delicatamente l&#8217;albero dal vaso, ripulendo le radici da ogni briciolo di terra con cura maniacale. Passò il salice sulla bilancia: pesava ben <strong>76 chilogrammi</strong>. In cinque anni, quel piccolo ramoscello aveva guadagnato <strong>74 chili di materia</strong>. Poi, l&#8217;attenzione si spostò sul vaso. Lo scienziato raccolse tutta la terra, la sottomise allo stesso processo di essiccazione di cinque anni prima e la pesò nuovamente. Se la teoria classica fosse stata corretta, il terreno avrebbe dovuto ridursi drasticamente. Il braccio della bilancia, invece, si mosse appena. <strong>La terra aveva perso solo 60 grammi</strong>! I numeri parlavano chiaro: quei 74 chilogrammi di legno, corteccia e foglie non provenivano dal suolo. Il dogma millenario si era sbriciolato di fronte a una manciata di grammi mancanti.<br>Van Helmont, sbalordito dal risultato, formulò l&#8217;unica conclusione che all&#8217;epoca appariva logica: se la materia dell&#8217;albero non arrivava dalla terra, doveva per forza derivare dall&#8217;unica cosa che gli era stata somministrata. <strong>L&#8217;acqua.</strong> L&#8217;acqua, nel pensiero dello scienziato, si era miracolosamente trasformata in legno solido. <strong>Era una conclusione affascinante, ma errata</strong>. L’illusione dell’acqua si dissolse definitivamente nel cuore della fotosintesi, dove la luce del sole compie una scelta anatomica straordinaria. Spezzando la molecola d&#8217;acqua, la pianta scarta l&#8217;ossigeno — il gigante atomico che da solo pesa ben sedici volte più dell&#8217;idrogeno — e lo restituisce al cielo sotto forma di respiro per il mondo. Di tutta quella pioggia, l&#8217;albero trattiene per sé solo l&#8217;idrogeno, una piuma tra gli elementi, per agganciarlo saldamente al carbonio rapito dall&#8217;aria. È proprio la nascita di questo legame C-H, una stretta di mano chimica e invisibile, a imprigionare l&#8217;energia del sole e a tessere, atomo dopo atomo, l&#8217;architettura solida del legno. La natura aveva teso a Van Helmont un ultimo, invisibile tranello. Lo scienziato fiammingo non poteva sapere che l&#8217;albero, per cinque anni, non aveva fatto altro che &#8220;respirare&#8221;. Il vero costruttore del salice era l&#8217;elemento che riempiva la stanza ma che nessuno poteva ancora pesare: l&#8217;anidride carbonica sospesa nell&#8217;aria, catturata foglia dopo foglia per trasformarsi in materia vivente attraverso la luce.<br>Van Helmont non aveva scoperto la fotosintesi, ma aveva dimostrato un miracolo ancora più grande: che <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">i giganti delle nostre foreste sono, letteralmente, fatti di aria e di sole</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tutto comincia quindi con un respiro invisibile. Attraverso milioni di minuscole bocche, gli <strong>stomi</strong>, l’albero setaccia l’atmosfera catturando molecole di anidride carbonica (CO2) <strong>di cui si nutre</strong>, un gas impalpabile che fluttua intorno a noi. Con la precisione di un alchimista molecolare, <strong>la pianta smonta queste particelle invisibili, espelle l’ossigeno per permetterci di respirare e trattiene per sé il carbonio</strong>. Quel carbonio, che un istante prima era nulla nel vento, viene incatenato per formare la spina dorsale di tutto ciò che possiamo toccare: la trama ruvida della corteccia, le fibre dense del tronco e la danza leggera delle foglie.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa meraviglia non si ferma ai confini del bosco, ma scorre nelle nostre stesse vene. Poiché ogni caloria che consumiamo è nata da questo processo, noi stessi siamo figli del vento e del sole. Ogni atomo di carbonio che oggi compone i nostri muscoli, il nostro cuore o i pensieri nel vostro cervello, non molto tempo fa era gas disperso nell&#8217;atmosfera, forse parte di una nuvola o del respiro di qualcun altro. I nostri corpi (non così la nostra coscienza) sono tutti arrangiamenti temporanei di un’aria che ha imparato a cucirsi insieme attraverso la luce. L’albero dunque non succhia la vita dalla terra, ma la danza tra il cielo e il sole. Comprendere questo non sminuisce la bellezza della natura, ma la eleva a un livello di stupore quasi mistico. Come amava ricordare Richard Feynman, guardare un albero sapendo che è fatto di aria non toglie nulla al piacere della vista, ma aggiunge uno strato di meraviglia profonda a una realtà che troppo spesso diamo per scontata: siamo tutti parte di un unico, immenso respiro che la luce ha deciso di rendere solido. </p>



<p class="has-medium-font-size">Ma per compiere questo miracolo serve una forza immensa, e l’albero la attinge direttamente dal cosmo. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-green-cyan-color">La fotosintesi</mark></strong> non è un semplice processo biologico, ma un prodigio della fisica e della chimica dove la luce stessa si trasforma in corpo. Quando la radiazione elettromagnetica del Sole, dopo un viaggio di 150 milioni di chilometri, colpisce la clorofilla, essa &#8220;carica&#8221; gli elettroni fornendo l’energia necessaria per forgiare i legami che tengono insieme le “particelle” di materia. In quel preciso istante, l’energia pura di una stella viene imprigionata in catene di zucchero e cellulosa.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">Sebbene si possa descrivere la fotosintesi a grandi linee come un processo chimico &#8220;classico&#8221;, l&#8217;incredibile efficienza con cui le piante convertono la luce in energia rimane un mistero insolubile senza ricorrere alle leggi della meccanica quantistica. Quando un fotone (una particella di luce) colpisce una foglia, l&#8217;energia deve viaggiare attraverso un labirinto di proteine (il complesso antenna) fino a raggiungere il&nbsp;<strong>centro di reazione</strong>, dove verrà trasformata in energia chimica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Secondo la fisica classica, questa energia dovrebbe muoversi come una pallina in un flipper: rimbalzando casualmente da una molecola all&#8217;altra finché non &#8220;trova&#8221; la via d&#8217;uscita. Ma questo metodo (chiamato random walk) è inefficiente: troppa energia andrebbe persa sotto forma di calore durante i rimbalzi. Invece, la fotosintesi ha un&#8217;efficienza vicina al&nbsp;<strong>100%</strong>.&nbsp;</p>



<h3 id="la-sovrapposizione-prendere-tutte-le-strade-insieme"><strong>La sovrapposizione: prendere tutte le strade insieme</strong></h3>



<p class="has-medium-font-size">Il segreto sta nel modo in cui l&#8217;energia viaggia. Grazie a un fenomeno chiamato&nbsp;<strong>coerenza quantistica</strong>, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">l&#8217;energia non si comporta come una pallina, ma come un&#8217;onda</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Invece di scegliere un percorso alla volta, l&#8217;energia entra in uno stato di&nbsp;<strong>sovrapposizione</strong>: si muove lungo&nbsp;<strong>tutti i percorsi possibili contemporaneamente</strong>. È come se avessi un labirinto e potessi percorrerne ogni corridoio nello stesso istante: troveresti l&#8217;uscita immediatamente, <strong>senza mai perderti in un vicolo cieco</strong>. <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Una volta trovata la strada più veloce, l&#8217;onda &#8220;collassa&#8221; e l&#8217;energia arriva al centro di reazione con una precisione chirurgica</mark></strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Normalmente, i fenomeni quantistici (come la sovrapposizione o l&#8217;entanglement) sono fragilissimi e avvengono solo in laboratori a temperature vicine allo zero assoluto (-273°C). Se l&#8217;ambiente è &#8220;caldo e umido&#8221; (come l&#8217;interno di una cellula viva), la coerenza quantistica dovrebbe svanire all&#8217;istante.</p>



<p class="has-medium-font-size">Eppure, le piante hanno trovato il modo di mantenere questa &#8220;magia quantistica&#8221; a temperatura ambiente. Le proteine che circondano i pigmenti agiscono come una sorta di ammortizzatore, proteggendo la coerenza quantistica quanto basta per permettere all&#8217;energia di arrivare a destinazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Senza i comportamenti quantistici, le piante sarebbero estremamente inefficienti e la vita sulla Terra come la conosciamo non avrebbe avuto abbastanza energia per evolversi.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Quando guardiamo una foglia al sole, non stiamo solo guardando un sistema biologico, ma il computer quantistico più antico e sofisticato del pianeta</strong>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Un computer quantistico moderno, per funzionare, ha bisogno di temperature vicine allo zero assoluto e di un isolamento totale, perché il minimo &#8220;rumore&#8221; termico distrugge la coerenza (la capacità di restare in più stati contemporaneamente).</p>



<p class="has-medium-font-size">Eppure, una foglia sotto il sole estivo a 30°C riesce a fare quello che i nostri laboratori miliardari faticano a ottenere. Come fa?</p>



<h3 id="il-segreto-il-rumore-come-alleato">Il segreto: Il rumore come alleato!</h3>



<p class="has-medium-font-size">Mentre nei computer quantistici costruiti dall&#8217;uomo il rumore ambientale è il &#8220;cattivo&#8221; da eliminare, nella fotosintesi la natura ha adottato una strategia opposta. La cellula non cerca di isolarsi dal calore, ma lo usa per &#8220;scuotere&#8221; il sistema.</p>



<h3 id="trasporto-assistito-dal-rumore-noise-assisted-transport"><strong>Trasporto assistito dal rumore (Noise-assisted transport)</strong></h3>



<p class="has-medium-font-size">Le proteine che avvolgono i pigmenti della foglia non sono solo contenitori inerti; vibrano continuamente. Queste vibrazioni, che i fisici chiamano <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-green-cyan-color">fononi</mark></strong>, agiscono come un ritmo di tamburo che &#8220;spinge&#8221; l&#8217;energia. Se l&#8217;energia quantistica rimanesse bloccata in un vicolo cieco del labirinto molecolare, una vibrazione della proteina le darebbe il &#8220;colpetto&#8221; giusto necessario per saltare verso la strada giusta.</p>



<p class="has-medium-font-size">In fisica, questo si chiama <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">accoppiamento vibronico</mark></strong>. La natura non combatte il caos termico; lo ha addomesticato per evitare che l&#8217;onda quantistica resti intrappolata.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è a caso che ci sia chi studia le foglie per costruire computer quantistici.&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size">Esiste, infatti, un intero campo di ricerca che cerca di &#8220;rubare&#8221; i segreti delle piante. Scienziati come <strong>Seth Lloyd</strong> del MIT o <strong>Greg Scholes</strong> dell&#8217;Università di Princeton sono tra i pionieri che studiano come applicare i principi della fotosintesi alla tecnologia dell&#8217;informazione quantistica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Essi lavorano su&nbsp;<strong>qubit</strong> &#8220;robusti&#8221;. L&#8217;obiettivo è progettare qubit che, invece di rompersi al primo accenno di calore, utilizzino le vibrazioni dell&#8217;ambiente circostante per stabilizzarsi, proprio come fanno le proteine nella foglia.<br>Ne parleremo<br>Fine prima parte</p>



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