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	<title>Brasile &#8211; Seminare Domande [www.pangeanotizie.it]</title>
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	<description>Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere – Danilo Dolci</description>
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		<title>Il risveglio del Sud Globale. La vittoria di Lula in Brasile ridisegna gli equilibri mondiali e parla all&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 12:05:00 +0000</pubDate>
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<p>C’è un respiro di sollievo che attraversa l’intero Sud Globale, e parte proprio dal cuore dell&#8217;America Latina. La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile non è stata semplicemente una vittoria elettorale nazionale, ma un evento geopolitico di portata storica che <strong>ha blindato il futuro del mondo multipolare e il progetto dei BRICS</strong>. Se le urne avessero premiato la dinastia Bolsonaro, l’intero subcontinente sudamericano avrebbe rischiato di trasformarsi nuovamente nel &#8220;cortile di casa&#8221; di Washington, suggellando il trionfo di una Nuova Dottrina Monroe. Invece, la &#8220;B&#8221; dei BRICS è rimasta saldamente al suo posto. Questo successo irradia un importante &#8220;potere dell&#8217;esempio&#8221;: <strong>dimostra ai Paesi in via di sviluppo che è possibile vincere mantenendo la propria autonomia, rifiutando le logiche sanzionatorie dell&#8217;Occidente</strong> e ritagliandosi uno spazio indipendente in un mondo in rapida trasformazione.</p>
<p>Questo argine eretto da Brasilia è tanto più vitale se si osserva la tempesta politica che sta investendo il resto del subcontinente. <strong>L&#8217;America Latina è oggi il teatro di una complessa controffensiva guidata da forze conservatrici, profondamente allineate agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e di Israele, che puntano a smantellare i governi progressisti per restaurare un&#8217;egemonia incontrastata</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>In questo scacchiere, la mancata saldatura tra l&#8217;estrema destra brasiliana e quella dei Paesi vicini ha salvato il sogno multipolare da un accerchiamento che sarebbe stato fatale</strong></span>.</p>
<p>Il caso più emblematico di questa ondata reazionaria è la vicina <strong>Argentina</strong>, finita nelle mani di Javier Milei. Oltre a sventolare lo spauracchio della dollarizzazione &#8211; una rinuncia alla sovranità monetaria che storicamente ha spianato la strada alle brutali politiche di austerità del Fondo Monetario Internazionale e alle svendite del patrimonio pubblico ai fondi di private equity stranieri con conseguenti tagli ai diritti dei lavoratori e svendite del patrimonio pubblico ai fondi di private equity stranieri. Milei ha, infatti, imposto al Paese una terapia d&#8217;urto neoliberista senza precedenti, tagliando drasticamente la spesa pubblica e riallineando in maniera totale Buenos Aires ai dettami nordamericani. La vittoria di Bolsonaro avrebbe creato un asse letale tra Brasile e Argentina, un&#8217;anomalia storica che avrebbe schiacciato l&#8217;intero continente sotto il peso degli interessi finanziari esteri.</p>
<p>Invece, Lula ha scelto la via del pragmatismo economico. Si sta muovendo su un filo sottilissimo con l&#8217;astuzia del grande negoziatore: da una parte ha evitato una guerra frontale con i colossi della finanza speculativa nordamericana per proteggere il debito pubblico brasiliano, dall&#8217;altra <strong>ha silenziosamente ancorato l&#8217;economia reale del Paese alla Cina</strong>. Gli investimenti di Pechino non si limitano più all&#8217;acquisto di materie prime, ma puntano alla manifattura avanzata, permettendo al Brasile di modernizzarsi e salire nella catena del valore. Parallelamente, appoggiandosi alla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS guidata da Dilma Rousseff, <strong>Lula sta promuovendo scambi commerciali in valute locali</strong>, aggirando di fatto l&#8217;egemonia del biglietto verde.</p>
<p>Tuttavia, per difendere questa fragile indipendenza, il fronte progressista deve affrontare una guerra ibrida che non si combatte con i carri armati, ma con gli algoritmi e la disinformazione. La campagna elettorale brasiliana ha svelato il lato oscuro delle &#8220;Big Tech&#8221;: colossi come Meta sono stati accusati di aver soppresso le notizie favorevoli a Lula, lavorando in sinergia con reti di influenza occulte. Questo scandalo si intreccia drammaticamente con il clamoroso &#8220;<strong>Honduras Gate</strong>&#8220;. Dalle intercettazioni legate all&#8217;ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández &#8211; figura controversa, condannato per narcotraffico ma incredibilmente graziato da Donald Trump e rivelatosi funzionale a determinati interessi &#8211; è emersa l&#8217;esistenza di una vera e propria cabina di regia internazionale. Una rete occulta, finanziata da correnti della destra globale con il presumibile appoggio di reti israeliane, dedita a creare fabbriche di troll e fake news per destabilizzare le democrazie latinoamericane.</p>
<p><strong>L&#8217;Honduras</strong> stesso, guidato oggi dalla progressista Xiomara Castro e da sempre terra vulnerabile a colpi di stato e ingerenze esterne, è un bersaglio primario di queste operazioni di sabotaggio. E gli effetti di questa intossicazione mediatica si fanno sentire pesantemente anche in Colombia, storico bastione statunitense che stava provando a cambiare pelle. Lì, le forze conservatrici stanno conducendo una spietata campagna per ostacolare e invertire la rotta del primo storico governo progressista, attaccando duramente le posizioni del Paese a favore della Palestina e tentando di restaurare lo status quo del passato.</p>
<p>In questo panorama di nazioni sotto assedio, spicca una grande e tenace eccezione: <strong>il Messico</strong>. Nonostante la gigantesca frontiera che lo unisce agli Stati Uniti, il Messico si conferma la vera &#8220;spina nel fianco&#8221; dell&#8217;imperialismo. Forte della continuità politica garantita dal recente passaggio di testimone verso Claudia Sheinbaum, prima donna presidente e fiera erede delle politiche sociali e di sovranità nazionale di López Obrador, il Paese nordamericano resiste saldamente alle pressioni esterne. Messico a nord e Brasile a sud formano così una tenaglia geopolitica che protegge l&#8217;autonomia della regione.</p>
<p>Mentre nazioni come il Brasile e il Messico fungono da saldi bastioni di questa nuova ondata di sovranità, l&#8217;America Latina resta tuttavia attraversata da ferite aperte che mostrano il volto più aspro e spregiudicato dello scontro geopolitico, in particolare a <strong>Cuba</strong> e nel tragico epilogo del Venezuela. Entrambi i Paesi incarnano il prezzo altissimo della resistenza a un ordine globale che non tollera insubordinazioni nel proprio presunto &#8220;cortile di casa&#8221;. Cuba, da decenni, è vittima di un anacronistico e brutale blocco economico imposto dagli Stati Uniti. Un embargo che l&#8217;amministrazione Trump non si è limitata a inasprire, ma ha trasformato in un&#8217;arma letale per recidere il vitale cordone ombelicale che univa L&#8217;Avana a Caracas. Con un cinismo chirurgico, Washington ha infatti perseguitato e impedito lo storico rapporto di cooperazione e scambio tra le due nazioni: un patto di mutuo soccorso, un asse di solidarietà sud-sud, che vedeva Cuba inviare in Venezuela decine di migliaia di medici, insegnanti e personale sanitario per sostenere lo stato sociale, ricevendo in cambio forniture essenziali di petrolio venezuelano a prezzi agevolati. Sanzionando le compagnie di navigazione e bloccando fisicamente le rotte delle petroliere, gli Stati Uniti di Trump hanno strangolato l&#8217;isola caraibica dal punto di vista energetico, condannandola a privazioni indicibili e lanciando un monito inclemente a chiunque osi praticare l&#8217;integrazione tra popoli sfuggendo al controllo imperiale.</p>
<p>Ma è proprio nel vicino <strong>Venezuela</strong> che questa dottrina ha svelato la sua natura più cruda e predatrice. Sotto l&#8217;egida della stessa amministrazione Trump, la nazione bolivariana non è stata solo strangolata da sanzioni paralizzanti, ma è stata vittima di un vero e proprio atto di pirateria internazionale. Il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro ha rappresentato il culmine di un&#8217;operazione terroristica volta non a instaurare una pretesa democrazia, ma a consumare un saccheggio su scala industriale. Con un atto di forza inaudita, Washington si è di fatto appropriata e ha ceduto alle proprie multinazionali il controllo diretto delle più vaste riserve di petrolio del pianeta, spogliando il popolo venezuelano della propria ricchezza sovrana e riducendo il Paese a uno Stato sotto tutela, espropriato del suo stesso futuro.</p>
<p>Per il blocco multipolare nascente, e per il Brasile di Lula in particolare, la tragedia di Caracas e l&#8217;assedio all&#8217;Avana sono un monito bruciante: la via verso la reale indipendenza è costellata di minacce letali, e la vera cartina al tornasole di un nuovo equilibrio mondiale sarà la capacità di impedire che il saccheggio delle risorse e il blocco della solidarietà internazionale continuino a mascherarsi dietro la retorica della libertà.</p>
<p>Per arrivare a proiettare questa forza, Lula ha dovuto superare una corsa a ostacoli in una nazione spaccata a metà, afflitta da un sabotaggio fisico nel giorno del voto &#8211; con blocchi strategici dei trasporti pubblici nelle roccaforti progressiste &#8211; e da avversari pronti a minare la sua legittimità democratica con ogni pretesto. La risposta è stata una mobilitazione commovente: giovani e anziani si sono organizzati in un porta a porta capillare. I giovani, in particolare, hanno votato in massa per salvare l&#8217;Amazzonia, smascherando il falso mito di un progresso economico basato sulla distruzione ambientale, e confermando che il rinnovamento politico si misura sulle idee e non sulla mera giovinezza anagrafica di un candidato.</p>
<p>Oggi, al governo, Lula si trova a un bivio cruciale. Dovrà fare i conti con il Parlamento più a destra della storia repubblicana e con una legittimità che i suoi avversari cercano costantemente di minare (aggrappandosi persino a pretesti legali, come la contestazione delle due ore di proroga per il voto concesse dalla Corte Suprema). La sua indole di ex sindacalista lo porterà sicuramente a cercare la diplomazia e il compromesso, evitando scontri diretti anche con un&#8217;eventuale e ostile amministrazione Trump negli Stati Uniti, ma <strong>la sua vera sfida interna sarà decidere se continuare a scendere a patti con l&#8217;agrobusiness e le élite neoliberali o se imprimere una svolta radicale per sanare le disuguaglianze di un popolo che lo ha salvato dall&#8217;abisso dell&#8217;autoritarismo</strong>.</p>
<p>Tutto questo fermento, questa vitalità democratica del Brasile e dell&#8217;America Latina, restituisce un&#8217;immagine impietosa dell&#8217;Europa e, in particolare, dell&#8217;Italia. <strong>Mentre il Sud Globale cerca la propria indipendenza, il Vecchio Continente appare rinchiuso in &#8220;Stati bunker&#8221;, ridotto a un vassallo obbediente, un mero &#8220;bottino&#8221; di Washington</strong>. <span style="color: #ff0000;"><strong>L&#8217;Europa ha rinunciato a fare da ponte costruttivo con i BRICS, accodandosi a logiche di riarmo e austerità</strong></span>. Le rigide regole dell&#8217;Eurozona, simili nella loro inflessibilità alla trappola della dollarizzazione sudamericana, privano gli Stati della capacità di investire in sanità e istruzione, generando un calo della qualità della vita e proteste sociali represse con crescente durezza.</p>
<p>In Italia, la longevità dell&#8217;attuale governo è solo il sintomo della totale paralisi di un&#8217;opposizione frammentata e litigiosa. La grande lezione che arriva dalle strade del Brasile è che le battaglie si vincono con l&#8217;unità, l&#8217;organizzazione popolare e una visione chiara dei bisogni reali delle persone. Invece di alimentare anacronistiche guerre tra poveri c&#8217;è bisogno di costruire una grande coalizione sociale. L&#8217;America Latina ci ricorda che l&#8217;indignazione da sola non basta: serve tradurla in un progetto politico solido e unitario, per dimostrare che un altro mondo è, ancora necessario e possibile.</p>
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