Ricchezza fittizia povertà artificiosa

Sinossi

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Cosa è successo dell’Italia, quinta potenza industriale, fautrice di una delle più evolute costituzioni al mondo? Quali le cause della deindustrializzazione, delle dismissioni e privatizzazioni che hanno smantellato gran parte della sua capacità produttiva? Perché i nostri servizi pubblici risultano sempre più degradati, perché lasciamo nell’abbandono o svendiamo i nostri beni comuni? Perché non riusciamo più ad assicurare la cura necessaria alle persone e al territorio, intervenendo là dove sarebbe necessario: difesa del sistema sanitario nazionale e dei servizi pubblici in generale, dissesto idrogeologico, messa in sicurezza e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio, tutela e valorizzazione del patrimonio naturale, artistico, monumentale, culturale e infrastrutturale? È proprio vero che è il lavoro che manca? Che significa che mancano i soldi per fare le cose quando tutto il resto necessario: competenze, tecnologie, disponibilità a lavorare, risorse fisiche necessarie non mancano? È proprio vero che siamo poveri? Cosa causa la mancanza di liquidità che ha inaridito i territori dell’economia reale e provocato la scarsità artificiosa di cui siamo vittima? Quale forma di ricchezza perseguire? Cosa è la moneta? Quali monete possono soccorrerci? Quale ruolo, nell’attuale contesto economico-politico, per i biglietti di Stato, i certificati di credito fiscale, le monete comunali e le monete complementari utilizzabili, queste ultime, in circuiti di credito commerciale secondo la tecnica della camera di compensazione?  
Sono queste alcune delle domande a cui si cerca risposta in Ricchezza fittizia Povertà artificiosa a partire dal primo capitolo, propedeutico ai successivi, dedicato alla moneta in un lungo excursus che giunge sino al Bitcoin, criptovaluta speculativa – oro digitale – che realizza la non duplicabilità e la scarsità in ambito digitale inaugurando la rete transazionale correlata alla blockchain quale paradigma tecnologico della decentralizzazione.
Sono molteplici i possibili percorsi di lettura del testo con l’ambizione di stabilire nessi tra ambiti normalmente disgiunti dall’analisi economica.
Il secondo capitolo è dedicato ai modelli economici che si sono succeduti dalla crisi del capitalismo finanziario del ’29, che condurrà al secondo grande conflitto mondiale, passando per i 35 anni che dal ’44 – anno degli accordi di Bretton Woods – che hanno visto l’affermarsi del capitalismo espansivo che condurrà allo spiacevole (per i proprietari) abbassamento progressivo dei loro saggi di profitto e alla distribuzione della ricchezza (Stato sociale), sino al 1979, in cui si registra la prima reazione proprietaria a quello stato di cose che riaffermerà l’ideologia liberista nella forma della finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia sino all’odierno capitalismo ultrafinanziario. La sua lettura aiuta, tra l’altro, a vedere la specificità della storia dell’economia italiana nel contesto internazionale. 

I capitoli successivi analizzano e pongono a confronto tre dei più significativi movimenti nati nell’ultimo decennio: il movimento per la decrescita felice con i suoi molti limiti e qualche pregio, l’assai più interessante seppure meno noto, movimento per l’economia del bene comune proposto da C. Felber e infine il movimento per i beni comuni che ha visto la luce nel 2011, anno del referendum per l’acqua pubblica.

Il testo è attraversato dalla constatazione del superamento dell’antico conflitto tra proletari e padronisostituito, in larga misura, da quello tra debitori e creditori e dalla analisi della condizione di deflazione cronica in cui è mantenuto il sistema economico al fine di favorire i creditori a discapito degli indebitati tra cui sono da annoverare non più solo le famiglie e i lavoratori ma anche le imprese, le banche popolari e di credito cooperativo nonché interi Stati, tutti vittime del sistema di usura generalizzato che domina ormai attraverso una vera e propria economia del debito.
Bersaglio e vittima privilegiata dell’ideologia neoliberista è lo Stato Comunità a sovranità popolare. L’attacco alle organizzazioni statali, condotto da gruppi di potere finanziari sovranazionali, ha causato la destabilizzazione economica sino al fallimento di interi Stati (spesso anche militarmente destrutturati) resi così più facilmente controllabili e parassitabili. La linea di frattura tra il vecchio ordine mondiale, segnato dalla volontà egemonica degli Stati Uniti, e il nuovo, fatto di equilibri regionali tra gli USA, i suoi alleati e i paesi emergenti, i BRICS, giganti delineatisi sulla scena mondiale, che si stanno dotando di loro istituzioni finanziarie e di capacità militare crescente, è emersa in Medio Oriente dove, più che in ogni altro luogo al mondo, si soffrono le paurose doglie della transizione verso il nuovo ordine mondiale.

Di seguito alcuni degli strumenti del dominio sovranazionale analizzati nel testo:

  • L’Unione europea che con l’euro, moneta privata senza Stato, ha bloccato la leva valutaria dei paesi aderenti causando perversi effetti che vanno dalla svalutazione salariale alla deindustrializzazione e delocalizzazione che si risolvono in povertà e disoccupazione cronica; i trattati commerciali veicolati dall’Ue come il TTIP e il CETA ;
  • Il debito pubblico che ha cambiato natura e funzione a partire dal 1981,  anno del “divorzio“ tra governo e Banca Centrale, con cui quest’ultima fu sollevata dalla necessità di comprare i titoli di Stato, emessi dal Tesoro e rimasti invenduti, alle aste pubbliche. Il governo perse così il controllo sui tassi di interesse che arrivarono a toccare punte record del 25% indebitando l’Italia con soggetti esterni, causando un raddoppio del rapporto debito/PiL in soli 10 anni e l’inizio della deindustrializzazione e parallela finanziarizzazione dell’economia. Allo Stato fu, così, fatto mancare il diritto a battere moneta costringendolo ad utilizzare esclusivamente moneta a debito. È stata questa la prima azione messa a segno con successo dalla reazione neoliberista tesa ad abbattere il modello economico, sino ad allora vigente, del capitalismo espansivo che coniugato all’intervento attivo dello Stato nell’economia, secondo le linee tracciate nella Costituzione economica di stampo dichiaratamente keynesiano, aveva permesso la distribuzione omogenea della ricchezza alzando la qualità della vita di tutti grazie a diritti diffusi e uno Stato sociale efficiente e di qualità. Nel sistema di moneta a debitoin cui ci siamo trovati successivamente a vivere, il debito fa fronte alla indispensabile immissione di liquidità circolante nel sistema a supporto degli scambi commerciali e degli investimenti ma è attraverso il debito che si realizza oggi la governance esterna sulla nostra politica economica; un ricatto malcelato che ci impone austerità, svendite, e piani di ristrutturazione. Esso consente, infatti, alle agenzie di rating, di proprietà delle grandi corporations finanziarie, di tenere il Paese sotto la minaccia costante di pericolosissimi downgrade tendenti a classificare il debito sempre più vicino alla “soglia spazzatura“ in modo da pilotare dall’esterno l’entità del tasso di interesse e far entrare prima o poi in azione altri e più pericolosi strumenti “salva stati“ come il MES, un sistema assicurativo a cui abbiamo aderito accettando la imposizione del pareggio di bilancio e il fiscal compact, sino al commissariamento della politica e della economia del Paese, nel caso in cui non riuscissimo a «risarcire» i nostri creditori; un ricatto peraltro strumentale alla emissione di titoli derivati che permettono alle banche d’affari di lucrare enormi profitti illeciti a danno della collettività;
  • La finanziarizzazione dell’economia. Al divorzio fece seguito l’apertura al regime della globalizzazione con relativa deregolamentazione valutaria e doganale che consente a merci e capitali di superare qualsiasi confine tra gli Stati, persino delocalizzazione delle imprese là dove le condizioni fiscali e normative, in tema di diritti, costo del lavoro e standard di protezione dell’ambiente, fossero tali da minimizzare i costi di produzione in una competizione al ribasso che ha premiato i produttori peggiori su scala globale. La riaffermazione del liberismo ci ha rimessi in balìa della finanziarizzazione speculativa facente leva su debiti e fallimenti. Le banche, tutte privatizzate, a metà anni ’90, hanno ottenuto il permesso di comportarsi nuovamente da banche d’affari, creando praticamente tutta la moneta in circolazione soprattutto nella forma di moneta fittizia ossia derivati e cartolarizzazioni, preferendo rinunciare a concedere prestiti alle famiglie e alle aziende. Con le cartolarizzazioni, si fanno valere come titoli commerciabili in borsa i debiti o equivalentemente, i diritti di credito che risultano abilitati dalla legge 130 del 1999 quale mezzo di pagamento ossia come denaro utile a pareggiare i conti nelle normali transazioni finanziarie. Allo stesso modo la legge 481 del 2001 sdoganò i derivati vere e proprie scommesse intorno all’andamento dei prezzi di beni, indipendentemente dal possedimento degli stessi da parte degli emettitori dei titoli; ebbene anche i derivati furono equiparati dalla legge a “moneta“ abilitata al pareggio dei conti degli enti pubblici così come delle banche. Queste attività finanziarie, consistenti nella emissione ed utilizzo a fini speculativi di moneta fittizia, hanno oggi preso il sopravvento sulla economia reale parassitandola;
  • Le privatizzazioni, coniugate alle politiche di austerity, incidendo sugli stessi fattori produttivi della ricchezza del Paese sono state un vero e proprio furto a danno della collettività: autostrade, rotte aeree, tratte ferroviarie, frequenze televisive, demanio idrico, marittimo (coste, spiagge, porti) minerario (ricchezze del sottosuolo date in concessione a compagnie private per giunta straniere fino all’esaurimento) culturale (monumentale, artistico). Nel 1990 abbiamo subìto la privatizzazione delle banche pubbliche; nel ’92 con decreto legge sono state ridotte a S.P.A. e privatizzate: l’Ina, l’Eni, l’Enel e tutte le industrie dell’lri che appartenevano al popolo italiano e che assicuravano una grande quota dell’occupazione. L’industria pubblica era, infatti, vincolata e non avrebbe potuto subire alcuna delocalizzazione. Alle privatizzazioni hanno fatto seguito i tagli alla spesa pubblica e le politiche di austerity. Malgrado l’Italia sia stato un Paese costantemente in avanzo primario, per arginare il deficit, dovuto essenzialmente al pagamento degli alti tassi di interesse con cui abbiamo dovuto remunerare i titoli di Stato dopo il divorzio, sono stati stampati e venduti ulteriore titoli sul mercato finanziario internazionale.

L’ultimo capitolo propone una possibile via di uscita nell’immediato. La rivoluzione che urge consiste nel ritorno alla centralità dell’interesse pubblico e si ottiene riaffermando la prevalenza della Costituzione (in aperta contraddizione con l’ideologia neoliberista) rispetto ai Trattati europei e nella riforma radicale del sistema finanziario deviato. Tutto ciò è possibile appellandoci all’art. 3 che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
È necessario incentivare una economia votata strutturalmente alla produzione di bene comune riaffermando un modello economico che torni ad ispirarsi alla Costituzione economica prevedendo l’intervento attivo dello Stato al fine di favorire la riaffermazione della centralità della economia reale sulla finanza speculativa e la modifica del sistema economico deviato tornando a creare le condizioni per produrre e distribuire vera ricchezza tra i cittadini nella forma di un welfare universale verso il pieno impiego dei fattori produttivi. Una economia rivolta alla soddisfazione primaria delle necessità interne che esporti solo le eccedenze e che sappia mirare alla sostituzione progressiva di tutte quelle importazioni cui possiamo agevolmente far fronte. Un new deal in grado di soddisfare le richieste di intervento in tutti quei settori di cura della persona e del territorio non interessanti per il capitalismo a causa del fatto che promettono un fatturato sempre insufficiente rispetto agli investimenti. Ciò sarà possibile grazie alla valorizzazione di una moneta nazionale a credito quali i biglietti di Stato e/o i certificati di credito fiscale, consapevoli del fatto che solo metà del debito, quello suddiviso tra soggetti esterni non residenti ed interni (famiglie e imprese italiane, assicurazioni e fondi italiani) va restituito, e che l’altra metà nascendo da una convenzione contabile è, in realtà, debito fittizio, moneta scritturale elettronica, che non deve essere risarcito malgrado il diverso parere della BCE che emettendolo se ne dichiara creditore insieme alle banche italiane.
Affidarci, infine, alla saggezza dei nostri Costituenti che con l’articolo 11 ci esortano a tornare ad esercitare la nostra sovranità piuttosto che cederla, in misura crescente, a soggetti sovranazionali e a sottrarci finalmente ad ogni politica di warfare uscendo dalla NATO (organizzazione falsamente solo difensiva) in una scelta di neutralità che sola si concilia col ripudio della guerra inscritto nella nostra Costituzione.

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